28 gennaio 2015

#Tsipras. Il gran botto nel Laboratorio Greco

di Pino Cabras.
da Megachip.

Se consideriamo la Grecia come un laboratorio, così come in molti fanno da anni, in occasione della vittoria di Tsipras abbiamo assistito all'incendio di molti alambicchi. Chi conduce l'esperimento, specie se si tratta di un test pericoloso, corre anche il rischio di collaudare qualcosa che non risponde ai suoi modelli di partenza: mette nel conto di sacrificare risorse, forzare i limiti, spingere al massimo le resistenze, scoprire cosa brucia subito e cosa provoca ritorni di fiamma imprevisti.
Se gli va bene, scopre una nuova formula che potrà ogni volta padroneggiare. Se gli va male, può provare e riprovare ancora sulle cavie, e solo dopo potrà estendere le esperienze sicure su un sistema più vasto. Oppure può circondare di misure di sicurezza quel piccolo e scoppiettante laboratorio isolato.
La Grecia è stata già altre volte un’officina per gli sperimentatori delle élite occidentali. Se ci pensiamo, negli stessi anni in cui in Italia gli ambienti atlantisti influenzavano la vita politica con la strategia della tensione e vari tentativi di colpo di Stato, ad Atene i militari andavano davvero al potere con un golpe, instaurando la Dittatura dei Colonnelli (1967-1974). Nella culla della civiltà europea si poté così sperimentare per qualche anno la soppressione delle normali libertà civili, lo scioglimento dei partiti politici, l’istituzione di tribunali militari speciali, il ricorso alla tortura e al confino per migliaia di oppositori. L’esperimento non funzionò. Il golpe classico suscitava troppa opposizione interna e internazionale, i più intraprendenti fuggivano e l’economia diventava insostenibile. Negli anni successivi, in Italia, appresa la lezione greca, si dimostrò che funzionava meglio un condizionamento di tipo piduista, che faceva sentire la minaccia della violenza, ma usava un approccio più graduale e tentacolare. Il prezzo del test lo avevano già pagato i greci.

Nel nuovo secolo, dall’instancabile cantiere oligarchico è partito un ulteriore “esperimento greco”, proprio negli anni in cui si è via via instaurato un nuovo tipo di regime europeo: cioè un regime che ha portato alle estreme conseguenze i difetti sempre più odiosi e antidemocratici della costruzione comunitaria e ha imposto le disfunzioni permanenti dell’euro, una moneta «che non dovrebbe esistere», (come ha scritto finanche il servizio studi del colosso bancario svizzero UBS), e che impone anche notevoli costi per un'eventuale uscita.

[Naturalmente debbo postulare che a carico dei greci sia stato realizzato un esperimento pienamente intenzionale, altrimenti dovrei concludere che l’Europa è governata da idioti e sprovveduti. Cosa sempre possibile, ma meno probabile, nonostante le facce stolide di molti governanti ed eurocrati.]

La Grecia sarebbe stata sufficientemente piccola da poter disinnescare il suo debito sovrano senza spargimenti di sangue, senza imporre fiscalità assassine, senza deprimere l’economia, ecc. Eppure le sono state imposte regole rigidissime, totalmente insensate e destinate a fare un buco nell'acqua. Solo un mondo intellettualmente fallito di pseudo-economisti traditori e ben pasciuti poteva insistere per anni sull’«austerità espansiva» (ossia praticare il salasso agli anemici aspettandosi di aumentare la massa sanguigna: puro nonsense). Si è abusato impunemente di un intero popolo, quello greco, che aveva la colpa di non essere numeroso e di avere un PIL che incideva sull’Europa quanto quello della provincia di Treviso sul PIL italiano.
La spirale del debito non veniva interrotta ma sovralimentata. Persino negli algidi trattati tecnocratici europei, da Maastricht in poi, è scritto il sacro principio della “Solidarietà fra gli Stati membri”. I padroni del laboratorio hanno invece deciso che quell’ingrediente doveva restare una lettera morta sul ricettario.
Sulla pelle dei greci, i padroni del laboratorio hanno così potuto misurare in una scala relativamente ridotta una serie di fenomeni: quanto può crescere la disoccupazione in un Paese e fino a che punto si deprezzano i beni, quand’è che un sistema sanitario crolla, qual è il punto di ebollizione da cui partono le rivolte violente e gli assalti ai fornai, come si dosa il monopolio della violenza affidato alla polizia, in che proporzione crescono i voti ai nazisti e quanto questi siano utilizzabili per dividere il popolo, quale livello di passività politica può raggiungere chi non ha più tempo per un proprio ruolo sociale e deve pensare solo a sopravvivere mentre evaporano stipendi e pensioni. Fino a che punto i partiti che reggono il sacco alle banche straniere resistono ancora all’erosione dei voti perché offrono ancora in cambio briciole residue per tenersi in vita? Qual è la chimica di una nazione disperata? Esplode, si evolve o implode?

La troika FMI-UE-BCE è andata avanti registrando tutti i movimenti con i suoi schemi immutabili, continuando l’esperimento con impassibilità e recitando le sue orazioni neoliberiste. Naturalmente il messaggio mafioso arrivava agli altri PIIGS, maledetti maiali-cicala: avete vissuto troppo al disopra dei vostri mezzi, siete nati per soffrire e per «fare le riforme strutturali», con una svalutazione del lavoro in favore del capitale finanziario. Nel Laboratorio Grecia si esagerava, fino a volerla trasformare in una Zona Economica Speciale alla cinese, con salari da poche centinaia di euro, non senza aver distrutto quasi un milione di posti di lavoro.
Questo calvario è richiesto ai greci ancora una volta dalla comare secca che guida il FMI, Christine Lagarde, che ha rilasciato una tempestiva intervista su «Le Monde» e «la Repubblica», il 27 gennaio 2015. Sarebbe stato interessante chiedere alla Lagarde se è vero quel che dice su di lei il Gran Maestro Gioele Magaldi nel suo libro “Massoni”, cioè se appartenga a ben due logge massoniche ultraoligarchiche transnazionali, la “Pan Europa” e la “Three Eyes”, alla quale ultima – sostiene Magaldi – sarà possibile rivelare l’affiliazione anche di Giorgio Napolitano e Mario Draghi. Anche senza aspettare le risposte di Christine e i suoi fratelli, sappiamo comunque che la pensano tutti allo stesso modo sulla Grecia. A caldo, ieri, Draghi ha perfino fatto notare che la pressione fiscale in Grecia resta «ben inferiore sia alla media dell’area euro, sia a quella di tutta l’Unione europea a 28.» Ossia: c’è ancora un po’ di carne da staccare dall’osso, che cosa mai vorranno negoziare questi ellenici. Fabio Scacciavillani twitta: «Un popolo di parassiti elegge una banda di ferrivecchi falliti». Scacciavillani, per chi non lo sapesse, è Chief Economist del Fondo d'investimenti dell'Oman. Per la sua ideologia, un insegnante greco è dunque un parassita, laddove il Sultano dell’Oman è un adorabile filantropo e i grandi fondi speculativi sono immacolati agenti del Bene, purché ogni tanto li si foraggi con pubblico denaro: insomma, il solito neoliberista con il mercato degli altri, con proiezioni freudiane sul parassitismo.

L’ascesa di Syriza e del suo leader Alexis Tsipras è nata dunque in reazione a questo esperimento crudele e interminabile, perpetuato da tanti reggicoda e ideologi in seno all’establishment.

Dentro le vampe del laboratorio, Tsipras ha dovuto fare una cosa molto chiara: individuare il nemico sin da subito. Non ha mai pronunciato una frase come quella che invece pronunciò Nichi Vendola in un'intervista all'«Espresso» del 16 giugno 2011, quando vedeva tra i semi della svolta «l’impegno di due grandi cattedre: quella di Papa Ratzinger e quella del papa laico, Mario Draghi. Ambedue hanno colto nella precarietà un dato di crisi globale della nostra società. Il mondo mette in movimento tanti mondi. Tanti mondi mettono in movimento il mondo». Vendola associava uno dei più venerabili maestri della prassi oligarchica, Draghi il “papa laico”, nientemeno che a un nuovo «formidabile processo di critica verso le oligarchie» fra i giovani e i movimenti. Si spiegano molte cose sui diversi destini della sinistra radicale in Grecia e in Italia.
Così come non si sa cosa voglia dire oggi il vicepresidente dell’europarlamento, Gianni Pittella (PD), quando invita Tsipras ad «avviare da subito i negoziati con le forze progressiste ed europeiste greche, per formare un governo stabile e autorevole», cioè con i complici più ipocriti dell’austerity. Tsipras, che è un politico vero, si è guardato bene dal dargli retta, e un minuto dopo ha invece concluso un accordo di governo con un altro partito. Un partito di destra, ma con la faccia al posto della faccia, a differenza di Pittella. Il quale continua il comunicato invitando il buon Alexis ad affrontare insieme le «sfide enormi come la lotta alla corruzione, all’evasione fiscale e alla disoccupazione», cioè gli effetti secondari delle cause che Pittella e sodali hanno favorito, ad esempio promuovendo i Mario Monti e i Papademos, i Jobs Act e le iniquità strutturali dell’attuale moneta.
L’economista anti-euro Alberto Bagnai si è affrettato a dire che Tsipras è solo uno specchietto per le allodole e che serve ad anestetizzare il dissenso. Anche lui, come altri, ha notato che Tsipras non sta guidando la Rivoluzione. Bagnai trascura però un fatto che ha messo bene in luce Giuseppe Masala: le armi in mano al nuovo primo ministro greco sono poche e spuntate, mentre tante armi potenti sono in mano straniera. Tsipras potrà fare politica e trovarsi alleati in Europa, ma l’esperimento (e anche l’incendio del laboratorio) è ancora in corso.
Nelle condizioni attuali, Tsipras non vuole fare la forzatura di una spallata rivoluzionaria: il suo è puro realismo politico.
In troppi dimenticano che il primo partito greco, Syriza, ha ottenuto solo il 36,3% dei voti validi, i quali a loro volta sono da calcolare su appena il 64% del corpo elettorale. Tsipras conosce bene una famosa frase del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, a suo tempo molto meditata: «Sarebbe del tutto illusorio pensare che, anche se i partiti e le forze di sinistra riuscissero a raggiungere il 51 per cento dei voti e della rappresentanza parlamentare... questo fatto garantirebbe la sopravvivenza e l'opera di un governo che fosse espressione di tale 51 per cento.»
La frase è del 1973: in Cile è appena andato al potere il generale golpista Pinochet che ha rovesciato Allende, mentre i colonnelli governano ancora Atene. Il dollaro da due anni non è più convertibile in oro, e la domanda di dollari esplode con il boom del prezzo del petrolio. In Italia settori rilevanti delle classi dirigenti atlantiste fanno sentire “tintinnio di sciabole”, in piena strategia della tensione. Berlinguer propone una forza di governo a un paese a sovranità limitata, condizionato da leve che non sono nelle sue mani, per lui ancora irraggiungibili. Con la proposta del “compromesso storico” punta a far tollerare al campo internazionale in cui si trova, all’interno del Patto Atlantico, l’arrivo al governo di una forza in crescita, eterodossa, formatasi con schemi diversi rispetto agli schieramenti organici alla politica occidentale, e per giunta in storici rapporti con l’URSS, nell’altro campo internazionale. Anni dopo, in un’intervista, Berlinguer arriva anche a dichiarare che si sente più sicuro sotto l’ombrello protettivo della NATO che sotto il Patto di Varsavia. Il segretario del PCI porta ai limiti estremi l’ipotesi difficilissima di cambiare la vita di uno Stato sulle ali di un risultato elettorale che non si prefigge un “cambio di campo” della nazione.
Finché in Italia ci furono partiti forti e di massa, questi esercitarono una semi-sovranità in grado di correggere e contenere l’esercizio di poteri sovrani esterni che limitavano la sovranità italiana. Ma c’era evidentemente un limite invalicabile, oltre il quale la semi-sovranità soccombeva ai rapporti di forza opachi del sistema atlantico.
Similmente, Tsipras ha massimizzato la forza politica ottenibile con il voto degli elettori in presenza di una proposta di governo riformatrice, consapevole di muoversi all’interno di vincoli letteralmente incontrollabili.
È soltanto con il senno del poi che possiamo dire che la strategia di Berlinguer non avrebbe mai potuto ottenere i suoi obiettivi. Ma con il senno di chi agiva allora era una scommessa difficilissima, purtuttavia degna di essere perseguita.
Allo stesso modo, anche la scommessa di Alexis Tsipras è estremamente difficile, perché è condizionata da un campo internazionale molto maldisposto verso spinte contrarie al vento neoliberista, nel momento in cui sul piano militare si moltiplicano i focolai di guerra lungo i confini sempre più larghi della NATO, e sul piano economico si va a grandi passi verso una “NATO economica” da regolare con i nuovi trattati atlantici sul commercio e la finanza, con l’obiettivo di abbattere il ruolo della Russia e consolidare un’Europa più debole, In quel contesto, avremmo una Germania gendarme, circondata da un immenso Mezzogiorno europeo impoverito: la versione upgraded del Laboratorio greco. Un incubo reale.
Per parte nostra, è però interessante notare che le strade non siano state tutte percorse, e il futuro riservi quote di imprevedibilità in grado di scottare gli scienziati pazzi. Il nuovo ministro greco delle Finanze, Yanis Varoufakis, un comunista determinato e molto preparato, parla l’inglese meglio dei maggiordomi europei che biascicano un misero anglofinanziese. Il suo è l’inglese con cui conversa ogni giorno con il suo carissimo amico James Galbraith, figlio del grande economista John Kenneth, a sua volta primo consigliere economico di John F. Kennedy e indimenticato autore di “L’economia della truffa”, un libro che faceva già anni fa il ritratto dei nemici della Grecia. I nemici di tutti noi.

Rispetto agli anni settanta prima descritti ora interviene una dose maggiore di caos sistemico. Ai piani alti scommettono sulla controllabilità di questo caos per ottenere nuovi vantaggi, ma non è affatto detto che possano controllare tutto. Attori politici sufficientemente coraggiosi potrebbero cambiare lo scenario. Anche in Italia. Purché sia gente che studi a fondo la figura di Gennaro Migliore, per poi comportarsi in maniera esattamente contraria. Purché sia gente che studi il M5S, ne colga la carica innovativa e ne rigetti le sue tristi derive che portano a un vicolo cieco.

Non ci stancheremo infine di far notare che in Europa hanno voluto aprire un altro importante laboratorio di sperimentazione, stavolta in chiave militare, la crisi ucraina, un golpe a trazione americana, con Kiev occupata da plenipotenziari neocoloniali dell’élite oligarchica e finanziaria, e il Donbass percorso da milizie nazistoidi e da mercenari. Le stesse classi dirigenti che hanno consentito per anni lo scempio della Grecia, chiudono gli occhi di fronte allo scempio dell’Ucraina, dove si stanno incubando i germi di un nuovo modello violento e nazistoide, magari da ibridare con il laboratorio finanziario greco. È perciò significativo che uno dei primissimi pronunciamenti del governo Tsipras sia stato quello di sconfessare il comunicato dei leader europei che prefigurava nuove sanzioni contro la Russia, con tanto di telefonata di Tsipras all'Alto rappresentante UE Federica Mogherini per esprimerle solennemente «il suo malcontento».
La Grecia diventerà un soggetto combattivo. L'Europa che ha affossato il gasdotto South Stream ma non vuole rinunciare al gas dovrà passare proprio dalla Grecia, visto che le pipelines convergeranno in Turchia. L'esperimento greco riserverà sorprese inattese.
Intanto, un fenomeno elettorale nuovo, Podemos, in Spagna, anch'esso con il vento in poppa, individua già un tema chiave: uscire dalla NATO. Il concetto può diventare a sua volta un laboratorio, questa volta in mani popolari, per costruire le premesse della vera libertà e della pace europea. 




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