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21 maggio 2009

Perché i piani di Obama & C. non funzioneranno

di Pino Cabras - da Megachip

Sessant’anni di mentalità, di poteri, istituzioni internazionali, una linea economica di riferimento, tutto questo nella nostra percezione non passa in un istante. I commenti politici degli ultimi mesi sono ancora immersi in quel sistema, ma tutto è cambiato. Il mondo uscito dal 1945 ha avuto una lunga continuità che in pochi mesi si è sgretolata. La Grande Crisi procede a dispetto delle idee aggrappate ai vecchi tempi.

A maggio 2009, il rapporto mensile di Leap/Europe 2020 - il sito francese che ha previsto meglio di tanti altri soggetti l’evolversi dell’attuale crisi - scrive proprio che ci siamo, che in questa primavera il mondo farà l’ultimo passo prima di uscire dal quadro di riferimento dei poteri globali degli ultimi sessant’anni, e uscirà soprattutto dalla sua versione “semplificata”, quella impostaci negli ultimi vent’anni, dopo la fine del sistema sovietico.

La fine di un’era rende già subito inutilizzabile il cruscotto di strumenti che sinora hanno guidato le azioni di chi ha preso le più importanti decisioni economiche.

I tentativi disperati di salvare il sistema finanziario globale guidato da Londra e New York hanno fatto impazzire tutte le bussole, influenzate dalle manipolazioni di istituti finanziari, banche centrali e governi.

Le immissioni astronomiche di liquidità che hanno invaso il sistema finanziario globale per un anno, specie il sistema USA, hanno portato gli operatori politici e finanziari a perdere completamente contatto con la realtà. Europe 2020 li paragona ai sub che vengono colpiti da narcosi da azoto (detta anche ‘ebbrezza da alti fondali’), i quali manifestano un’euforia che li spinge ad andare più a fondo quando avrebbero invece bisogno di riemergere. Anche nel caso della finanza c’è un’ebbrezza – lo vediamo in qualche rally borsistico di queste settimane – che distrae dal vero pericolo, per il quale non c’è più la lucidità necessaria in termini di orientamento né ci sono più strumenti adatti.

L’ebbrezza si scontrerà prestissimo con la realtà.

Dieci anni fa, fra le prime 20 istituzioni finanziarie al mondo per capitalizzazione, 11 erano statunitensi, 4 britanniche, 2 giapponesi, 2 svizzere e due giapponesi.
Oggi, le prime 3 sono cinesi, mentre di statunitensi ne sono rimaste 3, intanto che molte fallivano. Il cambiamento è avvenuto nel giro di brevissimo tempo.
Sono tempi insoliti, con paragoni che devono fare il passo del secolo, ossia salti di generazioni.
Europe 2020 fa tre esempi illuminanti.

1) Da quando nel 1694, ossia 315 anni fa, venne creata la Banca d’Inghilterra, il tasso d’interesse non aveva mai toccato un livello più basso di quello attuale, lo 0,5%.


2) Nel 2008 la Caisse des Dépôts et Consignations, un istituto finanziario che fa da braccio operativo dello Stato francese, ha chiuso il bilancio in rosso per la prima volta dalla sua fondazione, avvenuta 193 anni fa, nel 1816. La Caisse era passata per monarchie, repubbliche, fasi imperiali, guerre mondiali, crisi, senza mai conoscere una perdita.

3) Nell’aprile 2009 la Cina è diventato il primo partner commerciale del Brasile, un genere di evento che altre volte ha annunciato un cambio di guardia nella leadership planetaria. Due secoli fa gli inglesi soppiantavano i portoghesi e questo coincise con l’inizio della grande potenza britannica a livello globale. Gli USA sostituirono il Regno Unito come partner principale del Brasile negli anni Trenta del XX secolo, e la cosa coincise con un passaggio di ruolo internazionale che poi vide la preponderanza statunitense.

Assieme a questo senso di assoluta novità, sono preoccupanti le sensazioni di dejà vu, nell’ora in cui cerchiamo di dar forma alla crisi.
Una prima cosa da chiedersi è se una crisi possa avere una forma. I grafici provano a dare una risposta. Le tendenze dei mercati azionari nel corso delle quattro maggiori crisi economiche dell’ultimo secolo mostrano una evidente convergenza fra la curva della crisi del 1929 e quella di oggi.


Trend borsistici: al netto dell’inflazione – durante le ultime quattro maggiori crisi economiche (grigia: 1929, rossa: 1973, verde: 2000, blu: crisi attuale) - Fonte: Dshort/Commerzbank, 17 aprile 2009.

Ma la questione fondamentale da chiedersi è un’altra. L’impegno profuso per reagire alla Grande Crisi andrà a buon fine? Ci chiediamo cioè se gli enormi interventi dei governi e delle banche centrali, nel breve volgere dei prossimi mesi, siano in grado di bilanciare una tendenza storica così robusta che va in direzione contraria. Ci chiediamo se sia possibile spendere bene cifre così difficili da assorbire. Insomma mettiamo in discussione sia lo “stimulus plan” degli USA, sia l’omologo cinese, due piani monstre che sembrano volersi sporcare le mani con l’economia reale.

Europe 2020 vede un ostacolo insormontabile rispetto all’efficacia dei mega-piani di stimolo messi in campo da Obama e Hu Jintao. È la “barriera della capacità di assorbimento”. Cioè l’esistenza di un limite “fisico” alla capacità di spendere enormi risorse pubbliche in tempi sensati, con progetti funzionali, con burocrazie capaci di far procedere il meccanismo di spesa.

Tutti conosciamo la fatica del processo europeo, la lunga storia di tentativi e adattamenti che ancora – nonostante decenni di ricalibrature – rendono la capacità di spesa ben lontana dal 100%, con ampie aree di corruzione, spreco, ininfluenza sui fondamentali dell’economia. A Stati Uniti e Cina manca perfino il tempo, la risorsa oggi più importante, quando invece i risultati dovrebbero far capolino immediatamente per rasserenare i cuori di milioni di persone, e confortare i portafogli vicini a questi cuori.

I leader dell’Unione europea e le autorità che presiedevano ai bilanci hanno scoperto già all’inizio degli anni novanta l’esistenza di una barriera in relazione alla capacità di un sistema-Paese di “assorbire” gli aiuti allocati per il suo sviluppo economico.

Se calcolato su base annua, il piano di Obama corrisponde a 182 miliardi di euro, quello cinese a 215 miliardi. L’Europa dei fondi strutturali dispone di circa 70 miliardi di euro per anno. Ciascuno dei piani di stimolo economico varati da Washington e Pechino è dunque circa tre volte più grande dei fondi europei, proprio quei fondi che scontano tuttora la “barriera della capacità di assorbimento”.

Capite ora quanto è inedita la portata del problema.

Cina e USA devono dimostrare immediatamente una capacità di assorbimento enormemente più vasta di quella europea, pur rodata da vent’anni di pratiche.
Dovranno, qui ed ora, tener conto delle loro dimensioni continentali, con tutte le diversità locali, le differenze stridenti fra territori e sistemi subregionali. Proprio come l’Europa.
Diversa rispetto all’Europa sarà però l’infrastruttura pubblica: molto meno sviluppata in USA, molto di più in Cina, ma in entrambi i casi non abbastanza preparata e formata per gestire in pochi mesi tanta complessità operativa.
Il dilemma è inventarsi un flusso di procedure e risorse che non può permettersi il lusso di arrestarsi nei colli di bottiglia, né sopportare carenze progettuali, né farsi vanificare da mafie agguerrite che spolpano i fondi.
Nel mentre il ticchettio della crisi va avanti. Dal febbraio 2008 al febbraio 2009 gli Stati Uniti hanno perso oltre 4 milioni di posti di lavoro, e la tendenza si accelera.

Mappa dell’occupazione USA (feb 2008 - feb 2009). In blu il lavoro creato, in rosso il lavoro perso.
Fonte: Bureau of Labor Statistics / NYT

In queste situazioni il rischio immediato è che ogni euro, ogni dollaro, ogni yuan renminbi investito dalle autorità pubbliche generi sempre meno valore aggiunto. O non viene speso del tutto, o viene speso male.

Nei casi peggiori, gli effetti degli incentivi sono perfino negativi, perché possono creare delle “bolle” a livello locale, o erigono cattedrali nel deserto, senza impatti sull’economia. Oppure selezionano imprenditori specializzati a massimizzare il denaro pubblico, anziché l’economicità delle loro imprese. Nei casi davvero peggiori, come ci dice anche l’esperienza italiana, incancreniscono la corruzione sistemica a livello di governo locale, fino a creare vaste reti criminali in grado di condizionare la politica e rendere non rendicontabili i risultati.

Le avvisaglie di queste difficoltà ci sono già.
In USA le agenzie che hanno in carico la realizzazione del programma potranno dare informazioni sui progetti solo nell’ottobre 2009 e “forse” (che per i burocrati significa “non prima di”) durante la primavera del 2010, fuori tempo massimo perché la cosa abbia senso («USA Today, 6 maggio 2009»). I canali di spesa già oliati non ci sono.

In Cina la fantasia dei burocrati è arrivata a prescrivere per tutti i funzionari pubblici del distretto di Gongan (provincia di Hubei) l’«obbligo di fumare» per stimolare l’economia dell’area, fortemente basata sulla produzione di sigarette. Davvero la Grande Crisi produce notizie. L’uomo morde il cane.


I peggiori dieci periodi di perdita di posti di lavoro in USA:
Fonte: US Bureau of Labor Statistics / Christian Hill

Rimane la notizia vera di una crisi senza precedenti e in avvitamento. I piani di stimolo ridurranno forse la caduta dell’occupazione, sebbene con effetti marginali. Ma il lascito sarà terribile per la finanza pubblica. In Cina ci sarà un drastico calo delle riserve finanziarie. Negli USA ci saranno un deficit e un debito meno sostenibili, o forse proprio del tutto insostenibili. Per la prima volta nella storia le risorse del livello federale sono diventate l’introito più importante per i singoli Stati, e gli effetti saranno duraturi.

Quanto a noi, in Italia, l’informazione è lontana dal raccontare la dimensione della crisi. Addirittura un crollo del PIL intorno al -6% è capace di passare quasi inosservato.

23 aprile 2009

Quando tutto è pronto a saltare

di Pino Cabras - da «Megachip»


Fonte dell'immagine: www.danieleluttazzi.it

Il presidente statunitense Barack Obama sembra cercare un punto mediano impossibile, mentre passa fra gli scuotimenti della Grande Crisi, scossoni che richiedono scelte senza precedenti, come vedremo. Ai conservatori le sue parole provocano ribrezzi da rivoluzione. A chi invece vuole una qualche Revolution, Obama appare come un assiduo conservatore. Le fanfare per l’annunciata chiusura di Guantanamo non offuscano il fatto che sia ancora aperta, le parole distensive verso Cuba non sono partite da un ammorbidimento dell’embargo, la condanna della tortura non si estende ai torturatori, i tuoni della Casa Bianca contro gli extraprofitti dei banchieri non si traducono in lampi su Wall Street, dove anzi arriva un fiume di liquidità. Sullo sfondo ci sono sfide estreme.

I toni sono cambiati tanto dai tempi di Bush, ma la forza d’inerzia dei grandi fatti sociali, economici, finanziari, politici e militari dell’ultimo decennio domina ancora la risultante delle forze. Le grandi navi non si fermano subito.
Poteri influenti aspirano a chiudere la parentesi della crisi, innanzitutto nell’informazione, in nome di un qualche ‘status quo ante’ che si vorrebbe dietro l’angolo. Obama prova a cogliere questa impazienza per dare ali alla speranza, e invoca anche lui i futuri «segnali di risalita». Essendo più prudente di altri, prova però a dire che ci saranno ancora molte sofferenze prima di toccare il fondo. Ma gli altri, quelli che vorrebbero che il viaggio riprendesse come prima, quelli della parentesi, loro non sono prudenti, neanche ora. Se i commerci a livello planetario sono in picchiata, per loro è comunque un buon segno che almeno non sia più a caduta libera. Se negli ultimi due mesi è evaporato un quarto dei commerci, magari nei prossimi due si volatilizzerà solo un ottavo ancora.
Nel mainstream perciò non trovano grande spazio certe analisi quantitative che appaiono nei media che invece fanno poche riverenze all’ortodossia del liberismo in rotta. Fra queste analisi circola in particolare quella di Leap/Europe 2020, un sito francese che in questi ultimi anni ha visto lontano. Dai dati a disposizione viene estrapolata una tendenza: la discesa degli USA porta a una depressione senza precedenti, vicina a un punto di insostenibilità che, se varcato - e potrebbe essere molto presto - segnerebbe una rottura storica drammatica, a partire dalla moneta [«Eté 2009: La rupture du système monétaire international se confirme», Europe 2020, 15 aprile 2009].



Gli USA hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi grazie all’afflusso di denaro di prestatori esterni, la Cina su tutti. Ora gli USA vorrebbero che anche il salvataggio fosse al di sopra dei propri mezzi, finanziato ancora una volta dalla Cina. Al gigante asiatico infatti non converrebbe far crollare di botto il sistema se per caso volesse uscire dalla trappola del dollaro, visto che ha già incamerato 1400 miliardi di titoli di debito in dollari, sempre più scottanti.Se consideriamo la dimensione degli “stimulus” e “bailout” messi in campo negli ultimi mesi, l’unica via di uscita ancora “normale” per gli USA è che i risparmiatori cinesi e di qualche altro paese puntino ancora (e questa volta soltanto) sui bond statunitensi, rendendosi ancora più prigionieri del gioco pericoloso.

Solo che – fanno notare gli analisti di Europe 2020 - i prigionieri dedicano i loro pensieri migliori al modo di evadere, magari senza farsi riacciuffare e senza rompersi le gambe. E lo fanno con circospezione. Il 24 marzo 2009 il governatore della Banca centrale di Pechino lanciava un ‘ballon d’essai’. Ipotizzava che il dollaro lasciasse il posto nei commerci a una valuta di riserva internazionale. Sondava e avvertiva insieme, consapevole della forza immensa che i nuovi equilibri spostavano nel mondo (un G20 anziché un esangue G8).

Secondo Europe 2020 tutti i nuovi membri del club del potere mondiale sono pronti a concordare i loro passi con la Cina, quando si renderà necessario. Si è parlato molto degli accordi swap fra Cina e Argentina, ma sono rilevantissimi anche quelli fra Brasile e Argentina, fra Cina e Sud Corea, e così via. Sono una sorta di "baratti" bilaterali che tagliano fuori il dollaro. Ovviamente il club anglosassone prova a resistere ripetendo all’infinito le strade già battute (e qui vediamo le carenze strategiche del progetto obamiano). L’Europa si barcamena e non ha un progetto politico che possa suonare come una sfida a quel che resta della subalternità a Washington.

La Cina c’è, invece. I passi li fa alla chetichella, ma li fa. Il ritmo della fuga, sebbene graduale e attento a non smarrire un suo ruolo stabilizzante, ha numeri impressionanti.



Ogni mese la Cina si sta liberando di 50-100 miliardi di titoli in dollari. La depressione dei prezzi in questo caso favorisce lo shopping pechinese. Sotto lo sguardo benevolo di Hu Jintao i cinesi comprano minerali, metalli industriali, terreni agricoli e risorse energetiche a prezzi bassi. In certi casi ne fanno incetta, e i prezzi risalgono, ma non più di tanto. Se pure i cinesi si tengono lontani dalle azioni nel mercato USA, ne comprano in Europa e Asia. Cercano di tesaurizzare i dollari USA trasformandoli rapidamente in beni non statunitensi più durevoli. Una corsa alla Roba, perché il resto, il dollaro, sarà carta straccia.

Puoi coprire le scarpe da tip tap con tre paia di calze, ma se fai passi come questi farai comunque rumore. Entro settembre 2009 la Cina avrà tolto dalle sue mani 600 miliardi di patate bollenti col simbolo del dollaro. Ma non acquisterà nemmeno quel che gli USA - fra stimoli e salvataggi - saranno costretti a emettere in più dell’ordinario, ossia un ammontare tra i 500 e i 1000 miliardi di nuovi titoli di debito. E chi li compra, allora? Gli USA si troveranno a dover inventare qualcosa per risolvere lo sbilancio. Uno squilibrio che può raggiungere i 1600 miliardi di dollari.

È uno scenario che diventerà ancora più drammatico, una volta giunto al ‘redde rationem’. Il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, sarà forzato ad acquistare i suoi stessi Buoni del Tesoro. Questo si chiama: stampare dollari. La cosa non è nuova. Quando Bernanke dichiara in pratica che la Fed è pronta a oliare la zecca, i T-bond crollano del 10% in un solo giorno. Il momento X della prossima estate, con un simile scenario, segnerebbe anche una perdita secca di centinaia e centinaia di miliardi per i cinesi. Ma per loro sarebbe il male minore. Perché a quel punto l’insolvenza USA sarebbe conclamata e la salvezza starebbe nell’essersi posizionati meglio nel frattempo.

Siamo davvero alla vigilia di una tale insolvenza? Secondo Europe 2020 i dati dicono proprio questo. La spesa pubblica è esplosa per tenere a galla Wall Street (+41%) e si associa a un crollo mai visto prima degli introiti tributari (-28%). Soltanto nel mese di marzo 2009 il deficit federale ha toccato quota 200 miliardi di dollari, poco meno della metà del deficit di tutto il 2008, che Bush aveva comunque portato troppo fuori misura. Le cose non vanno meglio a livello degli Stati, a partire dalla California di Schwarzenegger, giù “per li rami” fino ai livelli di governo locale. Non c’è verso per fermare la spirale, per ora. Le professioni di ottimismo nella ripresa sono solo parole. Il Fondo Monetario Internazionale ha rifatto i conti delle perdite che sono e saranno determinate dal collasso finanziario in corso: non più 2.200 miliardi di dollari, bensì 4.100 miliardi. Sono oltre 600 dollari di perdite pro capite a livello mondiale, inclusi i neonati della Nuova Guinea, i vecchietti degli ospizi, e gli evasori totali. Chi pagherà? Andrebbe richiesto a quelli che «i segnali di ripresina» e a quelli che «il peggio è ormai alle spalle».



Insomma, inevitabile che dopo la fase 1 arrivi la fase 2. La Cina sarà costretta a non misurare i passi come prima e a trovare una soluzione diversa. Secondo gli studiosi francesi sono plausibili diversi scenari.Uno di questi potrebbe essere lo yuan renminbi che diventa valuta di riserva internazionale al posto del dollaro, in compagnia dell’euro, dello yen e di altre monete. Oppure si può accelerare l’istituzione di una nuova valuta di riserva che risiederà su un paniere di monete che lascia da parte il club anglosassone.Inutilmente sarà lubrificata la zecca di Bernanke, il dollaro non dominerà più.

In alternativa a questi due scenari, che comunque presuppongono uno scheletro di globalizzazione ancora presente, ce n’è un altro: una dislocazione geopolitica globale, imperniata su blocchi economici continentali, che basano ciascuno i propri scambi su una diversa moneta di riserva “regionale”. Da noi l’euro, altrove nuove monete con funzioni simili. Il WTO diventerebbe una voce morta delle enciclopedie. Una soluzione a suo modo ben accomodata, ma proprio per questo più improbabile, perché le convulsioni attese non sono affatto ordinate.

Europe 2020 punta la sua attenzione sulla riunione di New York del G20, nel Settembre 2009, a ridosso dell’Assemblea generale dell’ONU. I dati sin qui esposti addensano intorno a quel periodo l’ora X delle rotture monetarie. Il summit assisterà alla gravità della crisi che starà martoriando gli Stati Uniti, un paese in cui già oggi un cittadino su due sostiene di essere ad appena due stipendi di distanza dalla bancarotta), all’interno di una tendenza già in atto che vede la crescita drammatica della violenza urbana e degli omicidi.

Sarebbe uno scenario di ‘default’ degli Stati Uniti. Un tracollo alla massima potenza. Che a sua volta innescherebbe tante reazioni. Quali? Difficile dirlo, e capire le interazioni.

Per Europe 2020 il default potrebbe avverarsi secondo quattro diversi modi, o con una combinazione di essi. Due scenari implicano vie d’uscita ordinate, gli altri due avvengono nel caos:

1) il Fondo Monetario Internazionale fa per la prima volta agli USA quello che ha fatto centinaia di volte agli altri stati: prende in carico il budget federale e prescrive severi tagli al bilancio (da tagliare ce n’è: l’immane spesa militare, ma anche i programmi sociali). È uno sbocco quasi insostenibile dal punto di vista politico, in presenza di un complesso militare-industriale che incorpora riserve di golpismo, e di una società che non saprebbe metabolizzare le rinunce, perché politici e pubblicità le hanno lisciato il pelo per decenni dicendo al mondo che “il tenore di vita americano non è negoziabile”;
2) il Dipartimento del Tesoro decide di emettere buoni del Tesoro in altre monete invece che in dollari. Ripeterebbe un atto di circa trent’anni fa, su scala più piccola, ossia un’emissione di yen e marchi decisa nel corso di una crisi minore del dollaro. Il difetto di questo esito è che i bond emessi sarebbero così tanti da mettere nei guai gli altri paesi coinvolti. Non si dimentichi ad esempio che in un solo anno il Fondo monetario Internazionale prevede che il debito pubblico italiano passerà dal 106% al 121% del PIL.
3) il dollaro dimezza di colpo il suo valore in rapporto alle altre valute. L’amministrazione Obama darebbe respiro finanziario al bilancio federale e ai bond posseduti dagli stranieri con dollari deprezzati. Una soluzione unilaterale che aumenterebbe però il disordine globale .
4) poiché vendere ai soliti investitori esteri i bond del Tesoro risulta sempre più difficoltoso, la Federal Reserve è costretta a incrementare il programma TARP (Troubled Asset Relief Program), così che si innesca la svalutazione del dollaro, che risulta a quel punto meno desiderato da chi investe su beni in dollari. È il canovaccio in parte già intrapreso. Come si combinerà questa dinamica con gli altri sbocchi?

Per capire quanto le evocazioni di una “ripresina” siano solo pensieri illusori, basti considerare che negli USA i principali istituti di credito beneficiati dai massicci aiuti pubblici, a febbraio 2009 hanno diminuito del 23% i finanziamenti concessi in rapporto a ottobre 2008, quando il Tesoro avviò il sostegno alle banche attraverso il TARP. Segno che anche l’economia reale precipita.
In questo quadro di crisi gli analisti francesi, nonostante l’afasia dell’Europa, vedono in essa un’area «meno esposta ai fattori destrutturanti», perché meno dipendente – con l’eccezione del Regno Unito - dal «dollaro-debito» e perché la sovranità degli Stati membri della UE è molto più forte dei singoli Stati che compongono gli USA (dove non a caso si affaccia nel dibattito politico lo spettro della secessione). La Germania considererà di vitale importanza avere intorno a sé un’area di integrazione che sia ancora il mercato di riferimento per la sua industria. Forzando il senso dell’analisi, il default degli USA ha più possibilità di verificarsi della disgregazione della UE.
Un default, o comunque una crisi che si avvita, non sarà un evento come tanti. Sono tempi eccezionali. Europe 2020 arriva a consigliare di preoccuparsi dei paesi in cui circolano troppe armi da fuoco, nonché a prepararsi a una interruzione dei pubblici servizi essenziali, quelli sostenuti da organizzazioni vaste, per affidarsi invece nei giorni o settimane dell’emergenza alle reti comunitarie e familiari a corto raggio. E consiglia di fare in un certo senso come la Cina: usare come riserva di valore non il denaro ma metalli preziosi e beni fisici di facile scambio, utilizzabili anche nell’ipotesi che le banche restino chiuse nei giorni del crollo.

Quando il rapporto è uscito non era ancora nota la proiezione del FMI sul debito pubblico italiano che sfonda gli argini (come quello di altri paesi, del resto). Ma le previsioni per i risparmi erano già in linea con questa realtà. Il che implicherà pensioni integrative a lungo impoverite e pressioni più forti sui risparmiatori (dove ancora ce ne sono, non certo in USA) per ripagare la bolla del debito pubblico, l’ultima bolla. E questo senza considerare ancora la possibile grande ripresa dell’inflazione, una volta che la banchisa della liquidità si scongelerà.

Obama ha insomma una bella gatta da pelare. Il 70% degli scambi di moneta avviene presso centri finanziari ricompresi nella sfera d’influenza del dollaro, a Londra, New York, Tokio: «Sono americane o inglesi 8 banche delle 10 più grandi per scambio di valute che sono scomparse dal panorama economico, come Lehman Brothers, o che sono a un passo dalla bancarotta o dalla nazionalizzazione, come Citigroup o Royal Bank of Scotland.» L’epicentro è lì.Nel dicembre 2008 il Pentagono ha ricevuto un rapporto di Nathan P. Freier dell’Istituto di studi strategici dello US Army War College, nel quale viene descritto il rischio di disgregazione del territorio USA e dei suoi confini per effetto della crisi.Obama non ha fatto rotolare alcuna testa nell’apparato della Difesa, nonostante abbia vinto le elezioni proclamando di voler cambiare profondamente la strategia militare del predecessore. Le forze armate potrebbero essere chiamate a garantire l’integrità territoriale USA e la continuità di governo, suggerisce Freier.

Questi scenari previsionali si fermano lì. Bastano già le previsioni infondate degli ottimisti a oltranza per dover speculare più oltre.

Possiamo dire tuttavia che questi sono scenari di guerra, e che chi gioca con il facile ottimismo è un’irresponsabile. In perfetta continuità con l’irresponsabilità beota degli anni che ci hanno portato al disastro. Dovremo essere pronti a non accettare nessuna scorciatoia: guerre all’Iran, ossessioni antiterroristiche alimentate a bella posta, poteri speciali, il catalogo è vasto. Obama si mostra ancora come il punto d’equilibrio in cui si intrecciano insieme fili di credibilità e di speranza. Ma una volta che quell’equilibrio si spezzerà saremo tutti in pericolo.