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26 gennaio 2014

Sardegna, quando la sinistra è Renzi

di Pino Cabras


Ti ci metti anche tu, Renato, con il solito trito ricatto: votate noi, altrimenti vincono le destre. E chi l'ha detto che siete voi l'alternativa? Dopo vent'anni che lo ripetete, abbiamo raccolto sufficienti prove. Queste prove hanno le facce di Renzi, di Monti, di Napolitano. Facce di rottamatori che non rottamano nulla, tranne i nostri diritti. Ci avete rifilato ogni specie di tecnocrate italiano organico all’élite planetaria, ogni cardinale del pensiero unico economico, tutti i padri nobili del feroce disastro sociale di questi anni. Il tuo partito è diventato il babbo insensibile di tutti i precari, il fratello coltello di tutti i pensionati. Ci ha fatto governare dagli uomini di Rockefeller e della Goldman Sachs, della Commissione Trilaterale e del Gruppo Bilderberg.
Ti ho votato in passato e ti stimo ancora, Soru, perché in questo quadro hai spesso avuto un certo senso per il bene comune. Ma la tua analisi politica è travolta dagli eventi. Il fronte raccolto intorno a Pigliaru è un arroccamento conservatore che non ha nulla da dire rispetto ai disastri della dittatura europea dell'austerity, non è un'alternativa.
L'alternativa c'è, e non sta lì.

19 maggio 2013

La crisi europea: il sonno prima della rapina.

Strana e intorpidita atmosfera di maggio. Lo spread dorme, e gli allarmi non suonano. Ma nessuno è davvero tranquillo. Finché il 22 settembre in Germania si vota...

di Pino Cabras e Carlo Tia - da Megachip.

 
Strana e intorpidita atmosfera di maggio. Il grande spauracchio dello spread sembra assopito, abbastanza da non far suonare gli allarmi. Eppure nessuno è veramente tranquillo. Le banche non erogano quasi nulla, il senso di strozzamento dell'economia c'è ancora, e gli annunci di Beppe Grillo sul crollo che ci aspetta in autunno prendono consistenza. Sull'autunno si concentrano tante ansie. Quello che inizierà il 22 settembre non sarà il solito autunno. Quel giorno il popolo tedesco voterà.
Dopo di allora, chiarita la direzione che prenderà la Germania, la crisi si scongelerà pienamente in tutta Europa.
È perciò importante capire quali sono la vera faccia, la vera natura, gli attori principali, i mezzi utilizzati, il disegno ultimo di coloro che stanno demolendo l'Europa, la sua identità e i suoi popoli.
Occorre che afferriamo senza indugio il senso di tutto questo, pronti a trarne le conseguenze.
Ai piani alti non sono fermi. Stanno preparando progetti operativi che proseguiranno la destabilizzazione su scala continentale. Dovremo essere pronti a elaborare politiche e progetti alternativi per impedire alla Troika (composta da Banca centrale europea, Commissione europea e Fondo monetario internazionale) di proseguire nel suo cammino dittatoriale e, contemporaneamente, lanciare un concreto messaggio di speranza a milioni di Europei già in miseria o - come nel caso dell'Italia, della Francia, e, più tardi perfino della Germania - sul procinto di esserlo.
Molti obietteranno: anche la Germania? La Germania no. E invece sì. Il suo debito pubblico supera i 2 trilioni di Euro, molte casse di risparmio di proprietà pubblica sono da tempo in bancarotta tecnica, la Kommerzbank é sta già salvata più volte. Ma queste sono noccioline, in confronto ai numeri di un altro baratro. La Deutsche Bank, ossia il maggiore azionista della Bundesbank e della BCE, ha un record mondiale poco invidiabile: è la prima banca al mondo nella classifica esplosiva del rischio derivati (seguita dalla JPMorgan). L'istituto germanico ha in pancia oltre 55 trilioni di derivati a rischio "subprime". Detta in un'altra maniera, sono più di 55 milioni di milioni di euro, qualcosa come 35 volte il PIL dell'Italia.

È pur vero che il rischio è compensato in parte da posizioni di copertura per 23 trilioni di Euro presso altri grandi istituti bancari. Ma in momenti di crisi acuta un'assicurazione come questa è solo teorica, perché si basa su equilibri da catena di Sant'Antonio.
«Ma niente paura», ironizza Zero Hedge, «questi quasi 56 trilioni di euro di esposizione, se tutto dovesse andare davvero malissimo, sono coperti dai bilanciatissimi volumi di 575,2 miliardi di depositi, ossia appena 100 volte di meno. Naturalmente, nel caso di Deutsche Bank sarebbe a quel punto richiesto un prelievo un pochino più aggressivo del normale, seguendo le orme di Cipro».

I numeri sono da brivido, e gli equilibri fragilissimi, retti su meccanismi di fiducia sempre più volatili. Basta che una sola maglia di questa catena truffaldina si spezzi, e tutto il sistema mondiale salta in aria. A quel punto non ci sarà nessun "Quantitative Easing" o nessuna convulsa stampa di moneta elettronica o cartacea - da parte della FED,della BCE, della Banca del Giappone o della Banca d'Inghilterra, o di una Banca d'Italia rifondata a tempo di record - che potrà salvarci nell'immediato. L'atterraggio non è morbido.

Non c'è mossa politica, anche quelle di chi come noi vuole difendersi, che possa ignorare questa spada di Damocle che pende sulla condizione, già tragica, o sul punto di esserlo, di gran parte dell'Europa.
A Bruxelles sanno benissimo che molti degli istituti finanziari dell'Eurozona navigano in pessime acque. Seguire «le orme di Cipro» è più che un'opzione sul tavolo. La "Direttiva Barnier" sulla regolamentazione dei casi di insolvenza, in corso di preparazione, prevede in ultima istanza la "confisca" - parziale o totale - dei depositi e crediti correlati.
In altre parole,una spoliazione del risparmio dei depositanti.

Naturalmente ,dopo la maxirapina di Cipro,molti cittadini di Eurolandia disertano le banche, o, se già clienti, riducono al minimo i loro depositi. Perciò lo stesso commissario europeo Michel Barnier ha anticipato un provvedimento per far sì che - lo vogliano o no - i 59 milioni di cittadini che non tengono ancora il loro denaro in banca, vadano a depositarlo.
La crisi non è più solo una questione di solvibilità, ma di fiducia nel sistema politico-istituzionale che ci governa dai tempi della rimozione del Muro di Berlino. Un sistema che aumenta via via il tasso di illegalità e illegittimità dei suoi provvedimenti.
La "Direttiva Barnier" è ancora in corso di riservata gestazione. Ma l'impianto é ormai delineato. In pratica, il "salvataggio" di una banca di Eurolandia ricadrà in buona parte sui depositanti-risparmiatori.
Le linee fondamentali della direttiva sono state preannunciate dallo stesso Barnier, durante una recente conferenza stampa. Il testo finale dovrà essere approvato dal Consiglio Europeo del 27/28 Giugno 2013. Non sono da escludere importanti sviluppi che potranno influenzare nel frattempo la stesura finale. Il 18 maggio è la data limite del superamento del tetto del debito USA, inevitabile. Come reagiranno quelle entità impropriamente definite "mercati", ossia gli speculatori finanziari, comprese le grandi banche?

Il tema dei prelievi forzosi dal risparmio depositato in banca non si ferma qui. Il Consiglio europeo del 22 Maggio ha all'ordine del giorno una normativa di coordinamento delle politiche fiscali. Oltre alle misure di armonizzazione fiscale, è prevista la tassazione dei depositi di risparmio: ad esempio, in Francia, i depositi sul "Livret A" - sino ad ora esenti e con un tetto massimo di 25mila Euro - cadranno non solo sotto la scure invisibile dell'inflazione reale (Istat ed Eurostat non calcolano tassi attendibili), ma anche sotto la tassazione imposta ope legis dall'Unione Europea.
Se i depositi verranno confiscati, in tutto o in parte, in caso di insolvenza, e a questo si unirà la tassazione forzosa dei risparmi, queste saranno altrettante scintille che faranno esplodere la polveriera dell'Euro moneta privata.

Niente di nuovo sotto il sole quel che ne conseguirà: il ritiro in massa dai depositi bancari prima, il crollo sistemico delle banche poi, una depressione terrificante infine, dagli esiti imprevedibili.
Quel che resterà dell'Europa potrà soltanto ricorrere alle riserve auree e a quelle in divise straniere "solide": fra queste, data la situazione finanziaria USA, non rientra il dollaro.
Ora come ora non dobbiamo aspettarci nulla da un governo Letta-Berlusconi ad alto tasso Bilderberg. Fin qui il governo si regge e rimane in campo con lo spread basso per consentire ad Angela Merkel di arrivare al 22 settembre, senza aggiungere altri incontrollabili guai ai già troppi disordini, al netto della capacità dei maggiordomi italiani di crearne maldestramente comunque.

Come difendersi, allora? Il tempo è scaduto, e l'opposizione deve crescere molto in fretta. Dovrà elaborare in fretta un piano B, visto che Draghi e soci non lo contemplano neppure. E far diventare quel piano materia di schieramento politico che faccia l'opposto di quel che si è fatto finora. 
 

10 dicembre 2012

Il Grillo, il Principe e la Terza Repubblica


Alcuni consigli a Beppe sui candidati, sul governo e sul nuovo Capo dello Stato

«… li buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino dalla prudenzia del principe, e non la prudenzia del principe da' buoni consigli.» (Niccolò Machiavelli, Il Principe, cap. XXIII)

«…quindi dateci una mano piuttosto che martellarci, a me e a Casaleggio, di darci delle martellate in testa, dateci consigli, una mano, abbiamo bisogno tutti uno dell’altro. Grazie.» (Beppe Grillo, Comunicato n. 53, beppegrillo.it)

di Pino Cabras – da Megachip.

Quando Niccolò Machiavelli compilò quasi tutti i capitoli della sua opera più famosa, Il Principe, era il 1513. Mezzo millennio fa. L’autore osservava un’Italia debilitata, soggetta a mani barbare che la spossessavano. Machiavelli scrisse il Principe per trovare soluzioni politiche pratiche e per immaginare un soggetto forte che le mettesse in atto. Pensava che nella crisi di allora ci fosse comunque un’opportunità.
Esattamente cinque secoli dopo, l’Italia – in condizioni storiche certo assai diverse - è di nuovo la preda di poteri che la percorrono, la derubano, la dividono.
Anche nella crisi di oggi sorgono opportunità e pericoli affrontati da nuovi interpreti. Cambieranno presto molti di questi interpreti, muteranno i partiti politici, e in mezzo a questo tramutare in molti già ora vogliono dire la loro, esserci, sfiorare i panni che il Principe potrà vestire. Da qui i consigli, le adulazioni, le demonizzazioni.
Da qui anche il mio divertimento nell’accostare la frase di Machiavelli e quella di Beppe Grillo, ossia il soggetto politico che turba il sonno dei Principi decaduti riparatisi dietro Rigor Montis. Che Principe avremo nel 2013? Monti? Berlusconi? Bersani? O proprio Grillo? Andiamo con ordine.

Spero che tutti abbiano ben presente che le elezioni politiche, ormai vicinissime, non decideranno solo la sorte di un parlamento e di un governo. Cambieranno per prima cosa il Principe che abita al Quirinale. Il quale Principe conta parecchio. Abbiamo visto quanto egli sia stato decisivo per imporci il governo di tecnocrati neoliberisti, scelti fra i minori economisti della nostra epoca, e quanto abbia trafficato per mettere in mani lontane la già poca sovranità che avevamo. La combinazione fra nuovo Presidente della Repubblica, nuovo parlamento e nuovo governo avrà un effetto durevole. Se non fosse ancora chiaro, lo ribadisco: sarà in questi mesi che si deciderà l’impronta della Terza Repubblica.
In Italia ricorrono i cicli ventennali, e durano così tanto perché chi li guida vince all’inizio. Monti e Napolitano hanno preparato il terreno per un nuovo ciclo ventennale, anche se non lo amministreranno certo tutto loro, bensì Bersani, Vendola e gli altri vassalli dell’Impero. Il Fiscal Compact, il patto di bilancio europeo, è appunto un vincolo ventennale, che loro hanno già accettato. È un incubo lunghissimo, al termine del quale, rispetto a mezzo millennio fa, mancheranno solo i lanzichenecchi. E non è nemmeno detto che ce li faranno mancare.
Chi si oppone a questo incubo?
Si oppongono forse i partiti che hanno ereditato l’elettorato di sinistra? No di certo. Hanno consegnato milioni di elettori, docili come agnellini, agli strateghi di scuola Goldman Sachs e Bilderberg, da Prodi a Draghi a Monti. Altri milioni di elettori, che a un certo punto hanno capito l’andazzo, hanno iniziato a non votare. Altri ancora, specie gli intellettuali, hanno giocato troppo a fare l’ala sinistra del centrosinistra. Fanno errori infiniti, ripetono sempre le stesse mosse e imparano dagli errori troppo lentamente rispetto all’accelerarsi della Storia. Hanno pure bei programmi, ma caos organizzativo totale.
I partiti di destra che hanno orbitato intorno a Berlusconi – nel frattempo - sono nel marasma. Ci provano pure a sottintendere un mondo senza Monti, senza questa Europa dittatoriale, senza Fiscal Compact. Ma si vede da lontano che non hanno uno straccio di idea, fino a subire il ritorno della mummia di Arcore.
Poi c’è Grillo. Che non è un fungo spuntato dal nulla. L’attore genovese ha guadagnato il suo primo sostrato di popolarità dalla sua originaria caratura di personaggio televisivo, ben oltre vent’anni fa, e ha integrato questo patrimonio con lo specifico del teatro, infine lo ha riportato sul terreno di internet e poi nelle urne elettorali. È stato un lavoro lungo. Lo ha rivendicato lui stesso: «Io ho cominciato vent’anni fa girando il mondo, visitando laboratori, intervistando ingegneri, economisti, ricercatori, premi Nobel. Ho rubato conoscenze ai grandi. Mi sono informato, mi son fatto un culo così, anche se molti mi prendono per un cialtrone improvvisatore. E ora questi pensano di metter su movimenti in quattro e quattr’otto.» Non posso dargli torto.
C’è stato dunque un lavoro organizzativo e ideologico, in cui Grillo ha costruito una narrazione, affidandosi saldamente a un pilastro patrimoniale, la sua azienda, a suo agio con i meccanismi della società dello spettacolo. Da un certo punto in poi Grillo non ha più mosso un solo passo senza il suo socio di ferro, Gianroberto Casaleggio, anch’egli fermissimo nel costruire un partito-azienda. Mentre il partito-azienda di Berlusconi voleva far durare eternamente gli anni ottanta del XX secolo, il partito-azienda di Grillo e Casaleggio ha voluto promettere in anticipo gli anni ottanta del XXI secolo. Due narrazioni opposte, ma entrambe lontane dalle forme di attività politica del partito-massa novecentesco, ed entrambe consapevoli che siamo dentro un grande show. Grillo ha via via rafforzato il suo efficiente modello imprenditoriale in cui c’è sinergia fra il suo blog, gli spettacoli, un certo networking su temi politici, sociali e ambientali che esalta protagonismi giovanili e buone pratiche amministrative, fino a portarlo in politica nel Movimento Cinque Stelle.
Per i temi che propone, e per il fatto che si oppone frontalmente e senza compromessi a un ceto politico terribilmente screditato, il Cinquestelle è diventato il punto di coagulo dell’opposizione, l’unico attualmente in grado di portare in Parlamento rappresentanti non organici al "Pensiero Unico". La creatura ha raggiunto elettoralmente e mediaticamente una massa tale da affascinare nuovi votanti disposti a sospingerla in alto. In questo modo, Grillo e Casaleggio si trovano buone carte in mano da giocare per la partita della Terza Repubblica. Finora hanno scelto di non cambiare il loro gioco. Poiché la partita si disputa adesso, le contraddizioni in seno ai Cinquestelle si notano di più. Ad esempio la retorica «uno vale uno» e la «democrazia diretta» cedono il passo al «comunicato 53» del 29 ottobre 2012, nel quale Grillo dichiara: «io devo essere il capo politico di un movimento», laddove impone una regola inderogabile per decidere chi si può candidare: «chiunque sia stato iscritto a una lista comunale o regionale», e nessun altro.
Poi si scopre invece che sono state concesse eccome delle deroghe, e si sono posizionati bene nelle liste anche candidati che non avevano mai fatto parte di liste locali, mentre altri in analoghe situazioni o perfino ex candidati non potevano partecipare, stoppati dallo staff dei capi. Misteri del Casaleggium. Come si spiegano? Quale questione di fondo sollevano? C’è solo da capire, non da gettare la croce su qualcuno.
La questione è semplice. Nemmeno i Cinquestelle si sono finora sottratti alla «legge ferrea dell’oligarchia» dei partiti, enunciata nel 1911 da Robert Michels, un politologo tedesco. Cosa dice, in sostanza, questa regola secolare? A dispetto di una struttura democratica aperta alla base, nel partito tende sempre a formarsi una struttura comandata da un numero ristretto di dirigenti che godono di risorse informative, finanziarie e organizzative asimmetriche. Le gerarchie possono essere esplicite o implicite, palesi o in ombra, ma pesano comunque in modo decisivo. Questo vale per grandi partiti massa, ma diventa stridente in una formazione che rivendica di avere un “non-statuto” e si rimette solo alle regole del codice civile sulla proprietà dei marchi, proprio mentre spende ogni parola possibile in favore della “democrazia diretta”. Tutto ciò può funzionare in un’azienda, può procedere bene in una piccola comunità. Ma quando la dimensione dell’azione politica si estende a un paese di sessanta milioni di abitanti, la democrazia rappresentativa è l’unica cosa che può reggere. 
Lo stesso Grillo lo ammette: «Fosse dipeso da me, ci saremmo fermati ai comuni e alle regioni, il movimento è nato dimensionato sulle realtà locali. Il Parlamento è fatto su misura dei partiti. Ma ora come fai a deludere le aspettative di tanta gente? Ci costringono a presentarci alle politiche.»
L’ideologia dell’«uno vale uno» su questa scala non funziona dunque più, amen.
Certo, Grillo ribadisce che non vuole portare in parlamento chi ha «il Dna corrotto dall’organizzazione-partito. E poi ci inventiamo un meccanismo di democrazia partecipativa per far governare i cittadini». Ma in attesa di tutto questo, nella realtà effettuale il capo è lui. E lui decide chi c’è e chi non c’è. La decisione avviene all’interno di un bacino ristretto di candidati, determinato con regole dichiarate rigidissime e nondimeno occasionalmente aggirate con il consenso del vertice. Le «parlamentarie», con il voto di alcune decine di migliaia di italiani, ratificano.
Spettacolare contraddizione: un partito che esalta la democrazia diretta contro la democrazia rappresentativa accondiscende pragmaticamente a meccanismi di selezione fra pochi cittadini strettamente vigilati da un’élite circoscritta.
Militanti e elettori del M5S farebbero bene a trarre una prima lezione: a questi livelli, la rappresentanza non consiste nel fare di un parlamentare un “dipendente” che agisce solo da portavoce. I padri costituenti c’erano già arrivati senza sbatterci il muso. Ora, Grillo ha fatto un pantheon dei “santi laici”, includendo tra gli altri Aldo Moro. Benissimo. Ma Moro e gli altri costituenti scrissero non a caso l’articolo 67 della Costituzione: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Il terreno di azione costituzionale possibile oggi è questo e non altro.
Perciò il meccanismo di selezione della rappresentanza scelto da Grillo e Casaleggio - e ratificato tra i mugugni dagli attivisti cinquestelle – insiste narrativamente a dire “democrazia diretta”, ma non la può attuare davvero, con il risultato di produrre delle liste terribilmente modeste. E allora mi chiedo: come potrebbe l’Italia, pur stufatasi di Monti e disgustata da Berlusconi, affidarsi a queste liste? Le recenti elezioni regionali siciliane ad esempio, hanno sì dimostrato che Grillo è in boom, ma non intercetta gran parte dell’astensione. Col risultato che governano altri.
Stanti così le cose, non ci dovremmo attendere un risultato diverso su scala nazionale.
Ecco il punto: voglio credere ancora che Grillo non si accontenti di un risultato modesto e colga invece l’occasione storica, per quanto essa faccia tremare i polsi. Prendo spunto dal suo appello, quando chiede: «dateci consigli, una mano, abbiamo bisogno tutti l’uno dell’altro». Spero che si tratti della «prudenzia del principe» che fa sorgere i «buoni consigli».

Il consiglio è semplice, caro Grillo: non limitarti a dire «sono il capo politico di un movimento», cioè l’ennesimo (ancorché originale) capopartito, alla guida di un ennesimo (seppur eccentrico) partito.
Prova invece a esercitare una leadership più vasta e più utile al sogno che hai dichiarato. Ricordi la domanda di Travaglio: «Come te lo immagini, il prossimo Parlamento?» E tu: «Me lo sogno pieno di rappresentanti di tante liste civiche, movimenti di gente perbene. Ragazzi, professori, esperti. I nostri di Cinquestelle, i No-Tav, quelli dell’acqua pubblica, dei beni comuni, gli altri referendari.»
Bello, ma finora hai invece determinato la formazione di liste dalle dinamiche molto partitiche, troppo lontane da quel sogno.
Perché è accaduto? I recenti successi elettorali hanno attirato frotte di “soccorritori del vincitore”: gente incontrollabile, in grado di corrompere irrimediabilmente la forza politica plasmata finora dal fondatore. La decisione dal vertice dell’azienda – chiudersi - è stata una decisione d’emergenza, «sennò ti entra Toto u curtu e poi ce lo hai tutta la vita dentro, Toto u curtu», dice Grillo.
La cosa si comprende perfettamente. Un leader che ha costruito una sua reputazione nell’arco di decenni agisce d’imperio per preservarla, perché è la risorsa chiave che alimenta il motore: quella reputazione gli consente di avere l’autorevolezza e il consenso per decidere in qualità di dirigente, di garante, di tessitore, di iniziatore. Una classica democrazia del «carisma», più che una futuribile democrazia di «cliccattivisti».
E allora, mi chiedo, perché non usarla più largamente e meno ipocritamente - e meno patrimonialmente - questa autorevolezza? Cos’ha in mente Grillo, ora? Forse non il governo. Forse vuole limitarsi alla testimonianza, con poche decine di parlamentari, in attesa di tempi migliori. Ma quali tempi migliori? Se la Terza Repubblica nascerà come lo zombie dell’attuale sistema, il Paese andrà a fondo in poco tempo. Serve una forza di governo, o almeno un’opposizione forte e non marginalizzata.
E qui vengo a sviluppare meglio il mio personalissimo consiglio.
Il riferimento va a un esempio storico di alcuni decenni fa, che ci può ispirare senza dimenticarci che viviamo in tempi molto diversi da allora, con altri partiti, altri scopi, altre idee, ecc. È solo un utile esempio funzionale per vedere come può operare la rappresentanza.
Ebbene, chi era il punto di coagulo dell’opposizione negli anni settanta? Era il PCI, uno strano partito che pur essendo di massa, a un certo punto decise che non poteva bastare a se stesso, e perciò alle elezioni presentava candidati indipendenti. Naturalmente questi condividevano molte idee di quel partito, non andavano certo in campo avversario, ma avevano biografie autenticamente svincolate ed erano in grado di rappresentare interessi che il PCI non raggiungeva con le sue sole forze. La cosiddetta Sinistra Indipendente formava perfino un suo gruppo parlamentare autonomo, che portò alle Camere voci autorevoli, competenti, oneste, rappresentative, perfettamente in grado – una volta concluso il mandato – di non impigliarsi per sempre al “mestiere” politico. Questi parlamentari contribuirono tra l’altro a scrivere ottime leggi, cosa niente affatto secondaria.
Ebbene, il Movimento Cinque Stelle, lo ripeto, è di fatto il punto di coagulo dell’opposizione dell’oggi e dell’immediato domani, e ha una straordinaria responsabilità storica, che anche in bocca a Beppe Grillo suona con queste esatte parole: «Ma ora come fai a deludere le aspettative di tanta gente?»
Se la sua preoccupazione è questa, allora diventa cruciale, nel brevissimo tempo che rimane da qui alle elezioni, presentare liste migliori di quelle varate con la consultazione infra-partitica delle «parlamentarie». Non c’è tempo per fare una grande selezione di massa. C’è tempo invece per guardarsi intorno fra «rappresentanti di tante liste civiche, movimenti di gente perbene. Ragazzi, professori, esperti» (riuso le parole di Beppe). I Cinquestelle li conoscono già: «I No-Tav, quelli dell’acqua pubblica, dei beni comuni, gli altri referendari.» Scelga Grillo alcune decine di «saggi» indipendenti da presentare in vista delle elezioni in aggiunta al quadro delle liste attuali: alcuni da candidare come parlamentari, altri come possibili ministri, altri come autorevoli garanti. L’esposizione di Grillo sarebbe calibrata e cesserebbe di essere una sovraesposizione. La presenza di parlamentari indipendenti e non trasformisti sarebbe il seme di una nuova democrazia. Diventerebbe il punto di confluenza di una forza popolare in grado di dirigere e riformare profondamente la Repubblica. Troverebbe un’Italia disposta a una reale alternativa. Darebbe una prospettiva a milioni di elettori altrimenti portati ad astenersi.
Il programma? Con pochi punti ben scritti e ben difesi ci ritroveremmo a milioni. E sarebbe un programma opposto agli attuali partiti. Disegnerebbe una Terza Repubblica lontana anni luce dallo sfascio odierno.
Accennavo al fatto che nel 2013 si eleggerà il nuovo Capo dello Stato. Pur non essendo l’Italia una Repubblica presidenziale, il collegio elettorale che deciderà chi va al Quirinale si formerà adesso, a partire dalle cabine elettorali. Alla più alta magistratura perché mai proporre un Di Pietro, così consumato dai difetti partitocratici?

Non sarebbe forse più adatta una figura come quella del magistrato Roberto Scarpinato? A proposito dei machiavellismi delle classi dirigenti italiane, Scarpinato – oltre ad avere la migliore biografia professionale per il primato della legge – è l’autore de «Il ritorno del Principe», un ritratto spietato di queste classi dirigenti da cambiare. Io lo proporrei, con forza, Scapinato, per far capire quanto si vuole cambiare il Paese, in antitesi con i presidenti che insabbiano le inchieste sulla criminalità politico-mafiosa. Sarebbe una direzione chiara, e coerente con la storia della migliore opposizione allo sfascio di questi anni. Divulgherebbe ancora meglio la buona novella: con noi si cambia davvero, e lo si fa con il volto migliore della legge.
Questo per il Presidente della Repubblica. E per il Presidente del Consiglio, invece? Grillo non vuole fare il candidato premier. Ma il ruolo di mero garante gli sta strettino assai. Nel momento in cui facesse la grande operazione di apertura agli indipendenti, anche questa questione si potrebbe rapidamente discutere e risolvere. Si vedrà.

Come si sarà ben capito, nel dare questi consigli molto personali barcollo, perché ho ben chiare le speranze suscitate in questi anni da chi, come Grillo e altri, si è battuto per una rivoluzione politica e culturale, ma ho altrettanto chiare le difficoltà e i vicoli ciechi della dura realtà, così come il succedersi di speranze a buon mercato. Oscillo insomma fra passione politica, volontà di cambiare, e ragionevole diffidenza. È colpa del Minestrone. No, non la pietanza. È un film che ho visto tempo fa e di cui racconto - anche se non si dovrebbe – il finale. Fu girato nel 1981 da Sergio Citti con una strana ispirazione pasoliniana, e un cast che comprendeva anche Roberto Benigni e Giorgio Gaber. Quest’ultimo nel film interpreta il ruolo di un santone molto ieratico che fa sperare la gente in una “Terra Promessa”. Molto prima di Forrest Gump, Gaber inizia a muoversi per le strade, seguito da una folla crescente. Mamme speranzose gli fanno baciare i loro pupi e lo seguono anch’esse, assieme a tanti affamati in viaggio per "qualcosa di meglio" che non c'é. Il viaggio a piedi porta il profeta e la processione di seguaci fino a un assurdo ghiacciaio alpino, che apre l’orizzonte ma chiude drammaticamente la strada. A quel punto gli chiedono: «Ma dove ci hai portati?» E Gaber: «E che cazzo ne so?». Inizia a ridere follemente. Finisce il film



Perciò mi consola che nell’intervista che qui ho tanto citato Beppe Grillo dica: «Se falliamo, ci appendono per i piedi: almeno quelli che si ostinano a pensare che l’Italia la salva l’uomo della Provvidenza che mette le cose a posto mentre loro delegano e si disinteressano. Ma dai, ragazzi, basta coi leader e i guru, diventiamo adulti». Beppe chiama tutti alla responsabilità. Mi spaventa solo quando dice: «io getto le basi, faccio il rompighiaccio», perché rivedo il ghiacciaio del film. Ma è solo un’assonanza.  


Fonte: http://www.megachip.info/tematiche/beni-comuni/9440-il-grillo-il-principe-e-la-terza-repubblica.html.

1 dicembre 2009

Rivoluzione Viola?



Anche Megachip sarà in piazza il 5 dicembre per il No B. Day. In che modo?

Uno scambio di considerazioni fra una lettrice e Giulietto Chiesa lo spiega.

Un'idea di Alternativa.

Gentile sig. Chiesa,

alcune settimane fa ho aderito con entusiasmo al No Berlusconi Day. Entusiasmo dovuto sia alle motivazioni della manifestazione, sia al fatto che il movimento vanta una nascita 'dal basso', nel caso dall'idea di alcuni blogger.

Avendo già partecipato alle manifestazioni dei girotondi, anni fa, ho aderito con convinzione. In questi giorni però, frequentando la rete, sono incappata in due articoli, uno dei quali di Cabras, su questo stesso sito ed un altro su un famoso blog, che praticamente danno per certa, se ho ben capito, la paternità dell'evento a qualche potere fortissimo, statunitense o transnazionale.

Se le scrivo è perché non sono riuscita ad archiviare la cosa come semplice paranoia o dietrologia spicciola ed in effetti ho dovuto convenire sul fatto che in questi anni c'è stato un certo affollamento di 'rivoluzioni colorate', per altro mi pare mai (apparentemente) riuscite: arancione in Ucraina, verde in Iran, bianca in Venezuela... Secondo gli autori dei due articoli la volontà di questi poteri sarebbe quella di disfarsi di B., troppo impegnato a risolvere i suoi problemi giudiziari, sostituendolo forse con Fini, non certo nell'interesse del tanto nominato popolo, quanto in quello dei poteri stessi.

Trovo tutto ciò estremamente inquietante, soprattutto perché, secondo questa tesi, siamo in grado di muoverci solo in quanto muniti di fili che qualcun altro manovra. Secondo lei, siamo davvero dentro questa specie di Matrix? Lo chiedo a lei perché la ritengo, senza alcuna piaggeria, una delle menti più lucide e indipendenti di questo Paese.

Pensa anche lei che la rivoluzione viola sia stata decisa da ben altri che i trentenni carini, colti e simpatici che la promuovono in Rete?

Crede che il fatto che il trampolino di lancio della manifestazione sia Facebook, secondo alcuni il braccio multimediale della CIA, non sia affatto un caso?

Io sono pronta ad andare a Roma, sabato: ho già pagato l'autobus da Firenze, ma da quando ho letto questi due articoli sono preoccupata, ho persino paura che possa succedere qualcosa.

Non le chiedo certo un consiglio su cosa fare, né una rassicurazione: vorrei solo sapere cosa ne pensa.

La ringrazio per la risposta che, spero, mi darà.

Con immensa stima,

Patrizia (Firenze)

Cara Patrizia,

visto che mi stima venga con me nell'«Alternativa» (tra pochi giorni vedrà apparire, sul mio sito, una proposta, rivolta appunto a persone come lei). Fine della parentesi.

Adesso le rispondo.

L'articolo di Cabras, molto bello, contiene molte verità. Sì, siamo già entrati nella finzione democratica, da tempo.

E coloro che controllano il mainstream (e i soldi) possono farci fare quello che vogliono. Entro certi limiti.

Poi c'è, appunto, l'eterogenesi dei fini, che manda spesso al diavolo i complotti e i calcoli.

Certo, senza il minimo dubbio, le rivoluzioni colorate sono state tutte (ripeto tutte) eterodirette, eterofinanziate. Vale anche per la manifestazione del 5 dicembre? Non credo. Il Bilderberg non si occupa dei dettagli. Ragiona per strategie lunghe.

D'altro canto siamo a casa nostra e possiamo ragionare. C'è una spinta democratica reale in questo paese? C'è. La narrazione dell'Italia che fanno i media, tutti, anche «Repubblica», è falsa. È la narrazione del Potere. Ci dicono che l'Italia è berlusconiana. Ma Berlusconi non ha la maggioranza di questo paese. Ha la maggioranza di questo Parlamento, ottenuta con il suo sistema televisivo e con una legge elettorale che è stata costruita di comune intesa con la cosiddetta opposizione.

In condizioni di libertà e di pluralismo reali, e con il sistema proporzionale, Berlusconi non sarebbe nemmeno arrivato al potere. Dunque non c'è da immaginare chissà quale regia. Il dato è che la pazienza di moltissimi sta finendo. E che la volontà di tornare alla democrazia e alla decenza è costretta a esprimersi in questo modo perché non c'è più alcuna guida democratica dell'Italia democratica.

Per questa ragione io e Megachip abbiamo appoggiato la manifestazione, come anche Pino Cabras scrive.

E ci andremo, e spingeremo la gente ad andarci, per quanto potremo. Senza mai dimenticare (e qui Pino ha di nuovo ragione) che dietro le quinte ci sono quelli che tirano le corde nelle direzioni che loro interessano. Per esempio «Repubblica» e il Gruppo De Benedetti. Che sono quelli che hanno voluto il bipartitismo, che hanno sostenuto D'Alema e Veltroni mentre demolivano il Partito Comunista, mentre facevano la Bicamerale, mentre legittimavano Berlusconi.

Neanche loro vogliono Berlusconi, adesso che gli è scappato di mano.

Ma dubito seriamente che vogliano le stesse cose che vogliamo io e lei. Per esempio io penso che, quando cadrà Berlusconi, tutta la indecente commedia che anche costoro hanno contribuito a scrivere, del sistema maggioritario, del bipartitismo etc, andrà in frantumi. E non so cos'abbiano in testa questi "democratici" che hanno sostenuto tutte le guerre di questi anni, da quella del Kosovo a quella dell'Iraq. Timeo Danaos et dona ferentes. Per questo non dobbiamo fidarci e dobbiamo cominciare a costruire una "Alternativa". Non solo a Berlusconi, ma anche a loro.

Per questo bisogna andare in piazza il 5 dicembre. Ma con le nostre idee, e tenendo alta la guardia. Perché quando avremo mandato a casa il mafioso, sempre che ci riusciamo (e non è detto, in tempi brevi e prima che abbia fatto altri guai) potremmo trovarci qualcun altro che ci punta alla schiena non la lupara ma un fucile mitragliatore fabbricato, per esempio, a Tel Aviv.

Cordiali saluti,

Giulietto Chiesa.

Fonte: http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/1361-rivoluzione-viola.html.

24 novembre 2009

Lettera a chi vuole controllare la rivoluzione colorata viola

di Pino Cabras - da Megachip.



Ehi, dico a te,

Oh sì, vedrai, il 5 dicembre anche io sarò in piazza per dire che il Caimandrillo farebbe bene a preparare le valige. Non se ne può più di lui, davvero. E anche tu – che sai tirare tanti fili - non ne puoi più di lui, l’ho capito. Vedrò tutti da vicino, avvolti dal viola di questa rivoluzione colorata, il pigmento unico che già oggi omologa un’intera collezione autunno-inverno con un'uniformità mai vista prima.
Andiamo verso i disordini e la dissoluzione della Repubblica, ma ben vestiti, e ben pettinati. Alla moda. Viola.

E tu provi a colorare la crisi italiana proprio mentre si muove dentro una crisi più vasta. La fai viola, proprio ora che siamo al verde, e i conti in rosso. In gioco c’è qualcosa di più della sorte di un governo azzurro, nero e verde-padano. La Seconda Repubblica si trasformerà ancora, e la sfera pubblica sarà modificata da tanti protagonisti che lasceranno un’impronta costituzionale nuova. Il popolo sarà coinvolto, ma il derby vero si giocherà nell’élite. Chi sono i giocatori? Chi sono gli allenatori? Intanto, tu vuoi scegliere il coach più di tutti, come sempre.

A vent’anni dalla rimozione del muro di Berlino un nuovo scossone geopolitico sta prendendo forma. La fine del sistema sovietico – che ti lasciò a manovrare la sola superpotenza rimasta - ti aveva spinto a lanciarti nel tentativo di consolidare un nuovo secolo di egemonia mondiale, stavolta senza rompiscatole né a Mosca né altrove.

Però ce lo siamo già detto, no? Non ha funzionato.

Il corso degli eventi dell’ultimo ventennio ha dato torto a uno dei tuoi, Francis Fukuyama (la fine della storia), e ragione a uno dei nostri, Giambattista Vico (l’eterogenesi dei fini): ancora oggi, se leggi Vico, scopri che tu vuoi sì raggiungere grandiosi obiettivi, ma la storia arriva a conclusioni opposte. È successo anche adesso. Fai le guerre per i petrolieri, ma il prezzo del petrolio va talmente in alto che azzera il debito con cui strozzavi la Russia, al punto che ne diventi addirittura debitore. E poi fai entrare la Cina nel tuo sistema di commercio per conquistarla, ma non fai altro che accelerarne il risveglio, ed eccola lì – una vera superpotenza - a dirti che non comanderai mai in solitudine, perché non sei più la finanza angloamericana di un tempo. E anche con la Cina hai un debito, il più grande. Hai accumulato debiti un po’ con tutti, per la verità.

I fasti di New York, di Londra, di Tel Aviv, si sono retti su quei debiti.

E in molti si sono fatti contagiare dallo spirito del tempo. Tutta la globalizzazione si reggeva sul debito. Tutte le classi dirigenti che conquistavi seguivano la corrente. Per te, e per loro, i debiti erano una scatola nera che non occorreva conoscere. Non ascoltavi certo Paul Krugman. Né – da noi – prestavi attenzione a Paolo Sylos Labini, che ragionava su una «teoria dell’instabilità finanziaria fondata sull’indebitamento». No, meglio lasciare a briglia sciolta i “capitani coraggiosi” di ogni latitudine, per spolpare con i loro debiti le aziende, l’economia reale, i beni comuni.

La sinistra europea ha “suicidato” così i propri insediamenti sociali, i luoghi dove prima trovava la propria gente, erodendoli, facendoli anche spogliare delle parole. Complice e stupida allo stesso tempo.

Da noi puoi vederli, questi sconfitti senza appello. Hanno nomi usurati.
Veltroni, oh my god!
Oppure D’Alema. Inservibile, anche per te, che infatti hai convocato una riunione straordinaria di uno dei tuoi club più esclusivi, il Bilderberg, per dettare qualche giorno prima i veri nomi dei tuoi maggiordomi europei.

E l’hai perfino spifferato al quotidiano economico belga «De Tijd», tu che queste riunioni le hai sempre nascoste contando sulla totale omertà dei media mainstream. È la prima volta. La crisi ti rende audace, mi sa.

Vuoi far capire che una delle impronte costituzionali decisive – nella provincia italica, come altrove – arriverà dal tuo piedone. Bilderberg. Il nome che prima non volevi nemmeno far trapelare, ma che tuttora la maggior parte di quelli che dovrebbero informarci si ritraggono dal pronunciare.


Qualcosa mi dice che le costituzioni dei vari paesi europei saranno via via svuotate da questa Europa così poco democratica che hai contribuito a plasmare. Tutti a inseguire fino all'ultimo le dichiarazioni di Martin Schultz, e i socialisti qui, e Gordon Brown là, e il peso dell'Italia, e il ruolo di Angela Merkel nella scelta del presidente Herman Van Rompuy. Alcune di quelle analisi sopravvivono ai fatti. Ma la maggior parte ignora un fatto più grosso degli altri.

Bastava che pochi giorni prima si fosse letto in che modo«De Tijd», il cugino belga del «Sole 24 Ore», descriveva i veri kingmaker dei vertici europei:
«Van Rompuy ha accettato l'invito a parlare da parte del visconte Étienne Davignon [alla riunione del Bilderberg]. Durante il pranzo, Van Rompuy ha avuto un breve contatto con Henry Kissinger, ex segretario di Stato USA».

Eccoti, con Davignon e Kissinger, mentre fai cerimonie alla riunione straordinaria del gruppo Bilderberg con la spavalderia abitudinaria di chi impone sempre l'agenda agli altri. Che ai tuoi occhi non possono essere leader, ma solo dei “coach”. Infatti lo hai sentito dal vivo, Van Rompuy, ossequioso verso il visconte che presiede il Bilderberg e verso il vecchio Kissinger, mentre diceva: «l'Europa ora ha bisogno di un coach, anziché di un leader.»


I coach puoi esonerarli. Per i leader devi sforzarti molto di più. A volte cambiano strategia.
Prendi ad esempio quello che ora hai sotto tiro, sì lui, adesso che una rivoluzione colorata ti farebbe proprio comodo, per mandarlo via. A suo tempo invece gli aprivi tutte le porte. Lo accoglievi nei circoli atlantisti. Con la sua bella tessera n. 1816 in mano, lo consideravi perfetto per americanizzare la tv italiana e americanizzare con essa la politica. Le tue banche gli davano tutto, i politici affezionati pure, ed eccolo diventare l’insaziabile corpo monarchico del nuovo sistema. Anche lui faceva la sua rivoluzione colorata. Gli Azzurri, ricordi?

Poi si è mosso anche per conto suo.
«Iddu pensa solo a iddu», prima o poi lo capiscono tutti, ma quando è tardi.

Lo sapevi da sempre qual era il suo stile di vita, le sue bagasce, le strette di mano con i boss, la sua megalomania, e così via. E tu non affondavi il colpo. Lo punzecchiavi, sì, con certe severe copertine dell’«Economist», ma era quasi un moderno “memento mori” rivolto al piccolo Cesare di Arcore.


Ora però lui fa da solo. Fa accordi con Putin e con Gheddafi, sembra un incrocio fra Enrico Mattei e un clown in preda alla satiriasi. Il clown ce lo hai fatto sopportare per anni. Ma Enrico Mattei non lo sopporti tu. Perciò, per attaccare Mattei, che potrebbe piacerci, attacchi il clown, che in effetti fa schifo.

E quindi va bene, lo voglio mandare via anche io, te l'ho già detto.

Ma non chiedermi di mettermi una sciarpa viola, come quegli ingenui ucraini che si mettevano la sciarpa arancione. E poi non chiedermi di fidarmi di te, né di Montezemolo, né di De Benedetti, o di Rutelli (oh my god!). Non chiedermi di entusiasmarmi per Di Pietro. Non pensare che mi dimentichi quali sono gli interessi nazionali, e quali gli appetiti internazionali in ballo, e la loro capacità di strumentalizzare buone ragioni. Non farmi trascurare di capire qual è il blocco sociale che ha sostenuto lui. Non farmi trascinare inconsapevolmente fino a disordini da democrazie deboli, facili prede dei poteri forti e semiforti.

No, con questo non voglio fare come il PD, che dice che se qualcuno ci va, a quella manifestazione del cinque dicembre, che faccia pure, e Bersani non sa se ci va, forse, ni, vedremo. «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?» Sempre così. Mai una posizione netta, mai una narrazione ben raccontata, in questo PD. Quando invece potrebbe inondare le piazze anche con le sue bandiere e i suoi colori. Chiamasi opposizione. E invece sono sempre lì, spiazzati. Ancora nel limbo veltroniano. Ci credo che ora anche per te questi sono limoni spremuti, energia definitivamente dissipata, entropia.

Veltroni, oh my god! A proposito di colori, «"Veltroni che colore preferisce: rosso, blu, nero, verde?" - "Scozzese"» (Daniele Luttazzi).

Perciò ci vado, il 5 dicembre ci vado convinto. Ci vado perché troverò quelli che vogliono difendere la carta costituzionale, la Costituzione degli equilibri fra i poteri, e non vogliono farsela divorare e fottere dal Caimandrillo.

Ma con loro voglio ragionare sui pericoli enormi che quella stessa Costituzione vedrà provenire anche da direzioni che non sono abituati a considerare, perché a qualcuno fa comodo che non se ne parli. Insomma: Berlusconi è un pericolo immediato, siamo in emergenza, e perciò mandiamolo via dal governo perché sequestra da troppo tempo il discorso pubblico italiano. Non dimentico però che tu, che hai determinato la crisi, proprio tu sfuggi abilmente alle critiche. Che il tipo di Europa che mi proponi – opaca come il Cremlino di trent'anni fa - non mi piace per niente.
Obama non ha nemmeno provato a tagliarti le unghie. La tua avidità si sfrena come e più di prima che la Grande Crisi iniziasse.


Non posso fidarmi di chi mi vuole illudere che una volta sconfitto Berlusconi il più è fatto. Le rivoluzioni colorate hanno lasciato tutte un campo devastato. Hanno eccitato gli animi, ma non si sono ribellate ai burattinai. A te non sanno arrivare, il colore le distrae. Il viola non farà eccezione.

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I derby politici nazionali hanno una loro utilità per distrarre dal grande cambiamento geopolitico che deriva dalla imminente crisi sistemica globale.


L’anno che sta arrivando, ci ricordano gli analisti economici eterodossi del Global Europe Anticipation Bulletin (GEAB), sarà caratterizzato dal protezionismo e dalla depressione economica e sociale. Dopo aver dato l’anima – e i nostri soldi – per salvare i tuoi superprofitti, rimarranno le scelte dolorose: l'inflazione, la tassazione elevata o ripudiare il debito.

I paesi più importanti (gli USA, il Regno Unito, i paesi dell’Euro, il Giappone, la Cina) non potranno più spremere i loro bilanci come quest’anno, nel quasi vano tentativo di stimolare il settore privato.

«Il “consumatore come lo conosciamo”, negli ultimi decenni è morto, senza alcuna speranza di resurrezione».

È uno scenario che tu conosci, ma non sai affrontare con i vecchi metodi.

Nel frattempo ti concedi un ultimo giro di giostra con la finanza allegra e i derivati. Il giro sarà molto più breve delle altre volte.


Berlusconi, uomo di marketing, racconta bugie patetiche sulla fine della crisi, e sta per diventare una delle bugie più insopportabili per una democrazia. Ma anche gli altri pupi di questo teatrino non hanno idea di cosa fare.

Cosa vuol dire il GEAB quando dice che il consumatore conosciuto negli ultimi trent’anni è morto?

Il debito si è reso a lungo apparentemente sostenibile in base alle aspettative di crescita. E la crescita, secondo il modello occidentale degli ultimi trent'anni -specie in USA e Regno Unito - era quasi interamente a carico del consumo.
Nel 2008, i consumi delle famiglie erano il 70% del PIL degli USA e il 64% del PIL del Regno Unito, contro il 56% del PIL della Germania e il 36% del PIL cinese.

Ma oggi il consumatore è spinto a risparmiare i soldi, ripagare i suoi debiti e rifiutare (che lo voglia o no) il modello che gli hai propagandato negli ultimi tre decenni.
È finito questo interminabile ciclo che si basava sulla generazione del baby boom, sul consumatore-massa che riteneva acquisito per sempre il suo edonismo irresponsabile, ben protetto dai solidi sistemi di previdenza che gli avevi promesso, anche quando li nascondevi sotto investimenti azzardati nel casinò delle borse. Questa generazione trova ora una vecchiaia più povera del previsto. E la generazione che la segue ha perfino meno risorse e zero certezze previdenziali.
Niente crescita dal consumo, dunque. Finished. Kaputt.

Gli Stati, molti Stati importanti, che nel 2009 hanno aperto voragini nel debito pubblico, non potranno far altro che aumentare le imposte, togliere la museruola all’inflazione per rimpicciolire il peso del debito, oppure fare default. Sono tutte vie d’uscita dolorosissime, e possono addirittura presentarsi insieme, specie nell'epicentro della crisi, negli Stati Uniti.

Investimenti pubblici, allora? Ma con quale sostenibilità finanziaria, visto che tutti si sono spinti troppo oltre le colonne d’Ercole del disavanzo?
Il tuo sistema sarà forse salvato dalla classe media in espansione di Cina, India e altri? Saranno loro a consumare per te come facevamo noi?
L'industria del lusso in Asia è una storia di delusioni che smentisce il tuo ottimismo.

L'OCSE lo dice: la crisi costerà altri tagli nell'istruzione, nella sanità, nei programmi sociali.
Consumatori che non trainano e anzi riducono drasticamente il loro tenore di vita, Stati che non spendono e anzi tagliano risorse vitali. Banche che non prestano. Industrie che succhiano enormi risorse pubbliche e non vedono il fondo.
Ci stai lasciando un’economia zombi.

Come definire altrimenti Alitalia, Iberia, General Motors, Opel, Chrisler-Fiat, o perfino banche come CIT? Per il GEAB quasi il 30% dell’economia nel mondo occidentale è fatta di morti-viventi economici. Una percentuale mai vista prima. Mentre si rigonfia la bolla, grazie ai bailout, quando avverrà l'inevitabile scoppio questa porzione di economia svanirà. Tu nel frattempo gozzovigli ancora. La tua è pazzia.

Quando ogni posto di lavoro creato in USA costa 324mila dollari allora sai che si sta macinando a vuoto.

Per sopravvivere a una simile tempesta servirà molta partecipazione politica, molta determinazione per fare i conti con le responsabilità. Molta organizzazione, e di certo le reti fuori dai canali tradizionali aiuteranno. Non basterà ripararsi dietro il cappellino viola che piace tanto a te. Conterà molto di più l’indipendenza di giudizio sotto i berretti. Sarà una risorsa strategica importantissima, per chi non va alle tue riunioni esclusive.