Visualizzazione post con etichetta Goldman Sachs. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Goldman Sachs. Mostra tutti i post

10 dicembre 2012

Il Grillo, il Principe e la Terza Repubblica


Alcuni consigli a Beppe sui candidati, sul governo e sul nuovo Capo dello Stato

«… li buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino dalla prudenzia del principe, e non la prudenzia del principe da' buoni consigli.» (Niccolò Machiavelli, Il Principe, cap. XXIII)

«…quindi dateci una mano piuttosto che martellarci, a me e a Casaleggio, di darci delle martellate in testa, dateci consigli, una mano, abbiamo bisogno tutti uno dell’altro. Grazie.» (Beppe Grillo, Comunicato n. 53, beppegrillo.it)

di Pino Cabras – da Megachip.

Quando Niccolò Machiavelli compilò quasi tutti i capitoli della sua opera più famosa, Il Principe, era il 1513. Mezzo millennio fa. L’autore osservava un’Italia debilitata, soggetta a mani barbare che la spossessavano. Machiavelli scrisse il Principe per trovare soluzioni politiche pratiche e per immaginare un soggetto forte che le mettesse in atto. Pensava che nella crisi di allora ci fosse comunque un’opportunità.
Esattamente cinque secoli dopo, l’Italia – in condizioni storiche certo assai diverse - è di nuovo la preda di poteri che la percorrono, la derubano, la dividono.
Anche nella crisi di oggi sorgono opportunità e pericoli affrontati da nuovi interpreti. Cambieranno presto molti di questi interpreti, muteranno i partiti politici, e in mezzo a questo tramutare in molti già ora vogliono dire la loro, esserci, sfiorare i panni che il Principe potrà vestire. Da qui i consigli, le adulazioni, le demonizzazioni.
Da qui anche il mio divertimento nell’accostare la frase di Machiavelli e quella di Beppe Grillo, ossia il soggetto politico che turba il sonno dei Principi decaduti riparatisi dietro Rigor Montis. Che Principe avremo nel 2013? Monti? Berlusconi? Bersani? O proprio Grillo? Andiamo con ordine.

Spero che tutti abbiano ben presente che le elezioni politiche, ormai vicinissime, non decideranno solo la sorte di un parlamento e di un governo. Cambieranno per prima cosa il Principe che abita al Quirinale. Il quale Principe conta parecchio. Abbiamo visto quanto egli sia stato decisivo per imporci il governo di tecnocrati neoliberisti, scelti fra i minori economisti della nostra epoca, e quanto abbia trafficato per mettere in mani lontane la già poca sovranità che avevamo. La combinazione fra nuovo Presidente della Repubblica, nuovo parlamento e nuovo governo avrà un effetto durevole. Se non fosse ancora chiaro, lo ribadisco: sarà in questi mesi che si deciderà l’impronta della Terza Repubblica.
In Italia ricorrono i cicli ventennali, e durano così tanto perché chi li guida vince all’inizio. Monti e Napolitano hanno preparato il terreno per un nuovo ciclo ventennale, anche se non lo amministreranno certo tutto loro, bensì Bersani, Vendola e gli altri vassalli dell’Impero. Il Fiscal Compact, il patto di bilancio europeo, è appunto un vincolo ventennale, che loro hanno già accettato. È un incubo lunghissimo, al termine del quale, rispetto a mezzo millennio fa, mancheranno solo i lanzichenecchi. E non è nemmeno detto che ce li faranno mancare.
Chi si oppone a questo incubo?
Si oppongono forse i partiti che hanno ereditato l’elettorato di sinistra? No di certo. Hanno consegnato milioni di elettori, docili come agnellini, agli strateghi di scuola Goldman Sachs e Bilderberg, da Prodi a Draghi a Monti. Altri milioni di elettori, che a un certo punto hanno capito l’andazzo, hanno iniziato a non votare. Altri ancora, specie gli intellettuali, hanno giocato troppo a fare l’ala sinistra del centrosinistra. Fanno errori infiniti, ripetono sempre le stesse mosse e imparano dagli errori troppo lentamente rispetto all’accelerarsi della Storia. Hanno pure bei programmi, ma caos organizzativo totale.
I partiti di destra che hanno orbitato intorno a Berlusconi – nel frattempo - sono nel marasma. Ci provano pure a sottintendere un mondo senza Monti, senza questa Europa dittatoriale, senza Fiscal Compact. Ma si vede da lontano che non hanno uno straccio di idea, fino a subire il ritorno della mummia di Arcore.
Poi c’è Grillo. Che non è un fungo spuntato dal nulla. L’attore genovese ha guadagnato il suo primo sostrato di popolarità dalla sua originaria caratura di personaggio televisivo, ben oltre vent’anni fa, e ha integrato questo patrimonio con lo specifico del teatro, infine lo ha riportato sul terreno di internet e poi nelle urne elettorali. È stato un lavoro lungo. Lo ha rivendicato lui stesso: «Io ho cominciato vent’anni fa girando il mondo, visitando laboratori, intervistando ingegneri, economisti, ricercatori, premi Nobel. Ho rubato conoscenze ai grandi. Mi sono informato, mi son fatto un culo così, anche se molti mi prendono per un cialtrone improvvisatore. E ora questi pensano di metter su movimenti in quattro e quattr’otto.» Non posso dargli torto.
C’è stato dunque un lavoro organizzativo e ideologico, in cui Grillo ha costruito una narrazione, affidandosi saldamente a un pilastro patrimoniale, la sua azienda, a suo agio con i meccanismi della società dello spettacolo. Da un certo punto in poi Grillo non ha più mosso un solo passo senza il suo socio di ferro, Gianroberto Casaleggio, anch’egli fermissimo nel costruire un partito-azienda. Mentre il partito-azienda di Berlusconi voleva far durare eternamente gli anni ottanta del XX secolo, il partito-azienda di Grillo e Casaleggio ha voluto promettere in anticipo gli anni ottanta del XXI secolo. Due narrazioni opposte, ma entrambe lontane dalle forme di attività politica del partito-massa novecentesco, ed entrambe consapevoli che siamo dentro un grande show. Grillo ha via via rafforzato il suo efficiente modello imprenditoriale in cui c’è sinergia fra il suo blog, gli spettacoli, un certo networking su temi politici, sociali e ambientali che esalta protagonismi giovanili e buone pratiche amministrative, fino a portarlo in politica nel Movimento Cinque Stelle.
Per i temi che propone, e per il fatto che si oppone frontalmente e senza compromessi a un ceto politico terribilmente screditato, il Cinquestelle è diventato il punto di coagulo dell’opposizione, l’unico attualmente in grado di portare in Parlamento rappresentanti non organici al "Pensiero Unico". La creatura ha raggiunto elettoralmente e mediaticamente una massa tale da affascinare nuovi votanti disposti a sospingerla in alto. In questo modo, Grillo e Casaleggio si trovano buone carte in mano da giocare per la partita della Terza Repubblica. Finora hanno scelto di non cambiare il loro gioco. Poiché la partita si disputa adesso, le contraddizioni in seno ai Cinquestelle si notano di più. Ad esempio la retorica «uno vale uno» e la «democrazia diretta» cedono il passo al «comunicato 53» del 29 ottobre 2012, nel quale Grillo dichiara: «io devo essere il capo politico di un movimento», laddove impone una regola inderogabile per decidere chi si può candidare: «chiunque sia stato iscritto a una lista comunale o regionale», e nessun altro.
Poi si scopre invece che sono state concesse eccome delle deroghe, e si sono posizionati bene nelle liste anche candidati che non avevano mai fatto parte di liste locali, mentre altri in analoghe situazioni o perfino ex candidati non potevano partecipare, stoppati dallo staff dei capi. Misteri del Casaleggium. Come si spiegano? Quale questione di fondo sollevano? C’è solo da capire, non da gettare la croce su qualcuno.
La questione è semplice. Nemmeno i Cinquestelle si sono finora sottratti alla «legge ferrea dell’oligarchia» dei partiti, enunciata nel 1911 da Robert Michels, un politologo tedesco. Cosa dice, in sostanza, questa regola secolare? A dispetto di una struttura democratica aperta alla base, nel partito tende sempre a formarsi una struttura comandata da un numero ristretto di dirigenti che godono di risorse informative, finanziarie e organizzative asimmetriche. Le gerarchie possono essere esplicite o implicite, palesi o in ombra, ma pesano comunque in modo decisivo. Questo vale per grandi partiti massa, ma diventa stridente in una formazione che rivendica di avere un “non-statuto” e si rimette solo alle regole del codice civile sulla proprietà dei marchi, proprio mentre spende ogni parola possibile in favore della “democrazia diretta”. Tutto ciò può funzionare in un’azienda, può procedere bene in una piccola comunità. Ma quando la dimensione dell’azione politica si estende a un paese di sessanta milioni di abitanti, la democrazia rappresentativa è l’unica cosa che può reggere. 
Lo stesso Grillo lo ammette: «Fosse dipeso da me, ci saremmo fermati ai comuni e alle regioni, il movimento è nato dimensionato sulle realtà locali. Il Parlamento è fatto su misura dei partiti. Ma ora come fai a deludere le aspettative di tanta gente? Ci costringono a presentarci alle politiche.»
L’ideologia dell’«uno vale uno» su questa scala non funziona dunque più, amen.
Certo, Grillo ribadisce che non vuole portare in parlamento chi ha «il Dna corrotto dall’organizzazione-partito. E poi ci inventiamo un meccanismo di democrazia partecipativa per far governare i cittadini». Ma in attesa di tutto questo, nella realtà effettuale il capo è lui. E lui decide chi c’è e chi non c’è. La decisione avviene all’interno di un bacino ristretto di candidati, determinato con regole dichiarate rigidissime e nondimeno occasionalmente aggirate con il consenso del vertice. Le «parlamentarie», con il voto di alcune decine di migliaia di italiani, ratificano.
Spettacolare contraddizione: un partito che esalta la democrazia diretta contro la democrazia rappresentativa accondiscende pragmaticamente a meccanismi di selezione fra pochi cittadini strettamente vigilati da un’élite circoscritta.
Militanti e elettori del M5S farebbero bene a trarre una prima lezione: a questi livelli, la rappresentanza non consiste nel fare di un parlamentare un “dipendente” che agisce solo da portavoce. I padri costituenti c’erano già arrivati senza sbatterci il muso. Ora, Grillo ha fatto un pantheon dei “santi laici”, includendo tra gli altri Aldo Moro. Benissimo. Ma Moro e gli altri costituenti scrissero non a caso l’articolo 67 della Costituzione: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Il terreno di azione costituzionale possibile oggi è questo e non altro.
Perciò il meccanismo di selezione della rappresentanza scelto da Grillo e Casaleggio - e ratificato tra i mugugni dagli attivisti cinquestelle – insiste narrativamente a dire “democrazia diretta”, ma non la può attuare davvero, con il risultato di produrre delle liste terribilmente modeste. E allora mi chiedo: come potrebbe l’Italia, pur stufatasi di Monti e disgustata da Berlusconi, affidarsi a queste liste? Le recenti elezioni regionali siciliane ad esempio, hanno sì dimostrato che Grillo è in boom, ma non intercetta gran parte dell’astensione. Col risultato che governano altri.
Stanti così le cose, non ci dovremmo attendere un risultato diverso su scala nazionale.
Ecco il punto: voglio credere ancora che Grillo non si accontenti di un risultato modesto e colga invece l’occasione storica, per quanto essa faccia tremare i polsi. Prendo spunto dal suo appello, quando chiede: «dateci consigli, una mano, abbiamo bisogno tutti l’uno dell’altro». Spero che si tratti della «prudenzia del principe» che fa sorgere i «buoni consigli».

Il consiglio è semplice, caro Grillo: non limitarti a dire «sono il capo politico di un movimento», cioè l’ennesimo (ancorché originale) capopartito, alla guida di un ennesimo (seppur eccentrico) partito.
Prova invece a esercitare una leadership più vasta e più utile al sogno che hai dichiarato. Ricordi la domanda di Travaglio: «Come te lo immagini, il prossimo Parlamento?» E tu: «Me lo sogno pieno di rappresentanti di tante liste civiche, movimenti di gente perbene. Ragazzi, professori, esperti. I nostri di Cinquestelle, i No-Tav, quelli dell’acqua pubblica, dei beni comuni, gli altri referendari.»
Bello, ma finora hai invece determinato la formazione di liste dalle dinamiche molto partitiche, troppo lontane da quel sogno.
Perché è accaduto? I recenti successi elettorali hanno attirato frotte di “soccorritori del vincitore”: gente incontrollabile, in grado di corrompere irrimediabilmente la forza politica plasmata finora dal fondatore. La decisione dal vertice dell’azienda – chiudersi - è stata una decisione d’emergenza, «sennò ti entra Toto u curtu e poi ce lo hai tutta la vita dentro, Toto u curtu», dice Grillo.
La cosa si comprende perfettamente. Un leader che ha costruito una sua reputazione nell’arco di decenni agisce d’imperio per preservarla, perché è la risorsa chiave che alimenta il motore: quella reputazione gli consente di avere l’autorevolezza e il consenso per decidere in qualità di dirigente, di garante, di tessitore, di iniziatore. Una classica democrazia del «carisma», più che una futuribile democrazia di «cliccattivisti».
E allora, mi chiedo, perché non usarla più largamente e meno ipocritamente - e meno patrimonialmente - questa autorevolezza? Cos’ha in mente Grillo, ora? Forse non il governo. Forse vuole limitarsi alla testimonianza, con poche decine di parlamentari, in attesa di tempi migliori. Ma quali tempi migliori? Se la Terza Repubblica nascerà come lo zombie dell’attuale sistema, il Paese andrà a fondo in poco tempo. Serve una forza di governo, o almeno un’opposizione forte e non marginalizzata.
E qui vengo a sviluppare meglio il mio personalissimo consiglio.
Il riferimento va a un esempio storico di alcuni decenni fa, che ci può ispirare senza dimenticarci che viviamo in tempi molto diversi da allora, con altri partiti, altri scopi, altre idee, ecc. È solo un utile esempio funzionale per vedere come può operare la rappresentanza.
Ebbene, chi era il punto di coagulo dell’opposizione negli anni settanta? Era il PCI, uno strano partito che pur essendo di massa, a un certo punto decise che non poteva bastare a se stesso, e perciò alle elezioni presentava candidati indipendenti. Naturalmente questi condividevano molte idee di quel partito, non andavano certo in campo avversario, ma avevano biografie autenticamente svincolate ed erano in grado di rappresentare interessi che il PCI non raggiungeva con le sue sole forze. La cosiddetta Sinistra Indipendente formava perfino un suo gruppo parlamentare autonomo, che portò alle Camere voci autorevoli, competenti, oneste, rappresentative, perfettamente in grado – una volta concluso il mandato – di non impigliarsi per sempre al “mestiere” politico. Questi parlamentari contribuirono tra l’altro a scrivere ottime leggi, cosa niente affatto secondaria.
Ebbene, il Movimento Cinque Stelle, lo ripeto, è di fatto il punto di coagulo dell’opposizione dell’oggi e dell’immediato domani, e ha una straordinaria responsabilità storica, che anche in bocca a Beppe Grillo suona con queste esatte parole: «Ma ora come fai a deludere le aspettative di tanta gente?»
Se la sua preoccupazione è questa, allora diventa cruciale, nel brevissimo tempo che rimane da qui alle elezioni, presentare liste migliori di quelle varate con la consultazione infra-partitica delle «parlamentarie». Non c’è tempo per fare una grande selezione di massa. C’è tempo invece per guardarsi intorno fra «rappresentanti di tante liste civiche, movimenti di gente perbene. Ragazzi, professori, esperti» (riuso le parole di Beppe). I Cinquestelle li conoscono già: «I No-Tav, quelli dell’acqua pubblica, dei beni comuni, gli altri referendari.» Scelga Grillo alcune decine di «saggi» indipendenti da presentare in vista delle elezioni in aggiunta al quadro delle liste attuali: alcuni da candidare come parlamentari, altri come possibili ministri, altri come autorevoli garanti. L’esposizione di Grillo sarebbe calibrata e cesserebbe di essere una sovraesposizione. La presenza di parlamentari indipendenti e non trasformisti sarebbe il seme di una nuova democrazia. Diventerebbe il punto di confluenza di una forza popolare in grado di dirigere e riformare profondamente la Repubblica. Troverebbe un’Italia disposta a una reale alternativa. Darebbe una prospettiva a milioni di elettori altrimenti portati ad astenersi.
Il programma? Con pochi punti ben scritti e ben difesi ci ritroveremmo a milioni. E sarebbe un programma opposto agli attuali partiti. Disegnerebbe una Terza Repubblica lontana anni luce dallo sfascio odierno.
Accennavo al fatto che nel 2013 si eleggerà il nuovo Capo dello Stato. Pur non essendo l’Italia una Repubblica presidenziale, il collegio elettorale che deciderà chi va al Quirinale si formerà adesso, a partire dalle cabine elettorali. Alla più alta magistratura perché mai proporre un Di Pietro, così consumato dai difetti partitocratici?

Non sarebbe forse più adatta una figura come quella del magistrato Roberto Scarpinato? A proposito dei machiavellismi delle classi dirigenti italiane, Scarpinato – oltre ad avere la migliore biografia professionale per il primato della legge – è l’autore de «Il ritorno del Principe», un ritratto spietato di queste classi dirigenti da cambiare. Io lo proporrei, con forza, Scapinato, per far capire quanto si vuole cambiare il Paese, in antitesi con i presidenti che insabbiano le inchieste sulla criminalità politico-mafiosa. Sarebbe una direzione chiara, e coerente con la storia della migliore opposizione allo sfascio di questi anni. Divulgherebbe ancora meglio la buona novella: con noi si cambia davvero, e lo si fa con il volto migliore della legge.
Questo per il Presidente della Repubblica. E per il Presidente del Consiglio, invece? Grillo non vuole fare il candidato premier. Ma il ruolo di mero garante gli sta strettino assai. Nel momento in cui facesse la grande operazione di apertura agli indipendenti, anche questa questione si potrebbe rapidamente discutere e risolvere. Si vedrà.

Come si sarà ben capito, nel dare questi consigli molto personali barcollo, perché ho ben chiare le speranze suscitate in questi anni da chi, come Grillo e altri, si è battuto per una rivoluzione politica e culturale, ma ho altrettanto chiare le difficoltà e i vicoli ciechi della dura realtà, così come il succedersi di speranze a buon mercato. Oscillo insomma fra passione politica, volontà di cambiare, e ragionevole diffidenza. È colpa del Minestrone. No, non la pietanza. È un film che ho visto tempo fa e di cui racconto - anche se non si dovrebbe – il finale. Fu girato nel 1981 da Sergio Citti con una strana ispirazione pasoliniana, e un cast che comprendeva anche Roberto Benigni e Giorgio Gaber. Quest’ultimo nel film interpreta il ruolo di un santone molto ieratico che fa sperare la gente in una “Terra Promessa”. Molto prima di Forrest Gump, Gaber inizia a muoversi per le strade, seguito da una folla crescente. Mamme speranzose gli fanno baciare i loro pupi e lo seguono anch’esse, assieme a tanti affamati in viaggio per "qualcosa di meglio" che non c'é. Il viaggio a piedi porta il profeta e la processione di seguaci fino a un assurdo ghiacciaio alpino, che apre l’orizzonte ma chiude drammaticamente la strada. A quel punto gli chiedono: «Ma dove ci hai portati?» E Gaber: «E che cazzo ne so?». Inizia a ridere follemente. Finisce il film



Perciò mi consola che nell’intervista che qui ho tanto citato Beppe Grillo dica: «Se falliamo, ci appendono per i piedi: almeno quelli che si ostinano a pensare che l’Italia la salva l’uomo della Provvidenza che mette le cose a posto mentre loro delegano e si disinteressano. Ma dai, ragazzi, basta coi leader e i guru, diventiamo adulti». Beppe chiama tutti alla responsabilità. Mi spaventa solo quando dice: «io getto le basi, faccio il rompighiaccio», perché rivedo il ghiacciaio del film. Ma è solo un’assonanza.  


Fonte: http://www.megachip.info/tematiche/beni-comuni/9440-il-grillo-il-principe-e-la-terza-repubblica.html.

26 dicembre 2011

Draghi e i vampiri

di Pino Cabras – da Megachip.

 
Solo gli illusi, purtroppo ancora tanti e inguaribili, potevano sperare che il recente inserimento delle punte di diamante di Goldman Sachs nel cuore della sfera pubblica europea – Draghi, Monti e Papademos - non si sarebbe tradotto in una cuccagna per le banche e in una rovina per le classi medie.
Nessuno però arrivava a pensare che i protagonisti potessero essere così spudorati.
Ma finché avremo presidenti come Napolitano e copertine dell’Espresso che fanno di Napolitano “l’uomo dell’anno”, lo scandalo sarà sopito e troncato. Cos’è successo?
Mettiamola così. Ci viene imposto uno “stato di eccezione” che – dicono – deve “cambiare tutto”: niente di quanto abbiamo è acquisito, e ogni nostra sicurezza sociale deve poter precipitare dalla sera al mattino, per salvarci.
Viceversa, nessuna urgenza può scalfire le regole immutabili della Banca Centrale Europea. Ci descrivono il sacro.
E il sacerdote Mario Draghi lo ripete: non può prestare soldi agli Stati, non può comprare i buoni del Tesoro. Il debito non può essere ingoiato in modo diretto dalla sua moneta creata dal nulla. Può esserlo però in un modo indiretto, ad esempio prestando mezzo trilione di euro alle banche, affinché queste corrano ad acquistare i buoni dei PIIGS, maledetti maiali-cicala. Con l’idea che le banche paghino alla BCE un tasso dell’1%. E che gli Stati paghino alle banche interessi ben più corposi, fino al 7% e oltre: lucro per le banche, tagli per lo stato sociale, insostenibilità economica. L’Italia di Monti e Napolitano, insomma. L'Europa di Draghi.
Ma è possibile che nessuno si ribelli a questo controsenso? Cioè all’assurdità di essere impiccati al profitto preteso da chi dovrebbe solo fallire (se il famoso mercato esistesse davvero)?
Nel mondo alla rovescia ci dicono invece che non può esistere una cosa che funzionerebbe in modo più semplice e ci toglierebbe il cappio dal collo: da Francoforte potrebbero prestare quel mezzo trilione direttamente agli Stati, a tassi di interesse bassissimi. Agli Stati sarebbe risparmiato l’affanno di procacciarsi quella provvista sui mercati offrendo tassi d’interesse elevatissimi (insostenibili anche per un’economia in boom, figuriamoci per una in recessione). Lo spettro del default imminente e lo spettro dei rating sarebbero così debellati, e senza chiamare i ghostbusters. Specie se questi ghostbusters, i banchieri, sono essi stessi dei morti viventi, in termini di credito. Alle casseforti di Francoforte – per loro prodighe - le banche non hanno infatti da offrire granché in garanzia, se non “collaterals” buoni per pulirsi il culo. Ma Draghi non solleva nemmeno un sopracciglio.
E nemmeno Monti, che si è premurato di controgarantire la loro papiraglia - scoperta come una cabriolet - con un impegno del governo italiano.
È come la guerra: mentre nell’ordinamento civile la regola è non uccidere, in guerra è l’opposto. Allo stesso modo, la guerra dei signori banchieri mette in pratica comportamenti che normalmente sarebbero sanzionati con leggi penali. Per lorsignori, niente manette della guardia di finanza, il rischio è semmai di diventare uomini dell’anno.
E se tanto mi dà tanto, il quadro delle garanzie messo in moto dal governo Monti, lungi dal far calare il debito, lo ha incrementato, perché quel che dovevano garantire le banche lo garantiamo noi, in aggiunta a quanto già ci strozzava. Congratulazioni.
È il capolavoro di un’ideologia apparentemente anti-statalista, che arriva all’assurda intransigenza di non prestare a basso interesse agli Stati (le regole sacre della BCE), perché troppo comodo, troppo poco liberista. Ma che prevede che lo Stato copra tutte le acrobazie speculative terminali dei superfalliti.
Poi è successo che dall’Eurotower un fiume di liquidità si è dovuto ugualmente riversare a comprare titoli di stato lungo la sponda sud dell’Euro: le banche non si stanno scapicollando per acquistarli. Se il lupo non perde il vizio, punteranno ancora a qualche alchimia derivata per imbellettare i propri attivi, mostrarsi apparentemente più solvibili, e chiedere ancora più soldi, perché mezzo trilione di euro è ancora poco per le loro voragini.
Come a dire: i mercati non sono mercati. Siamo allo statalismo più assistenziale e classista che si sia mai visto, riverniciato con un’ideologia liberista. Centinaia di milioni di individui e famiglie, milioni di storie, intere classi, interi insediamenti sociali costruiti nel corso di generazioni, dovrebbero essere sacrificati al più costoso, inutile e disordinato programma assistenzialistico della storia, volto a salvare l’attuale assetto della finanza.
Le banche, il cui mestiere sarebbe assistere con prestiti e affidamenti chi investe sul futuro, non sganciano più nulla e anzi sono foraggiate. Una mostruosità.
L’obiezione che il denaro facile ha spinto gli Stati a indebitarsi troppo può essere abbattuta da una contro-obiezione: e il denaro facile elargito alle banche non le spinge forse a debiti che sono perfino multipli di quelli degli Stati? E c’è di peggio. Gli Stati, ormai colonizzati dai banchieri, coprono esattamente quel superdebito con garanzie che nessuno giustificherebbe a cuor leggero, se non Letta Letta.
Nel 2012 le scommesse impossibili appariranno nude: come calcola Aldo Giannuli, «nell’anno prossimo, fra titoli sovrani, obbligazioni di enti pubblici minori, corporate bond (debiti d’impresa), obbligazioni bancarie, scadono titoli per 11.000.000.000.000 (undicimila miliardi) di dollari. Faccio grazia degli spiccioli. Ve l’ho scritto con tutti i 12 zeri per farvi apprezzare la cifra in tutta la sua imponenza: si tratta di poco meno di un sesto del Pil mondiale e di circa l’11% dell’intero debito mondiale.»
Non saranno i giochetti degli ometti di Goldman Sachs che potranno salvarci dal debito. Prima ricollocheremo i loro comportamenti nell’ambito del penale, prima avremo speranza di risorgere.

28 settembre 2011

L'uomo che sogna i tuoi risparmi in fumo

di Pino Cabras - da Megachip.

 
Una bella faccia italo-persiana, un accento americano, un candore cinico, una fama-lampo che esplode sulle ali della crisi e della fame di risposte. Molti di voi avranno già incrociato sul web Alessio Rastani, il “trader” che ha scandalizzato in diretta, fino ad annichilirli, i giornalisti della BBC. «Sono un trader, a noi non importa salvare l'economia, a noi importa trarre profitto, personalmente io ho sognato questo momento per tre anni e davvero desidero che ci sia un'altra recessione». 

E noi provinciali stiamo qui a offenderci per Terry De Niccolò, la escort del Caimandrillo che fa l’apologia del vendere la madre per denaro, «e chi è racchia resti a casa», naturalmente.

La Terry De Nicolò globale ha i tratti spacconi di Rastani, che sembra proprio pronto per un prossimo casting di Oliver Stone, “Wall Street III – Sansone e i Filistei”, inclusa la divisa da squalo, con tanto di cravatta rosa. «Chiunque può approfittare da un crollo di Borsa o dal crollo dell'euro, basta sapere che cosa fare», gigioneggia Rastani, intanto che si improvvisa storico e ricorda, senza giri di parole, che «la depressione degli Anni Trenta non era solo un crollo del mercato, ma c’era gente preparata a tale crollo». E aggiunge che non è solo roba per le élite: ancora una volta, po’ di sana e retorica meritocratica delle opportunità non guasta, mentre tutto intorno sta collassando. Peggio per chi non approfitta degli hedge fund e della corsa ai buoni del tesoro. Alessio sorride: «entro un anno milioni di persone perderanno tutto». Terry avrebbe aggiunto: «chi è racchia, ecc.»
Il "trader" completa il suo pensiero, mischiando fede democratica nelle opportunity e consapevolezze spicciole e concrete sul vero potere: «Lo dico a chiunque ci stia guardando: questa crisi è come un cancro, se state ad aspettate pensando che se ne vada via, crescerà fino a quando sarà troppo tardi. Quel che voglio consigliare a tutti i telespettatori è: preparatevi. Non è il tempo per chimere come l’aspettarsi che i governi risolvano le cose: i governi non governano il mondo, Goldman Sachs governa il mondo. E a Goldman Sachs non importa niente dei pacchetti di salvataggio. Voglio aiutare la gente. Tutti debbono capire come fare soldi da un mercato che va a fondo».
Alessio Rastani pronuncia concetti contraddittori, come potete vedere e sentire: incrollabile fede liberista negli strapuntini di massa che regalerà il giro della giostra che crolla, ma altrettanta certezza che sarà una massa sterminata anche quella degli esclusi, quelli che vedranno evaporare tutto e in breve tempo. E soprattutto, consapevolezza nuda e cruda del fatto che il gioco è condotto da pochi soggetti che tutto fanno girare.
Occorrerà difenderci. Quanto ci costerà? Perché Rastani ha ragione. Aspettare non ha senso.

22 giugno 2010

Goldman sa

di Pino Cabras – da Megachip.


La falla petrolifera da cui si spilla la marea nera nel Golfo del Messico risale davvero al 20 aprile 2010? È veramente da allora, dal giorno in cui una grande esplosione ha danneggiato la piattaforma semisommergibile Deepwater Horizon, che tutto è cominciato? Di certo, l’enormità del disastro ecologico si traduce - ogni giorno da quel giorno - in tanti nuovi dollari da far sborsare alla BP (British Petroleum). Chi possiede quelle azioni perciò le vende, perché nel firmamento del rating oggi hanno meno stelle di ieri, e domani ne avranno ancora meno di oggi.

È pertanto normale registrare grandi vendite di tutti i grandi investitori. Qualcuno però aveva visto lontano, quando le stelle erano invece abbastanza numerose da sconsigliare vendite massicce. C’era chi aveva venduto più di tutti, alcuni mesi PRIMA di quel fatidico giorno di aprile. Come spesso accade, queste operazioni che fanno galleggiare mentre gli altri affondano, con fenomenali atti di preveggenza finanziaria, hanno una firma: Goldman Sachs.
È un nome ormai al centro di tutte le vicende chiave delle classi dirigenti dell’Impero, specie se si tratta di gialli finanziari. Colpisce il livello di penetrazione di dirigenti di provenienza Goldman Sachs in tantissimi ruoli fondamentali di governo, come se la banca fosse un’agenzia votata a formare governanti, ben oltre l’insider trading. E non solo nell’amministrazione Obama. Pensate a Prodi e a Draghi. La Grande Crisi finanziaria di questi anni vede al timone delle navi in tempesta tanti uomini e donne di stretta osservanza Goldman, che riappaiono in tutte le vicende. Un sorvegliato speciale, ormai, ma molto sfacciato e tutto sommato tranquillo.
Non è un caso se la SEC ha fatto causa contro la superbanca d’affari e uno dei suoi vice presidenti lo scorso aprile, con l’accusa di truffa, per aver nascosto la reale natura di un prodotto finanziario basato su ipoteche e intrinsecamente progettato per fallire: a fallire ovviamente è stata una massa sterminata di acquirenti.

Dunque, un articolo su Raw Story descrive in dettaglio il modo in cui Goldman Sachs si è liberata di gran parte del suo portafoglio di azioni BP nei primi tre mesi del 2010. In un momento in cui non c’erano ragioni particolarmente urgenti, la previdentissima banca ha venduto più di due volte di tutti gli altri detentori di azioni BP messi assieme, spogliandosi del 44% del suo investimento nella compagnia petrolifera e incassando quasi 270 milioni di dollari. Se avesse tenuto fino ad oggi quelle azioni, esse avrebbero perso il 36% del loro valore, che si sarebbe aggiunto alle perdite della parte rimanente del portafoglio.
La Goldman Sachs ha modo di conoscere "da dentro" tutti quelli che contano, anche BP. Dal 1997 al 2009 – cioè sino a ieri - il presidente di BP è stato un rubizzo signore irlandese che risponde al nome di Peter Sutherland, dal 1995 presidente di Goldman Sachs International, una sussidiaria che fa compravendita di azioni per la controllante Goldman Sachs Group. Non sono gli unici suoi incarichi. Se volete contare le poltrone collezionate da questo personaggio, facciamo notte. Non importa se certe sue organizzazioni sono finite male, secondo la logica dell’uomo della strada. Una banca da lui guidata crolla per un gorgo di debiti? Il giorno dopo qualcuno lo assume per un incarico ancora più importante, ai piani alti, fra gente che non ama perdere. Era lui ad esempio il direttore del Royal Bank of Scotland Group, la grande banca britannica che faceva da architrave per il folle sistema dei crediti subprime, di fatto nazionalizzata nel 2008 dall’allora premier Gordon Brown per evitare la catastrofe di una bancarotta che avrebbe fatto crollare Londra. Sutherland si è forse ritirato? Macché, ha continuato a stare in BP, e poi in Goldman, e dentro i consigli di amministrazione della Allianz e di altre società di mezzo mondo, lui che è stato anche direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, Commissario europeo, nonché – per non farsi mancare nulla - membro dello “steering committee” del superelitario Gruppo Bilderberg e presidente dell’altrettanto elitaria Commissione Trilaterale.
Ciliegina sulla torta, da bravo cattolico irlandese, ha anche buone entrature vaticane, in qualità di “consultore della sezione straordinaria dell’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede”.
Insomma, fra amici ci si aiuta, e ogni danno d’immagine sarà riassorbito, e magari troverà le sue camere di compensazione, tra chi guadagna e chi perde nei piani alti, dove certe notizie si sanno prima degli altri. Ai piani bassi invece si perde tutti.

12 maggio 2010

Dopo l'eurobailout

di Pino Cabras.



Chissà perché le borse hanno gioito così tanto, dopo l’annuncio dei 750 miliardi di euro approvati nel pieno dell’emergenza della speculazione. Chissà perché i titoli delle banche si apprezzavano più degli altri. Sarà perché le banche avevano ormai qualcuno che si impegnava a comprare i loro crediti inesigibili. La Banca Centrale Europea è ora disposta a creare moneta dal nulla con regole nuove pur di salvarli, banche e banchetti.

Il crescendo di allarmi sui debiti sovrani ha una base autentica, di certo. Quei debiti abnormi ci sono, perché gli Stati si sono sovraccaricati di compiti spesso contraddittori, insostenibili, gravati da corruzioni e clientele portate a consumare oggi le risorse di domani. Meno autentico è il momento in cui l’allarme viene esasperato. Sono stati gli speculatori a scegliere i tempi e i modi: le iene assaltavano gli gnu più isolati e più piccoli, rendendo un servizio alle bestie più grandi e malate, ma ancora capaci di nascondere il loro stato. Dosando gli allarmi dove volevano i predatori, i tassi di interesse per i titoli di stato greci dovevano salire vertiginosamente e il loro rating precipitare appena sopra il valore della carta straccia: così era facile comprarli a man bassa, con la convenienza nel medio termine di lucrare interessi doppi o tripli rispetto a pochi mesi fa. Stesso meccanismo contro Portogallo e Spagna: profezie che minacciavano di autoadempiersi, nel fragile gioco della finanza sempre basata sulle aspettative.
A coprire gli azzardi dei corsari globali è stata ora definitivamente trascinata la costruzione europea nel suo insieme.
In teoria la finanza dovrebbe lubrificare l’economia sottostante, avrebbe lì la sua giustificazione residua. Invece l’«economia della truffa» in cui siamo sempre più avvitati ha cambiato da molto tempo ragione sociale. La finanza è totalmente diseconomica, succhia risorse dall’economia reale, tosa oltre l’intollerabile i contribuenti, è una bomba a tempo contro qualsiasi infrastruttura della vita civile di interi popoli. La solita cerchia che comprende Goldman Sachs e altre volpi a guardia del pollaio beneficia di questo ulteriore salto del debito e consolida la sua dittatura sulle linfe finanziarie del mondo.

Gli Stati sono stati spinti negli ultimi due anni verso i limiti estremi della loro capacità d’indebitarsi e di sciupare i bilanci. Negli esempi più vistosi, come il debito USA o quello britannico (proprio a casa di chi ci insulta come PIGS) è evidente che i debiti sono oltre la soglia della possibilità di ripagarli. Si possono inventare avvitamenti della spirale sempre più sofisticati, si può fare ad esempio questo “upgrade” europeo, con la BCE che compra l’inacquistabile, ma qualcuno pagherà. Data la dimensione del debito che va a rivelarsi, si pagherà per decenni.
Intanto che i sistemi politici e i mondi sindacali - poiché non hanno un pensiero alternativo all’altezza - evocheranno a lungo come un mantra il miraggio della crescita, dovranno invece da subito fare i conti con il suo contrario, la decrescita.
La decrescita è già in campo. Per ora è congelata, quel tanto che dà respiro ancora ai predatori finanziari, pronti però ad approfittare fra breve della nuova corsa ai differenziali d’interesse fra economie irrimediabilmente ingolfate ed economie appena più in salute.
Le lacrime e sangue imposte dai banchieri degraderanno la base contributiva e perciò le finanze pubbliche, sempre meno in grado di fronteggiare l’aumento della disoccupazione e della integrazione dei redditi di chi è costretto a sospendere il lavoro.
I 750 miliardi del “bailout” all’euro sono una cifra enorme, decisa in un weekend. Dovrebbe valere la pena stanziarli per un obiettivo in grado di coincidere con interessi profondi dei popoli coinvolti. A ben pensarci, però, questa cifra servirà solo a tenere in piedi un sistema che avrebbe senso se facesse il suo mestiere, cioè dare credito a chi fa impresa, ma che invece ne fa un altro: scremare risorse in favore di un gruppo di criminali legalizzati. Loro, i protagonisti principali della crisi delle finanze private, hanno passato il testimone alle finanze pubbliche. Il sistema bancario ombra non si taglia nulla. Gli Stati taglieranno stipendi e scuole, come già fanno, e molto molto altro.
Ogni tanto un Obama, una Merkel o un Sarkozy promettono sfracelli contro i padroni di Wall Street. Ma dopo un po’ si sbracano e offrono altra liquidità, a botte di centinaia di miliardi. Verranno ripagati con totale ingratitudine da Soros a dagli altri filantropi del suo stampo. Perché questi prima si fanno salvare, poi – autodefinendosi come «i Mercati» - pretenderanno che gli Stati si dimostrino meno cicale e più formiche, con i soliti tagli e le solite ricette da massacro sociale che funzioneranno come le patologie iatrogene, malattie di cui credono di essere la cura. L’erario si assottiglierà fino a fornire il pretesto per rinnovati allarmi-insolvenza.
A quel punto, la cura proposta per il disastro provocato dalle banche e dalle tecnocrazie finanziarie sarà: più banche e più tecnocrazie.
Loro infatti non si espongono e non appariranno. La faccia esposta alla rabbia dei defraudati sarà quella dei Papandreu di turno, dei politici sempre meno votati e meno legittimati (già dilaga l’astensionismo alle urne), mentre le facce di bronzo, le lingue di legno e i culi di pietra dei Goldman Draghi irradieranno il rassicurante tepore della tecnofinanza.
Quei 750 miliardi decisi nel weekend dal Consiglio Economia e Finanza dell’Unione Europea non servono dunque agli interessi profondi dei popoli coinvolti. Per poter servire avrebbero dovuto essere accompagnati da misure drastiche di altro tenore: abolire i derivati, punire con mandati di cattura internazionali chi pratica le tecniche ribassiste, chi usa gli algoritmi per le speculazioni da realizzare in frazioni di secondo e tutto il casinò delle sofisticherie tecnofinanziarie che usurpano la parola «mercati». L’Europa doveva semplicemente ricollocare tutto ciò sotto la fattispecie «truffa».
Non sarebbe stato uno scandalo nazionalizzare le banche. E anziché promettere in caso di necessità l’acquisto dei bond dalle banche, gli Stati avrebbero dovuto dotarsi della possibilità di acquistarli direttamente. Il boss della Goldman Sachs, il signor Lloyd Blankfein, avrebbe così abbassato la cresta, specie se gli fosse arrivato anche un simpatico avviso che gli spiegasse di non mettere piede in Europa per i prossimi 50 anni.
La globalizzazione avrebbe avuto una svolta equilibratrice. Così però non è stato.
Il re neoliberista è nudo. E dobbiamo urlarlo con forza. Le sue ricette non hanno legittimità, né possono più proclamarci che “There Is No Alternative”. La TINA è finita. Prima la politica lo capirà, meglio sarà. I partiti che in questi anni hanno solo provato a temperare con retorica compassionevole l’agenda neoliberista non l’hanno ancora capito. Ma in giro si muovono altri spettri, che parlano di un’altra politica e un’altra economia.

29 aprile 2010

L'innesco di una crisi sistemica

di Pino Cabras.


Con il precipitare della crisi greca si confermano le analisi di chi non era compromesso con la propaganda o con i pii desideri. La crisi si colloca nel solco di una crisi molto più vasta, una crisi sistemica. Si poteva comprendere da subito. Chi ha causato la crisi, ossia il sistema bancario ombra, punta ancora ai soliti suoi superprofitti, soverchiando i poteri collocati più alla luce del sole.
I giganti della speculazione di Wall Street sanno che il dollaro, l’architrave della finanza mondiale, dovrà cedere, perché allo stato è impossibile rifinanziare la valanga di titoli del debito pubblico statunitense che verrà a scadere fra pochi mesi. Perciò va fatta crollare l’alternativa monetaria disponibile, l’euro, e creare un bisogno forzoso ed estremo di dollari.
Nel frattempo, con i meccanismi delle "profezie che si autoadempiono", da loro dominati attraverso spaventose entità criminali (le agenzie di rating), gli speculatori decidono i tempi e i modi dei crolli, su cui hanno scommesso montagne di soldi con la certezza – a breve – di vincere.
Lo schema somiglia al crollo del 2008-2009. Allora affossavano le banche, che sapevano gravate di scommesse impossibili su debitori insolventi. Ora affossano gli stati sovrani, che sanno esposti verso trucchi creati dagli stessi speculatori e verso piramidi di debiti fuori controllo. Ecco Standard & Poor's , Moody's e Fitch a decidere ancora quando un titolo deve andare all’inferno.
Se ne fregano di avere una pessima reputazione e di non essere attendibili agli occhi di chi usa la ragione per valutare la loro “oggettività” nelle valutazioni. I meccanismi legali sono inesorabilmente dalla loro parte. La Banca Centrale europea non può acquistare i bond spagnoli o greci se il loro rating non raggiunge una certa soglia. Così, chi decide il rating può decidere quando e come far cadere i pezzi di un sistema. Stati interi.
E questo gioco da padroni dell’universo è condotto dagli speculatori non solo a dispetto di ciò che abbiamo chiamato reputazione, ma perfino nonostante le inchieste del Congresso, della Sec e della Fed. Così, per capire quali sono i veri “poteri forti”.
L’annuncio delle facce di bronzo di Goldman Sachs e JP Morgan Chase è che non si parla più di 45 miliardi di euro per salvare Atene, ma di almeno 600 miliardi di euro per salvare il “Club Med” dell’euro. Una cifra superiore a quanto dissanguò le casse Usa per impedire il collasso totale nel 2008, quando i contribuenti furono salassati per 700 miliardi di dollari, una parte dei quali allegramente finiti nei bonus dei “Masters of Universe”.
Con l’uso di titoli derivati "credit default swaps" (Cds), la speculazione anziché assicurarsi contro la bancarotta (problema di medio termine), vi ci punta direttamente per guadagnarci subito, creando contagio finanziario, di cui non avverte la minima responsabilità. Nella sua ottica, questi al momento saranno problemi insolubili delle banche europee.
Lo ricorda Federico Rampini su «la Repubblica» del 29 aprile 2010: «Un'inchiesta del Department of Justice accusa i più importanti hedge fund (Soros, Paulson, Grenlight, Sac capital) di aver concordato un attacco simultaneo all'euro, in una cena segreta l'8 febbraio a Wall Street. Il giorno dopo, 9 febbraio, al Chicago Mercantile Exchange i contratti futures che scommettevano su un tracollo dell'euro erano schizzati oltre 54.000, un record storico. Con Goldman Sachs e Barclays in buona vista nelle cronache su quelle grandi manovre.»
La grande finanza anglosassone sta decidendo che gli europei saranno divisi in nordici e sudici. Noi sudici a ciucciarci il default, da subito.
In realtà anche la Gran Bretagna è seduta su una voragine di debiti e bugie contabili, che si rinvia il più possibile, almeno a dopo le elezioni politiche.
E sullo sfondo, irrisolvibile con gli strumenti ordinari, c’è il nodo più grosso, gli USA.
Tanti Stati, non solo i PIGS mediterranei, per coprire i debiti e le scadenze,  avranno scelte estremamente costose da fare: aumentare le imposte, scatenare l’inflazione per ridurre il peso del debito, altrimenti fare bancarotta. Quel che è peggio, queste situazioni possono addirittura arrivare in contemporanea, anche negli Stati Uniti.
La politica sarà investita naturalmente da tensioni e novità di enorme portata, che spazzeranno via interi sistemi.

Fonte: Megachip

27 marzo 2009

I "Racconti del Terrore" nella Crisi

di Pino Cabras - da «Megachip»

Illustrazione di Victor Juhasz

I professionisti dell’ottimismo cercano di scorgere una ripresa, una luce in fondo al tunnel della Grande Crisi. Noi, che pure non siamo professionisti del pessimismo, ci limitiamo a osservare sgomenti l’inanità degli sforzi dell’amministrazione Obama, tesa a salvare il sistema senza avere soluzioni. Ancora dollari, migliaia di miliardi (ossia milioni di milioni) sono iniettati nel sistema finanziario in un’operazione disperata di costosissimo “mesmerismo”. Come il signor Valdemar descritto da Edgar Allan Poe, il sistema è morto ma la trance degli infiniti “salvataggi” in limine mortis ci fa giungere ancora le sue voci aspre e spezzate, mentre la decomposizione avanza. Il racconto di Poe si conclude così: «di fronte a tutti i presenti, non rimase che una massa quasi liquida di putridume ributtante, spaventoso.» Chiameremo così anche l’inflazione?

Nel giro di pochi mesi, gli Stati Uniti hanno incenerito il denaro di un po’ di generazioni a venire. Il problema della solvibilità dell’Impero più potente della Storia si presenterà ormai con un rendiconto ineludibile. A breve.

L’economista Paul Krugman, ancora fresco di Nobel, è sempre più sconfortato, di fronte alla coazione a ripetere del Tesoro USA. Uno dopo l’altro, i “bailout” senza fondo vanno a beneficio delle banche e delle assicurazioni. I cinesi cominciano a porre come un’urgenza assoluta la questione della valuta di riferimento mondiale. Il dollaro così com’è non ha più credibilità. Gli USA non puntano nemmeno ai prestiti, come hanno fatto nell’ultimo scellerato decennio. Pensano solo a oliare bene le stampatrici della zecca.

Per la Grande Depressione degli anni trenta la soluzione adottata dagli USA fu il “New Deal”, che fece riacquistare fiducia e speranza al grande malato, con un forte ancoraggio a Main Street anziché a Wall Street. Oggi si punta sulla finanza, nell’idea che ripristinando il credito privato tutta la macchina economica ripartirà. Si tratterebbe di bonificare dai veleni i bilanci delle banche, sgonfiare fino in fondo la bolla dei debiti di chi vive al di sopra dei propri mezzi nella classe media, e lasciare però le banche così come sono, perché presto o tardi riattiveranno il credito. Una cifra pari al PIL degli USA è già stata stanziata allo scopo, un quarto di essa è già stato speso, eppure il credito non riparte. La strategia non serve dunque a questo scopo.

Non c’è più nulla che possa essere in grado di puntellare ideologicamente le dottrine del mercato in piedi fino a pochi mesi fa. Appare solo il potere della Superclasse finanziaria globale in tutta la sua brutalità. L’economia, la vita di miliardi di persone, è di fatto sotto gli effetti di una coercizione istantanea e violenta, «extraeconomica». Di norma nel capitalismo sviluppato la classe dominante usa queste brutalità come «stato di eccezione», mentre fu invece uno dei mezzi principali adottati nel periodo della «accumulazione originaria», per dirla con Marx.

Oggi c’è invece una sorta di «decumulazione originaria», un crollo che non tutti affronteranno con gli stessi mezzi. La Superclasse sta già profittando della sua forza extraeconomica per decidere chi salvare e chi sommergere. Non si vuole salvare l’economia. Si vogliono strappare al tracollo – costi quel che costi – rapporti di forza e di potere. Come si tradurrà una parola come democrazia nel linguaggio delle locuste? Il verso che emettono, per ora, è sempre uno: “bonus”, a dispetto di tutto. Continuano così la loro vita da nababbi a spese anche dei nostri futuri nipoti, in nome della legalità contrattuale, difesa da squadre di avvocati e da terrificanti giornalisti economici, proprio mentre moltitudini di lavoratori rivedono i contratti e accettano decurtazioni per la dura congiuntura. Per essi, per i loro contratti da onorare, i milioni di milioni non ci sono.

La Superclasse ha stracciato qualsiasi contratto sociale e parla ancora di legalità, intanto che giustifica lo scandalo del permanere dei propri folli status e stili di vita. Il prossimo passo sarà abbattere anche questo ultimo ridicolo paravento. È vero sì che ci sono già un po’ di rivolte. In Europa dell’Est (l’effimera Nuova Europa decantata da Rumsfeld) son già caduti i governi di tre paesi. Ma non è che si parli troppo di queste ribellioni. Il mainstream informativo tronca e sopisce, e comunque le agitazioni non sono ancora all’altezza della crisi. Di questa crisi.

Così come pochi sanno che i primi 25 manager di hedge fund del mondo, nel 2008, alla facciaccia di tutti, hanno incamerato profitti per oltre 11 miliardi di dollari scommettendo sui disastri di questa o quella economia nazionale. Fra gli scommettitori troviamo il solito George Soros, con 1,1 miliardi di profitti in un anno. Equivalgono a 35mila dollari al secondo, anche il sabato e la domenica, anche quando dorme. Buonanotte.

Lo scandalo dei bonus, però, è solo la bistecchina sapientemente usata per ammansire i frodati e sviare la questione vera. I sovrani della grassazione finanziaria, aggrappati al loro «diritto» ai premi, e ululanti contro la “caccia alle streghe”, dovrebbero subire ben altro che la perdita dei bonus, perché gli impegni che avevano assunto non avevano copertura e quindi violavano eccome il diritto. Ma per ora in galera c’è solo il capro espiatorio, un caprone bello grosso per la verità, di nome Bernard Madoff.

Giusto scandalizzarci, insomma, ma non perdiamo di vista il fatto che il sistema non è stato riformato. Sebbene banche e assicurazioni importantissime siano ormai a tutti gli effetti nazionalizzate, sono tuttavia dominate dagli stessi soggetti privati che le avevano guidate fin qui e che continuano a ridistribuirsi cifre immani, lasciando che industrie e società intere vadano in malora. La AIG – la grande assicurazione che prima dei tanti salvataggi consecutivi non aveva copertura per le scommesse perdute dalle banche - ha trasferito denaro pubblico per oltre 150 miliardi a banche del calibro di Goldman Sachs, Société Générale, Deutsche Bank, Barclays, HSBC e cosi via. Si tratta di rimborsi integrali, 100 centesimi per un dollaro.

Rendiamoci conto dell’abominio: quel che viene pagato a spese della collettività non sono attivi di bilancio, bensì debiti di gioco. Naturalmente molti hanno perso tutto. Ma non certe banche. AIG è il signor Valdemar dei nostri giorni, non muore ma è morto, perché Goldman Sachs non può morire. Si va oltre il mesmerismo.

Vi aspettereste che aumenti la velocità di circolazione della moneta, che si dia respiro alle industrie e ai mutuatari strangolati. Illusi. Ecco invece Goldman Sachs lanciarsi nelle scommesse del momento, speculazioni letali contro alcune monete, riassicurazioni contro il rischio paese di certe economie nazionali. Ecco i banchieri puntare su aspettative di crolli che si autoadempiono, tutto come prima, per spolpare ancora quel che c’è da spolpare.

Obama ha minacciato fuoco e fiamme contro i bonus. Ma non ha reso illegali i terribili meccanismi della speculazione. Quelli rimangono tutti. Per i pescecani della finanza è un’amnistia di fatto, e la festa continua.

Il senatore indipendente Bernie Sanders, del Vermont, si è accorto dell’assurdità di avere parlamenti che si scannano per giorni nel discutere provvedimenti da qualche decina di milioni, rispettando le delicatezze dei bilanciamenti dei poteri, quando invece la Federal Reserve si inventa in un baleno stanziamenti da trilioni di dollari senza far sapere i destinatari. Il sistema bancario ombra beneficia di un vero e proprio governo ombra con un budget di gran lunga superiore a quello amministrato dai poteri costituzionali, ed è gestito con poteri dittatoriali e meccanismi segreti.

Il collasso globale e i piani di salvataggio hanno gli effetti di un golpe rivoluzionario senza precedenti. Sulle istituzioni si forma una banchisa polare che segue alla lentissima nevicata che pian piano, per decenni, ha tolto loro qualsiasi calore democratico: oggi – scrive Matt Taibbi su «Rolling Stone» - trova la sua consistenza finale «la conquista graduale del governo da parte di una ristretta classe di complici, che usavano il denaro per controllare le elezioni, comprare capacità d’influenza, e indebolire sistematicamente le regole e i limiti per la finanza». Il re è nudo, e se ne frega. L’usura sta compiendo la sua rivoluzione con ingordigia suicida.

Edgar Allan Poe non avrebbe potuto immaginare un “personaggio” altrettanto inquietante, così avido, incapace, sconsiderato e criminale quanto il capitalismo terminale. Un capitalismo così mortifero e ghiacciato da non poterlo ancora fissare in un concetto di “normalizzazione”, perché ci introduce comunque a un’epoca di pericolosa instabilità.

In che mani siamo, dunque? Taibbi è drastico: « Queste persone non sono altro che tizi che trasformano i soldi in soldi, al fine di fare più soldi ancora; tutto sommato sono assimilabili alle persone assuefatte al crack o ai maniaci sessuali che ti entrano in casa per rubare le mutande. Eppure è questa la gente nelle cui mani ora riposa l’intero nostro futuro politico.»