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16 settembre 2015

Hamid Karzai : Al-Qaida è un'invenzione


di Pino Cabras.
da Megachip.

L'ex presidente afghano Hamid Karzai, intervistato l'11 settembre 2015 da un giornalista di Al Jazeera, spazzato via 14 anni di narrativa ufficiale occidentale dichiarando che Al-Qa'ida è una mera invenzione.
Lo dice senza alcun tentennamento:
«Per me è un'invenzione. Non ho mai ricevuto un solo rapporto da una qualunque fonte afghana su Al-Qa'ida o su quello che stessero facendo. Noi non li vediamo, non riusciamo a visualizzarli, per noi non esistono. Non ho mai ricevuto rapporti dalla nostra intelligence, o dalla nostra gente. Non ho mai avuto a che fare con loro.»


Il video con l'intervista (sottotitolato in italiano da luogocomune.net e ripreso da PandoraTV.it) non è stato ancora citato con rilievo dai nostri grandi media. Eppure la notizia è importante. La traduciamo anche in un semplice concetto: gli enormi costi economici e umani dell'invasione dell'Afghanistan da 14 anni in qua sono imposti ai popoli sulla base di un pretesto inventato. Esattamente come fu per la guerra in Iraq.

Ulteriore traduzione: si corre a cercare negli occhi degli altri popoli pagliuzze da chiamare "criminali di guerra", mentre abbiamo travi conficcate nei nostri democratici occhi occidentali. Come definire altrimenti un Tony Blair?
La classe dirigente neocolonialista che ha trascinato il mondo nella guerra afghana - e poi nella serie di successive distruzioni di altri Stati - ha mentito sistematicamente, rendendosi responsabile della devastazione di grandi comunità umane.

Cosa sia stata Al-Qa'ida negli ultimi quindici anni è dunque una delle questioni cruciali per capire la nostra epoca. La disgrazia è che la natura di Al-Qa'ida nelle redazioni dei grandi media rimane un soggetto "tabù", affrontato con un mix micidiale di malafede, ignoranza, camaleontismo intellettuale. I fili che portano alla verità, quando il giornalismo volesse seguirli e fare il suo mestiere, ci sarebbero pure. Ma rimangono sconosciuti ai più. Come fu nel caso delle dichiarazioni di uno dei massimi esponenti dello spionaggio francese, Alain Chouet, l'uomo che aveva plasmato le strutture antiterrorismo ai vertici dei servizi segreti d'Oltralpe negli stessi anni in cui Washington e Londra elaboravano le favole e gli spettri della Guerra Infinita. Leggetele: quelle dichiarazioni di Chouet smontavano tutto quel che i grandi organi di informazione avevano fin lì raccontato su Al-Qa'ida. Quegli stessi organi si guardarono bene dal dargli peso.
È perciò ipotizzabile che al-Qa'ida, così come caratterizzata e spiegata dall’amministrazione USA e da quella britannica quale nucleo di un minaccioso ed esteso complotto terroristico su scala planetaria, non esista affatto? Che cioè sia un'illusione gonfiata e deformata dai politici? Un cupo imbroglio che si è moltiplicato tramite i governi di mezzo mondo, i servizi di sicurezza e l’informazione internazionale, senza che nessuno osasse contestarlo?
Rispondere correttamente a queste domande può aiutare a spiegare le crisi di oggi (e, temiamo, di domani): le guerre, le migrazioni di masse di profughi, l'isteria mediatica, il futuro di tutti noi.
Sia chiaro. Qui non si dubita del fatto che crudeli e ricchi esponenti delle petromonarchie, ben inseriti nei giochi delle classi dirigenti, organizzino un flusso smisurato di finanziamenti a favore di gruppi di fanatici islamisti introdotti alla lotta terroristica (si pensi anche all'ISIS, di cui si dirà più avanti).
Non si dubita neanche del fatto che una variante aberrante dell’Islam fondamentalista abbia provocato massacri e tensioni ovunque nel pianeta.
Ma le ondate di rivelazioni di questi anni demoliscono alla radice l’esistenza di una minaccia terroristica internazionale unificata antioccidentale e autonoma di portata equiparabile alla cosiddetta "minaccia sovietica" del tempo che fu. L’agenda politica imposta dai neoconservatori (sia quelli autentici, sia le loro varianti di sinistra) è falsa. Però pretende che noi crediamo senza prove, senza logica, spogliati dei normali parametri di analisi politica (perché, se osi adoperarli, ti aggrediscono come indemoniati incolpandoti di complottismo, di inammissibili dietrologie, ecc). Dunque dobbiamo credere, e perciò obbedire, e alla fine anche combattere il nemico invisibile, indefinibile, incalcolabile, dicendo di sì a un puzzle i cui pezzi non s'incastrano uno con l'altro.

Uno dei giornali turchi più importanti (e recentemente più perseguitati dal regime di Erdoğan), il quotidiano Zaman, nel 2004, si chiedeva: «Al-Qa'ida, un’Operazione dei Servizi Segreti?»:
«Gli specialisti di intelligence turchi concordano sul fatto che non c’è un’organizzazione come al-Qa'ida. Semmai, al-Qa'ida è il nome di un’operazione da servizi segreti. Il concetto “combattere il terrore” è il background del modello di guerra a bassa intensità, condotta nell’ordine mondiale monopolare. L’oggetto di questa strategia della tensione è denominato al-Qa'ida.»
Abbiamo innumerevoli conferme che aiutano a rileggere il fenomeno Al-Qa'ida come una porta girevole in cui transitano e vengono ingaggiati migliaia di tagliagole fanatizzati che operano al servizio delle strategie imperiali. Se si considera quanta gente abbia lungamente soggiornato nei "gulag offshore" dell'Occidente (Guantánamo e i suoi fratelli), per poi uscirne ancora più armata di prima, quei luoghi somigliano tanto a campi di condizionamento e reclutamento.  

Loro, i miliziani jihadisti brutti e cattivi, non si caricano delle responsabilità giuridiche che il diritto bellico imporrebbe a normali soldati inquadrati in eserciti più tradizionali. Il crimine di guerra rimane orfano: partendo da loro non si risale facilmente lungo la catena di comando, quella che passa dal criminale di guerra che sgozza i civili sino ai burattinai dei suoi burattinai, quei criminali di guerra più grossi e puliti che se ne stanno nel back-office, mentre lanciano le guerre umanitarie e inaugurano gli ospedali. Poi, va detto, li vediamo agire d'amore e d'accordo, come è accaduto in tante guerre degli ultimi anni.
Oggi il generale David Petraeus, ex direttore della CIA, propone di riciclare miliziani di Al-Nusra (in altri momenti definita come Al-Qa'ida inSiria) per combattere contro l'ISIS. Un investimento nel caos, come quello auspicato da George Friedman, il capo della Stratfor, espressione del complesso militare-industriale USA, quando rivendica con orgoglio la volontà dell'Impero di mettere interi popoli l'uno contro l'altro.

A proposito dell'ISIS, sembra il "next level" del videogioco Al-Qa'ida. Mentre Al-Qa'ida è una vecchia sigla che svolge alcuni limitati servizi, l'ISIS appare un progetto più organico e più ambizioso nell'ambito della Guerra Infinita. Ha il compito temerario di distruggere l'ordine statuale che perdurava nel Vicino Oriente in continuità con i trattati successivi alla prima guerra mondiale, per instaurarne uno del tutto nuovo, con altri confini, divisioni etniche, poteri. Ed è anche la piattaforma militare-terroristica da cui potrebbe partire una guerra non ortodossa nel cuore dell'Eurasia, contro gli attuali alleati di Russia e Cina e contro gli stessi giganti eurasiatici. Un incubo geopolitico in mano agli stessi doppiogiochisti e triplogiochisti che finanziano sia Al-Qa'ida sia nuovi grattacieli londinesi.

Ecco perché l'intervista a Karzai rompe molti schemi. È molto significativo che il suo giovane intervistatore si accorga subito che il quadro lì dipinto in diretta stia inconcepibilmente uscendo dalla solita cornice. Non può collocarsi nella bolla mediatica di riferimento - sta per forza in un'altro frame -  tanto che gli domanda: «Quando lei dice che sono un'invenzione, e che non ha mai visto le prove, la definiscono un "complottista"? Qualcuno potrebbe dire che lei sembra un complottista». Più che una domanda, è un riflesso condizionato pavloviano. Lo stesso stimolo a cui rispondono ancora in troppi, nel mondo forgiato dall'11 settembre 2001.


Riferimenti:  
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4795.
http://www.pandoratv.it/?p=4014.

18 ottobre 2012

Eutelsat apaga as mídias iranianas. Censura sem precedentes

por Pino Cabras - Megachip.


Segunda-feira 15 de outubro de 2012, com uma simples caneta, a Europa das comunicações decidiu cancelar a voz de uma país com mais de 70 milhões de habitantes, o Irã. É o primeiro ato de guerra decidido no coração da União Europeia, depois de brindar o seu prêmio Nobel para a paz. Se não bastasse o sentido de sufoco das ditaduras financeiras travestidas de governos técnicos, agora também a mordaça da censura mais extrema. O justiceiro dos canais de tevê e de rádio iranianos no mundo é a EUTELSAT, uma das três maiores operadoras de satélites do planeta, nascido como consórcio intergovernamental, agora “privatizado”, com sede em Paris. Bastou uma linha decretada pelos patrões da comunicação, e sobre a plataforma HOTBIRD os canais em línguas estrangeiras realizados pelo Irã foram todos banidos.
A decisão da EUTELSAT obedeceu uma requisição do Conselho Superior Audiovisual da França (CSA) quanto ao estoque de novas sanções anti-iranianas decididas em sede europeia.
Assim, de agora em diante, o éter europeu será apagado para os canais Al-Alam, Press TV, Sahar 1 e 2, Jam-e-Jam 1 e 2, a cadeia sobreo Corão e outros, ainda. Entre rádios e TVs, são 19 canais.
Por enquanto o fato, por si só gravíssimo, é ignorado pelos principais órgãos de informação ocidentais. Um silêncio muito revelador. Se tentarão falar, terão muito trabalho para justificar a censura sem cair em gigantescas contradições com qualquer proclamação sobre a liberdade de imprensa estilo ocidental. Fim das transmissões, sem debate.
Qualquer representação autônoma dos interesses e das visões de um inteiro grande país, como o Irã, está agora totalmente impedida no terreno dos grandes meios de comunicação de massas generalistas. A censura tem o sabor de uma reação e de um experimento a respeito dos novos equilíbrios que se estavam formando na informação global.
Nesses últimos anos, diversos países provaram construir um seu ponto de vista autônomo, respeito aos fluxos informativos hegemonizados pelas potências anglo-saxônicas. Paradoxalmente, mas não muito, o fizeram com o uso da língua inglesa, além de outras línguas. Não devemos nos escandalizar com o fato de que os canais emergentes não tenham participado com um ponto de vista “neutro”, no jogo das comunicações. Justamente por isso, representando interesses “outros”, conseguiram marcar pontos impressionantes.
Basta pensar que em apenas pouquíssimos anos a RT, a tevê russa em inglês, ultrapassou a BBC como primeiro canal estrangeiro junto ao público televisivo dos EUA. Sinal de que a oferta “outra” responde a uma demanda que não existia: uma demanda por “outra” informação que a nossa fábrica de mídia, no Ocidente, não sabia e – sobretudo – não queria fornecer.
Os canais emergentes transmitidos por países antes sem voz – apesar de sua “não neutralidade” (mas quem seria neutro? A CNN, por acaso? falemos sério…) – conseguiam ser, relativamente a muitos argumentos, fontes mais confiáveis se confrontados com a propaganda homologada que passava no outro lado. Antes de degenerar em um MinCulPop das belicosas petro-monarquias do Golfo, e antes de degringolar com diretores enquadrados na CIA, até a Aljazeera tinha aberto espirais informativas inéditas.
E assim nos encontramos com menos vozes. Qual será a próxima etapa? Sem um sistema autônomo de transmissão, até a Rússia ficará vulnerável com relação às decisões bélicas sobre os meios tomadas por algum recente prêmio Nobel para a paz. E até as nossas já enquadradas oficinas da mentira serão sempre mais uniformes, porque a ditadura terá menos necessidade de mascará-las sob trajes civis.
Muito terá que ser feito para conquistar o pluralismo, garantindo as vozes dissonantes. A nossa liberdade corre muito mais perigo do que pode parecer à primeira vista. Por enquanto, não se vê grande coisa para defende-la. Partamos de um primeiro pequeno passo, difundido a primeira petição de IRIB.
Para quem não entendeu, esta ditadura está só em seu começo, e não se saciará, como não se sacia em campo financeiro. Combatê-la tem a ver com o bem mais precioso que devemos defender: o ponto de vista do outro, como garantia do nosso ponto de vista.


Tradução em Português do Brasil por: Mario S. Mieli - ciranda.net.

16 ottobre 2012

Eutelsat spegne i media iraniani. Censura senza precedenti

di Pino Cabras - da Megachip.
 


Lunedì 15 ottobre 2012, con un tratto di penna, l’Europa delle comunicazioni ha deciso di cancellare la voce di un paese di oltre settanta milioni di abitanti, l’Iran. È il primo atto di guerra deciso nel cuore dell’Unione europea, dopo il suo brindisi per il Nobel per la pace. Se non vi bastava il senso di soffocamento delle dittature finanziarie in veste di governi tecnici, eccovi anche il bavaglio della censura più estrema. Il giustiziere delle tv e radio iraniane nel mondo ha il volto di Eutelsat, uno dei tre maggiori operatori satellitari del pianeta, nato come consorzio intergovernativo, ora “privatizzato”, con sede a Parigi. È bastato un rigo decretato dai padroni della comunicazione, e sulla piattaforma HOTBIRD i canali in lingue straniere realizzati dall'Iran sono stati tutti bannati (QUI la notizia su IRIB - Islamic Republic of Iran Broadcasting).
La decisione di Eutelsat ha ottemperato a una richiesta del Consiglio Superiore Audiovisivo della Francia (CSA) sulla scorta delle nuove sanzioni anti-iraniane decise in sede europea.
L’etere europeo dunque sarà d’ora in poi oscurato per i canali Al-Alam, Press TV, Sahar 1 e 2, Jam-e-Jam 1 e 2, la catena sul Corano e altri ancora. Tra radio e TV sono 19 canali.
Per ora il fatto, di per sé gravissimo, è taciuto dai principali organi di informazione occidentali. Un silenzio che dice già tutto. Se proveranno a parlarne, dovranno faticare assai per giustificare la censura senza cadere in gigantesche contraddizioni con qualsiasi proclamazione sulla libertà di stampa in stile occidentale. Fine delle trasmissioni, senza dibattito.
Qualsiasi rappresentazione autonoma degli interessi e delle visioni di un intero grande paese, qual è l’Iran, è ora totalmente impedita sul terreno dei grandi mass media generalisti. La censura ha il sapore di una reazione e di un esperimento rispetto a nuovi equilibri che si stavano formando nell’informazione globale.
In questi ultimi anni, diversi paesi hanno provato a costruirsi un punto di vista autonomo rispetto al flusso informativo egemonizzato dalle potenze anglosassoni. Paradossalmente, ma non troppo, lo hanno fatto con canali in lingua inglese, oltre che in altre lingue. Non ci deve scandalizzare il fatto che i canali emergenti non abbiano partecipato con un punto di vista “neutro” al gioco della comunicazione. Proprio per questo, rappresentando interessi “altri”, hanno segnato punti impressionanti.
Si pensi che nel giro di pochissimi anni RT, la tv russa in inglese, ha scalzato la BBC quale primo canale straniero presso il pubblico televisivo USA. Segno che l’offerta “altra” risponde a una domanda che c’era: una domanda di “altra” informazione che la fabbrica dei media nostrana, in Occidente, non sapeva e – soprattutto - non voleva fornire.
I canali emergenti trasmessi da paesi un tempo senza voce - al netto della loro “non neutralità” (ma chi sarebbe neutrale, forse la CNN?, non scherziamo) - riuscivano a essere per molti argomenti fonti più attendibili rispetto alla propaganda omologata che passava dall’altra parte. Prima di degenerare a MinCulPop delle bellicose petro-monarchie del Golfo, e prima di farsi sputtanare con direttori inquadrati nella CIA, perfino Al Jazeera aveva aperto spiragli informativi inediti.
E così ci ritroviamo con meno voci. Qual è la prossima tappa? Senza un sistema autonomo di trasmissione, anche la Russia sarà vulnerabile rispetto alle decisioni belliche sui media prese da qualche recente Nobel per la pace. E perfino le nostre già inquadrate officine della menzogna saranno sempre più in uniforme, perché la dittatura avrà meno bisogno di maschere in borghese.
Occorrerà fare molto per conquistare il pluralismo, garantendo proprio le voci dissonanti. La nostra libertà è molto più in pericolo di quanto non appaia a prima vista. Non si vede molto in giro, al momento, a sua difesa. Partiamo comunque da un piccolissimo passo, diffondendo la prima petizione di IRIB.
Per chi non lo avesse capito, questa dittatura è solo agli inizi, e non si sazierà come non si sazia in campo finanziario. Combatterla ha a che fare con il bene più prezioso che dobbiamo difendere: il punto di vista altrui come garanzia del punto di vista nostro.







30 agosto 2012

Che gran pezzi di... giornalismo

di Felice Fortunaci – da Megachip

In Iran si è iniziato lo scorso 26 agosto il vertice del Movimento dei Paesi non allineati, NAM, nel quale sono rappresentati due terzi dei membri delle Nazioni Unite e il 55% della popolazione mondiale.  L’Iran ha assunto per tre anni la presidenza di tale movimento e tanto basterebbe per sfatare il mito dell’isolamento della Repubblica Islamica da parte della “comunità internazionale”. Per parare il colpo, il giornalismo di guerra ha provato alcuni escamotage.
La Repubblica, leader italiano indiscusso in questo tipo di giornalismo, il giorno 28 agosto scorso ha relegato in un brevissimo articolo a pagina 12 la notizia sul vertice, ma in compenso ha pubblicato in prima pagina, con continuazione all’interno, un lungo pezzo di Moisés Naím, un giornalista venezuelano di origine libica, che parlava di mafia.  Beh, che c’entra? Intanto Naím non è un giornalista qualunque

È stato ministro venezuelano del Commercio e dell’Industria durante il sanguinario secondo mandato del presidente Carlos Andrés Pérez (un ex progressista asservito al Washington Consensus e ora in esilio dorato a Miami perché condannato per corruzione nel suo Paese), un governo cioè che è passato alla storia per il massacro della rivolta popolare del 1989 contro le privatizzazioni selvagge di cui Naím era fiero assertore. Si calcolano fino a 3.000 morti.
Uomo della Banca Mondiale di cui è stato Direttore Esecutivo, collaboratore della CIA come membro del board of directors del National Endowment for Democracy, nemico giurato di Hugo Chávez (probabilmente anche perché durante i massacri del 1989 fu uno degli ufficiali che si rifiutarono di sparare sulla folla), Naím è, conseguentemente, un ospite permanente del gruppo Espresso-La Repubblica.
Ebbene, cosa ci viene a dire questo figuro in prima pagina sul noto quotidiano “progressista”? Che ci sono Stati dove al potere c’è la mafia. I principali sarebbero, Guinea-Bissau, Montenegro, Myanmar (Birmania), l’Ucraina, Bolivia, Corea del Nord e, last but not least, ovviamente il Venezuela.
Una lista che inizia in sordina e finisce con ben cinque nazioni direttamente nel mirino degli USA. Tutti, guarda caso, appartenenti al NAM, tranne l’Ucraina che è però odiata per essere troppo filorussa. Sull’Afghanistan, Naím fa solo vaghi cenni sul traffico d’oppio, senza spiegare nulla in merito al ruolo giocato in questo traffico immane dagli occupanti sotto l’ombrello NATO.
Una lista di bersagli, dunque, che commenta da sola la serietà e gli intenti sia del giornalista sia del foglio che lo ospita. Il quale ultimo ha per altro una notevolissima faccia di bronzo dato che solo pochi giorni fa ha pubblicato un editoriale del suo fondatore, Eugenio Scalfari, che sosteneva la legittimità della trattativa tra Stato e mafia durante la stagione delle stragi mafiose del 1992.
Nella stessa edizione, la sezione affari internazionali di «Repubblica» si è impegnata a controbilanciare la notizia dell’attacco contro i soldati italiani in Afghanistan con un articolo intitolato “Cantano e ballano, 17 decapitati in Afghanistan il terrore dei Taliban”.
Quindi: che a nessuno venga in mente di parlare di un nostro ritiro.
Tanto valeva che intitolassero direttamente: “I Taliban sono cattivi”. Senza però scrivere niente. Così per lo meno non sarebbero incorsi in smentite: Afghanistan, dietro alle decapitazioni una faida tra famiglie rivali.
La stessa sezione ci informa infine che il progressista François Hollande ha avvertito: «Se Assad usa armi chimiche sì all’intervento». Ora, che in una guerra (su commissione) dove si combatte strada per strada si possano usare armi chimiche è già un’idiozia. Sembrerebbe idiota anche ricominciare a menarla con la storia delle armi non convenzionali che già si rivelò una solenne menzogna nel caso dell’Iraq. Ma in definitiva, dato che allora in qualche modo pagò, perché non riciclarla adesso per la Siria? Chi darebbe la notizia eventuale di un utilizzo di armi chimiche? L’Esercito Siriano Libero. Chi la controllerebbe? L’Osservatorio siriano dei diritti umani, con sede, guarda un po’, a Londra.
Come sempre.
Ma ecco che c’è chi dà credito all’idiozia: è stata sempre la prima pagina del quotidiano fondato da Scalfari a ospitare il 23 agosto un pensoso articolo sulla Siria del ministro degli esteri italiano, Giulio Maria Terzi di Sant'Agata, che alla locomotiva del suo interminabile nome attacca anche una vagonata di titoli: marchese, conte, barone, cavaliere del Sacro romano impero e Signore di Sant'Agata.
Siccome il quotidiano si chiama tuttora «la Repubblica» (ma non siamo sicuri che il nome duri, visto il suo crepuscolo reazionario), e siccome nelle edicole stanno uscendo di nuovo i DVD di Fantozzi, il ministro si è firmato appena Giulio Terzi. 
Ma il suo articolo ha estratto lo stesso l’anima del conte, del barone, del cavaliere e anche del lup. mann. figl. di putt.
Il titolare della Farnesina strilla infatti contro «il pericolo della proliferazione di armi di distruzione di massa (la Siria possiede il maggior arsenale di armi chimiche e biologiche in Medio Oriente)». 
Curioso: Terzi, che fu per anni ambasciatore in Israele (che se non sbaglio è in Medio Oriente) non ha mai fatto una dichiarazione a proposito delle centinaia di armi nucleari israeliane (ben proliferate, e ben capaci di distruzione di massa). 
Il resto dell’articolo è una valanga di foglie di fico per giustificare gli aiuti ai ribelli in Siria nascondendone le implicazioni militari. Il nostro cavaliere del Sacro romano impero dichiara che sta «considerando, sulla scia di alcuni nostri principali alleati, la fornitura all'opposizione di strumenti di comunicazione utili per poter prevenire attacchi contro civili, soprattutto donne e bambini». Non è un’amore? E non tanto per il suo tenero pensiero rivolto ai bambini, ma soprattutto per quel suo stare «sulla scia», come un drone. Magari come uno di quelli che «alcuni nostri principali alleati» scagliano quotidianamente sui bambini del Pakistan e dell’Afghanistan, e un domani, con una No Fly Zone, anche in Siria. Dove, però, si va solo con la "responsabilità di proteggere", non sia mai altrimenti: il tutto in compagnia dei piranhas del Qatar e di Riyad, anzi, «sulla scia» delle loro forniture. 

I giornali di mezzo mondo stanno via via sbugiardando queste pretese, e spazzano via almeno le foglie più indecenti usate dai governi. Ma con «Repubblica» il ministro va sul sicuro, e si sdraia come un pascià. Non gli faranno mai domande. Sanno quali sono le fonti gradite al potere.

In un articolo di Venerdì 2 marzo 2012, apparso su «la Repubblica» a firma di Alberto Stabile, si parlava della drammaticità della battaglia di Bab Amro, «il quartiere simbolo della resistenza contro la brutale repressione della protesta siriana». Ora, una battaglia contro una protesta non l’ha mai fatta nemmeno Hitler. Ma tant’è. Il punto di vista di Stabile coincideva curiosamente con quello dei cosiddetti “ribelli”, dato che lui stesso poco dopo ci informava: «Sono stati gli stessi ribelli ad offrire un quadro drammatico della situazione».
E quali altre fonti ha mai utilizzato «la Repubblica» e tutto il mainstream? Rileggetevi i vari non-reportage: è tutto un “ha dichiarato un portavoce dei rivoltosi”, “ha detto il Consiglio Nazionale Siriano”, “fonti dell’opposizione”, eccetera. Infatti, coerentemente, poche righe dopo un’ulteriore “informazione” inizia con «Secondo notizie diffuse dalle organizzazioni dell’opposizione».
Le fonti “alternative” sono Al Arabiya e Al Jazeera, ovvero i media delle petromonarchie, cioè degli autocrati che non governano i loro Paesi ma li hanno in uso come proprietà personali, e che reprimono gli oppositori con una ferocia che riesce a guadagnarsi solo distratti trafiletti sulla declinante gazzetta che ci fa da «Pravda».
Gran bei pezzi di giornalismo, insomma.
È la stampa di guerra, bellezza! Quella della Terza Guerra Mondiale ormai in atto.
Come direbbe Altan, il trucco c’è, si vede benissimo, ma non gliene frega niente a nessuno.  Men che meno agli affezionati lettori, già progressisti, de «La Repubblica» ai quali magari luccicano ancora gli occhi quando sentono parlare di Che Guevara (che dal canto suo riteneva gli USA un pericolo mortale per l’umanità).  Sanno che è diventato un giornale illeggibile ma si ostinano a comprarlo per inerzia e perché magari si consolano con qualche notizia di cultura o semi-cultura qua e là. Insomma, per una sorta di nostalgia e di narcisismo semicolto riflesso.
Nostalgia, inerzia e narcisismo semicolto riflesso che però lavorano sulle capacità critiche, che in tempo di guerra devono essere azzerate: Credere, Obbedire, Combattere!
Un ordine che si accompagna all’altro, ben noto, del capitalismo: “Accumulate, accumulate! Questa è la Legge e questo dicono i profeti!”.
La nuova catechesi del giornalismo “progressista” italiano e occidentale?

(29 agosto 2012)

26 agosto 2011

La “falsa” Piazza Verde di Al-Jazeera

di Massimo Mazzucco - luogocomune.net. Con nota di Pino Cabras in fondo all'articolo.

Questa mattina ho aperto l’e-mail e ho trovato tre persone diverse che mi segnalavano con grande eccitazione questa pagina del sito Stopwarcrimes. L’articolo si intitola “La falsa Piazza Verde di Al-Jazeera”, e sostiene che le immagini dei libici festanti nella Piazza Verde di Tripoli, trasmesse anche da SkyNews, in realtà siano state girate su un set costruito appositamente nel Qatar.  Immediatamente la pressione mi è salita a mille, e ho pensato “I soliti bastardi! Ormai la guerra mediatica è totale”.
A supporto della sua tesi, l’articolo mostra le immagini della (presunta) Piazza Verde trasmesse l’altra sera da Al-Jazeera (foto 1), e le confronta con diverse immagini della vera Piazza Verde (2, 3 e 4), scattate in epoche diverse. (Vedi immagini di seguito).
 tripoli2
Giudicando dai modelli di automobile, la foto 3 sembra risalire agli anni ’40, la foto 4 agli anni ’50/’60, mentre la foto 2 è attuale. Le segnature in verde suggeriscono una differenza nell’arcata della porta di sinistra, e sottolineano la mancanza del rilievo geometrico sopra l'arcata centrale, quella più piccola.
Sotto le immagini dell’articolo si legge: “Quella che vedete non è la “Porta della Libertà” originale (Bab al-Hurriya) con accanto le sue mura di 600 anni. Vedete con i vostri occhi che dalle mura del video di Al-Jazeera mancano diversi dettagli importanti”.
I miei occhi però, almeno a prima vista, non mi indicavano niente di anormale. Mi sono allora procurato un’altra foto recente della piazza, con una prospettiva più simile a quella del video di Al-Jazeera.
tripoli3
Dopodichè ho scaricato il video incriminato, ho aumentato luminosità e contrasto, e ne ho confrontato un fotogramma con quello della piazza attuale:
tripolicompare
Come vedete, tutto torna. Ci sono i lampioni a forma di “fiore cadente” (A), c’è la cabina telefonica (B), c’è la parabola sul tetto (C), e persino gli edifici “in fuga” sotto l’arcata (D) sembrano avere la stessa struttura. Di solito è proprio sugli sfondi che casca l'asino (come accade in molte delle foto lunari).
Ma soprattutto, si vede anche il rilievo geometrico (E) sull'arcata centrale. Ovviamente, con la luce del sole è molto più marcato, ma di certo quel disegno non “manca” dalle inquadrature di Al-Jazeera, come sostenuto da Stopwarcrimes.
Attenzione però, a questo punto, a non commettere la fallacia di Attivissimo della “eccezione che annulla la regola”: il fatto che non sia vero che quel video è falso non significa che non siamo in un’epoca di guerre mediatiche, non significa che molto probabilmente guardiamo spesso immagini manipolate, e soprattutto non significa che i media mainstream non filtrino a priori quello che dobbiamo e quello che non dobbiamo vedere.
Fortunatamente ci restano sempre la logica e il buon senso per capire in che modo stiano andando veramente le cose.

Fonte: http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3821

Nota di Pino Cabras:
Qualche giorno fa segnalavo - nell'articolo Nebbia di guerra - la circolazione, accanto alle evidentissime menzogne del mainstream, di materiali dubbi che prendevano la via contorta del Web, in particolare la foto ora analizzata da Mazzucco. Scrivevo: "Mi appello con urgenza a fotografi esperti che valutino prospettive e parallassi, trovino immagini recenti della piazza. E che analizzino eventuali ristrutturazioni, modifiche, ecc. Sul web circola infatti un accostamento fra le immagini della manifestazione anti-Gheddafi (le migliaia di persone temerariamente festanti nel pieno di un bombardamento) e le immagini degli edifici visibili [...]. Possiamo sfruttare la rete, le competenze collettive per capire se queste immagini sono vere, visto l’accumulo rapido di falsità che via via hanno reso non credibile la narrazione del mainstream mediatico."
Mi sento di ringraziare a nome di tutti Massimo Mazzucco, per aver accertato in modo definitivo i dettagli giusti di quelle immagini, che sono state riprese, almeno per quella porzione, sulla Piazza Verde.
Altra cosa sono i campi lunghi utilizzati da Al Jazeera su una piazza festante, con inquadrature che mostravano migliaia di persone che sventolavano le bandiere dei "ribelli". Lì il dubbio ormai attraversa anche i giornalisti dei grandi organi di informazione. Sono sempre più numerose le testimonianze sulle immagini riprese in altri luoghi e spacciate per fotogrammi catturati nel centro di Tripoli. Finiranno nei manuali sulla guerra psicologica, ma non sui media, che preferiscono continuare ad assecondare la propaganda bellica secondo i copioni redatti da poche agenzie legate all'intelligence dei paesi coinvolti nei bombardamenti.
La sera del 24 agosto al TG3 il giornalista Flavio Fusi, nel descrivere le scene degli uomini armati che a Tripoli abbattevano i simboli gheddafiani, faceva paragoni con la scena della statua di Saddam Hussein abbattuta "dalla folla" a Baghdad nel 2003. Il paragone calzava in un senso opposto a quello inteso da Fusi. Nelle redazioni lo sanno anche i portapenne che la scena della statua di Saddam è un abile falso: i presenti furono ripresi strategicamente in modo da non far notare che intorno a quella manciata di persone la folla non c'era proprio. Fusi, come la maggioranza dei suoi colleghi, si è adeguato al ruolo di portapenne. A forma di pappagallo. Triste fine per il TG che ospitava le bellissime corrispondenze di Lucio Manisco.

22 giugno 2011

Milioni con Assad. Perché?

di Pino Cabras – da Megachip.


Milioni di siriani sono scesi in piazza in tutto il paese, martedì 21 Giugno 2011. La folla era un oceano a Damasco, Aleppo, Homs e Tartus. Questo scenario, nei deboli richiami sui siti dei quotidiani nostrani, si riduce a «migliaia di lealisti». La notizia viene nascosta, ma sarà difficile farlo a lungo. Quale notizia? Che esistono basi di consenso reali per le riforme annunciate dal presidente Bashar al-Assad nel suo discorso all’università di Damasco. Nel registrare questo consenso non parliamo di favoriti del regime che difendono privilegi. Non ha senso ridurre un evento simile a una misura così meschina, quando le strade proprio non ce la fanno a contenere la massa umana.
Parliamo di una forte realtà popolare, di manifestazioni di una grandezza senza precedenti nella storia della Siria. Anziché raccattare testimonianze dai social network, i grandi media farebbero bene a chiedersi perché i loro rozzi schemini sulle rivolte arabe facciano cilecca. Nel dubbio, intanto, le manifestazioni per loro non esistono. In termini puramente numerici, il confronto fra i milioni che appoggiano il presidente con le migliaia di manifestanti anti-Assad delle scorse settimane mostra un divario indiscutibile. Può non piacere, ma ignorarlo significa partecipare a una manipolazione sfacciata dell’informazione, e non fa sorgere domande corrette su cosa stia accadendo in Siria.
I familiari dei soldati, e sono tanti, hanno il polso della situazione. Non credono ai tentativi orwelliani dei grandi canali via satellite in lingua araba di raccontare bombardamenti di villaggi, massacri e fosse comuni perpetrati dal regime. In molti, persino fra quelli che conoscono le scomode prigioni del loro paese, ritengono che la Siria sia al centro di una campagna di destabilizzazione nello stile di quelle che subivano i paesi latinoamericani negli anni settanta, con gruppi armati foraggiati dall'estero, e un’escalation di misure diplomatiche in vista di un intervento militare, domani, della NATO.
I pochi giornalisti occidentali sul campo in questi mesi, e anche gli inviati di Al Jazeera prima che si dimettessero per protesta contro le false rappresentazioni della situazione in Siria e Libano, hanno tutti verificato la portata del consenso popolare al presidente, a dispetto degli innegabili problemi.
Lo schemino dittatura/libertà è in questo caso inservibile. I conti tornerebbero se si usasse lo schema sovranità/dipendenza, e magari un terzo schema: laicità/religione; e un quarto: conflitti interetnici.
Sembra che le masse siriane non vadano a consigliarsi da Rosy Bindi né da Napolitano. Hanno guardato per anni Al Jazeera, che – quando manipolava di meno le notizie e girava di più a raccoglierle – mandava quasi a morire i suoi reporter con il giubbotto antiproiettile, e quelli dimostravano come alla caduta di Saddam non sia seguito un eldorado di democrazia, ma il caos e gli eccidi in un paese usurpato, schiacciato, abusato, concretamente rovinato.
È per questo che finanche chi ha avuto la sventura di stare nelle celle riservate per anni agli oppositori, con pieno discernimento politico dice: non come in Iraq, prego. E si stringe intorno all’unica difficile, contraddittoria proposta di riforma davvero in campo, quella di Assad.
Il resto odora già di uranio impoverito, fosforo bianco e predatori sostenuti dalle aberrazioni sempre più indecenti dell’interventismo umanitario, ancora incapace di uno straccio di autocritica persino di fronte ai bombardamenti che fanno stragi di innocenti in Libia.

3 aprile 2011

Assad, parole da un paese sovrano

di Pino CabrasMegachip.  



Troppi “discorsi sul discorso”, e nessuno che abbia la possibilità di leggerlo davvero, quel discorso. Parliamo del discorso pronunciato dal presidente siriano Bashar al-Assad a Damasco al cospetto del Parlamento il 30 marzo 2011, e visto da milioni di telespettatori. Ve lo proponiamo perciò tradotto in italiano, in modo che possiate cogliere direttamente l’impostazione dei valori e degli interessi mobilitati dal leader della Siria. Prima che qualche esportatore di democrazia (per l’intanto esportatore di caos e uranio impoverito) proponga di trasformare anche la Siria in una poltiglia di disgregazione e soldataglia armata fino ai denti che spara dai pick-up, come l’Iraq e la Libia, sarà bene che si legga questo discorso dignitoso e sovrano.
Assad opera all'interno di un sistema di potere in un’area del pianeta in cui si concentrano spinte violentissime: non ha accenti gandhiani. Ma non può essere certo rappresentato dalla narrazione falsa e indistinta che nasconde le guerre imperialistiche dietro un’inesistente lotta fra democrazie e dittature. Non dimentichiamo che la nostra bella democrazia in questi giorni parla di “tsunami umano” per descrivere l’impatto di poche migliaia di migranti, mentre la Siria, dopo l’invasione imperiale dell’Iraq, ha dovuto accogliere un milione e mezzo di rifugiati che scappavano dalla macelleria del paese confinante, riuscendo a reggere tutto sommato bene il carico. Immaginatevi, per fare le proporzioni, 4 milioni di magrebini che si fossero riversati in Italia. Assad vanta un consenso reale e una collocazione politica autenticamente indipendente, il che gli ha fatto scegliere le priorità nazionali con altro spirito rispetto agli altri paesi del mondo arabo. Leggendolo, si può cogliere la certezza che non rientrerà nello schema che ha abbattuto o indebolito i leader di altri paesi dell’area. L’evoluzione della Siria sarà diversa. Si può intuire tuttavia la sua preoccupazione per le pressioni mediatiche (cita molte volte le “Tv satellitari”), a riprova che i social network hanno sì un peso crescente, ma il vero tessuto mediatico ha il filo di Al Jazeera, e i potenti lo sanno. A questa preoccupazione si aggiunge il lamento per le trame di potenze vicine e lontane all’interno del suo paese: «Diranno che crediamo alle teorie della cospirazione. In realtà non c'è alcuna teoria della cospirazione. C'è una cospirazione.»
Nel suo discorso, tutto rivolto in chiave interna, Assad non nomina direttamente i nemici a livello internazionale, né nomina gli amici. Sceglie il basso profilo. Ma possiamo ritenere che Russia e Iran, per diverse ragioni, siano una presenza importante nella rete di relazioni che vorrà preservare la sovranità del regno di questo leader prudente e attento.


Discorso al Parlamento siriano del Presidente Bashar al-Assad: Mercoledì 30 marzo 2011

Traduzione per Megachip a cura di Simone Santini.

assadgreetingSignor Presidente dell'Assemblea, signore e signori, membri dell'Assemblea del Popolo,

è per me un grande piacere incontrarvi ancora una volta in questa illustre istituzione, per parlare della situazione che coinvolge il nostro Paese e tutta la regione e per rivolgermi, attraverso voi, a tutti i figli della Siria; la Siria, che è nel cuore di ognuno di noi, castello invincibile, con le sue glorie, con la sua gente, in ogni provincia, città, villaggio.
Mi rivolgo a voi mentre viviamo circostanze eccezionali, eventi le cui conseguenze mettono a dura prova la nostra unità e la nostra stessa sopravvivenza. Si tratta di una prova che si ripete ciclicamente a causa della congiura permanente contro questo paese. Grazie alla nostra volontà , ai nostri legami solidali, ed alla volontà di Dio, ogni volta riusciamo a farvi fronte in un modo che non fa che aumentare la nostra forza e orgoglio. Il popolo siriano ha conquistato il diritto di tenere alta la testa.
Vi parlo dal cuore con sentimenti di orgoglio per l'appartenenza a questo grande popolo, con la gratitudine per il vostro amore, ma parlo anche con sentimenti di tristezza e dolore per eventi che hanno causato la morte di nostri fratelli e figli. È mia responsabilità tutelare la sicurezza di questo Paese e garantirne la stabilità. Questo rimane il pensiero dominante nella mia mente, il sentimento nel mio cuore.
So che il popolo siriano attende da alcuni giorni questo discorso, ma io l'ho appositamente rinviato per ottenere un quadro più completo della situazione, o quanto meno delle sue linee essenziali, e in maniera tale da sgombrarlo di quella retorica emotiva che può tranquillizzare taluni ma che non avrebbe prodotto alcun cambiamento né impatto in un momento in cui i nostri nemici lavorano ogni giorno in maniera organizzata, sistematica e scientifica, al fine di minare la stabilità della Siria. Ci rendiamo conto che essi hanno agito in modo intelligente, utilizzando metodologie molto sofisticate per le loro azioni, ma allo stesso tempo vediamo la loro stupidità per aver scelto come obiettivo un paese e un popolo contro cui le loro manovre non possono avere successo. A voi diciamo: avete un'unica possibilità, imparate dai vostri fallimenti, mentre il popolo siriano non ha che da imparare dai suoi successi.
Tutti voi conoscete i rivolgimenti che si stanno producendo nella nostra regione da qualche mese. Si tratta di importanti cambiamenti che avranno ripercussioni in tutta l'area, senza eccezioni, tra i paesi arabi ma forse anche oltre. Questo ovviamente riguarda anche la Siria, perché la Siria è parte di questa regione.
Ma se vogliamo considerare quel che ci riguarda direttamente, rispetto a quanto è successo finora sul più ampio scenario arabo, possiamo dire che quanto accaduto rafforza la prospettiva della Siria, nel senso che il nostro paese esprime un consenso popolare. Quando c’è un simile consenso dovremmo esserne rassicurati, si possa essere poi d'accordo o meno su talune questioni. Ciò significa che questa condizione popolare araba, marginalizzata per tre o quattro decenni, è tornata ora al centro degli sviluppi nella nostra regione a conferma che i popoli arabi, anche se hanno provato ad addomesticarli, non sono stati domati.
Per quanto ci riguarda, voi sapete che nei miei discorsi ho fatto spesso riferimento alla piazza araba, al fatto che essa ci indica la direzione, ci illumina su cosa pensa la gente. Molti, nei media, hanno reagito a questo con cinismo, e molti politici mi guardavano con sorrisi beffardi quando usavo con loro queste espressioni, particolarmente durante incontri in momenti in cui la Siria si trovava sotto grande pressione, e loro venivano a propormi idee contrarie ai nostri interessi o mi inducevano a cospirare contro la Resistenza [in tale modo sono chiamate le fazioni in Libano o Palestina che si oppongono ad Israele, NdT] o contro altri paesi arabi. Quando le pressioni si facevano più forti, io usavo quelle espressioni per dire loro: anche se io, personalmente, accettassi queste proposte, la gente le rifiuterebbe, e a quel punto rifiuterebbero anche me, per me sarebbe un suicidio politico. E loro mi guardavano e sorridevano, senza credermi. Oggi, dopo questi eventi, ho avuto diversi incontri durante i quali ho ripetuto quelle stesse parole, ma adesso, loro, assentivano con la testa e mi davano ragione.
assad21Questo è molto importante. E dal momento che i popoli arabi rifiutano di essere addomesticati e il loro cuore rimane indomito, dobbiamo lavorare ancora più duramente per sanare le spaccature nel nostro mondo arabo, e particolarmente in questo momento di cambiamenti nella regione, determinandoci a raggiungere insieme gli obiettivi. Per alcune questioni di fondo che riguardano tutti noi, in quanto popoli arabi, in particolare la causa palestinese, riteniamo - e spero a ragione - che i cambiamenti attuali possano mutare anche il corso assunto dalla causa palestinese, almeno rispetto agli ultimi due o tre decenni, nel senso di un passaggio da una condizione in cui si fanno concessioni ad una in cui si partecipa a diritti. Dunque, riteniamo che quanto sta accadendo possa avere ricadute positive.
La Siria non è isolata rispetto a quanto sta accadendo nel mondo arabo. Noi siamo parte di questa regione. Noi la influenziamo e ne siamo a nostra volta influenzati, ma allo stesso tempo non siamo una copia di altri paesi. Nessun paese è esattamente come qualunque altro. Noi, in Siria, abbiamo caratteristiche che ci distinguono da tutti gli altri, dal punto di vista interno ed esterno.
Sul piano interno, le nostre politiche si basano sullo sviluppo, l'apertura, la comunicazione diretta tra me ed il popolo siriano. Sto parlando di principi generali senza riferirmi ad aspetti positivi o negativi o ad obiettivi che possiamo o no aver raggiunto. In linea di principio, questi sono i pilastri della nostra politica interna.
La nostra politica estera si basa sull'attaccamento ai nostri diritti nazionali e a quelli panarabi, sull'indipendenza, sul sostegno alla resistenza araba quando è in atto un’occupazione. Il legame tra politica interna ed estera è sempre stato il cittadino siriano. Quando il cittadino siriano non è più il cuore della politica interna ed estera, ci troviamo davanti a una deviazione, e diventa compito delle istituzioni del Paese correggere questa deviazione.
Il risultato lampante di queste politiche è stato un caso senza precedenti di unità nazionale che è stata la vera forza che ha protetto la Siria negli anni passati quando le pressioni si sono intensificate contro di noi. Grazie a questo risultato siamo stati in grado di smantellare le enormi minacce poste contro la politica siriana. Siamo stati in grado di mantenere il ruolo e la posizione centrale della Siria. Ma questo non ha dissuaso i nemici. Comincerò a parlare della cospirazione attuale, e poi mi sposterò sulla situazione interna, di modo che le stazioni televisive satellitari non potranno dire che il presidente siriano considera tutto quanto è successo un complotto straniero. Dobbiamo cominciare con gli elementi principali e poi effettuare i collegamenti.
Il mantenimento o rafforzamento del nostro ruolo [come Nazione], sulla scorta di principi rifiutati da altri, ha determinato i nemici a fare del loro meglio per indebolirci attraverso altri mezzi. Ho sempre messo in guardia rispetto alla gioia per le nostre vittorie, perché il successo conduce ad una sensazione di sicurezza e compiacimento. Quando sei nel mezzo di una battaglia, tu sai chi è il tuo nemico, ne conosci i piani. Ma quando è finita, non sai quello che il nemico sta preparando. Così, dopo ogni successo dobbiamo lavorare duramente per difendere la vittoria e proteggerci da ogni cospirazione che potrebbe covare contro di noi nel mondo esterno. E sono sicuro che voi tutti sapete che la Siria sta fronteggiando un grande complotto i cui tentacoli si estendono da alcuni paesi stranieri, vicini e lontani, nonché dall'interno. Un piano che ha sfruttato la tempistica, se non la forma, di ciò che sta accadendo in altri paesi arabi.
Oggi vanno di moda le cosiddette “rivoluzioni”. Noi non le chiamiamo così solo perché è diventato un luogo comune farlo. Secondo tali schemi, se qualcosa accade in Siria è a causa del contagio: siccome c'è una rivoluzione da qualche parte, allora c'è una rivoluzione anche qui; c'è un vento riformista altrove, allora c'è anche qui. Gli strumenti usati sono sempre gli stessi: slogan e vuote chiacchiere sulla libertà. Di conseguenza, se da noi ci sono richieste di riforme – e credo che tutti noi siamo chiamati alle riforme – rischiamo di accodarci allo schema dominante senza capire cosa sta realmente accadendo. Ecco perché sono stati ingannevolmente miscelati, in maniera davvero furba, tre elementi. So che questi argomenti sono conosciuti dalla maggior parte delle persone che ci ascoltano, e da voi che le rappresentate. Tuttavia, ne discuterò ancora una volta, al fine di armonizzare i nostri concetti sulla base delle informazioni finora disponibili. Ci possono essere poi elementi che saranno rivelati in seguito. Così, dicevo, hanno mescolato tre elementi: sedizione, riforme, necessità quotidiane. La maggior parte del popolo siriano fa appello alle riforme, e nessuno di voi [Onorevoli] le ostacola. La maggior parte del popolo siriano ha qualche bisogno insoddisfatto, e noi tutti siamo qui a discutere, criticare, confrontarci, perché non abbiamo ancora risolto molti dei bisogni del popolo siriano. Ma la sedizione si è infiltrata tra gli altri due fattori, ha iniziato a guidarli e a nascondersi sotto di essi. Questo è il motivo per cui sono state tratte facilmente in inganno molte persone che in principio hanno manifestato in assoluta buona fede. Non possiamo dire che tutti coloro che hanno manifestato sono cospiratori. Questo non è vero, e noi vogliamo essere chiari e realistici.
I congiurati sono un numero ristretto, questo è naturale. Anche noi, nel governo, non sapevamo, come chiunque altro, e non capivamo cosa stesse davvero accadendo finché gli atti di sabotaggio non hanno iniziato ad emergere. Le cose, poi, sarebbero diventate più chiare. Cosa c'entravano i sabotaggi con le riforme? Cosa c'entrano gli omicidi con le riforme? Alcune stazioni televisive satellitari hanno cominciato a parlare di attacchi contro alcuni edifici un'ora prima che ciò avvenisse effettivamente. Come hanno fatto a saperlo? Leggono nel futuro? Questo è accaduto più di una volta. Poi, le cose hanno cominciato a diventare più chiare. Diranno che crediamo alle teorie della cospirazione. In realtà non c'è alcuna teoria della cospirazione. C'è una cospirazione.
È stato difficile per noi reagire contro questa situazione, perché la gente è venuta a trovarsi in mezzo tra la lotta contro la sedizione e l'aspirazione alle riforme. In linea di principio, noi sosteniamo le riforme e veniamo incontro ai bisogni del popolo. Questo è il dovere dello Stato. Ma non possiamo sostenere la sedizione! Quando il popolo siriano, con il suo innato patriottismo, ha avuto consapevolezza di quanto stava accadendo, tutto è diventato più facile. E la risposta in realtà è venuta più dalla gente di quanto sia giunta dallo Stato. Come avete visto, lo Stato ha evitato di agire e ha lasciato che fosse il popolo a rispondere [si riferisce alle manifestazioni oceaniche a favore dell'unità nazionale il giorno precedente al discorso, NdT]. Questa è stata la risposta più sonora, pacifica e patriottica, che ha restaurato l'unità nazionale molto rapidamente in Siria.
Quella che vediamo oggi è una tappa, e non sappiamo se si tratta di un primo stadio o di una fase avanzata. Ma il risultato finale che vogliono ottenere per la Siria è di un indebolimento fino alla disintegrazione, perché così verrà rimosso l'ultimo ostacolo che si trova di fronte ai piani di Israele. Questo è ciò che dobbiamo aspettarci. Non soffermiamoci sui dettagli, dobbiamo sapere che loro continueranno ancora e ancora a ripetere i loro tentativi, in un modo o in un altro. Ogni tentativo farà tesoro del precedente e dal fallimento si svilupperà una nuova esperienza. Allo stesso modo, quando vinciamo noi dobbiamo costruire su questa esperienza.
Sono stato consigliato da più parti di non entrare nei dettagli e di rimanere sul generale, ma ogni aspetto sarà reso noto, come normale, al fine di essere pienamente trasparenti.
All'inizio hanno cominciato a sobillare e incitare, molte settimane prima che scoppiassero i disordini. Hanno usato le stazioni TV satellitari e internet, ma non ha ottenuto nulla. Quindi hanno usato la sedizione, iniziando a diffondere informazioni false, voci, immagini... tutto falso. Poi hanno iniziato ad utilizzare l'elemento confessionale. Venivano inviati SMS verso i membri di un gruppo confessionale avvertendoli che un altro stava per attaccarli. E per essere credibili, hanno mandato persone mascherate nei quartieri in cui convivono gruppi confessionali diversi per bussare alle porte delle persone e dire che gli altri avevano già attaccato ed erano in strada, al fine di ottenere una reazione. E per un po' ha funzionato. Ma siamo stati in grado di stroncare la sedizione sul nascere grazie all'incontro tra le guide delle comunità che hanno diffuso la verità. Alla fine hanno usato armi. Hanno iniziato ad uccidere persone a caso, perché sapevano che quando c'è il sangue diventa più difficile risolvere il problema.
Non abbiamo ancora scoperto l'intera struttura di questa cospirazione. Abbiamo scoperto una parte di essa, ma sappiamo che è altamente organizzata. Ci sono reti di sostegno in più di una provincia, legate ad alcuni paesi stranieri. Ci sono reti mediatiche, reti di falsificazione e gruppi di "testimoni oculari".
Hanno cominciato nel governatorato di Daraa. Alcuni dicono che Daraa è un governatorato di confine. Io dico che se Daraa è sui confini, è al tempo stesso nel cuore di ogni siriano. E anche se Daraa non è al centro della Siria, è il cuore pulsante della Siria e di tutti i siriani. Questo è Daraa, adesso. Daraa è in prima linea con il nemico israeliano, ed è la prima linea di difesa per l'entroterra. Daraa, al-Qunaitira, e parte delle zone rurali di Damasco difendono le altre parti della Siria che si trovano dietro.
Ora, nessuno può difendere la patria e allo stesso tempo cospirare contro di essa. Questo è impossibile e inaccettabile. La gente di Daraa non ha alcuna responsabilità per quanto accaduto, ma anche loro, insieme a noi, condividono la stessa responsabilità di porre fine alla sedizione. In questo, noi e tutta la popolazione siriana siamo con Daraa. Il popolo di Daraa è gente con un genuino patriottismo, dotata di magnanimità e dignità. Sono vittime di poche persone che hanno voluto spargere il caos e distruggere il tessuto nazionale.
I cospiratori hanno i loro piani anche per altri governatorati. Come sapete, si sono trasferiti a Latakia e in altre città, con le stesse tecniche: omicidi, intimidazioni, incitamento. C'erano chiare istruzioni di non colpire nessun cittadino siriano. Purtroppo, quando i fatti si svolgono sulla strada, e il confronto è fuori dalle istituzioni, gli avvenimenti divengono fatalmente caotici, azione e reazione diventano la regola. Quelli che potremmo chiamare errori, situazioni contingenti, diventano una dominante, e la gente viene uccisa. Questo è quello che è successo, come voi tutti sapete.
In ogni caso, il sangue che è stato versato sulle strade è sangue siriano, e questo riguarda tutti noi perché le vittime sono nostri fratelli e le loro famiglie sono le nostre famiglie. È importante ricercare le cause e i responsabili di questi eventi. Dobbiamo indagare e portarli in giudizio. Quanto accaduto, comunque, è stato per preservare l'unità nazionale e non dividere i siriani. È stato per il rafforzamento del paese, non per indebolirlo, per porre fine alla sedizione, non per lasciare che divampasse. Cerchiamo dunque di agire il più rapidamente possibile per curare le nostre ferite e ristabilire l'armonia nella nostra grande famiglia e fare in modo che l'amore continui ad essere il legame che ci unisce.
In parte, ciò che è successo oggi è simile a quanto accaduto nel 2005. È una guerra virtuale. Dissi all'epoca che volevano costringerci alla resa muovendo contro di noi una guerra virtuale che utilizza i mezzi di comunicazione e Internet, anche se Internet non era così diffuso come oggi. Hanno cercato di farci sentire soverchiati e che la nostra unica scelta fosse quella di arrenderci senza nemmeno combattere. Oggi il principio è lo stesso. Vogliono farci incorrere in una sconfitta virtuale, ma con metodi diversi. Vi è una certa fibrillazione nel Paese, per ragioni diverse, principalmente per la richiesta di riforme. Per mezzo del caos, usando il tema delle riforme come copertura, utilizzando il settarismo per aizzare gli uni contro gli altri, ecco che la guerra virtuale è stata realizzata in un'altra forma. Nel 2005 abbiamo scongiurato la sconfitta virtuale attraverso la consapevolezza popolare. Oggi le cose sono ovviamente più difficili, sia perché Internet è più diffuso, sia perché gli strumenti sono più moderni. Ma la coscienza popolare che abbiamo visto è stata sufficiente a reagire molto rapidamente. Nonostante ciò, sostengo che non dobbiamo sentirci appagati per quanto abbiamo ottenuto. Abbiamo bisogno di rafforzare questa coscienza nazionale patriottica, perché è la vera forza che protegge la Siria in ogni frangente.
Tuttavia, vi è una questione essenziale. Siamo di fronte a cambiamenti regionali che avanzano come un'onda, e dobbiamo capire come affrontarla, da che parte mettere la prua. Nonostante quello che abbiamo detto di positivo circa le caratteristiche di questa onda, dobbiamo farci guidare da essa o dobbiamo piuttosto guidarla? Quando l'onda ha toccato la Siria, la questione è diventata fonte di preoccupazione per tutti noi. Dobbiamo sfruttare l'energia dell'onda secondo i nostri interessi. Dovremmo essere proattivi piuttosto che reattivi.
Io uso questa energia per spingere verso quanto è stato annunciato nei giorni scorsi, dopo la riunione del Comando regionale del partito Ba'th, quando abbiamo annunciato aumenti di stipendio e discusso in merito alla legge sui partiti politici e sulla legislazione emergenziale [attualmente il multipartismo in Siria non è ammesso, mentre è in vigore dal 1963 una legge che ha instaurato uno stato d'emergenza, NdT].
Sto cercando di spiegare il nostro pensiero. Non sto illustrando cose nuove, ma voglio far capire cosa stiamo pensando così da armonizzare le nostre visioni. In questo modo, quando succede qualcosa e noi conseguentemente prendiamo una decisione, tutti possono capire come lo Stato intende procedere. Spesso ci sono difetti di comunicazione. Ci sono cose che non sappiamo come promuovere: magari pensiamo che siano buone cose e invece sono mal interpretate.
Ebbene, noi dobbiamo affrontare le riforme in risposta ai nostri problemi o per dare una risposta alla sedizione? Se non ci fosse stata la sedizione non avremmo intrapreso queste riforme? Se la risposta è sì, significa che lo Stato agisce in modo opportunistico, e questo è male. Se sosteniamo che queste decisioni sono state prese sotto la pressione di un determinato evento o in seguito alla pressione popolare, questa è debolezza. E credo che se il popolo spinge il governo in seguito al clima di pressione del momento, non fa che assecondare le pressioni esterne. Il principio è sbagliato. Il rapporto tra governo e popolo non può basarsi sulla pressione, bensì sulle esigenze e bisogni della società, che altro non sono che i diritti della società. È dovere dello Stato far fronte a tali esigenze. Quando le persone chiedono i loro diritti, è naturale che il governo debba rispondere a queste esigenze, e farlo felicemente, anche se non fosse in grado di soddisfarle. Perché tutto dipende dal tipo di relazione che esiste tra governo e popolo, l'unica vera pressione che un funzionario di governo dovrebbe sentire è la mancanza di fiducia della gente in lui, la pressione della responsabilità che ha verso il popolo. E la pressione più grande di tutte è quella della coscienza nazionale e patriottica che abbiamo visto [in questi giorni]. È stata senza precedenti, e ogni volta ci sorprende di più. Sono questo genere di pressioni che ci costringono a pensare a come poter mostrare la nostra gratitudine a questo popolo, fornendo sviluppo, riforme, prosperità.
Le riforme annunciate giovedì scorso non sono una novità, erano decisioni della Conferenza regionale del partito Ba'th, già nel 2005. E c'erano due motivi per questo: uno è che il contenuto delle decisioni non è legato alla crisi, è legato al nostro bisogno di riforme. Quando abbiamo proposto queste idee nel 2005 non vi era alcuna pressione sulla Siria. Un anno prima, nel 2004, al vertice di Tunisi, che è stato il primo vertice arabo dopo l'invasione dell'Iraq, vigeva una condizione di collasso e sottomissione all'America. Gli Stati Uniti volevano imporci riforme e democrazia. Noi ci siamo opposti a questo progetto, al vertice arabo, ed è fallito.
Quando abbiamo proposto le riforme nel 2005, esse provenivano dai nostri bisogni reali e non erano dettate sotto pressione esterna. Quelle pressioni non avevano nulla a che vedere coi nostri interessi, ma con la resistenza, con l'Iraq, e con questioni di politica estera. Prima ho parlato dei tre elementi: sedizione, riforme, bisogni della gente. Penso che ciò che era necessario per porre fine alla sedizione fosse solo la consapevolezza popolare. Quanto alle riforme, esse sono già state avviate. Certo, ci sono stati ritardi, ma se ci sono ritardi vuol dire che sono effettivamente iniziate! Le riforme non hanno l'obiettivo di combattere la sedizione, perché il loro impatto è solitamente di lungo termine. Alcuni dicono che il governo ha fatto promesse a cui non sono seguiti fatti. Per rispondere a questo devo riassumere brevemente il processo di riforma dal 2000.
All'epoca illustrammo il piano a grandi linee, il quadro di tali riforme non era stato ancora definito. Appena due mesi dopo il mio discorso è scoppiata l'Intifada ed è cominciata la cospirazione contro la Resistenza, le pressioni hanno iniziato a montare. Poi ci fu l'11 settembre. L'Islam, i musulmani, gli arabi, eravamo tutti sotto accusa. Ci fu l'occupazione dell'Afghanistan e poi dell'Iraq, e alla Siria toccò pagare un prezzo per la sua posizione contro le invasioni.
Tutti sapete cosa è successo in Libano nel 2005 [in seguito all'omicidio dell'ex premier Rafiq Hariri, attribuito inizialmente alla Siria, e alla Rivoluzione dei Cedri, il contingente militare siriano si ritirò dal Libano, NdT] e poi la guerra del 2006 [guerra dei trentatré giorni tra Israele e Libano, NdT] e le sue ripercussioni, e la guerra contro Gaza alla fine del 2008. L'intero periodo è stato una sequela continua di pressioni. A questo si sono aggiunti i problemi che abbiamo avuto con i quattro anni di siccità che hanno danneggiato il nostro programma economico. Tutto ciò ha provocato un mutamento di priorità, e questo è un fattore importante. Ne ho parlato in più di una intervista, ne ho parlato con i media stranieri. Ho detto che questi eventi hanno cambiato le nostre priorità. Non mi sto giustificando, sto semplicemente spiegando i fatti e separando i dati soggettivi da quelli oggettivi. Quando parlo della siccità, voglio intendere che su quella non potevamo, come governo, farci nulla, ma ovviamente ciò non significa che non potevano essere adottate misure per migliorare l'economia. Quanti nel 2000 avevano dieci anni ora sono ventenni, ed è giusto che i giovani abbiano piena cognizione di questi fatti.
La massima priorità era diventata la stabilità della Siria, e ora siamo in una fase in cui possiamo apprezzare questa stabilità. L'altra massima priorità era legata alle condizioni di vita. Mi capita di incontrare molte persone, e il novantanove per cento delle conversazioni ruota attorno alle condizioni di vita. Ovviamente ci sono anche altre lamentele, ma le condizioni di vita rimangono l'elemento principale.
Questo non giustifica i ritardi su altre questioni, ma di fatto non abbiamo potuto concentrare i nostri sforzi su questioni politiche come la legge sullo stato d'emergenza o la legge sul multipartitismo. La ragione è che quando è in gioco la vita delle persone, non ci possono essere rinvii. Possiamo rimandare un proclama di partito per mesi o anche anni, ma non possiamo rimandare il cibo a colazione per i bambini. Possiamo rimandare taluni problemi che gravano sulla popolazione a causa della legislazione emergenziale o di altre misure giuridiche o amministrative, ma non possiamo protrarre qualcosa che causi sofferenze a un bambino quando i genitori non hanno abbastanza soldi per curarlo o perché il governo non dispone dei medicinali che gli servono. Questo è ciò a cui dobbiamo far fronte quotidianamente, e che anche voi membri dell'Assemblea del Popolo dovete affrontare.
Quindi è stato un problema di priorità. Nel periodo 2009-2010 le cose sono migliorate ed è stato possibile introdurre alcune di queste riforme. Per quanto riguarda la legge sul multipartitismo, il Comando regionale ha effettivamente elaborato una legge, ma non l'abbiamo ancora discussa. Ci sono stati ritardi, e lasceremo che su questo giudichi la gente. Ma se non avessimo voluto fare queste riforme, non ce ne saremmo presi carico nel 2005. Le cose possono procedere in ritardo a causa della burocrazia, di negligenze, o per altre ragioni. Siamo tutti parte di questo popolo e sappiamo come stanno le cose. È importante però spiegare a che punto siamo e conoscere il contenuto delle riforme. Ora c'è una nuova Assemblea del Popolo e nel prossimo futuro ci saranno nuove amministrazioni locali. Ci sarà presto un nuovo governo e una nuova Conferenza regionale. Quindi in questo 2011 vedremo nuova linfa e progrediremo verso un nuovo stadio. Abbiamo rinviato la Conferenza regionale proprio perché sapevamo di dover tenere conto di questi cambiamenti e avremmo potuto così presentarli alla Conferenza con nuova linfa in tutti i settori. Quello che voglio dire è che la riforma per noi non è una moda. Non è un riflesso di questa onda che sta investendo la regione. È quanto ho detto anche nella mia intervista al «Wall Street Journal» due mesi fa, quando i primi sommovimenti stavano cominciando in Egitto. Mi hanno chiesto: «Ha intenzione di introdurre riforme?». Ho risposto che «se non fossero già iniziate, e non avessimo già un programma pianificato, ormai sarebbe stato troppo tardi e non ci sarebbe stato motivo di sprecare il nostro tempo».
Molti funzionari, in particolare funzionari stranieri, sostengono che, sì, il presidente è un riformatore, ma quelli intorno a lui cercano di ostacolarlo. Dico loro che, al contrario, la gente intorno a me spinge fortemente per queste riforme. Quello che voglio dire è che non ci sono ostacoli, ci sono solo ritardi. Nessuno si oppone alle riforme, e chi si opponeva lo ha fatto per tornaconto personale e perché corrotto. Erano pochi e sono stati allontanati. La vera sfida è sul tipo di riforma che vogliamo. Questo è il motivo per cui dobbiamo evitare di intraprendere un processo di riforma col condizionamento di circostanze momentanee, altrimenti avremo risultati controproducenti.
Negli ultimi dieci anni abbiamo parlato di riforme, e la nostra riforma odierna dovrebbe da un lato riflettere gli ultimi dieci anni ma valere per i prossimi dieci. E non so se dovremmo stare troppo a pensare se questa onda ha cause maggiormente interne o esterne. Questo è il nostro pensiero. Potrebbero intervenire cambiamenti tali da rallentare la riforma, o accelerarla, oppure cambiare la sua direzione. Dovremo fare tesoro delle esperienze di altri paesi. La Tunisia, ad esempio, è stata molto istruttiva per noi, più dell'Egitto, e abbiamo inviato esperti per studiare quel modello e trarne insegnamenti. Quando la rivoluzione è iniziata, ci siamo resi conto che molte delle cause riguardavano il modo in cui la ricchezza veniva distribuita, non solo in termini di corruzione, ma anche in termini di distribuzione geografica. Questo è qualcosa che abbiamo cercato di evitare, e anche in futuro saremo chiamati ad una equa distribuzione dello sviluppo in Siria. In linea di principio, se non ci sarà una riforma questo avrà effetti distruttivi per l'intero paese, ma la sfida principale sarà capire di che tipo di riforma abbiamo bisogno, e ci sarà bisogno dell'impegno e intelligenza di tutti i siriani quando a breve cominceremo a discutere le leggi proposte.
Le misure annunciate giovedì scorso non hanno preso avvio dalla piazza, perché, come ho detto, il Comando regionale aveva già elaborato progetti sulla legge emergenziale e sul multipartitismo più di un anno fa. Ma ci sono altri progetti di legge che saranno discussi pubblicamente e poi passeranno al vaglio delle istituzioni competenti prima di essere approvati. Ci sono altre misure che non sono state annunciate giovedì: alcune di esse riguardano il rafforzamento dell'unità nazionale e altre sono relative alla lotta contro la corruzione, ai media e alla creazione di posti di lavoro. Questi provvedimenti verranno annunciati dopo che saranno stati attentamente approfonditi. Il precedente governo aveva iniziato a studiare questi temi e saranno una priorità per il nuovo. Ad esempio, gli aumenti salariali sono stati discussi durante un incontro con il team economico. Ho guidato quella riunione e abbiamo discusso tutto un pacchetto di provvedimenti economici, ma al momento solo la decisione sugli stipendi è stata presa. Altro seguirà.
A proposito di questo e dell'aumento agli stipendi di circa millecinquecento lire siriane, il governo aveva ricevuto delle richieste in tal senso che ha deciso di soddisfare. Circa un'ora fa ho ricevuto il provvedimento che ha definito la questione. Dobbiamo dare credito al governo per il lavoro fatto, di sua iniziativa, senza rispondere alle istruzioni di nessuno. Volevo solo che fosse chiaro ai cittadini siriani.
Spero che saremo in grado, nel corso del prossimo mese, di individuare le misure ulteriori che devono essere prese. E io vi chiederò [Onorevoli] un calendario per ogni misura. Sicuramente sia l'attuale Assemblea popolare che la prossima farà in modo di calendarizzare ogni provvedimento, perché ciò contribuirà a regolamentare il lavoro. Alcune persone mi chiedono di fissare una scadenza per i lavori dell'Assemblea del Popolo, ma su questo tema penso che prevedere un lasso di tempo determinato sia una questione puramente tecnica. Potrebbe essere fissato un tempo più breve di quanto sia necessario e in questi casi correre contro il tempo influisce sulla qualità. Credo che il nostro dovere sia fornire al popolo siriano le risposte migliori, non le più veloci. Vogliamo procedere rapidamente, certo, ma non per questo essere frettolosi. In ogni caso, sono sicuro che ci sarà qualche canale televisivo via satellite che dirà che tutto ciò non è sufficiente. “Sufficiente” per loro è solo distruggere il nostro paese e noi, semplicemente, questo non lo possiamo permettere. A proposito, non siate arrabbiati per quello che alcune emittenti televisive hanno fatto, perché alla fine sono sempre loro stessi a cadere nella trappola che hanno cercato di fabbricare contro di noi e il popolo siriano. Sono seguaci della menzogna al punto che finiscono per credere alle loro stesse menzogne e a cadere nelle loro stesse trappole.
Fratelli e sorelle, può darsi che non tutto il male venga per nuocere. Ma siamo esseri umani e di certo non ci può piacere quello che è successo. Non ci può piacere la sedizione, non le uccisioni, non lo stato di tensione. Ma le crisi possono essere una condizione positiva se saremo in grado di controllarle e uscirne vittoriosi. Il segreto della forza della Siria risiede nelle molte crisi che ha affrontato nel corso della sua storia, in particolare dopo l'indipendenza. Dobbiamo affrontare la crisi con grande fiducia e con la determinazione a vincere. Anche la preoccupazione potrebbe essere una condizione positiva se ci spinge ad andare avanti piuttosto che scappare perché quando avanziamo ci muoviamo con fiducia, mentre quando scappiamo rischiamo di inciampare e cadere. In tempo di crisi molte persone si affidano ad una soluzione, qualunque sia, mentre in realtà è meglio non avere alcuna soluzione se non si trova quella giusta. Questa è una delle lezioni che abbiamo imparato da queste crisi.
Abbattere la sedizione è un dovere nazionale, morale e religioso, e tutti coloro che possono essere parte della soluzione non possono sostenere il problema. Il Sacro Corano dice: «La sedizione è peggio dell'omicidio», così tutti coloro che volontariamente o involontariamente vi contribuiscono, si rendono complici dell'uccisione della Patria. Non c'è spazio alcuno per il compromesso o per evitare di schierarsi. La posta in gioco è la Patria. È in atto una grande cospirazione. Non siamo in cerca di battaglie. Il popolo siriano è pacifico, ama gli altri, tuttavia mai ha esitato nella difesa delle proprie cause, interessi e principi. E se saremo costretti alla battaglia, così sia.
Ricordate l'espressione “effetto domino" utilizzata dopo l'invasione dell'Iraq? Gli Stati Uniti pensavano, sotto la precedente amministrazione, che i paesi arabi fossero come tessere di un domino, per cui i piani prevedevano di colpirne uno e tutti gli altri sarebbero caduti in successione. Quello che è successo è stato l'esatto contrario: erano i loro piani ad essere come tessere di un domino, ne abbiamo colpito uno e hanno cominciato a cadere uno dopo l'altro. Questo accadrà di nuovo.
Dal momento che alcune persone hanno la memoria corta, gliela voglio rinfrescare ancora una volta dicendo che NON tutto ciò che sta accadendo è una cospirazione, li vedo appostati nei loro studi pronti a sparare commenti.
Quanto a voi, figli di questa grande Nazione, l'amore per il paese che esprimete giorno dopo giorno e più che mai in tempo di crisi, e che in modo particolare avete espresso ieri con manifestazioni di massa senza precedenti in tutto il paese, mi dà più fiducia e determinazione.
La vostra solidarietà e unità nella lotta contro la sedizione mi rassicura sul futuro e poiché negli slogan che avete scandito avete espresso la disponibilità a sacrificarvi per il vostro presidente, vi dico che la cosa più naturale è che sia il presidente a sacrificarsi per il suo popolo e la patria. Io sarò il fedele fratello e compagno che cammina a fianco del suo popolo e lo condurrà a costruire la Siria che amiamo, la Siria di cui siamo orgogliosi, la Siria invincibile per i suoi nemici.

Grazie mille

Fonte: http://sana.sy/eng/21/2011/03/30/339334.htm.