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10 dicembre 2013

I missionari del dio mercato

di Daniela Palma e Francesco Sylos Labini.

La crisi economica è giunta al suo sesto anno e, soprattutto in Europa, ancora pochi sono i segni di un suo arretramento. La ricerca di una via di uscita s’impone con sempre più urgenza, ma le contraddizioni che hanno scatenato la crisi continuano a mettere in discussione l’intero periodo che ha segnato lo sviluppo economico del secondo dopoguerra. 

L’irruzione sulla scena dei debiti pubblici ha mascherato le fragilità del sistema finanziario privato – vero responsabile della crisi – che per troppo e lungo tempo ha drogato il mercato, incapace di autosostenersi. 

Così, senza esitazione, il dito è stato puntato contro lo “Stato spendaccione”. E l’“austerità espansiva” è sciaguratamente diventata la chiave di volta delle politiche per la ripresa, riaffermando la posizione di thatcheriana e reaganiana memoria. Quella secondo cui “lo Stato è il problema”. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: una nuova e più profonda depressione, l’azzeramento delle prospettive di ripresa e lo spettro di dover fare un balzo all’indietro, cancellando di colpo decenni di storia in cui il progresso economico è stato reso inscindibile dalla conquista dei diritti sociali e dal radicamento della democrazia.

La verità è che lo Stato è diventato una stampella del mercato, senza però assolvere a un ruolo costruttivo per lo sviluppo dell’economia e della società. I bilanci pubblici sono esplosi per salvare le banche, senza per questo riuscire a recuperare le sorti dell’economia reale, visto che il credito rimane “congelato”: malgrado ciò si continua ad affermare che la zavorra dell’economia è rappresentata dal welfare, e che bisognerà rinunciarvi, pena l’impossibilità di dare spazio alla ripresa.

Per capire la crisi bisogna andare oltre. Oltre il quadro teorico del neoliberismo – trasmessoci dall’alto e acriticamente accettato. Andare oltre il neoliberismo, significa innanzitutto riconoscere le ragioni culturali della crisi. Un po’ meno austerità forse ci sarà concessa, ma se non si dà una lettura corretta delle vere cause che hanno portato alla crisi, essa sarà destinata a riprodursi in forme sempre più drammatiche e sempre più tendenti a compromettere lo sviluppo dei Paesi e la loro coesione sociale.

Il modo con cui la riflessione economica prevalente si è rapportata alla crisi fin dal suo nascere è tipico della visione mainstream, che affonda le sue radici nei riferimenti principali della cosiddetta teoria neoclassica: 
l’economia è concepita come una scienza (economics) che studia le scelte alternative tra risorse scarse; 
il mercato è il luogo di allocazione ottima delle risorse, garantita da soggetti razionali in grado di utilizzare tutta l’informazione disponibile. Nel mercato si determina “naturalmente” un equilibrio che è il punto d’incontro tra domanda e offerta, stabilito nel prezzo, inteso come misura della scarsità, capace di assicurare l’allocazione ottimale delle risorse
Un processo che è di tipo esclusivamente logico, che prescinde totalmente dalle diversità nel tempo e nello spazio delle diverse economie. 

Secondo questa lettura eventuali scostamenti dall’equilibrio del mercato hanno solo natura temporanea perché il sistema economico è destinato a convergere verso l’equilibrio. 

In tale contesto la crisi non può essere prevista, semplicemente perché non è neppure concepita

Ed anche di fronte al suo manifestarsi è possibile attribuirle un carattere di momentanea accidentalità, oppure individuare imperfezioni del mercato che non consentono il raggiungimento dell’equilibrio. Le crisi possono essere innescate solo da grandi perturbazioni esogene come gli uragani, i terremoti o sconvolgimenti politici, ma certo non causate dal mercato stesso.

Molti economisti hanno, infatti, interpretato la crisi del 2008 attraverso il pregiudizio ideologico secondo cui essa è stata innescata da cause del tutto imprevedibili – come il fallimento della Lehman Brothers – ma giacché i mercati liberi tendono alla stabilità, non ci sarebbero dovute essere ripercussioni sull’economia reale. È questo paradigma che deve essere messo profondamente in discussione, perché la crisi del 2008 ha mostrato in maniera spettacolare che sono le fluttuazioni stesse dei mercati a generare instabilità: i mercati liberi non tendono all’equilibrio ma generano squilibri selvaggi e pericolosi.

Dunque, l’economics si traveste dietro una veste pseudo-scientifica, si presenta come una disciplina tecnica e apolitica. Ma non è stato sempre così. Anzi, secondo la visione che ha segnato lo stesso nascere della disciplina economica e che si afferma all’indomani della prima Rivoluzione industriale con il pensiero di Adam Smith, l’economia è invece una riflessione scientifica sulla società, tesa a studiarne le caratteristiche che ne assicurano le condizioni di riproducibilità e di sviluppo, in un contesto sociale, istituzionale e normativo che condiziona l’azione dei soggetti

Non a caso si parla di “economia politica”, guardando al mercato come a un complesso sistema di norme, storicamente determinato e privo di qualsiasi connotato di naturalità, non necessariamente capace di assicurare il pieno impiego delle risorse. L’approccio dell’economia politica classica è dunque intrinsecamente predisposto a concepire il prodursi di crisi e la necessità di operare quei correttivi che assicurino la riproducibilità del sistema economico. Di là dalle diverse versioni ed approfondimenti che si sono succeduti passando per Ricardo, Marx e arrivare fino a Keynes, la visione dell’economia politica resta ancorata a una rappresentazione del sistema economico in cui la dimensione delle classi sociali e la diversità di interessi che a queste si associano ne determinano un assetto fondamentalmente instabile.

Invece nella visione neoclassica mainstream è assente un qualsiasi ruolo della politica. La predominanza trentennale di questa visione ha tuttavia prodotto una specifica egemonia culturale, dura a morire, nonostante il perdurare della crisi. La visione mainstream appare dotata di un’intrinseca capacità di sopravvivenza: il sistema economico, inteso come dato di natura suscettibile di essere studiato con il metodo delle scienze naturali, porta ad escludere l’esistenza di qualunque alternativa con la quale confrontarsi. La visione mainstream è fatta di assiomi. Le uniche discussioni ammissibili sono quelle condotte entro la propria cinta concettuale.

La lettura della crisi e le terapie per superarla continuano pertanto a essere appannaggio degli economisti mainstream. Con la possibilità, peraltro, di condizionare l’opinione pubblica e di creare consenso a proprio favore. 

A questo proposito Luciano Gallino, Giorgio Lunghini, Guido Rossi e altri hanno recentemente denunciato quella che è, a loro avviso, una gravissima distorsione della realtà da parte dei principali media del Paese:
«La politica è scontro d’interessi, e la gestione di questa crisi economica e sociale non fa eccezione. Ma una particolarità c’è, e configura, a nostro avviso, una grave lesione della democrazia. Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e un’intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell’opinione pubblica. Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei, all’origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate come comportamenti obbligati immediatamente determinati da una crisi a sua volta raffigurata come conseguenza dell’eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare. Viene nascosto all’opinione pubblica che, lungi dall’essere un’evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberale), oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori».

Legenda: Abbiamo  considerato la lista dei professori di economia politica, che erano 704 nel 2008, e per ognuno abbiamo contato quanti articoli hanno scritto su la Repubblica, il Corriere della Sera, Il Sole 24 ore e La Stampa negli ultimi 5 anni e precisamente dal 1 gennaio 2007 al 31 dicembre 2011 (per questo abbiamo utilizzato l’archivio della Camera dei Deputati). Per capire le relazioni tra i diversi autori è interessante misurare il loro grado di connessione. A questo scopo abbiamo usato Repec che è il più grande database bibliografico di economia disponibile gratuitamente su internet. Abbiamo dunque costruito il grafo seguente, mettendo una connessione tra due diversi autori se sul database Repec compare almeno un articolo scientifico in cui sono coautori. Le connessioni in rosso se due autori sono coautori di articoli su quotidiani. (Fonte originale)

Il nuovo e vincente attore nella politica internazionale è dunque l’estrema destra economica che ha finalmente rimpiazzato il vuoto dell’estrema destra politica
In Italia l’estrema destra economica ha riempito il vuoto politico cercando di sovvertire la Costituzione nei suoi tre punti fondamentali: rimuovere ogni controllo alle decisioni del settore privato, togliere al governo dei cittadini il controllo e la responsabilità della spesa pubblica con il vincolo del pareggio del bilancio e tagliare i diritti dei lavoratori

Nella confusione politica generale che stiamo vivendo, le idee dell’estrema destra economica hanno permeato i partiti di centrosinistra in tutta Europa. Nel vuoto generale d’idee, spesso artificialmente indotto, questa lobby di pensieri prefabbricati cerca dunque di vendere a una politica ormai priva di contenuti la soluzione liberista come l’unica possibile, spesso falsando i dati e manipolando la realtà

La battaglia culturale è dunque intrinsecamente legata a quella politica: senza un punto di riferimento culturale l’azione politica rimane alla mercé di chi è più organizzato per manipolare l’opinione pubblica.  Ed è proprio questa la battaglia che bisogna intraprendere a partire dalla nostra Costituzione e dal ruolo fondamentale che essa assegna all’attore pubblico: quello di essere artefice di una “programmazione” economica mirata alla piena e buona occupazione e per una società giusta e democratica, capace al tempo stesso di farsi interprete delle domande più urgenti poste dalla storia e del tempo presente.


Fonte: Left, 7 dicembre 2013.
Tratto da: http://keynesblog.com/2013/12/09/i-missionari-del-dio-mercato/.

21 marzo 2008

Il collasso della potenza americana

di Paul Craig Roberts.

Titolo originale:
A Bankrupt Superpower
The Collapse of American Power
pubblicato su «counterpunch»
il 18 marzo 2008.
Traduzione di Pino Cabras


Il dollaro oggi [fonte: http://www.worldproutassembly.org]

Nel suo famoso libro intitolato The Collapse of British Power [Il collasso della potenza britannica] (1972), Correlli Barnett racconta che nei primi giorni della Seconda Guerra Mondiale alla Gran Bretagna l'oro e la valuta straniera necessari a finanziare le spese di guerra bastavano per appena pochi mesi.
I britannici si rivolsero agli americani per finanziare la loro capacità di portare avanti la guerra. Barnett scrive che questa dipendenza segnò la fine della potenza britannica.

Fin dal loro inizio, le guerre americane del XXI secolo contro l’Afghanistan e l’Iraq sono state delle guerre “in rosso” finanziate da stranieri, soprattutto cinesi e giapponesi, che acquistano i buoni del tesoro che il governo USA emette per coprire i suoi bilanci in rosso.

L’amministrazione Bush prevede un deficit di bilancio federale pari a 410 miliardi di dollari per quest’anno, il che indica che, siccome il saggio di risparmio USA è circa zero, gli USA dipendono dagli stranieri non solo per finanziare le loro guerre ma anche per finanziare parte della spesa pubblica interna. I prestatori stranieri stanno pagando gli stipendi statali USA – forse quello dello stesso presidente – o stanno finanziando le spese dei vari ministeri. Dal punto di vista finanziario, gli Stati Uniti non sono una nazione indipendente.

La previsione del deficit da 410 milioni di dollari dell’amministrazione Bush si basa sul presupposto irrealistico di una crescita del PIL del 2,7% nel 2008, mentre di fatto l’economia USA è caduta in una recessione che potrebbe essere grave. Non ci sarà alcuna crescita del 2,7%, per cui il vero deficit si dilaterà ben oltre i 410 miliardi di dollari.
Così come il bilancio pubblico è in confusione, altrettanto lo è il dollaro USA che continua a vedere declinare il suo valore rispetto alle altre valute. Il dollaro è sotto pressione non solo per via dei deficit di bilancio, ma anche a causa degli immani deficit commerciali e delle aspettative d’inflazione che derivano dallo sforzo della Federal Reserve volto a stabilizzare il perturbatissimo sistema finanziario con grandi iniezioni di liquidità.

Un sistema monetario e finanziario sconvolto e grandi deficit di bilancio e commerciali non mostrano un bel viso ai creditori, eppure Washington nella sua sfacciataggine sembra credere che gli USA possano contare per sempre sui cinesi, i giapponesi e i sauditi per finanziare il tenore di vita dell’America oltre i suoi mezzi. Immaginate lo sgomento quando arriva il giorno in cui un’asta del Tesoro USA sui nuovi strumenti di debito non risulta interamente sottoscritta.
Gli USA hanno gettato al vento 500 miliardi di dollari in una guerra che non serve ad alcuno scopo americano, Inoltre quei 500 miliardi sono soltanto le spese vive. Non includono i costi di sostituzione degli equipaggiamenti distrutti, né i futuri costi previdenziali per i veterani, né il costo degli interessi da pagare sui prestiti che hanno finanziato la guerra, né il PIL statunitense perso per aver deviato delle risorse scarse sulla guerra. Gli esperti che non fanno parte degli ingranaggi di governo calcolano che il costo della guerra irachena raggiunga i 3mila miliardi di dollari.

Il candidato alla presidenza repubblicano ha detto che sarebbe lieto di continuare la guerra per 100 anni. Con quali risorse? Quando i creditori dell’America considerano il nostro comportamento vedono una totale irresponsabilità fiscale. Vedono una nazione ingannata che crede che gli stranieri continueranno ad accumulare il debito USA fino alla fine dei tempi.
La questione vera è che gli USA sono in bancarotta. David M. Walzer, il Comptroller General degli USA nonché capo del GAO (Government Accountability Office, una funzione paragonabile alla nostra Corte dei Conti, NdT), nel suo rapporto del 17 dicembre 2007 al Congresso sul rendiconto finanziario del governo USA ha annotato che “il governo federale non ha mantenuto un controllo interno efficace sulla rendicontazione finanziaria (comprese le attività di salvaguardia) né ha ottemperato a importanti leggi e regolamenti alla data del 30 settembre”. Detto nel linguaggio di tutti i giorni: il governo USA non passerebbe una revisione di bilancio.
Come se non bastasse, il rapporto GAO ha indicato che le passività accumulate del governo federale “assommavano a circa 53mila miliardi di dollari al 30 settembre 2007”. Nessun fondo è stato messo da parte per coprire questo sconvolgente passivo.

Tanto perché il lettore capisca, 53mila miliardi di dollari sono 53 milioni di milioni di dollari.
Stanco di parlare a delle orecchie sorde, Walzer si è recentemente dimesso dalla carica di capo del Government Accountability Office.

Al 17 marzo 2008, un franco svizzero valeva più di un dollaro. Nel 1970 il tasso di cambio era di 4,2 franchi svizzeri per un dollaro. Nel 1970 un dollaro comprava 360 yen giapponesi. Oggi un dollaro compra meno di 100 yen.

Se tu fossi un creditore, vorresti tenerti un debito in una valuta che registra prestazioni così scarse rispetto a quelle di una moneta di una piccola nazione isolana che venne colpita atomicamente e sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, o rispetto a una piccola nazione europea senza sbocchi al mare abbarbicata alla sua indipendenza e che non fa parte dell’Unione europea?

Ti terresti il debito di un paese le cui importazioni eccedono la sua produzione industriale? Secondo le ultime statistiche USA riportate il 28 febbraio 2008 su «Manufacturing and Technology News», nel 2007 le importazioni erano il 14% del PIL statunitense mentre la produzione manifatturiera USA comprendeva il 12% del PIL. Un paese le cui importazioni eccedano la sua produzione industriale non può chiudere il suo deficit commerciale esportando di più.

Il dollaro ha anche visto crollare il suo valore rispetto all’Euro, la moneta di una nazione immaginaria che non esiste: l’Unione europea. La Francia, la Germania, l’Italia, l’Inghilterra e altri membri della Ue esistono ancora come nazioni sovrane. L’Inghilterra conserva addirittura la propria moneta. Eppure l’Euro batte nuovi primati ogni giorno contro il dollaro.
Noam Chomsky recentemente ha scritto che l’America pensa di “possedere” IL mondo. Questa è decisamente la visione dell’amministrazione Bush egemonizzata dai neocon. Ma la realtà effettuale è che gli USA “devono” AL mondo. La “superpotenza” USA non può nemmeno finanziare le proprie operazioni interne, tanto meno le sue guerre gratuite, se non attraverso l’accondiscendenza di stranieri a voler prestare denaro che non potrà essere ripagato.
Gli Stati Uniti non ripagheranno mai i prestiti. L’economia americana è stata devastata dalle delocalizzazioni, dalla concorrenza straniera e dall’immigrazione di stranieri con il permesso di lavoro, mentre si aggrappa a un’ideologia di libero scambio che avvantaggia i pesci grossi delle multinazionali e gli azionisti a spese della forza lavoro americana. Il dollaro sta fallendo nella sua funzione di moneta di riserva e sarà presto abbandonato.

Quando il dollaro smetterà di essere la valuta di riserva, gli USA non saranno più capaci di pagare i propri conti facendosi prestare più denaro dagli stranieri.
A volte mi chiedo se la “superpotenza” fallita riuscirà a raggranellare le risorse per riportare a casa i soldati posizionati nelle sue centinaia di basi oltremare, o se costoro saranno semplicemente abbandonati.

Paul Craig Roberts è stato sottosegretario al Tesoro nell'amministrazione Reagan. E' stato commentatore sulle pagine del «Wall Street Journal» e collaboratore della «National Review».
È coautore di
The Tyranny of Good Intentions
Gli si può scrivere su PaulCraigRoberts, at, yahoo, punto, com.
Si veda sul tema anche un interessante video olandese:

19 marzo 2008

Come lo "Stato profondo" sopravvive alle alternanze dei partiti

di Thierry Meyssan
Réseau Voltaire
Titolo originale: "La continuité du pouvoir US, derrière la Maison-Blanche"
Fonte: http://www.voltairenet.org/
24 febbraio 2008
Scelto e tradotto per http://www.blogger.com/www.comedonchisciotte.org da Matteo Bovis
Postato il 18 Marzo 2008 (19:00)


Sessanta anni di propaganda atlantista ci hanno convinto che gli Stati Uniti sono una grande democrazia. Eppure, nessun osservatore pensa che Ronald Reagan o George W. Bush abbiano esercitato appieno il potere legato alla loro funzione, e allora chi comanda? O ancora, gli osservatori concordano che una volta ricontate le schede elettorali Al Gore aveva vinto le elezioni del 2000, ma allora perché Bush occupa la Casa Bianca? Tante domande alle quali nessun giornalista desidera rispondere. Thierry Meyssan rompe il tabù.

Nel corso degli ultimi sessanta anni, gli Stati Uniti si sono dotati di quello che è stato chiamato "l’apparato di sicurezza di Stato". E’ stato costituito come uno Stato dentro lo Stato, incaricato di condurre nell’ombra la Guerra Fredda contro l’URSS, poi di occupare lo spazio lasciato vacante dall’Unione Sovietica dopo il suo smantellamento e di condurre la Guerra al terrorismo. Dispone di un governo militare fantasma deputato a rimpiazzare il governo civile se dovesse accadere che questo ultimo venisse decapitato da un attacco nucleare.

Il presidente Eisenhower ha dichiarato nel suo celebre discorso di addio (17 gennaio 1961): "Nel consiglio di governo dobbiamo stare attenti all’acquisizione di una influenza illegittima, voluta o meno, da parte del complesso militar-industriale. Il rischio di uno sviluppo disastroso di un potere usurpato esiste e continuerà. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa unione minacci le nostre libertà o il processo della democrazia."

Ma questo avvertimento sarebbe stato insufficiente. La logica dell’"apparato di sicurezza dello Stato" ha progressivamente sommerso quella delle istituzioni civili che avrebbe dovuto proteggere. Il complesso militar-industriale ha usato il suo potere per modellare a suo vantaggio le istituzioni civili invece di servirle. In definitiva, la lobby della guerra ha falsato il processo elettorale ed è arrivato, ad ogni elezione presidenziale, a scegliere l’uomo che avrebbe occupato la Casa Bianca.

Senza eccezioni, da sessanta anni, il presidente è il candidato che più si è impegnato a realizzare le esigenze dell’"apparato di sicurezza dello Stato", e che ha ottenuto il massiccio finanziamento delle imprese appaltatrici del Pentagono. Beninteso, una volta installato nello Studio Ovale, l’eletto cerca sempre di affrancarsi dai suoi padrini e di avvicinarsi ai reali interessi del suo popolo. Tocca a lui scoprire di quali margini di manovra dispone, a rischio di perdere la sua investitura e di essere eliminato, politicamente, se non addirittura fisicamente. Del resto, il rischio di un presidente che si affranchi dallo "Stato profondo" e si mantenga tuttavia al potere, è limitato dal divieto, stabilito nella stessa epoca, di ambire a candidarsi per più di due mandati consecutivi.

In queste condizioni – come possiamo vedere – l’alternanza tra democratici e repubblicani non è per i cittadini statunitensi un mezzo per cambiare politica, ma un mezzo per "l’apparato di sicurezza dello Stato" di perseguire la stessa politica al di là dell’impopolarità di un presidente logorato. E’ l’applicazione del principio che Giuseppe Tomasi di Lampedusa attribuisce al Gattopardo: "Bisogna che tutto cambi perché niente cambi e che noi si resti i padroni".

Occasionalmente lo "Stato profondo" riaffiora e lascia intravedere la sua forza. Capita a volte nel periodo di transizione tra due presidenti: una semi-vacanza del potere quando il presidente uscente amministra gli affari correnti e il presidente eletto si prepara a governare.

Nel XVIII secolo, questo periodo di transizione di 11 settimane si giustificava con il tempo necessario a stabilire i risultati [elettorali] e a costituire una squadra adeguata rispetto all’immensità del paese e alla lentezza dei mezzi di comunicazione. La prima volta si svolse nel 1797 quando John Adams succedette a George Washington. Per un secolo e mezzo, questo periodo non è stato regolato da alcuna procedura perché i due presidenti (uscente e entrante) non avevano alcun motivo per collaborare l’un l’altro. E’ del tutto diverso adesso, quando questo periodo è messo a frutto dall’"apparato di sicurezza dello Stato" per presentare al nuovo inquilino della Casa Bianca quello che deve sapere dello "Stato profondo". Per comprendere il sistema, torniamo alla storia di queste transizioni.

La Guerra fredda mette la democrazia tra parentesi

Harry Truman (1945-1953) modificò profondamente la natura dello Stato federale creando al suo interno "l’apparato di sicurezza dello Stato" composto dal trittico: Consiglio dei Capi di Stato Maggiore (JCS), Central Intelligence Service (CIA) e Consiglio Nazionale per la Sicurezza (NSC). Questi opachi organismi dispongono di poteri esorbitanti, come ne esistono in tempo di guerra. Perché la loro missione era precisamente di prolungare la mobilitazione della Seconda Guerra mondiale, senza però mantenere la società civile sotto pressione, per condurre una nuova forma di guerra contro l’Unione Sovietica, la Guerra fredda.

Per "contenere" l’influenza sovietica, Truman organizza il ponte aereo verso Berlino, costituisce l’Alleanza Atlantica (NATO) e dichiara guerra alla Corea. Inoltre, estende lo "Stato profondo" USA all’interno degli Stati alleati, attraverso la creazione di reti stay-behind e la loro integrazione in seno alla CIA [1].

"L’apparato di sicurezza dello Stato" considerò che il migliore successore di Truman sarebbe stato il generale Dwight Eisenhower. Era stato il comandante supremo delle forze alleate in Europa durante la Seconda Guerra mondiale, poi della NATO. Era l’uomo adatto per proseguire la guerra di Corea fino alla vittoria. L’opinione pubblica lo adorava e lo considerava un eroe, anche se non aveva mai combattuto personalmente, né si era mai nemmeno avvicinato al fronte.

Eisenhower non era un uomo politico e, non avendo una precisa appartenenza politica, ogni partito cercava di attirarlo verso di sé. Truman lo sollecitò invano in favore dei democratici, alla fine Eisenhower aspirò all’investitura repubblicana. Concluse un accordo con questo partito secondo il quale gli sarebbero state lasciate le mani libere per condurre una politica estera anti-sovietica e "mettercela tutta" in Corea fino alla vittoria. Come contropartita, Eisenhower s’impegnò a condurre una politica conservatrice negli affari interni e in economia. Scelse come compagno di lista Richard Nixon (la cui figlia avrebbe presto sposato suo nipote); un personaggio che si era messo in luce animando la "caccia alle streghe" contro i comunisti.

Dopo che Eisenhower fu eletto, Truman prese contatto con lui per presentargli il dispositivo della sicurezza nazionale la cui esistenza era pubblica, ma il funzionamento segreto.

Eisenhower elaborò la dottrina di difesa che porta il suo nome secondo cui gli Stati Uniti non esiteranno a ricorrere alla forza, ovunque nel mondo, dove l’influenza comunista dovesse minacciare gli interessi occidentali. Inoltre, egli aggiunse al sistema di sicurezza nazionale il principio di continuità del governo. Designò, con un decreto segreto,un governo alternativo, costituito al contempo da militari e da imprenditori scelti tra i suoi amici, incaricato di prendere le redini in caso di annientamento delle istituzioni a causa di un attacco nucleare sovietico. Così, accanto al processo costituzionale relativo alla vacanza del potere, esiste fin dagli anni ’50 una seconda procedura – questa volta militare-amministrativa - che può essere posta in atto in caso di apocalisse nucleare. Nel primo caso, il presidente è sostituito dal vicepresidente, poi se necessario dal presidente pro-tempore del Senato, poi da quello della Camera dei rappresentanti. Nel secondo caso, gli eletti sono corto-circuitati da un governo fantasma – la cui composizione è segreta – che sorge improvvisamente dall’ombra senza disporre di alcuna legittimità elettorale.

Tuttavia, "l’apparato di sicurezza dello Stato" rimproverò Eisenhower di non fare abbastanza, soprattutto in materia di missili, e rifiutò di sostenere il vice-presidente Nixon come successore. Preoccupato per le conseguenze sulla democrazia dal crescente potere del complesso militar-industriale, Eisenhower mise in guardia i suoi concittadini nel suo discorso di addio citato in precedenza. La lobby della guerra volse allora il suo sguardo verso il partito democratico.

E’ cosi che John F. Kennedy ottenne il sostegno dell’industria degli armamenti. Per compiacerli, egli centrò la sua campagna elettorale su un presunto vantaggio che i Sovietici avrebbero acquisito in materia di missili e sulla necessità di colmare questo divario ("gap missilistico"). Inoltre, designò come compagno di lista il bellicoso leader del gruppo parlamentare democratico, Lyndon B. Johnson. In diretto collegamento con il complesso militar-industriale, Kennedy nel corso della campagna elettorale prese l’iniziativa di creare dei gruppi di lavoro per fare un bilancio della situazione e preparare le sue prime decisioni nel caso in cui fosse stato eletto. Piazzò i suoi due principali rivali alla nomination democratica alla testa dei due più importanti gruppi di lavoro, neutralizzando così anche il loro risentimento e beneficiando della loro esperienza. Creò fino a 29 gruppi tematici. Tutti i membri erano volontari. Una volta eletto, Kennedy designò l’avvocato Clark Clifford per coordinare il passaggio dei poteri con Eisenhower, poi nominò almeno un membro di ogni gruppo di lavoro nel suo gabinetto. Clifford non era stato scelto per le sue qualità di avvocato e di negoziatore, ma in quanto era un falco e un rappresentante dello "Stato profondo". Aveva partecipato a fianco a Truman alla creazione dell’"apparato di sicurezza dello Stato" ed era stato nominato da Eisenhower come ministro ombra del governo militare alternativo.

Più tardi Kennedy fece adottare il Presidential Transition Act per permettere ai successivi presidenti di seguire le sue orme beneficiando di un finanziamento federale per pagare i loro gruppi di lavoro.

Kennedy sfidò l’URSS davanti al muro di Berlino, spiegò i missili in Turchia e riuscì a dissuadere i sovietici a replicare installando i loro a Cuba. Soprattutto, lanciò i grandi programmi spaziali. Ma non tardò a rivedere al ribasso i suoi impegni. Certo, autorizzò l’invasione di Cuba, ma per ravvedersi dopo il fiasco della Baia dei Porci. Certo, mise il dito nell’ingranaggio vietnamita, ma cercò subito come impostare un ritiro. Contando sulla legittimità che gli veniva da un vasto sostegno popolare, entrò in conflitto con il suo stato-maggiore e ordinò delle inchieste sulle attività politiche di alcuni generali. In definitiva, fu assassinato a vantaggio del vice-presidente Lyndon B. Johnson – la cui cerimonia di giuramento era stata preparata proprio poco prima che Kennedy venisse ucciso – che approvò senza indugio l’escalation in Vietnam, prendendo peraltro ancora Clark Clifford come Segretario alla Difesa per realizzare questo sporco lavoro.

L’impopolarità di Johnson rendeva impossibile la sua rielezione, per cui rinunciò a ripresentarsi. Poiché il partito democratico era in mano ai pacifisti ribellatisi agli orrori del Vietnam, i falchi avevano bisogno di un’alternanza partitica per mantenersi al potere e perseguire la loro politica. La scelta cadde logicamente sull’ex vice-presidente Richard Nixon, un opportunista che conosceva già tutti i segreti.

Quando i due principali candidati ebbero ricevuta l’investitura dai rispettivi partiti, Johnson li convocò per convenire con loro i dettagli della transizione. Si trattava di una messa in scena puramente formale, ma permise al democratico Johnson di prendere contatto pubblicamente con il candidato repubblicano ancora prima che venisse eletto.

Approfittando del Presidential Transition Act, il repubblicano Nixon seguì le orme del democratico Kennedy creando 30 gruppi di lavoro per definire la sua futura politica in collegamento con lo "Stato profondo".

Nixon condusse una politica di distensione verso l’URSS e negoziò gli accordi per la limitazione della corsa agli armamenti rispettando gli interessi del complesso militar-industriale, sarebbe a dire eliminando alcune armi a favore di altre più sofisticate. Su iniziativa del suo consigliere Henry Kissinger, strinse una sorprendente alleanza con la Cina comunista per isolare Mosca. Tuttavia, rinunciò a vincere in Vietnam e "l’apparato di sicurezza dello Stato" gliela fece pagare organizzando una procedura di destituzione in occasione dello scandalo del Watergate. Il n. 2 dell’FBI in persona, Mark Felt (alias "Gola profonda") diffuse per mesi informazioni devastanti al Washington Post.

Costretto, Nixon preparò in segreto le sue dimissioni e non avvertì che all’antivigilia il vice-presidente Gerald Ford. I due uomini conclusero un accordo: Ford avrebbe occupato lo Studio Ovale in cambio della grazia e della fine di ogni azione giudiziaria. Ford accettò. Aveva già sentito cambiare il vento e aveva radunato attorno a sé una piccola squadra, ma questa fu istantaneamente dissolta. Un importante membro dell’"apparato di sicurezza dello Stato", l’ambasciatore degli Stati Uniti in seno alla NATO, Donald Rumsfeld (avversario di Kissinger), fu richiamato d’urgenza per assicurare la transizione. Aiutò a costituire una nuova squadra dosando vecchi collaboratori di Nixon e uomini nuovi. La cosa era più complicata di quanto sembrasse perché si trattava di sanzionare la politica perdente del Vietnam incarnata da Kissinger, mantenendo tuttavia l’influenza dell’industria degli armamenti incarnata dallo stesso Kissinger (che era stato il segretario generale dell’American Security Council, all’epoca il principale organizzatore del complesso militar-industriale). Ford designò Nelson Rockfeller come nuovo vice-presidente. Non si trattava solo dell’erede della più importante dinastia industriale del paese, ma anche il vecchio padrone delle operazioni segrete dell’"apparato di sicurezza dello Stato" sotto Eisenhower. Rapidamente Ford si rese conto che gli antichi collaboratori di Nixon portavano con sé l’immagine del Watergate e chiese a Rumsfeld di concludere il suo lavoro. Questi divenne quindi il segretario generale della Casa Bianca. Ringraziò brutalmente gli ultimi nixoniani, eccettuato Kissinger, e fece nominare George H. Bush capo della CIA. Con l’aiuto di questo ultimo, Rumsfeld mise in piedi una commissione di valutazione della minaccia sovietica ("la squadra B") che non mancò di gridare "al lupo" e di rilanciare la corsa agli armamenti.

L’immagine di Ford era disastrosa. L’opinione pubblica vedeva in lui un intrallazzatore che aveva graziato Nixon per succedergli, mentre "l’apparato di sicurezza dello Stato" voleva cancellare l’umiliante immagine della caduta di Saigon alla quale [Ford] era associato (anche se non era che la conseguenza della pace voluta da Nixon). Ford non disponeva di sufficiente legittimità per prendere iniziative più ampie. "Lo Stato profondo" aveva quindi bisogno di un nuovo presidente democratico. Questi fu Jimmy Carter, un protetto di David Rockfeller (il fratello del vice-presidente Nelson Rockfeller), capace nel contempo di girare pagina sui crimini precedenti e di tenere testa all’URSS.

Carter scelse come consigliere alla sicurezza nazionale Zbignew Brzezinski [2], il segretario generale della Commissione Trilaterale, il think tank dei Rockfeller. Aveva teorizzato una versione moderna del "contenimento" dell’Unione Sovietica, ridando anche vigore alla dottrina dell’"apparato di sicurezza dello Stato". Su questa base, diminuì l’influenza sull’America del Sud (rinegoziazione dello statuto del canale di Panama e fine delle dittature militari) e la spostò verso l’Asia centrale (guerra d’Afghanistan contro i sovietici). E’ in questa occasione che ingaggiò Osama Bin Laden e sviluppò il sostegno USA alle organizzazioni estremiste sunnite anticomuniste.

Sfortunatamente la credibilità degli Stati Uniti fu subito incrinata dall’affare degli ostaggi all’ambasciata di Teheran. Soprattutto, dopo le rivelazioni delle commissioni parlamentari d’inchiesta, il battista Carter si mise in testa di moralizzare la CIA sulla scia della pulizia seguita al Watergate. Minacciato da questa pretesa, "l’apparato di sicurezza dello Stato" organizzò una campagna mediatica contro di lui, accusandolo di essere affetto da "sindrome vietnamita". Poi, si mise a cercare un repubblicano con cui sostituirlo. In definitiva, lo "Stato profondo" organizzò il ticket Reagan-Bush (questo ultimo ancora a capo della CIA). Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, il vice-presidente era l’uomo forte mentre il presidente non era che un attore di Hollywood che recitava un ruolo d’immagine [3].

Reagan e Bush designarono un triumvirato per organizzare la transizione: Ed Meese doveva preparare le nomine e il programma, l’avvocato William Casey si occupava delle relazioni con "l’apparato di sicurezza dello Stato", mentre il brillante James Baker faceva un po’ di tutto. In realtà, Casey era stato il funzionario incaricato di Reagan quando, anni prima a Hollywood, era diventato il padrino del Comitato internazionale dei rifugiati (International Refugee Committee), una vetrina anticomunista della CIA. E, appena possibile, Reagan nominò Casey direttore dell’Agenzia.

Sopraggiunse presto il triste episodio del tentativo di assassinio contro Ronald Reagan ad opera di un amico dei Bush. L’attentato fallì, ma Reagan capì il messaggio e lasciò i problemi della difesa interamente nelle mani del suo vice-presidente.

E’ durante questo periodo che fu sviluppata la procedura di continuità del governo. Il governo militare di sostituzione, creato da Eisenhower, fino a quel momento si limitava a delle indicazioni. Si decise di dargli corpo. Fu costituita una squadra permanente e costruiti o ristrutturati giganteschi bunkers per metterla al riparo insieme ai dirigenti sopravvissuti: Cheyenne Mountain, Raven Rock (detto "sito R") e Mount Weather. Reagan installò un sistema di sorveglianza del governo civile in maniera da poter seguire in tempo reale tutti gli affari in corso e proseguire l’azione di governo senza un minuto di interruzione in caso di apocalisse nucleare. Due volte all’anno, furono organizzate esercitazioni di simulazione della continuità di governo.

In tutta fiducia, "l’apparato di sicurezza dello Stato" sostenne il vice-presidente Bush nella successione a Reagan. Il collegamento tra lo "Stato profondo" e la squadra della campagna [elettorale] fu assicurata da un membro del Consiglio nazionale di sicurezza, il generale Colin Powell.

Nel 1989-91, i "guerrieri freddi" assistettero alla caduta dell’Unione Sovietica, che avevano sempre desiderato ma che li lasciò spiazzati. "L’apparato di sicurezza dello Stato" aveva compiuto la sua missione. Per 45 anni, uomini sinceri avevano creduto di difendere il loro paese manipolando le istituzioni e mettendo tra parentesi la democrazia. Come aveva previsto Dwight Eisenhower, alcuni avevano troppo assaporato il potere per accettare di allontanarsene. Privato della sua ragion d’essere, lo "Stato profondo" restava in piedi. Ma a quale prezzo?



In mancanza di nemici, "l’apparato di sicurezza dello Stato" entra in guerra con se stesso.

George H. Bush Sr. ebbe il pesante compito di definire gli obiettivi degli Stati Uniti nel mondo post sovietico. Non senza esitazioni, egli immaginò la costruzione di un "nuovo ordine mondiale" favorevole ad una dominazione economica globale degli Stati Uniti. Ordinò una riduzione nelle dimensioni dell’esercito e studiò la possibilità di una riconversione dell’"apparato di sicurezza dello Stato" per lottare contro l’emergenza di nuovi competitori. Davanti a questa minaccia esistenziale, lo "Stato profondo" suscitò un’alternanza tra i partiti.

I giornalisti trotskisti che la CIA aveva un tempo reclutato per lottare all’interno della sinistra contro l’influenza sovietica erano passati al partito repubblicano sotto il nome di "neo-conservatori". Erano diventati i propagandisti della lobby della guerra. Come banderuole che girano al vento, si rivoltarono contro Bush Sr. rimproverandogli di non aver approfittato della fine dell’URSS per rovesciare Saddam Hussein alla fine della Tempesta sul Deserto e esortando a votare l’unico candidato capace di compiere la guerra ventura in Jugoslavia, Bill Clinton.

Perfettamente cosciente dell’occasione che gli si offriva, il governatore Clinton fece la sua campagna sulle nuove minacce e sulla necessità di fare i gendarmi in Jugoslavia. Propose anche di modernizzare l’esercito adattandone la gestione alle evoluzioni sociali, il che significava tra l’altro l’apertura alle donne e agli omosessuali. Bush Sr., che era il presidente degli Stati Uniti più popolare del XX secolo (90% di consensi!) sottostimò la capacità dei "guerrieri freddi" di scalzarlo. Per privarlo di una parte dei suoi voti, essi finanziarono la candidatura indipendente di Ross Perot, un miliardario che era servito da copertura per una operazione di salvataggio delle Forze speciali in Iran. Bush Sr. fu battuto.

Bill Clinton si oppose a togliere l’embargo contro l’Iraq dopo che Saddam Hussein si fu conformato alle risoluzioni ONU, affamando così la popolazione e provocando almeno 500.000 morti. Tuttavia, frenò il riarmo (particolarmente bloccando il progetto dello scudo spaziale) e si rifiutò di lanciare l’operazione in Jugoslavia in vista della quale "l’apparato di sicurezza dello Stato" l’aveva sostenuto. Peggio, nel 1995, in occasione di un’esercitazione, scoprì la composizione del governo ombra che "l’apparato di sicurezza dello Stato" aveva costituito per rimpiazzarlo. Era diretto dall’ex ministro della Difesa Donald Rumsfeld e comprendeva alcuni suoi collaboratori come il capo della CIA, James Woolsey. Per essere pronti al cambio di consegne, queste persone spiavano in continuazione il governo civile di cui intercettavano tutte le comunicazioni e tutti i documenti. Considerando che questo dispositivo della Guerra fredda era obsoleto, Clinton – che rifiutò di essere un presidente usa e getta – ordinò lo scioglimento della struttura. Mal gliene incolse.

Il conflitto apertosi a quell’epoca ha cominciato a rodere gli Stati Uniti dall’interno, con alcuni responsabili dello "Stato profondo" trascinati dall’ebbrezza del potere mentre altri cercavano di arrestare questa deriva infernale. Questa lacerazione spinge inesorabilmente gli Stati Uniti verso la disintegrazione o la dittatura.

Passato in totale clandestinità, in parte replicato in Israele, lo "Stato profondo" USA ordì un complotto contro Bill Clinton. Intrappolato nel 1995 in una scandalo sessuale da una stagista israeliana alla Casa Bianca, Monica Lewinsky, fu sottoposto a una procedura di impeachement nel 1998-99. Ma, a differenza di Nixon che non aveva margini di manovra, Clinton fece marcia indietro. Quando la Camera dei rappresentanti si accingeva a votare la sua destituzione, ristabilì il governo ombra e fu salvato dal Senato. Poi, ordinò il bombardamento della Serbia per opera della NATO.

Comunque sia, dopo questo braccio di ferro, per "l’apparato di sicurezza dello Stato" non era il caso di accettare che il vice-presidente Albert Gore succedesse a Clinton. Ma il sistema così ben rodato della continuità politica si inceppò. Il candidato dell’"apparato di sicurezza dello Stato", il repubblicano John McCain, perse una primaria decisiva, passando la mano a una personalità poco credibile, George W. Bush Jr. Nella più grande precipitazione, fu fatto di tutto per inquadrare questo candidato inaspettato. Formò un ticket con Dick Cheney, il gran sacerdote del partito repubblicano e uno degli uomini dello "Stato profondo". Gli fu dispensata una formazione accelerata da parte di un gruppo di specialisti, i Vulcaniani (dal nome del dio che forgia le armi dell’Olimpo), guidato dall’inossidabile Henry Kissinger e dalla sovietologa Condoleeza Rice. Fu raccolto un mare di dollari per la campagna elettorale. Inutilmente. Bush Jr. fu battuto dal Al Gore. Lo "Stato profondo" fu allora costretto a truccare il risultato dello scrutinio in maniera visibile e poco gloriosa e, non essendo riuscito a farlo eleggere, fece nominare il nuovo presidente dalla Corte Suprema.

La transizione Clinton-Bush Jr. fu una lunga crisi. Durante la contestazione dei risultati, i fondi destinati ai gruppi di lavoro, di cui al Presidential Transition Act, furono congelati e gli immensi locali previsti per accoglierli furono chiusi. L’amministrazione Clinton dovette prendere misure di sicurezza eccezionali per proteggere il vice-presidente Gore. In definitiva, questo ultimo gettò la spugna dopo aver ricevuto serie minacce contro la sua famiglia. Il ticket Bush Jr.-Cheney arrivò alla Casa Bianca. Come all’epoca del ticket Reagan-Bush Sr., il vero potere toccava al vice-presidente. Uscito un’altra volta dall’ombra, Donald Rumsfeld fu nominato segretario alla Difesa mentre Colin Powell prendeva la segreteria di Stato e Condoleeza Rice il Consiglio nazionale di sicurezza. Qualche mese dopo, "l’apparato di sicurezza dello Stato" organizzava gli spettacolari attentati di New York e Washington, rilanciando così il militarismo statunitense, questa volta contro un avversario immaginario: il terrorismo islamico.

Lungi dal render eterno il sistema, le forzature successive del complotto Lewinsky del 1995-99, delle elezioni truccate del 2000 e degli attentati del 2001, hanno accelerato la sua disintegrazione interna post Guerra fredda. L’inadeguatezza delle truppe USA alla colonizzazione dell’Iraq e dell’Afghanistan ha portato a una catastrofe paragonabile a quella del Vietnam. Il progetto del vice-presidente Cheney di prendere l’Iran come preda successiva ha suscitato l’ammutinamento di una parte dello stato-maggiore, preoccupato di questa sovraesposizione [4]. Per la prima volta, "l’apparato di sicurezza dello Stato" è diviso, in guerra contro se stesso. Per succedere a George Bush, le due fazioni hanno ciascuna il proprio candidato. E non si capisce molto bene come i Clinton possano sperare di approfittare di questa divisione per prendere la loro rivincita e spingere Hillary fino allo Studio Ovale. Gli ammutinati sostengono Barak Obama con il progetto di un parziale ritiro dall’Iraq in accordo con l’Iran e dell’attacco al Pakistan; mentre il clan di Cheney sostiene John McCain nella speranza di prolungare l’invasione dell’Iraq e di continuare con il rimodellamento del Medio Oriente.

Nessuno di questi due candidati ha un progetto per riconciliare le opposte fazioni in seno all’"apparato di sicurezza dello Stato". Per questo, chiunque sia il nuovo inquilino della Casa Bianca, non potrà arrestare l’implosione del sistema.

Si può deplorare lo sviluppo dell’"apparato di sicurezza dello Stato", ma bisogna riconoscere che rispondeva ad una logica. Si può capire come la democrazia sia stata messa tra parentesi durante la Seconda Guerra mondiale e il suo prolungamento, la Guerra fredda, ma non esiste alcuna giustificazione alla situazione attuale. In definitiva, le contraddizioni interne del sistema hanno raggiunto il parossismo quando i cantori dell’"apparato di sicurezza dello Stato" hanno avuto la pretesa di democratizzare il mondo con le armi.

Thierry Meyssan. Analista politico, fondatore del Réseau Voltaire


Note:

[1] «Stay-behind : les réseaux d’ingérence américains» [Stay-behind : le reti di ingerenza americane], di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 20 agosto 2001. Vedere soprattutto il testo di riferimento: NATO’s Secret Army : Operation Gladio and Terrorism in Western Europe, del professor Daniele Ganser. Versione francese Les Armées Secrètes de l’OTAN, Edizioni Demi-Lune, 2007. Disponibile per corrispondenza attraveso la Libreria del Réseau Voltaire. Intervista di Silvia Cattori con l’autore : «Le terrorisme non revendiqué de l’OTAN» [Il terrorismo non rivendicato della NATO], Réseau Voltaire, 29 settembre 2006.

[2] «La stratégie anti-russe de Zbigniew Brzezinski» [La strategia anti-russa di Zbigniew Brzezinski] , di Arthur Lepic, Réseau Voltaire, 22 ottobre 2004.

[3] «Ronald Reagan contre l’Empire du Mal» [Ronald Reagan contro l’Impero del Male], Réseau Voltaire, 7 giugno 2004.

[4] «Washington décrète un an de trêve globale» [Washington decreta un anno di tregua globale], di Thierry Meyssan, 3 dicembre 2007.