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28 gennaio 2015
#Tsipras. Il gran botto nel Laboratorio Greco
Se
consideriamo la Grecia come un laboratorio, così come
in molti fanno da anni, in occasione della vittoria di Tsipras abbiamo
assistito all'incendio di molti alambicchi. Chi conduce
l'esperimento, specie se si tratta di un test pericoloso, corre anche
il rischio di collaudare qualcosa che non risponde ai suoi modelli di
partenza: mette nel conto di sacrificare risorse, forzare i limiti,
spingere al massimo le resistenze, scoprire cosa brucia subito e cosa
provoca ritorni di fiamma imprevisti.
Se
gli va bene, scopre una nuova formula che potrà ogni volta
padroneggiare. Se gli va male, può provare e riprovare ancora sulle
cavie, e solo dopo potrà estendere le esperienze sicure su un
sistema più vasto. Oppure può circondare di misure di sicurezza
quel piccolo e scoppiettante laboratorio isolato.
La
Grecia è stata già altre volte un’officina per gli sperimentatori
delle élite occidentali. Se ci pensiamo, negli stessi anni in cui in
Italia gli ambienti atlantisti influenzavano la vita politica con la
strategia della tensione e vari tentativi di colpo di Stato, ad Atene
i militari andavano davvero al potere con un golpe, instaurando la
Dittatura dei Colonnelli (1967-1974). Nella culla della
civiltà europea si poté così sperimentare per qualche anno la
soppressione delle normali libertà civili, lo scioglimento dei
partiti politici, l’istituzione di tribunali militari speciali, il
ricorso alla tortura e al confino per migliaia di oppositori.
L’esperimento non funzionò. Il golpe classico suscitava troppa
opposizione interna e internazionale, i più intraprendenti fuggivano
e l’economia diventava insostenibile. Negli anni successivi, in
Italia, appresa la lezione greca, si dimostrò che funzionava
meglio un condizionamento di tipo piduista, che faceva
sentire la minaccia della violenza, ma usava un approccio più
graduale e tentacolare. Il prezzo del test lo avevano già pagato
i greci.
Nel
nuovo secolo, dall’instancabile cantiere oligarchico è partito un
ulteriore “esperimento greco”, proprio negli anni in cui si è
via via instaurato un nuovo tipo di regime
europeo:
cioè un regime che ha portato alle estreme conseguenze i
difetti sempre più odiosi e antidemocratici della costruzione
comunitaria e ha imposto le disfunzioni
permanenti
dell’euro,
una moneta «che non dovrebbe esistere», (come ha scritto finanche
il servizio studi del colosso bancario svizzero UBS),
e che impone anche notevoli costi per un'eventuale uscita.
[Naturalmente
debbo postulare che a carico dei greci sia stato realizzato un
esperimento pienamente intenzionale, altrimenti dovrei
concludere che l’Europa è governata da idioti e sprovveduti. Cosa
sempre possibile, ma meno probabile, nonostante le facce stolide di
molti governanti ed eurocrati.]
La
Grecia sarebbe stata sufficientemente piccola da poter disinnescare
il suo debito sovrano senza spargimenti di sangue, senza imporre
fiscalità assassine, senza deprimere l’economia, ecc. Eppure le
sono state imposte regole rigidissime, totalmente insensate e
destinate a fare un buco nell'acqua. Solo un mondo intellettualmente
fallito di pseudo-economisti traditori e ben pasciuti poteva
insistere per anni sull’«austerità espansiva»
(ossia praticare il salasso agli anemici aspettandosi di aumentare la
massa sanguigna: puro nonsense).
Si è abusato impunemente di un intero popolo, quello greco, che
aveva la colpa di non essere numeroso e di avere un PIL che incideva
sull’Europa quanto quello della provincia di Treviso sul PIL
italiano.
La
spirale del debito non veniva interrotta ma sovralimentata. Persino
negli algidi trattati tecnocratici europei, da Maastricht in poi, è
scritto il sacro principio della “Solidarietà fra gli Stati
membri”. I padroni del laboratorio hanno invece deciso che
quell’ingrediente doveva restare una lettera morta
sul ricettario.
Sulla
pelle dei greci, i padroni del laboratorio hanno così potuto misurare in una scala
relativamente ridotta una serie di fenomeni: quanto può crescere la
disoccupazione in un Paese e fino a che punto si deprezzano i beni,
quand’è che un sistema sanitario crolla, qual è il punto di
ebollizione da cui partono le rivolte violente e gli assalti ai
fornai, come si dosa il monopolio della violenza affidato alla
polizia, in che proporzione crescono i voti ai nazisti e quanto
questi siano utilizzabili per dividere il popolo, quale livello di
passività politica può raggiungere chi non ha più tempo per un
proprio ruolo sociale e deve pensare solo a sopravvivere mentre
evaporano stipendi e pensioni. Fino a che punto i partiti che reggono
il sacco alle banche straniere resistono ancora all’erosione dei
voti perché offrono ancora in cambio briciole residue per tenersi in
vita? Qual è la chimica di una nazione disperata? Esplode, si
evolve o implode?
La
troika
FMI-UE-BCE
è andata avanti registrando tutti i movimenti con i suoi schemi
immutabili, continuando l’esperimento con impassibilità e
recitando le sue orazioni neoliberiste. Naturalmente il messaggio
mafioso arrivava agli altri PIIGS,
maledetti maiali-cicala:
avete vissuto troppo al disopra dei vostri mezzi, siete nati per
soffrire e per «fare le riforme
strutturali»,
con una svalutazione del lavoro in favore del capitale finanziario.
Nel Laboratorio Grecia si esagerava, fino a volerla trasformare in
una Zona Economica Speciale alla cinese, con salari da poche centinaia di
euro, non senza aver distrutto quasi un milione di posti di lavoro.
Questo
calvario è richiesto ai greci ancora una volta dalla comare secca
che guida il FMI, Christine
Lagarde,
che ha rilasciato una tempestiva intervista su «Le Monde» e «la
Repubblica», il 27 gennaio 2015. Sarebbe stato interessante chiedere
alla Lagarde se è vero quel che dice su di lei il Gran Maestro
Gioele Magaldi nel suo libro “Massoni”,
cioè se appartenga a ben due logge massoniche ultraoligarchiche
transnazionali, la “Pan
Europa” e
la “Three
Eyes”,
alla quale ultima – sostiene Magaldi – sarà possibile rivelare
l’affiliazione anche di Giorgio
Napolitano
e
Mario
Draghi.
Anche senza aspettare le risposte di Christine e i suoi fratelli,
sappiamo comunque che la
pensano tutti allo stesso modo sulla Grecia.
A caldo, ieri, Draghi ha perfino fatto notare che
la pressione fiscale in Grecia resta «ben inferiore sia alla media
dell’area euro, sia a quella di tutta l’Unione europea a 28.»
Ossia: c’è ancora un po’ di carne da staccare dall’osso, che
cosa mai vorranno negoziare questi ellenici. Fabio Scacciavillani twitta:
«Un popolo di parassiti elegge una banda di ferrivecchi falliti».
Scacciavillani, per chi non lo sapesse, è Chief Economist del Fondo
d'investimenti dell'Oman. Per la sua ideologia, un insegnante greco è
dunque un parassita, laddove il Sultano dell’Oman è un adorabile
filantropo e i grandi fondi speculativi sono immacolati agenti del
Bene, purché ogni tanto li si foraggi con pubblico denaro: insomma,
il solito neoliberista con il mercato degli altri, con proiezioni freudiane sul parassitismo.
L’ascesa
di Syriza e del suo leader Alexis Tsipras è
nata dunque in reazione a questo esperimento crudele e interminabile,
perpetuato da tanti reggicoda e ideologi in seno all’establishment.
Dentro
le vampe del laboratorio, Tsipras ha dovuto fare una cosa molto
chiara: individuare il
nemico sin
da subito. Non ha mai pronunciato una frase come quella che invece
pronunciò Nichi Vendola
in un'intervista all'«Espresso»
del 16 giugno 2011,
quando vedeva tra i semi della svolta «l’impegno di due grandi
cattedre: quella di Papa Ratzinger e quella del papa laico, Mario
Draghi. Ambedue hanno colto nella precarietà un dato di crisi
globale della nostra società. Il mondo mette in movimento tanti
mondi. Tanti mondi mettono in movimento il mondo». Vendola associava
uno dei più venerabili maestri della prassi oligarchica, Draghi il
“papa laico”, nientemeno che a un nuovo «formidabile processo di
critica verso le oligarchie» fra i giovani e i movimenti. Si
spiegano molte cose sui diversi destini della sinistra radicale in
Grecia e in Italia.
Così
come non si sa cosa voglia dire oggi il vicepresidente
dell’europarlamento, Gianni Pittella (PD), quando invita
Tsipras ad «avviare da subito i negoziati con le forze progressiste
ed europeiste greche, per formare un governo stabile e autorevole»,
cioè con i complici più ipocriti dell’austerity. Tsipras, che è
un politico vero, si è guardato bene dal dargli retta, e un minuto
dopo ha invece concluso un accordo di governo con un altro partito.
Un partito di destra, ma con la faccia al posto della faccia, a
differenza di Pittella. Il quale continua il comunicato invitando il
buon Alexis ad affrontare insieme le «sfide enormi come la lotta
alla corruzione, all’evasione fiscale e alla disoccupazione», cioè
gli effetti secondari delle cause che Pittella e sodali hanno
favorito, ad esempio promuovendo i Mario Monti e i Papademos, i Jobs
Act e le iniquità strutturali dell’attuale moneta.
L’economista
anti-euro Alberto
Bagnai
si
è affrettato a dire
che Tsipras è solo uno specchietto per le allodole e che serve ad
anestetizzare il dissenso. Anche lui, come altri, ha notato che
Tsipras non sta guidando la Rivoluzione. Bagnai trascura però un
fatto che ha messo bene in luce Giuseppe Masala:
le armi in mano al nuovo primo ministro greco sono poche e spuntate,
mentre tante armi potenti sono in mano straniera. Tsipras potrà fare
politica e trovarsi alleati in Europa, ma l’esperimento (e anche
l’incendio del laboratorio) è ancora in corso.
Nelle
condizioni attuali, Tsipras non vuole fare la forzatura di una
spallata rivoluzionaria: il suo è puro realismo politico.
In
troppi dimenticano che il primo partito greco, Syriza, ha ottenuto
solo il 36,3% dei voti validi, i quali a loro volta sono da
calcolare su appena il 64% del corpo elettorale. Tsipras conosce bene
una famosa frase del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico
Berlinguer, a suo tempo molto meditata: «Sarebbe del tutto
illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra
riuscissero a raggiungere il 51 per cento dei voti e della
rappresentanza parlamentare... questo fatto garantirebbe la
sopravvivenza e l'opera di un governo che fosse espressione di tale
51 per cento.»
La
frase è del 1973: in Cile è appena andato al potere il generale
golpista Pinochet che ha rovesciato Allende, mentre i colonnelli
governano ancora Atene. Il dollaro da due anni non è più
convertibile in oro, e la domanda di dollari esplode con il boom del
prezzo del petrolio. In Italia settori rilevanti delle classi
dirigenti atlantiste fanno sentire “tintinnio di sciabole”, in
piena strategia della tensione. Berlinguer propone una forza di
governo a un paese a sovranità limitata, condizionato da leve che
non sono nelle sue mani, per lui ancora irraggiungibili. Con la
proposta del “compromesso storico” punta a far tollerare
al campo internazionale in cui si trova, all’interno del Patto
Atlantico, l’arrivo al governo di una forza in crescita,
eterodossa, formatasi con schemi diversi rispetto agli schieramenti
organici alla politica occidentale, e per giunta in storici rapporti
con l’URSS, nell’altro campo internazionale. Anni dopo, in
un’intervista, Berlinguer arriva anche a dichiarare che si sente
più sicuro sotto l’ombrello protettivo della NATO che sotto il
Patto di Varsavia. Il segretario del PCI porta ai limiti estremi
l’ipotesi difficilissima di cambiare la vita di uno Stato sulle ali
di un risultato elettorale che non si prefigge un “cambio di campo”
della nazione.
Finché
in Italia ci furono partiti forti e di massa, questi esercitarono una
semi-sovranità in grado di correggere e contenere l’esercizio
di poteri sovrani esterni che limitavano la sovranità italiana. Ma
c’era evidentemente un limite invalicabile, oltre il quale la
semi-sovranità soccombeva ai rapporti di forza opachi del sistema
atlantico.
Similmente,
Tsipras ha massimizzato la forza politica ottenibile con il voto
degli elettori in presenza di una proposta di governo riformatrice,
consapevole di muoversi all’interno di vincoli letteralmente
incontrollabili.
È
soltanto con il senno del poi che possiamo dire che la strategia di
Berlinguer non avrebbe mai potuto ottenere i suoi obiettivi. Ma con
il senno di chi agiva allora era una scommessa difficilissima,
purtuttavia degna di essere perseguita.
Allo
stesso modo, anche la scommessa di Alexis Tsipras è estremamente
difficile, perché è condizionata da un campo internazionale molto
maldisposto verso spinte contrarie al vento neoliberista, nel momento
in cui sul piano militare si moltiplicano i focolai di guerra lungo i
confini sempre più larghi della NATO, e sul piano economico si va a
grandi passi verso una “NATO economica” da regolare con i
nuovi trattati atlantici sul commercio e la finanza, con l’obiettivo
di abbattere il ruolo della Russia e consolidare un’Europa più
debole, In quel contesto, avremmo una Germania gendarme, circondata
da un immenso Mezzogiorno europeo impoverito: la versione upgraded
del Laboratorio greco. Un incubo reale.
Per
parte nostra, è però interessante notare che le strade non siano
state tutte percorse, e il futuro riservi quote di imprevedibilità
in grado di scottare gli scienziati pazzi. Il nuovo ministro greco
delle Finanze, Yanis
Varoufakis,
un comunista determinato e molto preparato, parla l’inglese meglio
dei maggiordomi europei che biascicano un misero anglofinanziese. Il
suo è l’inglese con cui conversa ogni giorno con il suo carissimo
amico James
Galbraith,
figlio del grande economista John Kenneth, a sua volta primo
consigliere economico di John F. Kennedy e indimenticato autore di
“L’economia della truffa”,
un libro che faceva già anni fa il ritratto dei nemici della Grecia.
I nemici di tutti noi.
Rispetto
agli anni settanta prima descritti ora interviene una dose maggiore
di caos sistemico. Ai piani alti scommettono sulla
controllabilità di questo caos per ottenere nuovi vantaggi, ma non è
affatto detto che possano controllare tutto. Attori politici
sufficientemente coraggiosi potrebbero cambiare lo scenario. Anche in
Italia. Purché sia gente che studi a fondo la figura di Gennaro
Migliore, per poi comportarsi in maniera esattamente contraria.
Purché sia gente che studi il M5S, ne colga la carica innovativa e
ne rigetti le sue tristi derive che portano a un vicolo cieco.
Non ci stancheremo infine di far
notare che in Europa hanno voluto aprire un altro importante
laboratorio di sperimentazione, stavolta in chiave militare, la
crisi ucraina, un golpe a trazione americana, con Kiev
occupata da plenipotenziari neocoloniali dell’élite oligarchica e finanziaria, e il Donbass percorso da milizie nazistoidi e da
mercenari. Le stesse classi dirigenti che hanno consentito per anni
lo scempio della Grecia, chiudono gli occhi di fronte allo scempio
dell’Ucraina, dove si stanno incubando
i germi di un nuovo modello violento e nazistoide, magari da ibridare con il laboratorio
finanziario greco. È perciò significativo che uno dei primissimi
pronunciamenti del governo Tsipras sia stato quello di sconfessare il comunicato dei leader europei che prefigurava nuove sanzioni
contro la Russia, con tanto di telefonata di Tsipras all'Alto
rappresentante UE Federica Mogherini per esprimerle solennemente «il
suo malcontento».
La
Grecia diventerà un soggetto combattivo. L'Europa
che ha affossato il gasdotto South Stream ma non vuole rinunciare al
gas dovrà passare proprio dalla Grecia,
visto che le pipelines convergeranno in Turchia. L'esperimento greco
riserverà sorprese inattese.
Intanto,
un fenomeno elettorale nuovo, Podemos,
in Spagna, anch'esso con il vento in poppa, individua già un tema
chiave: uscire dalla NATO. Il concetto può diventare a sua volta un
laboratorio, questa volta in mani popolari, per costruire le premesse
della vera libertà e della pace europea.
26 gennaio 2014
Sardegna, quando la sinistra è Renzi
di Pino Cabras.
Ti ci metti anche tu, Renato, con il solito trito ricatto: votate noi,
altrimenti vincono le destre. E chi l'ha detto che siete voi
l'alternativa? Dopo vent'anni che lo ripetete, abbiamo raccolto
sufficienti prove. Queste prove hanno le facce di Renzi, di Monti, di
Napolitano. Facce di rottamatori che non rottamano nulla, tranne i
nostri diritti. Ci avete rifilato ogni specie di tecnocrate italiano
organico all’élite planetaria, ogni cardinale del pensiero unico
economico, tutti i padri nobili del feroce disastro sociale di questi
anni. Il tuo partito è diventato il babbo insensibile di tutti i
precari, il fratello coltello di tutti i pensionati. Ci ha fatto
governare dagli uomini di Rockefeller e della Goldman Sachs, della
Commissione Trilaterale e del Gruppo Bilderberg.
Ti ho votato in passato e ti stimo ancora, Soru, perché in questo quadro hai spesso avuto un certo senso per il bene comune. Ma la tua analisi politica è travolta dagli eventi. Il fronte raccolto intorno a Pigliaru è un arroccamento conservatore che non ha nulla da dire rispetto ai disastri della dittatura europea dell'austerity, non è un'alternativa.
L'alternativa c'è, e non sta lì.
Ti ho votato in passato e ti stimo ancora, Soru, perché in questo quadro hai spesso avuto un certo senso per il bene comune. Ma la tua analisi politica è travolta dagli eventi. Il fronte raccolto intorno a Pigliaru è un arroccamento conservatore che non ha nulla da dire rispetto ai disastri della dittatura europea dell'austerity, non è un'alternativa.
L'alternativa c'è, e non sta lì.
8 gennaio 2014
Il Mario Monti sardo
di Daniele Basciu.
Nei tempi in cui l’austerity sta distruggendo la civiltà in un intero continente si terranno in Sardegna le elezioni regionali. Il PD presenta come candidato per la presidenza l’economista Francesco Pigliaru, schierato con Matteo Renzi ed ex assessore della giunta Soru.
Bisogna aver chiaro qual è la vision di Pigliaru, è sufficiente leggere le sue parole di due anni fa. Commentando la lettera del 2011 della BCE inviata all’Italia, Pigliaru scriveva:
“Mentre aspettiamo che Berlino abbia il coraggio politico di fare la cosa giusta, noi italiani abbiamo una precisa agenda di cose da fare. L’elenco stilato il 5 agosto scorso da Draghi e Trichet nella lettera a Berlusconi basta e avanza per fare chiarezza tecnica sulle questioni principali: si tratta, in sostanza, di liberalizzare i servizi pubblici locali e i servizi professionali; di ridurre la rigidità della contrattazione salariale, per riconoscere differenze fra aziende e fra territori; di adottare la flexsecurity proposta da Pietro Ichino per avere più occupazione insieme a più garanzie per chi perde il lavoro; di mettere ordine nel sistema pensionistico, “rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità”In altre parole perorava l’ABC del credo che sta devastando l’Europa: liberalizzazioni, privatizzazione dei servizi pubblici, deregolamentazione del lavoro, irrigidimento sulle pensioni. Interventi che, è stato già abbondamente evidenziato anche in contesto accademico (nel caso in cui qualcuno non si accorgesse di ciò che avviene guardandosi intorno), hanno avuto esiti disastrosi per la collettività. Si veda ad esempio questo ottimo documento di Stefano Lucarelli, docente di Economia Monetaria Internazionale presso l’Università di Bergamo nel dipartimento intitolato ad Hyman Minsky.
Ma perchè Pigliaru è convinto che si debbano applicare le ricette della BCE ? Semplice, perchè secondo Pigliaru il bilancio dello Stato è come quello di una famiglia, scrive: “Basta far finta che si tratti di una famiglia e il meccanismo appare in tutta la sua semplicità“.
Questa affermazione applicata agli Stati sovrani è totalmente priva di senso, e fa parte dei “manuali di fantascienza” che vengono studiati e insegnati in molte facoltà di Economia al posto del funzionamento dell’economia reale. Viene presentata da Pigliaru come una “condizione naturale” ma in realtà è la peculiare condizione creata in eurozona, in cui gli Stati da monopolisti della valuta sono stati ridotti ad esserne utilizzatori, come accade nel terzo mondo. “Facendo finta” che lo Stato sia una famiglia, e che il debito pubblico debba essere gestito come il debito privato, un gruppetto di tecnocrati non eletti sta devastando un continente intero, imponendo una deflazione indotta che annienta il mercato interno per costruire una “macchina da export”, come spiega Mario Monti in questo delirio. È spaventoso che un economista Prorettore Delegato per la ricerca scientifica dell’Università di Cagliari sia portatore di questa superstizione economica, ed è grottesco il fatto che a sostenere questo economista sponsor delle ricette della BCE ci sarà anche il partito di cui fa parte il sindaco di Cagliari, che sulle “ricette della BCE” diceva queste cose qui: LINK
Dove portano queste ricette? qui (fonte tradingeconomics):
Questa è la lista dei 21 paesi al mondo con la peggior crescita anno su anno: 13 su 21 sono paesi Eurozona, che stanno “facendo le riforme”, trattano il debito pubblico come se fosse debito privato, e ignorano che la disoccupazione e la crisi economica sono una conseguenza dei deficit pubblici troppo bassi, e non del contrario.
Ma c’è in Sardegna una deformazione di lunga data, che considera come assolutamente “speciale e peculiare” quello che accade nell’isola, come se fosse un mondo a parte. Così ad esempio la deindustrializzazione in corso da oltre vent’anni è vista come una conseguenza del fatto che “l’industria petrolchimica non faceva parte delle nostre tradizioni“, ignorando completamente l’evidenza oggi lampante che la deindustrializzazione della Sardegna è stata un pezzo di un processo di smantellamento industriale molto più ampio consapevolmente condotto in Italia a vantaggio della Germania, con la svendita del sistema misto Stato-impresa che Letta intende completare da qui a breve. Il corollario è che spesso i soggetti politici locali sono visti e descritti come slegati dai partiti che li esprimono, ma qualsiasi ipotetico scenario futuro in una regione italiana deve necessariamente essere inquadrato nella realtà concreta costituita dall’Eurozona di concentramento e dall’isteria religiosa anti-debito pubblico che domina l’Europa.
E Pigliaru non è un entità autonoma. È l’espressione del partito che ha votato il pareggio di bilancio in Costituzione, il Fiscal compact, che ha sostenuto i governi Monti e Letta, e che ha posizionato un ex FMI come Cottarelli a capo della commissione spending review. É uno che scrive che “Il problema della crisi in Italia è che ha colpito un organismo economico molto debole, abituato a cavarsela con svalutazioni competitive e creazione di debito pubblico”
La Sardegna non è su Marte, è in Unione Europea. C’è la deindustrializzazione (c’è stata in anteprima), c’è la crisi, 700mila persone che vivono sotto la soglia di povertà, c’è il 41% di disoccupazione giovanile. Se Pigliaru vince le elezioni, ci sarà anche un sacerdote dell’austerity al governo dell’isola, esattamente come accade in tutta Europa, e con gli stessi risultati.
Se ne uscirà l’Italia ne uscirà anche la Sardegna, altrimenti non cambierà niente. A meno che la Sardegna non diventi uno Stato indipendente, che emette e spende come monopolista la propria moneta, di cui impone l’uso con la tassazione. Uno Stato consapevole del funzionamento dei sistemi monetari moderni fiat e del fatto che il deficit dello Stato diventa la ricchezza materiale e finanziaria del settore privato, e che spende per ottenere il benessere della collettività e la piena occupazione. Niente di nuovo, ma solo quello che Warren Mosler ha spiegato al Quebec quasi vent’anni fa e a Cagliari per due giorni interi, nel 2012, si chiama MMT.
Fonte: http://econommt.wordpress.com/2014/01/07/il-mario-monti-sardo/.
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10 dicembre 2012
Il Grillo, il Principe e la Terza Repubblica
Alcuni consigli a Beppe sui candidati, sul governo e sul nuovo Capo dello Stato
«…
li buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino dalla
prudenzia del principe, e non la prudenzia del principe da' buoni
consigli.» (Niccolò Machiavelli, Il Principe, cap. XXIII)
«…quindi
dateci una mano piuttosto che martellarci, a me e a Casaleggio, di
darci delle martellate in testa, dateci consigli, una mano, abbiamo
bisogno tutti uno dell’altro. Grazie.» (Beppe Grillo, Comunicato n. 53, beppegrillo.it)
di Pino Cabras – da Megachip.
Quando Niccolò Machiavelli compilò quasi tutti i capitoli della sua opera più famosa, Il Principe,
era il 1513. Mezzo millennio fa. L’autore osservava un’Italia
debilitata, soggetta a mani barbare che la spossessavano. Machiavelli
scrisse il Principe per trovare soluzioni politiche pratiche e per
immaginare un soggetto forte che le mettesse in atto. Pensava che nella
crisi di allora ci fosse comunque un’opportunità.
Esattamente
cinque secoli dopo, l’Italia – in condizioni storiche certo assai
diverse - è di nuovo la preda di poteri che la percorrono, la derubano,
la dividono.
Anche
nella crisi di oggi sorgono opportunità e pericoli affrontati da nuovi
interpreti. Cambieranno presto molti di questi interpreti, muteranno i
partiti politici, e in mezzo a questo tramutare in molti già ora
vogliono dire la loro, esserci, sfiorare i panni che il Principe potrà
vestire. Da qui i consigli, le adulazioni, le demonizzazioni.
Da
qui anche il mio divertimento nell’accostare la frase di Machiavelli e
quella di Beppe Grillo, ossia il soggetto politico che turba il sonno
dei Principi decaduti riparatisi dietro Rigor Montis. Che Principe
avremo nel 2013? Monti? Berlusconi? Bersani? O proprio Grillo? Andiamo
con ordine.
Spero
che tutti abbiano ben presente che le elezioni politiche, ormai
vicinissime, non decideranno solo la sorte di un parlamento e di un
governo. Cambieranno per prima cosa il Principe che abita al Quirinale.
Il quale Principe conta parecchio. Abbiamo visto quanto egli sia stato
decisivo per imporci il governo di tecnocrati neoliberisti, scelti fra i
minori economisti della nostra epoca, e quanto abbia trafficato per
mettere in mani lontane la già poca sovranità che avevamo. La
combinazione fra nuovo Presidente della Repubblica, nuovo parlamento e
nuovo governo avrà un effetto durevole. Se non fosse ancora chiaro, lo
ribadisco: sarà in questi mesi che si deciderà l’impronta della Terza Repubblica.
In
Italia ricorrono i cicli ventennali, e durano così tanto perché chi li
guida vince all’inizio. Monti e Napolitano hanno preparato il terreno
per un nuovo ciclo ventennale, anche se non lo amministreranno certo
tutto loro, bensì Bersani, Vendola e gli altri vassalli dell’Impero. Il
Fiscal Compact, il patto di bilancio europeo, è appunto un vincolo
ventennale, che loro hanno già accettato. È un incubo lunghissimo, al
termine del quale, rispetto a mezzo millennio fa, mancheranno solo i
lanzichenecchi. E non è nemmeno detto che ce li faranno mancare.
Chi si oppone a questo incubo?
Si
oppongono forse i partiti che hanno ereditato l’elettorato di sinistra?
No di certo. Hanno consegnato milioni di elettori, docili come
agnellini, agli strateghi di scuola Goldman Sachs e Bilderberg,
da Prodi a Draghi a Monti. Altri milioni di elettori, che a un certo
punto hanno capito l’andazzo, hanno iniziato a non votare. Altri ancora,
specie gli intellettuali, hanno giocato troppo a fare l’ala sinistra del centrosinistra.
Fanno errori infiniti, ripetono sempre le stesse mosse e imparano dagli
errori troppo lentamente rispetto all’accelerarsi della Storia. Hanno
pure bei programmi, ma caos organizzativo totale.
I
partiti di destra che hanno orbitato intorno a Berlusconi – nel
frattempo - sono nel marasma. Ci provano pure a sottintendere un mondo
senza Monti, senza questa Europa dittatoriale, senza Fiscal Compact. Ma
si vede da lontano che non hanno uno straccio di idea, fino a subire il
ritorno della mummia di Arcore.
Poi
c’è Grillo. Che non è un fungo spuntato dal nulla. L’attore genovese ha
guadagnato il suo primo sostrato di popolarità dalla sua originaria
caratura di personaggio televisivo, ben oltre vent’anni fa, e ha
integrato questo patrimonio con lo specifico del teatro, infine lo ha
riportato sul terreno di internet e poi nelle urne elettorali. È stato
un lavoro lungo. Lo ha rivendicato lui stesso: «Io
ho cominciato vent’anni fa girando il mondo, visitando laboratori,
intervistando ingegneri, economisti, ricercatori, premi Nobel. Ho rubato
conoscenze ai grandi. Mi sono informato, mi son fatto un culo così,
anche se molti mi prendono per un cialtrone improvvisatore. E ora questi
pensano di metter su movimenti in quattro e quattr’otto.» Non posso dargli torto.
C’è
stato dunque un lavoro organizzativo e ideologico, in cui Grillo ha
costruito una narrazione, affidandosi saldamente a un pilastro
patrimoniale, la sua azienda, a suo agio con i meccanismi della società
dello spettacolo. Da un certo punto in poi Grillo non ha più mosso un
solo passo senza il suo socio di ferro, Gianroberto Casaleggio, anch’egli fermissimo nel costruire un partito-azienda.
Mentre il partito-azienda di Berlusconi voleva far durare eternamente
gli anni ottanta del XX secolo, il partito-azienda di Grillo e
Casaleggio ha voluto promettere in anticipo gli anni ottanta del XXI
secolo. Due narrazioni opposte, ma entrambe lontane dalle forme di
attività politica del partito-massa novecentesco, ed entrambe
consapevoli che siamo dentro un grande show. Grillo ha via via rafforzato il suo efficiente modello imprenditoriale in cui c’è sinergia fra il suo blog, gli spettacoli, un certo networking
su temi politici, sociali e ambientali che esalta protagonismi
giovanili e buone pratiche amministrative, fino a portarlo in politica
nel Movimento Cinque Stelle.
Per
i temi che propone, e per il fatto che si oppone frontalmente e senza
compromessi a un ceto politico terribilmente screditato, il Cinquestelle
è diventato il punto di coagulo dell’opposizione, l’unico
attualmente in grado di portare in Parlamento rappresentanti non
organici al "Pensiero Unico". La creatura ha raggiunto elettoralmente e
mediaticamente una massa tale da affascinare nuovi votanti disposti a
sospingerla in alto. In questo modo, Grillo e Casaleggio si trovano
buone carte in mano da giocare per la partita della Terza Repubblica.
Finora hanno scelto di non cambiare il loro gioco. Poiché la partita si
disputa adesso, le contraddizioni in seno ai Cinquestelle si notano di
più. Ad esempio la retorica «uno vale uno» e la «democrazia diretta»
cedono il passo al «comunicato 53» del 29 ottobre 2012, nel quale Grillo dichiara: «io devo essere il capo politico di un movimento»,
laddove impone una regola inderogabile per decidere chi si può
candidare: «chiunque sia stato iscritto a una lista comunale o
regionale», e nessun altro.
Poi
si scopre invece che sono state concesse eccome delle deroghe, e si
sono posizionati bene nelle liste anche candidati che non avevano mai
fatto parte di liste locali, mentre altri in analoghe situazioni o
perfino ex candidati non potevano partecipare, stoppati dallo staff dei
capi. Misteri del Casaleggium. Come si spiegano? Quale questione di fondo sollevano? C’è solo da capire, non da gettare la croce su qualcuno.
La questione è semplice. Nemmeno i Cinquestelle si sono finora sottratti alla «legge ferrea dell’oligarchia»
dei partiti, enunciata nel 1911 da Robert Michels, un politologo
tedesco. Cosa dice, in sostanza, questa regola secolare? A dispetto di
una struttura democratica aperta alla base, nel partito tende sempre a
formarsi una struttura comandata da un numero ristretto di dirigenti che
godono di risorse informative, finanziarie e organizzative
asimmetriche. Le gerarchie possono essere esplicite o implicite, palesi o
in ombra, ma pesano comunque in modo decisivo. Questo vale per grandi
partiti massa, ma diventa stridente in una formazione che rivendica di
avere un “non-statuto” e si rimette solo alle regole del codice civile
sulla proprietà dei marchi, proprio mentre spende ogni parola possibile
in favore della “democrazia diretta”. Tutto ciò può funzionare in
un’azienda, può procedere bene in una piccola comunità. Ma quando
la dimensione dell’azione politica si estende a un paese di sessanta
milioni di abitanti, la democrazia rappresentativa è l’unica cosa che
può reggere.
Lo stesso Grillo lo ammette: «Fosse
dipeso da me, ci saremmo fermati ai comuni e alle regioni, il movimento
è nato dimensionato sulle realtà locali. Il Parlamento è fatto su
misura dei partiti. Ma ora come fai a deludere le aspettative di tanta
gente? Ci costringono a presentarci alle politiche.»
L’ideologia dell’«uno vale uno» su questa scala non funziona dunque più, amen.
Certo, Grillo ribadisce che non vuole portare in parlamento chi ha «il
Dna corrotto dall’organizzazione-partito. E poi ci inventiamo un
meccanismo di democrazia partecipativa per far governare i cittadini».
Ma in attesa di tutto questo, nella realtà effettuale il capo è lui. E
lui decide chi c’è e chi non c’è. La decisione avviene all’interno di un
bacino ristretto di candidati, determinato con regole dichiarate
rigidissime e nondimeno occasionalmente aggirate con il consenso del
vertice. Le «parlamentarie», con il voto di alcune decine di migliaia di
italiani, ratificano.
Spettacolare
contraddizione: un partito che esalta la democrazia diretta contro la
democrazia rappresentativa accondiscende pragmaticamente a meccanismi di
selezione fra pochi cittadini strettamente vigilati da un’élite
circoscritta.
Militanti e elettori del M5S farebbero bene a trarre una prima lezione: a questi livelli, la rappresentanza
non consiste nel fare di un parlamentare un “dipendente” che agisce
solo da portavoce. I padri costituenti c’erano già arrivati senza
sbatterci il muso. Ora, Grillo ha fatto un pantheon dei “santi laici”,
includendo tra gli altri Aldo Moro. Benissimo. Ma Moro e gli altri
costituenti scrissero non a caso l’articolo 67 della Costituzione: «Ogni
membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue
funzioni senza vincolo di mandato». Il terreno di azione costituzionale possibile oggi è questo e non altro.
Perciò
il meccanismo di selezione della rappresentanza scelto da Grillo e
Casaleggio - e ratificato tra i mugugni dagli attivisti cinquestelle –
insiste narrativamente a dire “democrazia diretta”, ma non la può
attuare davvero, con il risultato di produrre delle liste terribilmente modeste.
E allora mi chiedo: come potrebbe l’Italia, pur stufatasi di Monti e
disgustata da Berlusconi, affidarsi a queste liste? Le recenti elezioni
regionali siciliane ad esempio, hanno sì dimostrato che Grillo è in
boom, ma non intercetta gran parte dell’astensione. Col risultato che
governano altri.
Stanti così le cose, non ci dovremmo attendere un risultato diverso su scala nazionale.
Ecco
il punto: voglio credere ancora che Grillo non si accontenti di un
risultato modesto e colga invece l’occasione storica, per quanto essa
faccia tremare i polsi. Prendo spunto dal suo appello, quando chiede: «dateci consigli, una mano, abbiamo bisogno tutti l’uno dell’altro». Spero che si tratti della «prudenzia del principe» che fa sorgere i «buoni consigli».
Il consiglio è semplice, caro Grillo: non limitarti a dire «sono il capo politico di un movimento», cioè l’ennesimo (ancorché originale) capopartito, alla guida di un ennesimo (seppur eccentrico) partito.
Prova invece a esercitare una leadership più vasta e più utile al sogno che hai dichiarato. Ricordi la domanda di Travaglio: «Come te lo immagini, il prossimo Parlamento?» E tu: «Me
lo sogno pieno di rappresentanti di tante liste civiche, movimenti di
gente perbene. Ragazzi, professori, esperti. I nostri di Cinquestelle, i
No-Tav, quelli dell’acqua pubblica, dei beni comuni, gli altri
referendari.»
Bello, ma finora hai invece determinato la formazione di liste dalle dinamiche molto partitiche, troppo lontane da quel sogno.
Perché
è accaduto? I recenti successi elettorali hanno attirato frotte di
“soccorritori del vincitore”: gente incontrollabile, in grado di
corrompere irrimediabilmente la forza politica plasmata finora dal
fondatore. La decisione dal vertice dell’azienda – chiudersi - è stata
una decisione d’emergenza, «sennò ti entra Toto u curtu e poi ce lo hai tutta la vita dentro, Toto u curtu», dice Grillo.
La cosa si comprende perfettamente. Un leader che ha costruito una sua reputazione
nell’arco di decenni agisce d’imperio per preservarla, perché è la
risorsa chiave che alimenta il motore: quella reputazione gli consente
di avere l’autorevolezza e il consenso
per decidere in qualità di dirigente, di garante, di tessitore, di
iniziatore. Una classica democrazia del «carisma», più che una
futuribile democrazia di «cliccattivisti».
E
allora, mi chiedo, perché non usarla più largamente e meno
ipocritamente - e meno patrimonialmente - questa autorevolezza? Cos’ha
in mente Grillo, ora? Forse non il governo. Forse vuole limitarsi alla
testimonianza, con poche decine di parlamentari, in attesa di tempi
migliori. Ma quali tempi migliori? Se la Terza
Repubblica nascerà come lo zombie dell’attuale sistema, il Paese andrà a
fondo in poco tempo. Serve una forza di governo, o almeno
un’opposizione forte e non marginalizzata.
E qui vengo a sviluppare meglio il mio personalissimo consiglio.
Il
riferimento va a un esempio storico di alcuni decenni fa, che ci può
ispirare senza dimenticarci che viviamo in tempi molto diversi da
allora, con altri partiti, altri scopi, altre idee, ecc. È solo un utile
esempio funzionale per vedere come può operare la rappresentanza.
Ebbene, chi era il punto di coagulo dell’opposizione negli anni settanta? Era il PCI,
uno strano partito che pur essendo di massa, a un certo punto decise
che non poteva bastare a se stesso, e perciò alle elezioni presentava
candidati indipendenti. Naturalmente questi condividevano molte idee di
quel partito, non andavano certo in campo avversario, ma avevano
biografie autenticamente svincolate ed erano in grado di rappresentare
interessi che il PCI non raggiungeva con le sue sole forze. La
cosiddetta Sinistra Indipendente formava perfino un suo gruppo parlamentare autonomo,
che portò alle Camere voci autorevoli, competenti, oneste,
rappresentative, perfettamente in grado – una volta concluso il mandato –
di non impigliarsi per sempre al “mestiere” politico. Questi
parlamentari contribuirono tra l’altro a scrivere ottime leggi, cosa
niente affatto secondaria.
Ebbene, il Movimento Cinque Stelle, lo ripeto, è di fatto il punto di coagulo dell’opposizione
dell’oggi e dell’immediato domani, e ha una straordinaria
responsabilità storica, che anche in bocca a Beppe Grillo suona con
queste esatte parole: «Ma ora come fai a deludere le aspettative di tanta gente?»
Se
la sua preoccupazione è questa, allora diventa cruciale, nel brevissimo
tempo che rimane da qui alle elezioni, presentare liste migliori di
quelle varate con la consultazione infra-partitica delle
«parlamentarie». Non c’è tempo per fare una grande selezione di massa.
C’è tempo invece per guardarsi intorno fra «rappresentanti di tante liste civiche, movimenti di gente perbene. Ragazzi, professori, esperti» (riuso le parole di Beppe). I Cinquestelle li conoscono già: «I No-Tav, quelli dell’acqua pubblica, dei beni comuni, gli altri referendari.» Scelga
Grillo alcune decine di «saggi» indipendenti da presentare in vista
delle elezioni in aggiunta al quadro delle liste attuali:
alcuni da candidare come parlamentari, altri come possibili ministri,
altri come autorevoli garanti. L’esposizione di Grillo sarebbe calibrata
e cesserebbe di essere una sovraesposizione. La presenza di
parlamentari indipendenti e non trasformisti sarebbe il seme di una
nuova democrazia. Diventerebbe il punto di confluenza di una forza
popolare in grado di dirigere e riformare profondamente la Repubblica.
Troverebbe un’Italia disposta a una reale alternativa. Darebbe una
prospettiva a milioni di elettori altrimenti portati ad astenersi.
Il
programma? Con pochi punti ben scritti e ben difesi ci ritroveremmo a
milioni. E sarebbe un programma opposto agli attuali partiti.
Disegnerebbe una Terza Repubblica lontana anni luce dallo sfascio
odierno.
Accennavo
al fatto che nel 2013 si eleggerà il nuovo Capo dello Stato. Pur non
essendo l’Italia una Repubblica presidenziale, il collegio elettorale
che deciderà chi va al Quirinale si formerà adesso, a partire dalle
cabine elettorali. Alla più alta magistratura perché mai proporre un Di
Pietro, così consumato dai difetti partitocratici?
Non sarebbe forse più adatta una figura come quella del magistrato Roberto Scarpinato?
A proposito dei machiavellismi delle classi dirigenti italiane,
Scarpinato – oltre ad avere la migliore biografia professionale per il
primato della legge – è l’autore de «Il ritorno del Principe»,
un ritratto spietato di queste classi dirigenti da cambiare. Io lo
proporrei, con forza, Scapinato, per far capire quanto si vuole cambiare
il Paese, in antitesi con i presidenti che insabbiano le inchieste
sulla criminalità politico-mafiosa. Sarebbe una direzione chiara, e
coerente con la storia della migliore opposizione allo sfascio di questi
anni. Divulgherebbe ancora meglio la buona novella: con noi si cambia
davvero, e lo si fa con il volto migliore della legge.
Questo
per il Presidente della Repubblica. E per il Presidente del Consiglio,
invece? Grillo non vuole fare il candidato premier. Ma il ruolo di mero
garante gli sta strettino assai. Nel momento in cui facesse la grande
operazione di apertura agli indipendenti, anche questa questione si
potrebbe rapidamente discutere e risolvere. Si vedrà.
Come
si sarà ben capito, nel dare questi consigli molto personali barcollo,
perché ho ben chiare le speranze suscitate in questi anni da chi, come
Grillo e altri, si è battuto per una rivoluzione politica e culturale,
ma ho altrettanto chiare le difficoltà e i vicoli ciechi della dura
realtà, così come il succedersi di speranze a buon mercato. Oscillo
insomma fra passione politica, volontà di cambiare, e ragionevole
diffidenza. È colpa del Minestrone. No, non la
pietanza. È un film che ho visto tempo fa e di cui racconto - anche se
non si dovrebbe – il finale. Fu girato nel 1981 da Sergio Citti con una
strana ispirazione pasoliniana, e un cast che comprendeva anche Roberto
Benigni e Giorgio Gaber. Quest’ultimo nel film
interpreta il ruolo di un santone molto ieratico che fa sperare la gente
in una “Terra Promessa”. Molto prima di Forrest Gump, Gaber inizia a
muoversi per le strade, seguito da una folla crescente.
Mamme speranzose gli fanno baciare i loro pupi e lo seguono anch’esse,
assieme a tanti affamati in viaggio per "qualcosa di meglio" che non
c'é. Il viaggio a piedi porta il profeta e la processione di seguaci
fino a un assurdo ghiacciaio alpino, che apre l’orizzonte ma chiude
drammaticamente la strada. A quel punto gli chiedono: «Ma dove ci hai
portati?» E Gaber: «E che cazzo ne so?». Inizia a ridere follemente. Finisce il film.
Ecco la scena: http://www.youtube.com/watch?v=3EEeiIdoGkw.
Perciò mi consola che nell’intervista che qui ho tanto citato Beppe Grillo dica: «Se
falliamo, ci appendono per i piedi: almeno quelli che si ostinano a
pensare che l’Italia la salva l’uomo della Provvidenza che mette le cose
a posto mentre loro delegano e si disinteressano. Ma dai, ragazzi,
basta coi leader e i guru, diventiamo adulti». Beppe chiama tutti alla responsabilità. Mi spaventa solo quando dice: «io getto le basi, faccio il rompighiaccio», perché rivedo il ghiacciaio del film. Ma è solo un’assonanza.
Fonte: http://www.megachip.info/tematiche/beni-comuni/9440-il-grillo-il-principe-e-la-terza-repubblica.html.
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2 novembre 2012
Se Grillo sale, i golpisti dello spread torneranno in azione
di Pino Cabras - da Megachip.
Quasi un anno fa, proprio a novembre, erano giorni trionfali per la sovversione dall’alto in Italia decisa a livello di classi dominanti globali. Era quando il Presidente della Repubblica nominava senatore a vita Mario Monti, fra tutti i tecnocrati disponibili quello più organico all’élite planetaria (essendo Mario Draghi già a capo della BCE). Ed erano i giorni in cui Il Sole 24 Ore titolava a titoli cubitali "FATE PRESTO", per dare il massimo risalto alla paura dello spread e piegare la sovranità di una nazione. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ora che i risultati elettorali premiano Beppe Grillo, in vista delle elezioni del 2013 la minaccia descritta dal Sole 24 Ore è di nuovo chiara: lo spread sarà ancora la leva per sottomettere gli italiani, e piegare Grillo. “La sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”, disse Franklin D. Roosevelt nel suo discorso inaugurale nel marzo 1933. Il consiglio del giornale di Confindustria al popolo italiano è, per contro, “Abbiate paura! Sempre!”. La franchezza che emerge in questo articolo di Vito Lops è brutale. Il pezzo merita di essere letto per intero, con le nostre sottolineature.
Prima di quella lettura va aggiunta una considerazione. In caso di pericolo di colpo di Stato, normalmente, il nucleo lealista delle istituzioni reprime anche penalmente i golpisti. L'articolo del Sole 24 Ore non nomina i golpisti, e usa perfino l'ironia di chiamarli «i “fantomatici” mercati». Ma non sono fantomatici. Hanno nomi e cognomi, indirizzi, interessi da colpire. Il problema è che il nucleo istituzionale della nostra Repubblica stende tappeti e cuscini davanti a quei nomi e indirizzi, e ne sposa gli interessi. Distratti dai furti dei rubagalline alla Lusi (ancorché galline dalle uova d'oro), ancora in troppi non si accorgono che i furti veri - in nome del debito - sono favoriti dai complici istituzionali dei golpisti. Lusi è andato in galera. Se ci fosse giustizia ci dovrebbe andare anche gente più in alto di lui. I nomi e i cognomi, in questo caso, li fa anche Il Sole 24 Ore.
Grillo non si ferma più e spaventa anche la finanza.
L'esperto: se vince le elezioni lo spread vola oltre 500
di Vito Lops - Il Sole 24 Ore.
Che sia giusto o sbagliato siamo entrati in una fase storica in cui non si può negare che i mercati abbiano un peso notevole nell'influenzare la politica dei governi. Lo ha confermato anche il premier Mario Monti, rispondendo alle domande sull'eventuale "minaccia" all'esecutivo rappresentata dalle recenti esternazioni di Berlusconi che ha ventilato l'ipotesi di staccare la spina al governo. Monti ha detto: «Lo chieda ai mercati». Del resto, in un certo qual modo, è stato proprio l'impennarsi dello spread fino a 575 punti base l'autunno scorso a spingere il presidente Giorgio Napolitano a nominare d'urgenza Monti senatore a vita, atto necessario prima del passaggio a premier dell'attuale governo semi-tecnico. Quindi, a conti fatti, sono stati propri i mercati a spingere un tecnico come Monti alla guida dell'Italia. Gli stessi mercati che hanno avuto il loro peso nel vanificare il tentativo di referendum anti-euro in Grecia a fine 2011 e hanno spinto Atene a elezioni ripetute sine die fino ad ottenere una maggioranza più solida. E gli esempi in questo senso, quelli della pressione dei mercati sulle scelte politiche, potrebbero essere ampliati.
A questo punto, è forse opportuno porsi un'altra domanda.
Dopo lo straordinario successo che il Movimento 5 stelle ha ottenuto nelle elezioni in Sicilia - difatti il primo partito nell'Isola con il 15% dei voti e con un investimento in campagna elettorale di soli 25mila euro - come potrebbero reagire i "fantomatici" mercati a un eventuale analogo successo di Grillo alle elezioni parlamentari della prossima primavera?
Un successo che, stando ai sondaggi, potrebbe concretizzarsi visto che attualmente il Movimento 5 stelle è intorno al 20% e si proietta al momento come seconda forza politica del Paese, dopo il Pd.
«I mercati cercano politiche che siano coerenti con gli interessi dei detentori del debito: chiunque e in qualunque forma tuteli il rimborso delle obbligazioni detenute dagli investitori globali è sostenuto e non avversato dai flussi di investimento; nel caso contrario - si veda il referendum greco cancellato con un colpo di spread - si innescano quelle vendite che molti identificano con la cosiddetta speculazione», spiega Gabriele Roghi, responsabile gestioni patrimoniali di Invest Banca.
«Il discorso generale è che la politica e la democrazia sono state messe sotto scacco da una finanza che ha ormai da tempo esondato dal proprio alveo naturale, quello del Glass Steagal Act (legge varata nel 1933 negli Stati Uniti per contenere la speculazione finanziaria introducendo il principio della separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento, abrogata nel 1999 dal Gramm-Leach-Bliley Act, ndr) per intenderci, e ormai non è sottomessa al legislatore ma lo guida in un rapporto innaturale che sta causando forti tensioni sociali. Il caso di Obama è eclatante: partito come il messia che ci avrebbe salvato dalla finanza, ha dovuto chinare il capo di fronte a lobby più potenti dello stesso Commander in Chief, che ha potuto solo emanare una legge di oltre 3.000 pagine che non riesce a disporre quello che le 125 pagine del Glass Steagal tanto bene ha definito per 70 anni».
E Grillo piacerebbe ai mercati? «Se dovesse confermarsi come seconda forza politica e addirittura essere cruciale per la formazione di un governo - prosegue Roghi - o se a un certo punto i sondaggi dessero queste indicazioni, credo che i "mercati" farebbero tornare lo spread in area di pericolo, oltre i 500 punti per convincere gli italiani, prima delle elezioni, o i parlamentari dopo il voto, a dirigersi verso un Monti/altro tecnocrate a loro gradito».
twitter.com/vitolops
Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-10-30/grillo-ferma-spaventa-anche-113259.shtml?uuid=AbhOGLyG.
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Stato d'eccezione
10 luglio 2012
Il Dittatore
di Pino Cabras - da Megachip.
Mario
Monti comanda in virtù di un’autorità attribuitagli per “stato di
eccezione”. È investito di poteri politici pieni per un tempo sinora
dichiarato limitato, ma ormai aperto a un appetito che, si sa, vien
mangiando. È un classico dittatore, insomma. Ed essendo
tale, ragiona e parla come un autocrate. Ma come, diranno gli illusi,
lo statista grigio topo, il sobrio uomo del loden, lui, un dittatore?
Per far suo lo stile di pensiero totalitario di un dittatore non gli
occorre mica farsi prestare una giacca sgargiante da Sacha Baron Cohen,
né gli serve ammazzare oppositori con risa perfide durante una visita
in sala torture. Può bastare la sua voce monocorde e l’immeritata fama
di “tecnico”, per zittire il capo di Confindustria in nome di un
precetto che non può tollerare dissensi: la regola dello spread.
Nessuna
critica al suo governo può essere considerata valida quando si insinua
nelle classi dirigenti, perché l’unica realtà che queste devono ormai
vedere è il livello dei tassi d’interesse, ossia un perenne stato di eccezione,
una minaccia che può travolgere tutto se qualcuno osa alzare la testa
mentre viene intaccato selvaggiamente quel che è stato accumulato in
generazioni.
Tutte
le libertà, tutti i poteri e contropoteri nonché le formazioni sociali
intermedie, sono sacrificati a un capestro in mano alle agenzie di
rating sull’asse Wall Street-Londra, arbitri del nostro destino. Abbiamo
così un dittatore e il suo king maker sul Colle che mettono le
nostre vite nelle disponibilità di soggetti che un giorno saranno
giudicati con un metro penale estremo, cioè con metri di corda saponata
ai quali appenderli, se si avvera la “tempesta perfetta” prevista da Nouriel Roubini.
Sia
chiaro. Noi non vogliamo che siano impiccati il dittatore Monti, il
peggiorista quirinalizio, i padroni d’oltremare, né gli stolidi e
mediocri interlocutori di Berlino. Né vogliamo che siano appesi per il
collo i corifei delle gazzette del conservatorismo italiota, La Repubblica e il Corriere della Sera,
che pure, per parte loro, poco ci manca che vogliano mandare alla forca
chi osa dire la verità: che il governo fa macelleria sociale. Ma
dovremo dirlo forte e chiaro, al dittatore, che l’abbiamo capito: lui,
fra le libertà costituzionali e le pagelle dei creditori criminali, ha scelto i criminali.
Chi si illude del contrario, sbatterà prima o poi contro una realtà
solidissima. Noi, che non ci illudiamo, ci dobbiamo attrezzare in tempo
per far pagare il prezzo del crimine ai criminali e ai complici dei
criminali. Che se ne vadano tutti, alcuni in galera, altri a leccarsi le
ferite dopo che ripudieremo il debito ingiusto e smantelleremo le nuove
impalcature istituzionali create in suo nome.
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19 giugno 2012
I miliardi virtuali dei pasticcioni di governo
di Pino Cabras - da Megachip.
Chi vuole illudersi ancora con la crescita si goda il "Decreto sviluppo" del governo Monti (via Passera), uno spottone assiduamente pompato da una sfiorita gazzetta conservatrice, la Repubblica.
E da altri giornali a rimorchio. Corrado Passera, uno dei banchieri
più in vista (di quest’epoca di banchieri) ha promesso che il
provvedimento del governo «mobiliterà risorse sino a 80 miliardi di euro», sempre che qualcuno abbia la bontà di spiegarci cosa significa in concreto quel «mobiliterà».
Il
ministro sembra alludere a un’apertura di forzieri, a un pompaggio di
moneta sonante da erogare per lo sviluppo e la crescita, qualcosa di
simile ai soldi iniettati nelle grandi banche a cui ci hanno abituati
negli ultimi quattro anni, ma questa volta in un’altra direzione.
Il suono allusivo della parola magica («mobiliterà») dovrebbe sottintendere a un governo che finalmente trasfonde denaro vero nel circuito economico a rischio necrosi. E per giunta con volumi che al confronto il Piano Marshall è una spesuccia.
Niente
di tutto questo. Il decreto ricomincia con i soliti sistemi disorganici
delle agevolazioni fiscali e degli incentivi alle imprese: sono
cucchiaini che non fermano lo tsunami della lunga recessione né il
processo di deindustrializzazione dell’Italia. Non mancano le promesse
per le solite Grandi Opere.
Hanno
sbagliato i conti sulle entrate fiscali? Posto che pretendevano
un’assurdità (aumentare le imposte e non attendersi un crollo della
domanda), hanno pronto il rimedio che già intuivamo per la copertura
finanziaria: svendere asset pubblici costruiti in
generazioni. E poi sforbiciare nel settore della pubblica
amministrazione. La chiamano pomposamente “spending review”. Saranno, in
realtà, stipendi in meno e disoccupati in più.
Gli 80 miliardi non sono dunque moneta viva, bensì, al contrario, un vago programma di sottrazione dalla ricchezza della nazione.
Tanto vago da non avere tempi definiti: ammesso che il decreto-fuffa
abbia effetti, li avrà dopo anni. E chissà come sarà, dopo anni, perfino
un mercato ignobile come quello che si accaparra i beni di tutti. Si
tratta di tempi lunghi e indistinti, mentre l’incalzare della
speculazione e dei crolli bancari sono eventi brevi e impellenti, oltre
che capaci di prosciugare multipli delle risorse “mobilitate” dal
governo dei presunti tecnici. Per un governo che misura i miliardi a
“paccate” (scuola Fornero), nulla di più patetico e cialtronescamente
virtuale delle risorse evocate per l’economia reale.
Al
partito della suddetta gazzetta conservatrice ciò basterà per
cinguettare che questa è una svolta. Idem il Pd. Ma sono bugie senza
futuro. Non possono promettere arrosti dopo che il fumo dura troppo
mentre il governo del “risanamento” ci porta ormai alla soglia dei due trilioni di euro di debito.
Come stupirsi che ci sia una corsa all’afferra afferra? Chi ha soldi li
porta altrove, sempre di più, a finanziare i già ricchi (zona Berlino e
Francoforte), o a tentare un ulteriore giro nella giostra folle dei
derivati e della finanza criminale (zona Londra e Wall Street). Una
finanza talmente criminale che mai si meriterà un monito di Giorgio
Napolitano, il king maker dei bancocrati pasticcioni.
Se
si guarda in modo spassionato all’assoluta inutilità del "Decreto
sviluppo", si comprende la gravità delle prospettive per i decenni a
venire. E chi regge il sacco a questi personaggi sarà da considerare
pienamente corresponsabile.
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Mario Monti
24 maggio 2012
Manca un minuto solo a Mezzanotte
di Elido Fazi - www.one1euro.com
Con una nota di Pino Cabras in coda all'articolo ripreso da Megachip.
Giovedì
scorso ero a cena con un professore che è stato presidente
dell’associazione degli statistici italiani. Io ho messo subito le mani
avanti, ricordando che, nonostante avessi già sostenuto Statistica 1, 2 e
3, non ero mai riuscito a seguire bene il corso di econometria tenuto negli anni Settanta dal professor Guido Rey alla Facoltà di Economia della Sapienza di Roma a Castro Laurenziano.
Soprattutto, non ero riuscito a capire il libro di testo adottato, quello di Johnston. Il professore mi ha rassicurato: neanche lui era mai riuscito a seguirlo fino in fondo.
Forse
il volume non era stato ben tradotto. L’econometria, cioè l’uso di
metodi matematici e statistici per formulare, stimare e testare i
modelli economici, agli inizi degli anni Settanta stava esercitando un
certo appeal sugli studiosi.
Quando
poi Rey diventò presidente dell’Istat, negli anni Ottanta, usò tutte le
sue conoscenze per una robusta rivalutazione del pil italiano. In
un solo colpo il rapporto del debito rispetto al pil scese di svariati
punti, quello che oggi equivarrebbe a più di un Fiscal Compact. Il
discorso si è poi spostato sull’affidabilità dei dati statistici.
Quanto sono affidabili quelli che leggiamo tutti i giorni sui giornali,
se persino dopo il censimento istat non siamo neanche sicuri – milione
più, milione meno – di quanti siamo in Italia? Quanto sono affidabili i
dati sul pil, sull’inflazione, o sull’occupazione, se non riusciamo
nemmeno a contarci? Che senso ha allora misurare tutti i parametri in
rapporto a un pil di cui non si ha alcuna certezza?
«Ma almeno i dati finanziari della Banca d’Italia, crediti e debiti, sono affidabili?», ho chiesto. «Certo», ha risposto il professore, «ma non sempre ce li fanno conoscere tutti».
Alla fine abbiamo convenuto che uno dei pochi dati più o meno sicuri è
quello della bilancia dei pagamenti. E, infatti, quando, il 15 marzo del
2007 il direttore della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni cercò di
segnalare al Parlamento italiano che la situazione negli Stati Uniti era
critica, fece riferimento principalmente a un dato: quello del
disavanzo americano della bilancia dei pagamenti.
Si
può affermare che se uno Stato ha un avanzo nella parte corrente dei
pagamenti è uno Stato competitivo, e che se invece ha un deficit non lo
è? La risposta in generale è “nì”.
Alcuni Stati, come la Russia (+110) e l’Arabia Saudita (+174), hanno
degli enormi surplus nella bilancia dei pagamenti, dovuti non alla
competitività dell’economia ma alla presenza di riserve di petrolio e
gas. Ma per l’Europa – dove non passa giorno senza che su ogni
quotidiano venga rimarcato il differenziale di competitività tra paesi
del Nord e quelli del Sud – la risposta alla nostra domanda potrebbe
essere “sì”. Vediamo i dati, in miliardi di dollari,così come sono
riportati ogni settimana dall’«Economist», cominciando dai paesi del Nord.
Germania +205
Olanda +76
Danimarca +21
Norvegia +70
Svezia +40
Austria +8
In
totale questi paesi hanno un enorme surplus nella parte corrente della
bilancia dei pagamenti, pari a 420 miliardi di dollari.
Vediamo ora i paesi del Sud.
Italia -66
Francia -62
Spagna -52
Un
deficit pari a 180 miliardi. In aggregato, però, l’Europa, considerando
solo i paesi di cui sopra (ma lo scenario non cambia se si aggiungono
altri paesi economicamente più piccoli), ha un surplus pari a 240
miliardi di dollari.
Se prendiamo le tre più grandi aree economiche mondiali, la situazione è la seguente:
Europa +240
Cina +197
Stati Uniti -473
Viste in questa chiave mi sembra che le cose siano abbastanza chiare. Il problema di competitività non è europeo, ma americano.
L’Europa, a parte qualche zona del Sud che non può certo essere presa
come esempio, risulta essere non solo l’area geografica più competitiva e
ricca del mondo (la Cina ha un reddito pro-capite inferiore a un quarto
di quello europeo), ma ad alcuni di noi sembra anche la più bella e
forse la più civile.
Dopo aver letto i dati, bisogna però subito aggiungere che l’egemonia di uno Stato sugli
altri
non deriva solo dalla sua economia (o, per quanto riguarda gli Stati
Uniti, dalla sua forza militare), ma anche dall’autorevolezza e dalla
moralità di chi lo governa. Uno Stato che vuole ricchi solo i suoi
cittadini è uno Stato egemone ma non autorevole. Secondo il filosofo
cinese Guanzi che scriveva nel VII secolo prima di
Cristo, «Uno che arricchisce solo il suo Stato è chiamato un egemone.
Uno che unifica e corregge altri Stati è chiamato Re saggio». La Germania oggi cos’è?
È uno Stato egemone – almeno in Europa – perché è potente
economicamente, oppure lo è perché non solo risulta il più competitivo
del mondo, ma anche il più autorevole (pochi sono i politici corrotti e
basta un nonnulla, come una tesi copiata, per far dimettere un
ministro)?
Sul «Financial Times» leggo un articolo di Andrew Roberts che ci ricorda, citando The English Hymnal, la raccolta fatta nel 1906 dei migliori inni inglesi, che «gli orgogliosi imperi del mondo pass away»,
‘passano’. Di chi parla, dell’impero ‘inglese o di quello americano?
Forse dell’impero di Bruxelles? «È arrivata l’ora di chiederci quando è
scattato il momento che ha distrutto l’impero economico di Bruxelles.
Quando è accaduto che l’impero, a causa delle sue ambizioni di egemonia,
invece di curarsi del benessere dei suoi cittadini, si è esteso
troppo?». Secondo Roberts, gli storici futuri individueranno
nella creazione dell’euro nel 1999, con la sua ambizione di prendere il
posto del dollaro, la Pearl Harbor di Bruxelles, il momento in cui
l’Europa si è attirata minacce e pericoli che un giorno la
distruggeranno. Poi il giornalista propone l’ormai consueta
analisi secondo la quale manca solo un minuto alla mezzanotte della
Grecia. L’unica soluzione per salvare il salvabile, a detta di Roberts, è
tornare con un’onorevole ritirata all’originale trattato di Roma e
mantenere l’euro solo negli Stati che si “dimostrano meritevoli. In
questo modo la Commissione di Bruxelles rinuncerebbe all’“hubristic fetish” dell’egemonia globale.
Questa
soluzione, però, sembra diversa da quella auspicata da Angela Merkel –
tra l’altro la meno europeista tra i leader tedeschi –: la cancelliera
vorrebbe infatti procedere verso un’Europa federale, una sorta di Stati
Uniti d’Europa.
Insomma, cosa succederà in futuro?
Il tempo stringe e da qui a fine giugno dovranno essere prese decisioni
chiare. O si va avanti con l’Europa federale, stabilendo con chiarezza
la divisione dei poteri tra gli Stati e un eventuale presidente della
Commissione regolarmente eletto, oppure si torna al trattato di Roma.
«Ma un principio va tenuto sempre presente», dice Eugenio Scalfari nel
suo ultimo editoriale. «Si tratta di costruire un’Europa democratica.
Tentazioni autoritarie stanno emergendo in vari punti del continente e
di varia natura. Non possono essere ignorate, vanno affrontate e
combattute». Scalfari suggerisce anche il regista che dovrebbe scrivere
il copione del programma europeo: un’Autorità europea la cui
sovranazionalità e la cui indipendenza siano assolute. «Fino a quando la Germania continuerà a pensare soltanto a se stessa non potrà che combinare guai.
I governi non solo dell’Europa ma dell’Occidente debbono metterla
dinanzi alle sue responsabilità riconoscendo a loro volta che la
Germania possiede la forza per innescare la costruzione dello Stato
federale europeo. Non si può far finta di non vedere che il vero problema da risolvere è questo. Non si tratta di un’opzione ma di una necessità».
Nota
di Pino Cabras
L'articolo
di Elido Fazi illustra molto bene la drammatica brevità entro la quale
si sta giocando il futuro di centinaia di milioni di europei,
all'interno di una partita ancora più vasta che coinvolge direttamente
il mondo intero. Più preoccupante è la contraddizione interna delle
parole di Eugenio Scalfari richiamate alla fine. Scalfari, uno degli
intellettuali che più si è speso in favore dell'operazione
Monti-Napolitano - cioè il più grave esproprio di sovranità nella storia
della Repubblica Italiana - fa ora appello a un'Europa democratica, ma
lo fa immaginando una non meglio precisata Autorità europea, le cui
attribuzioni in termini di sovranazionalità e "indipendenza" sono
"assolute". Più che democratica e indipendente, sembra una costruzione
"irresponsabile", che -
letteralmente - non risponde a nessuno. Manca sì un minuto a
mezzanotte, ma prima dell'ennesima fuga in avanti, nel buio del
capitalismo terminale, andranno invece interpellati a fondo i popoli che
compongono il mosaico della civilizzazione europea.
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