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26 gennaio 2014

Sardegna, quando la sinistra è Renzi

di Pino Cabras


Ti ci metti anche tu, Renato, con il solito trito ricatto: votate noi, altrimenti vincono le destre. E chi l'ha detto che siete voi l'alternativa? Dopo vent'anni che lo ripetete, abbiamo raccolto sufficienti prove. Queste prove hanno le facce di Renzi, di Monti, di Napolitano. Facce di rottamatori che non rottamano nulla, tranne i nostri diritti. Ci avete rifilato ogni specie di tecnocrate italiano organico all’élite planetaria, ogni cardinale del pensiero unico economico, tutti i padri nobili del feroce disastro sociale di questi anni. Il tuo partito è diventato il babbo insensibile di tutti i precari, il fratello coltello di tutti i pensionati. Ci ha fatto governare dagli uomini di Rockefeller e della Goldman Sachs, della Commissione Trilaterale e del Gruppo Bilderberg.
Ti ho votato in passato e ti stimo ancora, Soru, perché in questo quadro hai spesso avuto un certo senso per il bene comune. Ma la tua analisi politica è travolta dagli eventi. Il fronte raccolto intorno a Pigliaru è un arroccamento conservatore che non ha nulla da dire rispetto ai disastri della dittatura europea dell'austerity, non è un'alternativa.
L'alternativa c'è, e non sta lì.

26 febbraio 2013

Grillo, i movimenti, e i palazzi papali

 di Pino Cabras - da Megachip.


Due ottuagenari potenti e fiacchi si aggirano in queste ore in due sontuose regge di Roma, entrambe a lungo abitate dai papi. Uno è proprio il Papa, benché solo per poche ore ancora. L’altro è il Presidente della Repubblica, con qualche ora di carica in più. Sono svigoriti, perché quel che volevano tenere fuori dalle loro stanze sfarzose rientra invece con ancora più energia, e travolge le loro inutili e senili prudenze conservatrici. Joseph Ratzinger fin da ora ha preso atto della sproporzione di forze con la Storia: esce già di scena, ci pensino altri, e via il mal di testa. Giorgio Napolitano invece l’emicrania se la deve tenere tutta: un parlamento ingovernabile, un sistema politico formato da partiti troppo forti per permettere agli altri di governare, e troppo deboli per governare da soli, mentre il primo partito gli è alieno. È stato lui a portare dentro la reggia uno dei minori economisti della storia, per poi nominarlo senatore a vita, per fargli quindi governare malissimo una nazione, e per vederlo infine sconfitto miserevolmente, dopo una campagna elettorale disastrosa: Mario Monti, l’uomo che per mostrarsi empatico agli elettori affittava un cagnolino da esibire in favore di telecamera. Eccoli sconfitti, il robot e il cane. Gli sconfitti d’altronde non si contano, in queste elezioni, dentro e fuori il perimetro del Quirinale.
Pierluigi Bersani, ad esempio, non aveva proprio speranza. Solo il codazzo di incapaci che ancora si agita nel sottobosco mediatico intorno al PD poteva pensare che vincesse con una certa larghezza. Basta leggere i loro pronostici dell’altro ieri, quando vedevano Bersani inerpicarsi al 37 per cento, con i Cinquestelle fermi al 18. Per questi geni della politica la campana suona e suona ancora, ma non la sentono mai: già il voto europeo del 2009 fu segnato in mezza Europa dalle disfatte subite dai partiti che ereditavano gli insediamenti della sinistra del Novecento. La loro frana elettorale avvenne nel pieno di una vasta crisi economica e finanziaria coincidente con il fallimento del neoliberismo. Era già chiaro allora: la sinistra “novecentesca” europea era stata cooptata come interprete terminale del neoliberismo, un mero supporto delle oligarchie, quando doveva semmai combatterle. La ricetta di Bersani è stata invece: non tocchiamo nulla di quanto ha fatto il neoliberista più ottuso che si potesse trovare sulla piazza.
Sconfitto è Nichi Vendola, che ha dilapidato anche il fragile equivoco che gli aveva fatto imbarcare tanta gente: quella che ancora crede che si possa fare l’ala sinistra di un centrosinistra che fa l’ala di un centro neoliberista. Roba da mal di testa al cubo. Gli elettori non se lo sono fatto venire.
Sconfitto è Antonio Ingroia, persona perbene e segnata dalle più preziose discriminanti etiche, quelle di chi mette il proprio corpo contro la mafia, ma che si è fatto ingabbiare in una coalizione che – anch’essa - non sentiva la campana suonare per le sinistre novecentesche. Quanta ingenuità e quante illusioni, quando non chiudeva mai davvero la porta a Bersani!
Sconfitto è Gianfranco Fini. La lista che recava il nome del presidente uscente della Camera, uno dei politici più potenti della Seconda Repubblica, è stata umiliata con uno 0,4% dei voti. Sic transit gloria mundi.
Oscar Giannino, poi, è uno di quelli che si capottano in parcheggio, e non vale la pena parlarne.
Vince invece il potere d’interdizione che premia Silvio Berlusconi, ancora una volta resuscitato dalla fu sinistra. Peserà ancora, il Caimandrillo. La destra, in Italia, si aggrega intorno a un blocco sociale ben presente, quello che c’è, non quello degli affitta-cagnolini alla Rigor Montis.
Ma vince soprattutto il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Da tempo avevamo intuito il suo successo in quanto punto di coagulo dell’opposizione, e previsto i tremendi compiti che gli si sarebbero parati di fronte alla vigilia della Terza Repubblica. Forse volevamo cambiare questa forza politica con più velocità del consentito. Forse Grillo non ha voluto essere così forte da dover governare ora, quando la sua forza politica è fatta di gente attenta alle dimensioni locali, ma non pronta per il nucleo del potere statale. Ma la questione si ripresenterà. Quale? La trasformazione di un movimento in una forza dirigente adatta a governare un paese di sessanta milioni di abitanti. Il problema è nelle cose, e si proporrà prima del previsto. Di certo l’opposizione da oggi avrà questa sponda parlamentare, e i Cinquestelle saranno un interlocutore ineludibile per tutti i movimenti che vogliano rivoluzionare questa parte del mondo.
Colpisce in proposito il risultato siciliano, perché offre un esempio di cosa possa significare portare l’opposizione dentro le istituzioni. Alle elezioni regionali dello scorso ottobre il M5S ebbe circa il 15 per cento dei voti. Oggi la percentuale è doppia. Cosa è successo nel frattempo? L’incremento non è dovuto solo alla spettacolarità delle indennità autoridotte dei deputati siciliani: il gruppo parlamentare regionale dei Cinquestelle in questi mesi ha fatto sua la lotta popolare contro la base americana MUOS, un tema che nella campagna elettorale regionale non era nemmeno contemplato, al punto da riuscire a condizionare in modo forte l’azione del governo regionale. Questo è un modello di battaglia istituzionale molto chiaro: quello di una lotta che appoggiamo da tempo e che se non avesse voce nelle istituzioni non avrebbe altrettanta forza.
Ecco, servirà altrettanto per tante altre lotte su tutto il territorio della Repubblica Italiana. A partire dalla lotta contro i dittatori del debito e dello spread: una lotta che non ha più da tempo riferimenti fra forze politiche organizzate con una proiezione politica e sociale a tutto campo.
Ora tutto questo si potrà costruire. L’ottuagenario che si aggira come in trappola nel fastoso palazzo non potrà farci nulla. 


2 novembre 2012

Se Grillo sale, i golpisti dello spread torneranno in azione

di Pino Cabras - da Megachip.


Quasi un anno fa, proprio a novembre, erano giorni trionfali per la sovversione dall’alto in Italia decisa a livello di classi dominanti globali. Era quando il Presidente della Repubblica nominava senatore a vita Mario Monti, fra tutti i tecnocrati disponibili quello più organico all’élite planetaria (essendo Mario Draghi già a capo della BCE). Ed erano i giorni in cui Il Sole 24 Ore titolava a titoli cubitali "FATE PRESTO", per dare il massimo risalto alla paura dello spread e piegare la sovranità di una nazione. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ora che i risultati elettorali premiano Beppe Grillo, in vista delle elezioni del 2013 la minaccia descritta dal Sole 24 Ore è di nuovo chiara: lo spread sarà ancora la leva per sottomettere gli italiani, e piegare Grillo. “La sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”, disse Franklin D. Roosevelt nel suo discorso inaugurale nel marzo 1933. Il consiglio del giornale di Confindustria al popolo italiano è, per contro, “Abbiate paura! Sempre!”.  La franchezza che emerge in questo articolo di Vito Lops è brutale. Il pezzo  merita di essere letto per intero, con le nostre sottolineature.
Prima di quella lettura va aggiunta una considerazione. In caso di pericolo di colpo di Stato, normalmente, il nucleo lealista delle istituzioni reprime anche penalmente i golpisti. L'articolo del Sole 24 Ore non nomina i golpisti, e usa perfino l'ironia di chiamarli «i “fantomatici” mercati». Ma non sono fantomatici. Hanno nomi e cognomi, indirizzi, interessi da colpire. Il problema è che il nucleo istituzionale della nostra Repubblica stende tappeti e cuscini davanti a quei nomi e indirizzi, e ne sposa gli interessi. Distratti dai furti dei rubagalline alla Lusi (ancorché galline dalle uova d'oro), ancora in troppi non si accorgono che i furti veri - in nome del debito - sono favoriti dai complici istituzionali dei golpisti. Lusi è andato in galera. Se ci fosse giustizia ci dovrebbe andare anche gente più in alto di lui. I nomi e i cognomi, in questo caso, li fa anche Il Sole 24 Ore.

Grillo non si ferma più e spaventa anche la finanza.
L'esperto: se vince le elezioni lo spread vola oltre 500

di Vito Lops - Il Sole 24 Ore.
Che sia giusto o sbagliato siamo entrati in una fase storica in cui non si può negare che i mercati abbiano un peso notevole nell'influenzare la politica dei governi. Lo ha confermato anche il premier Mario Monti, rispondendo alle domande sull'eventuale "minaccia" all'esecutivo rappresentata dalle recenti esternazioni di Berlusconi che ha ventilato l'ipotesi di staccare la spina al governo. Monti ha detto: «Lo chieda ai mercati».  Del resto, in un certo qual modo, è stato proprio l'impennarsi dello spread fino a 575 punti base l'autunno scorso a spingere il presidente Giorgio Napolitano a nominare d'urgenza Monti senatore a vita, atto necessario prima del passaggio a premier dell'attuale governo semi-tecnico. Quindi, a conti fatti, sono stati propri i mercati a spingere un tecnico come Monti alla guida dell'Italia. Gli stessi mercati che hanno avuto il loro peso nel vanificare il tentativo di referendum anti-euro in Grecia a fine 2011 e hanno spinto Atene a elezioni ripetute sine die fino ad ottenere una maggioranza più solida. E gli esempi in questo senso, quelli della pressione dei mercati sulle scelte politiche, potrebbero essere ampliati.
A questo punto, è forse opportuno porsi un'altra domanda.
Dopo lo straordinario successo che il Movimento 5 stelle ha ottenuto nelle elezioni in Sicilia - difatti il primo partito nell'Isola con il 15% dei voti e con un investimento in campagna elettorale di soli 25mila euro - come potrebbero reagire i "fantomatici" mercati a un eventuale analogo successo di Grillo alle elezioni parlamentari della prossima primavera?
Un successo che, stando ai sondaggi, potrebbe concretizzarsi visto che attualmente il Movimento 5 stelle è intorno al 20% e si proietta al momento come seconda forza politica del Paese, dopo il Pd.
«I mercati cercano politiche che siano coerenti con gli interessi dei detentori del debito: chiunque e in qualunque forma tuteli il rimborso delle obbligazioni detenute dagli investitori globali è sostenuto e non avversato dai flussi di investimento; nel caso contrario - si veda il referendum greco cancellato con un colpo di spread - si innescano quelle vendite che molti identificano con la cosiddetta speculazione», spiega Gabriele Roghi, responsabile gestioni patrimoniali di Invest Banca.
«Il discorso generale è che la politica e la democrazia sono state messe sotto scacco da una finanza che ha ormai da tempo esondato dal proprio alveo naturale, quello del Glass Steagal Act (legge varata nel 1933 negli Stati Uniti per contenere la speculazione finanziaria introducendo il principio della separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento, abrogata nel 1999 dal Gramm-Leach-Bliley Act, ndr) per intenderci, e ormai non è sottomessa al legislatore ma lo guida in un rapporto innaturale che sta causando forti tensioni sociali. Il caso di Obama è eclatante: partito come il messia che ci avrebbe salvato dalla finanza, ha dovuto chinare il capo di fronte a lobby più potenti dello stesso Commander in Chief, che ha potuto solo emanare una legge di oltre 3.000 pagine che non riesce a disporre quello che le 125 pagine del Glass Steagal tanto bene ha definito per 70 anni».
E Grillo piacerebbe ai mercati? «Se dovesse confermarsi come seconda forza politica e addirittura essere cruciale per la formazione di un governo - prosegue Roghi - o se a un certo punto i sondaggi dessero queste indicazioni, credo che i "mercati" farebbero tornare lo spread in area di pericolo, oltre i 500 punti per convincere gli italiani, prima delle elezioni, o i parlamentari dopo il voto, a dirigersi verso un Monti/altro tecnocrate a loro gradito».

twitter.com/vitolops

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-10-30/grillo-ferma-spaventa-anche-113259.shtml?uuid=AbhOGLyG.

6 luglio 2012

Il sistema ti protegge o si protegge?



L'Alternativa c'è - Puntata numero 54.
Ogni giovedì, appuntamento settimanale di approfondimento.

Il videoeditoriale prende spunto da una significativa frase raccolta da una recente intercettazione, in cui due esponenti del potere più opaco conversavano evocavando alte protezioni del "Sistema" contro le minacce al loro ambito di comando. Uno sguardo a questa vicenda rende chiara la determinazione autoconservativa dell'attuale "Sistema" politico e finanziario e il rischio di una prossima "controriforma" della Costituzione italiana.



19 giugno 2012

I miliardi virtuali dei pasticcioni di governo


di Pino Cabras - da Megachip.

Chi vuole illudersi ancora con la crescita si goda il "Decreto sviluppo" del governo Monti (via Passera), uno spottone assiduamente pompato da una sfiorita gazzetta conservatrice, la Repubblica. E da altri giornali a rimorchio.  Corrado Passera, uno dei banchieri più in vista (di quest’epoca di banchieri) ha promesso che il provvedimento del governo «mobiliterà risorse sino a 80 miliardi di euro», sempre che qualcuno abbia la bontà di spiegarci cosa significa in concreto quel «mobiliterà».
Il ministro sembra alludere a un’apertura di forzieri, a un pompaggio di moneta sonante da erogare per lo sviluppo e la crescita, qualcosa di simile ai soldi iniettati nelle grandi banche a cui ci hanno abituati negli ultimi quattro anni, ma questa volta in un’altra direzione.
Il suono allusivo della parola magica («mobiliterà») dovrebbe sottintendere a un governo che finalmente trasfonde denaro vero nel circuito economico a rischio necrosi. E per giunta con volumi che al confronto il Piano Marshall è una spesuccia.
Niente di tutto questo. Il decreto ricomincia con i soliti sistemi disorganici delle agevolazioni fiscali e degli incentivi alle imprese: sono cucchiaini che non fermano lo tsunami della lunga recessione né il processo di deindustrializzazione dell’Italia. Non mancano le promesse per le solite Grandi Opere.
Hanno sbagliato i conti sulle entrate fiscali? Posto che pretendevano un’assurdità (aumentare le imposte e non attendersi un crollo della domanda), hanno pronto il rimedio che già intuivamo per la copertura finanziaria: svendere asset pubblici costruiti in generazioni. E poi sforbiciare nel settore della pubblica amministrazione. La chiamano pomposamente “spending review”. Saranno, in realtà, stipendi in meno e disoccupati in più.
Gli 80 miliardi non sono dunque moneta viva, bensì, al contrario, un vago programma di sottrazione dalla ricchezza della nazione. Tanto vago da non avere tempi definiti: ammesso che il decreto-fuffa abbia effetti, li avrà dopo anni. E chissà come sarà, dopo anni, perfino un mercato ignobile come quello che si accaparra i beni di tutti. Si tratta di tempi lunghi e indistinti, mentre l’incalzare della speculazione e dei crolli bancari sono eventi brevi e impellenti, oltre che capaci di prosciugare multipli delle risorse “mobilitate” dal governo dei presunti tecnici. Per un governo che misura i miliardi a “paccate” (scuola Fornero), nulla di più patetico e cialtronescamente virtuale delle risorse evocate per l’economia reale.
Al partito della suddetta gazzetta conservatrice ciò basterà per cinguettare che questa è una svolta. Idem il Pd. Ma sono bugie senza futuro. Non possono promettere arrosti dopo che il fumo dura troppo mentre il governo del “risanamento” ci porta ormai alla soglia dei due trilioni di euro di debito. Come stupirsi che ci sia una corsa all’afferra afferra? Chi ha soldi li porta altrove, sempre di più, a finanziare i già ricchi (zona Berlino e Francoforte), o a tentare un ulteriore giro nella giostra folle dei derivati e della finanza criminale (zona Londra e Wall Street). Una finanza talmente criminale che mai si meriterà un monito di Giorgio Napolitano, il king maker dei bancocrati pasticcioni.
Se si guarda in modo spassionato all’assoluta inutilità del "Decreto sviluppo", si comprende la gravità delle prospettive per i decenni a venire. E chi regge il sacco a questi personaggi sarà da considerare pienamente corresponsabile.

5 aprile 2012

Ipotesi di attentato alla Costituzione

di Pino Cabras - da Megachip.

Puntare dritti verso Monti e Napolitano? Metterli di fronte alle responsabilità dello stravolgimento delle istituzioni? Una dentro l’altra, vediamo esplodere la grande crisi sistemica e la crisi acuta dei vecchi equilibri costituzionali. Quest’ultima possiamo chiamarla anche crisi della democrazia. Nella sua versione più facile, la crisi sta già offrendo alla pubblica indignazione più di un bocconcino succulento, Lusi il margherito vorace, Trota il bosso incapace, la casta dei partiti che spiace. Siamo così tutti distratti dalla polpa vera. Ci ha pensato, con un impeto kamikaze, un avvocato di Cagliari, Paola Musu.
Altro che Trota. La Musu punta direttamente a Napolitano e Monti, ma anche a ministri e parlamentari, ipotizzando il reato di attentato alla Costituzione. La denuncia, depositata il 2 aprile 2012, potete leggerla qui:
Il documento sta già facendo il giro del web, e non potrebbe essere altrimenti. Accusa un’intera classe di rappresentanti delle istituzioni di aver consentito - a partire dal trattato di Maastricht, e più ancora con i trattati europei più recenti - uno svuotamento della sovranità popolare in favore di un sistema pienamente oligarchico.

Apparentemente le argomentazioni giuridiche sollevate non hanno chances immediate per essere accolte da un tribunale, poiché sono sovrastate da una costituzione materiale che non si fa disapplicare nelle corti ordinarie.
La decapitazione di un sistema politico non può che essere azione pienamente politica.

E questo è tanto più vero oggi, quando il sistema dei partiti sta cercando di blindarsi, figuriamoci se si farà portatore di un’incriminazione a carico dei vertici dello Stato. Napolitano e Monti condividono la stessa camerata dei partiti. Gli scandaletti in dimensione Trota possono perfino aiutare a castigare i recalcitranti, padani e non.

Tuttavia qualsiasi battaglia politica, pienamente e totalmente politica, non può fare a meno di un quadro giuridico coerente, alternativo alla rivoluzione oligarchica in atto, che ha costruito esattamente il quadro giuridico denunciato. Questa denuncia lo descrive bene, e propone un sentiero preciso, quello della Costituzione italiana. Divulghiamo perciò la denuncia, facciamone magari un terreno di lotta politica.

Se una strada può essere percorsa nei palazzi di giustizia, essa può essere, semmai, a mio modesto avviso, quella penale. Se i contorni del sistema finanziario ombra, con i suoi volumi capaci di piegare i governi e le costituzioni, sono i contorni di una gigantesca “economia della truffa”, coerentemente andrebbero ravvisate le ipotesi di reato. Se fra i tanti danneggiati, e direi che lo siamo tutti, si producessero dossier in grado di muovere tutte le procure d’Italia (e di altri paesi), l’aria per i maneggiatori di derivati e per i raggiratori del rating potrebbe diventare penalmente irrespirabile. E anche per i loro complici istituzionali. Avvocati, se ci siete, battete un colpo.
 
Può essere l'occasione per un audit che sveli l'illegalità del sistema che ha creato il debito. Di rimando sarà un audit per scoprire e smontare le cause di quel sistema.

L'articolo su Megachip: QUI.


 

26 dicembre 2011

Draghi e i vampiri

di Pino Cabras – da Megachip.

 
Solo gli illusi, purtroppo ancora tanti e inguaribili, potevano sperare che il recente inserimento delle punte di diamante di Goldman Sachs nel cuore della sfera pubblica europea – Draghi, Monti e Papademos - non si sarebbe tradotto in una cuccagna per le banche e in una rovina per le classi medie.
Nessuno però arrivava a pensare che i protagonisti potessero essere così spudorati.
Ma finché avremo presidenti come Napolitano e copertine dell’Espresso che fanno di Napolitano “l’uomo dell’anno”, lo scandalo sarà sopito e troncato. Cos’è successo?
Mettiamola così. Ci viene imposto uno “stato di eccezione” che – dicono – deve “cambiare tutto”: niente di quanto abbiamo è acquisito, e ogni nostra sicurezza sociale deve poter precipitare dalla sera al mattino, per salvarci.
Viceversa, nessuna urgenza può scalfire le regole immutabili della Banca Centrale Europea. Ci descrivono il sacro.
E il sacerdote Mario Draghi lo ripete: non può prestare soldi agli Stati, non può comprare i buoni del Tesoro. Il debito non può essere ingoiato in modo diretto dalla sua moneta creata dal nulla. Può esserlo però in un modo indiretto, ad esempio prestando mezzo trilione di euro alle banche, affinché queste corrano ad acquistare i buoni dei PIIGS, maledetti maiali-cicala. Con l’idea che le banche paghino alla BCE un tasso dell’1%. E che gli Stati paghino alle banche interessi ben più corposi, fino al 7% e oltre: lucro per le banche, tagli per lo stato sociale, insostenibilità economica. L’Italia di Monti e Napolitano, insomma. L'Europa di Draghi.
Ma è possibile che nessuno si ribelli a questo controsenso? Cioè all’assurdità di essere impiccati al profitto preteso da chi dovrebbe solo fallire (se il famoso mercato esistesse davvero)?
Nel mondo alla rovescia ci dicono invece che non può esistere una cosa che funzionerebbe in modo più semplice e ci toglierebbe il cappio dal collo: da Francoforte potrebbero prestare quel mezzo trilione direttamente agli Stati, a tassi di interesse bassissimi. Agli Stati sarebbe risparmiato l’affanno di procacciarsi quella provvista sui mercati offrendo tassi d’interesse elevatissimi (insostenibili anche per un’economia in boom, figuriamoci per una in recessione). Lo spettro del default imminente e lo spettro dei rating sarebbero così debellati, e senza chiamare i ghostbusters. Specie se questi ghostbusters, i banchieri, sono essi stessi dei morti viventi, in termini di credito. Alle casseforti di Francoforte – per loro prodighe - le banche non hanno infatti da offrire granché in garanzia, se non “collaterals” buoni per pulirsi il culo. Ma Draghi non solleva nemmeno un sopracciglio.
E nemmeno Monti, che si è premurato di controgarantire la loro papiraglia - scoperta come una cabriolet - con un impegno del governo italiano.
È come la guerra: mentre nell’ordinamento civile la regola è non uccidere, in guerra è l’opposto. Allo stesso modo, la guerra dei signori banchieri mette in pratica comportamenti che normalmente sarebbero sanzionati con leggi penali. Per lorsignori, niente manette della guardia di finanza, il rischio è semmai di diventare uomini dell’anno.
E se tanto mi dà tanto, il quadro delle garanzie messo in moto dal governo Monti, lungi dal far calare il debito, lo ha incrementato, perché quel che dovevano garantire le banche lo garantiamo noi, in aggiunta a quanto già ci strozzava. Congratulazioni.
È il capolavoro di un’ideologia apparentemente anti-statalista, che arriva all’assurda intransigenza di non prestare a basso interesse agli Stati (le regole sacre della BCE), perché troppo comodo, troppo poco liberista. Ma che prevede che lo Stato copra tutte le acrobazie speculative terminali dei superfalliti.
Poi è successo che dall’Eurotower un fiume di liquidità si è dovuto ugualmente riversare a comprare titoli di stato lungo la sponda sud dell’Euro: le banche non si stanno scapicollando per acquistarli. Se il lupo non perde il vizio, punteranno ancora a qualche alchimia derivata per imbellettare i propri attivi, mostrarsi apparentemente più solvibili, e chiedere ancora più soldi, perché mezzo trilione di euro è ancora poco per le loro voragini.
Come a dire: i mercati non sono mercati. Siamo allo statalismo più assistenziale e classista che si sia mai visto, riverniciato con un’ideologia liberista. Centinaia di milioni di individui e famiglie, milioni di storie, intere classi, interi insediamenti sociali costruiti nel corso di generazioni, dovrebbero essere sacrificati al più costoso, inutile e disordinato programma assistenzialistico della storia, volto a salvare l’attuale assetto della finanza.
Le banche, il cui mestiere sarebbe assistere con prestiti e affidamenti chi investe sul futuro, non sganciano più nulla e anzi sono foraggiate. Una mostruosità.
L’obiezione che il denaro facile ha spinto gli Stati a indebitarsi troppo può essere abbattuta da una contro-obiezione: e il denaro facile elargito alle banche non le spinge forse a debiti che sono perfino multipli di quelli degli Stati? E c’è di peggio. Gli Stati, ormai colonizzati dai banchieri, coprono esattamente quel superdebito con garanzie che nessuno giustificherebbe a cuor leggero, se non Letta Letta.
Nel 2012 le scommesse impossibili appariranno nude: come calcola Aldo Giannuli, «nell’anno prossimo, fra titoli sovrani, obbligazioni di enti pubblici minori, corporate bond (debiti d’impresa), obbligazioni bancarie, scadono titoli per 11.000.000.000.000 (undicimila miliardi) di dollari. Faccio grazia degli spiccioli. Ve l’ho scritto con tutti i 12 zeri per farvi apprezzare la cifra in tutta la sua imponenza: si tratta di poco meno di un sesto del Pil mondiale e di circa l’11% dell’intero debito mondiale.»
Non saranno i giochetti degli ometti di Goldman Sachs che potranno salvarci dal debito. Prima ricollocheremo i loro comportamenti nell’ambito del penale, prima avremo speranza di risorgere.

9 dicembre 2011

Il Rigor Montis non è la soluzione



Per il debito ci sono alternative, e servono subito! Alcuni esempi.



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10 novembre 2011

Monti, siamo pronti

di Pino Cabras – da Megachip.


Il vero potere ha gettato la maschera e le ultime vestigia della semi-sovranità italiana sono state demolite, nell’annus horribilis della nostra Repubblica, dopo che anche la guerra di Libia aveva svelato la disfatta di ogni autonomia nazionale. Nessuna urgenza economica al mondo può giustificare un peggioramento così repentino degli interessi del debito - oltre la soglia del non ritorno, oltre le convenzioni del default tecnico - come quello del 9 novembre 2011.
Solo un concorso di volontà decise a imprimere una svolta rivoluzionaria poteva scatenare un attacco di questa portata, micidiale quanto un colpo di stato.
A suggello di un giorno trionfale per la sovversione dall’alto decisa a livello di classi dominanti globali, il Presidente della Repubblica ha nominato senatore a vita Mario Monti, il tecnocrate italiano più organico all’élite planetaria, un vero cardinale del pensiero unico economico, uno dei padri nobili del feroce disastro sociale di questi anni, il babbo insensibile di tutti i precari, il fratello coltello di tutti i pensionati. L’uomo di Rockefeller e della Goldman Sachs, della Commissione Trilaterale e del Gruppo Bilderberg.
Queste sue affiliazioni sono fuori dai radar dei grandi media, persino ora che viene visto come Presidente del Consiglio in pectore, eppure sono il tratto vero del personaggio, in tutta la sua caratura internazionale. Il centrosinistra italiano ovviamente non ne parlerà, perché sulle questioni internazionali non decide, si fa decidere. Politica estera e politica monetaria, per loro, sono una sorta di entità data, che si riceve e non si discute. Fra i 100 punti del "Wiki-PD" di Matteo Renzi, per esempio, solo due o tre parlano di questioni internazionali, e solo vaghissimamente, mentre nessuno parla di moneta. Renzi è in buona compagnia. Tutte le classi dirigenti italiane sono inserite in un gioco di potere sub-dominante nel quale accettano un ruolo declinante dell’Italia: decidano altri. Il nucleo cesaristico della sovranità ha il baricentro in altre capitali, e lo avrà sempre di più: aiuterà a spolpare meglio e in pochi anni ricchezze costruite in generazioni.
Il Caimandrillo fu una volta definito dal suo medico “tecnicamente immortale”. Possiamo dire, politicamente, che è “tecnicamente morto”. Morendo politicamente lui, muore la cosiddetta Seconda Repubblica. La Terza Repubblica è già qui, e vuole scongelare tutto quello che è stato assurdamente paralizzato dalla lunghissima gelata berlusconiana. Monti sarà sostenuto da una squadra di curatori fallimentari del Sistema Italia che passeranno la ruspa sul tenore di vita di milioni di persone. Italia avrà il volto di Equitalia.
Così come nessuno, pur sapendosi mortale, crede fino in fondo e “davvero” alla propria inevitabile dipartita, allo stesso modo milioni di italiani, pur presi da certi inequivocabili presagi, non pensano che accadrà “davvero” anche da noi un’altra Grecia, così come fra chi sorseggiava un caffè turco nei locali di Sarajevo, nell’aprile 1992, nessuno accettava che i suoni di cannone che si udivano nelle vicinanze potessero “davvero” portare alla guerra, che invece puntualmente arrivò.
Non sono solo metafore. Sto parlando, per ognuno dei casi citati, della sottovalutazione esiziale degli effetti indotti da un crollo di sovranità, che si accentua in presenza di classi dirigenti inette e asservite a interessi lontani. Nessuna illusione su Giorgio Napolitano (anche se tanti agnelli sacrificali ne coltivano ancora). Niente illusioni su Mario Monti (anche se vorranno vendercele). Esattamente due anni fa in un articolo che – a rileggerlo – suona ancora tremendamente attuale, cercai di avvertire che la fine del Caimandrillo avrebbe palesato dolorosamente l’inservibilità di un’intera classe dirigente, tanto più davanti a una crisi economica sistemica come quella che si annunciava.
Dobbiamo costruire una classe dirigente alternativa. Dapprima in forma di un fronte sociale che difenda accanitamente ogni bene dalla rapina della tecnofinanza e rimetta in discussione l’attuale debito. Poi in forma di progetto politico consapevole di vivere in tempi rivoluzionari e inteso a conquistare sovranità in capo al popolo italiano. Siamo pronti o siamo Monti? Siamo pronti o siamo tonti? Stiamo pronti, o siamo morti. Stiamo pronti, che siamo molti.

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