7 giugno 2016
Il golpe di Hillary
22 dicembre 2013
Breve elogio del complottismo
di Alfio Neri.
Oggi è di moda l’accusa di “complottismo”. D’altra parte come
possiamo pensare che chi stia al potere non dica il vero? Visto che
viviamo nel regno della libertà e della trasparenza, come possiamo
criticare le nostre fonti informative? Come possiamo pensare che
qualcosa di essenziale non ci sia stato detto? In tempi di mobilitazione
strategica lo stesso fatto di pensare criticamente è di per sé
eversivo. Il culmine della nostra libertà personale sembra sia accettare
che i mezzi di comunicazione ci liberino dal fardello della critica.
Nel
marzo del 2010, Bashar al-Assad, il futuro tiranno siriano, fu decorato
ufficialmente da Napolitano, il nostro Presidente della Repubblica.
Per
la precisione il figlio di suo padre, che all’epoca era buono, meritava
il nostro elogio ed ebbe effettivamente la più alta decorazione del
nostro paese. L’evento fu realmente memorabile. Assad entrava
ufficialmente nel palco dei nostri migliori alleati, assieme al
beneamato colonnello Gheddafi.
Il presidente siriano venne dunque
insignito col più importante titolo onorifico italiano, quello di
“Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran cordone al merito della
Repubblica italiana”. Il titolo sanciva l’inizio di un’alleanza talmente
“profonda” che sarebbe finita, di lì a pochi mesi, con l’accusa di
essere a capo di uno ‘Stato canaglia’.
Pochi anni prima, nel 2007,
il comandante supremo delle forze Nato in Europa dal 1997 al 2000,
generale Wesley Clark, aveva letteralmente sbigottito il suo uditorio in
un incontro pubblico a San Francisco. Rendeva di pubblico dominio un
breafing avuto poco dopo l’11 settembre 2001. Sosteneva di essere stato
messo al corrente dal vice-presidente Cheney e dal ministro della Difesa
Rumsfeld dell’intenzione dell‘amministrazione di scatenare una serie di
guerre contro Siria, Iraq, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran.
L’obiettivo era trasformare il “volto” del Medio Oriente prima di essere
costretti ad accettare la sfida strategica della prossima superpotenza
emergente. Il generale Clark sosteneva che, per costoro, l’esercito
americano doveva servire per scatenare guerre e per far cadere governi e
non per rafforzare la pace e la stabilità. La sua opinione era che un
gruppo di persone avesse preso il controllo del paese con un colpo di
Stato politico. Si trattava di inventarsi nemici per destabilizzare
intere aree geografiche e dare così vita a nuovi scenari geopolitici. La
strategia americana era sostanzialmente quella di produrre caos:
seminare vento per raccogliere tempesta.
Il punto chiave non è la
menzogna in quanto tale. Altre volte nella storia l’alleato è diventato
il nemico, l’aggressore ha vestito i panni della vittima e la menzogna
ha assunto le parvenze della verità. Le bugie sono sempre esistite, ma
oggi sembrano molto più credibili che in passato. Adesso, se una
campagna informativa è svolta con un’adeguata potenza di fuoco,
qualsiasi cosa può essere creduta vera.
Da sempre ci vengono fornite
informazioni “sicure” che non possiamo verificare; però ora lo stesso
fatto di porsi in modo critico appare come un elemento di lesa maestà.
In tempi teologici l’uso critico della ragione si chiamava “eresia”;
oggi, invece, l’accusa è quella di “complottismo”. In un mondo in cui le
cose apparentemente sembrano andare bene, chi afferma il contrario può
essere solo un malato, un debole di spirito, un paranoico. Come si può
criticare la bontà e la lungimiranza dell’Impero del bene?
Il libro di Paolo Sensini, Divide et impera. Strategie del caos per il XXI secolo nel Vicino e Medio Oriente
(Mimesis, Milano 2013, pp. 322, € 24), è un rigoroso tentativo di
andare oltre la mostruosa cortina del “politicamente corretto”.
L’apparato di note del testo è assolutamente notevole e le chiavi di
lettura che il testo permette sono molto variegate.
Ciò che balza
subito agli occhi è il gigantesco lavoro di scavo fatto dall’autore fra i
documenti a disposizione. La quantità di dati circolanti è
effettivamente molto ampia nelle pubblicazioni in lingua inglese e
francese (meno in italiano). La cosa è molto interessante perché anche
all’interno del mainstream si trovano autentiche perle che
illuminano parecchi degli eventi recenti. Troviamo le dichiarazioni
pubbliche del generale Clark sulla politica estera di Bush riportate
poche righe sopra (cfr. p. 122); quelle del generale Fabio Mini, che
afferma che la politica estera statunitense nel Mediterraneo è asservita
agli interessi israeliani (cfr. p. 107); troviamo chiarimenti relativi
all’inquietante rapporto fra sunniti e wahhabiti – per inciso, senza il
petrolio e l’aiuto statunitense, i wahhabiti sarebbero solo una setta
semiereticale di beduini analfabeti che si è impadronita con la forza
della Mecca (cfr. pp. 266-273); e troviamo anche molte ragioni del
perché una parte dei siriani stia ancora sostenendo, malgrado tutto,
Assad.
Fra tutti i documenti risalta di gran lunga la
dichiarazione, sicuramente fatta a braccio, di Karl Rove, l’anima nera
dell’entourage di Bush che, in un attimo di vera autenticità
esistenziale, dice chiaramente: “Ora noi siamo un Impero e quando agiamo
creiamo la nostra realtà. E mentre voi state giudiziosamente
analizzando quella realtà, noi agiremo di nuovo e ne creeremo un’altra e
poi un’altra ancora che voi potrete studiare. È così che andranno le
cose. Noi facciamo la storia e a voi, a tutti voi, non resterà altro da
fare che studiare ciò che facciamo” (p. 163). I vertici americani sanno
dunque di “scrivere la storia” e non si curano affatto della verità,
della giustizia e anche degli eventuali danni collaterali.
Sull’argomento
vi sono un’infinità di problemi aperti: dalla quantità enorme di
stranezze dell’11 settembre 2001, all’influenza della lobby israeliana
nelle politiche mediorientali degli Stati Uniti. La cosa interessante è
che esiste, e Sensini se ne da conto, un’ampia documentazione. In tale
contesto, più che l’informazione puntuale, manca la capacità di
formulare i quesiti giusti e di seguire le piste più interessanti.
Per
esempio, perché nessuno si chiede come sia possibile che l’Arabia
Saudita, un paese che non permette il voto e la guida alle donne, sia
riuscito a diventare, assieme a Israele, nazione che pratica
l’apartheid, il difensore della democrazia e dei diritti umani nel mondo
arabo?
Come è stato possibile che le petromonarchie più integraliste,
come gli Stati sunniti del Golfo Persico, abbiano come peggior nemico
l’Iran, un altro petrostato integralista mussulmano, e non Israele, il
loro declamato nemico assoluto?
I petrostati sciiti e sunniti non
dovrebbero essere, come da teologia islamica, alleati per respingere
l’influenza di americani e israeliani?
Perché a sua volta Israele,
apparentemente uno Stato moderno, l’“unica democrazia del Medio
Oriente”, è alleato di queste monarchie medievali?
E ancora: perché
Assad, che certamente non è un santo, ha sempre avuto dalla sua una
parte della popolazione siriana?
Perché in tanti anni non è stata
raggiunta nell’area neppure una limitata forma di quieto vivere?
Che
senso storico ha il tentativo, iniziato un decennio fa dal precedente
presidente degli Stati Uniti, di cambiare il volto del Medio Oriente?
Le
tesi del libro sono molte e non vorrei togliere al lettore il piacere
della lettura. Tuttavia, fra tutti i capitoli, segnalo il gustoso I “precedenti storici dell’11 settembre” nella politica estera statunitense.
Si tratta di un capitolo delizioso per brevità e concisione.
In queste
pagine l’autore mostra alcune costellazioni di eventi che hanno spinto
più volte gli Stati Uniti ad agire per “autodifesa”. La trama elementare
è quella di un “nemico traditore” che agisce nell’ombra per pugnalare
alle spalle l’ingenuo ma coraggioso campione della democrazia; un
canovaccio che si ripropone più volte nella storia americana con poche e
lievi varianti.
La prima guerra provocata da un nemico traditore, fu
quella contro la Spagna del 1898. Essa venne dichiarata dopo
l’esplosione dell’USS Maine, una nave da guerra alla fonda nel
porto dell’Avana. La colpa dell’esplosione fu attribuita d’ufficio agli
spagnoli, venne impedita ogni perizia sulle cause del disastro; poco
dopo il Maine fu affondato in alto mare, appena in tempo per
iniziare una guerra che la Spagna non aveva alcun interesse a fare (cfr.
pp. 201-204).
Un altro caso molto noto fu quello del Lusitania,
un transatlantico civile britannico pieno di materiale bellico (fra
l’altro esplosivi ad alto potenziale che esplodono a contatto con
l’acqua), che viaggiava a pieno carico di passeggeri in zone dove si
sapeva battevano sommergibili tedeschi (cfr. pp. 204-211).
Pearl Harbour
è un altro esempio paradigmatico. Nel dicembre 1941, la marina
americana venne attaccata apparentemente di sorpresa dalla flotta
giapponese nelle Hawaii. All’epoca i servizi segreti statunitensi
avevano decrittato il cifrario segreto giapponese e seppero con anticipo
dell’imminente attacco. Il Presidente Roosevelt aveva bisogno di una
scusa per entrare in guerra senza problemi. Alla fine della giornata gli
unici veramente sorpresi dal bombardamento furono i marinai americani
usati come carne da macello (cfr. pp. 211-218).
Anche gli incidenti del
Golfo del Tonchino dell’agosto 1964, quelli che provocarono l’intervento
in forze degli Stati Uniti in Vietnam, erano una bugia. La vicenda finì
talmente male, con l’inglorioso ritiro americano di dieci anni dopo,
che gli stessi diretti responsabili politici statunitensi furono
costretti ad ammettere pubblicamente la loro colossale frode (cfr. pp.
218-220).
Per brevità tralascio tutta la propaganda che diede inizio
alla prima e seconda guerra irachena, come la penosa vicenda delle
fotografie dei cormorani incatramati, o la serie di false dichiarazioni
fatte al Congresso da testimoni compiacenti istruiti per l’occasione dai
servizi segreti statunitensi.
Quello che a me interessa è fare notare che gli Stati Uniti sono un paese come gli altri. Il Destino Manifesto
non impedisce a questo paese di fare tutte quelle brutte figure che
sono così consuete nei paesi in cui abitano i comuni mortali. Certo loro
producono telegiornali per tutto il mondo e questo migliora la loro
immagine. Per esempio nei pacchetti informativi è implicito chi sia il
buono e chi sia il cattivo, così com’è ovvio che loro, che sono buoni,
stiano aiutando i buoni. Vorrei solo far notare che anch’io, pur avendo
ritenuto certa l’esistenza di Babbo Natale, dopo qualche anno ho smesso
di crederci.
Fonte: http://www.carmillaonline.com/2013/12/21/breve-elogio-del-complottismo/.
Ripubblicato da: http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=93839&typeb=0&Breve-elogio-del-complottismo.
19 febbraio 2012
Come si abbattono i regimi
In questo caso il libro in questione non mi è piaciuto per niente. Anzi l’ho trovato irritante. Il suo autore è sostanzialmente un poveraccio (intellettualmente parlando s’intende), che esce come un pulcino inzuppato di ideologia – intesa come falsa coscienza – dalla lavatrice del pensiero unico. Un esegeta, dunque, della Matrix in cui ha vissuto, del tutto incapace di vedere i suoi confini. Una specie di protagonista da “Truman show”, ma privato di ogni possibilità di redenzione.
Ma queste note a margine, che sono la ragione vera per cui scrivo queste righe, potrebbero forse servire anche per coloro che rivoluzionari non sono, e non intendono essere, ma che semplicemente non hanno mai provato a cimentarsi intellettualmente con il problema del Potere. E, essendo totalmente impreparati a farlo, non sono capaci di capire come il Potere agisce per mantenere se stesso. Con quale ferocia, un Potere – ferocia tanto più grande quanto più grande è questo potere – usa gli strumenti dei quali dispone. Il Potere non è mai “dilettante”. E’ un mestiere. E agisce sempre per la vita o per la morte.
12 marzo 2009
“Adotta una crisi dimenticata”. La critica di Medici Senza Frontiere alle notizie introvabili
di Pino Cabras - da «Megachip»
Quanti morti deve contare un’alluvione in Bangladesh per guadagnarsi un trafiletto a pagina 17, schiacciato però dai resoconti di un reality? Vecchia questione, che le redazioni risolvono aderendo a un presunto gusto medio, quello che ai diecimila asiatici morti poveri preferisce il gossip.
Solo che ultimamente si esagera, soprattutto in Italia, dove la tv schiaccia tutta l’informazione e la politica.
Lo ricorda Medici senza frontiere (Msf), la grande organizzazione medico-umanitaria internazionale che interviene nelle zone critiche del pianeta, flagellate da guerre e malattie. Da noi poco o nulla si è detto delle catastrofi somale e birmane, e ben poco anche sulle guerre civili nella Repubblica Democratica del Congo, giusto per stare all’anno scorso.
Il consuntivo presentato a Roma l’11 marzo 2009 da Msf su come il 2008 sia stato raccontato dalla tv italiana mostra uno dei lati più preoccupanti dell’emergenza informativa: il crescente provincialismo e il debordare del gossip o delle cronache sul maltempo. Le nostre banali influenze invernali divengono “notizie” che surclassano le epidemie che falciano l’esistenza di chi si ammala dalla parte sbagliata del globo. I conti li ha fatti l'Osservatorio di Pavia. Il sontuoso sposalizio di Flavio Briatore ed Elisabetta Gregoraci ha avuto l’onore di 33 tg nazionali, spesso con forti richiami nella titolazione, gli stessi tg che concedevano solo 12 deboli richiami alla grave epidemia di colera in Zimbabwe.
«È nostro dovere raccontare ciò che vediamo sul territorio, e per il quinto anno di fila presentiamo il nostro rapporto», ha ricordato il direttore generale di Msf Italia Kostas Moschochoritis.
Mirella Marchese, dell'Osservatorio di Pavia ha elencato la ‘top ten’ dei silenzi e delle sottovalutazioni, dieci vicende che coinvolgono l’esistenza di milioni e milioni di persone.
Silenzio sulle fughe di massa per i raid statunitensi in Pakistan nord-occidentale; silenzio sulla grave situazione sanitaria in Myanmar; oblio sul colera nello Zimbabwe; ignoranza pressoché totale sulla guerra civile congolese; oscuramento su fame e profughi in Somalia. E poi, chi sa qualcosa di preciso sulla denutrizione dei bimbi di Haiti, Bangladesh e Costa d'Avorio? Chi ha sentito qualcosa del collasso sanitario in Etiopia?; Al di là della parola Darfur, cosa sappiamo del Sudan dalle nostre tv? E del baratro epidemiologico aperto dall’invasione dell’Iraq?
I dati dell’Osservatorio di Pavia sulle notizie internazionali dei tg italiani mostrano impietosamente una tendenza. Se nel 2006 i tg avevano appena il 10% di notizie attente a questi temi, nel 2008 sono precipitati al 6%. Mediaset ha guidato la corsa della distrazione. Studio Aperto dedica ad esempio appena il 2,9% delle notizie. Il padrone, che vuole tv rassicuranti, ne sarà rassicurato.
Su altre crisi c’è stata più attenzione, è vero. Il Medio Oriente, ad esempio, ha coperto il 19% delle notizie. Tuttavia, anche quelle vicende vengono filtrate con la chiave 'domestica' del dibattito politico in Italia o con la cronaca delle violenze senza spiegazione del contesto.
Capita lo stesso per i luoghi più sfigati. Ci vuole il rapimento di qualche italiano o il volto familiare di George Clooney per smuovere qualche frazione del palinsesto in direzione dell’Africa, prima di dimenticare di nuovo tutto.
Di qui la campagna di Msf, patrocinata dalla Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), “Adotta una crisi dimenticata”.
A quotidiani, periodici, programmi radiotelevisivi e organi online è chiesto l’impegno di riferire di una o più crisi dimenticate nel corso dei prossimi 12 mesi, fino al prossimo rapporto. Molte testate importanti hanno aderito. Tra esse ritroviamo anche i maggiori quotidiani, che però si tengono ben strette, anzi sempre più larghe, le colonne del gossip nelle loro edizioni online, sempre più rutilanti e invadenti, a signoreggiare il rumore di fondo del blob pubblicitario.
Roberto Natale, presidente Fnsi contesta l'idea del gusto medio del pubblico televisivo come naturalmente disinteressato a questi argomenti. In capo ai direttori individua una grande responsabilità educativa.
Il collasso della raccolta pubblicitaria e la crisi galoppante dei vecchi modelli di business informativo – ora che infuriano i segni della depressione economica - potrebbe essere un’occasione per un ritorno alla realtà.
Le crisi dimenticate offrirebbero molti spunti per capire anche la Grande Crisi in corso.
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Leggi il rapporto sulle Crisi dimenticate e le modalità per aderire alla campagna “Adotta una Crisi Dimenticata”.
Scarica il Rapporto in formato pdf: [QUI] .
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28 ottobre 2008
Sull'11/9 il coraggio del PD. Quello giapponese
di Pino Cabras
È un politico molto determinato, il giapponese Yukihisa Fujita. Quest'anno ha portato in parlamento per ben tre volte la sua forte critica alle versioni ufficiali dell'11 settembre 2001, con crescente solennità e consenso. Il suo discorso del 22 ottobre 2008 ha fatto spellare le mani dei colleghi parlamentari, specie quelli del Minshutō, il Partito Democratico del Giappone. Questo partito è la principale forza di opposizione all'eterno Partito Liberaldemocratico, la Balena Bianca nipponica. Come il Partito Democratico nostrano, il Minshutō è nato dalla fusione di diverse formazioni socialiste e moderate. Diversamente dall'omologo italiano, tuttavia, ha una politica estera molto coraggiosa e molto ferma contro la guerra. La leadership del partito ha capito che smontare l'11/9 è la chiave di volta di una qualsiasi questione di pace. Perciò Fujita non è solo. Si badi, è importante. Il Minshutō non è un partitello dello zerovirgola. Ha perfino la maggioranza relativa (109 seggi su 242) alla camera alta (la Camera dei Consiglieri, o Sangiin), e da molti osservatori è ritenuto in grado di diventare alle prossime elezioni, per la prima volta, la forza trainante di un governo alternativo.
Il fatto che un partito con queste concrete ambizioni di governo non consideri la critica all'11/9 un argomento tabù, ma un tema da approfondire perentoriamente, deve fare riflettere.
Intorno a Fujita c'è molta attenzione e rispetto, anche da parte dei parlamentari di altri gruppi.
In questo clima, Fujita ha buon gioco per chiedere al governo di fermare il sostegno alle operazioni militari a guida statunitense nelle quali è coinvolta anche Tokyo. Nel suo discorso, dopo aver presentato precisi dettagli sulle gravi perdite civili e militari in Iraq e Afghanistan, Fujita va a descrivere il dibattito sollevato al Congresso USA dalla richiesta di impeachment di Bush formulata dal democratico Dennis Kucinich, sostenuta nell'estate 2008 da una maggioranza di rappresentanti. Il parlamentare nipponico ha inoltre riferito delle richieste espresse dal repubblicano Ron Paul, favorevoli all'impeachment e a nuove indagini sull'11/9.
Fujita ha dapprima sottolineato che non c'è mai stata un'indagine di polizia sulla morte di 24 cittadini giapponesi uccisi nei mega-attentati di New York, e ha quindi parlato delle domande sollevate dai familiari delle vittime dell'11/9 al cospetto del governo, rimaste senza risposta.
La richiesta di aprire una nuova inchiesta è ampiamente sostenuta dal Partito Democratico ed è stata presentata ai membri di altri partiti.
Yukihisa Fujita è fortemente impegnato a formare una coalizione internazionale intesa a chiedere un'inchiesta indipendente e internazionale sull'11/9 ed è in contatto con esponenti politici in Europa e negli Stati Uniti.
Ecco il testo dell’intervento di Fujita, [tradotto da «Luogocomune» (QUI)]:
“Nel novembre dello scorso anno ho chiesto alla Camera Superiore se il terrorismo fosse un crimine o uno strumento di guerra.
Il primo ministro Fukuda ha dichiarato che un tipico caso di terrorismo non costituisce un crimine.
Riguardo all’11 settembre, il Primo Ministro ha detto che gli attacchi mostravano un grande livello di capacità professionale e di pianificazione intenzionale.
Se prendiamo questo assunto per buono, e l’11 settembre mostra le caratteristiche di essere stato ben organizzato e pianificato, dobbiamo capire chi ha organizzato l’11 settembre per riuscire a capire come rapportarci con la guerra al terrorismo.
Voglio anche chiedere per chi e contro chi sta avendo luogo questa guerra. Per favore rispondete a queste domande con chiarezza.
Sono passati sette anni dell’11 settembre, e il Ministero di Giustizia americano non ha ancora incriminato bin Lāden.
Sulla pagina [web] internazionale dell’FBI dei terroristi più ricercati al mondo, bbin Lāden appare ricercato solo come sospettato negli attentati alle ambasciate americane in Tanzania e Kenya, ma non in relazione agli attacchi terroristici dell’11 settembre.
Dopo l’11 settembre, il governo americano ha identificato i 19 principali sospettati, ma si è poi saputo che otto di loro vivevano come normali cittadini in Medio Oriente.
Queste contraddizioni sono state rese note dalla BBC, il servizio di informazione statale inglese.
Nel 2002 è stato riconosciuto dal capo dell’FBI che non vi fossero valide prove, che reggessero in un tribunale, contro i 19 sospettati dell’11 settembre.
Tutto questo però è stato il punto di inizio della guerra al terrorismo.
Non dovrebbe il governo giapponese pretendere risposte su questi fatti fondamentali da parte del governo americano?
Se non fosse possibile verificare questi fatti, diventa evidente che non vi siano le basi per cooperare in queste attività navali, che sono al centro del nostro dibattito.
Non dovremmo quindi interrompere immediatamente la nostra collaborazione [con gli Stati Uniti]?
Il governo parte dal presupposto che vi sia una giustificazione per il nostro coinvolgimento nella guerra al terrorismo, poichè 24 giapponesi sono rimasti uccisi [negli attentati].
La guerra al terrorismo non è soltanto un problema di altri, ma è anche un problema per il popolo giapponese. Voi questo lo avete espresso ripetutamente.
Ma in realtà il governo giapponese non ha quasi mai avuto contatti con le disperate famiglie di quelle 24 vittime degli attacchi dell’11 settembre.
In aprile il Vice Ministro della nazione Kimura ha dichiarato davanti alla Commissione della Difesa che non abbiamo ricevuto alcuna richiesta da parte dei familiari delle vittime su questa materia.
Ma io vi dico che ciascuna di quelle disgraziate famiglie che ho incontrato vuole che sia data una risposta a queste domande.
Non è forse la responsabilità del governo giapponese di assicurarsi che queste disgraziate famiglie possono porre le loro domande e ricevere le loro risposte?
Vi è ora la volontà di costituire una commissione di indagine?
Voi sapete che la seguente risoluzione è stata approvata e consegnata alla Commissione dei Servizi Legali della Camera dei Deputati americana l’11 di giugno di quest’anno?
L’articolo numero 2 della risoluzione dice: per giustificare una invasione illegale sono state create delle false minacce da parte dell’Iraq.
Intenzionalmente, con intenti criminali, l’11 di settembre è stato usato a questo fine. I motivi per questa guerra erano falsi e artificiali.
Il punto numero 2 della risoluzione dice: agli americani e al parlamento è stato fatto credere che l’Iraq avesse armi di distruzione di massa.
Al punto numero 8 la risoluzione dice: in violazione del trattato delle Nazioni Unite la nazione sovrana dell’Iraq è stata invasa.
Al punto 33 la risoluzione dice: prima dell’11 settembre furono ignorati avvisi ad alto livello sui terroristi, e le comunicazioni furono bloccate.
Al punto 35 la risoluzione dice: vi è stata un’ostruzione nell’indagine sugli attacchi dell’11 settembre 2001.
Tutto questo fa parte della richiesta di impeachment contro il presidente Bush.
La risoluzione è stata presentata dal deputato Kuchinic del partito democratico. E’ stata approvata con 251 voti, compresi 24 repubblicani, contro un totale di 156 voti.
L’ex-candidato presidenziale repubblicano Ron Paul era a favore della risoluzione.
Questa risoluzione non sembra aver avuto risultati ulteriori, ma nel frattempo è già avvenuto un importante cambiamento negli Stati Uniti.
Io penso che le politiche di guerra della presidenza Bush dovranno avere fine.
Da oggi in poi il futuro richiederà dei grandi cambiamenti negli Stati Uniti. Sono segnali che la gente sente in ogni parte del mondo.
Io voglio chiedere al primo ministro che cosa pensa di tutto questo.
Io pretenderò di sapere esattamente quello che i familiari delle vittime dell’11 settembre, e l’innocente popolo afghano, vogliono sapere.
Io chiederò ai tre ministri di rispondere per favore con parole loro, e non in modo burocratico.
Qui terminano le mie domande.”
(La traduzione è dai sottotitoli in inglese del filmato).
Aggiornamento del I novembre 2008:
Il presente post è stato ripreso anche su «Megachip» [QUI], su «ZeroFilm» [QUI] e su «Luogocomune», che ha anche aggiunto la traduzione in italiano del video del discorso di Fujita [QUI].



