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10 giugno 2013

La rivolta contro il Fratello Erdoğan

di Thierry Meyssan. - da Megachip.


La rivolta turca affonda le sue radici nelle incoerenze del governo Erdoğan. Quest'ultimo, dopo essersi presentato come «democratico musulmano» (sul modello dei «democratici cristiani»), ha improvvisamente mostrato la sua vera natura in occasione delle «rivoluzioni colorate» della Primavera araba.

In politica interna ed estera, esiste un prima e dopo questo voltafaccia. Il prima era l'infiltrazione nelle istituzioni. Il dopo è il settarismo. Prima, è la teoria di Ahmed Davutoğlu dei «zero problemi» con i suoi vicini. L'ex impero ottomano sembrava uscire dal suo torpore e tornare alla realtà. Dopo di che, è il contrario: la Turchia si è rimessa nei guai con ciascuno dei suoi vicini ed è entrata in guerra contro la Siria.


I Fratelli Musulmani

Dietro questo cambiamento, i Fratelli Musulmani, un'organizzazione segreta di cui Erdoğan e la sua squadra sono sempre stati membri, nonostante le loro smentite. Sebbene questo cambiamento sia successivo a quello del Qatar, finanziatore dei Fratelli musulmani, esso reca lo stesso significato: regimi autoritari che sembravano anti-israeliani d’improvviso esibiscono la loro alleanza profonda.

È importante qui ricordare che il termine occidentale «primavera araba» è un'illusione che intende dar a bere che i popoli tunisino ed egiziano avrebbero rovesciato il loro governo. Sebbene vi sia stata una rivoluzione popolare in Tunisia, essa non mirava a cambiare il regime, bensì a ottenere un’evoluzione economica e sociale. Sono stati gli Stati Uniti, non la piazza, a ordinare a Zinedine el Abidine Ben Ali e a Hosni Mubarak di lasciare il potere. Poi è stata la NATO ad aver rovesciato e fatto linciare Muammar al-Gheddafi. E sono ancora la NATO e il CCG ad aver alimentato l’attacco alla Siria.

Ovunque in Nord Africa - tranne in Algeria - i Fratelli Musulmani sono stati messi al potere da Hillary Clinton. Ovunque, hanno consulenti di comunicazione turchi, gentilmente messi a disposizione dal governo Erdoğan. Ovunque, la «democrazia» è stata solo un’apparenza che ha consentito ai Fratelli di islamizzare le società in cambio del loro sostegno al capitalismo pseudo-liberale degli Stati Uniti.

Il termine «islamizzare» si riferisce alla retorica dei Fratelli, non alla realtà. La Fratellanza intende controllare la vita privata degli individui basandosi sui principi esteriori del Corano. Rimette in questione il ruolo delle donne nella società e impone una vita austera, senza alcol né sigarette, e senza sesso, almeno per gli altri.

Per una decina d’anni, la Fratellanza ha tenuto un profilo discreto, lasciando la trasformazione della pubblica istruzione alla cura della setta di Fethullah Gülen, di cui è membro il presidente Abdullah Gül.

Anche se la Fratellanza proclama il suo odio per l’American Way of Life, si mantiene sotto la protezione degli anglosassoni (Regno Unito, Stati Uniti, Israele) che hanno sempre saputo usare la sua violenza contro chi osava loro resistere. Il Segretario di Stato Hillary Clinton aveva installato nel suo ufficio la sua ex guardia del corpo, Huma Abedin (moglie del parlamentare sionista Anthony Weiner), la cui madre Saleha Abedin dirige l’organizzazione femminile mondiale della Fratellanza. È attraverso questo strumento che ha agitato la Fratellanza.

I Fratelli hanno fornito l'ideologia ad Al-Qa'ida, attraverso l’intermediazione di uno di loro: Ayman al-Zawahiri, l'organizzatore dell'assassinio del presidente Sadat e attuale leader dell'organizzazione terroristica. Al-Zawahiri, come Bin Laden, è stato un agente dei servizi statunitensi. Mentre veniva ufficialmente considerato un nemico pubblico, si incontrava assai regolarmente con la CIA presso l'ambasciata statunitense a Baku, dal 1997 al 2001, come attesta la traduttrice Sibel Edmonds, nel quadro della «Gladio B» [1].


Una dittatura progressiva

Durante la sua prigionia, Erdoğan ha affermato di aver rotto con i Fratelli e di aver lasciato il loro partito. Poi si è fatto eleggere e ha lentamente imposto una dittatura. Ha fatto arrestare e incarcerare due terzi dei generali, accusati di aver partecipato a Gladio, la rete segreta di influenza degli USA. E ha ottenuto il più alto tasso di incarcerazione di giornalisti di tutto il mondo. Questa evoluzione è stata occultata dai media occidentali che non saprebbero criticare un membro della NATO.

L'esercito è il custode tradizionale della laicità kemalista. Tuttavia, dopo l'11 settembre, degli ufficiali superiori erano preoccupati per la deriva totalitaria degli Stati Uniti. Hanno preso dei contatti con le loro controparti in Russia e in Cina. Per fermare questa tendenza prima che fosse troppo tardi, i giudici hanno loro ricordato i loro precedenti pro-USA.

Se i giornalisti possono essere, come qualsiasi altra professione, dei mascalzoni, il più alto tasso di carcerazione del mondo rivela una precisa scelta politica: l'intimidazione e la repressione. Con l'eccezione di Ululsal, la televisione era diventata un panegirico ufficiale, intanto che la carta stampata aveva preso la stessa strada.


«Zero problemi» con i vicini

La politica estera di Ahmed Davutoğlu era altrettanto ridicola. Dopo aver cercato di risolvere i problemi lasciati irrisolti, un secolo prima, dall'Impero Ottomano, ha voluto mettere Obama contro Netanyahu organizzando la Freedom Flotilla in direzione della Palestina [2]. Ma, nemmeno due mesi dopo l’atto di pirateria israeliano, ha accettato la creazione di una commissione internazionale d'inchiesta incaricata di insabbiare la questione e riprendeva di nascosto la collaborazione con Tel Aviv.

Segno di cooperazione tra la Fratellanza e Al-Qa'ida, la confraternita aveva piazzato sulla nave Mavi Marmara Mahdi al-Hatari, numero due di Al Qaeda in Libia e probabile agente britannico [3].


Disastro economico

Come ha fatto la Turchia a sprecare non solo un decennio di lavoro diplomatico di ripristino delle sue relazioni internazionali, ma anche la sua crescita economica? Nel marzo 2011, ha partecipato all'operazione della NATO contro la Libia, uno dei suoi principali partner economici. Una volta finita la guerra, essendo la Libia distrutta, la Turchia ha perso il suo mercato. Contemporaneamente, Ankara si è lanciata nella guerra contro il vicino siriano, con il quale aveva appena firmato, un anno prima, un accordo di liberalizzazione commerciale. Il risultato non si è fatto attendere: La crescita del PIL che nel 2010 aveva un tasso del 9,2%, nel 2012 è scesa al 2,2%, e continua a precipitare [4].


Pubbliche relazioni

Con l'avvento al potere della Fratellanza in Nord Africa, il governo Erdoğan si è montato la testa. Nell’esibire la sua ambizione imperiale ottomana, per cominciare ha sconcertato l'opinione pubblica araba, e poi ha sollevato la maggior parte del suo popolo contro di lui.

Da un lato, il governo finanzia Fetih 1453 - un film dal budget faraonico per gli standard del paese - che dovrebbe celebrare la presa di Costantinopoli, ma storicamente fuorviante. Dall'altro, ha cercato di vietare la serie televisiva più popolare in Medio Oriente, L’Harem del Sultano, perché la verità non dà un’immagine pacifica degli Ottomani.


La vera ragione della rivolta

La stampa occidentale evidenzia, nella sollevazione attuale, certi elementi di dettaglio: un progetto immobiliare a Istanbul, il divieto di vendere alcolici di sera, o le dichiarazioni che incoraggiano la natalità. Tutto questo è vero, ma non fa una rivoluzione.

Mostrando la sua vera natura, il governo Erdoğan si è separato nettamente dalla sua popolazione. Solo una minoranza di sunniti si riconosce nel programma arretrato e ipocrita dei Fratelli. Ora, circa il 50% dei turchi sono sunniti, il 20% aleviti (cioè alauiti), il 20% sono curdi (prevalentemente sunniti), e il 10% appartengono ad altre minoranze. È statisticamente chiaro che il governo Erdoğan non può resistere alla rivolta che la sua politica ha provocato.

Nel rovesciarlo, i turchi non solo risolvono il loro problema. Mettono fine alla guerra contro la Siria. Ho spesso evidenziato che questa cesserebbe quando uno degli sponsor stranieri fosse scomparso. Questo sarà presto il caso che si darà. Così facendo, mettono fine all’espansione dei Fratelli. La caduta di Erdoğan preannuncia quella dei suoi amici; da Ghannouchi in Tunisia, a Morsi in Egitto. È in effetti poco probabile che questi governi artificiali, imposti da elezioni truccate, possano sopravvivere al loro potente padrino.


Note

[1] «Al Qaeda Chief was US Asset», di Nafeez Ahmed, 21 maggio 2013.

[2] «Perché Israele ha attaccato dei civili nel Mediterraneo?», e «Flottiglia della Libertà: il dettaglio che Netanyahu ignorava», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 31 maggio e 6 giugno 2010.

[3] «L'esercito libero sirianoè comandato dal governatore militare di Tripoli», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 18 dicembre 2011.

[4] «Turkey’s Economic Growth Slows Sharply» di Emre Perer e Yeliz Candemir, The Wall Street Journal, 1 aprile 2013



Traduzione a cura di Matzu Yagi.

Questa "cronaca settimanale di politica estera" appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano "Al-Watan" (Siria), in versione tedesca sulla "Neue Reinische Zeitung", in lingua russa sulla "Komsomolskaja Pravda", in inglese su "Information Clearing House" e in italiano su "Megachip".


4 ottobre 2012

Estelle va a Gaza: la speranza salpa da Napoli

Intervista a Paola Mandato e Fortuna Sarnataro a cura di Pino Cabras Megachip.



Estelle, il veliero svedese che vuole rompere il lungo assedio di Gaza, si trova in acque italiane, dopo un vero e proprio periplo dell’Europa.
Arriva oggi a Napoli, da dove salperà il 6 ottobre alla volta di Gaza. Sarà quella la parte più difficile del viaggio, quando si porterà a contatto con il “muro” della marina israeliana e delle sue forze speciali.
Ne parliamo in dettaglio con due attiviste italiane, Paola Mandato e Fortuna Sarnataro, del coordinamento italiano della Freedom Flotilla. 

Quali nuovi rapporti avete costruito nella fase del viaggio “europeo”?
Paola Mandato: Prima è necessario risalire un po’ indietro, alla storia dei movimenti delle flotille per capire l’importanza che proprio l’evoluzione di questi rapporti internazionali ha avuto attraverso di esse. Rapporti che si sono evoluti da semplici contatti tra attivisti fino a diventare campagne nazionali strutturate, in contatto tra loro. Questo è proprio uno degli obiettivi che ci siamo sempre posti con le flotille: creare un coordinamento di una popolazione civile internazionale indignata e quindi attiva, attenta alla necessità di interrompere il blocco di Gaza e l’illegalità della politica di occupazione israeliana della Palestina. Direttamente, visto che nessuna delle istituzioni internazionali preposte lo fa.

La maggior parte dei media e dei cittadini ha sentito parlare per la prima volta di Freedom Flotilla soltanto il 31 maggio 2010, quando le forze speciali israeliane fecero strage sulla nave Mavi Marmara. Cosa c’era prima?
Tutto ebbe origine nel 2006, da parte di un gruppo di attivisti per la Palestina, statunitensi e inglesi, con all’attivo esperienze varie in Cisgiordania e a Gaza. L’idea era di estrema semplicità politica: partire con una nave diretta a Gaza per interrompere l’assedio. Non altrettanto semplice è stato farlo. Gli attivisti hanno raccolto fondi negli angoli delle strade, nei supermercati, in occasione di qualsiasi evento in cui si parlasse di Palestina, utilizzando tutti i contatti personali, etc … Hanno impiegato due anni per raccogliere fondi, e hanno dovuto fare slalom tra i tanti ostacoli posti lungo la via dal Mossad: da quelli oscuri, come le minacce alla sicurezza personale, le barche identificate per l’acquisto che gli acquirenti improvvisamente non erano più intenzionati a vendere, fino a ostacoli tangibili tramite le istituzioni americane, incluse denunce penali di vario tipo.

Quando è stata aperta la prima “breccia” sull’assedio di Gaza?
Finalmente nell’agosto 2008 il Free Gaza Movement - è questo il nome del movimento - riesce a rompere il blocco, arrivando a Gaza da Cipro, con due improbabili pescherecci con a bordo una quarantina di attivisti, tra cui il nostro Vittorio Arrigoni. Le prime imbarcazioni internazionali che arrivano a Gaza dopo 42 anni. Altre 4 missioni sono riuscite a fare avanti e indietro portando a Gaza vari parlamentari, giornalisti, attivisti e, fuori da Gaza, studenti palestinesi con borse di studio all’estero o semplicemente persone che volevano ricongiungersi con i familiari. Tutto questo fino a “Piombo Fuso”. Poi, nessuna imbarcazione è più riuscita a passare. Israele le ha fermate tutte, arrembandole violentemente, in acque internazionali, arrestando gli attivisti, deportandoli per ingresso illegale in Israele e confiscando beni, merci e imbarcazioni.
Tutto questo, blocco di Gaza incluso, è avvenuto senza che gli organismi internazionali preposti intervenissero in alcun modo per riportare Israele nell’ambito della legalità internazionale.

L’operazione “Piombo Fuso” ha cambiato le carte in tavola. Come ha reagito il Free Gaza Movement?
Il movimento, composto da individui da tutto il mondo, ha deciso di cambiare strategia e di coinvolgere altri movimenti internazionali e campagne nazionali per creare una coalizione in grado di avere maggior peso politico nell’affrontare il blocco di Gaza. Nasce così la Coalizione internazionale della Freedom Flotilla. I punti di unione sono politicamente semplici e rimangono inalterati: metodi di azioni non violenti, nessuna particolare identificazione politica né religiosa, sono esclusi antisemiti e fascisti; gli obiettivi politici fondamentali sono due: far cessare il blocco di Gaza e l’occupazione illegale di territorio da parte di Israele con relativo diritto al ritorno dei profughi. Tutti obiettivi, tra l’altro, perfettamente in linea con le risoluzioni ONU.

Quando è partita la fase della Freedom Flotilla?
La Freedom Flotilla è in azione, la prima volta, nel maggio 2010, con 9 imbarcazioni e circa 600 attivisti diretti a Gaza, dalla Grecia e da Cipro. Tutti sappiamo purtroppo con quale esito drammatico. Ricordiamolo in dettaglio: nove attivisti barbaramente uccisi dalla Marina israeliana, quando attaccò la Mavi Marmara in acque internazionali, a circa 80 miglia da Gaza. E tutti sappiamo quanto ciò non abbia avuto nessuna conseguenza legale per Israele, mentre sappiamo che ha avuto conseguenze negative per l’economia, date le scelte di non consumo dei prodotti israeliani, da parte di individui indignati nel mondo.

Da noi non se ne sa molto.
Così invece riporta addirittura una rivista economica israeliana, nell’ottobre del 2010, dopo la tragica FF1, parlando anche di interruzioni di rapporti economici da parte di aziende. Ancora una volta a prendere l’iniziativa sono individui, a dispetto del silenzio e della estraneità delle istituzioni.

Dopo FF1, la FF2, e ora la Estelle…
La seconda flotilla è stato un tentativo di ripetere la prima. Israele ha dimostrato che è in grado di estendere il blocco di Gaza fino alla Grecia. Noi lo abbiamo capito e cerchiamo di difendere e rivendicare l’autodeterminazione della popolazione europea con gli strumenti che la popolazione civile dispone: tanto coraggio, coinvolgimento personale diretto, raccolta fondi all’interno delle varie campagne per poter ospitare la prossima nave nei diversi porti europei e raccogliere solidarietà e consenso politico dalle nostre popolazioni, prima che la barca di nome Estelle si diriga a Gaza. La barca Estelle “è stata acquistata direttamente dai cittadini svedesi, non dal nostro movimento” ci tiene a precisare Dror Feiler, il portavoce di Ship to Gaza. Hanno risposto in migliaia con piccole donazioni.

Capiamo così che Estelle è preceduta da una ricca serie di avvenimenti. A questo punto possiamo addentrarci nel viaggio di questa barca?
Sì. Per tornare alla domanda d’origine, i nuovi rapporti costruiti dall’inizio del viaggio sono il consolidamento dei rapporti con le varie componenti della società civile e tra le società civili delle varie citta, regioni, nazioni coinvolte nel viaggio di Estelle. Quando diciamo che vogliamo interrompere l’assedio di Gaza e scegliamo di farlo andando direttamente con navi, vogliamo anche che questo si sappia, sia condiviso, che la Estelle sia anche uno strumento per parlare di Gaza, del blocco, della situazione drammatica di un popolo palestinese senza terra e speranza da anni. Mettere in contatto la società civile di tutto il mondo con la società civile di Gaza: questo è un obiettivo che la Estelle ha già raggiunto, prima ancora di partire da Napoli per Gaza.

Come ha reagito la politica istituzionale alle sollecitazioni delle vostre iniziative nei vari paesi?
Paola Mandato: Noi dobbiamo mettere a repentaglio le nostre vite, disarmati, su barche che vanno a fronteggiare l’esercito più armato del mondo perché la politica istituzionale nazionale e internazionale è completamente inattiva, se non connivente, con il blocco di Gaza e tutti i crimini che Israele commette a tutte le latitudini, impunemente. Noi ci siamo rivolti alle istituzioni nazionali solo in prossimità delle partenze e solo per notificare ai rispettivi Ministeri degli Esteri che saremmo partiti.

E come hanno risposto?
Le risposte sono sempre state solleciti a "non andare", perché non erano in grado di garantire la nostra sicurezza. In una risposta del genere, noi leggiamo solo la conferma di una precisa volontà: non voler prendere posizione nei confronti di Israele e della sua condizione di illegalità internazionale. Quindi, la politica istituzionale reagisce omettendo di fare il proprio dovere anche verso i propri connazionali in missione umanitaria.

Questo i governi. E le altre istituzioni?
Ci hanno sostenuto e continuano a farlo Parlamentari di tutta Europa, di propria iniziativa, per propria coscienza, turbati quanto noi dal grave dramma della popolazione palestinese ma impotenti all’interno degli organi istituzionali.
C’è una petizione (la petizione è in varie lingue:http://upprop.shiptogaza.se/it) firmata, finora, da circa 79 Parlamentari Irlandesi, 45 Parlamentari Svedesi, 71 Greci, una quindicina di Parlamentari Italiani e una ventina di Europarlamentari. (l’appello è ancora alla firma e sarà reso pubblico dopo la partenza della Estelle da Napoli).
Inoltre, a Napoli arriveranno Jim Manly, ex Parlamentare canadese ed ex Ministro delle Chiese Unite, e varie personalità internazionali, tra le quali alcuni Parlamentari svedesi e norvegesi. Si imbarcheranno sull’Estelle per percorrere l’ultimo tratto, da Napoli a Gaza (Comunicato Stampa di Ship to Gaza: http://www.gazaark.org/2012/09/28/former-canadian-mp-sails-against-gaza-blockade/).
Sono individui, come noi, che rispondono a un richiamo urgente di coscienza, come noi. Rappresentano le Istituzioni? Anche se non lo potrei dire, le Istituzioni dovrebbero tenerne conto.

Avete registrato sinora visibili pressioni politiche, burocratiche, militari, contro la vostra missione?
Paola Mandato: Finora stiamo nella media. Abbiamo avuto un “assaggio”, al momento della partenza da La Spezia, sotto forma di controlli puntigliosi e intimidatori inusuali per navi civili. Ma siamo abituati, e soprattutto siamo in regola, il nostro cargo è puntigliosamente ispezionato almeno due volte in ogni porto. Ma, a tutt’oggi, stiamo nella normalità; ovviamente, parlo di quel tipo di normalità che si riscontra quando c’è di mezzo l’arbitrio israeliano...

Avete rafforzato l’enfasi sull’appoggio della società civile, mentre non perseguite l’appoggio di soggetti forti (miliardari o Stati). Perché?
Paola Mandato: Non abbiamo rafforzato l’enfasi sull’appoggio della società civile, ci siamo limitati a mostrare la realtà. Se ci appoggiassero quelli che Lei, giustamente, definisce “soggetti forti, miliardari o Stati”, questo significherebbe che Israele avrebbe perso i suoi sostenitori. Significherebbe, quindi, che avrebbe vinto il diritto universale, che si sarebbe rotta la catena delle complicità, che l’assedio starebbe cessando. Sono anni che noi denunciamo queste complicità che, di fatto, rappresentano le basi d’acciaio che permettono a Israele di commettere i suoi delitti, senza pagare con alcuna reale sanzione.  No, non abbiamo né chiediamo l’appoggio di Stati o di miliardari vari, anche se il tentativo di screditare la Freedom Flotilla ha mandato in giro calunnie in tal senso. Ma, per la loro manifesta stupidità, si sono sgonfiate da sole, mostrando, più ancora che la pericolosità delle calunnie, il ridicolo di chi le aveva suggerite e di chi le aveva ripetute.
Come i cittadini svedesi hanno contribuito con piccole donazioni in migliaia , così ha fatto anche la cittadinanza di La Spezia e sta facendo la cittadinanza di Napoli per pagare i costi del passaggio della Estelle dai porti. Naturalmente, hanno contribuito anche tanti altri donatori da tutta Italia. Questa è solidarietà, e per questo non occorrono grandi finanziatori, basta il contributo di tante persone di coscienza.

Fortuna Sarnataro: Questa è una questione rilevante, che tocca il senso del sostegno che noi riteniamo sia importante dare alla causa palestinese. Secondo noi, perseguire l’appoggio dei poteri forti e, quindi, rinunciare o relegare a un piano secondario il dialogo e la divulgazione delle ragioni palestinesi rischierebbe di essere, permettetemi l’espressione, un autogoal. Bisogna, infatti, chiedersi qual è la posizione dei poteri forti in relazione alla pluridecennale questione della Palestina. Saremmo ingenui se consumassimo le nostre forze cercando di inseguire il consenso di soggetti che, nella maggior parte dei casi, partecipano attivamente alla creazione e al mantenimento delle condizioni disumane subite dai palestinesi o, anche solo, ne traggono profitto. Inoltre – e si tratta di un aspetto ancor più importante – pensare di poter risolvere il problema appellandosi a poteri forti significherebbe non riconoscere che il problema non è confinato nel ridotto spazio mediorientale; non si tratta semplicemente dell’ingiustizia inflitta per cattiveria a una popolazione. Si tratta, invece, di un problema di ordine più generale, che riguarda direttamente una serie di questioni per noi centrali: quella dell’economia capitalista, quella degli strumenti di repressione e controllo sociale, quella di una organizzazione diversa della società...

Non vi limitate dunque a uno “specifico palestinese”. Perché?
Fortuna Sarnataro: Diffondere il più possibile le ragioni palestinesi, e tutto ciò che vi è connesso, sensibilizzando il maggior numero possibile di persone è prima di tutto una scelta strategica. L’intento è, da un lato, quello di trasmettere la consapevolezza che quel che subiscono i palestinesi deve riguardare la società intera, poiché quel che lì si sperimenta o realizza in maniera acutizzata non è estraneo a quel che accade o potrebbe accadere da noi. Sperimentazione di sistemi di sicurezza e collaborazioni universitarie nella ricerca scientifica e militare sono lì a mostrarlo (basti pensare, al riguardo, all’appalto a una società israeliana per un sistema di radar che permetta di azzerare gli sbarchi di clandestini nel sud Italia o all’uso sempre più diffuso di droni anche nella sicurezza civile). Dall’altro lato, l’intento è sottolineare che quel che ricaviamo, a livello sociale, in termini di benessere deriva anche dall’avvantaggiarsi di quelle condizioni di sfruttamento, occupazione, segregazione (basti pensare alle società italiane che hanno vinto appalti israeliani nei territori occupati). Il coinvolgimento della società civile, con la creazione di una consapevolezza diffusa della realtà palestinese, è l’unica via per destabilizzare il sistema consolidato dei poteri che a livello internazionale – e l’Italia ne è purtroppo una conferma lampante – sostiene e tutela l’indifendibile posizione israeliana, sottraendogli la base di consenso esplicito o implicito (ignoranza, indifferenza...) grazie a cui agisce indisturbato.

La parte del viaggio che porterà la Estelle verso Gaza sarà cruciale per l’attenzione mediatica. Quali sono le “finestre” che volete aprire sulla blogosfera, e nei media in genere?
Fortuna Sarnataro: La nostra azione per la diffusione mediatica del viaggio dell’Estelle e di tutto quel che ne è connesso si svolge su due piani. Da un lato, diffondiamo e diffonderemo le informazioni generali, gli aggiornamenti e gli appuntamenti pubblici diretti a mantenere vigile l’attenzione sul viaggio della nave attraverso dei comunicati stampa, delle interviste e delle mail ai grandi media pubblici, giornali e televisione, spingendo perché queste informazioni vengano diffuse. Dato, però, che la realtà a cui siamo abituati è quella per cui esiste una sostanziale autocensura dei grandi mezzi di informazione, quando non un comportamento ossequioso verso i desideri dei poteri forti e visto che il coinvolgimento delle persone passa anche per molti strumenti di comunicazione capillare, daremo continuamente degli aggiornamenti tramite siti internet, twitter e facebook.

Paola Mandato: Sappiamo che l’attenzione mediatica e, in particolare, l’attenzione mediatica “corretta” sarà cruciale ma conosciamo anche il robusto tessuto di cui è fatto il bavaglio imposto ai media dai sostenitori di Israele. Mi lasci dire, per inciso, che forse i nove pacifisti uccisi a freddo dai soldati israeliani in acque internazionali durante la prima Freedom Flotilla sarebbero ancora vivi se la stampa – alla quale inviavamo accorati appelli affinché seguisse la missione – non si fosse auto imbavagliata. Solo all’alba di quel terribile 31 maggio, quando dagli elicotteri israeliani è scesa la morte sulla Mavi Marmara, solo allora la “notizia” ha avuto gli onori della cronaca.

E ora?
Paola Mandato: Lei mi chiede quali finestre vogliamo aprire. Bene, io le rispondo che vorremmo aprirle tutte, tutte quelle che sanno parlare di legalità ma che, spesso, lo sanno fare a senso unico. Ci stiamo provando, inviamo comunicati, foto, filmati … e ci riproveremo, in ogni caso, anche se siamo abbastanza convinti che i media non daranno lo spazio giusto al nostro veliero e al messaggio che porta. Per questo, useremo tutti i mezzi tecnologici  a disposizione; useremo, quanto meglio possibile, la rete.
Siamo convinti – e sappiamo che anche i nostri avversari lo sono – che la nostra è una battaglia per la giustizia che va oltre i sacrosanti diritti, violati, del popolo palestinese e dei gazawi in particolare. Anche se, volte, la disparità di mezzi può far pensare che sia difficile vincere questa battaglia, noi non ci fermiamo.

Lo scenario che descrivete è molto arduo e pericoloso, e sembra chiedere una dose di coraggio speciale contro i silenzi del potere. Cosa può incoraggiare la vostra azione?
Il nostro viatico lo troviamo in un’affermazione storica, una di quelle  che anche i vecchi partigiani della nostra Resistenza ci hanno ricordato in questi giorni, rimettendo insieme le parole di Gramsci: “loro hanno la forza, ma noi abbiamo la ragione. Andiamo avanti con l’ottimismo della volontà senza lasciarci immobilizzare dal pessimismo della storia”.  Ecco, con questa convinzione cerchiamo di aprire le finestre dei media nelle diverse forme. Sappiamo anche che le finestre che cerchiamo di aprire fanno paura a tanti nostri democratici, perché, una volta entrata la luce, la verità parla chiaro:  Gaza è una prigione, per di più una prigione senza neanche i diritti minimi che spettano ai reclusi. E il carceriere si chiama Israele. Chi non sostiene la nostra battaglia, fatta di principi, di non violenza, di solidarietà e di civiltà, sostiene i carcerieri. E’ un’azione che parla la lingua del diritto, no?   Sappiamo che non basta ad aprire tutte le finestre, ma noi seguitiamo a provarci.
D’altronde, ci sono alcuni giornalisti che non hanno paura di raccontare quanto accade in Palestina, in modo obiettivo; che non cedono alle pressioni o alle lusinghe di Israele; che non si limitano a passare le veline che quel Governo invia. Vuol dire che si può fare. Chiediamo, quindi, agli altri di farsi avanti, di scegliere la parte della difesa della libera Informazione, una cosa difficile per i tanti loro colleghi che cercano di documentare la vita in Palestina, a rischio della propria: insieme si è forti e Israele non potrebbe ignorarlo.
Auspichiamo che, sui media, si apra, finalmente, un dibattito aperto sulla Palestina.


2 giugno 2010

L’ultimo brutale errore di Israele

di Stephen M. Walt - «Foreign Policy»




Sulla strage di pacifisti ad opera delle forze armate israeliane si esprime con un lucidissimo articolo anche il professor Stephen M. Walt, coautore assieme a John Mearsheimer di “La Israel lobby e la politica estera americana” , il best seller che ha messo a nudo il gravame di condizionamenti sempre più pesanti che assoggettano la politica estera Usa alla visione via via più paranoica della classe dirigente israeliana.


31 maggio 2010
Ormai avrete tutti sentito parlare dell’attacco ingiustificato dell'IDF alla Gaza Freedom Flotilla, una flotta di sei navi civili che stava cercando di portare aiuti umanitari (ad esempio medicinali, cibo e materiali da costruzione) a Gaza. La popolazione di Gaza è oggetto di un assedio paralizzante israeliano fin dal 2006. Israele ha imposto il blocco dopo che gli elettori di Gaza hanno avuto l’ardire di preferire Hamas in elezioni libere tenutesi su insistenza dell'amministrazione Bush, che poi ha rifiutato di riconoscere il nuovo governo, perché non le piaceva il risultato.
Nella tarda serata di domenica, i commando delle forze navali dell’IDF hanno attaccato una delle navi disarmate in acque internazionali, uccidendo almeno dieci pacifisti e ferendone molti altri. Il portavoce delle Forze di Difesa israeliane sostiene che l'uso della forza era giustificato perché i passeggeri hanno resistito ai tentativi israeliani di salire e sequestrare la nave. Altri funzionari israeliani hanno cercato di ritrarre gli attivisti, le cui fila comprendevano cittadini provenienti da cinquanta paesi, un Premio Nobel per la Pace, un ex ambasciatore degli Stati Uniti, e un anziana sopravvissuta all'Olocausto, come simpatizzanti dei terroristi aventi legami con Hamas e perfino con al-Qa'ida.
La mia prima domanda non appena ho sentito la notizia è stata: «Cosa possono aver pensato i leader israeliani?» Come facevano a poter credere che un attacco mortale contro una missione umanitaria in acque internazionali potesse giocare a loro favore? Il governo israeliano ei suoi sostenitori della linea dura spesso lamentano di presunti tentativi di «delegittimare» il paese, ma azioni come questa sono la vera ragione per cui la reputazione di Israele in tutto il mondo è precipitata così in basso. Questa ultima furfanteria è tanto stupida quanto la guerra del 2006 in Libano (che ha ucciso oltre un migliaio di libanesi e ha causato miliardi di dollari di danni) o l’attacco del 2008-2009 che ha ucciso circa 1300 abitanti di Gaza, molti dei quali erano bambini innocenti. Nessuna di queste azioni ha raggiunto il suo obiettivo strategico: infatti, tutte hanno fornito prove ulteriori del the costante deteriorarsi del pensiero strategico di Israele, cui abbiamo assistito dal 1967.
La mia seconda domanda è: «L'amministrazione Obama tirerà fuori un po’ di spina dorsale su questo tema, per andare al di là delle solite dichiarazioni edulcorate che di solito i presidenti degli Stati Uniti fanno quando Israele agisce stoltamente e pericolosamente?» Al presidente Obama piace parlare assai dei nostri meravigliosi valori americani, e l’appena sfornata National Security Strategy afferma che «dobbiamo sempre cercare di mantenere questi valori, non solo quando è facile, ma quando è difficile». Lo stesso documento parla anche di un «ordine internazionale basato sul diritto», e dice: «L'impegno dell'America per lo stato di diritto è fondamentale per i nostri sforzi volti a costruire un ordine internazionale che sia capace di affrontare le sfide emergenti del XXI secolo.»
Beh, se questo è vero, per Obama questa è un'ottima occasione per dimostrare che egli intende davvero ciò che dice. Attaccare una missione di aiuto umanitario non è certamente coerente con i valori americani - anche quando la missione di aiuto sia impegnata nell’azione provocatoria di sfidare un blocco navale - e agire così in acque internazionali è una diretta violazione del diritto internazionale. Certo, sarebbe politicamente difficile per l'amministrazione a prendere una posizione di principio con le elezioni di medio termine che incombono, ma i nostri valori e l’impegno per lo stato di diritto non valgono molto se un presidente li sacrifica solo per guadagnare dei voti.
Ancora più importante, questo ultimo atto di belligeranza scellerata rappresenta una minaccia più ampia agli interessi nazionali statunitensi. Poiché gli Stati Uniti forniscono a Israele così tanto aiuto materiale e protezione diplomatica, e poiché i politici americani dal presidente in giù fanno più volte riferimento ai "legami indissolubili" tra gli Stati Uniti e Israele, i popoli di tutto il mondo ci associano naturalmente alla maggior parte delle azioni di Israele, se non tutte. Quindi, Israele non si limita a offuscare la propria immagine quando fa qualcosa di strampalato come questo, ma mette anche gli Stati Uniti in pessima luce. Questo incidente danneggerà i nostri rapporti con gli altri paesi del Medio Oriente, darà credito supplementare alla narrativa jihadista sull’«alleanza crociato-sionista», e complicherà gli sforzi nella trattativa con l'Iran. Ci costerà inoltre qualche posizione morale agli occhi di altri amici in tutto il mondo, soprattutto se minimizziamo. Questa è solo una prova in più ammesso che ne avessimo bisogno, che il rapporto speciale con Israele è diventata una voce al passivo nel nostro bilancio.
In breve, a meno che l'amministrazione Obama non dimostri subito quanto sia adirata e disgustata da questo folle atto, e a meno che la reazione degli Stati Uniti non abbia un vero mordente, gli altri stati giustamente percepiranno Washington irrimediabilmente debole e ipocrita. E il discorso di Obama al Cairo - che venne intitolato «Un Nuovo Inizio» - avrà una posizione di rilievo nell’Albo d’Oro della Vuota Retorica.
Come potrebbero reagire gli Stati Uniti? Potremmo iniziare denunciando l'azione di Israele con parole semplici, senza prevaricazione. Potremmo aiutare a stilare e portare avanti una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che condanni l'azione di Israele e chieda una commissione d'inchiesta internazionale per stabilire cosa è successo. E se l'intelligence americana stava controllando la flottiglia - e avrebbe dovuto farlo - dobbiamo mettere tutte le informazioni che abbiamo raccolto a disposizione della commissione.
Potremmo anche cancellare o sospendere elementi del nostro pacchetto di aiuti militari a Israele. E potremmo dire forte e chiaro che il blocco di Gaza è illegale, disumano e controproducente, e premere apertamente su Israele e l'Egitto per abrogarlo immediatamente.
Ma anche forti misure come queste non risolveranno il problema sottostante, che è il conflitto stesso. Ho imparato a non aspettarmi molto da questa amministrazione quando si tratta di spingere le due parti verso una soluzione, dato che Obama predica benissimo, ma non razzola altrettanto bene nell’esercitare sostanziose pressioni sulle due parti. L'ultimo incidente, tuttavia, potrebbe convincere Obama che ha fatto bene a mettere la questione israelo-palestinese sul fuoco quando è entrato in carica, mentre ha sbagliato a cedere a Netanyahu quando questi recalcitrava la scorsa estate (2009) e di nuovo questa primavera. Il risultato di questi ripiegamenti è stata una perdita di tempo prezioso, mentre la situazione nei Territori occupati si è deteriorata.
Perché il tempo si sta rapidamente esaurendo per una soluzione a due Stati, Obama dovrebbe cogliere questa occasione per spiegare al popolo americano perché sia necessario un approccio diverso e perché il portare questo conflitto a un esito sia una priorità per la sicurezza nazionale per gli Stati Uniti. Dovrebbe anche spiegare perché usare la leva degli Stati Uniti su entrambe le parti sia nell'interesse di Israele come nell’interesse dell'America. E gli sarà necessario caricarsi alcune persone nuove a bordo per aiutarlo a fare tutto ciò, perché la squadra che ha usato sinora ha speso più di un anno senza ottenere nulla. (Se la sua squadra economica avesse avuto altrettanto effetto, la nostra economia sarebbe ancora avvitata verso l'abisso.) Ottenere di riavviare i cosiddetti "colloqui di prossimità" non conta, perché tali discussioni sono un passo indietro rispetto ai precedenti ‘faccia a faccia’ negoziali e perché sono destinati a fallire.
Un terzo pensiero ha a che fare con Israele in se stessa, e soprattutto con il suo attuale governo. Cosa possiamo pensare di un paese che ha armi nucleari, un esercito eccezionale, un'economia sempre più prospera, e una grande raffinatezza tecnologica, eppure tiene sotto assedio più di un milione di persone a Gaza, nega i diritti politici a milioni di altri in Cisgiordania, dove si è impegnato ad espandervi gli insediamenti, e i cui leader hanno pochi scrupoli nell’usare la forza letale non solo contro i nemici ben armati, ma anche contro civili innocenti e attivisti internazionali pacifisti, mentre allo stesso tempo, si autodipinge come vittima innocente? Qualcosa è andato molto storto nel sogno sionista.
In quarto luogo, questo incidente è una prova decisiva per la comunità "pro-Israele" qui negli Stati Uniti. Uno dei motivi per cui Israele continua a fare cose insensate come questa è che è stato isolato dalle conseguenze di tali azioni da parte dei suoi simpatizzanti oltranzisti negli Stati Uniti. I portavoce dell'AIPAC stanno già bombardando i giornalisti e gli esperti con e-mail che rivoltano la frittata dell’aggressione, e possiamo tranquillamente aspettarci che altri apologeti preparino editoriali e post nei blog per difendere il comportamento di Israele come un integerrimo atto di "auto-difesa". E se l'amministrazione Obama cercasse di procedere in uno dei modi che ho appena suggerito, può contare su una feroce opposizione da parte delle organizzazioni più influenti nella lobby pro Israele.
In questo contesto il recente articolo di Peter Beinart nella «New York Review of Books» è ancora più significativo, soprattutto la sua domanda:
«I capi dell’AIPAC e la Conferenza dei presidenti dovrebbero chiedersi che cosa i leader israeliani avrebbero dovuto fare o dire per far loro gridare "no". ... Se il segno non è stato ancora passato, allora dove sta il confine?»
Nei prossimi giorni, tenete d’occhio il modo in cui i politici e i gli opinionisti si schiereranno su questo tema. Chi fra di loro pensa che Israele abbia "passato il segno" e si meriti le critiche - e forse pefino sanzioni - e chi di loro pensa che quello che ha fatto fosse del tutto adeguato? Paradossalmente, sono i primi ad essere amici di Israele, perché stanno cercando di salvare questo paese prima che sia troppo tardi. E sono i secondi ad avere uno zelo scriteriato che sta portando Israele a discendere verso un ulteriore isolamento internazionale - e forse anche peggio.

Fonte: foreignpolicy.com.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

L'articolo su Megachip: QUI.

31 maggio 2010

La strage e la guerra totale di Israele

di Pino Cabras - da Megachip.


Avete assistito al più tragico dei reality show. Una strage in diretta.
Chi ha sparato, le forze armate israeliane, sapeva che non poteva occultare quel che faceva.
Con il sangue che bagna la Freedom Flotilla vi viene mandato un duro messaggio: se vi siete immedesimati nell’impresa di chi vuole stare con i palestinesi, immedesimatevi fino in fondo con il prezzo che facciamo pagare.

Noi siamo quelli della strage di Gaza, del fosforo bianco, delle DIME. Noi siamo quelli della punizione collettiva. Noi siamo quelli che ai bambini di Gaza lasciamo pur sempre un futuro: o stare dentro la prigione più grande del mondo, o subire la pulizia etnica. Noi soprattutto non sappiamo che farcene del diritto umanitario, del diritto internazionale, né delle mediazioni. Noi non si media mai.

Il messaggio potrebbe continuare così. Prendete il leader di Hamas, Khaled Meshal. Il 30 maggio 2010 se ne esce con grandi dichiarazioni. Ha compiuto una grande operazione politica. Ha fatto capire che è disposto ad aperture diplomatiche molto duttili, spalleggiato in qualche modo dalle grandi potenze.

Ora, voi non avete proprio capito che quando un leader palestinese arriva a sfiorare i nodi grossi, quelli in cui interviene la grande politica, noi interveniamo. O ammazziamo quel leader, se ci riusciamo. Oppure facciamo qualcosa che renda insostenibile una mediazione di qualsiasi tipo. Eccovi la strage.

Certo, farete un po’ di chiasso, qualche protesta. Qualche giornale sbatterà in prima pagina la nostra carneficina, sottolineerà che noi eravamo armati e loro, voi, inermi. Mitra contro pagnotte, non c’è partita. Soldati addestrati contro capelloni che dormivano in cuccetta. Ma non pensiate che la cosa ci disturbi più di tanto. Noi guardiamo bene i siti di informazione di tutto il mondo. Ebbene, la maggior parte non la mette come prima notizia: eppure abbiamo attaccato in acque internazionali, siamo stati proprio canaglie.

Certo, poi ci sono i giornali arabi e turchi che grondano di indignazione. Ma quello ci fa gioco. Come farà ora Khaled Meshal a dire agli affamati di Gaza: con chi spara a chi vi porta i viveri si può trattare?

Il dado è tratto. Israele ragiona in termini di guerra totale. Vi osserveremo, mentre organizzerete le vostre manifestazioni, già oggi, alle 17 in piazza S. Marco a Roma, alle 16,30 nei pressi di Palazzo Nuovo a Torino, e anche tutte le altre. Volete celebrare gli eroi, i morti. Sappiamo che non dimenticherete. Perciò ci attrezziamo.