Visualizzazione post con etichetta complotto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta complotto. Mostra tutti i post

1 settembre 2010

Il Think Tank governativo: «infiltrare i siti “cospirazionisti”»

di Paul Joseph Watson - PrisonPlanet.com,
Traduzione per Megachip a cura di Cipriano Tulli e Tziu Treccole.


Furibondo per il fatto che il coinvolgimento dello Stato nei maggiori attacchi terroristici sia stato rivelato al pubblico più ampio mai raggiunto prima attraverso internet, un think tank britannico strettamente legato a Downing Street ha fatto appello alle autorità affinché siano infiltrati i siti che trattano di cospirazioni nel tentativo di «incrementare la fiducia nel governo».

«Un rapporto pubblicato oggi da Demos, “The Power of Unreason” (trad. “Il potere dell’irrazionalità”), sostiene che la segretezza che circonda le indagini di eventi come gli attacchi di New York dell’11 settembre e gli attentati di Londra del 7 Luglio fornisce solo maggior peso alle accuse senza prove sul fatto che siano stati perpetrati “dall’interno”», riferisce il quotidiano londinese «Independent».
In altre parole, il fatto che lo schiacciante ammontare di prove indichi che tanto il 7 luglio quanto l’11/9 fossero in una maniera o nell’altra “inside jobs”, e che un enorme numero di persone ne sia ora al corrente per via della crescente influenza di internet, sta ostacolando i tentativi di commettere altri atti terroristici, perciò il governo ha bisogno di cambiare la sua strategia.
Nel rapporto, Demos «raccomanda al governo di reagire infiltrando i siti internet che trattano queste teorie.» Uno degli strumenti che Demos già utilizza per “contrattaccare” rispetto alle teorie dei complotti consiste nell’etichettare chiunque sfidi la versione ufficiale del governo come un estremista o un reclutatore di terroristi.
La strategia rispecchia quella sostenuta dallo “zar” dell’informazione della Casa Bianca, Cass Sunstein, che in un “libro bianco” del 2008 faceva appello affinché i siti web che trattavano di complotti fossero infiltrati e indeboliti con lo scopo di ridurne l’influenza. Nello stesso rapporto, Sunstein si appellava inoltre affinché fossero prese misure fiscali contro le teorie cospirazioniste (ossia ogni punto di vista che differisca dalla versione ufficiale) e per l’assoluto divieto di esprimersi liberamente su quanto sia disapprovato dalle autorità.
Quel che Demos e Sunstein stanno auspicando è la classica infiltrazione stile “provocateur” - aggiornata al XXI secolo - venuta alla ribalta durante gli anni del Cointelpro, un programmma FBI del periodo 1956-1971 volto a intralciare, marginalizzare e neutralizzare i dissidenti politici, spesso con l’uso di metodi illegali.
Il fatto che i governi di ambedue le parti politiche siano stati continuamente scoperti a mentire in modo sistematico su tutto ciò che arrivava alla luce del sole, con la collaborazione obbediente dei grandi organi mediatici che hanno aiutato le autorità a insabbiare i propri misfatti, ha provocato un crollo totale della fiducia da parte della gente, un effetto che ora sta seriamente frustrando i tentativi dello Stato intesi a ottenere un consenso di riflesso, con milioni di persone che si ribellano al sistema attraverso la disobbedienza civile e la non-collaborazione in una miriade di modi diversi.
Questo è il motivo per cui Demos, un organo delle autorità britanniche, si accalora affinché si infiltrino i “siti cospirazionisti” - cioè i gruppi di persone che trasmettono la verità - per cercare di “aumentare la fiducia” in un governo che ha perso tutta la sua credibilità.
Come abbiamo documentato, i governi di tutto il mondo, specialmente quello USA e quello israeliano, già impiegano squadre di agenti il cui unico compito è quello di infiltrare e sovvertire i siti web che pubblicano la verità sulla corruzione e le atrocità dei governi.
Demos è un’avanguardia della rete Common Purpose, un gruppo che il capitano di corvetta Brian Gerrish ha descritto come un giocatore chiave per far avanzare il ruolo della Gran Bretagna nel nuovo ordine mondiale. Julia Middleton, la responsabile di Common Purpose, siede nel comitato consultivo di Demos.
Demos è stata fondata nel 1993 dai marxisti Martin Jacques e Geoff Mulgan, ed è stata vista collaborare strettamente con il governo laburista di Tony Blair. Mulgan iniziò a lavorare a Downing Street nel 1997.
Anche l’attuale primo ministro britannico David Cameron collabora strettamente con Demos e ha pronunciato dei discorsi agli eventi del gruppo. Demos ha abitualmente operato come piattaforma degli elitisti che desiderano alterare drasticamente gli assetti sociali, abolire le libertà, e sacrificare la sovranità britannica prefiggendosi un governo globale.
Il 9 Agosto 2006 il ministro degli Interni britannico John Reid, un altro ex marxista, tenne un discorso a una conferenza Demos nel quale sostenne che i britannici «dovrebbero modificare la loro nozione di libertà», lamentando che la libertà è «usata in modo distorto e abusata dai terroristi».
Di Demos sono sono partner svariate altre organizzazioni globaliste dal governo all’industria, tra cui l’IBM, il Carnegie United Kingdom Trust e la Shell International. Il logo dell’organizzazione contiene un “occhio che tutto vede” all’interno della grafica.
Sebbene il gruppo si ponga come un think tank indipendente, Demos è poco più di un’azienda di pubbliche relazioni del governo e dei servizi di sicurezza britannici. Il suo tentativo di demonizzare le teorie sulle cospirazioni per «aumentare la fiducia nel governo» è un evidente stratagemma volto a eseguire gli ordini dei suoi padroni, demonizzando chiunque contesti uno Stato corrotto e bugiardo e le sue infami attività come un estremista e un potenziale terrorista interno - contribuendo a quel processo di normalizzazione che cerca di schiacciare la libertà di parola in internet.

Fonte: http://www.prisonplanet.com/government-think-tank-calls-for-infiltrating-conspiracy-websites.html

21 aprile 2009

David Griffin: necessario "un nuovo sguardo sull'11 settembre"

di Simone Santini – clarissa.it




David Ray Griffin, teologo, professore e ricercatore americano, è uno dei maggiori esponenti negli Stati Uniti del Movimento per la Verità sull'11 settembre. Autore di numerosi libri e studi sull'argomento (tra cui i più celebri 11 settembre - La nuova Pearl Harbor e Rapporto della Commissione 9-11: omissioni e distorsioni), si trova attualmente in Europa per una serie di conferenze tese a rilanciare la proposta di istituire una Commissione d'inchiesta indipendente e per fare il punto sulle ricerche e le investigazioni alternative, in continuo progresso.
Nel corso dei suoi incontri, intitolati "Un Nuovo Sguardo sull'11 settembre", Griffin sollecita i sostenitori del Movimento per la Verità sull' 11 settembre a continuare i loro sforzi in un momento delicatissimo. Negli Stati Uniti, infatti, la fine dell'amministrazione Bush e di alcune sue politiche, strettamente connesse all'11 settembre, rischiano da un lato di disincentivare la richiesta di verità, e dall'altro l'avvento dell'era Obama non sembra portare alcuna novità o speranza. Tuttavia, secondo Griffin, non si deve cedere alle assuefazioni poiché alcuni frutti avvelenati dell'11 settembre, come la guerra in Afghanistan, restano più che mai sul tappeto e l'attuale congiuntura politica è il momento migliore per sperare in una nuova inchiesta.
Griffin parte, nelle sue analisi, da un presupposto metodologico fondamentale. Secondo la percezione comune, nella verifica di ciò che accadde l'11 settembre si confrontano una versione ufficiale (la verità, fino a prova contraria) ed alcune versioni alternative equiparate a più o meno fantasiose "teorie della cospirazione". Il campo deve subito essere sgombrato da questo fraintendimento.
Dice Griffin: "Le persone che credono alla teoria ufficiale sull' 11 settembre soprannominano sdegnosamente i membri del Movimento per la Verità come «seguaci della teoria del complotto». Ma questo è irrazionale [...] Credere ad una teoria del complotto, a proposito di un qualunque avvenimento, significa semplicemente credere che questo sia il frutto di una cospirazione. Secondo l'interpretazione dell'11/9 data dal tandem Bush-Cheney, che è diventata la versione ufficiale, gli attentati furono l'esito di una cospirazione ordita da Osama bin Laden e 19 membri di Al-Qaeda. Questa versione è, conseguentemente, «una teoria del complotto». Questo significa che ognuno difende una propria teoria del complotto, dunque il dibattito sull'11/9 non è tra teorizzatori e anti-teorizzatori di complotti. Si tratta semplicemente di un dibattito tra coloro che accettano la teoria del complotto dell'amministrazione Bush-Cheney, e coloro che sostengono una teoria alternativa, secondo cui l'11/9 fu il prodotto di un complotto interno a questa amministrazione. Dunque la sola domanda razionale da porsi è: quale teoria è meglio sostenuta da elementi di prova?"
Cosa non funziona, dunque, nella teoria ufficiale del complotto? Griffin sottolinea soprattutto due elementi, ancora, metodologici.
Innanzi tutto la teoria ufficiale deriva da un rapporto edito dalla Commissione d'inchiesta sull'11/9. Una commissione affatto imparziale, poiché malgrado apparentemente fosse presieduta in maniera bi-partisan da due esponenti provenienti l'uno dal partito repubblicano, Thomas Keane, e l'altro da quello democratico, Lee Hamilton, di fatto la commissione ed i suoi 85 membri erano diretti da Philip Zelikow, membro organico dell'amministrazione Bush. Il New York Times rivelò che Zelikow era in stretto contatto con Condoleeza Rice e Karl Rove, il massimo consigliere di Bush, e che il rapporto era già stato delineato da Zelikow, che ne aveva addirittura predisposto i capitoli con relativi titoli e sottotitoli, ancor prima che la Commissione cominciasse il suo lavoro.
Se dunque la Commissione non era imparziale, non lo era nemmeno il NIST (National Institute of Standards and Technology) sulle cui perizie tecniche la commissione si è basata. Il NIST è una agenzia governativa che dipende dal ministero del Commercio e che alla sua guida aveva un presidente nominato dall'amministrazione Bush. Un dipendente anziano del NIST ha rivelato che l'agenzia era stata "largamente deviata dal campo scientifico verso il campo politico. [Gli scienziati] avevano perso la loro indipendenza scientifica e non erano niente più che meri ‘esecutori'. Tutto ciò che gli esecutori producevano era filtrato dalla direzione e valutato secondo criteri politici prima di essere pubblicato". Oltre questo, tutti i rapporti del NIST sul World Trade Center dovevano essere approvati dalla NSA (Agenzia per la Sicurezza Nazionale) e dall'Ufficio Management e Budget, diramazione diretta dell'Ufficio Esecutivo del presidente Bush.
Di contro, il Movimento per la Verità sull'11 settembre si è nettamente affrancato da quell'immagine che i suoi detrattori gli avevano appiccicato addosso di "banda di marmocchi da internet" che non sanno nulla della realtà e senza alcuna competenza scientifica o militare. Griffin ricorda che oggi alla guida del movimento ci sono scienziati che hanno creato il Comitato scientifico per una Inchiesta sull'11/9, mentre docenti di fisica e chimica hanno dato vita alla Organizzazione universitaria per la Verità e Giustizia sull' 11/9 che ha già pubblicato numerosi studi su riviste scientifiche. La più celebre di queste ricerche è stata condotta dal professore di chimica dell'Università di Copenaghen Niels Harrit, e pubblicata sul Open Chemical Physics Journal, che ha rinvenuto nelle polveri del WTC particelle dell'esplosivo militare ‘termite' usato per liquefare l'acciaio, e che non avrebbero dovuto esserci se le Torri fossero crollate, come pretende la teoria ufficiale del complotto, in seguito agli "incendi ed alla gravità".
Ma se le analisi chimiche e fisiche non sono sufficienti, a supporto della teoria alternativa del complotto è giunto il comitato di "Architetti ed Ingegneri per la Verità sull'11 settembre" fondato da Richard Gage e di cui circa 600 esperti hanno firmato la petizione per l'apertura di una nuova inchiesta. Fra loro Jack Keller, professore emerito del genio civile dell'Università dello Utah, ha dichiarato che il crollo del grattacielo numero 7 del WTC è "chiaramente il risultato di una demolizione controllata", allo stesso modo di due professori emeriti di ingegneria strutturale dell'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia.
Insieme a loro hanno creato organizzazioni per la ricerca sull'11 settembre associazioni di pompieri, reduci dell'esercito, piloti di linea e ufficiali militari. Ognuna di queste, nel suo ambito di conoscenza, ha sollevato dubbi sulla teoria ufficiale del complotto, ritenendola spesso semplicemente "irricevibile". Ultima nata è una organizzazione di appartenenti ai servizi di sicurezza. Un ufficiale anziano della CIA, William Christison, ha scritto: "Per quattro anni e mezzo ho rifiutato categoricamente di prestare una seria attenzione alle teorie del complotto sull'11/9... ma poi, non senza tormenti, ho cambiato idea... allo stato attuale penso esistano prove convincenti che questi attentati non si sono svolti nel modo in cui l'amministrazione Bush e la Commissione d'inchiesta ci hanno voluto far credere".
David Griffin a questo punto è netto: "Tra gli esperti dei vari settori che si sono occupati della vicenda, il peso dell'opinione scientifica e professionale propende ormai dalla parte del Movimento per la Verità sull'11/9. Sono più di un migliaio ad essersi pubblicamente espressi sulla teoria ufficiale, e praticamente nessun scienziato o professionista l'ha sostenuta apertamente - ad eccezione di quelli che non sono indipendenti e la cui carriera sarebbe minacciata se rifiutassero di farlo. Questo ultimo punto è importante perché come sosterrebbe Sinclair Lewis, ‘è difficile far capire qualcosa a qualcuno se il suo salario dipende dal non capire'. Ad eccezione di queste persone, praticamente tutti gli esperti dei settori interessati che hanno studiato seriamente la questione, rigettano la teoria ufficiale del complotto".
Ma perché i giornali e i media non si occupano di questi argomenti? Forse, come ricorda Griffin, i giornalisti rifiutano di lavorare sulla "storia vecchia". Eppure gli elementi nuovi sono numerosi, spesso forniti dagli stessi enti statali che in un primo momento erano stati incaricati di difendere la versione ufficiale,.
Ad esempio il responsabile dell'FBI dell'ufficio dei ricercati, «Most Wanted Terrorists», ha spiegato perché Osama bin Laden non compare nella lista dei responsabili degli attacchi dell'11/9 rispondendo alla domanda di un giornalista investigativo: "Non disponiamo di alcuna prova formale che colleghi Osama bin Laden all'11 settembre".
Un altro esempio riguarda le telefonate partite da telefoni cellulari di persone che si trovavano a bordo degli aerei dirottati e che avvertivano i propri familiari su quanto stava avvenendo. Il più celebre tra questi episodi riguarda Deena Burnett che ricevette dal marito Tom, che si trovava sul volo UA93 schiantatosi in Pennsylvania, diverse telefonate e che vide apparire sul proprio apparecchio ricevente il numero del telefono del marito. Ma durante il processo a Zacharias Moussaoui, il cosiddetto ventesimo terrorista dell'11/9, l'FBI ha presentato un rapporto secondo cui tra le 37 chiamate provenienti dal volo UA93 solo due venivano da telefoni cellulari, e furono possibili solo quando l'aereo si trovava a bassa quota e prossimo allo schianto. L'FBI sostiene che i familiari che ritengono di aver ricevuto chiamate da telefoni cellulari dei congiunti si sono sbagliati. Chi fece allora quelle chiamate? Forse quei telefoni cellulari furono clonati e magari le voci alterate?
Un'altra chiamata celebre fu quella della conduttrice della CNN Barbara Olson dal volo AA77, che si sarebbe schiantato sul Pentagono, al marito Ted Olson, procuratore generale al ministero della giustizia. L'uomo dichiarò che la moglie lo aveva informato che terroristi armati di taglierini avevano dirottato l'aereo. Quella chiamata è stata molto importante perché taluni complottisti avevano ritenuto che il volo AA77 fosse già caduto nell'Ohio, mentre la chiamata avrebbe dimostrato che l'aero era ancora in volo. Ma di nuovo l'FBI sostiene in base ai tabulati che la telefonata di fatto non ci fu, si trattò di un tentativo non riuscito di chiamata la cui durata fu di "zero" secondi. Chi si è sbagliato, l'FBI o Ted Olson?
David Griffin conclude le sue considerazioni riportando alla ribalta gli avvenimenti attorno al grattacielo numero 7 del WTC, considerato il "tallone d'Achille" della versione ufficiale, e di cui annuncia essere l'argomento del suo prossimo libro. A lungo l'edificio 7 è stato ignorato dai fautori della teoria ufficiale del complotto, il Rapporto della Commissione d'inchiesta non lo cita nemmeno.
Numerosi esperti hanno considerato il crollo di quel palazzo come causato in tutta evidenza da una demolizione controllata: il palazzo non era stato colpito da aerei; gli incendi erano limitati e riguardavano solo alcuni piani; il palazzo è caduto verticalmente, dal basso, a velocità di caduta libera, polverizzandosi.
Come il già citato professor Harrit, un altro ricercatore, il fisico Steven Jones, ha trovato particelle della nano-termite tra le polveri del palazzo ed altre micro-particelle che avrebbero potuto formarsi solo a temperature molto superiori rispetto a quelle determinate da incendi.
Il recente rapporto del NIST sull'edificio 7, dopo che era stato rinviato di anno in anno, ha visto la luce ma ha clamorosamente ignorato tutte queste analisi fisiche e chimiche. Alla domanda diretta al portavoce del NIST, Michael Newman, perché non fossero state cercate tracce di esplosivo tra i detriti del WTC, l'uomo ha risposto grottescamente: "Non avevamo alcuna prova che ci fossero esplosivi. A cercare qualcosa che non c'è si perde solo tempo... e i soldi dei contribuenti".
Drammatica la vicenda di un testimone oculare sulla fine dell'edificio 7, Barry Jennings, del Dipartimento per gli Alloggi della città di New York che in quel palazzo aveva i suoi uffici. Jennings dichiarò di aver sentito una fortissima esplosione quella mattina proveniente dai piani inferiori quando ormai la struttura era stata evacuata. In seguito Rudolf Giuliani, all'epoca sindaco della città che lì aveva l'Ufficio per la gestione delle emergenze, dichiarerà che quell'esplosione era in realtà l'eco rimbombante del crollo della Torre Nord. Ma tra la cronologia di Giuliani e quella riportata da Jennings c'è un'ora di differenza. La sua testimonianza è stata registrata per il film documentario Loose Change Final Cut, ma prima della diffusione Jennings chiese che la sua intervista fosse ritirata perché temeva delle conseguenze. Poco dopo Barry Jennings morirà, improvvisamente, all'età di 53 anni. L'intervista è rimasta, a futura memoria, diffusa via internet.

Fonte: http://www.voltairenet.org/article159749.html

29 settembre 2008

Il rapporto del NIST sul crollo dell’Edificio 7. Le domande dei familiari delle vittime

di Pino Cabras


Le "Jersey Girls".
Fonte dell'immagine: Suchat Pederson per il «New York Times»

Il tema dell’Edificio 7 del WTC, comunque lo si guardi, ha effetti scandalosi. Le cose che sapevamo prima, al cospetto della sottile pila di detriti rimasta ai piedi del grattacielo annichilito in pochi attimi, assumono un segno diverso, permanente. Non è possibile uno status quo.
Ci aveva provato la Commissione d’inchiesta sull’11/9, a ignorare l’Edificio 7: neanche un cenno sul crollo del grattacielo nel sedicente «pieno e completo resoconto delle circostanze che contornano gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.»
La FEMA – l’agenzia governativa che si occupa di protezione civile ma anche di “continuità di governo” - aveva invece provato a rinviare ogni conclusione: dopo aver aggregato un team di volontari appartenenti all’American Society of Civil Engineers (ASCE), l’ente si era tenuto molto abbottonato: «Le caratteristiche degli incendi del WTC7 a del modo in cui abbiano causato che l’edificio crollasse rimangono sconosciute fino a questo momento… la migliore ipotesi è che tale evento avesse una bassa probabilità di accadere. Ulteriori ricerche, indagini e analisi sono necessarie per chiarire questo punto.»
Una bassa probabilità di accadere. Con buona pace delle inchieste apocrife di «Popular Mechanics» e dei loro amplificatori collocatisi a presidio del web e dei giornali, il caso dell’Edificio 7 non giungeva ad avere spiegazioni e quindi motivava ampiamente il sorgere di domande radicali e scomode.
Nel 2007 , a provare ad imprimere un sigillo ufficiale ci è arrivato il NIST (National Institute of Standards and Technology), con l'ipotesi del crollo totale innescato dal cedimento della famigerata colonna 79.
Alla fine, spazzati via i miti, rimangono in piedi due ipotesi, entrambe allarmanti al massimo grado, sebbene divaricate in termini di implicazioni etiche e politiche.
La prima ipotesi è che la demolizione sia stata intenzionale. Il corollario è che ci sono state complicità altolocate in apparati ben radicati nelle istituzioni statunitensi e che non è stata un'impresa di al-Qā‘ida. Chi affronta questa ipotesi viene combattuto con molta veemenza, lo sappiamo.
La seconda ipotesi è che il crollo totale di un grattacielo per un incendio, sebbene mai verificatosi in precedenza, si dimostri ora possibile grazie al precedente rivelatore dell'Edificio 7. Nessuno è più al sicuro. Anche questa ipotesi ha implicazioni enormi. Se ne sono accorti pure i familiari delle vittime dell'11/9. In particolare quattro vedove originarie del New Jersey che quel giorno hanno perso i loro mariti e che sono state protagoniste di importanti battaglie contro l'establishment per strappare pezzo a pezzo degli abbozzi d'indagine meno indecenti di quelli che l'amministrazione Bush era disposta a concedere. Si tratta delle cosiddette “Jersey Girls”. Il testo che seguirà più sotto è la traduzione delle loro considerazioni sull'indagine del NIST, apparse su www.blogger911.com. Abilmente le Jersey Girls non s'introducono nel terreno minato del complotto. Puntano invece a stanare le autorità a partire dal rapporto NIST. Se le autorità non riterranno assurde le conclusioni del NIST, come molti invece fanno, allora dovranno prendersi responsabilità comunque enormi.

Il NIST ha finalmente rilasciato la sua relazione investigativa lungamente attesa in merito al crollo del World Trade Center 7. Il WTC7 è stato il terzo edificio del complesso del World Trade Center a crollare l'11 settembre 2001 alle 17.20. Tuttavia, questo edificio non era stato colpito da un aeroplano.
Come familiari delle vittime dell'11/9 avevamo estremo interesse alle conclusioni di questa relazione. Avevamo sperato che la relazione del NIST sarebbe servita a spiegare la causa del crollo totale di un edificio convenzionale in acciaio e che sarebbe stata in grado di confutare le dilaganti teorie del complotto. Abbiamo anche auspicato che questa relazione, unitamente ai rapporti finali del NIST sulle torri WTC 1 e 2, avrebbe fornito delle raccomandazioni per migliorare gli edifici e la normativa per gli incendi in modo da garantire la sicurezza pubblica in TUTTI gli edifici d'ora in poi.
Mentre riteniamo che gli esperti tecnici dovrebbero rivedere, criticare e replicare i risultati ricompresi in questa relazione, riteniamo anche di dover esprimere le nostre preoccupazioni sulla base delle pubbliche dichiarazioni del NIST in ordine ai risultati presentati.
Nel corso degli ultimi sette anni, alle famiglie delle vittime dell'11/9 è stato più volte detto da parte di esperti in materia d'incendi, da ingegneri e architetti, che NON DOBBIAMO CONCENTRARE i nostri sforzi a reclamare cambiamenti negli standard riferiti al crollo delle torri WTC 1 e 2. Ci è stato continuamente ricordato che l'impatto di aeroplani sugli edifici è stato un evento unico. Inoltre, ci è stato detto che la progettazione e la costruzione delle torri WTC 1 e 2 sono state singolari e che non vi sono altri edifici con quella particolare altezza o una simile configurazione progettuale in tutto il mondo. Ci è stato detto più volte che la chiave era il WTC 7 poiché questo edificio era di una progettazione e di un'altezza convenzionali, eppure è crollato anch'esso in assenza del caso singolare di un aereo che lo colpisse.
Come ammesso dal dottor Shyam Sunder del NIST, il WTC 7 era un progetto più convenzionale, come molti altri edifici a New York e in tutto il paese.
In sostanza, la costruzione del WTC 7 ha utilizzato una tradizionale struttura con scheletro in acciaio (una costruzione con colonne e travature uniformemente distanziate), senza le discutibili travature e capriate utilizzati nella costruzione delle torri WTC 1 e 2. Il WTC 7 non era un edificio "a tubo" come le Torri Gemelle. Aveva una forma rettangolare ed aveva meno della metà dell'altezza degli edifici WTC 1 e 2.
Il dottor Sunder ha anche affermato che il WTC 7 soddisfaceva tutte le specifiche della città di New York. Eppure, il WTC 7 è il primo grattacielo in acciaio con caratteristiche costruttive tradizionali negli Stati Uniti e nel mondo a crollare completamente a seguito di un incendio.
Stando alla conferenza stampa del Dottor Shyam Sunder del 21 agosto 2008, il crollo del WTC 7 fu dovuto al fuoco appiccato dai detriti provenienti da un altro edificio del WTC e poi alimentato dalla carta e dal mobilio degli uffici - NON dal serbatoio di carburante diesel stivato all’interno dell’edificio da Giuliani e la sua amministrazione contro il forte parere del Dipartimento dei vigili del fuoco di New York, NON da un aereo, e apparentemente, come affermato dal dottor Sunder, «non vi sono stati difetti nella costruzione del palazzo».
Noi non sappiamo come si senta il resto del paese rispetto a una simile notizia, ma noi proviamo molta paura! Questi risultati suggeriscono che QUALSIASI EDIFICIO ESISTENTE è passibile di un crollo progressivo nel caso inizi un incendio e il sistema di spegnimento con spruzzatori per qualsiasi motivo non funzioni - indipendentemente da come si inizi! Questa è una possibilità, soprattutto in zone soggette a terremoti dove le forniture idriche possono facilmente venire a mancare e la disponibilità dei vigili del fuoco sia scarsa o ridotta ai minimi termini.
Il fine ultimo di reclamare l’uso di 16 milioni di dollari per fare in modo che il NIST studiasse questo caso era quello di determinare il modo di rendere gli edifici più sicuri in futuro. Se ora dobbiamo credere che qualsiasi grattacielo è suscettibile di un crollo a causa di un incendio, perché il NIST non sottolinea l'effetto sugli edifici esistenti? La qualità effettiva dei rivestimenti antincendio è un problema ben noto in tutto il paese. La relazione del NIST indica che un completo burnout, senza spruzzatori né interventi dei pompieri, potrebbe portare al collasso completo di QUALSIASI edificio elevato. Occorre che il NIST riscriva una sua "nuova" raccomandazione B (5.12) e fornisca indicazioni per gli edifici ESISTENTI.
Il NIST dovrebbe stendere le conclusioni più importanti in un linguaggio semplice e annunciare a tutto il paese: GLI INCENDI INCONTROLLATI nei grattacieli possono PORTARE al loro crollo totale.
Occorre inoltre che il NIST sia più determinato nei confronti dei gruppi che lavorano alla scrittura delle specifiche in merito a questo fatto cruciale, comunicando con loro attraverso una riunione di alto profilo che includa il direttore del NIST e i leader di questi gruppi di codificazione.
Il NIST deve affrontare questo problema pericoloso immediatamente. Il futuro della sicurezza del pubblico dei servizi antincendio è appeso a un filo.
Il rifiuto di fare delle modifiche sulla base di ragioni economiche, dell’avidità, la volontà di mantenere lo status quo, la paura di accettare la responsabilità, l'assenza di leadership nel promuovere le riforme e il bene comune sono una combinazione letale per la collettività su vasta scala.

# # #

Patty Casazza
Monica Gabrielle
Mindy Kleinberg
Lorie Van Auken

5 agosto 2008

James Quintiere: mazzate di un super esperto sulla versione ufficiale

di Pino Cabras


James Quintiere

Aggiornamento del 6 agosto 2008:

Il presente articolo è stato ripreso dal sito «Zerofilm»


Lo specialista e il NIST

Pochi in Italia sanno del dottor James Quintiere, una delle personalità più lucide e titolate che si sono impegnate a criticare – da un versante particolare - la versione ufficiale sui crolli del World Trade Center. Proprio Quintiere, ex capo della divisione Scienza degli incendi presso il NIST (l’agenzia che ha prodotto la più voluminosa versione ufficiale) - e ben coperto dalle credenziali di scienziato che ha a lungo lavorato con i governi - ha fatto appello a una revisione indipendente dell’inchiesta sui crolli dell’11 settembre 2001.

Ci sono al mondo ben poche persone che possano vantare l’esperienza scientifica di Quintiere nel valutare gli effetti di un incendio su un edificio. Tra l’altro fu Quintiere a dare ragione alla versione del governo federale in occasione della controversa tragedia di Waco. Perciò le sue severe domande al NIST suonano come altrettante mazzate sulla versione ufficiale.

Le sue domande aleggiano ancora, in attesa di risposte.

Chi può dare queste risposte sarà solo un’inchiesta di vasta portata.

Non le ha date il NIST.

Tanto meno sono in grado di darle gli zelanti censori che pure pretendono di surrogarsi come depositari di una verità irrevisionabile.

Chi ha affrontato la sconfinata materia dell’11 settembre sa che una delle inchieste ufficiali più importanti è stata svolta proprio dal NIST (National Institute of Standards and Technology), l’agenzia governativa USA per la normazione e la tecnologia, un'emanazione del Dipartimento del Commercio che si raccorda con l'industria per sviluppare standard, tecnologie e metodi miranti a favorire la produzione e il commercio, ma il cui budget è alimentato soprattutto dalla sfera pubblica.

È del 2005 la versione conclusiva del Rapporto Finale del NIST sulle cause del crollo delle Torri Gemelle del World Trade Center. L’indagine era durata tre anni. I risultati del NIST hanno in qualche misura il rango di fonte ‘ufficiale’ della teoria per la quale gli impatti degli aeroplani, unitamente agli incendi, avrebbero cagionato i crolli dei grattacieli. Il rapporto del NIST è accompagnato da 43 volumi di documentazione e ricerca. I volumi sono noti collettivamente come NIST NCSTAR, e sono tutti scaricabili da wtc.nist.gov.

Sin da subito, chi ha criticato il rapporto ha fatto notare che i test del NIST sui materiali veri sono surclassati da modellizzazioni virtuali – perfette, ma arbitrarie, nei parametri usati – per cui i risultati s’inoltrano per certe vie e non per altre.

Il subisso di dati e immagini virtuali del NIST mira a puntellare questa spiegazione di fondo: gli aerei, nell’impatto, avrebbero asportato il rivestimento antincendio dall’acciaio esponendo quest’ultimo direttamente all’azione devastatrice del fuoco; le travature a ponte del WTC su cui facevano base i piani, nel piegarsi per effetto del calore, avrebbero tirato all’interno i muri perimetrali provocando una «propagazione dell’instabilità» lungo le colonne perimetrali e stressando maggiormente le colonne centrali del nucleo, già rese meno resistenti dagli incendi; l’energia dei piani posti sopra la zona dell’incendio avrebbe innescato il «collasso globale».

Il NIST tende a suggerire che i collassi totali di grattacieli siano abbastanza “normali”, anche se di norma questi eventi si presentano in modo meno subitaneo e meno catastrofico. Non c’è alcun esempio di “collassi progressivi TOTALI” di edifici in acciaio al di fuori dell’11 settembre 2001.

Fra chi non è rimasto convinto dalle conclusioni del NIST, c’è chi ha anche provato a ipotizzare possibili scenari alternativi, fatti di demolizioni intenzionali, la cui attuabilità non potrebbe che dipendere da drammatiche complicità all’interno delle organizzazioni che gestivano la sicurezza dei grattacieli. A scavare in quella direzione le sorprese sarebbero tante, ma in questa sede, oggi, ci porterebbero lontano.

James Quintiere, prima di concentrarsi sulle domande, prova anche lui a fare delle ipotesi. Non fa parte del ‘partito della termite’, e quindi non punta il dito sulla miscela incendiaria che secondo certe ipotesi avrebbe tagliato il nodo dell’equilibrio delle torri.

Tuttavia Quintiere contraddice con forza il rapporto del NIST. Rispetto al rapporto ufficiale ipotizza una diversa causa per i crolli, ossia l’applicazione di un’insufficiente isolamento antincendio delle travature a ponte delle Torri Gemelle. «Suggerisco che ci sia una teoria ugualmente giustificabile e cioè che le travature cadono allorché sono riscaldate dall’incendio con l’isolamento intatto. Queste sono due diverse conclusioni, e la responsabilità per ciascuna di esse è tremendamente diversa», ha detto.

In sostanza, Quintiere – a differenza del NIST - non è per nulla convinto che sia dimostrabile che ci sia stata una rimozione 'localizzata' delle protezioni antincendio né che essa abbia causato danni così gravi. Ritiene più verosimile una ‘magagna’ più generale e diffusa, che ha reso più vulnerabili le strutture. Altri che chiedono di indagare sull'ipotesi di demolizione sospettano che la cattiva performance della struttura sia derivata da un'azione intenzionale su di essa. Quintiere sospetta invece una carenza costitutiva delle torri. Ma è comunque un'ipotesi lontana dalla versione del NIST. È un’ipotesi di lavoro -chiamiamola così - che sceglie di non varcare la soglia delle complicità più altolocate: si entrerebbe in un paradigma operativo che coinvolgerebbe ben di più che al-Qā‘ida.

Il super esperto non lancia comunque scomuniche ‘anticomplottiste’. Anzi, al cospetto di una platea mondiale di colleghi scienziati e ingegneri della sicurezza, li esorta tutti ironicamente affinché riesaminino i crolli del WTC: «Spero di convincervi a diventare dei ‘cospirazionisti’, ma in un modo più adeguato».

Quintiere ha pronunciato questo suo appello nel 2007 durante una sua presentazione, intitolata “Questions on the WTC Investigations”, illustrata per un’ora davanti a un congresso di livello mondiale sulla sicurezza antincendio (World Fire Safety Conference).

«Mi piacerebbe che ci fosse una revisione paritaria dell’inchiesta NIST», ha detto. «Credo che tutti i dati assemblati dal NIST debbano essere archiviati. Vorrei davvero vedere qualcun altro dare uno sguardo a quanto il NIST ha fatto, sia dal punto di vista strutturistico sia da quello dell’analisi degli incendi».


NIST: conclusioni discutibili

«Ritengo che le conclusioni ufficiali cui è giunto il NIST siano discutibili», ha spiegato Quintiere.

«Dunque si guardi a delle reali cause alternative in grado di spiegare il crollo delle torri del WTC e si osservi come si pongono di fronte alla causa ufficiale e quale sia la rilevanza di ciascuna causa rispetto a un’altra».

L’atteggiamento è aperto, proprio come ci aspetteremmo da uno dei più eminenti scienziati al mondo nel settore dell’analisi scientifica degli incendi e dell’ingegneria della sicurezza. Se le conclusioni del NIST sono «discutibili», allora vanno indagate con un confronto vero le possibili «cause alternative».

Nella sua presentazione Quintiere ha anche criticato la ripetuta incapacità del NIST di rispondere alle serie domande sollevate in merito alle sue conclusioni circa i crolli degli edifici del WTC e in merito al processo da esso utilizzato per giungere a tali conclusioni. Parla a ragion veduta.

«Mi son sorbito tutte le audizioni del NIST. Sono andato a tutte le riunioni del loro comitato consultivo, in veste di osservatore. Ho fatto commenti su tutto.»

In risposta a un'osservazione di un rappresentante del NIST presente fra il pubblico, Quintiere ha puntualizzato:

«Ho constatato che lungo tutta la vostra inchiesta era difficilissimo ottenere una risposta chiara. E quando qualcuno è andato alle vostre riunioni o audizioni del comitato, gli venivano concessi cinque minuti per fare una dichiarazione, e non poteva mai fare domande. Con tutti i commenti che ho apportato, e ho passato molte ore a scrivere delle cose - mentre vi tedierei a riversarvele qui - non ho ricevuto, mai, una risposta formale che fosse una».

Arriva la prima grande anomalia investigativa individuata da Quintiere:

«In ogni inchiesta cui ho partecipato, la chiave consisteva nello stabilire una tabella temporale. E tale tabella si compone di testimonianze, informazioni ricavate dai sistemi di allarme, da qualsiasi video che possiate avere dell’evento, e infine di calcoli. E poi cercate di mettere insieme tutto ciò. E se i vostri calcoli sono coerenti con alcuni dei fatti di un certo peso, allora forse potete trovare un qualche conforto nei risultati dei vostri conteggi. Non ho visto alcuna tabella temporale disposta nella relazione del NIST.»

Quintiere ha poi manifestato la propria frustrazione di fronte a un’altra macroscopica anomalia: l’incapacità del NIST di fornire un rapporto sul terzo grattacielo crollato l’11/9, l’Edificio 7 del WTC. «E questo edificio non venne colpito da alcunché», ha sottolineato Quintiere. «È più importante dare uno sguardo a questo. Forse hanno giocato un ruolo importante i danni causati dalle macerie precipitate. Ma oltre a questo avete assistito a degli incendi che bruciavano a lungo senza l’intervento del dipartimento dei vigili del fuoco. E i pompieri erano dentro questo edificio. Devo ancora vedere un qualsiasi tipo di resoconto in merito a quanto hanno visto. Che cosa stava bruciando?»

Guarda caso, il sistema di monitoraggio antincendio del WTC 7 quel giorno mandò alla società di sorveglianza un solo segnale, subito dopo il crollo del WTC2, senza informazioni specifiche su dove si sviluppava l’incendio. Il sistema di allarme era stato messo in modalità test “per lavori di manutenzione” proprio quella mattina. L’ennesima coincidenza dell’11/9, giorno in cui su ognuna delle vicende chiave si sono concentrati gli effetti di decine di esercitazioni, manutenzioni, e war games che alteravano puntualmente la scenda del crimine. In questo caso il risultato fu che per 8 ore qualunque allarme d'incendio ricevuto dal sistema veniva comunque ignorato.

L’Edificio 7 del World Trade Center non era un grattacielo così banale, anche se il crollo delle Twin Towers ne ha offuscato la memoria. Negli USA sarebbe stato comunque l’edificio più alto in 33 su 50 stati. Sebbene l’11 settembre non fosse stato colpito da alcun velivolo, alle ore 17,20 crollò integralmente riducendosi a una magra pila di detriti, in una manciata di secondi. Negli anni successivi il NIST non è riuscito a offrire alcuna spiegazione del crollo. A questa momentanea rinuncia del NIST, si aggiunge l’assoluta mancanza di menzione del crollo dell’Edificio 7 nel rapporto della Commissione d’inchiesta sull’11/9, che pure si autodefiniva, meno male, «il pieno e completo resoconto delle circostanze che contornano gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.»


Un’inchiesta impedita

Quintiere spiega bene la sua delusione rispetto ai risultati del NIST. In origine riponeva «grandi speranze» sul fatto che il NIST avrebbe fatto un buon lavoro nell’inchiesta.

«Rappresentano il laboratorio governativo centrale in materia d’incendi. Ci sono ottime persone in grado di fare un buon lavoro.» Fin qui, bene.

«Ma ho anche pensato che quel che dovrebbero fare sarebbe di coinvolgere il servizio dell’ATF (l’ufficio che si occupa di alcol, tabacco, armi da fuoco ed esplosivi), il quale ha una squadra investigativa e un laboratorio per proprio conto in materia d’incendi. E ho pensato che dovrebbero far scendere la loro gente per strada per procacciarsi informazioni con il metodo dei detective. Che cosa ha impedito tutto ciò? Ritengo che sia stata la struttura legale che avviluppa il Dipartimento del commercio e di conseguenza il NIST. Pertanto, invece di agire come dei legali impegnati in una causa civile tesi a raccogliere deposizioni e informazioni tramite atti di citazione, questi legali hanno fatto l’esatto contrario e hanno bloccato tutto.»

Le parole, adesso, sono felpate, ma le conclusioni sono gravissime: esistono condizioni strutturali e vincoli pesanti che impediscono un’inchiesta vera e attendibile.

La presentazione di Quintiere alla World Fire Safety Conference ha echeggiato la sua prima dichiarazione alla commissione parlamentare sulle scienze della Camera dei Rappresentanti, il 26 ottobre 2005, durante un’audizione per la “Inchiesta sul crollo del World Trade Center: risultati, raccomandazioni, e prossimi passi”, quando disse:

«A mio parere, l’inchiesta sul WTC del NIST delude le aspettative per non riuscire sicuramente a trovare una causa, per non collegare sufficientemente raccomandazioni specifiche alla causa, per non invocare pienamente tutta la propria autorità nel cercare i fatti nell'inchiesta, e per l'indirizzo dei legali di parte governativa mirante a scoraggiare anziché sviluppare la ricerca dei fatti.»

Queste le prime mazzate di Quintiere, ma poi arrivano le altre, sempre più incalzanti e micidiali.


Le domande senza risposta

«Io ho oltre 35 anni di esperienza nella ricerca sugli incendi. Ho lavorato nel programma sugli incendi del NIST per 19 anni come capo della divisione. Da allora sono stato alla University of Maryland. Sono un membro fondatore ed ex presidente della International Association for Fire Safety Science, il principale forum mondiale per la ricerca sugli incendi...». Premessa necessaria prima di snocciolare l’elenco delle domande ignorate dal NIST.

«1. Perché il processo di progettazione dell'applicazione della protezione antincendio alle torri del WTC non è stato pienamente richiamato per determinare le colpe?»

«2. Perché non sono state indagate e discusse delle ipotesi alternative sui crolli visto che il NIST ha dichiarato ripetutamente che lo sarebbero state?»

«3. La spoliazione di un luogo in cui si sia svolto un incendio è la base per distruggere una prova legale in un'inchiesta. La maggior parte dell'acciaio è stata rimossa, benché gli elementi chiave dell'acciaio presente nel ‘core’ fossero stati catalogati. Un'attenta lettura del rapporto del NIST mostra che non hanno alcuna prova che le temperature da loro previste come necessarie per le rotture siano corroborate da parte dei risultati dei minuscoli detriti in acciaio in loro possesso. Perché il NIST non ha dichiarato che questa spoliazione dell'acciaio fu un errore sesquipedale?»

«4. Il NIST ha usato modelli computerizzati che a loro dire non avevano mai usato prima in una simile applicazione e che sono i più avanzati. Per questo motivo le loro competenze andrebbero encomiate. Ma è la validazione di questa modellizzazione ad essere in questione. Altri hanno calcolato degli aspetti con diverse conclusioni circa il meccanismo che ha causato il crollo. Per di più, è cosa comune nelle indagini sugli incendi calcolare una linea temporale e confrontarla con eventi conosciuti. Il NIST non lo ha fatto.»

«5. I test del NIST sono stati inconcludenti. Sebbene abbiano fatto dei test sugli incendi nella scala di diverse postazioni di lavoro, un test replicato sulla scala di almeno un piano del WTC sarebbe stato di considerevole valore. Perché non è stato fatto questo?»

«6. Il critico crollo del WTC 7 è relegato in un ruolo secondario, poiché i suoi risultati non saranno completi per un altro anno ancora. Era chiaro durante la riunione del comitato consultivo del NIST nel settembre 2005 che questa data non sarebbe stata realistica, giacché il NIST non vi ha dimostrato progressi. Perché il NIST ha rinviato questa indagine importante?»


La necessità di un’inchiesta nuova

Già nel settembre 2006 era apparsa un’intervista di James Quintiere sull’edizione norvegese di «Le Monde Diplomatique». Alla domanda «C'è un bisogno di una nuova inchiesta sul crollo degli edifici?», lo scienziato statunitense rispose affermativamente:

«Credo che ci dovrebbe essere una piena pubblicazione delle analisi e dei risultati del NIST, con la possibilità per il pubblico di fare domande di fronte a una commissione imparziale capace di garantire la determinatezza e accuratezza dei risultati. […]. La commissione dovrebbe stabilire se sono necessarie ulteriori indagini. Un evento di questa scala continuerà ad essere oggetto di inchieste, e dato che i calcoli tendono a essere più precisi per questo scenario, credo che assisteremo a un miglioramento dei risultati. La cosa può richiedere decenni.»

La nostra memoria della strategia della tensione e degli anni di piombo non ci fa stupire di questo lungo arco temporale, previsto con lucido realismo da Quintiere. E questa stessa memoria non ci fa stupire della fretta con cui altri invece ci vogliono rivendere le soluzioni dei gialli politici fornite in quattr’e quattr’otto da certi apparati dello Stato: in genere si tratta di soluzioni piatte, senza profondità, riduttive, banalizzanti, fatte di killer solitari e di gruppi isolati, senza scabrose complicità fra chi potrebbe fermarli. È la fretta dei depistatori.

Di certo servono nuove risorse investigative, inquirenti indipendenti, possibilmente a livello internazionale, con poteri d’indagine penetranti, con dei “mastini” che raccolgano deposizioni e notizie tramite atti di citazione. Fino ad oggi le inchieste ufficiali sono state segnate dall’imprinting della 9/11 Commission, la quale dichiarava candidamente nel suo rapporto che il suo scopo «non è stato di assegnare colpe individuali». Fino alla farsa delle deposizioni di Bush e Cheney, in seduta segreta, senza giuramento e senza la possibilità di prendere appunti.

___________________________________________

Il dottor Quintiere è una delle figure più eminenti al mondo fra i ricercatori in scienza degli incendi e fra gli ingegneri della sicurezza. Ha lavorato presso la divisione Fire Science and Engineering del NIST per 19 anni, fino a ricoprire la posizione di capo della divisione. Ha lasciato il NIST nel 1990 per entrare alla facoltà di ingegneria della protezione dagli incendi alla University of Maryland, dove opera tuttora.

Quintiere è un membro fondatore ed ex presidente della International Association for Fire Safety Science (IAFSS). È anche Fellow presso l'American Society of Mechanical Engineers (ASME). Ha ricevuto numerosi premi per i suoi contributi alla ricerca sulla scienza e l'ingegneria degli incendi, tra cui:

La medaglia di bronzo e quella d'argento del Dipartimento del Commercio (rispettivamente 1976 e 1982);

La Howard W. Emmons Lecture Award insignito da IAFSS nel 1986

Il Sjölin Award del 2002 per il rilevante contributo alla scienza della sicurezza dagli incendi, insignito dal forum internazionale dei direttori della scienza degli incendi, NIST

La Guise Medal del 2006, insignita da parte della National Fire Protection Association

La sua presentazione intitolata “Questions on the WTC Investigations” è stata illustrata due volte, alla World Fire Safety Conference del 2007. Le registrazioni delle presentazioni possono essere acquistate dalla National Fire Protection Association presso il sito http://www.fleetwoodonsite.com/index.php?cPath=.

29 febbraio 2008

Complotti e complottismi

di Pino Cabras

dal Capitolo I: "Terrorismo, un moderno instrumentum regni"

Se volete mettere in cattiva luce qualcuno che scrive o parla scostandosi dalla corrente principale delle spiegazioni di certi grandi fatti, bollatelo come ‘teorico della cospirazione’, o ‘complottista’. È uno stigma molto comodo, un potente silenziatore, una densa notte che cala su tutte le vacche e le fa tutte nere.
Il ‘complottista’ sarà così iscritto a forza in un club popolato da mitomani, falsari, mestatori e dilettanti paranoici, agenti pagati per creare confusione, ufologi monotematici e così via. Lo isolerete abbastanza da lasciargli il dubbio che le sue non siano le stesse sofferenze di Galileo, ma le solitudini di chi ha imboccato un vicolo cieco, quello che costeggia il manicomio.
Anziché fargli sommare le sue intuizioni esatte, per quanto parziali e incomplete, a quelle di altre persone che hanno il suo stesso cruccio, ebbene, con il vostro attivissimo arbitrio gli farete invece sommare gli errori.
L’errore specifico di un complottista sarà l’errore definitivo di tutti i complottisti. La paranoia di uno sarà la macchia che sporca le ragioni di tutti gli altri associati del grande club forzoso, che essi lo vogliano oppure no.
Questo tipo di forzatura la possiamo leggere in diversi siti e volumi, tra cui uno curato dal giornalista Massimo Polidoro, 11/9. La cospirazione impossibile, che chiama a testimoniare in quarta di copertina niente meno che Pier Paolo Pasolini: «Il complotto ci fa delirare perché ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità».
La frase di Pasolini – con buona pace di chi la vorrebbe usare contro i miei dubbi - a me piace. Venne pronunciata, nel 1975, poco tempo prima che morisse, in un contesto in cui criticava anche la critica al potere. Erano gli anni in cui Pasolini affrontava di petto il tema dello stragismo italiano, così simile allo stragismo mondiale di oggi, dalle pagine del «Corriere della Sera»:


Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere
e dell’istinto del mio mestiere.

Ecco il Pasolini che avrebbe parlato con più precisione ancora oggi. Ma l’ignoranza politica fa commettere gravi omissioni: dimenticare il Pasolini che dice «io so», oppure dimenticarsi tutte le esercitazioni militari in corso l’11 settembre, mai menzionate dal libro curato da Polidoro.
Nel suo libro a tutto campo sull’11 settembre, che vi consiglio caldamente di leggere, lo scrittore di fantascienza Roberto Quaglia ragiona sul destino della parola cospirazione:

Per caso o per dolo, il semantema che per secoli o millenni ha significato il concetto di cospirazione adesso virtualmente significa cospirazione immaginaria. Scrivi cospirazione, leggi cospirazione immaginaria. Come è mai potuto accadere qualcosa del genere? E, soprattutto, se mai una cospirazione davvero venisse tramata o messa in atto da qualcuno da qualche parte, come potrebbe mai essere possibile discuterne con lucidità, se il fatto stesso di nominarla si tira dietro il significato della infondatezza di ciò di cui si sta parlando? È perfettamente possibile – e per inciso assai probabile – che tale trasmutazione semantica sia interamente casuale. Tuttavia… non è più affascinante pensare per un attimo – anche solo per gioco o per divertimento intellettuale – che dietro a questo curioso fenomeno possa celarsi un astuto progetto, un diabolico artifizio allo scopo di disarmare i tam tam verbali di coloro che di una importante cospirazione venissero a conoscenza, ovvero – anche se indubbiamente ciò suona fantascientifico – una raffinatissima impalpabile arma di guerra psichica.
I guardiani delle verità accettabili sono molto spicci, quando non si limitano a ignorare del tutto la ricerca di altre verità. Perciò, spulciando su internet ho trovato queste belle considerazioni di Miguel Martinez su ‘complotti e complottismi’.
«I complotti esistono, nel senso che le persone si alleano tra di loro per ottenere più potere e sanno anche mentire a proposito delle loro finalità, due attività che condividono peraltro con gli scimpanzè».
«I complotti, come sa chiunque abbia assistito alle trattative per una gara di appalto, non sono l’eccezione, ma la regola».
«Proprio perché sono la regola, i loro effetti tendono ad annullarsi a vicenda tra grandi masse di persone che si contendono il potere o il denaro partendo da basi più o meno paritarie, e questo dà un’aria obbligatoria e prevedibile a certi fenomeni di concorrenza diffusa».
«Quando però un piccolo gruppo di persone detiene poteri soverchianti, le loro decisioni soggettive assumono un’importanza reale».
«Forse è vero che le circostanze oggettive obbligano i dominanti a lanciare guerre; ma oggi è perfettamente possibile per dieci persone riunirsi in una stanza e decidere, con una certa libertà, se fare quella guerra domani o tra un anno, e se farla contro l’Iran o contro la Corea del Nord, con effetti certamente molto diversi».
«Il complottismo invece consiste nel pensare che esista un unico complotto, che i cospiratori non litighino mai tra di loro, che nessuno di loro cambi mai idea, che agiscano per qualche purissimo fine ideale (secondo i clericali, abolire il cristianesimo; secondo altri, clonare Hitler per salvare la razza ariana, ecc.), e che riescano a tramandare questo stesso complotto, immutato, generazione dopo generazione».
«Non è il caso della tesi che viene esposta qui, quindi chiudiamo la parentesi»