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29 agosto 2008

Il “momento unipolare” degli USA: in Caucaso finisce la grande illusione

di Pino Cabras.




Caucaso 2008: un punto di svolta.La grande stampa non se n'è accorta subito, ma la guerra caucasica dell'agosto 2008 è uno degli eventi più importanti degli ultimi vent'anni. Segna un passaggio molto delicato, per molti spiazzante.
Dopo l'11 settembre 2001 fu recitato il mantra del “nulla sarà come prima”. La formula andrà rispolverata, magari in modo più giudizioso.
Non potranno essere più “come prima” né l'autopercezione dell'Occidente atlantista, né la valutazione che questo mondo dà della Russia putiniana, né si potrà più pensare di prendere decisioni con implicazioni militari nei confronti di Mosca con l'illusione che non abbiano un prezzo salatissimo da pagare, e subito. Si è già consumato tutto il tempo di un colossale abbaglio, ma dobbiamo capirlo al più presto se non vogliamo precipitare nella più grande catastrofe del nostro secolo.
La cosa che più mi ha colpito è lo stupore dei georgiani di fronte alla determinazione della reazione russa alle azioni scellerate del loro governo.
L'inconsapevolezza che regna non dico fra le nostre popolazioni ma anche fra le nostre classi dirigenti è della stessa pasta di quella di Tbilisi.
Su «The Times» del 26 agosto 2008 è stato ricordato che «Lord Salisbury, ministro degli esteri e Primo Ministro ai tempi dell'Impero Britannico, irradiò un potere globale immenso; il che non significa che amasse giocare con questo potere. Di fronte a proposte di scelte politiche britanniche che riteneva in grado di danneggiare profondamente gli interessi di altre grandi potenze, Salisbury avrebbe guardato i suoi colleghi negli occhi chiedendo semplicemente: “siete davvero pronti a combattere? Altrimenti, non imbarcatevi in questa politica”. Se gli eventi delle ultime due settimane hanno dimostrato chiaramente qualcosa, è che la Russia combatterà se percepirà sotto attacco i suoi interessi vitali nell'ex Unione Sovietica, mentre l'Occidente non lo farà, e in effetti non lo potrà, dati i suoi conflitti in Iraq e Afghanistan»
L'autore dell'articolo, Anatol Lieven, ricorda anche che «non c'è stata alcuna trappola russa. Negli ultimi anni Mosca ha reso assolutamente, pubblicamente e ripetutamente chiaro che se la Georgia avesse attaccato l'Ossezia del Sud, la Russia avrebbe combattuto». Eppure i ministri degli esteri continuano ad agire come se la Russia fosse ancora lo Stato esausto degli anni novanta su cui sobbalzava etilicamente Boris Eltsin e sul cui collo gravava il cappio del Fondo Monetario Internazionale.
Perciò è importante aprire gli occhi, capire da cosa nascono le illusioni e dissiparle con una migliore percezione dei tempi di ferro e di fuoco che si preparano.


Il Cremlino che non c'è più

L'egemonia culturale e il momento unipolareLa rimozione del Muro di Berlino e la fine dell'Unione Sovietica, a cavallo degli anni ottanta e novanta del secolo scorso, aveva scatenato negli Stati Uniti una nuova specie di politologi ambiziosi. Erano dei novelli fornitori di ideologia che architettavano una loro spaziosa nicchia nell'ecosistema imperiale nordatlantico, all'interno di un intreccio strettissimo fra fondazioni di pensiero politico, università, industrie editoriali e militari, ruoli di governo, lobby potentissime.
Per un po' di tempo l'interprete più alla moda fu Francis Fukuyama, l'ideologo della “fine della Storia”, secondo cui l'unica evoluzione possibile di società e di Stato non fa che adempiersi nel liberalismo in chiave americana. Ma una delle più durature influenze fu quella di Charles Krauthammer, che elaborò il concetto di “momento unipolare”: la congiuntura storica che chiudeva il XX secolo, con gli USA unica superpotenza ancora in campo – una chance definita precisamente come il «momento unipolare» – delimitava un’occasione eccezionalmente favorevole per instaurare un dominio globale che, si disse poi, è il manifest destiny dell’America.
Fukuyama e Krauthammer sono tra i tanti neoconservatori che hanno fatto parte del PNAC, il pensatoio che ha dettato i principi della rivoluzione neocon durante l'amministrazione Bush, l'apice del loro momento unipolare.
I neocon – così come altri animatori dell'ideologia americanista che pure hanno accenti diversi - sanno nella pratica cosa significa “egemonia culturale”. È un tema affrontato da un intellettuale italiano del secolo scorso, i cui testi ebbero pure una certa fortuna ma che poi furono fatti ingiallire e furono o dimenticati o citati con sterile e cristallizzata nostalgia: Antonio Gramsci. Fra le sue pagine si legge che l'egemonia culturale è un concetto atto a descrivere il dominio culturale di un gruppo o di una classe che «sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo». Una definizione perfetta, che spiega per quale motivo certe norme culturali prevalenti non debbano essere viste come "naturali" o "inevitabili", perché dietro di esse c'è il lavoro di apparati che le forgiano.
Ebbene, le instancabili officine delle idee della rivoluzione neoconservatrice e delle ideologie sorelle - ancorché apparentemente contrapposte - dei grandi elemosinieri “democratici” alla Soros hanno modellato un messaggio chiave, al centro di tutto un nuovo sistema di controllo.
Il messaggio egemonico è: il tempo per americanizzare il mondo fino in fondo è ora.
Questo proponimento ha avuto declinazioni diverse, con un arco di sfumature più democratiche o più militariste, ma ferreamente imperiali.
Zbigniew Brzezinski, noto politologo, esperto di strategia e analista internazionale, membro del Council on Foreign Relations (CFR) e della Commissione Trilaterale, capostipite della politica del nuovo espansionismo nordamericano, nonché consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter e grande consigliere, oggi, di Barack Obama, aveva elaborato una grandiosa analisi geopolitica proiettata sul XXI secolo nel libro La Grande Scacchiera (Milano, Longanesi, 1998). L’analisi faceva perno su alcuni capisaldi:

  1. La fine del sistema sovietico lascia agli Stati Uniti il ruolo di unica superpotenza in termini politici, militari, economici e tecnologici, con interessi considerati vitali in ogni parte del mondo.
  2. È fondamentale che nel XXI secolo gli Stati Uniti mantengano la loro supremazia mondiale, estendano la loro area di influenza ed esportino il loro sistema politico e sociale e il proprio sistema di valori.
  3. Per conservare la leadership mondiale occorre controllare lo spazio geopolitico dell’Eurasia. Chi egemonizza l’Eurasia, e ne controlla le risorse, domina il mondo. Questo perché «fin da quando i continenti hanno cominciato ad interagire politicamente, circa cinque secoli fa, l’Eurasia è stata il centro del potere mondiale», e perciò diventa «assolutamente indispensabile che non emerga alcuna potenza capace d’instaurare il proprio dominio sull’Eurasia e di sfidare per ciò stesso l’America». Il continente eurasiatico, in termini geopolitici e geostrategici, ha un’area chiave definita come i «Balcani dell’Eurasia», un’area estesa che include Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Azerbaigian, Armenia, Georgia, Afghanistan e parte dell’Iran e della Turchia.
  4. Bisogna impedire che si affaccino sulla scena mondiale tanto delle potenze globali eurasiatiche, come l’Europa e la Cina, quanto delle potenze «regionali» come l’India e l’Iran, nonché far recedere la Russia dal tentativo di riacquisire lo status di potenza globale sulle orme dell’URSS.
  5. Occorre creare, sul piano interno, fra masse abituate a un certo costume democratico, un’adesione alla politica di potenza, sapendo che «la democrazia è nemica della mobilitazione imperiale».
Si può riconoscere la filigrana di queste linee strategiche in tutte le correnti politiche statunitensi e britanniche che si sono misurate con le questioni internazionali nel corso dell’ultimo decennio. Sebbene i neocon siano stati gli interpreti con più potere a impadronirsi di queste idee (e per più tempo), proprio loro sono stati duramente criticati, e proprio da Brzezinski, per via dell’errore d’impantanarsi nella guerra irachena, troppo in contraddizione rispetto al punto 5 prima elencato.
Meglio uno strumento imperiale più morbido come le “rivoluzioni colorate”, realizzate o tentate a ridosso dei paesi ancora in notevole misura integrati con la Russia, per accerchiarla, in attesa di una rivoluzione sintetica che l'avrebbe disgregata, magari con un Mikhail Khodorkovskij al Cremlino, pronto a svendere ai “valori occidentali” tutta la tavola periodica degli elementi contenuta nel sottosuolo della patria di Mendeleev.
In attesa di mettere le mani sulla cornucopia dei minerali, ecco le rivoluzioni di accerchiamento.
La “rivoluzione delle rose” georgiana è un caso esemplare. In Georgia viene costruito ex nihilo un regime – quello di Mikheil Saakashvili – tuttora alimentato interamente dagli stanziamenti governativi degli Stati Uniti e da quelli privati dei fondi legati a George Soros. Potete contemplare il risultato già percorrendo la via che vi conduce dall'aeroporto di Tbilisi fino al centro della capitale georgiana: forse l'unica strada al mondo a chiamarsi viale George W. Bush. Il regime cerca di soffocare la naturale vocazione geografica del suo paese a integrarsi con l'economia russa. L'energia di cui ha bisogno viene fornita dagli americani. Dopo Israele, la Georgia è il paese che riceve più trasferimenti finanziari diretti dall'amministrazione USA. Come Israele, spende gran parte di questi turbo-dollari in armamenti di matrice statunitense. Non ci sorprende perciò che i ministri chiave del governo di Tbilisi (primo ministro, difesa e gestione delle aree contese) siano retti da cittadini israeliani. Nessun cenno su questo lo avete letto o sentito sui media mainstream, più realisti del re. Lo apprendo invece dai giornali israeliani, che rivelano anche che il primo ministro di Tbilisi, Lado Gurgenidze, pochi minuti prima che iniziasse l'attaco all'Ossezia del Sud, ha chiesto per telefono una benedizione del vecchio rabbino Aharon Leib Steinman, leader del partito più ultraortodosso e razzista di Israele. È in questo contesto che la Georgia decuplica le sue spese militari – soprattutto armamento pesante, quello poi usato nell'attacco all'Ossezia - e diventa il terzo contributore per numero di uomini nella guerra in Iraq. Delle privatizzazioni selvagge, non dissimilmente da quelle realizzate presso il grande vicino ai tempi di Boris Bottiglia Eltsin, beneficiano pochi clan, mentre l'economia tracolla. Ne gode su tutti il clan tribale della madre di Shaakasvili, un sistema di potere al centro della corruzione dilagante. Gli oppositori sono vessati, alcuni spariscono nel nulla. Il regime vieta persino l'uso della lingua russa, offrendo un'inequivocabile conferma alle repubbliche di Abkhazia e Ossezia del sud circa il loro destino una volta che fossero ricomprese nei confini della Repubblica, qualora non bastasse loro l'atroce memoria dei bombardamenti subiti negli anni novanta.
Questo re di Gomorra è dunque il campione dei diritti umani, della “giovane democrazia” e dei valori occidentali difeso a spada tratta contro quel cattivone di Putin sul «Corriere della Sera» del 17 agosto 2008 da Filippo Andreatta, professore di relazioni internazionali a Bologna, consigliere di amministrazione della principale holding italiana di produzioni militari, Finmeccanica, nonché – come Saakashvili – educato in quelle scuole d'élite di emanazione militare che istruiscono gli intellettuali organici dell'atlantismo.
Andreatta – il giovane vecchio allievo dell'Atlantic college - naturalmente non esprime nessuna originalità rispetto alla vergognosa manipolazione dei fatti che ha permeato i media occidentali in questa vicenda. Sebbene ci risparmi l'ormai triviale richiamo all'icona dell'Orso russo, anzi sovietico, ripercorre tutti i luoghi comuni sulla minaccia russa e sulla sua violazione – udite udite - della «santità dei confini». Siamo alla mistica.
Altrettanta devozione riecheggia nei proponimenti di Bernard Kouchner, il ministro degli esteri francese, mentre lancia l'idea di inattuabili sanzioni a difesa della santità dei confini. Sanzioni? A questa superpotenza, alla Russia del 2008? Anche lui, Kouchner, non aveva fatto cenno a confini santi durante i bombardamenti del Libano da parte di Israele né agli esordi dell'invasione dell'Iraq, da lui appoggiata. È ovvio che il suo collega russo Lavrov possa permettersi di soppesare le parole di Kouchner come quelle di un bellimbusto ciarliero e fallace.
La linea che passa nei governi e nei giornali occidentali, interrotta da rare prese di posizione contrarie, è dunque quella di coloro che hanno già appoggiato con catastrofici errori di valutazione gli enormi disastri bellici del mondo post-11 settembre. Vedo un Occidente che per anni ha allargato la NATO e umiliato la Russia, con insistenza mai doma, da “bastona il cane che affoga”. Un'espansione che avveniva intanto che gli USA perdevano prestigio e forza, l'Europa si ingrippava, la Russia emergeva dal gorgo dei debiti e diventava un player energetico globale, un paese in grado di far valere anche militarmente la sua indipendenza, un super-creditore con posizioni di forza.
«Non si capisce per quale arcana ragione un creditore dovrebbe fare sconti ad un debitore che ogni giorno cerca di prenderlo a calci nel sedere», ha ironizzato in tempi non sospetti, nel 2006, il blogger Mark Bernardini.
Se siamo a quel che siamo, nelle classi dirigenti atlantiste c'è stata perlomeno una profonda incapacità di analisi e valutazione. Nei governi emerge avventurismo e irresponsabilità. Nel sistema della comunicazione una colossale inattendibilità.
Mentre le convention dei grandi partiti statunitensi pullulano dei nostri inviati che raccolgono cinguettando anche la più minuta nota di colore di quei riti falsamente spontanei, e in realtà pianificati quanto una coreografia nordcoreana (solo in chiave più jazz), le corrispondenze occidentali da Mosca – dove pure si decide il futuro del mondo proprio in questi giorni - hanno viceversa una staticità da avamposto nel deserto dei tartari, un fumo di mistero e un tocco televisivamente brezneviano. Hic sunt ursi.
In un simile contesto, chiedersi se proprio lì, sulle rive della Moscova, ci sia un trattamento migliore della verità, chiedersi se per caso oggi la disinformacija non abiti qui da noi, può apparire come una grande eresia. Eppure è una domanda utile da farsi. Forse una delle più utili in questo mondo più bugiardo deformatosi nei tempi della Guerra Infinita.

L'11/9 visto da Mosca. Altro che “complottismo”
L'11 settembre 2001 fu il tempo clou per dare adempimento al “momento unipolare”. Nemmeno la Russia, fresca di default e con un Putin agli esordi, poteva dire no al dispiegamento di nuove basi USA che la circondavano in Asia centrale, in luoghi influenzati per secoli da Mosca.
Molti osservatori – anche quelli che non sono venuti giù con l'ultima pioggia - sono colti di sorpresa dalla durezza con cui, diversamente da allora, si manifesta l’indipendenza russa. Eppure, senza aspettare che la copertina del settimanale «Time» consacrasse Putin Persona dell’Anno 2007, c’erano già i segnali che i russi avevano capito benissimo – e da subito – il significato dell’11 settembre, ed erano pronti a riorganizzarsi, come poi hanno fatto.
Il settimanale moscovita «Zavtra», ben addentro alle questioni dell'intelligence russa, ha pubblicato il 14 settembre 2002, appena un anno dopo i mega-attentati, la trascrizione di una tavola rotonda che analizzava la situazione mondiale generata da quel drammatico spartiacque della storia recente. Sebbene Vladimir Putin per alcuni anni abbia ripreso a suo modo la retorica statunitense della ‘guerra al terrorismo internazionale’ (in Cecenia fa comodo) e non abbia mai ufficialmente messo in dubbio le versioni ufficiali dei fatti, molti eminenti figure dei servizi segreti, cioè il suo ambiente di provenienza e la sua principale riserva di public servant, si sono mossi quasi all’unisono per esternare la loro visione della realtà effettuale, molto diversa da quella che si propala da Washington.
È interessante rivedere oggi quanto fu detto in quella occasione. Si possono capire molte consapevolezze della Russia di Putin e di Dmitrij Medvedev.
I partecipanti al panel di «Zavtra» erano il vice editore del periodico, Alexander Nagornij, l’analista strategico Generale Leonid Ivašov (che sino al 2001 era capo di Stato Maggiore), l’esperto finanziario Mikhail Khazin, il noto commentatore televisivo russo Mikhail Leont’ev e l’ex numero 2 del KGB Leonid Šebaršin.
La discussione ci racconta bene come questi osservatori russi - tutti collocati in un punto d’osservazione relativamente privilegiato – valutavano la nuova situazione. Non si dimentichi, era appena il 2002.
Per Ivašov l’11 settembre è stata – né più né meno – un’operazione interna agli Stati Uniti, l’espressione di uno scontro tra due forze operanti negli USA, aventi due concezioni molto diverse sull’uso della forza militare, seppure entrambe miranti all’obiettivo di modellare un impero mondiale. Una di esse – a parere dell’ex capo di Stato Maggiore – è più direttamente collegata ad ambienti militari, la seconda è collegata alle mafie finanziarie mondiali con addentellati inseriti nei vari snodi cruciali del potere americano, a partire dai servizi segreti.
Ivašov non si sorprendeva del fatto che – in parallelo con le indagini in corso sugli attentati – alcune inchieste mirassero alle attività di varie altre organizzazioni.
La pressione proveniente dagli ambienti finanziari spingeva ad anticipare le date del calendario che segnava il rafforzamento del potere imperiale, un po’ in urgente risposta alla spinta minacciosa della crescita cinese, un po’ perché l’occidente arabo si stava consolidando e, infine, perché in tutto il Sud-Est asiatico decollava uno sviluppo potente, in grado di spostare grandi equilibri. La sequenza che Ivašov nel 2002 prevedeva nell’agenda imperiale USA post-11 settembre era la seguente: attaccare prima l’Iraq, poi l’Iran, giungere a rendere stabile il proprio potere di controllo globale per poi piegarsi nuovamente su problemi interni, in previsione di un collasso economico e politico-sociale.
Sulla stessa linea si muoveva l’opinione di Mikhail Khazin, il quale connetteva strettamente la minaccia di guerra e l’inaudita crisi strutturale dell’economia statunitense, vista con larghissimo anticipo rispetto alla nostra stampa mainstream, oggi stupita dalla crisi dei subprime. Il solo modo per sfuggire a un catastrofico collasso economico-finanziario negli USA, sarebbe consistito per Khazin nel pieno controllo delle risorse petrolifere del Medio Oriente, a partire dall'Iraq, e per arrivarvi non sarebbe esclusa l’opzione dell’uso delle armi nucleari tattiche, mostrando al mondo una determinazione inarrestabile in grado di indurre tutti in soggezione.
Per Khazin «la grande debolezza attuale degli USA è il fatto che, nel bel mezzo di una situazione veramente critica, gli uomini al potere sono tutti mentalmente limitati. Questa è esattamente la condizione in cui si trovava l’URSS.»
Nell’analisi della crisi americana, Mikhail Leont’ev la paragonava a quella dell’Unione Sovietica dei primi anni ottanta: l’élite degli Stati Uniti, come prima di essa quella dell’URSS, non dimostrava altre capacità di fuoriuscire dalla crisi che attingendo ai metodi e alle soluzioni che aveva nel suo armamentario. L’11 settembre – rimarcava Leont’ev – è stato fondamentale per passare a metodi nuovi. Emergeva il contrasto, sempre più brutale, tra due gruppi: quello della ‘forza militare’ e quello degli ‘isolazionisti’. A questi ultimi importava di salvare l’economia statunitense e la sua industria e pensavano che il sistema dovesse concentrarsi sui propri problemi mettendo in atto intanto una svalutazione ‘controllata’ del dollaro. Cosa che in parte è poi comunque avvenuta. L’opinione di questo gruppo è che gli Stati Uniti non abbiano necessità di esercitare su tutta la scala della loro potenza militare un dominio mondiale, ma solo di costruire un efficace sistema di gendarmi regionali. Il che spiegherebbe l'ambigua politica nei confronti della Russia, le aperture, l’inserimento in logiche di sicurezza bilaterale, ecc.
Tuttavia Leont’ev constatava la prevalenza e l’egemonia dei propugnatori della ‘forza militare’, i quali intendevano sfruttare a fondo l’unica area in cui registravano per gli USA un vantaggio soverchiante e nessun rivale all’altezza, ossia la sfera politico-militare.
L’analisi di Leont’ev proseguiva a quel punto in un modo che ci appare particolarmente degno di attenzione, perché al tempo di quella tavola rotonda non era ancora partita l’invasione dell’Iraq da parte delle forze anglo-americane e descriveva uno scenario che oggi possiamo considerare straordinariamente esatto e lungimirante. Una cosa – per Leont’ev – erano i massicci bombardamenti aerei dell’Iraq senza gravi perdite per i militari USA, mentre una cosa molto diversa sarebbe stata un’operazione di terra, che sarebbe potuta durare a lungo. In quel caso, la situazione sarebbe peggiorata sempre di più, e la lotta intestina tra i due gruppi all’interno degli USA si sarebbe intensificata costantemente. Leont’ev non fece previsioni di lungo termine. Ciò che a suo avviso contava era che la Russia definisse una risposta chiara, previo un grande cambiamento nella politica interna. Oggi possiamo dire che il comportamento di Putin degli anni a seguire – quando a costruito un'efficacissima nuova “verticale del potere” - ha scommesso con successo su una linea molto affine a queste acute analisi.
Leonid Vladimirovič Šebaršin analizzava invece l’intervento USA in Afghanistan, che in quel momento – senza che fosse ancora in atto la grande ‘distrazione’ di truppe in Iraq – dimostrava tutta la potenza americana, subito dopo aver travolto i Taliban, scelto un Primo Ministro di comodo, creato una qualche stabilità. Altro rilevante successo americano – a parere di Šebaršin – è stato l’uso dell’Afghanistan per prendersi le posizioni dell’ex Unione Sovietica in Asia centrale, con ottime basi in Kirghizistan, in Tagikistan, accordi con l’Uzbekistan, e qualche sollecitazione di un certo effetto sul Kazakhistan. La pressione sulla Russia a quel punto si spingeva verso il massimo, negli stessi anni dell'allargamento a Est dell'Unione europea e della NATO, oltre che della disdetta del trattato ABM da parte di Bush.
Solo con la recente espansione della SCO (Shanghai Cooperation Organization) – l’associazione centroasiatica che sotto l’egida di Mosca e di Pechino si sta velocemente trasformando in una consistente alleanza politico-militare, oltre che in uno spazio di cooperazione economica – assistiamo a una netta inversione di tendenza rispetto al quadro tracciato nel 2002 da Šebaršin.
Le riflessioni di Leonid Šebaršin son riapparse, più aggiornate, nel marzo del 2005. In un’intervista esclusiva con «RIA Novosti», diffusa fuori dalla Russia da «Réseau Voltaire», l'ex numero due del KGB valuta che «soltanto fra dieci-quindici anni i giacimenti del Kazakhstan e del Turkmenistan saranno valorizzati in modo intensivo e occorrerà anche controllare il percorso dei prodotti energetici. La campagna afgana ha permesso agli USA di impiantare basi militari in Uzbekistan e Kirghizistan e adesso va al massimo “la valorizzazione politico-militare” della Georgia e dell’Azerbaigian. La regione caspica è sotto sorveglianza. Essa è un nuovo punto caldo del pianeta.»
Il senso di quanto accade nella regione sta nella creazione di condizioni adatte per un’offensiva degli Stati Uniti nella regione caspica, una ulteriore tappa di confronto con la Cina e la preparazione degli USA a un «inevitabile» scontro con questo Paese. Nell’accaparramento delle materie prime, la Cina tende a divenire il principale competitore degli Stati Uniti. Presto o tardi, lo scontro avverrà. Šebaršin domanda:
«perchè gli Stati Uniti hanno bisogno di una base militare in Kirghizistan? Per i voli sull’Afghanistan? Niente affatto. Peraltro, gli effettivi lì schierati eccedono nettamente il personale incaricato di assicurare il controllo dei voli e continuano a crescere. Gli Stati Uniti cominciano a circondare la Cina di basi militari e non è senza ragione che negoziano con il Vietnam un loro ritorno alla base militare di Cam Rahn.
Il compito della Russia, quale potenza indipendente, risulta dettato da precise condizioni storiche.
Nello stato in cui si trova attualmente, la Russia è particolarmente vulnerabile rispetto a un pericolo esterno inatteso, nato da un cambio della congiuntura mondiale. Oggi il nostro scudo nucleare è il solo garante della nostra indipendenza. Occorre preservarlo, tenercelo stretto. Fintanto che esisterà, nessuno tenterà di attaccare seriamente la Russia. È fuor di dubbio che i nostri partner s’impegneranno a indebolirlo al massimo. Quello è un obiettivo strategico che non abbandoneranno.»
Šebaršin nel 2005 è dunque a dir poco profetico riguardo alla successiva decisione degli USA di impiantare sistemi antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca.
«Per noi – aggiungeva Šebaršin - è prioritario prendere delle misure energiche e meditate in vista della creazione di un’economia che ancora non esiste. Fintanto che il paese non disporrà di un’economia efficace – osservava Šebaršin – esso resterà dipendente dalla congiuntura sul mercato mondiale del petrolio, tutto ciò che potremo dire resterà lettera morta.»
Queste parole di Šebaršin oggi ci colpiscono, perché vediamo che la politica di Putin si è mossa con una profonda cognizione di questi problemi, ottenendo risultati clamorosi dalla congiuntura favorevole per i prezzi degli idrocarburi. Nel 2006 la Russia ha restituito in anticipo di molti anni il debito nei confronti delle istituzioni finanziarie internazionali, e oggi ha un surplus commerciale senza precedenti, disponibile per l’acquisizione di nuovi asset strategici per l’economia russa. L’istituzione di un ‘fondo sovrano’ di diretta emanazione statale, che raccoglie centinaia di miliardi di dollari, fa della Russia un predatore rispetto alle industrie e alle materie prime su scala globale. Avviene lo stesso anche per la Cina.
Sul piano militare, la Shanghai Cooperation Organization, la cui importanza e le cui funzioni si accrescono di continuo, è un formidabile fattore di riequilibrio rispetto alla proiezione imperiale degli Stati Uniti, in un clima di crescente competizione e riarmo, gravido di pericoli. L’aggressività americana sullo scacchiere asiatico, ossia il vero movente che ha covato l’11 settembre, ha generato un blocco d’interessi che vi si oppone con molta determinazione, pienamente consapevole del fatto che si sta preparando una catastrofe bellica su scala planetaria.
La corsa verso un simile cataclisma deve preoccupare qualsiasi persona di buon senso.
Di certo, per capire i veri retroscena dell'11 settembre e di quel che ne è seguito, la nostra opinione pubblica ha avuto armi spuntate, mentre a Mosca sono stati usati strumenti analitici fondamentalmente esatti, sebbene non disinteressati e non immuni da distorsioni nazionalistiche.
Da noi le classi dirigenti hanno creduto alle proprie bugie e danno segno di crederci fino ad accelerare la prossima guerra mondiale. In Russia, d'altro canto, si conta sulla durezza inaggirabile dei fatti.
Lo ricorda bene Giulietto Chiesa:
La crisi energetica, evidente a tutti salvo a chi non vuole vederla, incombe ormai sull'intera economia mondiale e determinerà contraccolpi drammatici in tutto il mondo, mentre la Russia si trova ad essere l'unica grande potenza che ha tutte le risorse al suo interno e non avrà alcun bisogno di andarsele a prendere, con la forza, fuori dai suoi confini. Il cambiamento climatico colpirà ogni area del pianeta, ma tra tutte la più avvantaggiata sarà proprio la Russia, mentre Europa e Stati Uniti dovranno difendersene in tempi relativamente rapidi.
Il nuovo realismo politico deve ridimensionare l'atlantismo
Nel frattempo, la corsa agli armamenti è in atto. Lo segnala l’ultimo rapporto del SIPRI di Stoccolma, uno degli istituti più quotati in materia. Le spese militari su scala planetaria sono ora arrivate all’enorme somma di 1.200 miliardi di dollari (a valori costanti del 2005), la più elevata di tutti i tempi, in costante incremento.
Gli Stati Uniti, orientati secondo le loro dottrine militari ufficiali a non concedere a nessuno la più lontana possibilità d’insidiare la loro supremazia militare, restano di gran lunga in testa per le spese militari, con un bilancio di 547 miliardi di dollari.
Le spese militari della Russia sono di circa 15 volte inferiori (34,7 miliardi di dollari), e sono indirizzate soprattutto a rendere più moderno un apparato militare sì imponente, ma trascurato per anni. La cosa fa riflettere, se si pensa che i media mainstream attaccano la ‘corsa agli armamenti’ del Cremlino, con allarmi gonfiati. Il bilancio del Regno Unito, per dire, è molto più voluminoso (59 miliardi di dollari), così come quello della Francia (53 miliardi), o perfino quello di un paese ben poco proiettato all’esterno dal punto di vista militare, come il Giappone (43,7 miliardi di dollari).
Mentre l'allarme sul presunto “espansionismo” russo è pura fuffa propagandistica, è però vero che – se non vogliamo valutare male la forza e l'esperienza militare russa, pur sempre dotata di un arsenale strategico termonucleare - dovremo sapere che i russi stanno investendo molto ed efficacemente, con tecnologie che solo un irresponsabile come Saakashvili potrebbe sminuire. Per ora la disfatta delle sue forze armate se l'è beccata lui. Sarebbe folle trovarci presto - e senza sapere perché – a rintanarci in inutili rifugi mentre ci sorvolano i Tupolev.
A Mosca non ci sono nuovi Hitler. Ci sono statisti che fanno i loro interessi nazionali, e lo fanno maledettamente bene. Alcuni interessi contrasteranno con i nostri. Ma è normale.
Sono più numerosi però gli interessi comuni. Non potremo passare a un futuro paradigma energetico senza idrocarburi escludendo una transizione di alcuni decenni che utilizzi proprio gli idrocarburi regolati da Mosca. La posta in gioco alternativa è una guerra mondiale, cioè – dati i mezzi distruttivi a disposizione e le dinamiche fra potenze – l’Apocalisse. Con questi mezzi e queste dinamiche una simile guerra è già da tempo fuori dal campo della razionalità politica. Il realismo politico oggi non può che ridimensionare l'atlantismo e prefiggersi un mondo multipolare. È la vera chiave della sicurezza collettiva.


La bomba a implosione russa


Aggiornamento del 17 settembre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso anche da «ComeDonChisciotte» [QUI], da «Megachip» [QUI], da «Aginform» [QUI], da «Arianna editrice» [QUI], da «Pressante.com» [QUI], da «ZeroFilm» [QUI] e da «Emigrazione Notizie» [QUI]

2 luglio 2008

Gli auspici di Rumsfeld per un altro 11/9

di Pino Cabras



Donald Rumsfeld. Fonte: Xinhua/Reuters

Era il 2006. Nello stanco mondo post 11 settembre c’era in giro poco entusiasmo per come l'Amministrazione USA si spendeva per la guerra. Un problema serio, per i fuochisti che volevano far carburare ancora i conflitti. Donald Rumsfeld, l’allora segretario della Difesa, una risposta ce l’aveva. Cosa si poteva fare? «La correzione per questo, suppongo, è un altro attacco.» Un bell’11 settembre nuovo di zecca.

Sappiamo con certezza che Rumsfeld pronunciò quella frase. Quando e dove la pronunciò?

Abbiamo già visto un’impressionante inchiesta di David Barstow sulle pagine di «The New York Times» del 20 aprile 2008 (Behind TV Analysts, Pentagon’s Hidden Hand). Barstow raccontava con centinaia di riscontri la manipolazione dei mass-media organizzata dal Pentagono lungo il primo lustro di guerra in Iraq.


Decine di analisti militari che anelavano a sontuosi appalti per conto delle industrie belliche venivano catechizzati sulle cose da dire in TV: un’infinita sequela di bugie.


L’ex segretario della Difesa e i suoi collaboratori programmavano con frequenza martellante decine e decine di riunioni, briefing, pranzi di lavoro, lettere dettagliate, blandizie, consigli amichevoli, offerte che non si potevano rifiutare. Gli analisti davano una lustratina alle loro ex stellette e soprattutto alle monete che grondavano dai nuovi sfavillanti contratti, ben nascosti al pubblico ignaro, e poi ripetevano pappagallescamente le “magnifiche sorti e progressive” della Guerra al Terrorismo imbeccate dagli uffici di Rumsfeld.

Il loro ottimismo ballista inquinava gli schermi dei principali network statunitensi, a dispetto degli enormi problemi incontrati sul terreno dalle forze armate angloamericane.

Il grande quotidiano newyorchese ha avuto successo nel far causa al Dipartimento della Difesa per riuscire ad accedere a migliaia di pagine e registrazioni che rivelano la simbiosi che ha spazzato via ogni confine tra governo e giornalismo.

È in questo contesto che – pur non potendo arrivare ancora al nucleo di certi segreti né alle “pistole fumanti” delle falsificazioni più atroci, quelle dell'11 settembre 2001 – siamo in grado però di conoscere alcune categorie fondamentali del potere di questi anni, e vedere da vicino gli “strumenti di lavoro” della Guerra al Terrorismo, in primo luogo la docile utilità strumentale del terrorismo stesso per gli scopi di Rumsfeld e i suoi sodali.

La frase rivelatrice dell'uomo che guidava il Pentagono sulla forza “correttiva” di un attacco terroristico fu il clou di una colazione di lavoro, in risposta alle dolenti considerazioni di uno degli scodinzolanti ex ufficiali che partecipavano alla sua mensa, il quale deplorava la scarsa partecipazione politica dell’opinione pubblica alle scelte dell’Amministrazione in tema di guerra.
La registrazione ci fa sentire un Rumsfeld, al solito, molto assertivo:



«Il Presidente è piuttosto la vittima di un successo. Non abbiamo avuto un attacco per cinque anni. La percezione della minaccia è cosi flebile nella società che non è sorprendente che il quadro dei comportamenti rifletta una bassa valutazione della minaccia. Accade lo stesso in Europa, dove c'è una debole percezione del pericolo. La correzione per questo, suppongo, è un attacco. E quando questo accade, ognuno risulta infervorato per un altro [parte inudibile] ed è una vergogna che non abbiamo la maturità di riconoscere la serietà delle minacce... la letalità, i massacri che possono essere inflitti alla nostra società sono così reali e presenti, e così seri, che sapete come noi lo si abbia compreso, ma la società, quanto più ci si allontana dall'11 settembre, meno... sempre meno...»




L'11 settembre non è dunque un'ossessione mia. È invece l'ossessione dei poteri che hanno egemonizzato l'Amministrazione Bush e i principali mass media, è il tema cardinale dello “stato d'eccezione” da loro voluto con tempi e ritmi di una vera rivoluzione.


Gli auspici del vecchio falco di Washington non sono da leggere come il lapsus sfuggito al cospiratore. Non è tipo da farsi mettere in castagna così, nel caso. Era invece la dottrina che delimitava il campo d'azione degli eminenti propagandisti che pendevano dalle sue labbra. Ai commensali si garantivano i migliori piatti del ristorante-mangiatoia Pentagono. A tutta la galassia di contractor che privatizzava e rendeva meno trasparente la spesa militare si assicuravano ancora lauti pasti, ma attenzione, le cucine stavano esaurendo le provviste, dovevano sapere che la loro sazietà sarebbe dipesa dall'attualità del terrorismo, dalla condivisione di azioni e reazioni che si sarebbero rette ancora sul dogma dell'11 settembre. Non è ambientino da “gole profonde”, sono voci di un coro ben guidato, che deve cantare le stesse note e non ammette dissonanze.


Poco tempo dopo queste frasi, Rumsfeld non era già più segretario della Difesa. Ma il blocco d'interessi di cui è espressione rimane ancora, e continua a prefiggersi un casus belli all'altezza dei tempi.


Le altre registrazioni:
[QUI]

Aggiornamento del 4 luglio 2008

Il presente post è stato ripreso dal sito del film ZERO
e dal sito di Megachip

11 giugno 2008

Nuovi record nella corsa agli armamenti

Il testo ripropone l'articolo US leads soaring military spending: report, apparso il 9 giugno 2008 su «Geopolitical Monitor».

Traduzione di Pino Cabras




La spesa militare mondiale è cresciuta del 45% negli ultimi dieci anni, con gli Stati Uniti a concentrare quasi la metà di tutta la spesa, ha rivelato il 9 giugno 2008 il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute). Secondo il rapporto annuale dell'istituto svedese, solo lo scorso anno le spese militari sono cresciute del 6%.

Nel corso del 2007, ben 1339 miliardi di dollari (851 miliardi di euro) sono stati impiegati in armi e altre spese militari. La somma corrisponde al 2,5% del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale ovvero a 202 dollari (128 euro, NdT) per ciascuna delle 6,6 miliardi di persone del pianeta.

Gli Stati Uniti totalizzano grandissima parte delle spese verso scopi militari: hanno messo sul piatto 547 miliardi di dollari nel solo 2007, ossia il 45% della spesa totale.

Gran Bretagna, Cina, Francia e Giappone, che si piazzano dopo nella lista dei grandi spenditori, seppure molto dopo, assommano appena al quattro o al cinque per cento ciascuno.
«I fattori che guidano gli aumenti nella spesa militare mondiale comprendono gli obiettivi di politica estera delle nazioni, le minacce reali o supposte, i conflitti armati e le politiche di contribuzione alle operazioni multilaterali di peacekeeping, combinati con la disponibilità di risorse economiche», sostiene il rapporto del SIPRI.

L'aumento è tanto «eccessivo quanto osceno», ha detto ai giornalisti durante la presentazione del rapporto annuale a Stoccolma un importante esponente del SIPRI, Jayantha Dhanapala, che in passato si è occupato di questioni di disarmo all'ONU.

A registrare la maggiore crescita regionale è stata l'Europa dell'Est, che ha visto le sue spese militari raggiungere un tasso di crescita siderale del 162% tra il 1998 e il 2007 e del 15% tra il 2006 e il 2007.

La Russia, le cui spese hanno avuto un balzo del 13% lo scorso anno, sono state responsabili dell'86% della crescita nella regione, secondo il SIPRI.

Il Nord America nel mentre ha visto le sue spese militari gonfiarsi del 65%, spinte in larga misura dagli Stati Uniti, che hanno visto i propri costi crescere del 59% a partire dagli attentati dell'11 settembre 2001 a New York e Washington.

«Nel 2007 le spese statunitensi sono le più alte dai tempi della Seconda Guerra Mondiale», sostiene il rapporto del SIPRI.

Negli ultimi dieci anni il Medio Oriente ha incrementato le spese militari del 62%, l'Asia Meridionale del 57%, mentre l'Africa e l'Asia Orientale del 51% ciascuna.
L'Europa Occidentale è stata la regione con la minima crescita delle spese militari (+6%), seguita dall'America Centrale (+14%).

A livello di singole nazioni, «la Cina ha aumentato le sue spese militari di tre volte in termini reali nel corso dell'ultimo decennio», ha rimarcato il SIPRI, aggiungendo tuttavia che «a causa della sua rapida crescita economica, il peso economico delle spese militari è ancora moderato, intorno al 2,1% del PIL».

Come diretta conseguenza degli accresciuti esborsi militari, le vendite delle 100 più importanti società che producono armamenti (tranne in Cina) son balzate di circa il 9% nel 2006 rispetto all'anno prima fino a un volume di 315 miliardi di dollari, ha ricordato il SIPRI.

63 su 100 delle massime aziende a produzione militare fanno hanno la sede principale in USA e in Europa Occidentale, assommando da sole un volume d'affari di 292,3 miliardi di dollari nel 2006, l'ultimo hanno per il quale il SIPRI abbia questi dettagli.

Nel suo rapporto, l'istituto svedese ha anche descritto il fatto che durante lo scorso anno si sono scatenati 14 grandi conflitti armati: lo stesso numero del 2006. Nel 2001erano 20, ricorda il SIPRI.
«Sta emergendo un nuovo tipo di conflitto e assistiamo a una frammentazione della violenza» in luoghi come l'Iraq e la provincia sudanese del Darfur, ha detto nella conferenza stampa di Stoccolma la ricercatrice Ekaterina Stepanova.

Questa violenza non-statale «può avere conseguenze devastanti per i civili. Tutti gli attori tendono ad essere opportunisti e possono cambiare parte in conflitto», ha aggiunto la Stepanova.
Nell'azzardare una nota di ottimismo, il capo del SIPRI Bates Gill ha detto nel frattempo che entrambi i candidati alle elezioni presidenziali statunitensi di quest'anno potrebbero aprire la strada «alle più promettenti opportunità di vedere un progresso reale nel controllo delle armi nucleari mai viste negli ultimi dieci anni».

22 aprile 2008

Dietro gli esperti militari in tv, il Pentagono muove i fili

Versione italiana di un articolo di David Barstow comparso su «The New York Times» il 20 aprile 2008:
Behind TV Analysts, Pentagon’s Hidden Hand.

Traduzione di Pino Cabras


Fonte: The New York Times

Nell’estate del 2005 l’amministrazione Bush doveva far fronte a una nuova ondata di critiche su Guantanamo: il centro di detenzione era stato appena definito da Amnesty International come "il gulag dei nostri tempi", c’erano nuove accuse da parte degli esperti di diritti umani dell’Onu su degli abusi, mentre si estendevano gli appelli per farlo chiudere.

Gli esperti di comunicazione dell’Amministrazione risposero prontamente: un venerdì mattina presto caricarono un gruppo di ufficiali militari in pensione su uno dei jet solitamente usati dal vicepresidente Dick Cheney e li spedirono a Cuba farsi un giro, meticolosamente programmato, del campo di Guantanamo.
All’opinione pubblica questi personaggi risultano molto familiari perché comparsi decine di migliaia di volte in TV e alla radio in qualità di "analisti militari", il cui lungo periodo di servizio li ha investiti di capacità di giudizio autorevoli e attendibili sulle questioni del mondo post-11 settembre.

Tuttavia, come ha scoperto un attento esame di «The New York Times», ben celato dietro questa apparente imparzialità, esiste un apparato informativo del Pentagono che ha usato questi analisti per una campagna mirante a generare una copertura mediatica favorevole alle performance dell’Amministrazione in tempo di guerra.
La manovra - iniziata nel periodo di preparazione alla guerra in Iraq e ancora oggi in corso - ha cercato di sfruttare intese ideologiche e militari, oltre a far conto su una potente carta finanziaria: la maggior parte di questi analisti ha legami con i contractor militari, con interessi precisi proprio in quelle strategie di guerra che erano chiamati a commentare via etere.

Questi rapporti d’affari non sono mai stati divulgati al pubblico e talvolta nemmeno agli stessi network, ma nell'insieme gli uomini a bordo di quell’aereo per Guantanamo rappresentano più di 150 contractor militari, sia come lobbisti, dirigenti di alto rango, membri dei consigli di amministrazione, sia come consulenti. Tra le società sono ricomprese le più importanti del settore della Difesa, ma anche società più piccole, tutte parti di quel vasto agglomerato di contractor che si azzuffano tra loro per rastrellare centinaia di miliardi di dollari in commesse generate dalla guerra al terrorismo condotta dall’Amministrazione. E’ una concorrenza accanita, nella quale le informazioni riservate e un facile accesso agli alti ufficiali sono cose assai apprezzate.

Registrazioni e interviste mostrano in che modo l’amministrazione Bush abbia fatto uso del suo potere di controllo sull’accesso a tali informazioni cercando di trasformare gli analisti in una sorta di cavalli di Troia mediatici: uno strumento inteso a modellare la copertura dall’interno delle notizie sul terrorismo dei principali network radiotelevisivi.

I documenti dimostrano che gli analisti sono stati blanditi in centinaia di incontri riservati con i leader militari di più alto grado, compresi ufficiali con influenza decisiva in materia di contratti e bilanci. Sono stati portati in visita in Iraq e hanno avuto accesso a notizie d’intelligence classificate top-secret. Sono stati informati da funzionari di Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Dipartimento di Giustizia, inclusi Dick Cheney, Alberto R. Gonzales e Stephen J. Hadley.

In cambio, i membri di questa compagine hanno fatto da cassa di risonanza ai punti su cui si imperniava il messaggio dell’Amministrazione, talvolta anche quando sospettavano che le informazioni ricevute fossero false o gonfiate. Alcuni analisti hanno poi ammesso di aver messo a tacere i propri dubbi perché temevano di mettere in pericolo il loro accesso.

Taluni hanno anche espresso il rimorso per aver partecipato a quello che essi stessi ritengono uno sforzo volto a ingannare l’opinione pubblica americana con una propaganda travestita da "analisi militare indipendente".

«È come se ci avessero detto: "Quel che ci serve è legarvi le mani dietro la schiena e muovere la vostra bocca per voi"» racconta Robert S. Bevelacqua, un "berretto verde" a riposo, ex analista di Fox News.

Kenneth Allard, un ex analista militare della NBC che ha insegnato informazione di guerra alla National Defense University, ha dichiarato che la campagna corrispondeva esattamente a una sofisticata operazione di informazione: «questa era una precisa politica coerente e attiva».
Al deteriorarsi delle condizioni dell’Iraq, ha ricordato Allard, vide una distanza abissale fra quanto veniva detto riservatamente agli analisti e quanto è stato rivelato da inchieste e libri successivi.
«Notte e giorno», si è lamentato Allard, «ho avuto la sensazione che fossimo stati turlupinati».

Il Pentagono, da parte sua, difende i suoi rapporti con gli analisti militari, e sostiene di aver passato loro soltanto dati oggettivi sulla guerra.
Un portavoce del Pentagono, Bryan Whitman, ha detto che «lo scopo di tutto ciò non era altro che un onesto tentativo di informare il popolo americano».

Whitman ha aggiunto che era “abbastanza incredibile” pensare che dei militari in pensione potessero essere allenati e trasformati in «burattini del Dipartimento della Difesa».

Molti analisti hanno negato con forza di essere stati cooptati o di aver consentito che i loro interessi economici esterni condizionassero i loro commenti via etere, e alcuni hanno usato la loro tribuna per criticare lo svolgimento della guerra. Diversi, come Jeffrey D. McCausland, un analista militare della CBS nonché lobbista dell’industria della difesa, hanno detto di aver puntualmente informato i loro network circa il loro lavoro esterno e si sono astenuti da trasmissioni che andassero a interferire con i loro interessi d’affari.
«Non sono qui per rappresentare l’Amministrazione», ha detto McCausland.

Alcuni funzionari dei network, nel frattempo, hanno ammesso solo una limitata consapevolezza delle interazioni dei loro analisti con l’Amministrazione. Hanno dichiarato che sebbene fossero sensibili rispetto a potenziali conflitti d’interesse, non applicarono tuttavia ai loro analisti gli stessi parametri etici cui sottostanno i loro dipendenti in merito agli interessi finanziari esterni. Hanno sostenuto che l’onere di rivelare i conflitti spettasse ai loro analisti. E hanno inoltre fatto notare che, qualunque fosse il contributo degli esperti militari, i molti giornalisti dei network hanno dato copertura alle notizie di guerra per anni in tutta la loro complessità.

A cinque anni di distanza dall’inizio della guerra in Iraq, la maggior parte dei dettagli di questa architettura e organizzazione della campagna del Pentagono non erano ancora stati rivelati, ma «The New York Times» ha avuto successo nel far causa a carico del Dipartimento della Difesa per ottenere l’accesso a 8.000 pagine di messaggi e-mail, trascrizioni e documentazioni varie, che descrivono anni di riunioni riservate, viaggi in Iraq e a Guantanamo e una massiccia operazione del Pentagono sui temi chiave.

Questi documenti svelano un rapporto simbiotico nel quale le normali linee di demarcazione tra governo e giornalismo sono state travolte.

I documenti interni del Pentagono si riferiscono spesso agli analisti militari definendoli come "moltiplicatori della forza del messaggio", "surrogati" sui quali è possibile contare per dispensare gli "argomenti e i messaggi" dell’Amministrazione a milioni di americani "sotto forma di opinioni strettamente personali".

Dai documenti si ricava che nonostante molti analisti siano consulenti pagati dai network, con gettoni da 500 a 1000 dollari per ogni comparsata, durante gli incontri del Pentagono parlavano alle volte come se stessero operando dietro le linee nemiche. Alcuni suggerirono al Pentagono dei trucchi per aver la meglio sui network [...].
Alcuni avvisarono di storie in programmazione o spedirono al Pentagono copie della loro corrispondenza con i direttori dei notiziari. Molti – anche se certamente non tutti – ripeterono in buona fede i temi chiave tesi a contrastare le critiche.

«Ottimo lavoro»: queste le parole di Thomas G. McInerey, un generale in pensione dell’Air Force, consulente e analista di Fox News, scritte al Pentagono dopo aver ricevuto fresche istruzioni sugli argomenti chiave alla fine del 2006: «Ne faremo uso.»

In svariate occasioni risulta dai documenti che l’Amministrazione ha reclutato gli analisti quasi fossero una forza di intervento rapido volta a smentire colpo su colpo quel che veniva considerato come una copertura mediatica negativa dei fatti, tra cui certi servizi degli stessi corrispondenti dei network dal Pentagono. Ad esempio, quando alcuni articoli rivelarono che i soldati in Iraq stavano morendo a causa dell’inadeguatezza delle loro protezioni personali, un alto funzionario del Pentagono scrisse ai colleghi: «Credo che i nostri analisti, opportunamente preparati, possano controbattere in questa arena».

I documenti rilasciati dal Pentagono non mostrano alcun do ut des in tema di commenti e contratti. Ma alcuni analisti hanno detto d'aver usato l’accesso speciale come un’opportunità di marketing e di relazioni o per affacciarsi a future possibilità d’affari.

John C. Garrett è un colonnello dei Marine in pensione e analista non retribuito per i canali TV e radio di Fox News. È anche un lobbista alla Patton Boggs, un’impresa che aiuta le aziende a vincere contratti con il Pentagono, anche in Iraq. Nei suoi materiali promozionali dichiara di essere «aggiornato a cadenza settimanale con accessi e incontri con il segretario della difesa, il presidente dei Joints Chiefs of Staff (gli stati maggiori riuniti delle varie armi, NdT) nonché di altre importanti figure decisionali ad alto livello dell’Amministrazione.» Un cliente ha riferito agli investitori che gli accessi speciali e i decenni di esperienza di Garrett lo hanno aiutato «a sapere in anticipo – e in dettaglio – il modo migliore di soddisfare i bisogni» del Dipartimento della Difesa e di altre agenzie.

Nelle interviste Garrett ha detto che c’era un inevitabile sovrapposizione nel suo duplice ruolo. Ha ammesso di aver ottenuto «informazioni che altrimenti non otterresti» grazie agli incontri e ai tre viaggi in Iraq sponsorizzati dal Pentagono. Ha altresì riconosciuto di aver usato il suo accesso e le sue informazioni per identificare opportunità per i clienti [...].

Allo stesso tempo, in una e-mail al Pentagono, Garrett esibì un grande zelo nel voler essere d’aiuto con i suoi commenti per TV e radio. «Per favore fatemi sapere se avete qualsiasi punto specifico che intendete affrontare o che preferite minimizzare», scrisse nel gennaio 2007, prima che il presidente Bush andasse in TV a descrivere la strategia di ripresa (surge) in Iraq.

Per contro, molti analisti hanno detto che l’Amministrazione ha dimostrato che c’è un prezzo da pagare nel sostenere le critiche. «Perderete ogni accesso» ha detto uno di loro, McCausland. [...]

Già all’inizio del 2002 era in corso una pianificazione dettagliata per una possibile invasione dell’Iraq, ma si evidenziava ancora un ostacolo. Molti americani, come risultava dai sondaggi, erano poco inclini a invadere un Paese senza alcuna chiara connessione con gli attentati dell’11 settembre. I funzionari del Pentagono e della Casa Bianca ritennero che gli analisti militari avrebbero potuto avere un ruolo cruciale per aiutare a prendere il sopravvento su tale resistenza.

Torie Clarke, l’ex sottosegretaria alla Difesa per gli affari pubblici che sovrintendeva alle pubbliche relazioni e ai rapporti del Pentagono con gli analisti, giunse al suo incarico con idee precise sul modo in cui si doveva ottenere quel che lei chiamava “dominanza informativa”. In una cultura mediatica satura di persuasioni occulte, l’opinione viene influenzata per lo più dalla voce di chi sia percepito come figura autorevole e del tutto indipendente.
Così, ancora prima dell’11 settembre, aveva costruito all’interno del Pentagono un sistema volto a reclutare "persone con influenza cruciale", in procinto di congedarsi o di cambiare attività, che con un’assistenza adeguata avrebbero potuto divenire elementi su cui far conto per far sorgere un sostegno popolare alle priorità dettate da Rumsfeld.

Nei mesi che seguirono l’11 settembre, quando ogni network si precipitava per accaparrarsi la propria squadra all-star di ufficiali militari in pensione, la signora Clarke e i suoi collaboratori intuirono una nuova opportunità. Per la squadra della Clarke, gli analisti militari erano il massimo quanto a "persone con influenza cruciale": autorevoli, e in maggioranza decorati come eroi di guerra, tutti in grado di raggiungere una vasta audience.

Gli analisti, notavano, spesso catturavano per più tempo gli spettatori rispetto ai corrispondenti dei network, e non stavano semplicemente spiegando le capacità degli elicotteri Apache. Stavano strutturando il modo in cui gli spettatori dovevano interpretare gli eventi. Inoltre, mentre gli analisti erano dentro i media delle notizie, non ne facevano parte. Erano uomini militari, molti dei quali sintonizzati ideologicamente con la squadra di cervelli neoconservatori dell’Amministrazione, dei quali molti avevano un ruolo chiave presso un’industria militare che si attendeva grandi incrementi nel bilancio in vista di una guerra in Iraq. [...]

Perfino analisti senza alcun legame con l’industria della difesa e nessuna simpatia per l’Amministrazione, erano restii a essere critici nei confronti dei leader militari, con molti dei quali erano amici.
« È davvero difficile per me criticare l’esercito statunitense», ha detto William Nash, un generale a riposo dell’esercito, analista alla ABC. «È la mia vita...»

Altre amministrazioni presidenziali fecero in passato dei tentativi sporadici e su scala ridotta volti a costruire dei rapporti con gli analisti militari occasionali. Ma si trattava di casi irrisori, se comparati con quanto aveva in mente il team di Torie Clarke.

Don Meyer, un aiutante della Clarke, ha affermato che nel 2002 fu presa una decisione strategica che puntava a fare degli analisti il fulcro della spinta impressa alle pubbliche relazioni per costruire le giustificazioni per la guerra. I giornalisti venivano dopo: «Non volevamo dipendere da loro tanto da farne il nostro principale veicolo di diffusione delle informazioni».

Il normale ufficio stampa del Pentagono sarebbe stato tenuto separato dagli analisti militari. Agli analisti sarebbe invece venuto incontro un piccolo gruppo di funzionari di nomina politica, imperniato su Brent T. Krueger, un altro assistente di alto rango della Clarke. La decisione richiamava altre tattiche dell’Amministrazione che mandavano sottosopra il giornalismo tradizionale. Delle agenzie federali, per esempio, hanno pagato degli editorialisti affinché scrivessero in favore dell’Amministrazione. Avevano distribuito alle stazioni televisive locali centinaia di pseudo-notizie grondanti di resoconti melliflui sulle magnifiche sorti e progressive dell’Amministrazione. Lo stesso Pentagono ha pagato segretamente i quotidiani iracheni per pubblicare la propaganda della Coalizione.

Anziché perdersi nelle lamentele sul “filtro dei media”, ciascuna di queste tecniche semplicemente riconvertiva il filtro in un amplificatore. Stavolta, ha detto Krueger, gli analisti militari starebbero «scrivendo la pagina delle opinioni» per la guerra.

L’assemblaggio della squadra

Sin dall’inizio, rivelano i colloqui, la Casa Bianca si è molto interessata a quali analisti erano stati identificati dal Pentagono, richiedendo liste di potenziali aderenti e suggerendo dei nomi. L’équipe di Torie Clarke ha redatto delle schede riassuntive che descrivevano il loro background, le loro affiliazioni d’affari e le posizioni da essi assunte sulla guerra.[...]

Un po’ alla volta il Pentagono è arrivato a reclutare più di 75 ufficiali in pensione, sebbene alcuni abbiano partecipato solo brevemente e occasionalmente.
Il contingente più numeroso è stato affiliato a Fox News, seguito dalla NBC e dalla CNN. Ma furono inclusi anche gli analisti della CBS e dell’ABC. Alcuni di loro, anche se non erano sul libro paga di alcun network, riuscivano a essere influenti in altri modi, sia perché ospiti di trasmissioni radiofoniche, sia perché spesso scrivevano editoriali o perché venivano citati da riviste, siti web e giornali.
Almeno nove di loro hanno scritto articoli di commento per il «New York Times.»

Il gruppo era rappresentato in modo preponderante da uomini impegnati ad aiutare le società a vincere contratti militari. Diversi di loro ricoprivano posizioni di alto grado presso i contractor che davano loro una responsabilità diretta per conquistare nuovi affari presso il Pentagono. James Marks, un generale a riposo dell’esercito e analista della CNN dal 2004 al 2007, si batteva per ottenere contratti nei settori dell’intelligence e della difesa in qualità di manager di alto rango della McNeill Technologies. Ancora, altri erano consiglieri di amministrazione di aziende militari che affidavano loro la responsabilità degli affari con il governo.

Il generale McInerey, analista della Fox, per esempio, siede nei consigli di amministrazione di vari contractor militari, compresa la Nortel Government solutions, un fornitore di reti di comunicazione.
Diversi erano lobbisti dell’industria della difesa, come McCausland, che lavora per la Buchanan Ingersoll & Rooney, un peso massimo fra gli studi di lobbisti, presso cui svolge le funzioni di direttore di un team sulla sicurezza nazionale che rappresenta svariati contractor militari. «Ai clienti offriamo l’accesso alle persone in grado di prendere le decisioni chiave», recitava allettante il team di McCausland sul sito web aziendale.

McCausland non era il solo analista a fare questa promessa. Un altro era Joseph W. Ralston, un generale dell’Air Force a riposo. Subito dopo aver firmato con la CBS, il generale Ralston fu nominato vice presidente del Cohen Group, una società di consulenza capeggiata da un ex segretario della difesa, William Cohen, ora a sua volta analista sulla politica mondiale per la CNN. «Il Cohen Group sa che arrivare al “sì” nel mercato dell’industria aerospaziale e della difesa, sia negli Stati Uniti sia all’estero, richiede che le società abbiano una comprensione sistematica e aggiornata del pensiero di chi prende decisioni a livello di governo», sostiene la società al cospetto dei clienti sul proprio sito web.

C’erano anche legami ideologici

Due dei più eminenti analisti della NBC, Barry R. Mc Caffrey e Wayne A. Downing, erano nel commissione consultiva del Comitato per la Liberazione dell’Iraq, un gruppo di supporto creato con l’incoraggiamento della Casa Bianca nel 2002 per sostenere la causa del rovesciamento di Saddām Husayn. Entrambi avevano anche le loro imprese di consulenza e sedevano nei consigli di amministrazione dei più importanti contractor militari.

Molti avevano inoltre in comune con il team sulla sicurezza nazionale di Bush la convinzione che una copertura mediatica pessimistica sulla guerra aveva a suo tempo compromesso la volontà della nazione di vincere in Vietnam, tanto che c’era una determinazione condivisa per impedire che ciò accadesse ancora con questa guerra.

Questo era un tema importante, ad esempio, nel caso di Paul E. Vallely, un analista di Fox News dal 2001 al 2007. Generale a riposo dell’esercito, specializzaro in guerra psicologica, Vallely fu uno degli autori di un manoscritto che nel 1980 accusava le organizzazioni mediatiche americane di essere state incapaci di difendere la nazione dalla propaganda “nemica” durante il Vietnam. «Abbiamo perso la guerra, ma non perché abbiamo combattuto peggio, bensì perché fummo sovrastati da operazioni psicologiche», aveva scritto Vallely.

Premé per un approccio radicalmente innovativo alle operazioni psicologiche nelle guerre future, con l’intento di adoperarle non solo contro nemici stranieri, ma anche nei confronti dell’opinione pubblica interna. Definì il suo approccio “MindWar” (guerra mentale), ossia usare le reti TV e radio per «rafforzare la nostra volontà di vittoria».

La vendita della Guerra

Sin dalle prime sessioni con gli analisti militari, Rumsfeld e i suoi assistenti parlavano come se fossro tutti parte della stessa squadra.

Nelle interviste, i partecipanti hanno descritto un’ambientazione potentemente seduttiva: gli accompagnatori in uniforme sino alla sala conferenze personale di Rumsfeld, l’esibizione delle migliori porcellane di proprietà del governo, le cartelline personalizzate con i nomi stampati, la tempesta di presentazioni in PowerPoint, le richieste di suggerimenti e consigli, gli appelli al dovere e alla patria, i caldi ringraziamenti ricevuti dal segretario in persona.

«Uno non ha idea» ha esordito Allard nel descrivere l’effetto. «Sei dietro, ti ascoltano, sentono quel che dici in TV». E ha aggiunto: «erano operazioni psicologiche con gli steroidi»: uno sfumato esercizio di influenza per mezzo di adulazione e vicinanza. Allard sintetizza così: «Non è come se ti dicessero “ti diamo 500 dollari per raccontare la nostra storia”. È una cosa più sottile».

L’accesso giungeva a una condizione. Ai partecipanti si richiedeva di non citare i loro istruttori direttamente, né di descrivere altrimenti i loro contatti con il Pentagono.

Nell’autunno e nell’inverno che prepararono l’invasione, il Pentagono munì i suoi analisti di argomenti chiave che dipingevano l’Iraq come una minaccia immediata. La causa fondamentale divenne un mantra routinario: l’Iraq possedeva armi chimiche e biologiche, e un giorno qualcuna di esse poteva finire ad al-Qā‘ida; un’invasione sarebbe stata una “guerra di liberazione” relativamente veloce e poco costosa.

Al Pentagono, i membri dello staff della Clarke si stupirono di fronte al modo in cui gli analisti assimilavano senza sbavature i materiali provenienti dalle direttive e dalle riunioni come se fosse farina del loro sacco.
«Si poteva notare che stavano trasmettendo il messaggio», ha detto Krueger. «Si poteva vedere che riprendevano parola per parola quel che stava dicendo il segretario alla difesa o quello che esponevano i tecnici specializzati». In alcuni giorni, aggiunse, «riuscivamo a sintonizzarci su ogni singolo canale e ognuno dei nostri uomini era là a trasmettere il nostro messaggio. Si poteva osservarli e dire “questa cosa funziona”».
Il 12 aprile 2003, ormai concluso il grosso dei combattimenti, Rumsfeld redasse un memorandum per Torie Clarke, dove scrisse fra l’altro: «Pensiamo all’idea di usare alcune delle persone che hanno fatto un così buon lavoro come mezzibusti dopo che questa fase sarà finita».

D’estate, tuttavia, emersero i primi segnali della resistenza. I servizi dei giornalisti di stanza a Baghdad erano sempre più impregnati dalle immagini dei disordini. Il Pentagono non aveva da cercare lontano per trovare un contrappeso.

Era tempo - raccomandava energicamente un memorandum interno sulla strategia del Pentagono - di «riattivare i ‘surrogati’ e i 'moltiplicatori della forza del messaggio'», a partire dagli analisti militari.

Il memorandum portò alla proposta di prendere gli analisti a fare un tour dell'Iraq nel settembre 2003, in tempo per aiutare a superare lo 'shock da stangata' derivante dalla richiesta di un finanziamento di emergenza alla guerra da parte di Bush per 87 miliardi di dollari.

Il gruppo comprendeva quattro analisti di Fox News, uno ciascuno di CNN e ABC, e vari luminari di gruppi di ricerca i cui editoriali apparivano regolarmente sulle pagine delle opinioni di tutta la nazione.

L'invito al viaggio prometteva uno sguardo alla «situazione reale sul terreno in Iraq».

La situazione, così come descritta in una miriade di libri, si stava deteriorando. Paul Bremer III, l'allora viceré in Iraq, ha scritto nelle sue memorie My Year in Iraq (Il mio anno in Iraq) che aveva riservatamente messo inguardia la Casa Bianca sul fatto che gli Stati Uniti avevano «circa la metà del numero di soldati di cui avremmo bisogno qui».

Bremer ha ricordato che durante un pranzo riservato alla Casa Bianca disse al presidente che «stiamo fronteggiando una minaccia crescente e sofisticata».
Questo pranzo si tenne il 24 settembre, proprio mentre gli analisti giravano l'Iraq.

Eppure, come si ricava dai documenti, queste scabrose realtà vennero eluse, o categoricamente contraddette nel corso delle presentazioni ufficiali per gli analisti. L'itinerario, prefigurato in ogni dettaglio, prevedeva brevi visite a una scuola modello, a pochi edifici governativi ristrutturati, un centro per i diritti delle donne, una fossa comune e perfino i giardini di Babilonia.

Perlopiù gli analisti presenziarono a dei briefing. I documenti dimostrano che queste sessioni estrapolavano una narrazione alternativa dei fatti, la quale dipingeva un Iraq che ardeva di energia politica ed economica e vedeva fiorire le sue forze dell'ordine. Sulla questione cruciale del livello delle truppe, i briefing riecheggiavano la linea della Casa Bianca: non erano affatto necessari rinforzi. La «minaccia crescente e sofisticata» descritta da Bremer fu invece dipinta come degradata, isolata e in rotta.
«Stiamo vincendo», andava a proclamare un documento di un briefing. [...]

Uno dei partecipanti al viaggio, il generale Nash della ABC, ha detto che alcuni dei briefing erano così “artificiali” che ci scherzò su con un altro membro del gruppo dicendogli che stavano partecipando al «viaggio in Iraq in memoria di George Romney», riferendosi con questo alla famigerata dichiarazione di Romney secondo cui gli ufficiali americani gli avevano fatto il “lavaggio del cervello” per fargli sostenere la guerra del Vietnam durante un tour in quel paese nel 1965, quando era governatore del Michigan.

Mentre il viaggio inculcava il messaggio di un avanzamento, esso rappresentava anche un'opportunità di business: l'accesso diretto alla maggior parte dei principali leader civili e militari in Iraq e in Kuwait, compresi molti che avevano voce in capitolo su come sarebbero stati spesi gli 87 miliardi di dollari del presidente. Era anche una chance per raccogliere informazioni circa i bisogni più urgenti che doveva affrontare la missione americana: l'estrema carenza di veicoli Humvee sufficientemente blindati; i miliardi da spendere per costruire le basi militari; l'impellente bisogno d'interpreti; infine gli ambiziosi piani di addestramento per le forze dell'ordine irachene.

Informazioni e accesso di questa natura avevano un innegabile valore per coloro che partecipavano al viaggio, come William V. Cowan e Carlton A. Sherwood.

Cowan, un analista della Fox e colonnello a riposo dei Marines, era l'amministratore delegato di una nuova società militare, il wvc3 Group. Sherwood era il suo vice presidente esecutivo. In quel tempo la società stava puntando a contratti dal valore di decine di milioni per la fornitura di protezioni del corpo e per servizi di controspionaggio in Iraq. Inoltre il wvc3 Group aveva un accordo scritto per usare la sua influenza e le sue connessioni al fine di aiutare i leader tribali della provincia di Al Anbar a ottenere dalla coalizione dei contratti per la ricostruzione.

«Quegli sceicchi volevano l'accesso alla CPA» ha ricordato Cowan in un'intervista, riferendosi con quella sigla alla Coalition Provisional Authority (l'Autorità Provvisioria della Coalizione, ossia il governo di transizione instaurato a ridosso dell'invasione, NdT).

Cowan ha sostenuto di essersi battuto per la loro causa durante il viaggio: «Ho cercato di spingere fortemente su alcuni uomini di Bremer per ingaggiare queste persone di Al Anbar»
Una volta tornati a Washington, i funzionari del Pentagono diedero occhiate nervose verso il modo i cui il viaggio sarebbe stato tradotto sull'etere. Durante il viaggio erano emersi dei fatti spiacevoli. Uno degli istruttori dei briefing, per esempio, fece cenno al fatto che l'esercito si arrangiava ad assemblare inadeguatamente i veicoli corazzati Humvee con sacchi di sabbia e strati in Kevlar. Le descrizioni delle forze di sicurezza irachene erano imbarazzanti: «non possono sparare e pertanto non lo fanno» disse loro un ufficiale, stando alle note di uno dei partecipanti.
«Ho visto immediatamente nel 2003 che le cose non andavano per il verso giusto» ha dichiarato il generale Vallely, uno degli analisti della Fox che partecipavano a quel viaggio, in un'intervista a «The Times».

Il Pentagono, tuttavia, non aveva bisogno di preoccuparsi.

«Non immaginate quali progressi», raccontò il generale Vallely ad Alan Colmes di Fox News al suo ritorno. Aggiunse la previsione che la resistenza sarebbe stata «ridotta a pochi numeri» entro pochi mesi.

«Non potremmo essere più felici e contenti» disse Cowan a Greta Van Susteren di Fox News. Ci fu a malapena un cenno circa la carenza di protezioni o le forze di sicurezza irachene corrotte, mentre sulle questioni strategiche chiave del momento – ossia se mandare più soldati – gli analisti erano unanimi.

«Sono assai contrario all'idea di aumentare il numero dei soldati» affermò il generale Shepperd alla CNN.


Accesso e influenza

All’interno del Pentagono e della Casa Bianca, il viaggio fu visto come un capolavoro nella gestione delle percezioni, non da ultimo perché alimentò le lamentele sul fatto che i giornalisti “mainstream” stavano ignorando le buone notizie dall’Iraq.

«Stiamo segnando un punto fuoricampo», scrisse con linguaggio da baseball un alto funzionario del Pentagono in una e-mail a Richard B. Myers e Peter Pace, rispettivamente il presidente e il vice degli Stati maggiori riuniti.

Il suo successo non fece che intensificare la campagna del Pentagono. Il passo dei briefings si accelerò. Furono organizzati ancora più viaggi. Alla fine lo sforzo coinvolgeva funzionari da Washington a Baghdad, da Kabul a Guantanamo, e indietro fino a Tampa, in Florida, presso la sede dello US Central Command.

La scala dell’impegno rifletteva un forte sostegno dall’alto. Quando i funzionari in Iraq erano lenti a organizzare un altro viaggio per gli analisti, un funzionario del Pentagono spediva loro in fretta e furia una e-mail per notificare che i viaggi «hanno i più alti livelli di visibilità» presso la Casa Bianca e pressarli affinché si muovessero prima che Lawrence Di Rita, uno degli assistenti più vicini a Rumsfeld, iniziasse a «sollevare la cornetta e chiamare i generali a 4 stelle».

Di Rita, ora non più al Dipartimento della Difesa, ha dichiarato in un’intervista che fu presa una “decisione consapevole” nell’affidarsi agli analisti militari per controbattere alle «crescenti visioni negative sulla guerra» provenienti dai giornalisti in Iraq. Gli analisti, secondo Di Rita, in genere avevano «una visione più accomodante» dell’amministrazione e della guerra, e la combinazione delle loro cattedre televisive e dei compensi militari li rendeva ideali per confutare i resoconti critici su temi quali il morale delle truppe, il trattamento dei prigionieri, l’equipaggiamento inadeguato o la scarsa preparazione delle forze dell’ordine irachene. «Su questi temi essi erano più credibilmente visti come portavoce attendibili », ha commentato Di Rita.

Per gli analisti che avevano legami con l’industria militare, l’attenzione comportò l’accesso a una cerchia via via più ampia di funzionari influenti in aggiunta ai contatti che avevano accumulato nel corso delle loro carriere.

Charles T. Nash, analista militare della Fox oltre che capitano a riposo della US Navy, è un consulente che aiuta le piccole società a entrare nel mercato militare. Di colpo ha ricevuto il benvenuto da un gran numero di importanti leader militari, molti dei quali mai incontrati in precedenza.

Ha raccontato che per lui fu come essere stato inquadrato a ridosso della leadership del Pentagono. «Inizi a comprendere che cosa è più importante per loro», ha detto, e ha aggiunto: «Non c’è nulla come vedere le cose di prima mano».

Alcuni funzionari del Pentagono hanno detto che essi erano ben consapevoli del fatto che alcuni analisti vedevano il loro speciale accesso come un vantaggio competitivo negli affari. «Certo che lo capivamo», ha detto Krueger, «non eravamo mica ingenui rispetto a ciò».

Essi compresero inoltre la relazione finanziaria tra i network e i loro analisti. Molti analisti venivano pagati in base alle “hit”, ossia il numero di volte in cui apparivano in TV. Quanto più un analista poteva far sfoggio di notizie fresche in esclusiva provenienti da “fonti” di alto rango del Pentagono, tanto più poteva sperare di battere più “hit”. Quante più “hit”, tanto maggiore sarebbe stata la sua potenziale influenza nel mercato militare, dove vari analisti pubblicizzavano vistosamente il loro ruolo televisivo.

«Hanno portato le azioni lobbistiche e la ricerca di nuovi contratti a un livello molto più elevato», ha affermato Krueger. «Tutto ciò è stato notevolmente affinato».

Di Rita, tuttavia, ha dichiarato che non gli è mai capitato che gli analisti usassero il loro accesso per accattivarsi dei favori. E ha detto che neanche il Pentagono cercò di approfittare di questa dinamica. «E’ qualcosa che non mi è passata nemmeno per l’anticamera del cervello», ha rimarcato. In ogni caso, ha puntualizzato, gli analisti e i network erano gli unici responsabili per qualsiasi complicazione etica: «diamo per scontato che essi sappiano dove stanno i limiti».

Gli analisti si incontrarono personalmente con Rumsfeld almeno 18 volte, ci dicono i documenti, ma questo non fu che l’inizio. Essi parteciparono a decine di altre sessioni con la maggior parte dei membri più importanti del suo ‘brain trust’ ed ebbero accesso ai funzionari responsabili della gestione dei miliardi da spendere in Iraq. Altri gruppi di “persone con influenza cruciale” parteciparono a delle riunioni, ma non altrettanto spesso quanto gli analisti.

Un memorandum interno nel 2005 ha contribuito a spiegare il perché. Il memorandum, scritto da una funzionaria del Pentagono che aveva accompagnato gli analisti in Iraq, diceva che in base alle sue osservazioni durante il viaggio, gli analisti «stavano avendo un impatto più grande» nei confronti della copertura mediatica dei network sui temi militari. «Ora non solo hanno iniziato a diventare le persone determinanti nel definire l’attualità, ma ormai influenzano i punti di vista sulle tematiche», ha scritto la funzionaria.

Anche altre branche dell’amministrazione iniziarono a far uso degli analisti.
Sappiamo ora dai documenti del Pentagono che l’allora attorney general (figura che svolge un ruolo paragonabile al “ministro della giustizia”, NdT), Alberto Gonzales, li incontrò subito dopo che trapelarono delle notizie sul fatto che il governo stava intercettando i sospetti di terrorismo sul suolo USA senza garanzie.
Quando David H. Petraeus fu nominato comandante generale in Iraq nel gennaio 2007, uno dei suoi primi atti fu d’incontrarsi con gli analisti.

«Sapevamo che avevamo un accesso straordinario», ha ammesso Timur J. Eads, un tenente colonnello a riposo dell'esercito e analista della Fox nonché vice presidente incaricato delle relazioni con il governo per la Blackbird Technologies, un contractor militare dalla crescita impetuosa.

Come vari altri analisti, Eads ha detto che certe volte in televisione si mordeva la lingua per paura che «qualche generale a quattro stelle potesse fare richiamo e dire “estinguete quel contratto”». Per esempio, riteneva che i funzionari del Pentagono fuorviassero gli analisti in merito ai progressi delle forze dell'ordine irachene. «So riconoscere un trucco verbale quando ne vedo uno», ha proclamato. Ma non ha comunicato tutto ciò sugli schermi.

«Natura umana», ha spiegato, sebbene abbia segnalato altre circostanze in cui fu critico.
Alcuni analisti hanno detto perfino che prima che iniziasse la guerra in via riservata ebbero delle titubanze rispetto alle giustificazioni per l'invasione, ma furono attenti a non esprimerle in trasmissione.

Bevelacqua, a quel tempo analista della Fox, era fra gli invitati a un briefing all'inizio del 2003 sulle supposte scorte irachene di armi illecite. Ha ricordato di aver chiesto all'istruttore del briefing se gli Stati Uniti avessero una prova decisiva, una “pistola fumante”.
«Non abbiamo alcuna prova pesante» fu la risposta dell'istruttore richiamata da Bevelacqua, il quale ha riferito anche che sia lui sia gli altri analisti furono allarmati da questa concessione. «Ci guardiamo a vicenda come a dirci “che cosa stiamo combinando?”»

Un altro analista, Robert L. Maginnis, un tenente colonnello in pensione che lavora al Pentagono per un contractor militare, partecipò allo stesso briefing e ha ricordato di essersi sentito «molto deluso» dopo che furono mostrate fotografie satellitari che pretendevano di mostrare dei bunker associati a un programma di armi nascoste. Maginnis ha detto che giunse a concludere che gli analisti venivano “manipolati” per trasmettere un falso senso di certezza in merito alle prove sulle armi. Eppure anche lui, Bevelacqua e gli altri analisti che parteciparono al briefing non comunicarono alcuna diffidenza al pubblico americano.

Bevelacqua e un altro analista della Fox, Cowan, avevano fondato il wvc3 Group, e insieme speravano di vincere contratti nei settori militare e della sicurezza.

«Non c’erano alternative, stavo per scendere lungo quel cammino e finire del tutto lacerato», ha detto Bevelacqua. «Stiamo parlando di contrastare un’enorme meccanismo».

Alcune e-mail tra il Pentagono e gli analisti rivelano un baratto implicito: accessi privilegiati in cambio di copertura mediatica favorevole. Robert H. Scales Jr., un generale a riposo dell’esercito nonché analista per Fox News e National Public Radio, la cui società di consulenza fa da guida a diverse aziende militari in merito alle armi e alle tattiche usate in Iraq, esigeva che il Pentagono approvasse dei briefing ad alto livello per se all’interno dell’Iraq nel 2006.

«Ricordatevi le cose che ho fatto dopo la mia ultima visita», scriveva. «Farò lo stesso questa volta».


Il Pentagono sorveglia

Quando si verificavano, le apparizioni degli analisti sui notiziari venivano monitorate da vicino. Il Pentagono pagava un contractor privato, la Omnitec Solutions, per setacciare le banche dati alla ricerca di qualsiasi traccia degli analisti, fosse un pezzo alla trasmissione “The O’Reilly Factor” o fosse anche una remota intervista con «The Daily Inter Lake» in Montana vista da appena 20mila persone.

La Omnitec valutava le loro apparizioni usando gli stessi strumenti degli esperti delle grandi marche. Una relazione, nel valutare l’impatto di vari viaggi in Iraq nel corso del 2005, snocciolava un esempio dopo l’altro degli analisti che ripetevano paro paro i temi del Pentagono presso tutte le emittenti.

Il rapporto concludeva che «i commenti derivanti da tutti e tre i viaggi in Iraq erano nel complesso estremamente positivi».

Nelle interviste vari analisti hanno reagito con fastidio quando hanno appreso di essere descritti come affidabili “surrogati” da parte dei documenti del Pentagono. E alcuni, come l’analista della CNN David L. Grange (un generale a riposo dell’esercito), hanno asserito che le loro sessioni al Pentagono erano «solo informazioni in anticipo», mentre altri hanno rimarcato con cura che non sono sempre stati d’accordo con l’Amministrazione né fra di loro. Il generale Scales ha ironizzato: «nessuno di noi era un boccalone».

Allo stesso modo, molti hanno anche negato di aver usato il loro accesso speciale per approfittarne negli affari. «Non c’entra niente», ha rimarcato il generale Shepperd, facendo anche notare che molti al Pentagono avevano la più bassa considerazione della CNN.

Nondimeno, anche la più moderata delle critiche rappresentava una sfida. Vari analisti hanno raccontato di aver fronteggiato appena pochi minuti dopo le trasmissioni certe telefonate di funzionari della difesa insoddisfatti.

Il 3 agosto 2005, 14 marines morirono in Iraq. Quel giorno Cowan – che ha dichiarato di essere stato sempre più a disagio rispetto alla «versione distorta della realtà» spacciata agli analisti durante i briefing - chiamò il Pentagono per metterlo sull'avviso sul fatto che alcuni dei suoi commenti alla Fox «avrebbero potuto non essere tutti benevoli», così come mostrano i documenti del Pentagono. I principali assistenti di Rumsfeld organizzarono in gran fretta un briefing per lui, eppure quando disse a Bill O’Reilly che agli Stati Uniti in quel momento «non andava proprio tutto liscio» in Iraq, le ripercussioni furono fulminee.

Cowan ha riferito di essere stato «precipitosamente mandato via dal gruppo degli analisti» per via di questa apparizione. Al Pentagono, ha scritto in una e-mail, «semplicemente non piaceva il fatto che non portava l’acqua al loro mulino». Il giorno successivo James T. Conway, a quel tempo direttore delle operazioni per gli stati maggiori, presiedette ancora un’altra conferenza via telefono con gli analisti. Li esortò, secondo i verbali, a non lasciare che le morti dei marines erodessero ulteriormente il sostegno alla guerra.

«L’obiettivo strategico rimane la nostra popolazione», ha ribadito il generale Conway. «Possiamo perdere l’appoggio popolare un giorno sì e un giorno no, ma non andranno mai a battere i nostri militari. Quel che potranno e faranno se possono è di strapparci via il nostro sostegno. E voi potete aiutarci affinché questo non accada».

«Generale, ho appena battuto su questo tasto in trasmissione», replicò un analista.

«Lavoriamo su questo tutti insieme», fu l’incitamento del generale Conway.


La Rivolta dei generali

La piena dimensione di questo abbraccio reciproco non fu forse mai così chiara quanto nell’aprile 2006, dopo che molti degli ex generali di Rumsfeld – nessuno dei quali era analista militare alla TV – dichiararono pubblicamente le loro critiche devastanti a carico delle sue performance in tempo di guerra. Alcuni lo invitarono caldamente a dimettersi.

Era venerdì 14 aprile, e le notizie di apertura erano dominate da quella che fu poi chiamata la “Rivolta dei generali”. Secondo i verbali, Rumsfeld istruì gli assistenti affinché convocassero gli analisti militari a una riunione con lui ai primi della settimana successiva. Quando un assistente raccomandò un piccolo ritardo per «consentire ai nostri pezzi grossi sulla West Coast un po’ più di tempo per fare il biglietto e raggiungerci», l’ufficio di Rumsfeld insisté sul fatto che «il capo» voleva la riunione subito «per avere un impatto sulla vicenda all’ordine del giorno».

Lo stesso giorno, i funzionari del Pentagono aiutarono due analisti della Fox, i generali McInerney e Vallely, a scrivere un articolo di opinione per il «Wall Street Journal» a difesa di Rumsfeld.

«Inizio a buttarlo giù ora», scrisse di pomeriggio il generale Vallely al Pentagono. «Qualsiasi spunto per l’articolo», aggiunse poco dopo, «sarà assai gradito». L’ufficio di Rumsfeld immediatamente gli inoltrò argomenti chiave e statistiche per confutare l’idea che ci fosse una rivolta in via di diffusione. «Vallely sta per usare i numeri», riportò quel pomeriggio un funzionario del Pentagono.

Nonostante le misure di segretezza, i piani per questa riunione trapelarono, tanto da produrre una articolo in prima pagina sul «Times» della domenica. Nell’ottica del controllo dei danni, i funzionari del Pentagono si fecero in quattro per presentare la riunione come una cosa di routine e stabilirono che le comunicazioni con gli analisti sarebbero state tenute a livelli «molto formali», come vediamo nei verbali. «Questo è un aspetto delicatissimo» ammonì un funzionario del Pentagono rivolgendosi ai suoi subordinati.

Martedì 18 aprile, ben 17 analisti convergevano al Pentagono assieme a Rumsfeld e al generale Pace, l’allora presidente degli stati maggiori riuniti.

Una trascrizione di tale sessione, mai divulgata prima, mostra una determinazione condivisa a marginalizzare le critiche alla guerra e a rivitalizzarne il pubblico sostegno.«Sono un vecchio uomo dell’intelligence», disse un analista (la trascrizione omette i nomi di chi prendeva la parola) «e so giudicare tutto ciò, purtroppo, con una sola parola, cioè Psyops.» (Psychological operations, operazioni psicologiche, NdT) «Ora la maggior parte della gente magari sente ciò e pensa “mio Dio, stanno tentando di fare il lavaggio del cervello”».

«Che cosa c'è, razza di un cretino» tagliò Rumsfeld, suscitando risate. «Non credi nella Costituzione?»

Ci fu un po’ di discussione circa le effettive critiche che grandinavano dagli ex generali di Rumsfeld. Gli analisti ribattevano che l’opposizione alla guerra era radicata nelle percezioni alimentate dai mezzi d’informazione, non nella realtà. Davano manforte alla strategia di guerra complessiva dell’Amministrazione, vista come “brillante” e “molto riuscita”.

«Francamente», disse uno dei partecipanti, «da un punto di vista militare, il prezzo di 2.400 coraggiosi americani che abbiamo perduto, rispetto ai 3.000 persi in un’ora e un quarto, è relativo».

Un analista proferì a un altro punto della discussione: «Questa è una guerra più ampia, e il fatto che abbiamo oppure no una democrazia in Iraq non importa un fico secco, se arriviamo al risultato che vogliamo, cioè un regime che non comporti più una minaccia per noi».

«Yeah!» assentiva Rumsfeld mentre prendeva appunti.

Che vincesse oppure no, ammonirono candidamente, l’Amministrazione era di fronte a un grave pericolo politico finché la maggior parte degli americani avesse visto nell’Iraq una causa persa. «L’America odia i perdenti», fece un analista.

Buona parte della sessione fu dedicata alle maniere in cui Rumsfeld avrebbe potuto rovesciare il flusso politico degli eventi. Un analista raccomandò a Rumsfeld «semplicemente di schiacciare questa gente» assicurandogli nel contempo che «la maggior parte dei gentiluomini di questo tavolo» lo avrebbe appoggiato con entusiasmo se lo avesse fatto.

«Lei è il leader», confidò l’analista a Rumsfeld. «Lei è il nostro uomo».

In un altro punto, un analista suggeriva: «In uno dei vostri discorsi dovreste dire: “ognuno si fermi un attimo a immaginare un Iraq controllato da al-Zarqāwī”. E poi non aveste che da scorrere la lista e dire: “Va bene, abbiamo petrolio, denaro, sovranità, accesso al centro geografico di gravità del Medio Oriente, bla bla bla”. Se potete, fate semplicemente un quadro mentale per l’americano medio in modo che dica: “Mio Dio! Non posso immaginare un mondo simile!”»

Perfino quando assicurarono a Rumsfeld che si approntavano ad essere d’aiuto in questa offensiva di pubbliche relazioni, gli analisti chiesero istruzioni su cosa avrebbero dovuto citare come la prossima “tappa” che, come disse uno degli analisti, avrebbe «mantenuto il popolo americano concentrato sull'idea che andiamo avanti verso una conclusione positiva». Posero un'enfasi particolare sulla crescente ostilità con l'Iran.

«Quando avete parlato di una 'guerra lunga', avete volto la psiche del popolo americano ad attendersi che questo sia un evento generazionale», disse un analista. «Comunque, non è che stia cercando di dirvi come fare il vostro lavoro...»

«Stia a posto», lo interruppe Rumsfeld.

La riunione finì e Rumsfeld, visibilmente soddisfatto e rilassato, trascinò tutto il gruppo fino a un piccolo studio dove esibì i cimeli della sua vita, a quanto hanno raccontato vari analisti.

Subito dopo, gli analisti imperversarono su tutti i canali. I rapporti di monitoraggio della Omnitec, che passavano fra le mani di oltre 80 ufficiali, confermavano che gli analisti ripetevano molti degli argomenti guida del Pentagono: che Rumsfeld si consultava «di frequente e a sufficienza» con i suoi generali, che non era affatto «oltremisura preoccupato» delle critiche, che la riunione si era incentrata «sui temi più importanti del momento», compresa la prossima tappa in Iraq, ossia la formazione di un nuovo governo.

Giorni dopo, Rumsfeld scrisse un promemoria che distillava le direttive collettive in punti su cui martellare. Ne vennero sottolineati due:

«Mettere a fuoco l'obiettivo della Guerra Globale al Terrore, non semplicemente l'Iraq. La guerra più ampia: la guerra lunga».

«Legare l'Iraq all'Iran. L'Iran è causa di allarme. Se andiamo male in Iraq o in Afghanistan, sarà di aiuto l'Iran»

Ma se Rumsfeld trovò istruttiva la sessione, almeno uno dei partecipanti, il generale Nash, analista della ABC, ne fu respinto.

«Mi allontanai da quella seduta provando un disprezzo totale nei confronti dei miei colleghi commentatori, forse con una o due eccezioni», ha svelato il generale .


La visuale dai Network

Agli inizi di aprile 2008 il generale Petraeus si prese una pausa dalla testimonianza davanti al Congresso sull'Iraq per una conferenza telefonica con degli analisti militari.

John C. Garrett (l'analista della Fox e lobbista per Patton Boggs) ha rivelato che durante la telefonata disse al generale Petraeus di «continuare l'ottimo lavoro».

«Ebbene», disse Garrett in un'intervista, «qualsiasi cosa possiamo fare per aiutare...».

Al momento, tuttavia, a causa della forte copertura mediatica delle elezioni e della generale stanchezza rispetto alla guerra, gli analisti militari non stanno ottenendo altrettanto tempo in TV, e i network hanno tagliato il loro giro di analisti. La conferenza via cavo con il generale Petraeus, per esempio, ha prodotto poco in termini di immediata copertura.

Ciononostante, a cadenza quasi settimanale, il Pentagono continua a condurre dei briefing con degli analisti militari selezionati. Molti analisti hanno detto che i funzionari dei network avevano solo una vaga cognizione di queste interazioni. Le emittenti, hanno detto, avevano scarsa percezione dell'assiduità con cui essi si incontravano con alti funzionari e di cosa discutevano.
«Non penso che la NBC fosse nemmeno consapevole che stavamo partecipando», ha detto Rick Francona, un analista militare di lunga data per il network.

Alcuni network pubblicano biografie sui loro siti web per descrivere i background dei loro analisti militari e, in alcuni casi, per dare almeno delle informazioni limitate sui loro rapporti d'affari. Ma molti analisti hanno anche detto che i network facevano poche domande sui loro interessi economici esterni, sulla natura del loro lavoro o sulla possibilità che esso determinasse dei conflitti d'interesse. «Niente di tutto ciò capitò mai», ha precisato Allard, un analista della NBC sino al 2006.

«Il peggior conflitto d'interesse era nessun interesse».

Allard e altri analisti hanno detto che i loro manager dei network non sollevarono obiezioni nemmeno quando il Dipartimento della difesa iniziò a pagare li loro biglietti aerei commerciali per i viaggi in Iraq sponsorizzati dal Pentagono, una chiara violazione etica per la maggior parte delle organizzazioni giornalistiche.

La CBS News ha rifiutato di fare commenti su quanto sapesse sulle affiliazioni economiche dei suoi analisti militari né su quali misure abbia adottato per tutelarsi da potenziali conflitti.
Anche la NBC News ha rifiutato di discutere le sue procedure di reclutamento e monitoraggio degli analisti militari. Il network ha emesso un breve comunicato: «Dispieghiamo delle chiare direttive al fine di assicurare che le persone che compaiono sui nostri schermi siano state adeguatamente scrutinate e che nulla nel loro profilo possa portare alla minima percezione di un conflitto d'interesse».

Jeffrey W. Schneider, un portavoce della ABC, ha detto che quantunque i consulenti militari del network non fossero tenuti alle stesse regole etiche dei suoi giornalisti a tempo pieno, ci si aspettava che essi tenessero il network informato in merito ai loro intrecci economici esterni.

«Abbiamo loro chiarito che esigevamo che ci tenessero puntualmente al corrente», ha spiegato Schneider.

Un portavoce di Fox News ha riferito che i top manager «rifiutavano di partecipare» al presente articolo.

La CNN pretende dai suoi analisti militari che rendano note per iscritto tutte le loro fonti di reddito esterne. Ma, come gli altri network, non fornisce per iscritto ai suoi analisti militari il tipo di specifiche linee guida etiche che invece somministra ai suoi dipendenti a tempo pieno per evitare conflitti d'interesse reali o apparenti.

Finora, anche quando ci sono stati i controlli, si sono talvolta dimostrati permeabili.
La CNN, per esempio, ha dichiarato di essere stata inconsapevole per quasi tre anni sul fatto che uno dei suoi principali analisti militari, il generale Marks, fosse profondamente coinvolto nell'attività di ricerca di contratti governativi, compresi contratti relativi all'Iraq.

Il generale Marks venne ingaggiato dalla CNN nel 2004, più o meno nel periodo in cui assunse un ruolo manageriale alla McNeil Technologies, presso cui lavorava per procacciare contratti militari e d'intelligence. Su richiesta, il generale Marks rese noto il fatto che aveva ricevuto emolumenti dalla McNeil Technologies. Ma il modulo di divulgazione non gli richiese di descrivere cosa ricomprendesse il suo lavoro, e la CNN riconosce di non essere riuscita a fare ulteriori investigazioni.

«Non abbiamo fatto a Marks le domande successive che avremmo dovuto fare», ha ammesso la CNN in una dichiarazione scritta.

In un'intervista, il generale Marks ha detto che per la CNN non era un segreto che il suo lavoro alla McNeil Technologies consistesse nel vincere contratti. «Voglio dire, è proprio quello che fa la McNeil», ha spiegato.

La CNN, tuttavia, ha sostenuto di non conoscere la natura del business militare della McNeil né cosa facesse per quella società il generale McNeil. Se egli si stesse dando da fare per i contratti del Pentagono, ha dichiarato la CNN, questo lo avrebbe squalificato dall'essere un analista militare per il network. Ma nell'estate e nell'autunno 2006, perfino quando gli veniva chiesto regolarmente di far commenti sulla situazione in Iraq, il generale Marks stava lavorando intensamente per aggiudicarsi un contratto da 4,6 miliardi di dollari sulla fornitura di migliaia di interpreti per le forze statunitensi in Iraq. Invero, il generale Marks fu nominato presidente di uno spin-off della McNeil che vinse l'enorme contratto nel dicembre 2006.

Il generale Marks ha detto che il suo lavoro sul contratto non influì sui suoi commenti alla CNN. «Non ho fatto fatica alcuna a separare me stesso da un interesse economico», ha detto.
Ma la CNN ha detto di non avere avuto alcuna idea del suo ruolo nel contratto fino a luglio 2007, quando riesaminò i suoi più recenti moduli di divulgazione, somministrati nei mesi precedenti, e finalmente fece indagini sul suo nuovo lavoro.

«Abbiamo visto l'estensione di queste transazioni e abbiamo determinato a quel punto che avremmo dovuto chiudere i nostri rapporti con lui», ha annunciato la CNN.

Contenuti speciali:
In che modo il Pentagono ha disseminato il suo Messaggio;
Domande e risposte con l'autore dell'inchiesta;


(copyright «The New York Times»)

Aggiornamento (23 aprile 2007) :
L'articolo da me tradotto è stato richiamato anche sul sito Luogocumune.net con un'interessante introduzione di Massimo Mazzucco, intitolata Il New York Times scopre che la terra è rotonda: QUI.

Altro articolo di David Barstow:
L'autore dell'indagine qui riportata, David Barstow, ha scritto assieme ad altri giornalisti un'altra documentatissima inchiesta tradotta con il titolo L'era dei telegiornali preconfezionati: QUI.