Visualizzazione post con etichetta Fabio Mini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fabio Mini. Mostra tutti i post

6 agosto 2015

Fabio Mini: 'La guerra spiegata a...'


Intervista di Enzo Pennetta a Fabio Mini.
Fabio Mini è uno dei più grandi conoscitori delle questioni geopolitiche e militari, su Critica Scientifica parla delle crisi attuali ma non solo. E dice cose molto importanti.


Gen. Mini, nel suo libro La guerra spiegata a… afferma che non esistono guerre limitate, o meglio che una potenza che si impegna in una guerra limitata ne prepara in realtà una totale. Nell’attuale situazione di conflittualità diffusa, che sembra seguire una specie di linea di faglia che va dall’Ucraina allo Yemen passando per Siria e Iraq, dobbiamo quindi aspettarci lo scoppio di un conflitto totale?
La categoria delle guerre limitate, trattata dallo stesso Clausewitz, intendeva comprendere i conflitti dagli scopi limitati e quindi dalla limitazione degli strumenti e delle risorse da impiegare. Doveva essere il minimo per conseguire con la guerra degli scopi politici. E la guerra era una prosecuzione della politica. Erano comunque evidenti i rischi che il conflitto potesse degenerare ed ampliarsi sia in relazione alle reazioni dell’avversario sia in relazione agli appetiti bellici, che vengono sempre mangiando. Con un’accorta gestione delle alleanze e delle neutralità, un conflitto poteva essere limitato nella parte operativa e comunque avere un significato politico più ampio. Oggi la guerra limitata non è più possibile neppure in linea teorica: gli interessi politici ed economici di ogni conflitto, anche il più remoto e insignificante, coinvolgono sia tutte le maggiori potenze sia le tasche e le coscienze di tutti. La guerra è diventata un illecito del diritto internazionale e non è più la prosecuzione della politica, ma la sua negazione, il suo fallimento. Nonostante questo (o forse proprio per questo) lo scopo di una guerra non basta più a giustificarla e chi l’inizia, oltre a dimostrare insipienza politica, si assume la responsabilità di un conflitto del quale non conosce i fini e la fine. Con l’introduzione del controllo globale dei conflitti e della gestione della sicurezza (anche tramite le Nazioni Unite), tutti gli Stati e tutti i governanti sono responsabili dei conflitti. E tutti i conflitti sono globali se non proprio nell’intervento militare, comunque nelle conseguenze economiche, sociali e morali. Quindi, a cominciare dalla guerra fredda che i paesi baltici hanno iniziato contro la Russia, dalla guerra “coperta” degli americani contro la stessa Russia, dai pretesti russi contro l’Ucraina, alla Siria, allo Yemen e agli altri conflitti cosiddetti minori o “a bassa intensità” tutto indica che non dobbiamo aspettare un altro conflitto totale: ci siamo già dentro fino al collo. Quello che succede in Asia con il Pivot strategico sul Pacifico è forse il segno più evidente che la prospettiva di una esplosione simile alla seconda guerra mondiale è più probabile in quel teatro. Non tanto perché si stiano spostando portaerei e missili (cosa che avviene), ma perché la preparazione di una guerra mondiale di quel tipo, anche con l’inevitabile scontro nucleare, è ciò che si sta preparando. Non è detto che avvenga in un tempo immediato, ma più la preparazione sarà lunga più le risorse andranno alle armi e più le menti asiatiche e occidentali si orienteranno in quel senso. E’ una tragedia annunciata, ma, del resto, abbiamo chiamato tale guerra condotta per oltre cinquant’anni “guerra fredda” o “il periodo di pace più lungo della storia moderna”. Dobbiamo quindi essere felici di questa “pace annunciata”. O no?

Un’altra sua interessante considerazione riguarda il fatto che la guerra porti sempre ad una politica diversa da quella che l’ha preceduta e preparata, dobbiamo dunque prepararci ad un mondo diverso da quello che sta generando i conflitti attuali? E se sì, ha idea della direzione in cui ci stiamo muovendo?
Direi di si, ma non credo che ci si possano fare molte illusioni sui risultati. Stiamo vivendo un periodo di transizione storica molto importante: il sistema globale voluto dai vincitori della seconda guerra mondiale sta scricchiolando, i blocchi sono scomparsi, molti regimi politici voluti dalle potenze coloniali sono in crisi, l’Africa si sta svegliando un giorno e regredendo il giorno successivo, le istanze economiche hanno il sopravvento su quelle politiche, sociali e militari, le periferie delle grandi potenze e i loro vassalli stanno cercando indifferentemente o maggiore autonomia o una servitù ancora più rigida. I conflitti attuali sono i segnali più evidenti di questo processo che porterà ad una nuova formulazione dei rapporti e degli equilibri internazionali. Tuttavia non è detto che questo passaggio porti al cosiddetto “nuovo ordine mondiale”. Le spinte al cambiamento e alla stabilità sono ancora flebili e rischiano di cronicizzare i conflitti e le situazioni, altrettanto pericolose, di post-conflitto instabile. Ci sono segnali di forte resistenza al cambiamento in senso multipolare da parte delle nazioni più ricche ed evolute come da parte di quelle più povere. Quelle più ricche si stanno di nuovo orientando verso una politica di potenza affidata soprattutto agli strumenti militari; quelle più povere si stanno orientando verso la rassegnazione alla schiavitù. Il cosiddetto “nuovo ordine” potrebbe essere quello vecchio del modello coloniale e le forze armate si stanno sempre di più orientando verso il sistema degli “eserciti di polizia” (constabulary forces). In molti paesi dell’Africa si parla da tempo di “nostalgia” del periodo coloniale o si accusano le potenze coloniali di averli abbandonati. La potenza e la schiavitù sono complementari. Un filosofo cinese diceva del suo popolo:“ci sono stati secoli in cui il desiderio di essere schiavo è stato appagato e altri no”.

Venendo alla situazione italiana, se è vero che una comunità che ospiti anche una sola base militare straniera è da considerarsi “sotto occupazione”, la presenza di basi USA sul territorio nazionale ci rende una nazione sotto occupazione o comunque non libera?
I regolamenti dell’Aja del 1907, stabiliscono i criteri dell’occupazione militare non tanto sulla presenza militare in un paese ma nella sua funzione. Se una presenza militare anche minuscola si assume la responsabilità della sicurezza del territorio (non importa di quale estensione) in cui è stanziata, si ha l’occupazione “de facto”. Le basi degli Usa non garantiscono la nostra sicurezza, ma la loro. Non servono i nostri interessi ma i loro e quindi non sono legalmente “occupanti”. Il fatto che si dichiarino basi Nato o facciano riferimento agli accordi di Parigi del 1963 è una foglia di fico che nasconde la realtà: alcune basi italiane sono aperte anche ai paesi Nato nell’ambito degli accordi dell’Alleanza, ma le basi americane più grandi sono precedenti agli accordi Nato e sono state concesse con accordi bilaterali in un periodo in cui l’Italia non aveva alcuna forza di reclamare autonomia; anzi andava cercando qualcuno da servire in America e in Europa. In queste basi decidono gli americani (e non la Nato) a chi consentirne l’uso temporaneo. Si ha così un doppio paradosso: molti italiani anche di alto lignaggio politico e militare tentano di giustificare le basi con la funzione di sicurezza che svolgono a nostro favore. E avallano la condizione di occupazione militare. Gli americani sono più espliciti, ma non meno paradossali: ogni anno il Pentagono invia una relazione al Congresso nella quale indica e traduce in termini monetari il contributo dei paesi ospitanti delle basi “agli interessi e alla sicurezza degli Stati Uniti”. Dovrebbe essere un accordo fra pari, ma si avalla la nostra condizione di tributari.

Nel suo libro ha mostrato come la guerra si sia evoluta nel corso dei secoli, adesso siamo giunti a teorizzare una guerra di quinta generazione o guerra senza limiti, una guerra cioè che non deve essere percepita come tale e che coinvolge anche mezzi finanziari. Possiamo dire di essere nel corso di una guerra di questo tipo?
Senza dubbio. Ma anche questa quinta generazione sta trasformandosi nella sesta: la guerra per bande. Non essendoci più soltanto fini di sicurezza e non soltanto attori statuali, siamo nelle mani di “bande” con fini propri e senza alcuno scrupolo se non quello verso la propria prosperità a danno di quella altrui. Le bande si muovono senza limiti di confini e di mezzi, senza rispetto, solo all’insegna del profitto. Tendono ad eludere il diritto internazionale e la legalità, tendono a piegare gli stessi Stati ai loro interessi e a controllarne la politica e le armi. Oggi il problema degli eserciti e degli apparati di polizia non è quello di capire perché lavorano, ma per chi. Se lo Stato, per definizione, deve (o dovrebbe) pensare al bene pubblico, la banda pensa soltanto al bene privato, non statale e spesso contro lo stato. Quando nel 2004 chiesero ad un colonnello americano che tipo di guerra stesse combattendo in Iraq, quello rispose candidamente: “è una guerra per bande e noi siamo la banda più grossa”. Anche lui aveva capito che non stava lavorando per uno stato o un bene pubblico ma per qualcosa che esulava dal suo stesso “status” di difensore pubblico: era un mercenario, come tanti altri, al servizio di uno che pagava. E per questo si riteneva un “professionista” delle armi. La finanza è l’unico sistema veramente globale ed istantaneo e si avvale di mezzi leciti e illeciti: esattamente come fa ogni moderna banda di criminali. La struttura di comando delle bande ha due modelli di riferimento: il modello paternalistico e verticale e il modello comiziale e orizzontale. Quest’ultimo sta prevalendo sul primo anche se a certi livelli della gerarchia si ha comunque uno più forte degli altri. Il modello orizzontale è anche quello che meglio riesce a mascherare le guerre intestine e quelle esterne. Ci sono interessi contingenti che spesso portano gli avversari dalla stessa parte.

Dal suo libro emerge anche il concetto di guerra come “strumento d’imposizione”, cioè uno strumento per obbligare una determinata parte a compiere azioni contro la propria volontà, nel recente caso della Grecia in cui la volontà popolare ha dovuto cedere alle richieste di segno opposto dell’Europa, possiamo parlare di un atto di guerra?
Anche in questo caso dobbiamo riferirci alla guerra senza limiti e, purtroppo, a quella per bande. La Grecia ha subito un’imposizione che piegando la volontà del governo e della stessa popolazione è senz’altro un atto di guerra. Ma il vero scandalo della Grecia non è nell’imposizione subita, ma nell’apparente lassismo in cui è stata lasciata proprio dagli organismi internazionali che ne avrebbero dovuto controllare lo stato finanziario. La guerra finanziaria alla Grecia è la guerra per bande quasi perfetta. Solo qualche sprovveduto può pensare veramente che la Grecia abbia alterato i propri bilanci senza che né Unione europea, né Banca Centrale Europea, né Fondo Monetario, né Federal Reserve, né Banca Mondiale, né le prosperose e saccenti agenzie di rating se ne accorgessero. È molto più realistico pensare che al momento del passaggio all’Euro gli interessi politici della stessa Europa prevalessero su quelli finanziari e che gli interessi finanziari fossero quelli di far accumulare il massimo dei debiti a tutti i paesi membri più fragili. Abbiamo la memoria molto corta, ma ben prima del 2001 il dibattito sull’euro escludeva che molti paesi della periferia europea e quelli di futuro accesso (Europa settentrionale e orientale) potessero rispettare i parametri imposti. Non è un caso se proprio i paesi della periferia siano stati prima indotti a indebitarsi e poi a fallire, o ad essere “salvati” dalla padella per essere gettati nella brace. Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia e Grecia sono stati gli esempi più evidenti di una manovra che non è stata né condotta né favorita dagli Stati, ma gestita da istituzioni che si dicono superstatali e comunque sono improntate al sistema privatistico degli interessi del cosiddetto “mercato”.

La “narrativa”, la fiction, gli spin doctors, giocano un ruolo fondamentale nella guerra di nuova generazione, può indicarci qualche caso concreto in cui ultimamente ha visto questi elementi in azione?
In ambito militare ogni operazione è aperta, condotta e accompagnata dalla guerra dell’informazione e da quella psicologica. Dal 2000 in poi in Afghanistan e Iraq furono disseminate dall’alto migliaia di manifestini e radioline con le quali la coalizione tentava di dare la propria versione del conflitto. L’aereo C-130 destinato alla guerra d’informazione, chiamato “Commando Solo”, continua a sorvolare paesi come Iran, Iraq, Afghanistan, Yemen e Siria trasmettendo giornali radio e telegiornali dando la propria versione dei fatti. L’efficacia di tali mezzi tecnologici è minata dal dilettantismo. I primi volantini in Afghanistan e Iraq erano incomprensibili sia nella forma sia nella lingua. Le radioline furono acquistate in fretta dopo aver notato che gli afghani erano immuni alle trasmissioni radio visto che non avevano radio. E quando furono disseminate le radio gli americani si accorsero che oltre il 90% degli afghani non capiva la lingua usata. In Kosovo ho dovuto raddrizzare una campagna d’informazione, condotta tramite materiale edito da Kfor, dopo aver constatato che una rivista non veniva distribuita ai kosovari ma nelle caserme. In pratica si faceva guerra psicologica sui nostri stessi soldati. Più professionali, ma meno centrate sugli scopi militari, sono le trasmissioni radio della VOA (Voce dell’America) che parla in molte lingue e perfino dialetti centro asiatici. La Russia è entrata nel mondo della moderna guerra dell’informazione con nuove reti di stampa, internet, radio e televisione. I cinesi hanno interi canali dedicati all’informazione in varie lingue. Il programma Confucio, col quale s’insegna la lingua cinese all’estero, è ormai presente in tutto il mondo. Gli spin doctors del Pentagono avevano già immaginato nel 2011 come gestire la caduta di Bashar Assad in Siria e uno studio cinematografico ne stava realizzando il film. Il progetto è stato accantonato, ma il Pentagono spera che il film possa uscire nel 2016 (a Bashar Assad piacendo). Lo scopo di queste iniziative è difficilissimo perché la narrativa (la versione dei fatti) che si vuole fornire dovrebbe contrastare quella dell’avversario e della gente del luogo. In realtà nella comunicazione il messaggio più accettato è quello che conferma i fatti o le percezioni e non quello che le contrasta. La narrativa dell’avversario pur non avvalendosi di mezzi sofisticati e basandosi sulla trasmissione orale è molto più efficace anche perché racconta quello che si vede o ciò che qualcuno appartenente alla stessa comunità dice di aver visto. In Iraq, Afghanistan e altrove non è stato infrequente il grido di allarme dei vertici delle coalizioni occidentali: “stiamo perdendo la guerra della narrativa”. Fuori dal contesto militare, la stessa crisi greca è un esempio attuale di guerra dell’informazione accomunata alla guerra delle percezioni e alle operazioni d’influenza. In Grecia, come altrove, l’eccesso di debito pubblico e internazionale di uno stato non è di per sé un fattore fondamentale d’instabilità né d’insolvenza. E’ invece importante la credibilità che può ampliare a dismisura il credito. Per questo la guerra alla Grecia si è sviluppata sul piano della guerra psicologica con un’azione forte di discredito e di delegittimazione di tutto il paese. La delegittimazione che si è vista in maniera palese nel caso greco, non è avvenuta per altri paesi in via di fallimento, come il nostro; anzi, a dispetto dei dati oggettivi (debito, crescita, disoccupazione, investimenti), ci sono paesi che beneficiano di crediti oltre ogni ragionevole misura. Ogni volta che in Italia c’è un’asta di titoli pubblici, i media plaudono al “collocamento” di tutto il pacchetto sottacendo che in realtà si tratta di un aumento di debito. Anche il fatto che il debito di tale tipo sia “interno” viene manipolato e sottovalutato spacciandolo per una cosa senza valore. Come se il debito interno (quello nei confronti degli italiani che hanno acquistato titoli pubblici) non dovesse mai essere restituito ( e di fatto, così è), quasi che il rastrellamento costante del risparmio privato da parte dello stato non penalizzasse la disponibilità di denaro destinata agli investimenti produttivi. Oltre alle bande finanziarie internazionali, in Grecia, come in Italia e altrove, ci sono bande privatistiche interne che monopolizzano la finanza e la comunicazione. In Grecia, come altrove, queste bande hanno sperato e tuttora sperano in un ribaltone politico che le renda più potenti. E’ già successo, anche in maniera violenta.

Pochi anni fa il fisico Emilio dei Giudice e il giornalista Maurizio Torrealta parlarono di armi nucleari estremamente miniaturizzate, di armi di nuova generazione che sarebbero state già impiegate sui campi di battaglia in Iraq e in medio Oriente, e il cui uso sarebbe stato nascosto dietro la radioattività dei proiettili all’uranio impoverito. Crede che esistano elementi per ritenere fondata questa affermazione?
Non mi risultano casi concreti, ma ho sentito le stesse storie in altri casi. Una caratteristica delle guerre moderne è anche la perdita di consapevolezza sulla verità. Di certo c’è che la moderna tecnologia, anche fuori dal campo sperimentale consente questo ed altro. Se tali armi sono state veramente impiegate, si tratta di una violazione del diritto internazionale e dei diritti umani delle vittime. Purtroppo, ogni violazione (anche del buon senso, come nel caso della tortura) è così frequente che non rappresenta più un ostacolo. C’è da sperare che lo abbiano fatto gli americani: almeno tra trent’anni i segreti di stato saranno derubricati e ci diranno la verità. Se le avessero usate i russi o altri paesi, come il nostro, non lo sapremmo mai. Dovremmo aspettare che diventasse un segreto di Pulcinella.

Critica Scientifica è un sito che si occupa molto delle problematiche dell’informazione ed è noto che la prima vittima della guerra è la verità, può dare ai nostri lettori un consiglio per difendersi e cercare di distinguere tra realtà e manipolazione?
Abbiamo due armi formidabili: diffidenza e ironia. La prima serve a neutralizzare il monopolio dell’informazione. Significa cercare continuamente altre fonti e altri riscontri senza bere tutte le scemenze ufficiali. La seconda tende a ridimensionare anche quella che può sembrare la realtà. Perché la verità non è più la vittima del primo colpo di fucile: non esiste più.





15 marzo 2015

Siria, la retromarcia dell'ambasciatore mutante


di Pino Cabras.
da Megachip.


Davvero curioso leggere l’altalenante autocritica pronunciata dall’ex ambasciatore USA in Siria, Robert Ford. In Italia ne ha parlato SpondaSud.it, senza che i grandi media italiani riprendessero queste notevoli dichiarazioni, che il lettore potrà leggere almeno in coda a questo articolo. Robert Ford è uno degli esempi più riusciti di quella nuova specie di ambasciatori che risponde a Washington, e che ha perfettamente descritto il generale Fabio Mini, il quale afferma che il Dipartimento di Stato USA «ormai non dirige più la diplomazia delle feluche e dei party e che nel rispetto della convenzione di Vienna dovrebbe astenersi dall’interferenza negli affari interni degli altri paesi. In realtà non dirige neppure diplomatici. Gli ambasciatori si atteggiano a spie e hanno adottato le tecniche della CIA dei tempi di Pinochet e dei narcos intervenendo direttamente nella politica e negli affari dei paesi di accreditamento»[1].
E come intervengono, questi ambasciatori mutanti? Il generale Mini non usa mezzi termini: «Mettono in campo tutti gli strumenti di pressione e sovversione disponibili: vecchi e nuovi, soft e hard, pubblici e privati, manovrando e manipolando persone e opinioni con i social media, con la corruzione dei funzionari, l’intervento di mercenari, di organizzazioni non governative, di Stati terzi. La cosiddetta public diplomacy si è mescolata alle operazioni militari speciali, alle connessioni con le reti criminali e malavitose, con gli estremisti e con i terroristi. La chiave è la provocazione di eventi che appaiono spontanei e che possono essere attribuiti ad altri. Sono operazioni lunghe nella preparazione e istantanee nell’esecuzione.»
Per finanziare queste attività l’ambasciatore di nuovo tipo non attinge a risorse ministeriali, ma preferisce «cercare sponsor esterni e alimentare attività criminali che procurano denaro come i traffici di droga, di reperti archeologici e di armi, come le rapine o, in maniera più raffinata, sostenendo l’alta finanza nell’appropriazione di imprese e industrie da affidare a propri rappresentanti scelti per diventare leader politici».
Mini scriveva a ridosso dei primi mesi della crisi ucraina, e la sua rappresentazione riusciva a effigiare bene anche quel che è successo in Ucraina, con la sequela di soft power, propaganda, destabilizzazione e guerra.
Ma va benissimo anche per ritrarre la figura di Robert Ford. Ne avevamo parlato, Simone Santini e io, in un articolo del 2012, intitolato «Siria, prima che spari la "tecnica"», nel quale prevedemmo fin troppo esattamente una situazione in cui gli jihadisti in Toyota sarebbero diventati gli atroci protagonisti degli eventi. Lì c’era anche un ritratto non convenzionale di Robert Ford:
« Chi ha guidato la mano degli squadroni della morte?
Sarebbe interessante chiederlo a Robert Ford, l'ambasciatore USA a Damasco. Prima dell'incarico nella capitale siriana Ford era stato assistente di John Negroponte quando questi era ambasciatore a Baghdad e anche lì imperversavano gli squadroni della morte, esattamente come in Honduras ai tempi in cui faceva l'ambasciatore, e da lì organizzava la guerra sporca dei Contras del Nicaragua, oltre ad addestrare le forze speciali e i torturatori di tutto il "cortile di casa" del Sud America.
Uno sguardo ravvicinato alle violenze in Siria fa sorgere domande terribili sulle narrazioni ufficiali di chi oggi dà la caccia ad Assad come ieri a Gheddafi.»

Oggi Ford tiene ancora i piedi in più staffe, sogna sempre di poter cambiare le sorti della Siria armando oppositori non jihadisti, e nello stesso tempo, in modo politicamente contraddittorio e insostenibile, propone che l’opposizione prenda parte «ai negoziati per una soluzione della crisi senza chiedere la partenza di Assad come condizione preliminare a qualsiasi compromesso». Era un’impostazione negoziale che - duecentomila vittime fa - le persone di buon senso proponevano inascoltate, mentre le grandi macchine della propaganda coprivano Ford e ‘hitlerizzavano’ Assad.
L’Impero del Caos ora forse si accorge che il Caos soffia più forte dei suoi schemi.


Siria, ex ambasciatore USA: ‘L’opposizione si è comportata barbaramente’


L’ex ambasciatore Usa, in Siria, Robert Ford, ha riconosciuto per la prima volta che l’opposizione siriana ha usato pratiche barbariche contro i civili fedeli al presidente siriano Bashar al Assad.
In un’intervista con la rivista americana Foreign Policy, Ford ha lanciato un appello all’opposizione affinché rinunci alla partenza del presidente Assad come precondizione per una soluzione della crisi siriana.
Ford, da sempre molto critico con il presidente Assad, a sorpresa, ha invitato i gruppi di opposizione a collaborare con l’esercito siriano nella protezione dei civili.
Secondo Ford, «la strategia degli Stati Uniti non funziona, da qui la necessità di istituire un piano alternativo».
I principali punti del piano possono essere riassunti come segue:
– I gruppi armati di opposizione addestrati recentemente devono obbedire solo al loro comando.
– L’opposizione armata deve rinunciare agli atti barbarici contro i civili fedeli al presidente Assad.
– L’opposizione deve tagliare tutti i rapporti con il Fronte al Nosra, affiliata alla rete di al-Qaeda.
– Non si devono attaccare i cristiani e le altre minoranze.
– È necessario che l’opposizione cooperi con l’esercito siriano nel proteggere le aree.
– L’opposizione deve prendere parte ai negoziati per una soluzione della crisi senza chiedere la partenza di Assad come condizione preliminare a qualsiasi compromesso.
E, infine, Ford non ha dimenticato di chiedere alla Turchia di chiudere le frontiere per impedire l’afflusso delle milizie dell’Isis e di Al Nosra verso la Siria.



__________
[1] Da “La strana coppia Russia-Cina figlia delle manipolazioni e degli errori di Obama” di Fabio Mini, su Limes 8/2014 “Cina-Russia-Germania unite da Obama”.

25 gennaio 2010

La guerra ambientale c'è già

di Pino Cabras - da Megachip.

Pian piano, dopo il sisma di Haiti, alla periferia del sistema dell'informazione si comincia a parlare di terremoti causati dall'uomo, ormai ritenuto capace di progettare nuovi ordigni da dottor Stranamore. Come vedremo, la tecnologia c'è già.

I terremoti però accadono da sempre, e senza aiuti tecnologici. La stessa Haiti nella sua storia è stata colpita dalle scosse molte volte, e violentemente, anche in epoche in cui non esistevano nemmeno gli aerei.

Non furono certo armi a onde longitudinali (qualsiasi cosa questa parola significhi) a causare lo tsunami che nel 1908 distrusse Messina e Reggio Calabria. Gli esempi sarebbero infiniti, possiamo risparmiarci un ripasso alla storia dei terremoti.

Dobbiamo chiederci, allora, perché qualcuno non voglia più vedere la mano di un Dio Creatore nella tragedia di Port-au-Price, bensì la crudele volontà di un creatore umano.

Ha cominciato una tv venezuelana, ritenuta vicina al presidente Hugo Chávez, a ipotizzare – citando fonti riservate russe - che il terremoto haitiano sia stato causato da un'arma segreta statunitense. In un gioco mediatico di specchi, la televisione russa di lingua inglese Russia Today ha citato il servizio del canale di Caracas. Si sono aggiunti altri specchi, specie nel web, con titoli che addirittura attribuivano a Chávez frasi virgolettate in realtà mai pronunciate.



Va notato come la congettura si diffonda – al di là del credito che le viene dato – nei luoghi in cui si contrasta l'oligarchia mediatica anglosassone e la sua narrazione dei fatti. È proprio di questi giorni l'accesa polemica fra Pechino e Washington su Google e sull'intervento dei governi nel web. La divaricazione sul “soft power”, il potere soffice dei media, è destinata ad accrescersi. Sempre più difficile sarà il proporsi di una sola narrazione, come oggi, che descrive il proprio ruolo nel mondo come il più buono, importante, morale, come il solo punto di vista, il pensiero senza alternative, il vettore unico della cronaca e della storia. Si affacciano altre letture, altre visioni, da subito. Anche nel caso di Haiti.

E anche quando le visioni alternative non vanno verso la causa del terremoto, giudicano comunque le immediate conseguenze. Il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, ammonisce: «Parto dal presupposto che nessuno abuserà della situazione creatasi adesso per raggiungere qualche altro obiettivo che non sia la prestazione di aiuto al popolo haitiano». Tanta felpatezza da consumato diplomatico riflette preoccupazioni molto più allarmate. Basta osservare come vanno i soccorsi, oggi in mano USA, per capire che la priorità non è l'intervento umanitario.

I 15mila militari statunitensi sono la presenza più vistosa, ma non certo la più efficace, sul piano della protezione civile. Risulta sproporzionato proprio il peso della componente militare. Non sono agenzie civili a prendersi carico delle operazioni, ma lo US Southern Command (SOUTHCOM), il comando combattente per il Centro e il Sud America, alle dipendenze del Pentagono.

Il capo della protezione civile italiana, Guido Bertolaso, ha considerato del tutto inadeguata la gestione attuale del soccorso, condizionata dalle «troppe stellette». Abbiamo visto che vari cargo delle ONG internazionali carichi di medicinali non hanno potuto atterrare.

Abbiamo visto arrivare forze speciali, armate fino ai denti, dotate di elicotteri e mezzi blindati, mentre i carichi di derrate, acqua e medicinali erano dirottati sulla vicina Santo Domingo. I pochi aerei civili ammessi all'atterraggio se ne stanno sulle piste, e poco o nulla del loro bendidio esce da lì. Tanta presenza militare non pare giustificarsi nemmeno con le necessità di preservare l’ordine pubblico, visto che i saccheggi continuano, un po' come avvenne a New Orleans nel 2005 dopo l'uragano Katrina. Il governo locale è di fatto esautorato.

A un passo da Cuba e dal Venezuela, gli USA controllano militarmente una nazione invasa, posta in una posizione geopolitica rilevantissima. Il fatto si presenta anche in questi nudi termini. Lavrov e Chávez lo notano più di altri, dalle loro posizioni.

Con le nostre cognizioni abituali, questo fatto può essere letto in modo semplice: gli USA hanno colto un'occasione storica. Nel momento in cui gli Stati Uniti avevano già avviato un Roll Back, cioè un'offensiva politica, militare e diplomatica volta a fermare l'espansione di governi indipendenti se non ostili nel continente americano, una “Reconquista” di un po' di casematte imperiali, il sisma haitiano è una palla da cogliere al balzo. Non occorrerebbe premeditazione, basterebbe applicare pragmaticamente una nuova dottrina geopolitica, usando la struttura più pronta, quella militare.

Ecco, i sospetti - in questo quadro di schermaglie - sono sorti nel momento in cui si è scoperto che questa struttura militare era fin troppo pronta.

Un giorno prima del terremoto il SOUTHCOM conduceva un’esercitazione militare «basata su uno scenario che implicava la fornitura di soccorsi ad Haiti in conseguenza di un uragano». Lo rivela su un sito governativo Jean Dimay, funzionaria della DISA, un'agenzia high tech di coordinamento per il combattimento, un'emanazione del Pentagono. Ed ecco che un disastro ad Haiti poi avviene davvero, così che il SOUTHCOM «ha deciso di passare al reale» (go live), tanto da poter «intervenire ad Haiti velocemente, perché i sistemi erano già caricati sui pallets a Miami in vista dell’esercitazione che è stata cancellata».

Nessuna congettura potrebbe avere basi dimostrabili. Si può solo registrare l'ennesimo caso di un'esercitazione sulla quale va a ricalcarsi un evento reale, che riproduce in notevole misura il quadro che giustifica il coinvolgimento di importanti apparati. È successo massicciamente l'11 settembre 2001 negli USA. È successo con esattezza pedissequa il 7 luglio 2005 a Londra. Magari stavolta a Port-au-Prince era una coincidenza.

È però inevitabile che i grandi fatti militari, e il caso di Haiti lo è subito diventato, siano degli “osservati speciali”. Viviamo nell'epoca inaugurata da Hiroshima: si è accresciuta l'incidenza della scienza, che ha dotato le potenze militari di mezzi votati alle volontà di dominio più sfrenate, non importa quale vocazione democratica o pacifica dichiarino i leader politici.

Il generale Fabio Mini, ex Capo di Stato Maggiore della NATO in Sud Europa, autore di un saggio che racconta accuratamente scenari estremamente inquietanti (Owning The Weather: la guerra ambientale globale è già cominciata), durante un'intervista di qualche anno fa si dichiarò pessimista sul fatto che i possessori di tecnologie in grado di provocare terremoti si fossero astenuti dall'usarle.

E, cosa più importante, il generale Mini dava per assodata l'esistenza di tecnologie in grado di provocare gravi calamità ambientali, sismiche, climatiche.

La guerra ambientale, per Mini, si definisce come «l'intenzionale modificazione di un sistema ecologico naturale (come il clima, i fenomeni meteorologici, gli equilibri dell'atmosfera, della ionosfera, della magnetosfera le piattaforme tettoniche eccetera), allo scopo di causare distruzioni fisiche, economiche, psico-sociali nei riguardi di un determinato obiettivo geofisico o una particolare popolazione».

La guerra ambientale va di pari passo con la guerra psicologica e dell'informazione «che comprendono il cosiddetto denial: la negazione delle informazioni, dei servizi, delle conoscenze, degli accessi alle tecnologie e agli strumenti di difesa e salvaguardia. In materia di negazione la guerra ambientale può esprimere potenzialità enormi ed arrivare al cinismo disumano anche se condotta in forma latente e passiva».

L'Onu nel 1977 approvò una convenzione contro le modifiche ambientali, ma la ricerca e l'applicazione della guerra ambientale, ricorda Mini, è di fatto passata alla clandestinità. Tutto è diventato opaco, o peggio: metodicamente avvolto nella menzogna, al punto che tutte le dietrologie sul modo di condurre la guerra attuale diventano l'unico metodo di indagine plausibile per aggirare le bugie. Fa impressione leggere nelle pagine di questo generale che «qualsiasi teoria del complotto prima o poi si rivela fondata», o leggere che una parte delle migliaia di bombe atomiche esplose dai tempi di Hiroshima non erano sperimentazioni di guerra nucleare bensì altrettante messe a punto della «guerra sismica».

Le ipotesi sul terremoto intenzionale, nel caso di Haiti, restano solo speculazioni. Però, a sentirle formulare, fanno lo stesso sorgere questioni importantissime sulla natura della guerra attuale e le sue spaventose potenzialità, 65 anni dopo la prima bomba atomica.

La soglia superata a Hiroshima è la prima di una serie di soglie già oltrepassate. Ciascuno di voi lettori fortunatamente non ha sperimentato su di se una bomba atomica, ma sa che esiste. Ciascuno di voi non ha similmente sperimentato un terremoto artificiale, ma deve sapere che esiste. Nessuno di noi attualmente ha i mezzi per distinguere su questo argomento il falso dal vero. Ognuno può però iniziare a considerare necessario saperne di più, perché le guerre da molti decenni non si dichiarano, ma si combattono con mezzi sempre più sofisticati, dalla terra delle faglie all'aria dei media.


9 marzo 2009

Gulliver legato dalle guerre inutili

di Pino Cabras - da «Megachip»


L'ex capo delle forze speciali britanniche Sas (Special Air Service) in Afghanistan, il comandante Sebastian Morley, 40 anni, denuncia quanto la campagna militare contro i Taliban sia «inutile». Gli ricorda l’esordio di un’altra guerra che fu da subito in un vicolo cieco: «È l'equivalente dell'inizio della guerra del Vietnam», lamenta Morley in un'intervista al «Daily Telegraph», la prima dopo le sue dimissioni nell’estate 2008, seguite alla morte di quattro suoi uomini che viaggiavano in una Land Rover Snatch, un mezzo obsoleto pensato per la guerriglia urbana nell’Ulster ma totalmente inefficace per proteggere i soldati contro le IED usate nell’insidioso terreno afghano.

«Il numero delle vittime e il logoramento delle truppe non possono che aumentare», prevede Morley.

Trattandosi di una guerra «inutile», il governo britannico ha «le mani sporche di sangue» per via della sua indifferenza alla protezione dei propri uomini in campo. «Teniamo piccole porzioni di terreno nella provincia di Helmand», la zona dell’Afghanistan meridionale di competenza britannica. «Le operazioni che stiamo conducendo sono davvero senza senso. È proprio folle pensare che teniamo quel terreno o che abbiamo alcuna influenza su quel che accade poco oltre le basi».
Insomma, già a mezzo chilometro dai fortini in cui si rintanano i soldati di Sua Maestà, non c’è più alcuna influenza sullo stato delle cose.
«Usciamo in operazioni, ci azzuffiamo con i Taliban e rientriamo al campo per il tè. Non controlliamo il territorio. I Taliban sanno dove siamo. E sanno molto bene quando siamo rientrati al campo», commenta amaramente Morley.

Del resto, non è che per le truppe statunitensi le cose vadano molto diversamente. «Al mondo non sfugge il fatto sufficientemente chiaro che la maggior parte delle nostre forze sono bloccate in Iraq e in Afghanistan», aveva detto già nell’aprile 2007 Daniel Serwer, del think tank US Institute for Peace: «quando Gulliver è legato a terra, tutti lo capiscono».
È in questo contesto che – mentre sfuma la disastrosa utopia bellicista dell’era Bush – si possono comprendere le aperture di Barack Obama e la sua disponibilità a trattare con i Taliban. Il tutto avviene troppo tardi. Se solo si fosse ascoltato il generale Fabio Mini, quando nel 2007 commentava: «La legittimazione fra avversari avviene nel momento in cui si combattono e non nel momento in cui si parlano. Il ruolo di avversario non comporta nessuna accettazione diretta o indiretta dei rispettivi scopi e metodi . Anzi proprio nel riconoscimento delle reciproche posizioni sta sia la possibilità di trovare un punto di accordo sia la definitiva chiarificazione del disaccordo.»

A Gulliver ormai conviene scendere a più miti consigli.

Ma chi lo dice a La Russa e a Fassino, che certo non hanno avuto il coraggio né il realismo degli ufficiali che hanno guardato alla realtà effettuale?

26 novembre 2008

Se questo è un terrorista

di Pino Cabras - da «Megachip»



Ziad Jarrah, nelle versioni ufficiali dell’11/9, era il fondamentalista fanatico e suicida che pilotò l’aereo dirottato della United Airlines (volo 93) fino al suo schianto nelle campagne della Pennsylvania. Oggi ci viene mostrato un suo video risalente a qualche tempo prima.
Come gli altri documenti sul “gruppo di fuoco” dei mega-attentati, anche questo conferma anomalie stridenti per il ritratto di un fondamentalista.
Video e accertamenti ricavati da vari investigatori, anche dell’FBI, e ignorati dalla Commissione sull’11/9, ci mostrano dei giovani ben poco pii, per nulla dediti ad austere consuetudini salafite, e molto inclini a momenti di vera débauche, ubriacature, cocaina, vestiti alla moda e gioielli, senza trascurare qualche braciola di maiale.
I presunti dirottatori Marwan Alshehhi e Hamza Alghamdi – ad esempio - acquistarono video porno e giocattoli erotici per centinaia di dollari in Florida. Spesero 252 dollari in video e 'giocattoli' ai primi di luglio 2001, e poi altri 183 dollari nel corso di quel mese. Come se non bastasse, Satam Al-Suqami probabilmente pagò per un'accompagnatrice a Boston il 7 settembre 2001. Alshehhi venne inoltre riconosciuto da sei ballerine del Cheetah’s, un nightclub di Pompano Beach, Florida. Questo combacia con altre prove del fatto che i dirottatori bevevano alcol, pagavano per ballerine di lap dance, guardavano video porno, ecc., ben lontani dal comportamento che ci si aspetterebbe da dei religiosi radicali.
Le presenze dei presunti dirottatori in bar e ristoranti lasciano grandi tracce con le carte di credito. Va detto che alcune carte di credito usate dai presunti dirottatori furono usate ancora negli USA dopo l'11/9. Per esempio, una carta di credito posseduta congiuntamente da Mohamed Atta e Marwan Alshehhi venne usata due volte il 15 settembre. Ciò risulta di sostegno alle notizie giornalistiche di fine 2001 che riportavano che le carte di credito dei dirottatori furono usate sulla Costa orientale degli USA non più tardi dei primi di ottobre del 2001.
In ogni caso, sappiamo anche che i linceziosi picciotti di al-Qā‘ida non disdegnavano le sale da gioco di Las Vegas, altro luogo in cui dei musulmani non fanno esattamente la figura dei devoti al Corano. Nulla si sa sulla data originale del filmato di Jarrah tirato fuori dalla NBC. Di norma gli aspiranti attentatori suicidi filmano i loro testamenti video alla vigilia dei loro attentati. Sono intesi come un messaggio finale alle proprie famiglie, e come uno strumento di propaganda da trasmettere in ambienti di militanti. L’assenza di dati così specifici si presta a manipolazioni e deviazioni che aggiungono dubbi, più che risolverne.
Ziad Jarrah appare impacciato, come se recitasse controvoglia, senza solennità, un copione idiota in cui non crede minimamente, tanto che gli scappa da ridere, come uno che esclami “che s’ha da fa’ pe’ campa’!”
A sostegno della versione ufficiale, i suoi mitografi hanno interpretato così il video di Jarrah: guardate come sono insidiosi questi fondamentalisti, si sono mimetizzati così bene da diventare il vostro invisibile vicino, la minaccia nascosta della porta accanto. Gente normale, in apparenza, ma assassina.
È possibile una diversa lettura di simili comportamenti? Lo spiegava bene Jim Garrison, nel suo libro JFK - Sulle tracce degli assassini (Milano, Sperling&Kupfer, 1992 ) al capitolo 5, intitolato “La messa a punto del capro espiatorio”: nel gergo dei servizi segreti una lunga operazione che si svolga nel corso degli anni e faccia compiere a una pedina, inconsapevole vittima sacrificale, gesti che solo in seguito verranno capiti e interpretati, si dice “inzuppare la pecora” (sheepdipping). Allora sono possibili diverse ipotesi investigative sugli atti della “pecora inzuppata” Ziad Jarrah, differenti dal balbettante sconcerto che invece ha accolto questo video sui media mainstream. Di certo Ziad Jarrah appare coinvolto in veste di esecutore di un qualche segmento delle azioni terroristiche dell’11/9, magari per mandare fumo negli occhi. Ma il suo profilo – come quello degli altri presunti dirottatori - non appare adeguato al grado di complessità dell’operazione. Qualche anno fa il generale Fabio Mini diceva che si tratta di scovare «non quelli che hanno condotto l'attacco, né quelli che hanno pianificato e diretto le operazioni, ma coloro che hanno ideato il piano». Essi hanno capacità, che bin Lāden e associati non possiedono, «da geni della politica, della strategia e della guerra».
Il filmato con le papere di Jarrah è un piccolo tassello di conferma.

Il presente articolo è stato pubblicato anche da «AriannaEditrice» [QUI].

Questo stesso video su «Luococomune» è analizzato con gustosi spunti umoristici: [QUI].