16 marzo 2009

Il punto di vista di un generale russo: 11 settembre, una provocazione mondiale

Gen. Leonid Ivashov * - da Reseau Voltaire
versione italiana su Megachip [QUI]


Leonid Ivashov

Il generale russo in congedo Leonid Ivashov, ex capo delle forze armate della Russia, è una delle persone meglio informate al mondo, non solo per l’alta carica che a suo tempo ricoprì e gli permise di godere di una serie di strumenti sofisticati (i satelliti artificiali, l’intelligence militare, squadre di analisti e altre reti di informazioni segrete), ma anche perché oggi è vicepresidente dell’Accademia di Geopolitica a Mosca. Ma ciò che risalta nel generale Ivashov è la sua trasparenza e onestà al momento di parlare di questioni politiche del potere mondiale che influenzano l’umanità, sulle quali altre persone del suo rango rimarrebbero in silenzio per ragioni di Stato.
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L’esperienza dell’umanità dimostra che il terrorismo compare ovunque si voglia che si produca un aggravamento delle contraddizioni in un momento determinato, dove i rapporti in seno alla società iniziano a peggiorare e dove l’ordine sociale subisce dei cambiamenti, laddove sorga l’instabilità politica, economica e sociale, dove si scatenano i potenziali di aggressività, dove decadono i valori morali, dove trionfano il cinismo e il nichilismo, dove si legalizzano i vizi e dove la criminalità si sviluppa rapidamente.

I processi legati alla globalizzazione creano le condizioni favorevoli per questi fenomeni estremamente pericolosi. Provocano una nuova divisione della mappa geopolitica del mondo, una ridistribuzione delle risorse del pianeta, violano la sovranità e cancellano le frontiere degli Stati, smantellano il diritto internazionale, distruggono la diversità culturale, impoveriscono la vita morale e spirituale.

Credo che adesso possiamo parlare di una crisi sistemica della civiltà umana. Essa si manifesta in modo particolarmente acuto sul piano dell’interpretazione filosofica della vita. Le sue manifestazioni più spettacolari hanno a che fare con il significato che si attribuisce alla vita, all’economia e al campo della sicurezza internazionale.
L’assenza di nuove idee filosofiche, la crisi morale e spirituale, la deformazione della percezione del mondo, la diffusione di fenomeni amorali contrari alla tradizione, la competizione per l’arricchimento illimitato e il potere, la crudeltà, portano l’umanità al declino e, forse, alla catastrofe.

La preoccupazione così come la mancanza di prospettive di vita e di sviluppo in cui sono bloccati molti popoli e Stati costituiscono un importante fattore di instabilità a livello mondiale.
L’essenza della crisi economica si manifesta nell’implacabile lotta per le risorse naturali, negli sforzi delle grandi potenze mondiali, in particolare gli Stati Uniti d’America, così come di alcune multinazionali, volti a sottomettere ai loro interessi i sistemi economici di altri Stati e prendere il controllo delle risorse del pianeta, in particolare le fonti di approvvigionamento di idrocarburi.

La distruzione del modello multipolare che garantiva l’equilibrio delle forze nel mondo ha causato anche la distruzione del sistema di sicurezza internazionale, delle norme e dei principi che reggevano i rapporti tra gli Stati e il ruolo delle Nazioni Unite e del suo Consiglio di Sicurezza.

Oggi gli Stati Uniti si arrogano il diritto di decidere il destino degli altri Stati, di commettere atti di aggressione, di assoggettare i principi della Carta delle Nazioni Unite alla propria legislazione. Furono proprio i paesi occidentali che, attraverso le loro azioni e l’aggressione contro la Repubblica federale della Jugoslavia e contro l’Iraq e nel permettere in forma evidente l’aggressione israeliana contro il Libano, con minacce a Siria, Iran e altri paesi, a scatenare un’enorme energia di resistenza, di vendetta e di estremismo, che hanno rafforzato il potenziale del terrore prima di rivoltarsi, come un boomerang, contro lo stesso Occidente.

L’analisi dell’essenza dei processi di globalizzazione, come pure delle dottrine politiche e militari degli Stati Uniti, dimostra che il terrorismo favorisce il raggiungimento degli obiettivi di dominazione mondiale e la sottomissione degli Stati agli interessi dell’oligarchia mondiale.
Ciò significa che (il terrorismo) non è di per se stesso un attore della politica mondiale, bensì un semplice strumento, il mezzo per instaurare un nuovo ordine unipolare con un unico centro di comando a livello mondiale, per cancellare le frontiere nazionali e garantire il dominio di una nuova élite mondiale. Ed è proprio quest’ultima l’attore principale del terrorismo internazionale, il suo ideologo e il suo “padrino”.

Essa inoltre si sforza di rivolgere il terrorismo contro altri Stati, compresa la Russia.
Il bersaglio principale nel mirino della nuova élite mondiale, è la realtà naturale, tradizionale, storica e culturale che ha gettato le basi delle relazioni tra gli Stati e dell’organizzazione della civiltà umana in Stati nazionali, dell’identità nazionale.

L’attuale terrorismo internazionale è un fenomeno che consiste, per strutture governative e non governative, nell’utilizzare il terrore come un mezzo volto a raggiungere obiettivi politici terrorizzando, destabilizzando la popolazione a livello socio-psicologico, demotivando le strutture del potere statale e creando condizioni che consentano di manipolare la politica dello Stato e il comportamento dei cittadini.

Il terrorismo è un modo di fare la guerra in maniera non convenzionale. Parallelamente il terrorismo, in combinazione con i mass media, si comporta come un sistema di controllo dei processi mondiali.

È precisamente la simbiosi tra i mass media e il terrore a creare le condizioni favorevoli a grandi sconvolgimenti nella politica mondiale e nella realtà esistente.

Se si esaminano in tale contesto gli eventi accaduti negli Stati Uniti l’11 settembre 2001, si potranno raggiungere le seguenti conclusioni:
- L’attentato terroristico contro le torri gemelle del World Trade Center ha cambiato il corso della storia mondiale distruggendo definitivamente l’ordine mondiale derivante dalla accordi di Yalta-Potsdam;
- Ha slegato le mani a Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele, consentendo loro di intraprendere azioni nei confronti di altri paesi, in aperta violazione delle norme ONU e degli accordi internazionali;
- Ha stimolato lo sviluppo del terrorismo internazionale. Peraltro, il terrorismo si presenta come uno strumento di resistenza radicale ai processi di globalizzazione, come mezzo di lotta di liberazione nazionale, di separatismo, come mezzo di risoluzione dei conflitti tra le nazioni e le religioni e come strumento di lotta economica e politica.
In Afghanistan, in Kosovo, in Asia centrale, nel Medio Oriente e nel Caucaso, constatiamo che il terrorismo serve anche a proteggere trafficanti di droga, destabilizzando le aree lungo le loro rotte.

È dimostrato che in un contesto di crisi sistemica mondiale il terrorismo si è trasformato in una sorta di cultura della morte, nella cultura della nostra quotidianità.
Irrompe nella prospera Europa, tormenta la Russia, agita il Medio Oriente e l’Asia orientale. Fa in modo che la comunità internazionale si assuefaccia all’ingerenza violenta e illegale negli affari interni degli Stati e alla distruzione del sistema di sicurezza internazionale. Il terrore genera il culto della forza e assoggetta ad essa la politica, il comportamento dei governi e della popolazione.

La cosa più spaventosa è che il terrorismo ha un grande futuro a causa della nuova spirale di guerra che ormai si delinea per la ridistribuzione delle risorse mondiali e il controllo delle aree chiave del pianeta. All’interno della strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, approvata quest’anno dal Congresso USA, l’obiettivo apertamente dichiarato della politica di Washington è quello di «assicurare l’accesso alle regioni chiave del mondo, alle comunicazioni strategiche e alle risorse globali», prendendo come un mezzo per raggiungere l’obiettivo la realizzazione di attacchi preventivi contro qualsiasi paese.
Dal punto di vista del Congresso, gli USA possono quindi adottare una dottrina di colpi nucleari preventivi, che suona tanto come terrorismo nucleare.

Ciò implica l’utilizzo su larga scala di sostanze nocive e di armi di distruzione di massa. Non ci sarà nessun scrupolo al momento di determinare i mezzi da utilizzare per rispondere ad un attacco. Sarà solo questione di scegliere i mezzi.

La provocazione per mezzo di un atto di terrorismo diventa un mezzo per raggiungere obiettivi politici su scala globale, regionale o locale. Così come una provocazione organizzata nella località di Rachic (in Kosovo, Serbia), finì per dar luogo al cambio di regime politico in Serbia e al crollo della Repubblica federale di Jugoslavia, mentre serviva come pretesto per l’aggressione della NATO e alla separazione del Kosovo dalla Serbia. Si tratta in questo caso di una provocazione a livello regionale. Lo stesso può essere detto a proposito della recente provocazione che ha portato all’aggressione israeliana contro il Libano nel luglio 2006.
Le esplosioni di Londra, i disordini a Parigi nel 2005-2006, sono provocazioni che hanno avuto ripercussioni sulla politica locale e sull’opinione pubblica in Gran Bretagna e Francia.

Dietro a praticamente ogni atto di terrorismo si nascondono potenti forze politiche, imprese transnazionali o strutture criminali con obiettivi mirati. E quasi tutti gli atti terroristici, escluse le attività di liberazione nazionale, sono in realtà provocazioni. Anche nel caso dell’Iraq, le esplosioni nelle moschee sunnite e sciite non sono altro che provocazioni organizzate secondo il principio “divide et impera”. Lo stesso vale per la presa di ostaggi e l’uccisione di membri della missione diplomatica russa a Baghdad.

L’atto terroristico commesso per fini di provocazione è vecchio come il mondo. Proprio delle provocazioni terroristiche servirono come pretesto per lo scatenamento delle due guerre mondiali.

Gli eventi dell’11 settembre 2001 sono stati una provocazione mondiale. Si può anche parlare di un’operazione su scala mondiale. Operazioni di questo tipo in genere permettono di risolvere varie questioni globali in una singola occasione. Si possono definire come segue:
1. L’oligarchia finanziaria globale e gli Stati Uniti hanno ottenuto il diritto non formale di usare la forza contro uno Stato.
2. Il ruolo del Consiglio di Sicurezza è stato svalutato. Ora svolge sempre di più il ruolo di organizzazione criminale complice dell’aggressore e alleato della nuova dittatura fascista mondiale.
3. Grazie alla provocazione dell’11 settembre, gli Stati Uniti consolidarono la loro posizione di monopolio mondiale, ottennero l’accesso a qualsiasi regione del mondo così come alle sue risorse.

Lo sviluppo di una operazione-provocazione si sviluppa sempre con la necessaria presenza di 3 elementi:
- chi ordina che si realizzi,
- l’organizzatore
- chi la esegue.

Nel caso della provocazione dell’11 settembre, e contrariamente all’opinione dominante, “Al Qa’ida” non poteva ordinarne la realizzazione, né organizzarla, poiché non disponeva delle risorse finanziarie (enormi) che richiederebbe un’azione di tale entità.
Tutte le operazioni che ha realizzato questa organizzazione sono azioni a livello locale e piuttosto primitive. Non dispone delle risorse umane, né di una rete di agenti sufficientemente sviluppata nel territorio statunitense, in grado di farle penetrare le decine di strutture pubbliche e private che garantiscono il funzionamento del trasporto aereo e vegliano sulla sua sicurezza.
Pertanto, Al Qa’ida non avrebbe potuto essere l’organizzatore di questa operazione (altrimenti a cosa servono l’FBI e la CIA?).

Invece, potrebbe sì esser stato un semplice esecutore di questo atto terroristico.

A mio parere, potrebbe essere stata l’oligarchia finanziaria globale a ordinare l’esecuzione di questa provocazione, per instaurare una volta per tutte «la dittatura fascista globale delle banche» (espressione del noto economista americano Lyndon LaRouche) e garantire il controllo delle risorse limitate a livello mondiale nel settore degli idrocarburi.
Si tratterebbe inoltre di garantire a se stessa il predominio mondiale per un lungo tempo.

L’invasione dell’Afghanistan, un paese ricco di giacimenti di gas, quella dell’Iraq e forse anche dell’Iran, paesi con riserve petrolifere di livello mondiale, così come l’istituzione di un controllo militare sulle rotte strategiche del trasporto del petrolio e il radicale aumento del prezzo di quest’ultimo sono tutte conseguenze degli eventi dell’11 settembre 2001.

L’organizzatore dell’operazione può essere stato un consorzio ben organizzato e abbondantemente finanziato e composto di rappresentanti (passati e presenti) dei servizi segreti, di organizzazioni massoniche e addetti dei trasporti aerei.

La copertura mediatica e giuridica la garantirono organi di stampa, giuristi e politici al soldo. Gli esecutori furono scelti sulla base della loro appartenenza etnica alla regione che possiede le risorse naturali di importanza mondiale.

L’operazione fu realizzata con successo, gli obiettivi furono raggiunti.
Il termine “terrorismo internazionale”, quale principale minaccia per l’umanità, irruppe nell’agenda politica e sociale quotidiana.

Questa minaccia è stata identificata con la persona di un islamista, cittadino di un paese che ha enormi risorse in materia di idrocarburi.

Si è distrutto il sistema internazionale costruito all’epoca in cui il mondo era bipolare, e sono state alterate le nozioni di aggressione, di terrorismo di Stato e di diritto alla difesa.

Il diritto dei popoli alla resistenza di fronte all’aggressione e contro le attività sovversive dei servizi segreti stranieri così come il diritto di difendere i propri interessi nazionali vengono calpestati. Invece, si danno tutte le garanzie alle forze che cercano di stabilire una dittatura mondiale e di dominare il mondo.

Ma la guerra mondiale non è ancora finita. L’hanno provocata l’11 settembre 2001 ed è solo il preludio dei grandi eventi che stanno per accadere.

Il generale Leonid Ivashov
Il generale in congedo Leonid Ivashov è stato capo delle Forze armate della Federazione russa, oggi vicepresidente dell’Accademia dei problemi geopolitici. È stato capo del dipartimento Affari generali del Ministero della Difesa dell’Unione Sovietica, segretario del Consiglio dei ministri della Difesa della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), capo del Dipartimento di Cooperazione Militare del Ministero della Difesa della Federazione russa. Alla data dell’11 settembre 2001 ricopriva la carica di Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Russe.

Testo originale in lingua spagnola.
Fonte: Red Voltaire / Agenzia IPI.
URL: http://www.voltairenet.org/article159257.html

Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras

15 marzo 2009

Hersh: Cheney comandava una squadra di omicidi politici in stile SS

di Paul Joseph Watson - Prison Planet.com

Traduzione a cura di Paolo Maccioni e Pino Cabras per «Megachip» [QUI] .


Il premiato reporter investigativo Seymour Hersh ha sganciato un'altra delle sue bombe questa settimana, quando ha rivelato che l'ex vice-presidente Dick Cheney disponeva di una sua unità di assassinio politico in stile SS che faceva capo direttamente a lui.

Martedì [10 marzo 2009] Hersh, dinanzi alla platea della University of Minnesota, ha affermato: «Non avevo ancora parlato di ciò dopo l’11/9, ma la CIA era profondamente coinvolta in attività all'interno della nazione contro persone ritenute nemiche dello Stato. Senza averne alcuna autorità giuridica. Non sono stati ancora chiamati a rispondere di questo».

Hersh poi è passato a descrivere in che modo il Comando congiunto delle operazioni speciali (JOSC) è stato un unità di assassinio politico che ha compiuto omicidi politici all'estero. «Si tratta di un braccio speciale della nostra comunità delle operazioni speciali che si muove in modo indipendente», ha spiegato. «Non devono fare rapporto a nessuno, tranne che nel periodo Bush-Cheney, quando riferivano direttamente all'ufficio di Cheney. Il Congresso non ha alcun controllo su di esso.»

La rivelazione che Cheney disponeva di una sua unità privata di assassinio non raffigura un quadro troppo lontano dalla famigerata SA (Sturmabteilung) di Hitler, la tanto temuta ala paramilitare del partito nazista, che fu utilizzata per colpire, torturare e uccidere gli oppositori politici del partito nazista nella Germania degli anni Trenta né dalle Waffen-SS, che successivamente furono utilizzate in guerra per compiere esecuzioni e crimini di guerra.

Le SA furono più avanti prese di mira da Hitler nel corso della Notte dei Lunghi Coltelli, una brutale purga volta a eliminare degli avversari politici sia all’interno che all’esterno del partito nazionalsocialista. Centinaia di persone furono liquidate a sangue freddo dalla Gestapo e dalle SS.

Significativamente, i tribunali e il governo tedeschi rapidamente spazzarono via secoli di leggi che proibivano le esecuzioni stragiudiziali per dimostrare la loro fedeltà a Hitler. Le Waffen-SS furono ritenute non perseguibili, nonostante fossero flagrantemente coinvolte in crimini di guerra patenti e in corso, così come in omicidi a livello interno.

Il Comitato congiunto delle operazioni speciali, l’unità di assassinio in capo a Cheney, è anche descritto come un settore di operazioni 'extra-legali'.

«Si tratta essenzialmente di un circuito esecutivo per gli assassinii, ed è andato avanti a oltranza», ha affermato Hersh. «Sotto l'autorità del Presidente Bush, si sono introdotti in certi paesi senza parlare con l'ambasciatore né con il capo della stazione CIA, e lì hanno rintracciato delle persone prese da un elenco, le hanno uccise e poi se ne sono andati. Questa cosa è continuata, in nome di tutti noi».

Ed è ancora in corso. Nessuno dei capovolgimenti degli ordini esecutivi di Bush da parte di Obama dice nulla circa l'abolizione del Comitato congiunto delle operazioni speciali. Di fatto, l’unità speciale è parte integrante degli ampiamente intensificati bombardamenti di Obama e delle altre incursioni in Pakistan.

Articolo originale: [QUI]

12 marzo 2009

“Adotta una crisi dimenticata”. La critica di Medici Senza Frontiere alle notizie introvabili

di Pino Cabras - da «Megachip»



Quanti morti deve contare un’alluvione in Bangladesh per guadagnarsi un trafiletto a pagina 17, schiacciato però dai resoconti di un reality? Vecchia questione, che le redazioni risolvono aderendo a un presunto gusto medio, quello che ai diecimila asiatici morti poveri preferisce il gossip.

Solo che ultimamente si esagera, soprattutto in Italia, dove la tv schiaccia tutta l’informazione e la politica.

Lo ricorda Medici senza frontiere (Msf), la grande organizzazione medico-umanitaria internazionale che interviene nelle zone critiche del pianeta, flagellate da guerre e malattie. Da noi poco o nulla si è detto delle catastrofi somale e birmane, e ben poco anche sulle guerre civili nella Repubblica Democratica del Congo, giusto per stare all’anno scorso.

Il consuntivo presentato a Roma l’11 marzo 2009 da Msf su come il 2008 sia stato raccontato dalla tv italiana mostra uno dei lati più preoccupanti dell’emergenza informativa: il crescente provincialismo e il debordare del gossip o delle cronache sul maltempo. Le nostre banali influenze invernali divengono “notizie” che surclassano le epidemie che falciano l’esistenza di chi si ammala dalla parte sbagliata del globo. I conti li ha fatti l'Osservatorio di Pavia. Il sontuoso sposalizio di Flavio Briatore ed Elisabetta Gregoraci ha avuto l’onore di 33 tg nazionali, spesso con forti richiami nella titolazione, gli stessi tg che concedevano solo 12 deboli richiami alla grave epidemia di colera in Zimbabwe.

«È nostro dovere raccontare ciò che vediamo sul territorio, e per il quinto anno di fila presentiamo il nostro rapporto», ha ricordato il direttore generale di Msf Italia Kostas Moschochoritis.

Mirella Marchese, dell'Osservatorio di Pavia ha elencato la ‘top ten’ dei silenzi e delle sottovalutazioni, dieci vicende che coinvolgono l’esistenza di milioni e milioni di persone.

Silenzio sulle fughe di massa per i raid statunitensi in Pakistan nord-occidentale; silenzio sulla grave situazione sanitaria in Myanmar; oblio sul colera nello Zimbabwe; ignoranza pressoché totale sulla guerra civile congolese; oscuramento su fame e profughi in Somalia. E poi, chi sa qualcosa di preciso sulla denutrizione dei bimbi di Haiti, Bangladesh e Costa d'Avorio? Chi ha sentito qualcosa del collasso sanitario in Etiopia?; Al di là della parola Darfur, cosa sappiamo del Sudan dalle nostre tv? E del baratro epidemiologico aperto dall’invasione dell’Iraq?

I dati dell’Osservatorio di Pavia sulle notizie internazionali dei tg italiani mostrano impietosamente una tendenza. Se nel 2006 i tg avevano appena il 10% di notizie attente a questi temi, nel 2008 sono precipitati al 6%. Mediaset ha guidato la corsa della distrazione. Studio Aperto dedica ad esempio appena il 2,9% delle notizie. Il padrone, che vuole tv rassicuranti, ne sarà rassicurato.

Su altre crisi c’è stata più attenzione, è vero. Il Medio Oriente, ad esempio, ha coperto il 19% delle notizie. Tuttavia, anche quelle vicende vengono filtrate con la chiave 'domestica' del dibattito politico in Italia o con la cronaca delle violenze senza spiegazione del contesto.

Capita lo stesso per i luoghi più sfigati. Ci vuole il rapimento di qualche italiano o il volto familiare di George Clooney per smuovere qualche frazione del palinsesto in direzione dell’Africa, prima di dimenticare di nuovo tutto.

Di qui la campagna di Msf, patrocinata dalla Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), “Adotta una crisi dimenticata”.

A quotidiani, periodici, programmi radiotelevisivi e organi online è chiesto l’impegno di riferire di una o più crisi dimenticate nel corso dei prossimi 12 mesi, fino al prossimo rapporto. Molte testate importanti hanno aderito. Tra esse ritroviamo anche i maggiori quotidiani, che però si tengono ben strette, anzi sempre più larghe, le colonne del gossip nelle loro edizioni online, sempre più rutilanti e invadenti, a signoreggiare il rumore di fondo del blob pubblicitario.

Roberto Natale, presidente Fnsi contesta l'idea del gusto medio del pubblico televisivo come naturalmente disinteressato a questi argomenti. In capo ai direttori individua una grande responsabilità educativa.

Il collasso della raccolta pubblicitaria e la crisi galoppante dei vecchi modelli di business informativo – ora che infuriano i segni della depressione economica - potrebbe essere un’occasione per un ritorno alla realtà.

Le crisi dimenticate offrirebbero molti spunti per capire anche la Grande Crisi in corso.
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Leggi il rapporto sulle Crisi dimenticate e le modalità per aderire alla campagna “Adotta una Crisi Dimenticata”.

Scarica il Rapporto in formato pdf: [QUI] .
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9 marzo 2009

Gulliver legato dalle guerre inutili

di Pino Cabras - da «Megachip»


L'ex capo delle forze speciali britanniche Sas (Special Air Service) in Afghanistan, il comandante Sebastian Morley, 40 anni, denuncia quanto la campagna militare contro i Taliban sia «inutile». Gli ricorda l’esordio di un’altra guerra che fu da subito in un vicolo cieco: «È l'equivalente dell'inizio della guerra del Vietnam», lamenta Morley in un'intervista al «Daily Telegraph», la prima dopo le sue dimissioni nell’estate 2008, seguite alla morte di quattro suoi uomini che viaggiavano in una Land Rover Snatch, un mezzo obsoleto pensato per la guerriglia urbana nell’Ulster ma totalmente inefficace per proteggere i soldati contro le IED usate nell’insidioso terreno afghano.

«Il numero delle vittime e il logoramento delle truppe non possono che aumentare», prevede Morley.

Trattandosi di una guerra «inutile», il governo britannico ha «le mani sporche di sangue» per via della sua indifferenza alla protezione dei propri uomini in campo. «Teniamo piccole porzioni di terreno nella provincia di Helmand», la zona dell’Afghanistan meridionale di competenza britannica. «Le operazioni che stiamo conducendo sono davvero senza senso. È proprio folle pensare che teniamo quel terreno o che abbiamo alcuna influenza su quel che accade poco oltre le basi».
Insomma, già a mezzo chilometro dai fortini in cui si rintanano i soldati di Sua Maestà, non c’è più alcuna influenza sullo stato delle cose.
«Usciamo in operazioni, ci azzuffiamo con i Taliban e rientriamo al campo per il tè. Non controlliamo il territorio. I Taliban sanno dove siamo. E sanno molto bene quando siamo rientrati al campo», commenta amaramente Morley.

Del resto, non è che per le truppe statunitensi le cose vadano molto diversamente. «Al mondo non sfugge il fatto sufficientemente chiaro che la maggior parte delle nostre forze sono bloccate in Iraq e in Afghanistan», aveva detto già nell’aprile 2007 Daniel Serwer, del think tank US Institute for Peace: «quando Gulliver è legato a terra, tutti lo capiscono».
È in questo contesto che – mentre sfuma la disastrosa utopia bellicista dell’era Bush – si possono comprendere le aperture di Barack Obama e la sua disponibilità a trattare con i Taliban. Il tutto avviene troppo tardi. Se solo si fosse ascoltato il generale Fabio Mini, quando nel 2007 commentava: «La legittimazione fra avversari avviene nel momento in cui si combattono e non nel momento in cui si parlano. Il ruolo di avversario non comporta nessuna accettazione diretta o indiretta dei rispettivi scopi e metodi . Anzi proprio nel riconoscimento delle reciproche posizioni sta sia la possibilità di trovare un punto di accordo sia la definitiva chiarificazione del disaccordo.»

A Gulliver ormai conviene scendere a più miti consigli.

Ma chi lo dice a La Russa e a Fassino, che certo non hanno avuto il coraggio né il realismo degli ufficiali che hanno guardato alla realtà effettuale?

8 marzo 2009

I costituzionalisti: i memorandum del terrore di Bush sono “l’essenza autentica della tirannia”

di David Edwards e Muriel Kane - RawStory.com
versione italiana di Milena Finazzi per Megachip.info (qui)


Fonte dell'immagine: http://mbouffant.blogspot.com/2008_12_28_archive.html

Dal momento della pubblicazione, avvenuta lunedì [2 marzo 2009] di nove memorandum legali fino ad allora secretati che sanciscono il diritto del Presidente di ignorare la Costituzione nell’ambito della lotta contro il terrorismo, gli esperti hanno pressoché unanimemente denunciato le loro argomentazioni giuridiche e le loro conclusioni.

«Questi documenti forniscono la definizione stessa della tirannia», ha affermato martedì il prof. Jonathan Turley, docente di diritto costituzionale nel corso di un’intervista a Keith Olbermann della MSNBC. «Questi documenti racchiudono tutto quello che un despota di bassa lega potrebbe desiderare».



Turley ritiene tuttavia che le rivelazioni peggiori debbano ancora arrivare. «Questi memorandum non provengono dal nulla», rileva. «Il punto è scoprire quali sono state le loro conseguenze. Sappiamo, tra le altre cose, che hanno generato un programma di tortura. ... Penso che presto ci renderemo conto che queste sono appena le fondamenta di un edificio assai più grande ancora tutto da scoprire».



Il Dipartimento di Giustizia ha già dichiarato di considerare possibile la pubblicazione di ulteriori pareri legali dell’era Bush.Turley ha inoltre criticato aspramente John Yoo, l’ex avvocato del Dipartimento di Giustizia, responsabile di molte delle più estreme rivendicazioni del potere esecutivo. «Non riesco a ancora credere che possa aver prodotto un lavoro del genere», afferma incredulo Turley. «È veramente pessimo in termini di analisi giuridica. ... È assai esemplificativo, penso, dell’enorme tragedia di un individuo molto brillante che ha lavorato molto, molto intensamente per soddisfare il presidente e per dirgli quello che voleva sentirsi dire».



Turley, tuttavia, potrebbe sottostimare l’influenza di Yoo. Nel 2007, il giornalista Charlie Savage aveva fatto rilevare che l’Office of Legal Counsel [l’Ufficio degli Affari Legali del Dipartimento della Giustizia USA, Ndt] era privo del suo capo durante le cruciali settimane immediatamente successive all’11/9, e che ciò lasciava Yoo libero di dare attuazione alle sue idee.



«Era molto conservatore,» Savage dice di Yoo, «e si è fatto un nome nella comunità accademica scrivendo articoli per riviste giuridiche e presentando relazioni in occasione di eventi durante i quali assumeva provocatoriamente delle posizioni revisioniste circa la sfera di competenza del potere esecutivo. ... Comunque, quando [Yoo] divenne il vice responsabile dell’Uffico degli Affari Legali con delega alla Sicurezza Nazionale e agli Affari Esteri e dopo l’11/9 rimase senza capo, si ritrovò a poter mettere in pratica le sue teorie, stilando pareri consultivi riservati nei quali suoi lavori degli anni Novanta venivano citati come fonti autorevoli.»



Turley conclude riaffermando il suo scetticismo nei confronti del piano promosso dal senatore democratico del Vermont Patrick Leahy volto a creare una “commissione verità” mirante ad indagare sui misfatti dell’era Bush e, rivolgendosi ad Olbermann, afferma: «Spetta al resto di noi dire che, se il Presidente Obama ritiene che nessuno si trovi al di sopra della legge, abbiamo bisogno di un procuratore speciale e di un’inchiesta – non di un’altra commissione».





Articolo originale: David Edwards and Muriel Kane, Turley: Bush terror memos are 'very definition of tyranny', RawStory.com.

Traduzione di Milena Finazzi per Megachip: [QUI]

3 marzo 2009

La controglobalizzazione affonda l’UE a 27

di Pino Cabras - da «Megachip»



Non sappiamo se l’Europa del “Trattato di Lisbona” sia finita in questi giorni al vertice europeo straordinario di Bruxelles, se era già finita prima, o se dovremo fissare un’altra data in un futuro ravvicinato. Poco importa, sono convenzioni, che si intrecciano con l’imprevedibilità delle costruzioni giuridiche europee e soprattutto con l’imprevedibilità della loro possibile decostruzione. Sappiamo però che tutto l’impianto su cui si era fondato l’allargamento europeo sta precipitando a una velocità spaventosa nel gorgo della più grande depressione economica mai vista.

Dico mai vista, pensando perfino ai ritmi dell’altra Grande Depressione. Nel 1931 la produzione industriale europea calava del 5%. Oggi il calo è tre volte più intenso. Con la differenza che a quel tempo la bolla bancaria e parabancaria non si misurava in multipli del prodotto interno lordo dei singoli paesi, come oggi vediamo per i paesi della Vecchia Europa (non dà conto parlare di quelli della Nuova Europa, sull’orlo della bancarotta ).
La controglobalizzazione galoppa sulle ali degli attuali e dei prossimi fallimenti di banche, da soli in grado di innescare il default di interi stati.

Colpisce l’impotenza dei protagonisti politici dei vari paesi europei. Non c’è neanche il tempo di godersi lo svanimento repentino di certe sfrontatezze dei governanti di Polonia, Repubblica Ceca o Ucraina, che avevano giocato a fare i campioni dell’americanismo e oggi sono con il cappello in mano, a chiedere soccorso dove pure piove a dirotto. Perfino la fine catastrofica di quell’arroganza mi sgomenta, perché è il segno di come ora possano essere annichiliti in un istante tanti punti di riferimento, negativi e positivi.

Le classi dirigenti adesso in campo non sono state selezionate dalla crisi, ma dal suo esatto contrario. Vengono da un sistema che non riusciva più nemmeno a contemplare qualcosa di diverso da una molle espansione indefinita. Com’è che recitava il mantra del Consiglio europeo di Lisbona? Diventare entro il 2010 «l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale.»

Riascoltate tutte queste parole una per una, e guardate come ormai invece i governi puntino solo a salvare il salvabile, senza sapere come farlo, con quali priorità, con quali effetti a catena. Nel marasma, si ritorna entro perimetri più domestici, tanto nelle scelte dei governi, quanto negli orientamenti popolari. Gli aiuti nazionali alle banche scontano l’enorme prezzo di lasciare a se stesse le economie estere in cui quelle banche avevano investito, per concentrare la speranza di far ripartire il credito alle imprese, quelle che rimarranno, dentro il proprio paese. La controglobalizzazione, appunto.
A questo punto sarebbe abbastanza azzardato fare qualsiasi previsione su quel che accadrà in questo anno terribile. Nella testa dei governanti risuonano parole d’ordine senza più significato, ancora legate alla fase dell’egemonia neoliberista angloamericana. La sinistra europea è parimenti spiazzata. Qui e lì si cerca di ristudiare in fretta e furia una qualche forma di intervento statale.

Gli USA di Obama cercano di raggiungere un’enorme massa critica d’intervento pubblico in grado di deviare il corso delle cose. Contano sulla residua affidabilità della loro capacità d’indebitarsi senza fallire, coperti dallo status garante della superpotenza. Il gioco reggerà finché i buoni del tesoro USA saranno acquistati. Una scommessa che vinceranno o perderanno quest’anno. E se vincono sarà a scapito di altri soggetti che emetteranno debito.

Altrettanta massa critica non si vede ancora nell’intervento europeo. L’Europa non permetterà il default dell’Est, perché sarebbe davvero una catastrofe. Ma ignora ancora come impedirlo. Gli automatismi e le rigidità eurocratiche sono comunque in rapido declino. Se nascerà un intervento coordinato dal peso autenticamente continentale, certo non passerà per la Commissione ma per il Consiglio europeo. Se fra qualche anno ci sarà ancora l’Euro a far da scudo, certo avverrà per una disponibilità al sacrificio dei paesi meno a rischio default, solo che oggi non la danno a vedere. Sono tanti i “se” che queste classi dirigenti vissute in tempi molli non sanno dipanare nei tempi duri.

Sulla situazione europea ecco un'intervista del 2 marzo 2009 a Giulietto Chiesa sulla Tv russa in lingua inglese Russia Today:

1 marzo 2009

Il nucleare non è la strada del futuro

PANDORA TV
Il nucleare non è la strada del futuro
Intervista a Serge Latouche