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20 ottobre 2009

Storico dibattito sull’11/9 con Bigard, Laurent, Kassovitz e Harrit alla TV francese

da world911truth.org.

Avete tempo fino al 28 ottobre per imparare il francese, perché durante la trasmissione L’objet du scandaledella TV francese France 2, condotta da Guillaume Durand, andrà in onda uno storico dibattito sulla versione ufficiale degli eventi dell'11/9.

Da un lato: 4 persone con l'arduo compito di difendere la versione ufficiale. Dall'altro lato, Jean-Marie Bigard, Mathieu Kassovitz, Éric Laurent nonché l’ospite speciale Niels Harrit spiegheranno alla Francia e al mondo perché non sostengono la teoria ufficiale e perché la trovino sconcertante.

Questa è già una vittoria per il campo di Bigard/Kassovitz, che ha sfidato i media francesi affinché organizzassero un dibattito leale sull’11 settembre dopo essere stati denigrati da molti giornalisti francesi a causa della loro posizione sul tema. Diversi di questi nomi hanno ricevuto telefonate e persino minacce di morte. Ma nessun giornalista serio è stato in grado di contestare le loro posizioni né di sollevare un argomento serio contro di loro sulla base dei fatti. Ora sarà la loro occasione, e come Bigard si esprime nel video qui sotto, "buona fortuna a loro".

Questa è anche una vittoria per il movimento per la verità sull’11/9, perché la teoria ufficiale del complotto difesa dal governo USA si suppone non sia contestabile. Questo è quello che aveva detto Bush. Questo è anche ciò che Obama ha sostenuto molte volte. Il fatto stesso di aver aperto un vero e proprio dibattito pubblico, ovunque esso sia, dimostra che la materia si può invece discutere. E c’è bisogno che la si discuta. Il giorno in cui smetteremo di discutere temi importanti sarà il giorno in cui rinunceremo alla nostra libertà. Non solo si può discutere, ma il movimento per la verità sull’11 settembre sta crescendo più velocemente che mai - in tutto il mondo - e niente potrà fermarlo.

Ci auguriamo che un dibattito pubblico leale passi presto anche presso i media statunitensi. Certi esperti di recente si sono ritirati dall’offrire un dibattito pubblico leale a Charlie Sheen presso la trasmissione di Larry King alla CNN. Hanno paura di non essere in grado di difendere la teoria ufficiale del complotto?

Questa volta Bigard e Kassovitz saranno entrambi in ottima compagnia. Éric Laurent, giornalista e grande specialista di politica internazionale ha scritto un libro nel 2004, intitolato "La face cachée du 11 septembre" (ossia La verità nascosta sull’11 settembre). Ha anche scritto libri sulla guerra del Kosovo, il sistema bancario, il petrolio, l'Iran, oltre all’universalmente acclamato Il potere occulto di George W. Bush. Religione, affari, legami segreti dell'uomo alla guida del mondo. Laurent è apparso sul talk show televisivo francese "“Tout le monde en parle” con Thierry Ardisson nel 2003, in cui ha difeso il suo libro sull’11/9 nel corso di un’intervista di 32 minuti. Una grande intervista, con grandi questioni e un trattamento equo. Laurent conosce l’11/9 da dentro e da fuori.

Come se questi tre personaggi non bastassero per creare un dibattito molto forte sull’11/9, un ospite speciale si unirà ai loro ranghi. Niels Harrit, è l'autore principale dell’articolo scientifico pubblicato nel 2009 e intitolato Active Thermitic Material Discovered in Dust from the 9/11 World Trade Center Catastrophe insieme con gli scienziati Kevin Ryan e Steven E. Jones. Sarà la prima apparizione di Harrit alla TV francese.

Auguriamo buona fortuna a tutti i partecipanti e non vediamo l’ora di assistere a questo dibattito. Soprattutto, Apprezzeremmo che coloro i quali difenderanno la teoria ufficiale cerchino davvero di giustificare le loro affermazioni con argomenti reali anziché bollare i loro avversari. Definirci negazionisti dell’Olocausto non aiuterà la vostra causa. L'Olocausto è stato vero. Il Ruanda era reale. E se c'è una cosa che si dovreste imparare da questi eventi orribili è che mettere in discussione le strutture del potere è un segno di salute per una società. Perciò rassegnatevi. Ve lo abbiamo sentito dire molte volte di troppo e, detto fra noi, sembrate tutt’altro che intelligenti, quando vi nascondete dietro questa maschera.

Cercheremo di pubblicare il video qui con sottotitoli appena possibile, dopo il dibattito.




Jean-Marie Bigard mentre annuncia il dibattito
di Rudy-D

2 maggio 2009

11/9: chi tocca i fili

di Pino Cabras - da «Megachip»



Chi tocca i fili muore, o per lo meno si dimette, o viene dimesso. Il cliché del discorso pubblico sull’11 settembre si ripete spesso. Si è ripetuto anche nel caso più recente, quello della rivista scientifica che ha pubblicato un articolo clamoroso, firmato dal professore danese Niels Harrit e altri otto scienziati, quello in cui dall’analisi delle polveri del World Trade Center si è ricavata la presenza di un materiale nanotech che potrebbe essere la causa dei danni che l’11/9 hanno fatto crollare i tre grattacieli. La ‘editor in chief’ della rivista, Marie-Paule Pileni, si è dimessa, una volta interpellata da videnskab.dk, lamentandosi di non essere stata informata della pubblicazione dell’articolo. Materia scottante, al solito.

Prima di addentrarci in questo caso specifico, dobbiamo ricordare che già per altri numerosi episodi sono scattati provvedimenti drastici non appena si arrivava a sfiorare il tabù delle versioni dell’11/9 codificate dai media mainstream e dagli enti che hanno condotto le inchieste.

È capitato nel 2008 a due giornalisti al vertice di «France 24», il canale ‘all news’ francese, Grégoire Deniau e Bertrand Coq, rispettivamente direttore dell'informazione e redattore capo del canale, entrambi vincitori del premio Albert Londres, il “Pulitzer francese”. Licenziati in tronco per “colpa professionale”, il giorno in cui avevano osato organizzare un dibattito sull’11/9.

Anche due delle firme del ‘paper’ di cui è capofila Harrit, Steve Jones e Kevin Ryan, hanno dovuto lasciare il loro lavoro subito dopo aver preso posizione sull’11/9, quando avevano divulgato quanto avevano appreso dai rispettivi ambienti e campi di attività. Prassi comportamentali tollerate in migliaia di altri casi diventano improvvisamente un problema da risolvere, e un cavillo si trova sempre. A meno che non ci sia una ritrattazione. Ha funzionato così anche in altri casi.

Un testimone oculare sulla fine dell'edificio 7 del World Trade Center, Barry Jennings, del Dipartimento per gli Alloggi della città di New York, aveva dichiarato episodi nettamente discordanti dalle versioni ufficiali. Jennings chiese tuttavia che la registrazione della sua testimonianza per il documentario Loose Change Final Cut venisse ritirata per paura delle conseguenze. Poco dopo Barry Jennings morirà, all'età di 53 anni, in circostanze ancora sconosciute. In altri casi sono stati dei tempestivi suicidi a mondare le controversie.

La professoressa Marie-Paule Pileni, per buona sorte, è ancora in salute. E scrive: «hanno messo in stampa l’articolo senza il mio permesso, e finché voi non mi avete interpellato, io non sapevo che l’articolo fosse stato pubblicato. Io non lo posso accettare, e di conseguenza ho scritto all’[editore] Bentham che mi dimettevo da tutte le attività con lui.»

Fin qui la prassi contestata. Poi la professoressa Pileni entra sulla questione dell’articolo in sé: «non posso accettare che una tale materia sia pubblicata nella mia rivista. Questo articolo non ha nulla a che vedere con la chimica fisica o la fisica chimica, e non faccio fatica a credere che ci sia un punto di vista politico dietro la sua pubblicazione. Se qualcuno me l'avesse chiesto, avrei detto che questo articolo non avrebbe mai dovuto essere pubblicato in questa rivista. Punto.»

Un commento rimarchevole è attribuito alla professoressa francese: «Marie-Paule Pileni sottolinea che poiché l’argomento ricade fuori dal suo campo di competenza, non può giudicare se l’articolo di per se stesso sia buono o cattivo.»

Leggendo invece il suo curriculum, le sue aree di ricerca sembrano contraddire questo assunto. Commenta bene 911blogger.com:

«Interessante. Stretti legami con il complesso militare industriale francese ed europeo. Esperienza con esplosivi (polverizzati) e nanotecnologie. È cosa ragionevole presumere che la Pileni conosca bene i nano-esplosivi. Pertanto l’obiezione della Pileni sul fatto che la materia ricada fuori dal suo campo di competenza è falsa. Perché mai un’esperta di nanotecnologie ed ex “consulente di esplosivi polverizzati” non vuole commentare in merito a un articolo che tratta di esplosivi nano-termitici? Un articolo che ha fatto sì che si dimettesse? Inspiegabile».

Insomma, La Pileni vede obiettivi politici dietro l'articolo, che però non ha in sé parti di analisi politiche. Davvero incomprensibili i suoi rilievi di merito. Gli autori sono chimici e fisici, la materia trattata è lo studio fisico del contenuto chimico e delle reazioni nei campioni considerati. Dove diavolo è, dentro il ‘paper’, la politica? Non c'è. Non certo nel testo in sé. Politiche sono le conseguenze, queste sì. Perché si sollevano questioni davvero scomode, imbarazzi che possono segare una carriera fin lì senza sgarri.

Madame Pileni ha per giunta criticato pesantemente la giovane rivista “Open Chemical Physics”, che ha pubblicato lo spinoso articolo. Il fatto che le altre riviste scientifiche non l’abbiano ancora citata sarebbe per lei il segno che questa testata non sia una buona rivista, e non sia pertanto di alcun interesse. Aveva accettato di diventare la redattrice capo per offrire l’opportunità a giovani ricercatori di farsi conoscere. Ora non vuole che il suo vistoso curriculum e il suo nome siano in alcun modo associati alla rivista.

Eppure è abbastanza normale che il caporedattore non legga proprio tutti gli articoli che appaiono nella sua rivista scientifica. Le dimissioni intervengono su una questione che esula dalle procedure scientifiche normalmente adottate e rivela, essa sì, un disagio tutto politico. Tra l’altro il potenziale discredito richiamato sulla rivista passa per un sacrificio di credito personale che ricade innanzitutto sulla Pileni stessa e sul suo scrupolo di redattrice capo. Evidentemente è disposta anche a questa immolazione.

Il chimico Niels Harrit si è detto dispiaciuto delle decisioni di Marie-Paule Pileni: «Mi ha sorpreso, certamente, e mi dispiacerebbe se il nostro lavoro ne traesse discredito. Ma il suo abbandono non cambia le nostre conclusioni perché è un fatto meramente personale che l’ha fatta adirare. Resto convinto che abbiamo fatto della fisica chimica e se ci sono degli errori nel nostro studio, saremmo ben lieti di sentire le sue critiche».

La Pileni a un certo punto ha affermato che «Open Chemical Physics», la rivista di cui pure aveva accettato di coordinare la redazione, «non compare nell'elenco delle riviste internazionali, e questo è un brutto segno. Ora vedo che questo è perché si tratta di una cattiva rivista.»
Ma è davvero così? Niente affatto.

Invero anche il nostrano Dipartimento Materiali e Dispositivi del C.N.R. ricomprende la «Open Chemical Physics»: http://www.dmd.cnr.it/english/oaj.php

Ma non finisce mica qui. La rivista «Open Chemical Physics», assieme ad altre 154 riviste della Bentham, fa parte della lista nella directory delle riviste ad accesso libero gestita dalle biblioteche della Università di Lund:
http://www.doaj.org/doaj?func=findJournals&hybrid=&query=bentham.

Una ricerca su Google che richieda al motore di ricerca quattro parole: "open chemical physics journal" – nelle sue prime 5 pagine rimanda a una marea di inclusioni della rivista nelle biblioteche e database accademici:http://www.google.com/search?q=%22open+chemical+physics+journal%22&hl=en...

Georgetown University Library: http://library.georgetown.edu/newjour/o/msg02683.html

Intute: Science, Engineering and Technology:
http://www.intute.ac.uk/sciences/cgi-bin/fullrecord.pl?handle=20080813-1...

Internetchemie:
http://www.internetchemie.info/chemistry/chemical-physics.htm

Ecole Polytechnique Federale De Lausanne- Scientific Information and Libraries:
http://library.epfl.ch/en/periodicals/?recId=12868587

Henryk Niewodniczanski Institute of Nuclear Physics PAN:
http://www.ifj.edu.pl/lib/dodat_info.php?lang=en

University of Saskatchewan Library:
https://library.usask.ca/ejournals/view/1000000000375713

ABC Chemistry- Belarusian State University, Minsk, Belarus:
http://www.abc.chemistry.bsu.by/current/fulltexto.htm

Portico.org – “support for Portico is provided by The Andrew W. Mellon Foundation, Ithaka, The Library of Congress, and JSTOR”:
http://www.portico.org/Portico/feedback/oa_title_recommendation.por

J R D TATA MEMORIAL LIBRARY (JRDTML) - INDIAN INSTITUTE OF SCIENCE:
http://www.library.iisc.ernet.in/bentham/bentham-open-journals.htm

逢甲大學圖書館 Feng Chia University Library:
http://e-resources.fcu.edu.tw:8080/1cate/?BM=az&provider=DOAJ&tableName=...

Wageningen UR Library Catalogue:
http://library.wur.nl/WebQuery/catalog/lang/1902051

Geneva Foundation for Medical Education and Research:
http://www.gfmer.ch/Medical_journals/Biochemistry_chemistry_physics.htm

Brigham Young University- Harold B. Lee Library:
http://exlibris.lib.byu.edu/sfxlcl3?url_ver=Z39.88-2004&url_ctx_fmt=info......

Journal Search - Sutherland Shire Libraries:
http://journalsearch.sutherlandlibrary.com/JournalDisplay.asp?JournalID=...http://911reports.com/

Non va dimenticato che «Open Chemical Physics Journal» - rivista inclusa nella famiglia di riviste a revisione paritaria Open della Bentham, pubblicamente apprezzate da vari premi Nobel – rende tutti i suoi articoli disponibili online e gratis.

L’Editorial board della rivista comprende 98 nomi di tutto il mondo, fra cui 6 italiani. La pubblicazione scientifica in questione è assolutamente ben sorvegliata. Ben nove autori si sono coinvolti in pieno: Niels H. Harrit, Jeffrey Farrer, Steven E. Jones, Kevin R. Ryan, Frank M. Legge, Daniel Farnsworth, Gregg Roberts, James R. Gourley, Bradley R. Larsen.

Il lavoro svolto rientra perfettamente nel loro campo di competenza, e si espongono apertamente alle controanalisi e alla confutazione delle loro conclusioni nel caso che vi fosse stata una qualche falsificazione.

Sono le parole 11 settembre e World Trade Center l’unica vera grana.“Active Thermitic Material Discovered in Dust from the 9/11 World Trade Center Catastrophe”.

Questa scoperta segnerebbe una chiara strada alla riapertura del caso qualora risultasse definitivamente confermata. Perciò chi ha dato spago al mito del complotto di Bin Laden non la vede di buon occhio.

21 aprile 2009

David Griffin: necessario "un nuovo sguardo sull'11 settembre"

di Simone Santini – clarissa.it




David Ray Griffin, teologo, professore e ricercatore americano, è uno dei maggiori esponenti negli Stati Uniti del Movimento per la Verità sull'11 settembre. Autore di numerosi libri e studi sull'argomento (tra cui i più celebri 11 settembre - La nuova Pearl Harbor e Rapporto della Commissione 9-11: omissioni e distorsioni), si trova attualmente in Europa per una serie di conferenze tese a rilanciare la proposta di istituire una Commissione d'inchiesta indipendente e per fare il punto sulle ricerche e le investigazioni alternative, in continuo progresso.
Nel corso dei suoi incontri, intitolati "Un Nuovo Sguardo sull'11 settembre", Griffin sollecita i sostenitori del Movimento per la Verità sull' 11 settembre a continuare i loro sforzi in un momento delicatissimo. Negli Stati Uniti, infatti, la fine dell'amministrazione Bush e di alcune sue politiche, strettamente connesse all'11 settembre, rischiano da un lato di disincentivare la richiesta di verità, e dall'altro l'avvento dell'era Obama non sembra portare alcuna novità o speranza. Tuttavia, secondo Griffin, non si deve cedere alle assuefazioni poiché alcuni frutti avvelenati dell'11 settembre, come la guerra in Afghanistan, restano più che mai sul tappeto e l'attuale congiuntura politica è il momento migliore per sperare in una nuova inchiesta.
Griffin parte, nelle sue analisi, da un presupposto metodologico fondamentale. Secondo la percezione comune, nella verifica di ciò che accadde l'11 settembre si confrontano una versione ufficiale (la verità, fino a prova contraria) ed alcune versioni alternative equiparate a più o meno fantasiose "teorie della cospirazione". Il campo deve subito essere sgombrato da questo fraintendimento.
Dice Griffin: "Le persone che credono alla teoria ufficiale sull' 11 settembre soprannominano sdegnosamente i membri del Movimento per la Verità come «seguaci della teoria del complotto». Ma questo è irrazionale [...] Credere ad una teoria del complotto, a proposito di un qualunque avvenimento, significa semplicemente credere che questo sia il frutto di una cospirazione. Secondo l'interpretazione dell'11/9 data dal tandem Bush-Cheney, che è diventata la versione ufficiale, gli attentati furono l'esito di una cospirazione ordita da Osama bin Laden e 19 membri di Al-Qaeda. Questa versione è, conseguentemente, «una teoria del complotto». Questo significa che ognuno difende una propria teoria del complotto, dunque il dibattito sull'11/9 non è tra teorizzatori e anti-teorizzatori di complotti. Si tratta semplicemente di un dibattito tra coloro che accettano la teoria del complotto dell'amministrazione Bush-Cheney, e coloro che sostengono una teoria alternativa, secondo cui l'11/9 fu il prodotto di un complotto interno a questa amministrazione. Dunque la sola domanda razionale da porsi è: quale teoria è meglio sostenuta da elementi di prova?"
Cosa non funziona, dunque, nella teoria ufficiale del complotto? Griffin sottolinea soprattutto due elementi, ancora, metodologici.
Innanzi tutto la teoria ufficiale deriva da un rapporto edito dalla Commissione d'inchiesta sull'11/9. Una commissione affatto imparziale, poiché malgrado apparentemente fosse presieduta in maniera bi-partisan da due esponenti provenienti l'uno dal partito repubblicano, Thomas Keane, e l'altro da quello democratico, Lee Hamilton, di fatto la commissione ed i suoi 85 membri erano diretti da Philip Zelikow, membro organico dell'amministrazione Bush. Il New York Times rivelò che Zelikow era in stretto contatto con Condoleeza Rice e Karl Rove, il massimo consigliere di Bush, e che il rapporto era già stato delineato da Zelikow, che ne aveva addirittura predisposto i capitoli con relativi titoli e sottotitoli, ancor prima che la Commissione cominciasse il suo lavoro.
Se dunque la Commissione non era imparziale, non lo era nemmeno il NIST (National Institute of Standards and Technology) sulle cui perizie tecniche la commissione si è basata. Il NIST è una agenzia governativa che dipende dal ministero del Commercio e che alla sua guida aveva un presidente nominato dall'amministrazione Bush. Un dipendente anziano del NIST ha rivelato che l'agenzia era stata "largamente deviata dal campo scientifico verso il campo politico. [Gli scienziati] avevano perso la loro indipendenza scientifica e non erano niente più che meri ‘esecutori'. Tutto ciò che gli esecutori producevano era filtrato dalla direzione e valutato secondo criteri politici prima di essere pubblicato". Oltre questo, tutti i rapporti del NIST sul World Trade Center dovevano essere approvati dalla NSA (Agenzia per la Sicurezza Nazionale) e dall'Ufficio Management e Budget, diramazione diretta dell'Ufficio Esecutivo del presidente Bush.
Di contro, il Movimento per la Verità sull'11 settembre si è nettamente affrancato da quell'immagine che i suoi detrattori gli avevano appiccicato addosso di "banda di marmocchi da internet" che non sanno nulla della realtà e senza alcuna competenza scientifica o militare. Griffin ricorda che oggi alla guida del movimento ci sono scienziati che hanno creato il Comitato scientifico per una Inchiesta sull'11/9, mentre docenti di fisica e chimica hanno dato vita alla Organizzazione universitaria per la Verità e Giustizia sull' 11/9 che ha già pubblicato numerosi studi su riviste scientifiche. La più celebre di queste ricerche è stata condotta dal professore di chimica dell'Università di Copenaghen Niels Harrit, e pubblicata sul Open Chemical Physics Journal, che ha rinvenuto nelle polveri del WTC particelle dell'esplosivo militare ‘termite' usato per liquefare l'acciaio, e che non avrebbero dovuto esserci se le Torri fossero crollate, come pretende la teoria ufficiale del complotto, in seguito agli "incendi ed alla gravità".
Ma se le analisi chimiche e fisiche non sono sufficienti, a supporto della teoria alternativa del complotto è giunto il comitato di "Architetti ed Ingegneri per la Verità sull'11 settembre" fondato da Richard Gage e di cui circa 600 esperti hanno firmato la petizione per l'apertura di una nuova inchiesta. Fra loro Jack Keller, professore emerito del genio civile dell'Università dello Utah, ha dichiarato che il crollo del grattacielo numero 7 del WTC è "chiaramente il risultato di una demolizione controllata", allo stesso modo di due professori emeriti di ingegneria strutturale dell'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia.
Insieme a loro hanno creato organizzazioni per la ricerca sull'11 settembre associazioni di pompieri, reduci dell'esercito, piloti di linea e ufficiali militari. Ognuna di queste, nel suo ambito di conoscenza, ha sollevato dubbi sulla teoria ufficiale del complotto, ritenendola spesso semplicemente "irricevibile". Ultima nata è una organizzazione di appartenenti ai servizi di sicurezza. Un ufficiale anziano della CIA, William Christison, ha scritto: "Per quattro anni e mezzo ho rifiutato categoricamente di prestare una seria attenzione alle teorie del complotto sull'11/9... ma poi, non senza tormenti, ho cambiato idea... allo stato attuale penso esistano prove convincenti che questi attentati non si sono svolti nel modo in cui l'amministrazione Bush e la Commissione d'inchiesta ci hanno voluto far credere".
David Griffin a questo punto è netto: "Tra gli esperti dei vari settori che si sono occupati della vicenda, il peso dell'opinione scientifica e professionale propende ormai dalla parte del Movimento per la Verità sull'11/9. Sono più di un migliaio ad essersi pubblicamente espressi sulla teoria ufficiale, e praticamente nessun scienziato o professionista l'ha sostenuta apertamente - ad eccezione di quelli che non sono indipendenti e la cui carriera sarebbe minacciata se rifiutassero di farlo. Questo ultimo punto è importante perché come sosterrebbe Sinclair Lewis, ‘è difficile far capire qualcosa a qualcuno se il suo salario dipende dal non capire'. Ad eccezione di queste persone, praticamente tutti gli esperti dei settori interessati che hanno studiato seriamente la questione, rigettano la teoria ufficiale del complotto".
Ma perché i giornali e i media non si occupano di questi argomenti? Forse, come ricorda Griffin, i giornalisti rifiutano di lavorare sulla "storia vecchia". Eppure gli elementi nuovi sono numerosi, spesso forniti dagli stessi enti statali che in un primo momento erano stati incaricati di difendere la versione ufficiale,.
Ad esempio il responsabile dell'FBI dell'ufficio dei ricercati, «Most Wanted Terrorists», ha spiegato perché Osama bin Laden non compare nella lista dei responsabili degli attacchi dell'11/9 rispondendo alla domanda di un giornalista investigativo: "Non disponiamo di alcuna prova formale che colleghi Osama bin Laden all'11 settembre".
Un altro esempio riguarda le telefonate partite da telefoni cellulari di persone che si trovavano a bordo degli aerei dirottati e che avvertivano i propri familiari su quanto stava avvenendo. Il più celebre tra questi episodi riguarda Deena Burnett che ricevette dal marito Tom, che si trovava sul volo UA93 schiantatosi in Pennsylvania, diverse telefonate e che vide apparire sul proprio apparecchio ricevente il numero del telefono del marito. Ma durante il processo a Zacharias Moussaoui, il cosiddetto ventesimo terrorista dell'11/9, l'FBI ha presentato un rapporto secondo cui tra le 37 chiamate provenienti dal volo UA93 solo due venivano da telefoni cellulari, e furono possibili solo quando l'aereo si trovava a bassa quota e prossimo allo schianto. L'FBI sostiene che i familiari che ritengono di aver ricevuto chiamate da telefoni cellulari dei congiunti si sono sbagliati. Chi fece allora quelle chiamate? Forse quei telefoni cellulari furono clonati e magari le voci alterate?
Un'altra chiamata celebre fu quella della conduttrice della CNN Barbara Olson dal volo AA77, che si sarebbe schiantato sul Pentagono, al marito Ted Olson, procuratore generale al ministero della giustizia. L'uomo dichiarò che la moglie lo aveva informato che terroristi armati di taglierini avevano dirottato l'aereo. Quella chiamata è stata molto importante perché taluni complottisti avevano ritenuto che il volo AA77 fosse già caduto nell'Ohio, mentre la chiamata avrebbe dimostrato che l'aero era ancora in volo. Ma di nuovo l'FBI sostiene in base ai tabulati che la telefonata di fatto non ci fu, si trattò di un tentativo non riuscito di chiamata la cui durata fu di "zero" secondi. Chi si è sbagliato, l'FBI o Ted Olson?
David Griffin conclude le sue considerazioni riportando alla ribalta gli avvenimenti attorno al grattacielo numero 7 del WTC, considerato il "tallone d'Achille" della versione ufficiale, e di cui annuncia essere l'argomento del suo prossimo libro. A lungo l'edificio 7 è stato ignorato dai fautori della teoria ufficiale del complotto, il Rapporto della Commissione d'inchiesta non lo cita nemmeno.
Numerosi esperti hanno considerato il crollo di quel palazzo come causato in tutta evidenza da una demolizione controllata: il palazzo non era stato colpito da aerei; gli incendi erano limitati e riguardavano solo alcuni piani; il palazzo è caduto verticalmente, dal basso, a velocità di caduta libera, polverizzandosi.
Come il già citato professor Harrit, un altro ricercatore, il fisico Steven Jones, ha trovato particelle della nano-termite tra le polveri del palazzo ed altre micro-particelle che avrebbero potuto formarsi solo a temperature molto superiori rispetto a quelle determinate da incendi.
Il recente rapporto del NIST sull'edificio 7, dopo che era stato rinviato di anno in anno, ha visto la luce ma ha clamorosamente ignorato tutte queste analisi fisiche e chimiche. Alla domanda diretta al portavoce del NIST, Michael Newman, perché non fossero state cercate tracce di esplosivo tra i detriti del WTC, l'uomo ha risposto grottescamente: "Non avevamo alcuna prova che ci fossero esplosivi. A cercare qualcosa che non c'è si perde solo tempo... e i soldi dei contribuenti".
Drammatica la vicenda di un testimone oculare sulla fine dell'edificio 7, Barry Jennings, del Dipartimento per gli Alloggi della città di New York che in quel palazzo aveva i suoi uffici. Jennings dichiarò di aver sentito una fortissima esplosione quella mattina proveniente dai piani inferiori quando ormai la struttura era stata evacuata. In seguito Rudolf Giuliani, all'epoca sindaco della città che lì aveva l'Ufficio per la gestione delle emergenze, dichiarerà che quell'esplosione era in realtà l'eco rimbombante del crollo della Torre Nord. Ma tra la cronologia di Giuliani e quella riportata da Jennings c'è un'ora di differenza. La sua testimonianza è stata registrata per il film documentario Loose Change Final Cut, ma prima della diffusione Jennings chiese che la sua intervista fosse ritirata perché temeva delle conseguenze. Poco dopo Barry Jennings morirà, improvvisamente, all'età di 53 anni. L'intervista è rimasta, a futura memoria, diffusa via internet.

Fonte: http://www.voltairenet.org/article159749.html

14 aprile 2009

Niels Harrit: «Altro che “pistola fumante”, c’è la “pistola carica” dell’11/9»

di Pino Cabras - da «Megachip»



Abbiamo visto di recente la ricerca sulle polveri del WTC firmata tra gli altri dal professor Niels Harrit dell’Università di Copenaghen, un professore che ha la vocazione della nano-chimica, di cui è un esperto.

Il clamore suscitato da questa ricerca ha portato il 6 aprile 2009 a una intervista di Harrit sul canale TV2 della tv pubblica danese, in seconda serata. Harrit è stato intervistato per 10 minuti durante il tg.

L’8 aprile, Harrit è stato di nuovo intervistato per sei minuti durante un programma del mattino di notizie e intrattenimento in diretta sulla stessa rete. In entrambe le occasioni Harrit ha potuto argomentare bene le proprie tesi con intervistatori aperti e corretti.

La prima intervista è stata sottotitolata in inglese e caricata su YouTube. Di seguito si può leggere la sua traduzione in italiano:

Intervista a Niels Harrit su TV2 News, Danimarca.

Alcuni ricercatori internazionali hanno trovato tracce di esplosivi in mezzo ai detriti del World Trade Center.
Un nuovo articolo scientifico conclude che gli impatti dei due aerei dirottati non causarono i crolli nel 2001.
Rivolgiamo la nostra attenzione all’11/9, il grande attacco su New York. Apparentemente i due impatti degli aeroplani non cagionarono il crollo delle torri, secondo quanto afferma un articolo scientifico da poco pubblicato.
I ricercatori hanno trovato dell’esplosivo detto nano-termite fra i resti, e non può provenire dagli aerei. Ritengono che svariate tonnellate di esplosivi siano state collocate negli edifici in precedenza.

Niels Harrit, lei e altri otto ricercatori stabilite in questo articolo che sia stata la nano-termite a far sì che questi edifici crollassero. Che cos’è la nano-termite?

«Abbiamo trovato nano-termite nei detriti. Non stiamo dicendo che sia stata usata soltanto nano-termite. La termite stessa risale al 1893. È una mistura di alluminio e polvere di ruggine, che reagisce fino a generare intenso calore. La reazione produce ferro, scaldato a 2500 °C. Questo può essere usato per fare saldature. Può essere anche usato per fondere altro ferro. Siccome le nanotecnologie rendono le cose più piccole, nella nano-termite questa polvere del 1893 è ridotta in particelle minuscole, perfettamente mescolate. Quando queste reagiscono, l’intenso calore si sviluppa molto più velocemente. La nano-termite può essere mischiata con additivi per sprigionare un calore intenso, o fungere da efficacissimo esplosivo. Contiene più energia della dinamite, e può essere usata come combustibile per razzi.»

Ho cercato con Google “nano-termite”, e non è che si sia scritto molto su di essa. Si tratta di una sostanza scientifica ampiamente conosciuta? O è così nuova che gli altri scienziati la conoscono a malapena?

«È un nome collettivo per una classe di sostanze con alti livelli di energia. Se dei ricercatori civili (come lo sono io) non la conoscono abbastanza, è probabilmente perché non lavorano granché con gli esplosivi, come invece fanno gli scienziati militari. Dovrebbe chiedere a loro. Io non so quanta familiarità abbiano con le nanotecnologie.»

Quindi lei ha trovato questa sostanza nel WTC, perché pensa che abbia causato i crolli?

«Be’, è un esplosivo. Per cos’altro sarebbe dovuto essere lì?»

Lei ritiene che l’intenso calore abbia fuso la struttura di sostegno in acciaio dell’edificio, e abbia causato che gli edifici collassassero come un castello di carte?

«Non posso dire di preciso, visto che questa sostanza serve a entrambi gli scopi. Può esplodere e frantumare le cose, e può fonderle. Entrambi gli effetti furono probabilmente utilizzati, per come ho visto. Del metallo fuso si riversa fuori dalla Torre Sud diversi minuti prima del crollo. Questo indica che l’intera struttura era stata indebolita in precedenza. Poi i normali esplosivi entrarono in gioco. L’effettiva sequenza del crollo doveva essere sincronizzata alla perfezione, fin giù.»

Di quali quantità stiamo parlando?

«Grandi quantità. C’erano solo due aerei, ma tre grattacieli sono crollati. Sappiamo grosso modo quanta polvere fu generata. Le foto mostrano enormi quantità: tranne l’acciaio tutto fu polverizzato. E sappiamo grosso modo quanta termite incombusta abbiamo trovato. Questa è la “pistola carica”, un materiale che non si è acceso per qualche ragione. Stiamo parlando di tonnellate. Oltre 10 tonnellate, può darsi 100 tonnellate.»

Dieci tonnellate, può darsi cento tonnellate, in tre edifici? E queste sostanze non si trovano normalmente in simili edifici?

«No, no. Questi materiali sono estremamente avanzati.»

Come si fa a collocare un tale materiale in un grattacielo, su tutti i piani?

«Cioè come si fa a portarlo dentro?»

Sì.

«Con i pallet. Se dovessi trasportarlo i quelle quantità userei i pallet. Prenderei un carrello e li movimenterei su pallet.»

Perché questo non è stato scoperto prima?

«Da chi?»

Dai portieri, per esempio. Se sta facendo passare da 10 a 100 tonnellate di nano-termite, e la sta piazzando su tutti i piani, sono solo sorpreso che nessuno l’abbia notata.

«Da giornalista, dovrebbe indirizzare tale domanda alla società responsabile della sicurezza al WTC.»

Dunque lei non ha alcun dubbio che il materiale era presente?

«Non si può contraffare questo tipo di scienza. L’abbiamo trovata: termite non ancora soggetta a reazioni.»

Quale accoglienza ha ricevuto il suo articolo nel mondo? Per me si tratta di conoscenza del tutto nuova.

«È stato pubblicato appena venerdì scorso. Perciò è troppo presto per dirlo. Ma l’articolo potrebbe non essere così inedito e singolare come le sembra. Centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo sanno da molto che i tre edifici sono stati demoliti. Questo era lampante. La nostra ricerca è solo l’ultimo chiodo sulla bara. Questa non è la “pistola fumante”, è la “pistola carica”. Ogni giorno, migliaia di persone comprendono che il WTC fu demolito. Questo è qualcosa che non si può fermare.»

Perché nessuno ha scoperto da prima che c’era nano-termite negli edifici? Son passati quasi dieci anni.

«Lei intende nella polvere?»

Sì.

«È stato per caso che qualcuno ha osservato la polvere al microscopio. Si tratta di minuscoli frammenti rossi. I più grandi misurano 1 mm, e possono essere visti a occhio nudo. Ma occorre il microscopio per vedere la maggior parte. È stato per caso che qualcuno li ha scoperti due anni fa. Ci sono voluti 18 mesi per preparare l’articolo scientifico cui lei si riferisce. È un articolo davvero completo basato su una ricerca minuziosa.»

Lei ha lavorato su questo per diversi anni, perché la cosa non le tornava?

«Sì, oltre due anni in effetti. Tutto è cominciato quando ho visto il crollo dell’Edificio 7, il terzo grattacielo. È crollato sette ore dopo le torri gemelle. E c’erano solo due aeroplani. Quando vedi un edificio di 47 piani, alto 186 metri, crollare in 6,5 secondi, e sei uno scienziato, pensi “cosa?”. Ho dovuto guardarlo ancora, e ancora. Ho toccato il tasto dieci volte, e la mia mandibola scendeva sempre più giù. Per prima cosa, non avevo mai sentito prima di quell’edificio. E non c’era nessuna ragione visibile per cui dovesse crollare in quel modo, direttamente giù, in 6,5 secondi. Non mi son dato pace da quel giorno.»

Sin dall’11/9 ci sono state speculazioni, e teorie del complotto. Cosa ha da dire ai telespettatori che sentono della sua ricerca e dicono “questa l’abbiamo già sentita, ci sono tante teorie del complotto”. Cosa direbbe per convincerli che questa è diversa?

«Penso che ci sia una sola teoria del complotto di cui valga la pena parlare, quella che riguarda i 19 dirottatori. Ritengo che i telespettatori debbano domandarsi quali prove abbiano visto a sostegno della teoria del complotto ufficiale. Se qualcuno ha visto delle prove, mi piacerebbe sentirlo in merito. Nessuno è stato formalmente incriminato. Nessuno è “wanted”. Il nostro lavoro dovrebbe portare a richiedere un’appropriata inchiesta criminale sugli attacchi terroristici dell’11/9, perché finora non c’è stata. La stiamo ancora aspettando. Noi speriamo che i nostri risultati saranno usati come una prova tecnica quando quel giorno verrà».

Niels Harrit, storia avvincente, grazie per essere intervenuto.

«È stato un piacere.»