| di Lori Price - legitgov.org Traduzione di Pino Cabras per «Megachip» ![]() Immagine tratta da www.insertosatirico.com In uno di quei momenti in cui Robin esclamerebbe «Santo cielo, capita a fagiolo, Batman!», un ‘originale’ virus influenzale (di quelli verosimilmente inventati presso i laboratori dell’esercito USA) surclassa la copertura mediatica delle rivelazioni sul fatto che i più alti livelli del governo statunitense davano istruzioni alla CIA (e ai contractor privati) affinché torturassero i sospetti di terrorismo. Gli scienziati hanno affermato che il virus combina materiale genetico di maiali, uccelli ed esseri umani in un modo che i ricercatori non avevano mai visto prima. «Siamo molto, molto preoccupati», ha detto il portavoce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Thomas Abraham. «Siamo di fronte a quel che sembra essere un ‘virus inedito’ che si è diffuso da esseri umani a esseri umani», ha dichiarato. «Siamo tutti in massima allerta, al momento.» Indovinate dove scoppiò per la prima volta l’influenza suina? Esatto, a Fort Dix, New Jersey, nel 1976. Anche quella plausibilmente creata in un laboratorio dell’Esercito USA. Tredici soldati morirono, portando il governo USA a forzare l’inoculazione di un discutibile vaccino sulla popolazione, supportato da una scappatoia legale su indirizzo e per conto dei farma-terroristi. In seguito, la gente ha iniziato a morire non a causa dell’influenza, ma del “vaccino”. Tutti i maggiori canali mediatici hanno riferito il fatto che alcuni bioterroristi angloamericani hanno manipolato il virus dell’influenza aviaria presso laboratori universitari e dell’Esercito. Questo nuovo ceppo influenzale, di un tipo che “nessuno ha mai visto”, contiene influenza aviaria. Ora, come può mai succedere “ciò”? Il CLG (il gruppo di attivismo politico Citizens For Legitimate Government, Ndt) ha seguito da vicino le “stranezze” legate all’influenza per otto anni. Si veda: Flu 'Oddities' e Flu 'Oddities' News Archives. Articolo originale: Flu Kills The Torture Memos |
27 aprile 2009
La Febbre Suina distoglie l’attenzione dai documenti sulla tortura
26 aprile 2009
La “Reductio ad Hitlerum” di Ahmadinejād
Traduzioni diverse e inconciliabili, versioni misteriosamente sforbiciate, altre versioni arricchite da frasi mai pronunciate, un crash del sito presidenziale iraniano, pagliacci in sala, grandi assenti, alcuni presenti che se ne vanno in gregge. Tutto si può dire, sui discorsi del presidente dell’Iran, Mahmūd Ahmadinejād, ma non certo che passino lisci. Il suo discorso tenuto a Ginevra il 20 aprile alla Conferenza Onu sul razzismo non ha fatto eccezione. Si è visto il solito grande putiferio, le indignazioni e i trionfi. Ma soprattutto, grandissime manipolazioni a corto e a lungo raggio mediatico. Sullo sfondo, la questione della natura dello stato israeliano e le minacce di guerra all’Iran.
Si è ripetuto il solito schema in cui tutti sembrano presi da un’incombenza senza sapersi distaccare da essa.
Ahmadinejād si è fatto interprete di parole d’ordine dure, vulgate della storia che rappresentano Israele come una costruzione artificiosa e dannosa, e ha enfatizzato posizioni largamente condivise dall’opinione pubblica dei paesi islamici. Nelle parole pronunciate nel suo discorso non ha mai messo in dubbio l’Olocausto - come ha invece fatto ambiguamente in precedenti occasioni - ma diversi reportage del suo discorso di Ginevra si sono basati su questa frase non pronunciata.
Israele da parte sua ha mobilitato una campagna di influenza e comunicazione su scala planetaria che pretende di considerare l’Iran come una minaccia militare terribile, immediata e concreta. Assieme agli USA, Israele è l’unica potenza in grado di esercitare una pressione così efficace e coordinata, totalmente integrata con le strategie d’intelligence e militari, nei confronti delle posizioni di politici, diplomatici e direttori dei media di tantissimi paesi.
Gli organi d’informazione hanno amplificato una manipolazione della realtà che, parafrasando il padre dei neocon, Leo Strauss – potremmo definire «Reductio ad Hitlerum».
La Reductio ad Hitlerum (o «reductio ad nazium») è un modo di dire ironico che indica, nelle vesti di una locuzione latina falsa, un trucco dialettico volto a squalificare un interlocutore politico. Lo stratagemma sta nel paragonarlo a un personaggio scellerato (nel caso di massima, Adolf Hitler). Questo espediente polemico, secondo una tipica fallacia logica che ricalca l'«Argumentum ad hominem», vuol portare a estromettere la persona che ne è bersagliata dal terreno del normale dibattito politico fino a impedire un confronto sostanziale con le sue tesi.
Anche per Ahmadinejād i riferimenti a Hitler si sono sprecati, con il sottinteso che l’Iran, con il suo regime zeppo di poteri e contropoteri e la sua retorica anti-israeliana, non sia altro che la replica del ferreo regime totalitario e bellicista della Germania nazista. Una paragone storicamente insensato, ma su cui si baserà l’aggressione lungamente auspicata, il giorno che qualcuno porterà alle porte di Teheran un’altra guerra preventiva.
Così, un discorso del tutto privo di novità rispetto al verbo iraniano degli ultimi trent’anni è diventato in tutto e per tutto un pretesto per alimentare un’isteria mediatica ben guidata, che ha coinciso con bandiere israeliane in mondovisione da Auschwitz, minuti di silenzio per ricordare la Shoah, e minacce militari sempre più esplicite nei confronti dell’Iran – quasi un ultimatum a Obama - da parte degli scalpitanti generali israeliani.
Chi avesse voluto leggersi il discorso di Ahmadinejād sul sito ufficiale della Conferenza lo avrebbe trovato praticamente dimezzato, privo della sua reale portata argomentativa, già caricaturizzato. Come in altre occasioni, le sfumature sono state forzate dai traduttori. La mattina del 22 aprile il sito della presidenza iraniana è stato messo fuori uso e non ha potuto mostrare la versione ufficiale in inglese del discorso, intanto che le agenzie battevano la grancassa con le traduzioni “apocrife”. La versione “ufficiale” è infine ricomparsa, consentendo di risalire più fedelmente a quanto detto veramente dal presidente iraniano, anche nella versione italiana.
Per quanto il discorso non sia un capolavoro di raffinatezza, esprime una posizione politica legittima. La presenza in Israele di norme che discriminano in base a un’appartenenza “razziale” è un dato di fatto. Qualche anno fa l’ex presidente statunitense Jimmy Carter è stato fatto bersaglio di critiche estremamente aggressive per aver scritto un libro intitolato, non a caso, Palestine, Peace Not Apartheid.
Con Ahmadinejād la «Reductio ad Hitlerum» ha associato la critica a Israele a un odio nazista contro gli ebrei, e il polverone non ha più consentito distinzioni né valutazioni serene. L’operazione di mistificazione ha trovato molti complici.
Esemplare in proposito un articolo di Gad Lerner su «la Repubblica» del 22 aprile 2009, intitolato “Astuzie iraniane”. Pur concedendo che Ahmadinejād «non è il nuovo Hitler», Lerner trova il modo di infilare una sottile falsità: «Non ha più ebrei da perseguitare in casa propria.»
Invece l’Iran ospita la più numerosa comunità ebraica fra tutti i paesi a maggioranza mussulmana. Non solo: dopo Israele, l’Iran è la patria della seconda popolazione ebrea del Vicino Oriente. Gli ebrei sono esplicitamente tutelati dalla costituzione iraniana. A Teheran sono aperte 20 sinagoghe. E ci sono scuole, biblioteche, un grande ospedale gestito da un’organizzazione caritativa ebrea, frequentatissimi ristoranti kosher. Gli ebrei, in base alla legge, hanno diritto a eleggere un loro deputato in mezzo all’oceano demografico islamico. Sono dati facilmente verificabili e innegabili.
Ahmadinejād può non piacerci e può farci rimpiangere la presidenza del suo predecessore Khātamī, che irresponsabilmente l’Occidente ha lasciato consumare senza risultati. Possiamo usare metri diversi per giudicare Israele. Ma nulla giustifica le falsificazioni e i loro fini bellici.
Il dato di fondo è che la campagna va avanti insistente, da molti anni. Nel maggio 2006 circolò ad esempio in tutto il mondo la storia raccontata da un eminente neocon in merito a una nuova presunta legge in Iran che imponeva agli ebrei e alle altre minoranze religiose l’obbligo di indossare dei distintivi colorati. L’articolo da cui si era originato il tam tam era stato pubblicato sul quotidiano conservatore canadese «National Post» e portava la firma dell’iraniano-americano Amir Taheri, un editorialista di casa anche al «Wall Street Journal» (Amir Taheri, A Colour Code For Iran’s ‘Infidels’, «National Post», 19 maggio 2006). A corredo dell’articolo c’era una foto del 1935 che mostrava un uomo d’affari ebreo di Berlino che aveva cucita sulla sua giacca la stella gialla a sei punte, come imponeva il regime nazista. L’articolo del 2006, e talvolta anche la foto del 1935, vennero ripresi da vari giornali, come il «Jerusalem Post» e il «New York Post» di Rupert Murdoch. La notizia, assieme alle dichiarazioni indignate che ne seguirono, era falsa. Taheri aveva preso spunto da una discussione nel Parlamento iraniano sul codice di abbigliamento appropriato per i mussulmani. In nessun punto della discussione ci furono mai riferimenti a distintivi da far indossare alle persone di altre confessioni. Il direttore del «National Post» cinque giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Taheri scrisse un contrito editoriale di scuse per il grave errore (Douglas Kelly, Our mistake: Note to readers, «National Post», 24 maggio 2006).
Nel frattempo però la notizia aveva fatto il giro del pianeta, macchiando l’immagine iraniana con un persistente alone di falsa nazificazione. Come spesso accade, le smentite hanno meno spazio e arrivano tardi sulle emozioni che si sono sedimentate nella fase sensazionalista della notizia.
Tralasciamo pure altri esempi di episodi e frasi pesantemente manipolati (su tutti la frase mai pronunciata su Israele da “eliminare dalle cartine geografiche”). Sarebbero troppi i casi da citare. Possiamo limitarci a notare che in corrispondenza di fasi cruciali di valutazione della questione iraniana, in Occidente si moltiplicano gli articoli che mettono in cattiva luce l’Iran, ad esempio sui settimanali femminili. Ogni singolo caso di ingiustizie denunciate, preso per sé, è degno di attenzione. Ma un lettore davvero attento deve accorgersi che il tutto fa parte di un clima, di uno stato spirituale finalizzato alla demonizzazione coordinata, la “reductio ad Hitlerum”. Poiché la guerra di questo millennio tende a integrarsi sempre di più con il sistema delle percezioni dominato dai media, e poiché i piani di attacco all’Iran sono sempre presenti in questo scorcio di storia, la copertura mediatica sull’argomento dovrà essere sempre vista con un’attenzione critica in più.
Cioè non credete di primo acchito neanche a una parola. Rileggete tutto. Confrontate tutto.
23 aprile 2009
Quando tutto è pronto a saltare
di Pino Cabras - da «Megachip»
Fonte dell'immagine: www.danieleluttazzi.it
Il presidente statunitense Barack Obama sembra cercare un punto mediano impossibile, mentre passa fra gli scuotimenti della Grande Crisi, scossoni che richiedono scelte senza precedenti, come vedremo. Ai conservatori le sue parole provocano ribrezzi da rivoluzione. A chi invece vuole una qualche Revolution, Obama appare come un assiduo conservatore. Le fanfare per l’annunciata chiusura di Guantanamo non offuscano il fatto che sia ancora aperta, le parole distensive verso Cuba non sono partite da un ammorbidimento dell’embargo, la condanna della tortura non si estende ai torturatori, i tuoni della Casa Bianca contro gli extraprofitti dei banchieri non si traducono in lampi su Wall Street, dove anzi arriva un fiume di liquidità. Sullo sfondo ci sono sfide estreme.
I toni sono cambiati tanto dai tempi di Bush, ma la forza d’inerzia dei grandi fatti sociali, economici, finanziari, politici e militari dell’ultimo decennio domina ancora la risultante delle forze. Le grandi navi non si fermano subito.
Poteri influenti aspirano a chiudere la parentesi della crisi, innanzitutto nell’informazione, in nome di un qualche ‘status quo ante’ che si vorrebbe dietro l’angolo. Obama prova a cogliere questa impazienza per dare ali alla speranza, e invoca anche lui i futuri «segnali di risalita». Essendo più prudente di altri, prova però a dire che ci saranno ancora molte sofferenze prima di toccare il fondo. Ma gli altri, quelli che vorrebbero che il viaggio riprendesse come prima, quelli della parentesi, loro non sono prudenti, neanche ora. Se i commerci a livello planetario sono in picchiata, per loro è comunque un buon segno che almeno non sia più a caduta libera. Se negli ultimi due mesi è evaporato un quarto dei commerci, magari nei prossimi due si volatilizzerà solo un ottavo ancora.
Nel mainstream perciò non trovano grande spazio certe analisi quantitative che appaiono nei media che invece fanno poche riverenze all’ortodossia del liberismo in rotta. Fra queste analisi circola in particolare quella di Leap/Europe 2020, un sito francese che in questi ultimi anni ha visto lontano. Dai dati a disposizione viene estrapolata una tendenza: la discesa degli USA porta a una depressione senza precedenti, vicina a un punto di insostenibilità che, se varcato - e potrebbe essere molto presto - segnerebbe una rottura storica drammatica, a partire dalla moneta [«Eté 2009: La rupture du système monétaire international se confirme», Europe 2020, 15 aprile 2009].
Gli USA hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi grazie all’afflusso di denaro di prestatori esterni, la Cina su tutti. Ora gli USA vorrebbero che anche il salvataggio fosse al di sopra dei propri mezzi, finanziato ancora una volta dalla Cina. Al gigante asiatico infatti non converrebbe far crollare di botto il sistema se per caso volesse uscire dalla trappola del dollaro, visto che ha già incamerato 1400 miliardi di titoli di debito in dollari, sempre più scottanti.Se consideriamo la dimensione degli “stimulus” e “bailout” messi in campo negli ultimi mesi, l’unica via di uscita ancora “normale” per gli USA è che i risparmiatori cinesi e di qualche altro paese puntino ancora (e questa volta soltanto) sui bond statunitensi, rendendosi ancora più prigionieri del gioco pericoloso.
Solo che – fanno notare gli analisti di Europe 2020 - i prigionieri dedicano i loro pensieri migliori al modo di evadere, magari senza farsi riacciuffare e senza rompersi le gambe. E lo fanno con circospezione. Il 24 marzo 2009 il governatore della Banca centrale di Pechino lanciava un ‘ballon d’essai’. Ipotizzava che il dollaro lasciasse il posto nei commerci a una valuta di riserva internazionale. Sondava e avvertiva insieme, consapevole della forza immensa che i nuovi equilibri spostavano nel mondo (un G20 anziché un esangue G8).
Secondo Europe 2020 tutti i nuovi membri del club del potere mondiale sono pronti a concordare i loro passi con la Cina, quando si renderà necessario. Si è parlato molto degli accordi swap fra Cina e Argentina, ma sono rilevantissimi anche quelli fra Brasile e Argentina, fra Cina e Sud Corea, e così via. Sono una sorta di "baratti" bilaterali che tagliano fuori il dollaro. Ovviamente il club anglosassone prova a resistere ripetendo all’infinito le strade già battute (e qui vediamo le carenze strategiche del progetto obamiano). L’Europa si barcamena e non ha un progetto politico che possa suonare come una sfida a quel che resta della subalternità a Washington.
La Cina c’è, invece. I passi li fa alla chetichella, ma li fa. Il ritmo della fuga, sebbene graduale e attento a non smarrire un suo ruolo stabilizzante, ha numeri impressionanti.
Ogni mese la Cina si sta liberando di 50-100 miliardi di titoli in dollari. La depressione dei prezzi in questo caso favorisce lo shopping pechinese. Sotto lo sguardo benevolo di Hu Jintao i cinesi comprano minerali, metalli industriali, terreni agricoli e risorse energetiche a prezzi bassi. In certi casi ne fanno incetta, e i prezzi risalgono, ma non più di tanto. Se pure i cinesi si tengono lontani dalle azioni nel mercato USA, ne comprano in Europa e Asia. Cercano di tesaurizzare i dollari USA trasformandoli rapidamente in beni non statunitensi più durevoli. Una corsa alla Roba, perché il resto, il dollaro, sarà carta straccia.
Puoi coprire le scarpe da tip tap con tre paia di calze, ma se fai passi come questi farai comunque rumore. Entro settembre 2009 la Cina avrà tolto dalle sue mani 600 miliardi di patate bollenti col simbolo del dollaro. Ma non acquisterà nemmeno quel che gli USA - fra stimoli e salvataggi - saranno costretti a emettere in più dell’ordinario, ossia un ammontare tra i 500 e i 1000 miliardi di nuovi titoli di debito. E chi li compra, allora? Gli USA si troveranno a dover inventare qualcosa per risolvere lo sbilancio. Uno squilibrio che può raggiungere i 1600 miliardi di dollari.
È uno scenario che diventerà ancora più drammatico, una volta giunto al ‘redde rationem’. Il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, sarà forzato ad acquistare i suoi stessi Buoni del Tesoro. Questo si chiama: stampare dollari. La cosa non è nuova. Quando Bernanke dichiara in pratica che la Fed è pronta a oliare la zecca, i T-bond crollano del 10% in un solo giorno. Il momento X della prossima estate, con un simile scenario, segnerebbe anche una perdita secca di centinaia e centinaia di miliardi per i cinesi. Ma per loro sarebbe il male minore. Perché a quel punto l’insolvenza USA sarebbe conclamata e la salvezza starebbe nell’essersi posizionati meglio nel frattempo.
Siamo davvero alla vigilia di una tale insolvenza? Secondo Europe 2020 i dati dicono proprio questo. La spesa pubblica è esplosa per tenere a galla Wall Street (+41%) e si associa a un crollo mai visto prima degli introiti tributari (-28%). Soltanto nel mese di marzo 2009 il deficit federale ha toccato quota 200 miliardi di dollari, poco meno della metà del deficit di tutto il 2008, che Bush aveva comunque portato troppo fuori misura. Le cose non vanno meglio a livello degli Stati, a partire dalla California di Schwarzenegger, giù “per li rami” fino ai livelli di governo locale. Non c’è verso per fermare la spirale, per ora. Le professioni di ottimismo nella ripresa sono solo parole. Il Fondo Monetario Internazionale ha rifatto i conti delle perdite che sono e saranno determinate dal collasso finanziario in corso: non più 2.200 miliardi di dollari, bensì 4.100 miliardi. Sono oltre 600 dollari di perdite pro capite a livello mondiale, inclusi i neonati della Nuova Guinea, i vecchietti degli ospizi, e gli evasori totali. Chi pagherà? Andrebbe richiesto a quelli che «i segnali di ripresina» e a quelli che «il peggio è ormai alle spalle».
Insomma, inevitabile che dopo la fase 1 arrivi la fase 2. La Cina sarà costretta a non misurare i passi come prima e a trovare una soluzione diversa. Secondo gli studiosi francesi sono plausibili diversi scenari.Uno di questi potrebbe essere lo yuan renminbi che diventa valuta di riserva internazionale al posto del dollaro, in compagnia dell’euro, dello yen e di altre monete. Oppure si può accelerare l’istituzione di una nuova valuta di riserva che risiederà su un paniere di monete che lascia da parte il club anglosassone.Inutilmente sarà lubrificata la zecca di Bernanke, il dollaro non dominerà più.
In alternativa a questi due scenari, che comunque presuppongono uno scheletro di globalizzazione ancora presente, ce n’è un altro: una dislocazione geopolitica globale, imperniata su blocchi economici continentali, che basano ciascuno i propri scambi su una diversa moneta di riserva “regionale”. Da noi l’euro, altrove nuove monete con funzioni simili. Il WTO diventerebbe una voce morta delle enciclopedie. Una soluzione a suo modo ben accomodata, ma proprio per questo più improbabile, perché le convulsioni attese non sono affatto ordinate.
Europe 2020 punta la sua attenzione sulla riunione di New York del G20, nel Settembre 2009, a ridosso dell’Assemblea generale dell’ONU. I dati sin qui esposti addensano intorno a quel periodo l’ora X delle rotture monetarie. Il summit assisterà alla gravità della crisi che starà martoriando gli Stati Uniti, un paese in cui già oggi un cittadino su due sostiene di essere ad appena due stipendi di distanza dalla bancarotta), all’interno di una tendenza già in atto che vede la crescita drammatica della violenza urbana e degli omicidi.
Sarebbe uno scenario di ‘default’ degli Stati Uniti. Un tracollo alla massima potenza. Che a sua volta innescherebbe tante reazioni. Quali? Difficile dirlo, e capire le interazioni.
Per Europe 2020 il default potrebbe avverarsi secondo quattro diversi modi, o con una combinazione di essi. Due scenari implicano vie d’uscita ordinate, gli altri due avvengono nel caos:
1) il Fondo Monetario Internazionale fa per la prima volta agli USA quello che ha fatto centinaia di volte agli altri stati: prende in carico il budget federale e prescrive severi tagli al bilancio (da tagliare ce n’è: l’immane spesa militare, ma anche i programmi sociali). È uno sbocco quasi insostenibile dal punto di vista politico, in presenza di un complesso militare-industriale che incorpora riserve di golpismo, e di una società che non saprebbe metabolizzare le rinunce, perché politici e pubblicità le hanno lisciato il pelo per decenni dicendo al mondo che “il tenore di vita americano non è negoziabile”;
2) il Dipartimento del Tesoro decide di emettere buoni del Tesoro in altre monete invece che in dollari. Ripeterebbe un atto di circa trent’anni fa, su scala più piccola, ossia un’emissione di yen e marchi decisa nel corso di una crisi minore del dollaro. Il difetto di questo esito è che i bond emessi sarebbero così tanti da mettere nei guai gli altri paesi coinvolti. Non si dimentichi ad esempio che in un solo anno il Fondo monetario Internazionale prevede che il debito pubblico italiano passerà dal 106% al 121% del PIL.
3) il dollaro dimezza di colpo il suo valore in rapporto alle altre valute. L’amministrazione Obama darebbe respiro finanziario al bilancio federale e ai bond posseduti dagli stranieri con dollari deprezzati. Una soluzione unilaterale che aumenterebbe però il disordine globale .
4) poiché vendere ai soliti investitori esteri i bond del Tesoro risulta sempre più difficoltoso, la Federal Reserve è costretta a incrementare il programma TARP (Troubled Asset Relief Program), così che si innesca la svalutazione del dollaro, che risulta a quel punto meno desiderato da chi investe su beni in dollari. È il canovaccio in parte già intrapreso. Come si combinerà questa dinamica con gli altri sbocchi?
Per capire quanto le evocazioni di una “ripresina” siano solo pensieri illusori, basti considerare che negli USA i principali istituti di credito beneficiati dai massicci aiuti pubblici, a febbraio 2009 hanno diminuito del 23% i finanziamenti concessi in rapporto a ottobre 2008, quando il Tesoro avviò il sostegno alle banche attraverso il TARP. Segno che anche l’economia reale precipita.
In questo quadro di crisi gli analisti francesi, nonostante l’afasia dell’Europa, vedono in essa un’area «meno esposta ai fattori destrutturanti», perché meno dipendente – con l’eccezione del Regno Unito - dal «dollaro-debito» e perché la sovranità degli Stati membri della UE è molto più forte dei singoli Stati che compongono gli USA (dove non a caso si affaccia nel dibattito politico lo spettro della secessione). La Germania considererà di vitale importanza avere intorno a sé un’area di integrazione che sia ancora il mercato di riferimento per la sua industria. Forzando il senso dell’analisi, il default degli USA ha più possibilità di verificarsi della disgregazione della UE.
Un default, o comunque una crisi che si avvita, non sarà un evento come tanti. Sono tempi eccezionali. Europe 2020 arriva a consigliare di preoccuparsi dei paesi in cui circolano troppe armi da fuoco, nonché a prepararsi a una interruzione dei pubblici servizi essenziali, quelli sostenuti da organizzazioni vaste, per affidarsi invece nei giorni o settimane dell’emergenza alle reti comunitarie e familiari a corto raggio. E consiglia di fare in un certo senso come la Cina: usare come riserva di valore non il denaro ma metalli preziosi e beni fisici di facile scambio, utilizzabili anche nell’ipotesi che le banche restino chiuse nei giorni del crollo.
Quando il rapporto è uscito non era ancora nota la proiezione del FMI sul debito pubblico italiano che sfonda gli argini (come quello di altri paesi, del resto). Ma le previsioni per i risparmi erano già in linea con questa realtà. Il che implicherà pensioni integrative a lungo impoverite e pressioni più forti sui risparmiatori (dove ancora ce ne sono, non certo in USA) per ripagare la bolla del debito pubblico, l’ultima bolla. E questo senza considerare ancora la possibile grande ripresa dell’inflazione, una volta che la banchisa della liquidità si scongelerà.
Obama ha insomma una bella gatta da pelare. Il 70% degli scambi di moneta avviene presso centri finanziari ricompresi nella sfera d’influenza del dollaro, a Londra, New York, Tokio: «Sono americane o inglesi 8 banche delle 10 più grandi per scambio di valute che sono scomparse dal panorama economico, come Lehman Brothers, o che sono a un passo dalla bancarotta o dalla nazionalizzazione, come Citigroup o Royal Bank of Scotland.» L’epicentro è lì.Nel dicembre 2008 il Pentagono ha ricevuto un rapporto di Nathan P. Freier dell’Istituto di studi strategici dello US Army War College, nel quale viene descritto il rischio di disgregazione del territorio USA e dei suoi confini per effetto della crisi.Obama non ha fatto rotolare alcuna testa nell’apparato della Difesa, nonostante abbia vinto le elezioni proclamando di voler cambiare profondamente la strategia militare del predecessore. Le forze armate potrebbero essere chiamate a garantire l’integrità territoriale USA e la continuità di governo, suggerisce Freier.
Questi scenari previsionali si fermano lì. Bastano già le previsioni infondate degli ottimisti a oltranza per dover speculare più oltre.
Possiamo dire tuttavia che questi sono scenari di guerra, e che chi gioca con il facile ottimismo è un’irresponsabile. In perfetta continuità con l’irresponsabilità beota degli anni che ci hanno portato al disastro. Dovremo essere pronti a non accettare nessuna scorciatoia: guerre all’Iran, ossessioni antiterroristiche alimentate a bella posta, poteri speciali, il catalogo è vasto. Obama si mostra ancora come il punto d’equilibrio in cui si intrecciano insieme fili di credibilità e di speranza. Ma una volta che quell’equilibrio si spezzerà saremo tutti in pericolo.
21 aprile 2009
David Griffin: necessario "un nuovo sguardo sull'11 settembre"
di Simone Santini – clarissa.it
David Ray Griffin, teologo, professore e ricercatore americano, è uno dei maggiori esponenti negli Stati Uniti del Movimento per la Verità sull'11 settembre. Autore di numerosi libri e studi sull'argomento (tra cui i più celebri 11 settembre - La nuova Pearl Harbor e Rapporto della Commissione 9-11: omissioni e distorsioni), si trova attualmente in Europa per una serie di conferenze tese a rilanciare la proposta di istituire una Commissione d'inchiesta indipendente e per fare il punto sulle ricerche e le investigazioni alternative, in continuo progresso.
Nel corso dei suoi incontri, intitolati "Un Nuovo Sguardo sull'11 settembre", Griffin sollecita i sostenitori del Movimento per la Verità sull' 11 settembre a continuare i loro sforzi in un momento delicatissimo. Negli Stati Uniti, infatti, la fine dell'amministrazione Bush e di alcune sue politiche, strettamente connesse all'11 settembre, rischiano da un lato di disincentivare la richiesta di verità, e dall'altro l'avvento dell'era Obama non sembra portare alcuna novità o speranza. Tuttavia, secondo Griffin, non si deve cedere alle assuefazioni poiché alcuni frutti avvelenati dell'11 settembre, come la guerra in Afghanistan, restano più che mai sul tappeto e l'attuale congiuntura politica è il momento migliore per sperare in una nuova inchiesta.
Griffin parte, nelle sue analisi, da un presupposto metodologico fondamentale. Secondo la percezione comune, nella verifica di ciò che accadde l'11 settembre si confrontano una versione ufficiale (la verità, fino a prova contraria) ed alcune versioni alternative equiparate a più o meno fantasiose "teorie della cospirazione". Il campo deve subito essere sgombrato da questo fraintendimento.
Dice Griffin: "Le persone che credono alla teoria ufficiale sull' 11 settembre soprannominano sdegnosamente i membri del Movimento per la Verità come «seguaci della teoria del complotto». Ma questo è irrazionale [...] Credere ad una teoria del complotto, a proposito di un qualunque avvenimento, significa semplicemente credere che questo sia il frutto di una cospirazione. Secondo l'interpretazione dell'11/9 data dal tandem Bush-Cheney, che è diventata la versione ufficiale, gli attentati furono l'esito di una cospirazione ordita da Osama bin Laden e 19 membri di Al-Qaeda. Questa versione è, conseguentemente, «una teoria del complotto». Questo significa che ognuno difende una propria teoria del complotto, dunque il dibattito sull'11/9 non è tra teorizzatori e anti-teorizzatori di complotti. Si tratta semplicemente di un dibattito tra coloro che accettano la teoria del complotto dell'amministrazione Bush-Cheney, e coloro che sostengono una teoria alternativa, secondo cui l'11/9 fu il prodotto di un complotto interno a questa amministrazione. Dunque la sola domanda razionale da porsi è: quale teoria è meglio sostenuta da elementi di prova?"
Cosa non funziona, dunque, nella teoria ufficiale del complotto? Griffin sottolinea soprattutto due elementi, ancora, metodologici.
Innanzi tutto la teoria ufficiale deriva da un rapporto edito dalla Commissione d'inchiesta sull'11/9. Una commissione affatto imparziale, poiché malgrado apparentemente fosse presieduta in maniera bi-partisan da due esponenti provenienti l'uno dal partito repubblicano, Thomas Keane, e l'altro da quello democratico, Lee Hamilton, di fatto la commissione ed i suoi 85 membri erano diretti da Philip Zelikow, membro organico dell'amministrazione Bush. Il New York Times rivelò che Zelikow era in stretto contatto con Condoleeza Rice e Karl Rove, il massimo consigliere di Bush, e che il rapporto era già stato delineato da Zelikow, che ne aveva addirittura predisposto i capitoli con relativi titoli e sottotitoli, ancor prima che la Commissione cominciasse il suo lavoro.
Se dunque la Commissione non era imparziale, non lo era nemmeno il NIST (National Institute of Standards and Technology) sulle cui perizie tecniche la commissione si è basata. Il NIST è una agenzia governativa che dipende dal ministero del Commercio e che alla sua guida aveva un presidente nominato dall'amministrazione Bush. Un dipendente anziano del NIST ha rivelato che l'agenzia era stata "largamente deviata dal campo scientifico verso il campo politico. [Gli scienziati] avevano perso la loro indipendenza scientifica e non erano niente più che meri ‘esecutori'. Tutto ciò che gli esecutori producevano era filtrato dalla direzione e valutato secondo criteri politici prima di essere pubblicato". Oltre questo, tutti i rapporti del NIST sul World Trade Center dovevano essere approvati dalla NSA (Agenzia per la Sicurezza Nazionale) e dall'Ufficio Management e Budget, diramazione diretta dell'Ufficio Esecutivo del presidente Bush.
Di contro, il Movimento per la Verità sull'11 settembre si è nettamente affrancato da quell'immagine che i suoi detrattori gli avevano appiccicato addosso di "banda di marmocchi da internet" che non sanno nulla della realtà e senza alcuna competenza scientifica o militare. Griffin ricorda che oggi alla guida del movimento ci sono scienziati che hanno creato il Comitato scientifico per una Inchiesta sull'11/9, mentre docenti di fisica e chimica hanno dato vita alla Organizzazione universitaria per la Verità e Giustizia sull' 11/9 che ha già pubblicato numerosi studi su riviste scientifiche. La più celebre di queste ricerche è stata condotta dal professore di chimica dell'Università di Copenaghen Niels Harrit, e pubblicata sul Open Chemical Physics Journal, che ha rinvenuto nelle polveri del WTC particelle dell'esplosivo militare ‘termite' usato per liquefare l'acciaio, e che non avrebbero dovuto esserci se le Torri fossero crollate, come pretende la teoria ufficiale del complotto, in seguito agli "incendi ed alla gravità".
Ma se le analisi chimiche e fisiche non sono sufficienti, a supporto della teoria alternativa del complotto è giunto il comitato di "Architetti ed Ingegneri per la Verità sull'11 settembre" fondato da Richard Gage e di cui circa 600 esperti hanno firmato la petizione per l'apertura di una nuova inchiesta. Fra loro Jack Keller, professore emerito del genio civile dell'Università dello Utah, ha dichiarato che il crollo del grattacielo numero 7 del WTC è "chiaramente il risultato di una demolizione controllata", allo stesso modo di due professori emeriti di ingegneria strutturale dell'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia.
Insieme a loro hanno creato organizzazioni per la ricerca sull'11 settembre associazioni di pompieri, reduci dell'esercito, piloti di linea e ufficiali militari. Ognuna di queste, nel suo ambito di conoscenza, ha sollevato dubbi sulla teoria ufficiale del complotto, ritenendola spesso semplicemente "irricevibile". Ultima nata è una organizzazione di appartenenti ai servizi di sicurezza. Un ufficiale anziano della CIA, William Christison, ha scritto: "Per quattro anni e mezzo ho rifiutato categoricamente di prestare una seria attenzione alle teorie del complotto sull'11/9... ma poi, non senza tormenti, ho cambiato idea... allo stato attuale penso esistano prove convincenti che questi attentati non si sono svolti nel modo in cui l'amministrazione Bush e la Commissione d'inchiesta ci hanno voluto far credere".
David Griffin a questo punto è netto: "Tra gli esperti dei vari settori che si sono occupati della vicenda, il peso dell'opinione scientifica e professionale propende ormai dalla parte del Movimento per la Verità sull'11/9. Sono più di un migliaio ad essersi pubblicamente espressi sulla teoria ufficiale, e praticamente nessun scienziato o professionista l'ha sostenuta apertamente - ad eccezione di quelli che non sono indipendenti e la cui carriera sarebbe minacciata se rifiutassero di farlo. Questo ultimo punto è importante perché come sosterrebbe Sinclair Lewis, ‘è difficile far capire qualcosa a qualcuno se il suo salario dipende dal non capire'. Ad eccezione di queste persone, praticamente tutti gli esperti dei settori interessati che hanno studiato seriamente la questione, rigettano la teoria ufficiale del complotto".
Ma perché i giornali e i media non si occupano di questi argomenti? Forse, come ricorda Griffin, i giornalisti rifiutano di lavorare sulla "storia vecchia". Eppure gli elementi nuovi sono numerosi, spesso forniti dagli stessi enti statali che in un primo momento erano stati incaricati di difendere la versione ufficiale,.
Ad esempio il responsabile dell'FBI dell'ufficio dei ricercati, «Most Wanted Terrorists», ha spiegato perché Osama bin Laden non compare nella lista dei responsabili degli attacchi dell'11/9 rispondendo alla domanda di un giornalista investigativo: "Non disponiamo di alcuna prova formale che colleghi Osama bin Laden all'11 settembre".
Un altro esempio riguarda le telefonate partite da telefoni cellulari di persone che si trovavano a bordo degli aerei dirottati e che avvertivano i propri familiari su quanto stava avvenendo. Il più celebre tra questi episodi riguarda Deena Burnett che ricevette dal marito Tom, che si trovava sul volo UA93 schiantatosi in Pennsylvania, diverse telefonate e che vide apparire sul proprio apparecchio ricevente il numero del telefono del marito. Ma durante il processo a Zacharias Moussaoui, il cosiddetto ventesimo terrorista dell'11/9, l'FBI ha presentato un rapporto secondo cui tra le 37 chiamate provenienti dal volo UA93 solo due venivano da telefoni cellulari, e furono possibili solo quando l'aereo si trovava a bassa quota e prossimo allo schianto. L'FBI sostiene che i familiari che ritengono di aver ricevuto chiamate da telefoni cellulari dei congiunti si sono sbagliati. Chi fece allora quelle chiamate? Forse quei telefoni cellulari furono clonati e magari le voci alterate?
Un'altra chiamata celebre fu quella della conduttrice della CNN Barbara Olson dal volo AA77, che si sarebbe schiantato sul Pentagono, al marito Ted Olson, procuratore generale al ministero della giustizia. L'uomo dichiarò che la moglie lo aveva informato che terroristi armati di taglierini avevano dirottato l'aereo. Quella chiamata è stata molto importante perché taluni complottisti avevano ritenuto che il volo AA77 fosse già caduto nell'Ohio, mentre la chiamata avrebbe dimostrato che l'aero era ancora in volo. Ma di nuovo l'FBI sostiene in base ai tabulati che la telefonata di fatto non ci fu, si trattò di un tentativo non riuscito di chiamata la cui durata fu di "zero" secondi. Chi si è sbagliato, l'FBI o Ted Olson?
David Griffin conclude le sue considerazioni riportando alla ribalta gli avvenimenti attorno al grattacielo numero 7 del WTC, considerato il "tallone d'Achille" della versione ufficiale, e di cui annuncia essere l'argomento del suo prossimo libro. A lungo l'edificio 7 è stato ignorato dai fautori della teoria ufficiale del complotto, il Rapporto della Commissione d'inchiesta non lo cita nemmeno.
Numerosi esperti hanno considerato il crollo di quel palazzo come causato in tutta evidenza da una demolizione controllata: il palazzo non era stato colpito da aerei; gli incendi erano limitati e riguardavano solo alcuni piani; il palazzo è caduto verticalmente, dal basso, a velocità di caduta libera, polverizzandosi.
Come il già citato professor Harrit, un altro ricercatore, il fisico Steven Jones, ha trovato particelle della nano-termite tra le polveri del palazzo ed altre micro-particelle che avrebbero potuto formarsi solo a temperature molto superiori rispetto a quelle determinate da incendi.
Il recente rapporto del NIST sull'edificio 7, dopo che era stato rinviato di anno in anno, ha visto la luce ma ha clamorosamente ignorato tutte queste analisi fisiche e chimiche. Alla domanda diretta al portavoce del NIST, Michael Newman, perché non fossero state cercate tracce di esplosivo tra i detriti del WTC, l'uomo ha risposto grottescamente: "Non avevamo alcuna prova che ci fossero esplosivi. A cercare qualcosa che non c'è si perde solo tempo... e i soldi dei contribuenti".
Drammatica la vicenda di un testimone oculare sulla fine dell'edificio 7, Barry Jennings, del Dipartimento per gli Alloggi della città di New York che in quel palazzo aveva i suoi uffici. Jennings dichiarò di aver sentito una fortissima esplosione quella mattina proveniente dai piani inferiori quando ormai la struttura era stata evacuata. In seguito Rudolf Giuliani, all'epoca sindaco della città che lì aveva l'Ufficio per la gestione delle emergenze, dichiarerà che quell'esplosione era in realtà l'eco rimbombante del crollo della Torre Nord. Ma tra la cronologia di Giuliani e quella riportata da Jennings c'è un'ora di differenza. La sua testimonianza è stata registrata per il film documentario Loose Change Final Cut, ma prima della diffusione Jennings chiese che la sua intervista fosse ritirata perché temeva delle conseguenze. Poco dopo Barry Jennings morirà, improvvisamente, all'età di 53 anni. L'intervista è rimasta, a futura memoria, diffusa via internet.
Fonte: http://www.voltairenet.org/article159749.html
20 aprile 2009
Un consulente legale della Commissione sull’11/9: il governo ha deliberato di mentire sulla versione dei fatti
di Paul Joseph Watson - Prison Planet.com
Il consulente legale senior della Commissione sull’11/9, John Farmer, sostiene che il governo deliberò di non raccontare la verità sull’11/9, confermando con ciò le affermazioni dei colleghi membri della Commissione d’inchiesta, i quali erano giunti a concludere che il Pentagono si era impegnato in un inganno deliberato in merito alla sua risposta all’attacco.
Farmer ha ricoperto l’incarico di consulente senior della Commissione sull’11/9 (ufficialmente nota come la Commissione nazionale sugli attentati terroristici contro gli Stati Uniti), ed è anche un ex Attorney General del New Jersey.
Il libro di Farmer sulla sua esperienza di lavoro per la Commissione è intitolato The Ground Truth: The Story Behind America’s Defense on 9/11 (La verità sul terreno: il retroscena della Difesa americana dell’11/9, Ndt), ed è in uscita [a partire dal 15 aprile 2009].
Il libro rivela come «il pubblico sia stato seriamente fuorviato su quanto è avvenuto durante la mattina degli attentati,» e lo stesso Farmer dichiara che «a un qualche livello di governo, a un certo punto... c'è stato un accordo inteso a non dire la verità su ciò che è accaduto».
Solo i molto ingenui contesterebbero che un accordo per non dire la verità sia un accordo per mentire. La tesi di Farmer è che il governo ha accettato di creare una versione ufficiale spuria degli eventi, per coprire la vera storia che sta dietro l’11/9.
L'editore del libro, Houghton Mifflin Harcourt, afferma che «Farmer argomenta l’ipotesi necessariamente convincente che la versione ufficiale non solo è quasi del tutto falsa, ma serve a creare una falsa impressione di ordine e sicurezza.»
Nel mese di agosto 2006, il «Washington Post» riferiva: «Alcuni membri dello staff e dei commissari dell’organismo d’inchiesta sull’11 settembre hanno concluso che la versione iniziale del Pentagono su come ha reagito agli gli attacchi terroristici del 2001 potrebbe essere stata parte di un deliberato tentativo di indurre in errore la Commissione e il pubblico, anziché un’espressione della nebulosità degli eventi di quel giorno, secondo fonti coinvolte nella discussione.»
L’articolo ha evidenziato come la commissione, composta da 10 membri, ha fortemente sospettato un inganno al punto che ha considerato di sottoporre la questione al Dipartimento della giustizia per un’inchiesta penale.
«A tutt’oggi non sappiamo il motivo per cui il NORAD [il comando aerospaziale nordamericano] ci ha detto quello che ci ha detto,» ha detto Thomas H. Kean, ex governatore repubblicano nel New Jersey, che ha guidato la Commissione. «È stato così lontano dalla verità… È uno di quei casi in cui non si trova mai il bandolo della matassa».
Lo stesso Farmer è citato nell’articolo del «Washington Post», dove afferma: «mi ha sconvolto il modo in cui la verità era diversa dal modo in cui è stata descritta .... I nastri [della difesa aerea NORAD] raccontavano una storia radicalmente diversa da quella che era stata raccontata a noi e al pubblico per due anni .... Non era una storia manipolata . Era una storia non vera.»
Come abbiamo anche segnalato nell’agosto 2006, le parti pubblicate delle registrazioni NORAD dell’11/9, illustrate in un articolo di «Vanity Fair», facevano ben poco per rispondere ai quesiti degli scettici circa l'impotenza delle difese aeree USA durante l’11/9, e se non altro hanno aumentato l’attenzione sulla incompatibilità della versione ufficiale degli eventi, con quanto si sa realmente accaduto in quel giorno.
A scanso di equivoci, Farmer non sta dicendo che l’11/9 sia stata una trama orchestrata dall'interno, e tuttavia, la testimonianza di Farmer, insieme a quella dei suoi colleghi membri della Commissione sull’11/9, dimostra definitivamente che, qualunque cosa sia realmente accaduta l’11/9, la versione ufficiale, così come è stata raccontata al pubblico quel giorno, e ciò che rimane oggi delle versioni dei fatti fornite dalle autorità, sono una menzogna – stando alle stesse persone che erano incaricate dal governo di indagare. Questo è un dato di fatto che nessun debunker o apologeta governativo può legittimamente negare ancora.
Articolo originale:
9/11 Commission Counsel: Government Agreed to Lie About 9/11
Traduzione a cura di Pino Cabras per Megachip [QUI]
15 aprile 2009
I terremoti distruggono le case e uccidono le persone. Il silenzio dell'informazione uccide le coscienze
Venerdi 17 aprile tutti sotto la RAI a Viale Mazzini alle ore 17.00
Vauro sospeso da Annozero...
Santoro in "penitenza"...
Radio Città Aperta e Megachip invitano tutti a farsi sentire con forza per protestare contro l'imbavagliamento dell'informazione scomoda.
Rivendichiamo il diritto di remare contro il "manovratore"
Difendiamo la libertà e la dignità dell'informazione
Il tentativo di tappare la bocca alle denunce della trasmissione AnnoZero sulla situazione in Abruzzo dopo il terremoto non deve passare.
La complicità degli apparati politici e dei massmedia con 'imbavagliamento dell'informazione sulla reale situazione nell'Abruzzo devastato dal terremoto è la vera indecenza che va smascherata.
14 aprile 2009
Niels Harrit: «Altro che “pistola fumante”, c’è la “pistola carica” dell’11/9»
di Pino Cabras - da «Megachip»
Abbiamo visto di recente la ricerca sulle polveri del WTC firmata tra gli altri dal professor Niels Harrit dell’Università di Copenaghen, un professore che ha la vocazione della nano-chimica, di cui è un esperto.
Il clamore suscitato da questa ricerca ha portato il 6 aprile 2009 a una intervista di Harrit sul canale TV2 della tv pubblica danese, in seconda serata. Harrit è stato intervistato per 10 minuti durante il tg.
L’8 aprile, Harrit è stato di nuovo intervistato per sei minuti durante un programma del mattino di notizie e intrattenimento in diretta sulla stessa rete. In entrambe le occasioni Harrit ha potuto argomentare bene le proprie tesi con intervistatori aperti e corretti.
La prima intervista è stata sottotitolata in inglese e caricata su YouTube. Di seguito si può leggere la sua traduzione in italiano:
Intervista a Niels Harrit su TV2 News, Danimarca.
Alcuni ricercatori internazionali hanno trovato tracce di esplosivi in mezzo ai detriti del World Trade Center.
Un nuovo articolo scientifico conclude che gli impatti dei due aerei dirottati non causarono i crolli nel 2001.
Rivolgiamo la nostra attenzione all’11/9, il grande attacco su New York. Apparentemente i due impatti degli aeroplani non cagionarono il crollo delle torri, secondo quanto afferma un articolo scientifico da poco pubblicato.
I ricercatori hanno trovato dell’esplosivo detto nano-termite fra i resti, e non può provenire dagli aerei. Ritengono che svariate tonnellate di esplosivi siano state collocate negli edifici in precedenza.
Niels Harrit, lei e altri otto ricercatori stabilite in questo articolo che sia stata la nano-termite a far sì che questi edifici crollassero. Che cos’è la nano-termite?
«Abbiamo trovato nano-termite nei detriti. Non stiamo dicendo che sia stata usata soltanto nano-termite. La termite stessa risale al 1893. È una mistura di alluminio e polvere di ruggine, che reagisce fino a generare intenso calore. La reazione produce ferro, scaldato a 2500 °C. Questo può essere usato per fare saldature. Può essere anche usato per fondere altro ferro. Siccome le nanotecnologie rendono le cose più piccole, nella nano-termite questa polvere del 1893 è ridotta in particelle minuscole, perfettamente mescolate. Quando queste reagiscono, l’intenso calore si sviluppa molto più velocemente. La nano-termite può essere mischiata con additivi per sprigionare un calore intenso, o fungere da efficacissimo esplosivo. Contiene più energia della dinamite, e può essere usata come combustibile per razzi.»
Ho cercato con Google “nano-termite”, e non è che si sia scritto molto su di essa. Si tratta di una sostanza scientifica ampiamente conosciuta? O è così nuova che gli altri scienziati la conoscono a malapena?
«È un nome collettivo per una classe di sostanze con alti livelli di energia. Se dei ricercatori civili (come lo sono io) non la conoscono abbastanza, è probabilmente perché non lavorano granché con gli esplosivi, come invece fanno gli scienziati militari. Dovrebbe chiedere a loro. Io non so quanta familiarità abbiano con le nanotecnologie.»
Quindi lei ha trovato questa sostanza nel WTC, perché pensa che abbia causato i crolli?
«Be’, è un esplosivo. Per cos’altro sarebbe dovuto essere lì?»
Lei ritiene che l’intenso calore abbia fuso la struttura di sostegno in acciaio dell’edificio, e abbia causato che gli edifici collassassero come un castello di carte?
«Non posso dire di preciso, visto che questa sostanza serve a entrambi gli scopi. Può esplodere e frantumare le cose, e può fonderle. Entrambi gli effetti furono probabilmente utilizzati, per come ho visto. Del metallo fuso si riversa fuori dalla Torre Sud diversi minuti prima del crollo. Questo indica che l’intera struttura era stata indebolita in precedenza. Poi i normali esplosivi entrarono in gioco. L’effettiva sequenza del crollo doveva essere sincronizzata alla perfezione, fin giù.»
Di quali quantità stiamo parlando?
«Grandi quantità. C’erano solo due aerei, ma tre grattacieli sono crollati. Sappiamo grosso modo quanta polvere fu generata. Le foto mostrano enormi quantità: tranne l’acciaio tutto fu polverizzato. E sappiamo grosso modo quanta termite incombusta abbiamo trovato. Questa è la “pistola carica”, un materiale che non si è acceso per qualche ragione. Stiamo parlando di tonnellate. Oltre 10 tonnellate, può darsi 100 tonnellate.»
Dieci tonnellate, può darsi cento tonnellate, in tre edifici? E queste sostanze non si trovano normalmente in simili edifici?
«No, no. Questi materiali sono estremamente avanzati.»
Come si fa a collocare un tale materiale in un grattacielo, su tutti i piani?
«Cioè come si fa a portarlo dentro?»
Sì.
«Con i pallet. Se dovessi trasportarlo i quelle quantità userei i pallet. Prenderei un carrello e li movimenterei su pallet.»
Perché questo non è stato scoperto prima?
«Da chi?»
Dai portieri, per esempio. Se sta facendo passare da 10 a 100 tonnellate di nano-termite, e la sta piazzando su tutti i piani, sono solo sorpreso che nessuno l’abbia notata.
«Da giornalista, dovrebbe indirizzare tale domanda alla società responsabile della sicurezza al WTC.»
Dunque lei non ha alcun dubbio che il materiale era presente?
«Non si può contraffare questo tipo di scienza. L’abbiamo trovata: termite non ancora soggetta a reazioni.»
Quale accoglienza ha ricevuto il suo articolo nel mondo? Per me si tratta di conoscenza del tutto nuova.
«È stato pubblicato appena venerdì scorso. Perciò è troppo presto per dirlo. Ma l’articolo potrebbe non essere così inedito e singolare come le sembra. Centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo sanno da molto che i tre edifici sono stati demoliti. Questo era lampante. La nostra ricerca è solo l’ultimo chiodo sulla bara. Questa non è la “pistola fumante”, è la “pistola carica”. Ogni giorno, migliaia di persone comprendono che il WTC fu demolito. Questo è qualcosa che non si può fermare.»
Perché nessuno ha scoperto da prima che c’era nano-termite negli edifici? Son passati quasi dieci anni.
«Lei intende nella polvere?»
Sì.
«È stato per caso che qualcuno ha osservato la polvere al microscopio. Si tratta di minuscoli frammenti rossi. I più grandi misurano 1 mm, e possono essere visti a occhio nudo. Ma occorre il microscopio per vedere la maggior parte. È stato per caso che qualcuno li ha scoperti due anni fa. Ci sono voluti 18 mesi per preparare l’articolo scientifico cui lei si riferisce. È un articolo davvero completo basato su una ricerca minuziosa.»
Lei ha lavorato su questo per diversi anni, perché la cosa non le tornava?
«Sì, oltre due anni in effetti. Tutto è cominciato quando ho visto il crollo dell’Edificio 7, il terzo grattacielo. È crollato sette ore dopo le torri gemelle. E c’erano solo due aeroplani. Quando vedi un edificio di 47 piani, alto 186 metri, crollare in 6,5 secondi, e sei uno scienziato, pensi “cosa?”. Ho dovuto guardarlo ancora, e ancora. Ho toccato il tasto dieci volte, e la mia mandibola scendeva sempre più giù. Per prima cosa, non avevo mai sentito prima di quell’edificio. E non c’era nessuna ragione visibile per cui dovesse crollare in quel modo, direttamente giù, in 6,5 secondi. Non mi son dato pace da quel giorno.»
Sin dall’11/9 ci sono state speculazioni, e teorie del complotto. Cosa ha da dire ai telespettatori che sentono della sua ricerca e dicono “questa l’abbiamo già sentita, ci sono tante teorie del complotto”. Cosa direbbe per convincerli che questa è diversa?
«Penso che ci sia una sola teoria del complotto di cui valga la pena parlare, quella che riguarda i 19 dirottatori. Ritengo che i telespettatori debbano domandarsi quali prove abbiano visto a sostegno della teoria del complotto ufficiale. Se qualcuno ha visto delle prove, mi piacerebbe sentirlo in merito. Nessuno è stato formalmente incriminato. Nessuno è “wanted”. Il nostro lavoro dovrebbe portare a richiedere un’appropriata inchiesta criminale sugli attacchi terroristici dell’11/9, perché finora non c’è stata. La stiamo ancora aspettando. Noi speriamo che i nostri risultati saranno usati come una prova tecnica quando quel giorno verrà».
Niels Harrit, storia avvincente, grazie per essere intervenuto.
«È stato un piacere.»




