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4 luglio 2015

Crolli di Borsa in Cina: in tre settimane 10 PIL della Grecia

Seguiamo la crisi di Atene (e dell'Europa). Ma la crisi è sistemica. Tra suicidi e paura di contagi finanziari, esplode ora la bolla cinese.

di Pino Cabras
da Megachip.


I lettori ci sono testimoni di quanta attenzione dedichiamo in questi mesi e settimane alla crisi greca, tanto più alla vigilia del referendum indetto dal governo Tsipras sulle vessazioni degli usurai della trojka. Ma vogliamo lo stesso aprire una finestra su un'altra crisi, che al momento coinvolge solo chi punta sulle borse cinesi, ma che ha riflessi potenzialmente enormi sul mondo. Mentre per vicinanza e facilità culturale, nel bene e nel male, tutti gli europei sanno quel che accade ad Atene, la Cina non ci è vicina (almeno sui media). Solo gli specialisti si sono accorti che in meno di un mese la borsa di Shanghai e quella di Shenzhen sono crollate del 25%, mandando in fumo un controvalore pari a 10 volte il PIL della Grecia
Più sotto proponiamo all'attenzione dei lettori una corrispondenza da Shanghai per il sito Rischio Calcolato, che racconta con tono quasi scanzonato alcuni fatti che in realtà parlano di drammi improvvisi, estesi, giganteschi: le tipiche fiammate sociali che esplodono in occasione dei grandi crack borsistici causando improvvise tragedie esistenziali e suicidi, panico e paura di contagio finanziario, per giunta in un paese dove tutto corre verso l'essere grande e veloce. Anche nei disastri.
Senza anticipare troppo, c'è una prima riflessione: la crisi sistemica può avere sviluppi improvvisi e capaci di collegarsi. Se ad esempio qualcuno spera che l'equazione della crisi greca sia risolta da un cavaliere bianco (o giallo) che arriva da Pechino, ora dovrà mettere nel conto nuove incognite che complicheranno i calcoli: in Cina hanno le loro gatte da pelare. E se le grandi riserve di dollari incamerate per decenni dai fondi sovrani vorranno correggere il crollo di borsa cinese, magari dovranno disinvestire da altre parti, innescando altre crisi (vedi gli USA). Vedremo.
Per ora la Cina ha una finanza meno interconnessa di altri paesi, ma niente in quest'epoca è davvero completamente sconnesso. La crisi in borsa riflette (amplificando follemente l'ampiezza) il rallentamento nell'economia reale cinese. Troviamo così le tendenze globali, tutte in grado di interagire fra di loro. Troppa liquidità non ha trovato mete remunerative e si è congelata nelle alchimie finanziarie e nei debiti. Pertanto il capitale non ha abbastanza sbocchi nel reale, e allora li trova nelle bolle speculative o rapinando interi popoli. 
Sullo sfondo c'è un ulteriore pericolo, visto che definiamo questa come una crisi sistemica. Le crisi sistemiche bruciano i libri contabili in guerra, e in effetti i focolai si moltiplicano. Cercare alternative a questo sistema economico suicida diviene una questione di sopravvivenza.
Buona lettura.




Cina, Crollo della Borsa, Suicidi di Massa, La Signora con le Borse di Arance è Morta

Dal corrispondente di Rischio Calcolato in Cina:
Ciao Paolo,
se ti va di leggere 2 righe da Shanghai.
A Shanghai il meno 25% in Borsa sta picchiando duro
Erano diventati tutti investitori. molti con soldi presi a prestito da banche, parenti e amici, o addirittura vendendo la casa. malgrado la cultura finanziaria bassissima.
All'inizio della discesa ci scherzavano sopra, tutti convinti che comunque era qualcosa che non riguardava loro stessi ma solo gli altri, ed il tutto si sarebbe risolto rapidamente.
Ora sono però partiti in maniera importante i suicidi, sai qui in Asia il suicidio fa parte della vita, quando perdi il tuo ruolo, la tua posizione socio economica.via.!!!
(tanto per fare un esempio i vostri Schettino, Galan, e via con altri migliaia di nomi sarebbero tutti "suicidi")...

Il governo cerca di calmare la cosa:
- non diffonde le notizie di suicidi
- giornali e TV per 24h al giorno parlano super-esperti di finanza e luminari di economia che spiegano che nel giro di pochi mesi la borsa tornerà a correre come prima
e poi si arriva agli estremi delle foto allegate
-quella con i vigili del fuoco con un "non Buttatevi dalla Finestra aspettate che la situazione si risollevi".

- quella sullo stabile con un patriottico "qualunque tonfo non spaventa l'Eroico Mercato Azionario Cinese"



Tempo fa scrivevo ad un'amico:
  • Da un lato la borsa è sicuramente vista più come un casinò dove buttare sul tavolo delle "fiches", che un posto dove comprare "pezzi di aziende/servizi" remunerativi nel tempo.
  • Negli ultimi mesi è stato un crescendo di attenzione verso la borsa ed i facili denari fatti "giocando" con le azioni, questo in modo estremamente esagerato, molto più di quanto accaduto a fine anni novanta in Italia con le "dot-com". TV e giornali sono pieni di notizie che riguardano massaie e macellai arricchitesi in pochi mesi borsa. poi sai qui è tutto esasperato e veloce rispetto all'Occidente, a Shanghai i pensionati armati di smartphone non giocano più a "majian" (una loro specie di scacchi) come in passato, ma giocano in borsa dalla panchina dei giardini pubblici. non sto scherzando è proprio così.
  • (un aneddoto, una collega di mia moglie ha triplicato il suo capitale in poco tempo, si è quindi licenziata e sta facendo il giro del mondo con i soldi guadagnati in borsa è convinta che quando torna potrà poi fare altrettanto.)
  • Altra considerazione, conosco personalmente e bene aziende piccolissime che non hanno nessun titolo ne struttura per stare in borsa, non hanno nemmeno una contabilità decente, ma sono riuscite a quotarsi ed ora beneficiano di un gran flusso di denaro "gratis". finchè qualcuno non ci metterà il naso.
  • Entrando poi nell'economia generale direi che la situazione attuale è tutt'altro che allegra (in generale, non per quanto riguarda l'azienda dove lavoro che anzi.) Le aziende che esportano verso l'Occidente (moltissime) sono in grossa difficoltà a causa dell'aumento dei costi locali (manodopera di basso livello a +12% annuo per 10 anni fa oltre +300% in un decennio.) e soprattutto per la variazione del tasso di cambio, con uno Yuan che ha preso quasi 30% contro €uro da Nov'14 a Mag'15. molti esportatori non ci stanno più dentro, ho incontrato titolari di attività che hanno perso enne milioni di euro in pochi mesi ed ora hanno i magazzini pieni di componenti che nessuno gli comprerà mai.
  • Altra importante nota negativa è che anche il mondo dei grandi investimenti statali Cinesi in Real Estate ed infrastrutture è in questo momento congelato, per volontà politica. tutto da vedere quando e come ripartirà.
    Quanto detto sopra mi porta a pensare che è meglio stare lontani dalla borsa di Shanghai e credo che le prospettive di lungo periodo non possono essere che negative. il tema è quanto lungo?.
    Va anche detto però che i Cinesi sono in generale "risparmiatori", molto attratti dal "profit" ed a volte "creduloni" al limite dell'ingenuità. queste caratteristiche fanno saltare gli schemi a cui siamo abituati in Occidente.
    Di fatto in questo momento ha investito in borsa solo una piccolissima parte delle persone. e se questa voglia di borsa si estendesse anche agli altri? Ai molti ? Fin dove potrà proseguire la bolla?.
p.s. se non sapete chi sia la signora con le arance, ve la presento. Molti anni fa una signora con la borsa della spesa piena di arance entrò nella banca in cui lavoravo (si lo ammetto. ne ho fatte di cose brutte nella vita), aprì un conto trading con la segretaria e versò circa 9000€ (l'equivalente in lire, la borsa era in Euro, ma c'erano le lire). Poi venne da me al trading desk, si presentò e mi disse "Presto, dottore, presto, mi compri la Aisoftware prima che finiscano". Le comprò mi pare a 248€ per azione sul mercato non regolamentato Easdaq (non esiste neppure più), l'ultima volta che le vidi erano sotto 2€. E' stata una delle mie più grandi esperienze di vita e ho avuto la fortuna di farne tesoro senza pagarne io il prezzo. Non capita spesso.

Fonte: http://www.rischiocalcolato.it/2015/07/cina-crollo-della-borsa-suicidi-di-massa-la-signora-con-le-borse-di-arance-e-morte.html.

21 novembre 2013

L'alluvione sarda e i fantocci impiccati



di Pino Cabras.
 

Gli hanno dato molti nomi: ciclone, Cleopatra, uragano, bomba d'acqua. La mia terra gli ha dato un tributo di vite umane. Il presidente della regione Ugo Cappellacci, pronto ad aggiornare l'elenco di piaghe descritte nel Libro dell'Esodo, gli ha dato la definizione di "piena millenaria". La tempesta che ha rovesciato sui suoli sardi sei mesi d'acqua in appena mezza giornata ha saputo guadagnarsi così il primo posto nella borsa mediatica delle catastrofi, in Italia e nel mondo, prima di essere inevitabilmente sostituita da altre notizie.
I lutti e i danni, tuttavia, non sono tutti dovuti al meteo cinico e baro. Questa devastazione deriva da un equivoco di fondo che la Sardegna di oggi e l'Italia sin dai tempi del Vajont si portano dietro: avere un suolo prevalentemente montagnoso e collinare, ma percepirsi come un paese di pianura, dove la pianura ha dimenticato per sempre tutta quella inutile materia fangosa e "prevalente" che sta a monte.
È uno spazio addomesticato, quella pianura ideale, segnato da linee d'asfalto, case, scantinati, capannoni, e mille altri segni di "sviluppo" che la separano dal passato rurale e la proiettano in un mondo magico e progressivo che fa a meno della geologia.
Olbia alla fine della seconda guerra mondiale era un borgo di diecimila abitanti, oggi ne ha sei volte di più. E dove ha fatto il nido tutta questa gente nuova? Lo ha fatto là dove volevano gli speculatori e dove la portava la corrente dell'abusivismo: dove un tempo c'erano stagni e dove scorrevano magri torrenti.
Le "piene millenarie", proprio perché hanno memorie lunghissime, ricordano ogni tanto che dove il fiume è già passato tanti anni fa, prima o poi ci ripassa ancora. In autunno in Sardegna e in altre regioni non sono infrequenti i flash flood. Non possono essere considerati eventi sorprendenti.
Solo che un tempo il torrente gonfiato dalle tempeste autunnali aveva modo di diluirsi in un suolo intatto, o di sfogarsi in canali costruiti a regola d'arte, senza alvei intombinati che lo accelerassero, né ponti che diventassero dighe prima di cedergli il passo.
Olbia è crescuta in fretta, è un piccolo emblema dell'ideologia della crescita libera che ripudia qualsiasi pianificazione. Il PIL veniva prima di tutto, e perciò si doveva dimenticare che una vera città, prima di tante altre cose, è un sistema idraulico artificiale che si sovrappone a un sistema idraulico naturale. Olbia però andava oltre. Non si sovrapponeva alla natura, la sostituiva senza criterio. L'onda del PIL era un flutto di cemento che impermealizzava ettari ed ettari, al galoppo. Poi, ieri, fine corsa. All'acqua della città, incanalata senza regola e non più assorbita, si è aggiunta l'acqua della montagna, e tutto è stato devastato.
Ora la cronaca ha il suo momento di frastuono, di pianti, di governanti che snocciolano compunti i milioni stanziati per l'emergenza: Enrico Letta 20 milioni, Ugo Cappellacci 5 milioni. Dev'essere lo stesso Cappellacci che ha guidato un'amministrazione che ha revocato 1,5 milioni di euro destinati alla difesa del suolo e contro il dissesto idrogeologico. Certo, quei milioni non sarebbero bastati, nemmeno a Olbia, interessata negli ultimi decenni anni da 17 (diciassette) "piani di risanamento". Cioè: prima si lasciava fare, senza permessi, poi si condonava, si "risanava", senza nemmeno completare fogne, argini. Niente di niente. Erano bolli e timbri aggiunti ai fatti compiuti: fatti irrimediabili, ferite non sanabili se non abbattendo tutto. Ma come fai ad abbattere interi quartieri? Risanare, ma per davvero, costa molte volte di più del gesto iniziale, mai fermato, che cambiava natura a quel pezzo di territorio.
Facile strapparsi i capelli adesso. I nomi dei quartieri olbiesi sommersi di oggi c'erano già tutti in un articolo del 2010. Era un trafiletto di cronaca locale sul "rischio alluvione". La prevenzione non fa notizia, non porta voti, non mobilita risorse, non diventa la pagina d'apertura di Repubblica. È solo un misero fondino di un giornale locale che non rompe il silenzio. La gente non sa, e crede perciò di stare nel suo Belpaese di pianura, senza pericoli, senza colline, e senza verità sul clima.
Negli anni in cui la Regione Sardegna fu guidata da Soru (2004-2009) venne approvato un piano paesaggistico fra i più avanzati al mondo, molto chiaro nel considerare il paesaggio un bene pubblico non negoziabile. Dopo, a livello nazionale e regionale, vi è stata una pressione costante per una nuova liberalizzazione edilizia e per abrogare le regole restrittive, in nome dello sviluppo e della crescita, e al diavolo i geologi.
Proprio un geologo, Fausto Pani, sul sito sardiniapost.it, in veste di autore del PAI (Piano stralcio per l'assetto idrogeologico) e del Piano delle fasce fluviali, si toglie oggi qualche detrito dalla scarpa: «solo pochi giorni fa i sindaci interpellati dicevano che nei loro paesi non pioveva così tanto, che il Piano stralcio delle fasce fluviali era tutto sbagliato e bloccava lo sviluppo dei Comuni. Oggi chiederei a quegli stessi amministratori locali se la pensano ancora allo stesso modo».

Infatti il problema non è solo Olbia. Uno dei comuni più colpiti dall'alluvione è Terralba, nell'oristanese. Ho visto in TV il sindaco di centrosinistra Pietro Paolo Piras con la faccia tesa del tipico sindaco in lotta sincera con il disastro, circondato da uomini della protezione civile. Poche settimane fa proprio Piras partecipava a una manifestazione a Cagliari contro il Piano per le fasce fluviali. Lo considerava troppo rigido. Persino le norme di una giunta post-Soru, teoricamente più morbida con chi vuole sviluppo edilizio, non andavano bene a una parte della gente di Terralba. 
Lo scorso 15 giugno un comitato locale aveva impiccato decine di fantocci per opporsi «con fermezza al piano delle fasce fluviali previsto dalla Regione e ai vincoli idrogeologici che limitano lo sviluppo del territorio.»
Uno dei promotori spiegava: «Devono fare una scelta politica, con questi vincoli ci stanno condannando a morte. Tutte le attività rischiano di scomparire e non ci sarà uno sviluppo futuro per il nostro paese». Alle magnifiche sorti e progressive di Terralba ha però bussato il Rio Mogoro, un torrentello spesso asciutto che per un giorno è diventato l'Orinoco.
Gli impiccatori di fantocci hanno maneggiato in modo molto imprudente i simboli. Parafrasando una vecchia storia, l'ultimo sviluppista è disposto a vendere la corda con la quale verrà impiccato.
Adesso la ricostruzione, nel far girare denaro, farà bene al PIL. È forse cinico dirlo, ma dopo le catastrofi naturali, questo succede in molti casi. E, nel crescere, il PIL dimostrerà ancora una volta di non essere la misura corretta del vero benessere.
Quel pezzo di società civile che rimuove in modo dissennato e cocciuto la vera natura del nostro suolo, quelle classi dirigenti la cui mentalità è intimamente modellata dalla stessa concezione del territorio, si trovano davanti a una scelta. La scelta non è "costruire oppure no": è semmai cosa costruire senza consumare ancora di più il suolo, cosa costruire per salvaguardarlo nella sua integrità, fare manutenzione costante e piccoli interventi sulle infrastrutture che già ci sono, e finirla con le grandi opere e le eterne emergenze. Finirla con il fantoccio della crescita infinita. Magari così ci sarà più lavoro, e meno senno del poi.
 

24 maggio 2012

Manca un minuto solo a Mezzanotte

di Elido Fazi - www.one1euro.com

Con una nota di Pino Cabras in coda all'articolo ripreso da Megachip.

Giovedì scorso ero a cena con un professore che è stato presidente dell’associazione degli statistici italiani. Io ho messo subito le mani avanti, ricordando che, nonostante avessi già sostenuto Statistica 1, 2 e 3, non ero mai riuscito a seguire bene il corso di econometria tenuto negli anni Settanta dal professor Guido Rey alla Facoltà di Economia della Sapienza di Roma a Castro Laurenziano.
Soprattutto, non ero riuscito a capire il libro di testo adottato, quello di Johnston. Il professore mi ha rassicurato: neanche lui era mai riuscito a seguirlo fino in fondo.
Forse il volume non era stato ben tradotto. L’econometria, cioè l’uso di metodi matematici e statistici per formulare, stimare e testare i modelli economici, agli inizi degli anni Settanta stava esercitando un certo appeal sugli studiosi.
Quando poi Rey diventò presidente dell’Istat, negli anni Ottanta, usò tutte le sue conoscenze per una robusta rivalutazione del pil italiano. In un solo colpo il rapporto del debito rispetto al pil scese di svariati punti, quello che oggi equivarrebbe a più di un Fiscal Compact. Il discorso si è poi spostato sull’affidabilità dei dati statistici. Quanto sono affidabili quelli che leggiamo tutti i giorni sui giornali, se persino dopo il censimento istat non siamo neanche sicuri – milione più, milione meno – di quanti siamo in Italia? Quanto sono affidabili i dati sul pil, sull’inflazione, o sull’occupazione, se non riusciamo nemmeno a contarci? Che senso ha allora misurare tutti i parametri in rapporto a un pil di cui non si ha alcuna certezza?
«Ma almeno i dati finanziari della Banca d’Italia, crediti e debiti, sono affidabili?», ho chiesto. «Certo», ha risposto il professore, «ma non sempre ce li fanno conoscere tutti». Alla fine abbiamo convenuto che uno dei pochi dati più o meno sicuri è quello della bilancia dei pagamenti. E, infatti, quando, il 15 marzo del 2007 il direttore della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni cercò di segnalare al Parlamento italiano che la situazione negli Stati Uniti era critica, fece riferimento principalmente a un dato: quello del disavanzo americano della bilancia dei pagamenti.
Si può affermare che se uno Stato ha un avanzo nella parte corrente dei pagamenti è uno Stato competitivo, e che se invece ha un deficit non lo è? La risposta in generale è “”. Alcuni Stati, come la Russia (+110) e l’Arabia Saudita (+174), hanno degli enormi surplus nella bilancia dei pagamenti, dovuti non alla competitività dell’economia ma alla presenza di riserve di petrolio e gas. Ma per l’Europa – dove non passa giorno senza che su ogni quotidiano venga rimarcato il differenziale di competitività tra paesi del Nord e quelli del Sud – la risposta alla nostra domanda potrebbe essere “sì”. Vediamo i dati, in miliardi di dollari,così come sono riportati ogni settimana dall’«Economist», cominciando dai paesi del Nord.
Germania +205
Olanda +76
Danimarca +21
Norvegia +70
Svezia +40
Austria +8
In totale questi paesi hanno un enorme surplus nella parte corrente della bilancia dei pagamenti, pari a 420 miliardi di dollari.
Vediamo ora i paesi del Sud.
Italia -66
Francia -62
Spagna -52
Un deficit pari a 180 miliardi. In aggregato, però, l’Europa, considerando solo i paesi di cui sopra (ma lo scenario non cambia se si aggiungono altri paesi economicamente più piccoli), ha un surplus pari a 240 miliardi di dollari.
Se prendiamo le tre più grandi aree economiche mondiali, la situazione è la seguente:
Europa +240
Cina +197
Stati Uniti -473
Viste in questa chiave mi sembra che le cose siano abbastanza chiare. Il problema di competitività non è europeo, ma americano. L’Europa, a parte qualche zona del Sud che non può certo essere presa come esempio, risulta essere non solo l’area geografica più competitiva e ricca del mondo (la Cina ha un reddito pro-capite inferiore a un quarto di quello europeo), ma ad alcuni di noi sembra anche la più bella e forse la più civile.
Dopo aver letto i dati, bisogna però subito aggiungere che l’egemonia di uno Stato suglialt altri non deriva solo dalla sua economia (o, per quanto riguarda gli Stati Uniti, dalla sua forza militare), ma anche dall’autorevolezza e dalla moralità di chi lo governa. Uno Stato che vuole ricchi solo i suoi cittadini è uno Stato egemone ma non autorevole. Secondo il filosofo cinese Guanzi che scriveva nel VII secolo prima di Cristo, «Uno che arricchisce solo il suo Stato è chiamato un egemone. Uno che unifica e corregge altri Stati è chiamato Re saggio». La Germania oggi cos’è? È uno Stato egemone – almeno in Europa – perché è potente economicamente, oppure lo è perché non solo risulta il più competitivo del mondo, ma anche il più autorevole (pochi sono i politici corrotti e basta un nonnulla, come una tesi copiata, per far dimettere un ministro)?
Sul «Financial Times» leggo un articolo di Andrew Roberts che ci ricorda, citando The English Hymnal, la raccolta fatta nel 1906 dei migliori inni inglesi, che «gli orgogliosi imperi del mondo pass away», ‘passano’. Di chi parla, dell’impero ‘inglese o di quello americano? Forse dell’impero di Bruxelles? «È arrivata l’ora di chiederci quando è scattato il momento che ha distrutto l’impero economico di Bruxelles. Quando è accaduto che l’impero, a causa delle sue ambizioni di egemonia, invece di curarsi del benessere dei suoi cittadini, si è esteso troppo?». Secondo Roberts, gli storici futuri individueranno nella creazione dell’euro nel 1999, con la sua ambizione di prendere il posto del dollaro, la Pearl Harbor di Bruxelles, il momento in cui l’Europa si è attirata minacce e pericoli che un giorno la distruggeranno. Poi il giornalista propone l’ormai consueta analisi secondo la quale manca solo un minuto alla mezzanotte della Grecia. L’unica soluzione per salvare il salvabile, a detta di Roberts, è tornare con un’onorevole ritirata all’originale trattato di Roma e mantenere l’euro solo negli Stati che si “dimostrano meritevoli. In questo modo la Commissione di Bruxelles rinuncerebbe all’“hubristic fetish” dell’egemonia globale.
Questa soluzione, però, sembra diversa da quella auspicata da Angela Merkel – tra l’altro la meno europeista tra i leader tedeschi –: la cancelliera vorrebbe infatti procedere verso un’Europa federale, una sorta di Stati Uniti d’Europa.
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Stati Uniti d’Europa
Insomma, cosa succederà in futuro? Il tempo stringe e da qui a fine giugno dovranno essere prese decisioni chiare. O si va avanti con l’Europa federale, stabilendo con chiarezza la divisione dei poteri tra gli Stati e un eventuale presidente della Commissione regolarmente eletto, oppure si torna al trattato di Roma. «Ma un principio va tenuto sempre presente», dice Eugenio Scalfari nel suo ultimo editoriale. «Si tratta di costruire un’Europa democratica. Tentazioni autoritarie stanno emergendo in vari punti del continente e di varia natura. Non possono essere ignorate, vanno affrontate e combattute». Scalfari suggerisce anche il regista che dovrebbe scrivere il copione del programma europeo: un’Autorità europea la cui sovranazionalità e la cui indipendenza siano assolute. «Fino a quando la Germania continuerà a pensare soltanto a se stessa non potrà che combinare guai. I governi non solo dell’Europa ma dell’Occidente debbono metterla dinanzi alle sue responsabilità riconoscendo a loro volta che la Germania possiede la forza per innescare la costruzione dello Stato federale europeo. Non si può far finta di non vedere che il vero problema da risolvere è questo. Non si tratta di un’opzione ma di una necessità».


Nota
di Pino Cabras
L'articolo di Elido Fazi illustra molto bene la drammatica brevità entro la quale si sta giocando il futuro di centinaia di milioni di europei, all'interno di una partita ancora più vasta che coinvolge direttamente il mondo intero. Più preoccupante è la contraddizione interna delle parole di Eugenio Scalfari richiamate alla fine. Scalfari, uno degli intellettuali che più si è speso in favore dell'operazione Monti-Napolitano - cioè il più grave esproprio di sovranità nella storia della Repubblica Italiana - fa ora appello a un'Europa democratica, ma lo fa immaginando una non meglio precisata Autorità europea, le cui attribuzioni in termini di sovranazionalità e "indipendenza" sono "assolute". Più che democratica e indipendente, sembra una costruzione "irresponsabile", che - letteralmente - non risponde a nessuno. Manca sì un minuto a mezzanotte, ma prima dell'ennesima fuga in avanti, nel buio del capitalismo terminale, andranno invece interpellati a fondo i popoli che compongono il mosaico della civilizzazione europea.
 

16 gennaio 2010

Haiti e le Generosità Fallaci

di Pino Cabras - da Megachip.
Aggiornato il 18 gennaio 2009

Ci scrive un lettore, Sergio, che ci chiede di commentare il fatto che gli USA sono sempre i primi a mandare aiuti umanitari, anche stavolta ad Haiti, e ci chiede anche di commentare la sua affermazione secondo cui i paesi islamici avrebbero il braccino corto e non si impegnerebbero mai ad aiutare altri paesi. Proveremo a spiegargli che il suo problema non siamo noi, ma i libri di Oriana Fallaci nel suo comodino. Seguiteci.

Leggiamo un po’ cosa ci scrive esattamente il lettore:

Salve, visto che spesso e volentieri vi scagliate contro gli Stati Uniti, i paesi occidentali ed il presunto tentativo ricorrente di instaurare un nuovo ordine mondiale, mi piacerebbe sentire un vostro commento sul fatto che sono sempre i primi nel mandare aiuti umanitari, come sta avvenendo per Haiti. Mi piacerebbe anche un vostro commento sul fatto che, a mia memoria, non mi risulta che nessun paese mussulmano si sia mai impegnato per lo stesso scopo ed abbia mai speso un centesimo in aiuti umanitari nel mondo. Grazie,

Sergio.

Bene, Sergio.

Il suo esordio dimostra che lei ci legge con un pesante pregiudizio di fondo, di quelli che - quando uno ne è affetto - non fanno capire una mazza di ciò che si legge.

Innanzitutto, noi non ci scagliamo contro gli Stati Uniti. Né ci scagliamo contro i paesi occidentali. Altrimenti sarebbe come dire che ci scagliamo contro noi stessi. Ospitiamo infatti articoli e interventi in stragrande maggioranza di autori occidentali, molto spesso statunitensi.

Cos'è la critica che facciamo al sistema della comunicazione e alle classi dirigenti di cui esso è espressione?

È critica al potere, ossia giornalismo, non propaganda, né fumo ideologico.

Critichiamo le sedi in cui c’è più potere, e che hanno perciò più diretta responsabilità per quanto accade nel mondo. La classe dirigente che ha una vocazione imperiale globale è un’élite transnazionale che tende a distinguersi dalle «nazioni» e non calca l’appartenenza a una comunità nazionale. Tuttavia teorizza la ‘Leadership Americana’.

Un inquilino della Casa Bianca rispetto a un altro può rimarcare di più o di meno la voglia di essere l'unico polo del mondo, ma il cumulo di potere più grande sta comunque lì, negli States. Inevitabile che molta opposizione s'indirizzi di conseguenza verso quella direzione, anche da dentro il perimetro occidentale, dove ci troviamo.

L’ex Segretario di Stato statunitense Madeleine Albright ha coniato una definizione del ruolo del suo paese che considero calzante: «noi siamo la nazione indispensabile». Occorrono gli USA per risolvere i principali problemi del mondo. Non si può porre rimedio neanche agli errori degli Stati Uniti senza gli Stati Uniti. Cosa succede se gli Stati Uniti non sanno fare questa riparazione? È una domanda fondamentale, oggi più che mai.

La preoccupazione che dovrebbe interrogare ognuno degli abitanti del pianeta parla di questo. Il baratro finanziario, militare, ambientale e morale di cui gli USA sono l'epicentro rischia di travolgere tutti, a causa dei limiti terribili di quella classe dirigente così potente. La fine di un impero non è mai indolore. Oggi è in gioco la sopravvivenza di ognuno di noi, perciò c'è da essere molto inquieti. Un loro fallimento trascinerebbe tutti. Ma anche far sopravvivere l'Impero con la guerra sarebbe una via senza uscita.


Io non so se lei ha sul comodino i libri diella quondam Oriana Fallaci, se li ha letti, o se ha semplicemente respirato questa pesante atmosfera di razzismo da “scontro di civiltà” che ha avvelenato i media nell’ultimo decennio. Di certo lei è un conformista, le sta bene questa grande “idea ricevuta”, questa invenzione ideologica, la “falsa coscienza” di un’identità occidentale giudaico-cristiana spontaneamente votata a opporsi all’Islam nel suo insieme. E quindi non sa e non vuole distinguere le sfumature necessarie della politica.

Ergo, lei si beve ogni fesseria dei media legati al potere, la loro cronaca che cancella la storia, fino a pronunciare un autentico sproposito quando dice che addirittura le «risulta» che i paesi islamici non abbiano «mai speso un centesimo in aiuti umanitari nel mondo». Lei lo sa che l'Arabia Saudita è fra i maggiori donatori per gli aiuti allo sviluppo, sia in termini di volume degli aiuti sia in proporzione al proprio PIL? In valori assoluti è stata per anni addirittura al secondo posto rispetto alla prima potenza mondiale. Non abbiamo nessuna simpatia per la monarchia saudita, ma - rispetto alle percentuali micragnose che l'Italia investe nella cooperazione con i paesi poveri - un italiano come lei dovrebbe riflettere un po' prima di spararle così grosse. I paesi OCSE dedicano in media lo 0,4% del loro PIL alla cooperazione. Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar il 5% (cinque per cento!) del PIL. Gli USA lo 0,25%.

Allora Sergio, chi è accecato dall'ideologia?

Si può obiettare che i sauditi utilizzino gli aiuti per scopi politici, e che li indirizzino per egemonizzare la Umma musulmana. Vero. Ma anche gli aiuti esteri statunitensi seguono vie politiche: il paese di gran lunga più aiutato ogni anno con assegni da miliardi di dollari è Israele, non proprio il più bisognoso.

Ma veniamo ad Haiti. Per rimediare alla sua madornale ingenuità sulle vicende di Haiti le potrei proporre un articolo fresco di pubblicazione, scritto da Miguel Martinez, un italiano che conosce bene la situazione del Centroamerica, e non solo perché è di madre statunitense e padre messicano. Lo legga attentamente, e potrà inquadrare la solerzia degli aiuti di emergenza di oggi nell'ambito della storia di quel paese.

Scoprirà che Haiti è così povera proprio perché gli USA le hanno imposto un'economia coloniale che ha azzerato tutti i precedenti rapporti sociali. E questa imposizione è avvenuta sia con l'occupazione militare del paese per decenni, sia per il tramite di una dinastia di dittatori fra i più sanguinari dell'emisfero, i Duvalier. È da un secolo che quella è la periferia più sfigata dell'Impero, sotto la diretta responsabilità dell'Impero stesso. La Cronaca cancella la Storia? E' antiamericanismo tutto questo? Anche quando lo leggiamo da Martinez, o dallo statunitense Chomsky, o sulle pagine di «The Nation» nelle inchieste di Naomi Klein?

Vediamo migliaia di Marines che prendono possesso di Haiti Ground Zero. Ci auguriamo che riescano a dare sollievo alla popolazione colpita dal terremoto, ci mancherebbe.

Ho l'impressione però che nessun intervento umanitario potrà bastare per chi, come lei, fa ragionamenti così Fallaci.


Replica del 17 gennaio 2009:

Sig. Cabras,
Sono Sergio, il lettore messo alla gogna da lei e i suoi adepti, che hanno messo su facebook la sua risposta alla mia domanda. Innanzitutto non mi è piaciuto il tono tipo presa per i fondelli che ha usato nei miei confronti.

Detto ciò vorrei chiarire alcune cose:
-Innanzitutto non sono un fan della Fallaci, che ritengo esagerata nella critica all'Islam, anche se condivido alcune cose che scrive.
Ondepercui si risparmi le battutine sui libri nel comodino. Anzi le consiglio vivamente la lettura di "Censura" di Shahriar Mandanipour, scrittore iraniano, questo è quello che c'è sul mio comodino.

-Probabilmente ha ragione quando parla di pregiudizio nei confronti del suo sito. In effetti mi è bastato leggere qualche link sui fatti dell'11 Settembre per formarmi un giudizio affrettato. Ovviamente io non credo ad una sola parola di ciò che c'è scritto a proposito per un semplice fatto: agli Stati Uniti sarebbe bastato molto, ma molto meno per avere una scusa per attaccare l'Iraq e successivamente l'Afghanistan. E poi quando vi accusavo di essere anti USA ovviamente mi riferivo ai loro governi e non certo ai cittadini statunitensi. Infatti dalla sua risposta mi conferma quello.
- Si, ok probabilmente ci potrebbero essere degli interessi di mezzo, anche se Haiti è un paese talmente povero che non vedo cosa possano spremere gli Stati Uniti. Fattostà che comunque la si veda e la si rigiri sono sempre i primi in termini di aiuti in soldi, medicine, medici attrezzature ospedaliere, acqua, cibo etc. E ripeto che riguardo a questo tipo di aiuti (e non di aiuti allo sviluppo) gradirei essere smentito quando parlo di assenza degli Stati Islamici. Mi piacerebbe che lei mi mandasse dei link, dei video dei documenti che provino il contrario (non mi interessano articoli e commenti vari, voglio fatti tangibili)
- Riguardo la critica feroce all'Islam non posso che confermarla proprio per il fatto che una RELIGIONE non può essere repressiva, violenta contro l'individuo, ancora di più verso la donna. per non parlare delle aspettative dopo la morte con i soli uomini che godranno delle attenzioni di migliaia di vergini (cosa veramente vergognosa ed allucinante). Le faccio presente che sono ateo, quindi mi risparmi i suoi accostamenti verso il cristianesimo ed il giudaismo che non mi appartengono. Anzi ritengo la filosofia religiosa buddhista l'unica che possa rispecchiare il mio pensiero.
Detto ciò le consiglio di essere meno prevenuto verso chi non la pensa come lei ed anche meno supponente.
Saluti


Sig. Sergio,
la mia risposta a quella sua lettera così apodittica non era una gogna, sebbene abbia usato indubbiamente toni molto duri e qualche ironia, non rivolta a lei personalmente, che non conosco, quanto a un diffuso modo di ragionare, appartenente anche a persone informate e laiche. Mi riferisco a un modo di leggere i fenomeni mondiali secondo il luttuoso e fuorviante schema del Clash of Civilizations.
Può sembrarle supponenza la mia, ma trovo che sia invece supponente la pretesa di distillare il senso di milletrecento anni di storia musulmana e l'essenza dell'Islam dalla lettura di un romanzo bestseller, come fa lei. Le risparmio «le battutine sui libri nel comodino», d'accordo, ma lasci che le risparmi anche le ipocrisie e glielo possa dire come semplice constatazione: lei ignora cosa sia l'Islam. Totalmente. La sua idea di paradiso musulmano è completamente fuori dal mondo, è teologia da bancarella. Come è sbagliata la visione della religione islamica come repressiva e violenta contro l'individuo.
Nella nostra cultura, nell'immaginario occidentale, è rimasta l'idea quasi inestirpabile che la sottomissione islamica a Dio debba intendersi come una sottomissione cieca, una sorta di fatalismo integralmente passivo in rapporto alla volontà divina. Questo non è un tratto caratteristico della civiltà musulmana: un mondo variegato, multietnico, ricco di confessioni e dottrine di diverso orientamento. Ammesso che abbia prevalso un'ortodossia islamica, è stata proprio quella che ha voluto ritrovare al massimo grado la responsabilità individuale dell'uomo, la sua collocazione in mezzo al mondo, la sua scelta assoluta e libera nelle cose del mondo. Esattamente il contrario di quello che pensa lei e che raccontano i nostri media.
Ecco, i media. Quanti sono i corrispondenti dal mondo islamico nei media italiani? Da chi ci facciamo raccontare quel mondo? In mancanza di uno sguardo attento, partecipe, aggiornato, sopravvivono i pregiudizi millenari. Non gliene faccio una colpa, sia chiaro, non ce l'ho mica con lei. Io ce l'ho con la Rai che non racconta il Medio Oriente. Ce l'ho con i quotidiani che ci ammorbano di gossip e non hanno un corrispondente al Cairo, un inviato a Teheran o a Islamabad.
A un cittadino che non abbia interessi diretti legati a quel mondo, e che non abbia la tigna di volersi informare sfidando correnti contrarie fortissime, rimangono percezioni quasi totalmente falsificate.
Fino a questa sua testardissima convinzione, spinta fino alle corde del razzismo, convinzione che ora conferma nella sua seconda lettera, secondo cui L'Islam sarebbe incapace di esprimere “pietas”. Le piacerebbe che la smentissi, dati alla mano. L'accontento con due esempi.
Uno “tangibile”, come dice lei. Qual è l'evento più recente paragonabile per portata al terremoto di Haiti? Lo Tsunami del 26 dicembre 2004, no? Si legga la lista delle donazioni compilata dall'Onu: http://ocha.unog.ch/fts/reports/daily/ocha_R10_E14794_asof___1001171854.pdf.

Come vede, ci sono numerosi paesi ed enti islamici che hanno raccolto e stanziato somme molto ingenti, secondo il loro peso economico sulla scena internazionale.
L'altra smentita è più antica. È nel Corano, in un versetto molto aulico:

«La pietà non consiste nel fatto che voi volgiate la faccia verso Oriente o verso Occidente. La pietà è di chi crede in Dio e nel giorno finale e negli angeli e nel Libro e nei profeti e di chi dà le ricchezze per amor di Dio al parente, agli orfani, ai poveri, ai viandanti, ai mendicanti, per riscattare gli schiavi, è di chi compie la preghiera e di chi paga la decima e di chi rispetta una promessa, una volta che l'ha fatta, e di coloro che sono pazienti nel dolore e nella sofferenza e nel giorno delle avversità. Questi sono i sinceri, questi sono i pii».

Certo, i taliban non rientrano in questa descrizione. Né vi rientrano certi emiri dissoluti del Golfo. Come farebbero fatica a rientrare nello schema del buon cristiano i cattolicissimi capi di Cosa Nostra o l'Emiro di Arcore. Tutto il mondo è paese, nelle incoerenze criminali e politiche.

Di fronte a posizioni come la sua mi chiedo cosa renda così minaccioso l’Islam. Io credo che sia il fatto che l'Islam sa individuare i punti di crisi della nostra identità. A partire dalla memoria di noi stessi.

Per cinque secoli la centralità culturale dell’Europa si è basata su di una manipolazione trionfalistica della memoria, secondo cui la civiltà forgiatasi nel Rinascimento discendeva direttamente da Atene, da Roma e dal cristianesimo, il quale aveva preservato e unificato il lascito delle due antiche capitali classiche dello spirito. La verità è ben altra. La verità è che, se non ci fosse stata la mediazione dell’Islam, il rapporto vitale con la civiltà ellenica non sarebbe avvenuto, né avrebbe avuto luogo la “svolta scientifica” che ha fatto grande l'Occidente. Il merito dell’Islam è nelle grandi mediazioni tra continenti culturali separati tra loro: l’India, la Persia, la Grecia, l’Egitto, fino a lambire la Cina . Per circa mille anni l’Islam ha svolto per il pianeta il ruolo che in quest’ultimo mezzo millennio è spettato alla cultura dell'Occidente. E oggi l’Islam si trova a fare da spartiacque, da difficilissima cerniera tra il nord e il sud del pianeta: «nel versante che dà sull’Europa esso vive, in una drammatica alternanza di assimilazioni e di rigetti, il confronto con la civiltà tecnologica; nel versante che dà verso l’Equatore, esso assorbe le religioni tribali in disfacimento e probabilmente offre ai “dannati della terra” una prospettiva di emancipazione politica» (Ernesto Balducci, L'Uomo Planetario).

Quel che mi sforzo di fare - e che tutti qui vogliamo fare nel guardare alle informazioni - è di scomporre gli schemi di chi vuole alimentare le guerre presenti e future con identità culturali irriducibili e blindate. Lei afferma che «agli Stati Uniti sarebbe bastato molto, ma molto meno per avere una scusa per attaccare l'Iraq e successivamente l'Afghanistan», senza appoggiarsi all'11 settembre. Però l'hanno fatto: l'11/9 viene proprio richiamato di continuo. Nessuna guerra oggi sarebbe affrontabile solo “tecnicamente”. Ogni guerra è anche una “guerra della percezione” che deve dominare la psicologia di massa con le rappresentazioni più funzionali allo scopo bellico, profondamente manipolate.


7 novembre 2009

Gli Arcana Mundi dell’Ocse

di Mario Seminerio - libertiamo.it.


Altro aggiornamento del superindice Ocse, altro tripudio di pacche sulle spalle ed autocongratulazioni. Siamo fatti così, insuperabili nel dar corpo alle ombre, nel bene e nel male. Dunque, vediamo il dato di settembre: “gli indicatori mostrano chiaramente una crescita in Italia, Francia, Regno Unito e Cina, mentre in Canada e Germania si vedono dei segni di espansione potenziale”. Bene, c’è in atto una ripresa, lo sapevamo da tempo. Quello che molti nostri politici non riescono a cogliere è che un leading indicator esprime una previsione di quello che potrebbe accadere tra sei-nove mesi. Non è assolutamente detto che la previsione si realizzi, ed anzi alcune recenti ricerche segnalano che il grado di correlazione del CLI (Composite Leading Indicator) dell’Ocse con la crescita effettivamente conseguita nei due-tre trimestri successivi si è ridotto, nell’era della globalizzazione.

Ma c’è dell’altro, ed è un caveat metodologico piuttosto serio. Scrive l’Ocse:

«Sebbene i segni di espansione siano evidenti in diversi Paesi, devono essere interpretati con cautela. In effetti il miglioramento atteso dell’attività economica, in rapporto al suo livello potenziale di lungo termine, può essere parzialmente attribuito a un decremento di questo stesso livello potenziale di lungo termine stimato e non soltanto al miglioramento dell’attività economica in sé»

Che tradotto vuol dire: attenzione, perché queste variazioni così vistose del CLI possono derivare dal fatto che ci troviamo in un “nuovo mondo”, dove il potenziale di crescita di lungo periodo si è abbassato. Che, detto in altri termini, suggerisce che ad un boom del CLI può corrispondere, dopo due-tre trimestri, una variazione del Pil piuttosto esigua, e come tale insufficiente a riassorbire la disoccupazione.

Le reazioni politiche di maggioranza al dato sono comprensibili: siamo in una congiuntura mai sperimentata prima, in cui le categorizzazioni a cui eravamo abituati sono venute meno, e dove le correlazioni tra fenomeni si sono in generale indebolite. Si pensi al concetto di benchmark, l’indice di riferimento, nei fondi comuni di investimento. Se in un anno l’indice di borsa perde il 20 per cento ed il mio fondo comune, che su quella borsa investe, perde “solo” il 10 per cento, il gestore verrà a dirmi che “ha battuto il benchmark”, e nella sua ottica è un grande risultato, quasi sempre sufficiente a fargli intascare un robusto bonus. Il risparmiatore viene convinto che, “date le condizioni dei mercati”, possiede un fondo di eccellenza. E’ forse è anche vero ma, come dicono i cinici, “tu non mangi la performance relativa”. Sei comunque più povero che a inizio anno.

A questo concetto corrisponde, nella comunicazione politica di oggi, la nozione di “posti di lavoro salvati”, che appare surreale al senso comune ma serve per rivendicare la giustezza del proprio operato, e che è stata adottata un po’ ovunque, dall’America di Obama alla Francia di Sarkozy. L’obiettivo, dopo un trattamento intensivo fatto di messaggi come questi, è quello di avere un elettorato “confuso e felice”, cioè meno incline al pessimismo, almeno fin quando non viene direttamente colpito da eventi traumatici quali la disoccupazione.

Appuntamento al dato di Pil del primo trimestre 2010, cioè quello maggiormente correlato con la variazione del superindice Ocse di settembre 2009, pubblicata oggi. Ma non trattenete il respiro: sarà una notizia priva di rilievo, un po’ come le smentite date in due righe nelle pagine interne. Difficile che qualcuno dei nostri pensosi editorialisti torni sulla correlazione tra CLI e Pil. E certamente per quell’epoca avremo altri temi su cui dibattere.

Ah, e per quanti preferiscono tenere i piedi per terra, ed al futuribile dei leading indicators preferiscono gli indicatori coincidenti, basati su hard data, ecco il mercato del lavoro americano di ottobre. E non ha per nulla una bella faccia. Ma che c’importa, tanto noi abbiamo “agganciato la ripresa”, come direbbe qualche zelante portavoce.

Fonte: libertiamo.it.
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Aggiornamento: su nFA Sandro Brusco demistifica ulteriormente il battage sulla "ripresa". Per il resto l'informazione rimane spiazzata al solito.