Visualizzazione post con etichetta Kofi Annan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kofi Annan. Mostra tutti i post

12 agosto 2012

La Siria è solo un pretesto

di Thierry Meyssan



Megachip avvia oggi la collaborazione permanente con Thierry Meyssan. Questa "cronaca settimanale di politica estera" appare simultaneamente in versione araba sul periodico "Tichreen" (Siria), in versione tedesca sulla "Neue Reinische Zeitung", in lingua russa sulla "Komsomolskaja Pravda". Prossimamente troverà spazio anche su giornali e magazine on-line in Algeria, Iran e paesi dell'America latina.
Non necessariamente Megachip fa proprie tutte le valutazioni che appariranno in questa rubrica, ma consideriamo Thierry Meyssan una voce importante, informata su questioni altamente controverse, e sulle quali il mainstream occidentale mente sistematicamente o agisce distorcendone i significati. (Redazione di Megachip)

Nelle ultime settimane, la scena diplomatica internazionale è stata nuovamente catturata dalla crisi siriana. Un doppio veto è stato esposto al Consiglio di Sicurezza, l'Assemblea Generale ha approvato una risoluzione e l'inviato speciale del Segretario Generale si è dimesso. Questa agitazione, che pure è controproducente in termini diplomatici, risponde a ben altri obiettivi che non alla ricerca della pace.
Gli occidentali non avevano alcun motivo diplomatico di portare al voto il loro progetto di risoluzione, dal momento che i russi avevano annunciato che non lo avrebbero fatto passare. Non avevano alcuna ragione di far approvare una nuova risoluzione da parte dell'Assemblea Generale, dopo che questa ne aveva già approvata una in termini analoghi. Infine, Kofi Annan non aveva alcun motivo oggettivo per rassegnare le dimissioni.
Inoltre, una parte di questa sequenza è illegale. L'Assemblea Generale non ha alcuna competenza per discutere di questioni su cui il Consiglio di Sicurezza si sia bloccato, tranne quando «sembri esistere una minaccia contro la pace o un atto di aggressione e ove, per il fatto che l'unanimità non sia stata raggiunta tra i suoi membri permanenti, il Consiglio di Sicurezza non riesca a esercitare la sua responsabilità primaria nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionali». Non si dà questo caso, in quanto i promotori della risoluzione insistono per presentare la crisi siriana come un problema esclusivamente interno.
In ogni caso, l'Assemblea Generale non ha menzionato questa competenza (nota come «Uniting for Peace-Union pour le maintien de la paix»), ma i leader occidentali hanno lasciato intendere che essa disponesse molto di più: di un diritto di intervento umanitario. Si tratta evidentemente di una frode intellettuale. La Carta dell’ONU si basa sul rispetto della sovranità degli Stati membri, mentre il «diritto d’ingerenza» (un tempo denominato «missione civilizzatrice») è il privilegio del più forte utilizzato dalle potenze coloniali per conquistare il mondo.
In questo spirito, i leader occidentali hanno ripetutamente condannato l'inazione del Consiglio di Sicurezza. Nulla è più lontano dalla verità: il Consiglio è diviso, come dimostrano i tre successivi veti, ma è attivo e ha già emanato tre risoluzioni sulla crisi siriana (2042, 2043 e 2059). Quando la giuria di un tribunale penale è divisa sulla colpevolezza di un imputato e lo assolve, non dice che la Corte è impotente a condannarlo, ma afferma al contrario di aver fatto giustizia. Quando il Consiglio di Sicurezza, che è una delle fonti del diritto internazionale, respinge una risoluzione, si deve accettare quel che ha espresso la legge, che si sia soddisfatti o meno della sua decisione.
Kofi Annan ha spiegato le sue dimissioni con queste parole: «la crescente militarizzazione sul campo e la chiara mancanza di unità del Consiglio di Sicurezza ha cambiato radicalmente le condizioni per il successo della mia missione.» Par di sognare, ma Kofi Annan aveva accettato le sue funzioni il 23 febbraio. A quel tempo, l'esercito siriano stava assediando l'Emirato Islamico di Baba Amr, dove sono stati ricacciati due-tremila combattenti con istruttori occidentali, intanto che la Cina e la Russia avevano già fatto ricorso per due volte al loro diritto di veto.
In realtà, nessun protagonista ha cambiato la sua posizione di una virgola. Solo l'equilibrio delle forze sul terreno è cambiato: una fazione della popolazione siriana che sosteneva i gruppi armati ormai dà il suo appoggio all'esercito nazionale; dopo aver perso l'Emirato Islamico di Baba Amr, i Contras non ce l’hanno fatta a impadronirsi di Damasco né di Aleppo, e sono privi di un santuario. Kofi Annan diserta il campo di battaglia siriano, come aveva fatto a Cipro nel 2004, dopo il rifiuto del suo piano di pace in un referendum.
In retrospettiva, sembra che concepisse la sua missione nell’ottica di un rovesciamento del presidente al-Assad con la forza, e ora non sappia più che fare davanti al fallimento dell'Esercito siriano libero sostenuto dall’Occidente. Evidentemente, le dimissioni dell'inviato speciale non sono solo l’espressione del suo personale turbamento, ma è anche parte della campagna occidentale volta a stigmatizzare un «impedimento della comunità internazionale» e caricare la responsabilità sulle spalle di Siria, Russia e Cina.
Questo fa intravedere il vero significato di questa agitazione. Gli occidentali se ne infischiano del benessere dei siriani: sono loro ad armare i mercenari che torturano e massacrano in grande scala, e non hanno intenzione di fermarsi. La loro attività diplomatica è esclusivamente orientata verso una messa in stato d'accusa della Russia e della Cina nonché a rimettere in discussione l'esistenza stessa del diritto internazionale.
L’ossequiosissimo Ban Ki-moon non si è sbagliato. Aprendo il dibattito dell'Assemblea Generale sulla Siria, ha sconfessato l'analisi presentata dalla risoluzione. Non ha denunciato un conflitto siro-siriano. Ha lamentato «una guerra per procura» tra grandi potenze, una guerra il cui obiettivo è non è la presa della Siria, ma la regolazione di un nuovo rapporto di forze a livello mondiale.

(12 agosto 2012)
Traduzione a cura di Matzu YagiMegachip.

 Link: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/8675-la-siria-e-solo-un-pretesto.html.

28 maggio 2012

Siria. Cronache dell'orrore e della libanizzazione

di Pino Cabrasda Megachip.

 
Una strage in Siria, venerdì 25 maggio 2012, nella città di Houla, ha superato la soglia cinica che i media usano per dare importanza a una notizia nei casi di conflitti a “bassa intensità”. Cento morti in un giorno sono stati annunciati molte volte, spesso falsamente o senza poterlo verificare.
Stavolta, però, tutte le parti del conflitto siriano concordano: la gamma delle atrocità misurate a Houla si pesa proprio su una scala orrenda e verificabile, quella della carneficina di massa che colpisce gli innocenti. Per metà bambini.
Ecco dunque le prime pagine, che raccontano l’imminente fallimento del piano di pace di Kofi Annan accettato il 27 marzo dal governo siriano. Ma in questi ultimi due mesi le prime pagine poco hanno detto sulle enormi difficoltà e le gravi azioni che hanno indebolito e svuotato sin da subito il piano delle Nazioni Unite. La strage di Houla è solo l’ultimo fatto in ordine di tempo, fra le migliaia di violazioni del piano fin qui registrate, fra bombe stragiste contro i gangli dello stato, azioni di guerriglia, massacri interetnici perpetrati da squadroni della morte, traffici transfrontalieri di armi (con una tensione sempre maggiore in Libano), fino a sottrazioni di controllo del territorio che diventeranno la premessa per “zone cuscinetto” in grado di rendere endemica la guerra civile e l’internazionalizzazione del conflitto.
La parola “libanizzazione”, vecchia di decenni, torna in auge per provare a descrivere quel che può attendere la Siria.
Il coinvolgimento dei carri armati negli scontri di Houla è stato interpretato da un’organizzazione londinese inattendibile, l’Osservatorio siriano per i diritti umani, come l'unica causa del massacro: i morti sarebbero da imputare ai bombardamenti dell’esercito di Assad durante le manifestazioni antiregime di venerdì. Gran parte dei media occidentali e delle petromonarchie arabe accredita questa versione. Un riflesso rimane nel comunicato di condanna scaturito dalla riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, con la Russia che si è allineata agli altri membri nel menzionare una responsabilità dell'esercito siriano nella violazione del cessate il fuoco. Le agghiaccianti immagini delle vittime che possiamo osservare sollevano però alcuni dubbi. I morti non appaiono colpiti da bombardamenti indiscriminati ma da esecuzioni, compresi i bambini. In un contesto in cui operano squadroni della morte e agenti del caos di diverse tendenze, la vicenda assume una luce diversa (e non meno inquietante).
In questo film dell’orrore non vedrete la testa di una bambina che spunta dalle macerie, come a Gaza nel 2009, ma corpicini di infanti stesi a fianco di un muro intatto e macchiato da uno schizzo di sangue. Nella contabilità dell’orrore cambia poco. Nella comprensione dei fatti cambia prospettiva.
Anche in questa occasione il Centro di informazioni “Vox Clamans” della diocesi greco-cattolica di Homs raccoglie testimonianze che descrivono uno scenario analogo a quello di altri massacri avvenuti negli scorsi mesi: bande sempre meglio armate attaccano sia l’esercito - impegnandolo in una reazione e di fatto bloccandolo dopo avergli causato gravi perdite - sia i civili di diverse etnie.
Emerge una strategia criminale, con famigerati precedenti in Centroamerica e in Iraq, in grado di fare a pezzi il livello minimo di sicurezza che gli stati hanno il compito di garantire nel patto di cittadinanza. È un tipo di pressione che di per sé azzera qualsiasi piano di pace, o qualunque tentativo di ricondurre a un’autorità statale il monopolio legittimo della violenza.
Chi alimenta tutto questo? Ne abbiamo parlato in passato, offrendo una panoramica. Il piano di Annan non piace a chi vuole il cambio di regime costi quel che costi. Non piace agli USA né alle petromonarchie del Golfo. Una delle più patenti violazioni del piano è stata l’escalation del traffico di armamenti e altri equipaggiamenti dall’estero in favore dei settori più inflessibili dell’opposizione siriana. Il piano non piace ai gruppi sempre più organizzati del terrorismo di tipo al-qaedista (che in Libia è stato un soggetto chiave della guerra e da lì alimenta un flusso per la Siria), milizie di assassini fanatici che vogliono condizionare violentemente la loro oggettiva alleanza con Washington e Riyad. E sicuramente non piace ai settori più incredibilmente miopi e retrivi del regime siriano, che sentono minacciate le loro rendite di posizione dalle riforme impostate da Assad sotto la pressione degli eventi.
In una situazione che muta di giorno in giorno sono persino possibili convergenze d’interessi da parte di chi da una transizione pacifica ritiene di avere soltanto da perdere.
Ci sono molti osservatori, anche in Italia, che guardano ai fatti di Siria leggendoli con categorie fuorvianti, fino ad attribuire le migliaia di morti dei disordini a un’unica mano assassina. La realtà si presenta invece molto sfaccettata, e non si presta a essere giudicata con il metro italiano. Perché, se volessimo proprio usare questo metro, in Siria sta succedendo una Nassiriya al giorno e una strage di Bologna alla settimana. Noi non siamo venuti a capo delle nostre tensioni causate da episodi diluiti nei decenni. Dovremo perciò essere molto prudenti nel giudicare cosa sia bene per i siriani quando gli episodi hanno una frequenza e una dimensione immensamente più grave della nostra esperienza storica.
In pochi hanno letto una proposta di Johan Galtung (“Siria: le soluzioni sono possibili invertendo le formule. Ecco come”) per cercare soluzioni al dramma siriano. Andrebbe invece diffusa e dibattuta, fra quanti hanno a cuore il futuro della pace in Medio Oriente e nel mondo.


obamassad-giochi