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25 maggio 2014

Le elezioni e il Meme Berlinguer

di Pino Cabras.

Più si è avvicinata la data delle elezioni europee del 2014, più è cresciuta l'evocazione di Enrico Berlinguer. È davvero curiosa questa presenza così forte ancora oggi, in queste elezioni, trent'anni dopo quelle segnate da quel suo funerale che portò in piazza due milioni di persone, un'emozione popolare che fece del PCI primo partito, prima e ultima volta. È cambiato tutto, dal 1984, e non sto a riepilogarvelo. E siccome è cambiato tutto, cambia anche l'emozione evocata da Berlinguer. Non essendoci più l'universo che faceva brillare la sua stella, ora la sua luce arriva colorandosi di altri spettri, con deviazioni che riflettono distanze politiche siderali.
Ma succede così. Ti distrai un istante e passano trent'anni.
Trent'anni sono abbastanza pochi da non annullare e da far sentire ancora le continuità con il passato, le tradizioni e – per chi ha l'età – i ricordi. Ma sono sufficienti anche a rendere quasi irriconoscibile l'evoluzione del meme di partenza. E il “meme Berlinguer” si è ricombinato con altri memi, persino opposti, lontani.
La storia è ricca di queste figure, come Berlinguer, sovraccariche di senso. Quel sovraccarico è talmente affascinante e attraente che si sente il bisogno di possederlo per intrecciare comunque i suoi lunghi fili nel proprio tessuto, nel proprio sistema di senso, anche nei casi in cui in realtà si agisce e si trama in un senso opposto. Tante volte abbiamo visto gli esiti totalmente divergenti di scuole di pensiero, di religioni o regimi politici, che si combattono fra di loro mentre proclamano la fedeltà più autentica alle stesse fonti.
Se certi uccidono in nome della misericordia divina, non c'è da meravigliarsi che ci siano quelli che pregano san Berlinguer mentre recitano il rosario di Margareth Thatcher.
Il PD oggi in mano a Matteo Renzi ha ereditato più di altri una continuità formale con le sedi del partito di Berlinguer, ma è il partito della legge elettorale Italicum, del Jobs Act, e di altre decine di caratteristiche che descrivono un progetto mirante a compattare il blocco sociale di una delle classi dirigenti più predatrici e criminali del mondo. Un blocco che mette sotto lo stesso meccanismo perfino il Caimandrillo, dal quale ha preso tutto l'armamentario piduista: l'intenzione di snaturare la Costituzione, la preferenza per sistemi elettorali sempre meno democratici, una progressiva distruzione neoliberista del mondo del lavoro e del potere residuo dei lavoratori. Quel nucleo di continuità con il partito che fu è tuttavia sufficiente a far rivendicare a Renzi il “possesso” del meme. Naturalmente non può convincere tutti. Perché ancora milioni di persone rileggono quelle due parole-chiave del meme Belinguer - “questione morale” - e le raffrontano alle odierne cupole e cupolette d'affari del PD. Molti leggono anche la versione più estesa. In un tweet quelle parole non ci stanno, ma sono ancora una sintesi breve e potente, che stride con il PD di questi tempi:
«La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.»
Nel comizio finale in piazza San Giovanni (la stessa piazza che diede l'estremo saluto al leader del PCI), uno dei due dioscuri del M5S, Gianroberto Casaleggio, ha ridato una veste al meme Berlinguer, chiamando tutti ad applaudirlo. La piazza, con molti che avevano meno di trent'anni, ha rimbombato – come trent'anni prima – con quel nome, scandito con affetto.
In casa PD si sono meravigliati fino allo scandalo, perché sono convinti – anche quando votano le leggi con una Mussolini – che il M5S non sia altro che un movimento fascistoide, perfino quando si oppone con l'ostruzionismo alle manomissioni della Costituzione nata dalla Resistenza.
In casa mia nessuna meraviglia e tantomeno scandalo. Un anno fa, proprio in un mio articolo che criticava la "democrazia elettronica" di Casaleggio, citavo Berlinguer come elemento chiave per l'evoluzione del M5S e per il superamento dei suoi limiti, che accompagnano pesantemente ancora adesso i suoi successi.
I Cinquestelle saranno da oggi un'opzione possibile in mano a una porzione del popolo ancora più vasta, quella stessa porzione che ha miracolosamente conservato il meme Berlinguer. È come se lì comunque si debba ritornare, per una riforma morale, politica e intellettuale di massa.
Non può restare solo un meme, dovrà essere un elemento di riflessione popolare, quanto mai attuale.
Anche Alexis Tsipras ha immancabilmente citato Berlinguer fin dall'inizio della sua corsa elettorale appoggiata sulla piccola aggregazione di sinistra. Lo ha citato con più congruità e coerenza degli altri leader politici, ma ha scontato i perduranti effetti di trent'anni di pessime classi dirigenti della sinistra italiana. Voterò M5S, in questa tornata, ma auguro comunque a Tsipras un buon risultato in tutta Europa. Così come mi auguro che gli eurodeputati cinquestelle possano convergere con i suoi deputati per una forte aggregazione che si opponga all'attuale potere europeo.
Nel pieno dell'austerity imposta dalla dittatura europea, l'idea dell'austerità elaborata da Berlinguer potrebbe essere riscoperta come un'alternativa democratica di straordinaria attualità.


22 gennaio 2014

Elezioni sarde, l'alternativa c'è

di Pino Cabras.
La Sardegna - anche se non tutti se ne sono accorti - è già diventata un laboratorio politico. È un destino che tocca a chi sopporta una crisi economica e sociale molto grave. Prendete la Grecia e l'Italia: sono massacrate da un'Europa che funziona come un regime, e sono i paesi in cui gli elettori stanno cambiando di più il loro voto. Ridimensionano i vecchi partiti e premiano i nuovi.
I partiti che fanno da guardia al vecchio ordine resistono ovunque arroccandosi: coltivano le residue clientele, sperimentano "larghe intese", accolgono chiunque abbia qualcosa da scambiare con chi si arrocca. Fuori dalla loro piazzaforte, nascono nuovi soggetti politici con un consenso di massa, anche molto diversi fra di loro. In Grecia troviamo sia la speranza di Syriza sia l'incubo nazista di Alba Dorata, in Italia c'è l'indignazione civica a cinque stelle. Ma siamo solo all'inizio.
La crisi della Sardegna ha il suo laboratorio, in vista delle elezioni del 16 febbraio. Anche qui ci sono i potentati che si arroccano. Anche qui, fuori dalla cittadella del ceto politico dominante, emergono le alternative, con buona pace di chi vive nell'illusione che le scelte siano ancora quelle due di sempre.
Sardegna Possibile è la più forte alternativa in campo, e Michela Murgia - che l'ha saputa costruire - è una personalità politica in grado di poter segnare la storia della Sardegna dei prossimi dieci anni. La criticano perché non corrisponde all'identikit dei tecnocrati presunti competenti. Normale: i partiti della crisi hanno abboccato a Monti e a Fornero, e hanno creduto a ogni portatore insano di superstizioni economiche distruttive. Da troppo tempo non hanno in casa politici di razza che abbiano visioni coraggiose, e quando fuori ne vedono uno, anzi una, non sanno riconoscerla. Si riparano sotto le care certezze degli assessorati gestiti come feudi, e dietro i passi felpati dei baroni. Chiamano competenza il volare rasoterra. Sono conservatori, e non sanno nemmeno di esserlo, come accade ormai da tempo. Non è un caso che abbiano perso per strada la maggioranza dei militanti e degli elettori.
In tutte le coalizioni sono presenti partiti indipendentisti. Nella coalizione di Michela Murgia la componente che auspica l'indipendenza della Sardegna è più forte, con un impianto ideologico anti-nazionalista e anti-etnicista. Segno dei tempi: siamo nel 2014, l'anno che propone i pacifici referendum sull'indipendenza della Scozia e della Catalogna.
Il campo del centrodestra cosa presenta? Cappellacci. E quello del centrosinistra? Capi e lacci. Ossia capibastone (direbbe Barracciu) e trappole paralizzanti. Tra Cappellacci e capi e lacci, la Sardegna è inceppata.
Ugo Cappellacci va giudicato per i suoi risultati. Oggi dice di non avere padrini e di odiare lo Stato patrigno. Cinque anni fa il Caimandrillo lo aveva pescato dalla "borghesia compradora" dell'isola, per lanciarlo con tutta la potenza di fuoco delle sue tv. Sotto i tabelloni dei palchi dominati dalla scritta Berlusconi Presidente, al ragionier Ugo venivano concessi discorsi di pochi minuti, mentre Re Bunga Bunga comiziava dovunque in modo fluviale, proprio con la postura del padrino: braccio sulla spalla del bravo ragazzo, discorsi interminabili e barzellette grasse. Lo slogan era «la Sardegna torna a sorridere». Quello slogan è il boomerang più triste della storia. Cosa abbiamo da sorridere oggi, a Cappellaccilandia? Stiamo forse meglio di cinque anni fa? Abbiamo il lavoro promesso, o ne abbiamo perso tanto? È stato trattenuto chi fuggiva a cercare speranza? Si è sanato un centimetro di territorio danneggiato? Sono diminuite le servitù militari? Si viaggia meglio? Niente di tutto ciò. Il bilancio è interamente negativo. La classe dirigente che accompagnava il disastro aveva i valori di Sisinnio Peppa Pig, gli orizzonti di Wedding Planner Sanjust, lo slancio "riformatorio" di Mario Montblanc Diana. Con un simile bilancio una classe politica va semplicemente mandata a casa, senza appello.
Anche il centrosinistra dei capi e lacci ha un bilancio in perdita. Tenta di usare un fazzoletto di seta, scelto in affanno, Francesco Pigliaru, per ricoprire un vecchio vaso sbeccato, ricolmo di oggetti alla rinfusa: renziani liberisti, comunisti senza operai, vetero-indipendentisti, notabili e sotto-boss, neo-sovranisti, gente in buona fede e profumata, politicanti incalliti meno profumati, indagati attaccati alla poltrona, innovatori così timidi da essere ormai conservatori. Tutti costoro non amano Cappellacci, certo, e pretendono il voto da chi, come loro, non lo ama. Ma non osano fare nulla di nuovo per sfidare Ugo & friends. Così formano un fronte di arroccati, ancora fiduciosi che Pigliaru, il professore renziano, possa mettere ordine, tanto poi gli imporranno gli assessori con un bigliettino e scomporranno i suoi progetti nel puzzle delle sottocorrenti politiche. Al palco in cui si presenta Pigliaru, lo scenario è in stile Renzi. Ma quando la telecamera zooma sulla prima fila del suo pubblico, inquadra le facce di sempre, sono tutti lì: il Rottamatore non rottama nemmeno gli indagati. E questi celebrano il fazzoletto di seta che li copre.
Mentre infuria la crisi, una classe dirigente siffatta non ha soluzioni, non immagina un futuro, è perfino pericolosa perché si allea con chi vuole fare carne di porco della democrazia rappresentativa. L'incontro di Renzi con Berlusconi per varare una legge elettorale incostituzionale è il bollo finale di questa marea, oggi conservatrice e domani reazionaria. Questi comandano, e per loro la Sardegna è un incidente, un niente che schiacceranno in nome di interessi "superiori".
Aggiungo una considerazione su Pigliaru. Essendomi laureato nella facoltà in cui ha insegnato, ho visto da vicino che ha formato una scuola di allievi rigorosi, che danno del tu alla matematica e alla statistica, e hanno passione per le scienze sociali. Ma vedo anche i limiti suoi e della sua scuola. Sono limiti ideologici. Pigliaru non mette in discussione l'attuale regime europeo, e quando la Banca Centrale Europea scrive i suoi diktat assurdi, lui le dà ragione. Come buona parte dei dirigenti partoriti dalla sinistra italiana negli ultimi anni, accetta in tutto le regole dell'austerity della trojka che demoliscono la civiltà europea. A lui e al suo mondo rimane il ruolo della pomata che si stende sulle ferite, causate da un'arma che non vogliono condannare né fermare. Pigliaru e Renzi sono conservatori compassionevoli sotto il ritratto di Che Guevara. Predicano la parità dei diritti, ma la grande finanza non si tocca. Raccomandano la centralità della scuola, ma accettano le regole dei licantropi che si annidano nei corridoi brussellesi, francofortini e romani, che sono la vera causa delle mancate manutenzioni sui tetti dei licei e dell'umiliazione degli insegnanti. Amministrano il poco promettendo che sarà molto, ma accettano tutto ciò che lo renderà più scarso ancora: pareggio di bilancio in Costituzione, Fiscal Compact, precariato. Sul lavoro promettono leggi danesi per preparare salari cinesi. Per cominciare, secondo Pigliaru, la Sardegna dovrà essere la prima cavia su cui inoculare il Job Act di Renzi.

Abbiamo già visto in Grecia come va a finire. Non risolleveranno un bel niente. Meno potere avranno, meglio sarà.
Se governa ancora questa classe politica, fra cinque anni a vincere le elezioni sarà chi prometterà di riconquistare il diritto perduto di tutti a mangiare tre pasti al giorno.
Ecco perché Sardegna Possibile, prima ancora di tante altre competenze e infrastrutture, rivendica la competenza numero uno di un popolo, la sua infrastruttura fondamentale: ossia la volontà di liberarsi dalle dipendenze politiche in ogni campo della vita sociale e nel territorio. Perciò non si fanno accordi elettorali con una classe dirigente che ha fallito. Semplice.
Il laboratorio sardo rinnova i suoi alambicchi, trova energie nuove, costruisce l'alternativa. Ecco perché partecipo e mi candido nella lista Comunidades, sostenuto anche dal laboratorio politico Alternativa.
Gli elettori sardi hanno in mano per la prima volta da anni un progetto che non si appiattisce sul presente. La valanga di voti al MoVimento Cinque Stelle di Grillo, un anno fa, ha dimostrato che la volontà dell'elettorato può raggiungere numeri travolgenti. Oggi c'è una proposta di governo che non chiede di delegare ogni cinque anni, ma di partecipare ogni giorno, correggendo anche gli errori, che certo ci saranno. Il progetto di Michela Murgia mi piace perché non perde tempo con il solito miraggio della crescita del PIL, ma crede a una riconversione ecologica e sociale delle produzioni, e punta a salvare i beni comuni, ad aiutare le imprese virtuose e sociali. Nel mondo si può fare. E anche qui. Una volta liberata dai feudi, la macchina della Regione potrà essere riorganizzata, senza doppioni e sprechi, con meno assessorati e più progetti, e premierà chi la farà funzionare meglio. Il baricentro sarà il servizio alle comunità della Sardegna. L'orizzonte un Mediterraneo di pace, e un ruolo diverso in Europa.

Pino Cabras è candidato alle elezioni regionali nella lista Comunidades, per la coalizione Sardegna Possibile di Michela Murgia.
 
 

8 gennaio 2014

Il Mario Monti sardo

di Daniele Basciu.


Nei tempi in cui l’austerity sta distruggendo la civiltà in un intero continente si terranno in Sardegna le elezioni regionali. Il PD presenta come candidato per la presidenza l’economista Francesco Pigliaru, schierato con Matteo Renzi ed ex assessore della giunta Soru.
Bisogna aver chiaro qual è la vision di Pigliaru, è sufficiente leggere le sue parole di due anni fa. Commentando la lettera del 2011 della BCE inviata all’Italia, Pigliaru scriveva:
“Mentre aspettiamo che Berlino abbia il coraggio politico di fare la cosa giusta, noi italiani abbiamo una precisa agenda di cose da fare. L’elenco stilato il 5 agosto scorso da Draghi e Trichet nella lettera a Berlusconi basta e avanza per fare chiarezza tecnica sulle questioni principali: si tratta, in sostanza, di liberalizzare i servizi pubblici locali e i servizi professionali; di ridurre la rigidità della contrattazione salariale, per riconoscere differenze fra aziende e fra territori; di adottare la flexsecurity proposta da Pietro Ichino per avere più occupazione insieme a più garanzie per chi perde il lavoro; di mettere ordine nel sistema pensionistico, “rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità”
In altre parole perorava l’ABC del credo che sta devastando l’Europa: liberalizzazioni, privatizzazione dei servizi pubblici, deregolamentazione del lavoro, irrigidimento sulle pensioni. Interventi che, è stato già abbondamente evidenziato anche in contesto accademico (nel caso in cui qualcuno non si accorgesse di ciò che avviene guardandosi intorno), hanno avuto esiti disastrosi per la collettività. Si veda ad esempio questo ottimo documento di Stefano Lucarelli, docente di Economia Monetaria Internazionale presso l’Università di Bergamo nel dipartimento intitolato ad Hyman Minsky.

Ma perchè Pigliaru è convinto che si debbano applicare le ricette della BCE ? Semplice, perchè secondo Pigliaru il bilancio dello Stato è come quello di una famiglia, scrive: “Basta far finta che si tratti di una famiglia e il meccanismo appare in tutta la sua semplicità“.
 Questa affermazione applicata agli Stati sovrani è totalmente priva di senso, e fa parte dei “manuali di fantascienza” che vengono studiati e insegnati in molte facoltà di Economia al posto del funzionamento dell’economia reale.  Viene presentata da Pigliaru come una “condizione naturale” ma in realtà è la peculiare condizione creata in  eurozona, in cui gli Stati da monopolisti della valuta sono stati ridotti ad esserne utilizzatori, come accade nel terzo mondo. “Facendo finta” che lo Stato sia una famiglia, e che il debito pubblico debba essere gestito come il debito privato, un gruppetto di tecnocrati non eletti sta devastando un continente intero, imponendo una deflazione indotta che annienta il mercato interno per costruire una “macchina da export”, come spiega Mario Monti in questo delirio. È spaventoso che un economista Prorettore Delegato per la ricerca scientifica dell’Università di Cagliari sia portatore di questa superstizione economica, ed è grottesco il fatto che a sostenere questo economista sponsor delle ricette della BCE ci sarà anche il partito di cui fa parte il sindaco di Cagliari, che sulle “ricette della BCE” diceva queste cose qui: LINK
Dove portano queste ricette? qui (fonte tradingeconomics):


Questa è la lista dei 21 paesi al mondo con la peggior crescita anno su anno: 13 su 21 sono paesi Eurozona, che stanno “facendo le riforme”, trattano il debito pubblico come se fosse debito privato, e ignorano che la disoccupazione e la crisi economica sono una conseguenza dei deficit pubblici troppo bassi, e non del contrario.
Ma c’è in Sardegna una deformazione di lunga data, che considera come assolutamente “speciale e peculiare” quello che accade nell’isola, come se fosse un mondo a parte. Così ad esempio la deindustrializzazione in corso da oltre vent’anni è vista come una conseguenza del fatto che “l’industria petrolchimica non faceva parte delle nostre tradizioni“, ignorando completamente l’evidenza oggi lampante che la deindustrializzazione della Sardegna è stata un pezzo di un processo di smantellamento industriale molto più ampio consapevolmente condotto in Italia a vantaggio della Germania, con la svendita del sistema misto Stato-impresa che Letta intende completare da qui a breve. Il corollario è che spesso i soggetti politici locali sono visti e descritti come slegati dai partiti che li esprimono, ma qualsiasi ipotetico scenario futuro in una regione italiana deve necessariamente essere inquadrato nella realtà concreta costituita dall’Eurozona di concentramento e dall’isteria religiosa anti-debito pubblico che domina l’Europa.
E Pigliaru non è un entità autonoma. È l’espressione del partito che ha votato il pareggio di bilancio in Costituzione, il Fiscal compact, che ha sostenuto i governi Monti e Letta, e che ha posizionato un ex FMI come Cottarelli a capo della commissione spending review. É uno che scrive che “Il problema della crisi in Italia è che ha colpito un organismo economico molto debole, abituato a cavarsela con svalutazioni competitive e creazione di debito pubblico”
La Sardegna non è su Marte, è in Unione Europea. C’è la deindustrializzazione (c’è stata in anteprima), c’è la crisi, 700mila persone che vivono sotto la soglia di povertà, c’è il 41% di disoccupazione giovanile. Se Pigliaru vince le elezioni, ci sarà anche un sacerdote dell’austerity al governo dell’isola, esattamente come accade in tutta Europa, e con gli stessi risultati.
Se ne uscirà l’Italia ne uscirà anche la Sardegna, altrimenti non cambierà niente. A meno che la Sardegna non diventi uno Stato indipendente, che emette e spende come monopolista la propria moneta, di cui impone l’uso con la tassazione. Uno Stato consapevole del funzionamento dei sistemi monetari moderni fiat e del fatto che il deficit dello Stato diventa la ricchezza materiale e finanziaria del settore privato, e che spende per ottenere il benessere della collettività e la piena occupazione. Niente di nuovo, ma solo quello che Warren Mosler ha spiegato al Quebec quasi vent’anni fa e a Cagliari per due giorni interi, nel 2012, si chiama MMT.

Fonte: http://econommt.wordpress.com/2014/01/07/il-mario-monti-sardo/.



13 aprile 2013

Il Casaleggium non funziona

di Pino Cabras da Megachip.
CON AGGIORNAMENTO.


Non enfatizziamo più di tanto i difetti della seconda prova elettorale nazionale del Casaleggium, il dispositivo di voto online con il quale alcune migliaia di militanti registrati del MoVimento 5 Stelle distribuiscono i loro voti sulle candidature. Prima furono le “Parlamentarie”, oggi le “Quirinarie”. Stavolta le votazioni sono state annullate e ripetute dopo la denuncia di intrusioni in grado di alterare il voto. In sé, lo ripetiamo, l’episodio non va enfatizzato, perché - nonostante la retorica martellante del marketing di Grillo e nonostante le raffiche esacerbate degli avversari – rimane un avvenimento politico di modesta importanza, legato a un campione limitato di attivisti che sperimenta i primi rudimenti di un sistema carente. Più importante è invece trarre una lezione di fondo: il voto elettronico, ovunque sia stato applicato in sede di decisione politica di massa, è stato sin qui una storia di insuccessi, tanto più evidenti quanto più alte erano le speranze democratiche attribuite ai voti espressi con un clic.
Negli USA, alla già complicata varietà di sistemi elettorali farraginosi, da un quindicennio in qua si sono aggiunti nelle cabine elettorali vari sistemi di voto elettronico che seminano ogni volta dubbi e polemiche sia nelle primarie sia nelle votazioni generali, al punto da inquinare profondamente la fiducia nel sistema. Il Casaleggium – essendo praticato in un contesto ancora meno controllabile e più vulnerabile come la Rete – per ora riesce a dimostrare poche cose: dà prova di riuscire a coinvolgere ancora poca gente e di essere troppo esposto ad attacchi per poter assicurare fiducia nel sistema e nei risultati.
Le forme di scrutinio tradizionale non sono esenti da brogli, si obietterà. Vero. Ma non c’è ancora un paradigma basato sul voto elettronico in grado di sostituirsi ai vecchi sistemi con più vantaggi. Senza considerare che metà della popolazione italiana non sa nemmeno come si accende un computer, con tanti saluti all’«ognuno vale uno».
Anche in rete non sappiamo che farcene di ideologismi e falsa coscienza. Perciò leggiamo sul Fatto Quotidiano del 13 aprile un’intervista a un vero pragmatico della rete, Umberto Rapetto, da sempre in trincea nella lotta alle frodi telematiche. Rapetto ammonisce: «L’immaterialità del web si presta agli interventi più disparati. Internet è l’anarchia assoluta. Tutti quelli che hanno cercato di imbrigliarlo con delle regole hanno sbagliato: dai governi agli ideologi della rete. Volerla usare come strumento di governo e controllo è una follia». E se non fosse ancora abbastanza chiaro, aggiunge: «Non si può credere all’infallibilità del web. È un sistema che fa errori, tant’è che, come nella vecchia politica, bisogna rifare tutto.»
Anche Marco Schiaffino, un avvocato che nuota come un pesce nella corrente del diritto in rete, porta un argomento convincente contro il Casaleggium: «I furti di dati sono all’ordine del giorno e l’idea di creare un sistema di protezione a prova di bomba è pura utopia. La cronaca è piena di esempi: furti di dati di carte di credito, account Twitter, Facebook e PayPal eseguiti violando direttamente i database centrali in cui erano conservati. E si parla di aziende che spendono una fortuna per proteggere i loro dati. Figuriamoci che livello di sicurezza può garantire il sistema informatico di un movimento semi-spontaneo basato sul volontariato degli attivisti.»
E poi non è solo questione di sicurezza, ma di forma della partecipazione. Col passare degli anni diventa sempre più prezioso scoprire il pensiero di chi aveva visto lontano. C’è una famosissima intervista di trent’anni fa a Enrico Berlinguer (“Orwell, il computer, il futuro della democrazia”, l’Unità, 1° dicembre 1983), nella quale Berlinguer dice:
«La democrazia elettronica limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell'uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica. Anzi credo che bisogna preoccuparsi di essere pronti ad affrontare questo pericolo anche sul terreno legislativo. Ci vogliono limiti precisi all'uso dei computer come alternativa alle assemblee elettive. Tra l'altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l'unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone. Ad ogni modo lo ripeto: io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell'uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi. Ogni epoca, certo, ha e avrà i suoi movimenti e le sue associazioni. Vedi per esempio, nella nostra i movimenti pacifisti, i movimenti ecologici, quelli che, in un modo o nell'altro, contrastano l’omologazione dei gusti e il conformismo: chi avrebbe saputo immaginarli quaranta o anche venti anni fa? Naturalmente compito dei partiti dovrà essere quello di adeguarsi ai tempi e alle epoche. È qui che si misura la loro tenuta: sulla loro capacità di rinnovarsi.»
E in effetti l’incapacità di rinnovarsi dei partiti spiega molto di quanto accade oggi, trent'anni dopo.  Berlinguer naturalmente parlava a partire da quel che vedeva, i vecchi partiti. L’intervistatore gli chiese: «Quindi tu non credi che anche i partiti storici come quelli della vecchia Europa possano diventare solo dei partiti-immagine?». La risposta è attualissima:
«Possono, certo che possono. Ma intanto bisogna attrezzarsi per saper essere anche partiti-immagine e partiti d'opinione. Il rischio è quello di diventare solo questo. Perché sarebbe un impoverimento non solo della vita politica, ma della vita dell'uomo in generale».
Può sembrare paradossale, ma ora il monito berlingueriano vale anche per il M5S: «È qui che si misura la loro tenuta: sulla loro capacità di rinnovarsi.» Nel cambiare profondamente una cosa già sciupata. Il Casaleggium è già obsoleto.


AGGIORNAMENTO delle ore 21,45, 13 aprile 2013:
Al di là delle critiche all'affidabilità del sistema di votazione online adottato dal M5S, la rosa dei dieci nomi che emerge da questo meccanismo taglia in radice uno degli argomenti più sbagliati usati contro i Cinquestelle: quello di essere un movimento fascistoide. Lo ha usato molto spesso, prima e dopo il 28 febbraio, una parte della sinistra spiazzata da questo movimento. L'assurdità di vedere il fascismo nella forza politica dei Cinquestelle è peraltro confermata dalla mozione per il ritiro dei soldati dall'Afghanistan presentata dai parlamentari grillini: una delle tante cose che la sinistra italiana non ha fatto.
Risalta semmai una contraddizione con due dei dieci nomi emersi, quelli di Emma Bonino e Romano Prodi, due calibri da club Bilderberg che hanno pienamente appoggiato l'intervento militare in Afghanistan. Rimangono otto nomi notevoli, otto nomi che aprono un piccolo spiraglio per il futuro e lasciano un rimpianto per il passato: se fossero stati proposti con forza molto prima, avrebbero messo all'angolo per tempo tutti gli architetti di altri accordi sottobanco.
p.c.



26 febbraio 2013

Grillo, i movimenti, e i palazzi papali

 di Pino Cabras - da Megachip.


Due ottuagenari potenti e fiacchi si aggirano in queste ore in due sontuose regge di Roma, entrambe a lungo abitate dai papi. Uno è proprio il Papa, benché solo per poche ore ancora. L’altro è il Presidente della Repubblica, con qualche ora di carica in più. Sono svigoriti, perché quel che volevano tenere fuori dalle loro stanze sfarzose rientra invece con ancora più energia, e travolge le loro inutili e senili prudenze conservatrici. Joseph Ratzinger fin da ora ha preso atto della sproporzione di forze con la Storia: esce già di scena, ci pensino altri, e via il mal di testa. Giorgio Napolitano invece l’emicrania se la deve tenere tutta: un parlamento ingovernabile, un sistema politico formato da partiti troppo forti per permettere agli altri di governare, e troppo deboli per governare da soli, mentre il primo partito gli è alieno. È stato lui a portare dentro la reggia uno dei minori economisti della storia, per poi nominarlo senatore a vita, per fargli quindi governare malissimo una nazione, e per vederlo infine sconfitto miserevolmente, dopo una campagna elettorale disastrosa: Mario Monti, l’uomo che per mostrarsi empatico agli elettori affittava un cagnolino da esibire in favore di telecamera. Eccoli sconfitti, il robot e il cane. Gli sconfitti d’altronde non si contano, in queste elezioni, dentro e fuori il perimetro del Quirinale.
Pierluigi Bersani, ad esempio, non aveva proprio speranza. Solo il codazzo di incapaci che ancora si agita nel sottobosco mediatico intorno al PD poteva pensare che vincesse con una certa larghezza. Basta leggere i loro pronostici dell’altro ieri, quando vedevano Bersani inerpicarsi al 37 per cento, con i Cinquestelle fermi al 18. Per questi geni della politica la campana suona e suona ancora, ma non la sentono mai: già il voto europeo del 2009 fu segnato in mezza Europa dalle disfatte subite dai partiti che ereditavano gli insediamenti della sinistra del Novecento. La loro frana elettorale avvenne nel pieno di una vasta crisi economica e finanziaria coincidente con il fallimento del neoliberismo. Era già chiaro allora: la sinistra “novecentesca” europea era stata cooptata come interprete terminale del neoliberismo, un mero supporto delle oligarchie, quando doveva semmai combatterle. La ricetta di Bersani è stata invece: non tocchiamo nulla di quanto ha fatto il neoliberista più ottuso che si potesse trovare sulla piazza.
Sconfitto è Nichi Vendola, che ha dilapidato anche il fragile equivoco che gli aveva fatto imbarcare tanta gente: quella che ancora crede che si possa fare l’ala sinistra di un centrosinistra che fa l’ala di un centro neoliberista. Roba da mal di testa al cubo. Gli elettori non se lo sono fatto venire.
Sconfitto è Antonio Ingroia, persona perbene e segnata dalle più preziose discriminanti etiche, quelle di chi mette il proprio corpo contro la mafia, ma che si è fatto ingabbiare in una coalizione che – anch’essa - non sentiva la campana suonare per le sinistre novecentesche. Quanta ingenuità e quante illusioni, quando non chiudeva mai davvero la porta a Bersani!
Sconfitto è Gianfranco Fini. La lista che recava il nome del presidente uscente della Camera, uno dei politici più potenti della Seconda Repubblica, è stata umiliata con uno 0,4% dei voti. Sic transit gloria mundi.
Oscar Giannino, poi, è uno di quelli che si capottano in parcheggio, e non vale la pena parlarne.
Vince invece il potere d’interdizione che premia Silvio Berlusconi, ancora una volta resuscitato dalla fu sinistra. Peserà ancora, il Caimandrillo. La destra, in Italia, si aggrega intorno a un blocco sociale ben presente, quello che c’è, non quello degli affitta-cagnolini alla Rigor Montis.
Ma vince soprattutto il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Da tempo avevamo intuito il suo successo in quanto punto di coagulo dell’opposizione, e previsto i tremendi compiti che gli si sarebbero parati di fronte alla vigilia della Terza Repubblica. Forse volevamo cambiare questa forza politica con più velocità del consentito. Forse Grillo non ha voluto essere così forte da dover governare ora, quando la sua forza politica è fatta di gente attenta alle dimensioni locali, ma non pronta per il nucleo del potere statale. Ma la questione si ripresenterà. Quale? La trasformazione di un movimento in una forza dirigente adatta a governare un paese di sessanta milioni di abitanti. Il problema è nelle cose, e si proporrà prima del previsto. Di certo l’opposizione da oggi avrà questa sponda parlamentare, e i Cinquestelle saranno un interlocutore ineludibile per tutti i movimenti che vogliano rivoluzionare questa parte del mondo.
Colpisce in proposito il risultato siciliano, perché offre un esempio di cosa possa significare portare l’opposizione dentro le istituzioni. Alle elezioni regionali dello scorso ottobre il M5S ebbe circa il 15 per cento dei voti. Oggi la percentuale è doppia. Cosa è successo nel frattempo? L’incremento non è dovuto solo alla spettacolarità delle indennità autoridotte dei deputati siciliani: il gruppo parlamentare regionale dei Cinquestelle in questi mesi ha fatto sua la lotta popolare contro la base americana MUOS, un tema che nella campagna elettorale regionale non era nemmeno contemplato, al punto da riuscire a condizionare in modo forte l’azione del governo regionale. Questo è un modello di battaglia istituzionale molto chiaro: quello di una lotta che appoggiamo da tempo e che se non avesse voce nelle istituzioni non avrebbe altrettanta forza.
Ecco, servirà altrettanto per tante altre lotte su tutto il territorio della Repubblica Italiana. A partire dalla lotta contro i dittatori del debito e dello spread: una lotta che non ha più da tempo riferimenti fra forze politiche organizzate con una proiezione politica e sociale a tutto campo.
Ora tutto questo si potrà costruire. L’ottuagenario che si aggira come in trappola nel fastoso palazzo non potrà farci nulla.