19 luglio 2016
L'Antiatatürk
I contorni dell’operazione di Recep Tayyip Erdoğan
stanno diventando più chiari di ora in ora.
Prima ha licenziato e arrestato migliaia di
soldati. Poi migliaia di magistrati. Poi la totalità dei presidi e rettori
dell’intero sistema educativo e accademico.
Sta cioè liquidando in pochi giorni
un’intera classe dirigente ancora organica al sistema di valori di quella
Turchia modellata quasi un secolo fa da Mustafa Kemal Atatürk. Non solo i
vertici, ma tutti i quadri direttivi.
Sta demolendo tutto il lascito della
Repubblica laica per sostituirlo con un nuovo tipo di forze armate, nuovi
codici civili e penali, nuovi valori fondanti dominati da un blocco islamista
cui si è appoggiato per vincere la prova del colpo di Stato.
Altro che contro-golpe. Siamo di fronte
all’Antiatatürk.
La società turca entra in una “terra
incognita”, e alle porte dell’Europa (e dell’Asia) assisteremo a tensioni nuove
e fortissime.
Etichette:
Asia,
Ataturk,
Erdogan,
Erdoğan,
Europa,
golpe,
golpe turco,
Medio Oriente,
Mustafa Kemal,
Turchia
16 luglio 2016
Golpe in Turchia. Tutto previsto, o quasi
Il confuso colpo di Stato in Turchia non ci sorprende. È finito un ciclo storico di cui molti osservatori hanno avvertito per tempo la resa dei conti.
di Pino Cabras.
da Megachip.
CON AGGIORNAMENTO
Il golpe
in corso in Turchia non ci sorprende. Un anno fa ospitammo su queste
pagine un articolo profetico di Thierry Meyssan, intitolato “Turchia in pericolo”, che prediceva un’imminente guerra
civile causata dai disastri e le convulsioni cui Recep Tayyip Erdoğan
aveva sottoposto questo paese chiave della NATO, per non parlare dei
contraccolpi derivanti dal suo ruolo più criminale, quello di coordinatore del
terrorismo jihadista che insanguina Siria e Iraq. Sempre Meyssan annunciava in
un altro articolo: “Verso la fine del sistema Erdoğan”. Qualunque sia l’esito
finale del colpo di Stato, possiamo già dire che siamo al termine di tutti gli
equilibri turchi degli ultimi 15 anni, sintetizzati via via in un regime
personale sempre più repressivo, triplogiochista, antidemocratico. Sia che Erdoğan
venga rovesciato, sia che riprenda il comando, a chi prenderà in mano il
comando rimarrà un paese diviso, con le istituzioni umiliate dalla diffidenza,
l’assenza di un progetto convincente in mezzo a una situazione internazionale
esplosiva.
Un altro
articolo interessante è stato scritto da Luisanna Deiana su SpondaSud il 13 aprile 2016, che
riproponiamo qui di seguito. In esso si fa notare come le voci di golpe
circolassero con la forza di un avvertimento potente anche negli organi d’informazione
dell’establishment statunitense, ormai stanco delle capriole del Sultano di
Ankara. Colpisce come l’avventura di Erdoğan, nata sotto lo slogan “zero
problemi con i vicini”, si sia rovesciata nel suo opposto, con la Turchia che mano
a mano accendeva focolai di guerra in diversi paesi, fino a ritrovarsi però con
mille problemi in casa propria, a partire dal riesplodere della questione curda
e sull’orlo di una guerra civile, con tanto di scontro implacabile con la rete
dell’ormai arci-nemico Fethullah Gulen.
Vi anticipiamo
– dell’articolo che leggerete – la frase solenne che il comunicato dello Stato
Maggiore delle forze armate opponeva alle voci di golpe: «Disciplina
e obbedienza incondizionata sono alla base delle forze armate turche. Non verrà
fatta alcuna concessione a catene di comando illegali ed estranee alla
gerarchia militare istituzionale».
È andata un
po’ diversamente, ed era prevedibile. La Storia europea - tra Brexit, crisi
europea, terrorismo in Francia, provocazioni antirusse della NATO e veloci contorcimenti
militari, come il golpe turco - riprende a correre, chissà verso dove. Le
scuse di Erdoğan a Putin per l'abbattimento dell'aereo militare russo in Siria e
la sua ripresa di un dialogo con Mosca sono arrivate tardi. Di certo non sono piaciute ai padroni della NATO.
Buona
lettura.
Al rischio golpe
contro Erdoğan, segue il disgelo tra Turchia e Israele
di Luisanna Deiana, SpondaSud, 13 aprile 2016.
Le voci di un probabile colpo di stato
militare in Turchia contro l’attuale presidente Recep Tayyip Erdoğan si sono
susseguite in modo frenetico sulla stampa internazionale fino all’attentato del
31 marzo scorso a Diyarbakir, città della Turchia sudorientale a maggioranza
curda, nel quale sono morti 7 militari delle forze speciali e altri 27
sarebbero rimasti feriti. L’origine militare dell’attentato è stata
immediatamente smentita dalle Forze Armate di Ankara che hanno ribadito la loro
fedeltà alle linee di comando presidenziali.
Guerra psicologica o pura finzione, il risalto dato alla notizia a
livello internazionale ha costretto lo Stato Maggiore turco a smentire in modo
categorico l’ipotesi di un colpo di stato militare. Nella dichiarazione
pubblicata sul sito internet delle Forze Armate si legge: «Disciplina e obbedienza incondizionata
sono alla base delle forze armate turche. Non verrà fatta alcuna concessione a
catene di comando illegali ed estranee alla gerarchia militare istituzionale».
La precisazione è insolita e va
analizzata considerando il ruolo delle forze armate nella recente storia turca.
L’esercito, che rappresenta il contingente NATO più numeroso dopo quello
americano, ha avuto un ruolo determinante nella storia del paese attuando
quattro golpe nel 1960, 1971, 1980 e nel 1997 con la destituzione del Governo
Erbakan di ispirazione filoislamica e maestro di Erdoğan. I militari si
considerano infatti i guardiani del principio di laicità del fondatore della
Turchia moderna Atatürk e godono di un grosso sostegno presso l’opinione pubblica.
Oltre alla manipolazione della notizia da parte dei media occidentali, sui
settori militari turchi, incombe l’influenza del magnate e imam Fethullah Gülen,
in esilio negli USA dal 1999, ex alleato e ora nemico giurato di Erdoğan.
La campagna mediatica anti-Erdoğan portata avanti per settimane dalla
stampa americana si è focalizzata sull’ipotesi di un prossimo colpo di stato in
Turchia, tanto che il 24 marzo la rivista Newsweek ha pubblicato un esplicito
articolo dell’ex funzionario della Difesa Usa, Michael Rubin, intitolato «Ci
sarà un golpe in Turchia contro Erdoğan?». Che i media americani stiano
cavalcando il gelo profondo nelle relazioni tra USA e Turchia seguito
all’abbattimento di un jet russo da parte di un F-16 turco lo scorso novembre,
trova conferma nel rifiuto del presidente americano Barack Obama di incontrare
il premier turco a margine del vertice sulla sicurezza nucleare, tenuto a
Washington dal 31 marzo al primo aprile. Sempre a fine marzo il Pentagono ha
inoltre dato ordine alle famiglie di diplomatici e militari americani di
lasciare il sud della Turchia a causa di “crescenti minacce da parte di gruppi
terroristici”.
Anche in Europa non sono mancate le
occasioni per ridimensionare il ruolo del “califfo” Erdoğan. In Germania il
presidente turco è stato pesantemente ridicolizzato con un videoclip mandato in
onda dal programma satirico Extra 3, trasmesso sul canale nazionale NDR, che ha
preso di mira le sue presunte spese stravaganti e la violenta repressione delle
libertà civili. Immediata la protesta di Ankara che ha chiesto di cancellare il
video dalla programmazione del palinsesto. Altro episodio che ha screditato
Erdoğan a livello internazionale è stato il tentativo di partecipazione dei
diplomatici europei alla prima udienza, tenuta il 25 marzo a Istanbul, del
processo contro due giornalisti turchi del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, Can Dundar ed Erdem Gul,
accusati di spionaggio e divulgazione di informazioni riservate e propaganda a
favore di organizzazione terroristica. L’udienza si è poi svolta a porte chiuse
per ragioni di “sicurezza nazionale”.
Nella guerra di nervi tra Turchia e
Usa si scorge
uno scenario ben più ampio della crisi siriana: la cooperazione turca con la
Cina, il rischio di un riavvicinamento all’Iran, il rifiuto di identificarsi
con la strategia di contenimento degli Stati Uniti, il crescente disinteresse
per il processo di adesione all’UE e il sostegno dato ad Hamas e ai Fratelli
Musulmani sono elementi sintomatici di un problema ben più grande, vale a dire
il tentativo della
Turchia di condurre in autonomia scelte di politica estera pur essendo un paese
della NATO. Il modello di “leader musulmano moderato che
avrebbe colmato il divario tra Oriente e Occidente” identificato da Obama in
Erdoğan nel 2010 si è rivelato fallimentare e contrario alle aspettative
americane.
Ad offrire una via d’uscita al sempre
più isolato Erdoğan, il giorno dopo l’attentato di Istanbul del 19 marzo, è
accorso il direttore generale del Ministero degli Esteri israeliano Dore Gold
che si è recato in Turchia per incontrare il
sottosegretario agli Esteri Feridun Sinirlioğlu, responsabile per la
normalizzazione dei rapporti tra Ankara e Gerusalemme. Quella di Gold è la prima visita di un
diplomatico israeliano di alto livello in Turchia dopo l’incidente della Freedom Flotilla del
2010.
Se infatti la Turchia resta strategica per gli USA in quanto unico alleato NATO
confinante con Siria e Iraq e risulta quindi fondamentale per contenere i costi
connessi alla logistica operativa negli sforzi di guerra in Medio Oriente, è
evidente che i ripetuti avvertimenti inviati a Erdoğan non lasciano spazio a
nuove iniziative turche fuori dalla programmazione americana.
Il disgelo tra Israele e Turchia
annunciato l’11 aprile dagli organi ufficiali israeliani palesa il nuovo orientamento che la
Turchia intende seguire nella gestione delle vicende medio-orientali.
Isolata dalla Russia e ai ferri corti
con gli USA che hanno appoggiato l’indipendentismo dei curdi siriani, la
Turchia riconciliata con Israele potrà usufruire di una tecnologia militare
d’avanguardia, rafforzando il suo ruolo internazionale soprattutto con l’Unione
europea, e si renderà indipendente dalle forniture energetiche russe,
usufruendo del gas che Israele si prepara a estrarre da enormi giacimenti
sottomarini.
Il nodo centrale del riavvicinamento
turco-israeliano si gioca sugli aiuti umanitari che i turchi vorrebbero
continuare a portare a Gaza.
La soluzione israeliana prevede che la Turchia prenda le distanze da Hamas e
che i carichi di rifornimenti diretti a Gaza siano controllati sulle
piattaforme israeliane in alto mare.
Sullo sfondo delle rinate relazioni tra
Turchia e Israele, si muovono i sunniti dell’Arabia Saudita che vedono negli
israeliani un importante alleato contro un nemico comune, quell’Iran che
americani e europei hanno riabilitato a livello internazionale. Nonostante la
fine delle sanzioni, a Riyad resta alta la guardia contro il pericolo iraniano
ritenuto responsabile di alimentare la ribellione nel mondo sunnita.
Fonte:
http://spondasud.it/2016/04/al-rischio-golpe-erdogan-segue-disgelo-turchia-israele-11014
AGGIORNAMENTO DEL 16 LUGLIO 2016, ORE 8:00
Il golpe è fallito. Andate in pace
AGGIORNAMENTO DEL 16 LUGLIO 2016, ORE 8:00
Il golpe è fallito. Andate in pace
Etichette:
colpo di stato,
Erdogan,
Europa,
golpe,
guerra civile,
guerra siriana,
NATO,
Russia,
Siria,
terrorismo,
Turchia,
USA
7 luglio 2016
Tony Blair a George W. Bush: 'Io sarò con te, in qualsiasi caso'
Sta tutto qui: 12 volumi, 2,6 milioni di
parole (quasi quattro volte e mezzo Guerra
e Pace), sette anni di lavoro, comprese le analisi di 150.000 documenti del
governo britannico.
Presieduta da Sir John Chilcot, un ex assiduo frequentatore della Whitehall, e
ufficialmente conosciuta come “the Iraq Inquiry” (“l’Inchiesta sull’Iraq”, ndt) questa indagine
proustiana presumibilmente esplora ogni anfratto della fase di
preparazione da parte del Regno Unito in vista dell’invasione e dell'occupazione
dell'Iraq, così come le sue conseguenze.
Andiamo al sodo. Questo non è affatto un
insabbiamento da parte dell’establishment britannico; è in realtà un documento molto
più forte di quanto molti analisti si aspettassero.
Le anticipazioni trapelate avevano lasciato
intendere che la colpa sarebbe stata ripartita fra pochissime figure
dell’apparato politico-militare e dell’intelligence del Regno Unito, e davvero si
dà il caso.
Le domande chiave sono note a tutti.
- Tony Blair ha mentito circa la necessità di andare in
guerra?
- La guerra era legale?
- La guerra ha reso -
come Blair a gran voce prometteva - la Gran Bretagna "più
sicura"?
- Che cosa ha promesso
Blair a George W. Bush?
- Ha mentito su quelle inesistenti armi di distruzione di massa?
- L’intelligence dell’MI6 è stata compromessa?
- I militari britannici non sono stati
capaci di resistere alle pressioni
di Blair?
Ci vorranno giorni per districarsi attraverso
l'intero rapporto. Ma basandoci sulla stessa dichiarazione iniziale di Chilcot, alcune conclusioni sono assolutamente drastiche.
Non
c'era "alcun bisogno" di
andare in guerra nel marzo 2003. Tutte le decisioni sono
state prese "sulla base di
informazioni e valutazioni viziate".
Il governo britannico non discusse le molte
possibili opzioni militari né le loro implicazioni.
Il governo britannico – in quale miraggio
da Alice nel paese delle meraviglie viveva? – credeva che l’amministrazione
post-invasione sarebbe stata guidata dall’ONU, mica controllata dai neocon del regime Cheney.
E poi c’è questa affermazione sbalorditiva:
Tony Blair "sopravvalutò la propria
capacità" di influenzare le decisioni USA in Iraq.
E ancora, l'ormai famoso memorandum Blair all’indirizzo
di Bush nel luglio del 2002, trascritto dalla relazione, ha reso tutto chiaro: "Io sarò con te, in qualsiasi caso".
Blair era un semplice gregario, non un pilota.
Il rapporto affresca ciò che può essere qualificato
solo come la scuola di intelligence dei
Tre Marmittoni. Particolarmente responsabili della débâcle sono Sir John
Scarlett, presidente del Joint Intelligence Committee,
che si basava essenzialmente sull’MI6; e poi il capo dell’MI6 sir Richard Dearlove. Non solo il loro
materiale di intelligence era difettoso; noi, da giornalisti indipendenti, sapevamo già dall’estate del 2002 (ho
passato un mese girando tutto l'Iraq nella primavera del 2002) che ovunque le armi
di distruzione di massa da trovare proprio non c'erano. Gli ispettori dell'ONU non telecomandati
dagli USA lo sapevano anche loro.
Così Blair non solo acquisì relazioni
d’intelligence dell’MI6 del tutto false, ma le espose al Parlamento britannico
con assoluta "certezza". Il
rapporto biasima l'intero apparato d’intelligence britannico per non aver cercato
di contenere Blair.
E c'è di peggio. Secondo il rapporto, il
governo britannico "rimproverava la
Francia per l’'impasse' all’ONU e dichiarava
che il governo del Regno Unito stava agendo per conto della comunità
internazionale al fine di 'sostenere l'autorità del Consiglio di Sicurezza'. In
assenza di una maggioranza a sostegno di un'azione militare, riteniamo che il
Regno Unito stesse in realtà minando l'autorità del Consiglio di Sicurezza
".
Non aspettatevi che una trama come questa sia
presentata nella prossima puntata della serie di James Bond.
Impegno per uccidere
un milione di persone
Niente di tutto questo è nuovo. Tutti noi -
che per tutto il 2002 e all'inizio del 2003 stavamo seguendo la rincorsa verso
l’inevitabile guerra in Iraq - sapevamo che Blair era il barboncino
della relazione speciale strategica,
necessario per conferire una patina di legittimità ai neocon del regime Cheney. Per quanto riguarda Blair, il rapporto
Chilcot rende ora chiaro che non gliene poteva fregare di meno del suo governo,
del Parlamento britannico né tantomeno del diritto internazionale. Il suo unico impegno di fedeltà ("Io sarò con te, in qualsiasi caso")
era quello nei confronti di George W.
Bush.
Il risultato, come pure sappiamo, va al di
là dello spaventoso. The Lancet, nel
2006, pubblicò la propria ricerca campione estesa - basata sui medici che
effettuavano indagini casa per casa in Iraq – che calcolava la strabiliante
cifra di 655.000 iracheni morti a causa della guerra.
Ancora più lancinante fu l’opera di un’organizzazione
basata in USA, Physicians
for Social Responsibility, (“medici per la responsabilità
sociale”, ndt), che nel 2105 giunse a
una cifra di 1 milione (5 per cento
della popolazione totale), che non includeva le morti tra i 3 milioni di
profughi.
Chilcot è stato attento a essere ponderato,
nell’affermare che "non siamo un
tribunale", a riprova del fatto che non disponeva di avvocati per
elaborare e redigere la relazione. Ma per quanto il rapporto non dichiari illegale
quella guerra, va poi a spingere a tavoletta, e apre alcune autostrade percorribili
da enormi problemi legali sulla via di
Tony Blair.
Ormai è più che evidente che il golpe interno laburista contro Jeremy
Corbyn è direttamente legato alla relazione Chilcot.
Corbyn - un attivista anti-guerra con un curriculum ineccepibile - disse l'anno
scorso che Blair avrebbe potuto affrontare un processo a L'Aia, qualora il
rapporto Chilcot lo avesse scoperto colpevole di aver lanciato una guerra
illegale. In veste di leader laburista, con piena immunità parlamentare, Corbyn sarebbe in grado di superare le
difese di Tony Blair, senza prestare il fianco all'intervento dell'esercito di
avvocati di cui dispone Blair.
Il golpe interno del Labour- orchestrato dai blairiani - avrebbe
dovuto raggiungere il culmine subito dopo il Brexit. Ecco come Blair avrebbe
scaraventato Corbyn sotto il bus. Rimosso dalla leadership, Corbyn sarebbe riuscito
a perseguire Blair soltanto nella veste di un qualsiasi peone del parlamento britannico. Così non avrebbe avuto abbastanza
forza.
Comunque ormai il momento propizio per fermare Corbyn è già trascorso. E
soprattutto, nei suoi dignitosi commenti in Parlamento sul rapporto, Corbyn ha
suggerito che la Camera dei Comuni dovrebbe agire contro Blair per averla traviata
nella rincorsa verso la guerra. Questo significa che Blair potrebbe essere
messo in stato d’accusa.
Tutte le
cose che Blair dirà a seguito del rapporto – ossia che la scissione fra
sunniti e sciiti in Iraq, uno dei fattori chiave dell’interminabile
carneficina, c’era già lì prima dell'invasione (falso, come ho visto con i miei
occhi nel 2002); che Iran e Al-Qa’ida hanno creato insicurezza in Iraq dopo
l'invasione (falso sull'Iran, mentre al-Qa’ida è stato effettivamente portato
in Iraq dal regime Cheney) – ebbene, queste cose saranno tutte, tutte quante, delle
bugie.
Allo stato attuale, Tony Blair
probabilmente eviterà un biglietto di
sola andata per l'Aia, ove dover subire un processo per i suoi crimini di guerra. Ma innumerevoli
persone in tutto il mondo possono sempre sognare una giustizia ironico-poetica: Blair il guerrafondaio britannico processato in un tribunale UE solo dopo il Brexit, poiché il ruolo
del Regno Unito di occupante da baraccone in Iraq si collega direttamente alla
fuga di una marea di persone che scappano dai jihadisti e configurano una crisi
dei rifugiati in Europa.
Versione italiana: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=126183&typeb=0&tony-blair-a-george-w-bush--io-saro-con-te-in-qualsiasi-caso-.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.
Etichette:
al-Qa'ida,
Blair,
Bush,
Cheney,
Corbyn,
crimini di guerra,
George W. Bush,
guerra irachena,
Iraq,
Jeremy Corbyn,
jihadisti,
Labour,
neocon,
Pepe Escobar,
Regno Unito,
Tony Blair,
USA
29 giugno 2016
Eurofalsità Post-Brexit
Siamo alle solite. Come tanti altri
quotidiani, la Repubblica manipola
fino alla falsificazione una notizia, per inserirla in una cornice che deve
confermare i luoghi comuni e le narrazioni di area piddina. Ieri centinaia di eurodeputati
hanno votato contro una risoluzione sostenuta da popolari, socialisti, liberali
e verdi, che intimava ai britannici di levare subito le tende dalla UE. Tra chi
si è opposto c’era, compattamente, tutta la sinistra che si riconosce nel
gruppo GUE/NGL (tra cui gli spagnoli di Podemos e i tedeschi della Linke, per
dire) e decine di esponenti del partito popolare, che si sono trovati a votare
assieme ad altre formazioni di opposizione anche di estrema destra. Chi
minimamente conosce la storia dei parlamenti sa che è una dinamica frequente e
normale, che non implica un’alleanza organica degli oppositori. Ognuno è contro
per ragioni sue.
Ebbene, la
Repubblica riduce tutto a una schermaglia in cui c’è il babau Nigel Farage e c’è il suo «grande
alleato», il M5S. Tanto è vero, dice l’articolista, che «tutti i deputati pentastellati
hanno votato con Farage». Notare la sottigliezza di quel “con”: si badi bene
che non hanno votato una risoluzione di Farage, ma una risoluzione presentata
dalla maggioranza, e hanno votato contro. Il cronista aggiunge: «Insieme a loro
Salvini, Le Pen e i conservatori inglesi». Nessuna menzione per gli altri,
nemmeno per il collega di Repubblica,
l’eurodeputato Curzio Maltese, che ha votato contro anche lui, come il suo
gruppo GUE. Anche lui, secondo questa logica, ha votato “con” Farage. Avremmo
diritto di saperlo, no?
Qualcuno obietterà: Il Movimento Cinque
Stelle e Farage fanno parte dello stesso gruppo nel Parlamento europeo, e
quindi sono culo e camicia. Obiezione respinta. In questi anni UKIP e M5S hanno
votato in modo difforme su un’infinità di materie, come se fossero due gruppi
parlamentari distinti. Il gruppo ufficiale è un contenitore senza il quale
sarebbero ingiustamente penalizzati nei lavori parlamentari. Possiamo criticarli
anche ferocemente per questa scelta, ma di fatto non sono alleati politici che
votano sempre insieme. Nella loro contrarietà alla maggioranza brussellese, in
questa specifica votazione, decine di formazioni politiche hanno portato
ciascuna le proprie ragioni differenziate. Anche M5S e UKIP hanno portato
ragioni molto diverse fra loro. Avremmo diritto di saperlo, no?
Nella coscienza degli elettori (e dei
lettori) tentati dalla fuga dai loro vecchi rifugi viene così depositato il
solito schema che assimila il mondo cinquestelle a una galassia fascistoide.
Non c’è posto per un resoconto più complesso e articolato, più onesto. Non c’è
posto per la verità.
Etichette:
Brexit,
Europa,
Europarlamento,
farage,
giornalismo,
informazione,
la Repubblica,
Linke,
M5S,
Podemos,
sinistra,
ukip
25 giugno 2016
Tra Europa e mare aperto, la Gran Bretagna ha scelto il mare aperto
#Brexit. Il voto britannico è una delle tante manifestazioni della grande crisi europea. Da un lato il colpo potrebbe essere riassorbito, dall’altro – poiché nulla sarà come prima – si aprono scenari inediti.
Fonte: http://www.pandoratv.it/?p=8919.
Etichette:
Brexit,
crisi europea,
espansione della NATO a est,
lavoro,
Pandora,
PandoraTV,
Pino Cabras,
Regno Unito,
UE
15 giugno 2016
Undici settembre, ha senso parlarne ancora?
di Riccardo Pizzirani.
Si avvicina il quindicesimo anniversario degli attacchi dell’undici settembre, ed il prevedibile picco d’interesse scatenerà la più banale e genuina delle domande: ha ancora senso continuare a parlare oggi di quei fatti?
da luogocomune.net.
Si avvicina il quindicesimo anniversario degli attacchi dell’undici settembre, ed il prevedibile picco d’interesse scatenerà la più banale e genuina delle domande: ha ancora senso continuare a parlare oggi di quei fatti?
Vediamo allora di colmare alcune delle lacune che i nostri media hanno lasciato, così da poter dare un efficace risposta a tale domanda.
A seguito degli attacchi dell’undici settembre il presidente Bush ha equiparato l’associazione terroristica Al Qaeda con una nazione nemica; questo ha permesso agli Stati Uniti di invocare l’articolo V del trattato della NATO (1), che afferma sostanzialmente che un attacco militare contro un membro della NATO è un attacco contro tutti, coinvolgendo gli alleati nelle azioni susseguenti.
Avendo ratificato quel trattato ed avendo accettato l’interpretazione statunitense e quella del Consiglio di Sicurezza ONU, la Repubblica Italiana è di fatto in stato di guerra contro Al Qaeda dall’undici settembre 2001.
La principale azione a cui abbiamo partecipato con la NATO è l’invasione, e la susseguente occupazione militare, della nazione dell’Afghanistan. Un paese piuttosto povero, martoriato dalle diverse occupazioni militari che ha subito nella sua storia recente, ultima delle quali da parte dell’Unione Sovietica, nazione che ha saputo allontanare proprio con l’aiuto delle milizie mujaheddin di quell’Osama Bin Laden che nel 2001 gli Stati Uniti d’America indicheranno come mandante degli attacchi che hanno subito.
Ma c’è anche una piccola ed importante digressione: nell’anno 2000, già liberi dall’occupazione russa, in Afghanistan sono saliti al potere i Talebani, che essendo dei fondamentalisti islamici compiranno tante azioni negative come distruggere statue e rappresentazioni di cultura millenaria afgana; tuttavia il gruppo si adopera anche per un’azione altrettanto positiva: distruggere le immense coltivazioni di oppio di cui la nazione è letteralmente ricoperta, in quanto l’uso di stupefacenti è contrario alla dottrina islamica.
L’oppio è l’ingrediente principale nella realizzazione dell’eroina, e come sappiamo la droga è in assoluto la merce a maggior rapporto di guadagno tra i costi di produzione e costi del prodotto finale: ai prezzi del 2002 stiamo parlando di 300$ spesi dal coltivatore per un kilogrammo di prodotto, che si traducono in 800$ come prezzo di vendita in Afghanistan, e che salgono fino a 16000$ nelle strade occidentali, ancor prima della conversione in eroina. (2)
Per capire appieno l’impatto delle azioni dei Talebani occorre anche ricordare che l’Afghanistan nel 2000 produceva tre quarti dell’intera produzione mondiale di oppio. (3)
Nel 2001, attraverso minacce, intimidazioni, e azioni dirette, i Talebani avevano ridotto la produzione di oppio in Afghanistan del 99%!
Quello che segue è un grafico tratto dallo studio sull’estensione in ettari dei campi dedicati alla produzione di oppio in Afghanistan, compiuto dall’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime - Ufficio droga e crimine delle Nazioni Unite) (4)
Poi nel 2002 la nazione è stata invasa dalla NATO, i talebani sono stati sostanzialmente sbaragliati, così come Al Qaeda, mentre si installava un nuovo governo delle tribu afgane ed è iniziata l’era dell’occupazione, che da noi si chiama “collaborazione”. E tutto è ripreso come e meglio di prima.
Vediamo allora il grafico completo, da cui è stato tratto il precedente:
La produzione di oppio è ripresa alla grande, e oggi, dopo 15 anni di presenza degli eserciti della NATO e con la piena collaborazione del compiacente governo locale, l’Afghanistan produce oltre il 90% dell’intera produzione mondiale di oppio.
I media Statunitensi, così attenti al rischio del terrorismo che proviene dall’Afghanistan, sono stati altrettanto disattenti riguardo gli altri rischi provenienti da quel paese, salvo poi stupirsi a cose fatte che l’utilizzo di eroina è tornato in auge negli Stati Uniti con quella che ora chiamano una “nuova epidemia di Eroina”: i dati ufficiali del CDC e della US Food and Drug Administration riportano un incremento del 90% nei casi di abuso o dipendenza dall’eroina nell’ultimo decennio. Le morti per overdose da eroina e oppiacei si sono quadruplicate tra il 2002 e il 2013, facendo (ad esempio) 8257 morti nel solo 2013.(5)
Questo mostra anche quanto fosse il reale interesse nel punire chi ha causato 4000 morti civili del 2001, quando la droga che riesce ad uscire dalla stessa nazione oggi ne causa più di 8000 all’anno.
Bene: i nostri soldati italiani sono lì, ora, in questo momento. E i fatti non cambiano semplicemente ignorandoli, negando lo stato di guerra, oppure chiamando un'occupazione militare “missione di pace”.
Ecco uno dei motivi per cui ha ancora senso oggi parlare di undici settembre.
Pure se uno dovesse credere a tutto il resto.
Riccardo Pizzirani (Sertes)
Fonti:
“Le Parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o nell'America settentrionale, costituirà un attacco verso tutte, e di conseguenza convengono che se tale attacco dovesse verificarsi, ognuna di esse, nell'esercizio del diritto di legittima difesa individuale o collettiva riconosciuto dall'art.51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l'azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l'impiego della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell'Atlantico settentrionale. Qualsiasi attacco armato siffatto, e tutte le misure prese in conseguenza di esso, verrà immediatamente segnalato al Consiglio di Sicurezza. Tali misure dovranno essere sospese non appena il Consiglio di Sicurezza avrà adottato le disposizioni necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali”
4 - https://www.unodc.org/documents/crop-monitoring/Afghanistan/Afg_Executive_summary_2015_final.pdf / http://www.latimes.com/science/sciencenow/la-sci-sn-heroin-use-rising-in-america-20150707-story.html
Tratto da: http://www.luogocomune.net/LC/index.php/24-11-settembre/4424-undici-settembre-ha-senso-parlarne-ancora
Etichette:
11 settembre 2001,
11/9,
Afghanistan,
droga,
Guerra in Afghanistan,
NATO,
oppio,
Riccardo Pizzirani,
taliban,
USA
7 giugno 2016
Il golpe di Hillary
Tecnicamente non è un colpo di Stato, certo, ma gli somiglia tanto.
Quel che si è compiuto in queste ore intorno alla candidatura di Hillary Clinton è abbastanza simile a quanto accade ovunque, nell’Occidente in crisi: le oligarchie hanno bisogno della cerimonia rassicurante e ratificante del voto, ma non vogliono che il suffragio popolare possa mai disturbare le loro decisioni.
Così non hanno aspettato che la California, il boccone più grosso del piatto elettorale delle primarie USA, potesse sconfiggere la sempre più traballante Hillary fiaccata dagli scandali, ed esprimere così una possibile alternativa nella persona del “socialista” Bernie Sanders.
Non volevano trovarsi in imbarazzo, con i cosiddetti “superdelegati” (i notabili di partito non espressi dal voto delle primarie) costretti a imporsi sulla volontà degli elettori solo a cose fatte, con un Sanders in grado di contestarli energicamente.
Perciò, le "cose fatte" le han volute fare loro: hanno proclamato la nomination in anticipo, hanno dettato la grande notizia al sistema mediatico mettendo a tacere il resto, e al diavolo gli elettori democratici.
Non c’è che dire, un bell’assaggio di quel che sarebbe una presidenza in mano alla candidata preferita da Wall Street e dai superfalchi neoconservatori.
In questo quadro il coro dei media occidentali non trova di meglio che esaltarsi per la “prima volta di una nomination di una donna”. C’è da capire la valenza del simbolo, ma Hillary non è un simbolo: è un individuo specifico, una personalità politica concretamente distinguibile per i suoi comportamenti, già sperimentata nel suo ruolo di Segretaria di Stato, quando ha preso decisioni politiche che hanno acceso nuove guerre. Il caos che ha voluto creare ha ucciso donne: innocenti e a migliaia. Potrebbero diventare milioni, se potesse applicare le sue idee sul Medio Oriente e sul rapporto fra Europa e Russia.
Iscriviti a:
Post (Atom)











