Visualizzazione post con etichetta Ahmadinejād. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ahmadinejād. Mostra tutti i post

25 settembre 2010

Ahmadinejād e l'11/9

di Pino Cabras –da Megachip.


In qualche modo è giunta a tutti la notizia che il 24 settembre 2010 il presidente iraniano Mahmūd Ahmadinejād ha posto la questione della verità sull’11 settembre 2001 in una sede solenne, l’Assemblea Generale dell’Onu. Sia lo speaker sia l’argomento sono fra i più difficili da trattare nella sfera del pubblico dibattito in Occidente, perché quando si parla di loro i media si mettono l’elmetto in testa, dentro una logica militarizzata, la stessa che ha portato in altre circostanze - che so, «La Repubblica», «Le Monde» - a chiudere un occhio sulle menzogne che poi sostennero l’Occidente nel dare inizio ai massacri iracheni. Sfumature, concessioni, parziali apprezzamenti, atteggiamenti spassionati, sono tutte cose scoraggiate, quando si va come alla guerra.
Gli ostacoli alla guerra diventano altrettanti nuovi Hitler, anche quando dicono cose comprensibilmente politiche, ragionevoli, discutibili, controverse, ma ancora perfettamente dentro il campo del razionale. I nostri giornali non hanno quasi più corrispondenti in Medio Oriente, e al nostro pubblico (ma ho l’impressione anche alle élite) rimangono idee vaghe delle ragioni politiche di quelle comunità. Se dovesse servire lo ribadisco ancora, per capire come la penso: Ahmadinejād non mi piace, così come non mi piace il suo sottostare a quella specie di Vaticano moltiplicato per dieci che condiziona clericalmente la vivace e dialettica vita politica iraniana. Penso che la società e la repubblica iraniana debbano e possano trovare un modo per “costituzionalizzare” la forte opposizione interna al regime politico degli ayatollah dentro un nuovo compromesso che garantisca certo la sovranità nazionale dell’Iran, ma nei termini di una società con istituti democratici più solidi.
Tuttavia guardo freddamente a come in Occidente viene affrontato Ahmadinejād e scopro abnormi distorsioni del suo pensiero. Vorrei poterlo leggere senza i troppi aggettivi con cui viene filtrato. Magari leggendo il testo autentico e criticarlo con il mio giudizio. Non voglio capitolare davanti all’istupidimento della propaganda di ogni risma, voglio vedere le carte.

[Lo faccio spesso su Ahmadinejād e pertanto, per non farla lunga qui, vi propongo di leggere, quando vi va bene, altri articoli in cui analizzavo i meccanismi con cui sono manipolati i suoi discorsi (QUI e QUI), o alcune considerazioni sull’uso della recente vicenda Sakineh (QUI).]
Il discorso al Palazzo di Vetro è stato presentato dai media più importanti secondo la linea poi riassunta da Obama: parole «odiose e offensive».
Per chi voglia leggersi l’intero discorso, c’è invece la traduzione di Massimo Mazzucco.
Per quel che in particolare riguarda il ragionamento del presidente iraniano sull’11 settembre, vi proponiamo qui direttamente gli estratti da noi tradotti. Come potrete vedere, non si tratta di parole «odiose e offensive». Riportano un dubbio che si fa strada sempre di più in merito alle verità correnti della vicenda 11/9 proposte da governi e media occidentali. Sappiamo che questo dubbio può essere utilizzato da Ahmadinejād per criticare l’impianto delle guerre volute dai paesi che hanno invaso i paesi confinanti al suo.
Ma occorre andare oltre i suoi interessi. Porre fine a quei massacri e pericoli è interesse suo come nostro. La guerra afghana e quella irachena non sono risolte. L’evento fondante della Guerra Infinita, la rappresentazione mitologica dell’11/9, va rivisto, senza fermarsi alle verità fin qui ufficializzate. Per fare un esempio storico: in Italia si tentò di ragionare sulla Strategia della tensione che coinvolse nello stragismo pezzi importanti degli apparati statali in un disegno politico dagli effetti duraturi: parlare di settori deviati e complici con coperture statali fu il primo passo di un'ipotesi investigativa seria, anche nel caso delle stragi del 1992-1993. Sono segreti difficili da scardinare. Pensate cosa ha detto il procuratore Roberto Scarpinato in un'intervista a Marco Travaglio in merito alle complicità dello stragismo italiano: «Molte stragi d’Italia nascondono retroscena che coinvolgono decine, se non centinaia di persone. Pensi a Portella della Ginestra: la banda Giuliano, i mafiosi, i servizi segreti, esponenti delle Forze dell’ordine, il ministero dell’Interno. Pensi alle stragi della destra eversiva. Così quelle politico-mafiose del 1992-93. La storia insegna che quando un segreto dura nel tempo sebbene condiviso da decine e decine di persone, è il segno che su quel segreto è impresso il sigillo del potere. Un potere che cavalca la storia riproducendosi nelle sue componenti fondamentali e che eleva intorno al proprio operato un muro invalicabile di omertà, perché è così forte da poter depistare le indagini, alimentare la disinformazione, distruggere la vita delle persone».
Per molti versi è anche il ritratto dello stragismo globale conosciuto a partire dalla fase inaugurata l'11 settembre 2001 (si pensi al 7 luglio 2005 londinese).
Nell'intrico bellico mediorientale non potranno mai funzionare delle "exit strategy" che vogliano fare a meno di questi elementi: 1) un coinvolgimento politico dell'Iran; 2) una revisione delle ragioni fondanti della "guerra al terrorismo", ossia una seria inchiesta; 3) un piano di lungo termine per la questione della Terra Santa.
L'alternativa è più guerra ancora. In quest'ottica, le parole che seguono non appaiono affatto gli insulti del pazzo che qualcuno dipinge, bensì i ragionamenti di un uomo politico con cui converrà parlare.


Ecco gli estratti sull’11 settembre del discorso di Mahmūd Ahmadinejād all’Assemblea Generale dell’Onu:
L’evento dell’11 settembre (…) ha condizionato il mondo intero per circa un decennio.
Tutto ad un tratto, le notizie dell’attacco alle torri gemelle sono state trasmesse utilizzando numerosi filmati dell’incidente.
Quasi tutti i governi e i personaggi noti condannarono duramente questo incidente.
Ma poi si attivò una macchina della propaganda in tutta la sua potenza; si considerò implicito che tutto il mondo fosse esposto a un grandissimo pericolo, chiamato terrorismo, e che l’unico modo per salvare il mondo fosse quello di dispiegare delle forze in Afghanistan.
Alla fine l’Afghanistan, e subito dopo l’Iraq, sono stati occupati.
Prego prendete nota:
È stato detto che circa tremila persone sono state uccise l’11 Settembre e per questo tutti noi ci siamo tutti molto rattristati. Come, fino ad oggi, in Afghanistan e in Iraq centinaia di migliaia di persone sono state uccise, ci sono milioni di feriti e sfollati, e il conflitto è ancora in atto e si sta espandendo.
Nell’identificare quei responsabili degli attacchi, ci sono state tre versioni.
1) Che un potentissimo e complesso gruppo terroristico, capace di raggirare con successo tutti i livelli dell’intelligence e della sicurezza americana, effettuò l’attacco. Questa è la versione ufficiale sostenuta dagli statisti americani.
2) Che qualche segmento all’interno del governo USA ha orchestrato l’attacco per invertire il declino dell’economia americana e la sua influenza in Medio Oriente con lo scopo di salvare il regime sionista. La maggioranza del popolo americano così come delle altre nazioni e politici concordano con questa versione.
3) E’ stato commesso da un gruppo terroristico, ma il governo americano lo ha supportato e ha approfittato dalla situazione. Apparentemente, questa versione ha pochi sostenitori.
La prova principale di colpevolezza che viene collegata all’incidente erano alcuni passaporti trovati in mezzo a un’enorme massa di detriti e un video di un individuo il cui domicilio era sconosciuto ma era noto che fosse coinvolto in affari petroliferi con alcuni funzionari americani. È stato anche omesso e detto che, a causa dell’esplosione e del fuoco, nessuna traccia degli attentatori suicidi è stata trovata.
Rimangono, comunque, alcune questioni a cui occorre rispondere:
1) Non sarebbe stato ragionevole che una prima indagine approfondita fosse condotta da gruppi indipendenti per identificare definitivamente gli elementi coinvolti nell’attacco e poi elaborare un piano razionale per prendere dei provvedimenti contro di loro?
2) Prendendo per buona la versione del governo americano, è razionale scatenare una guerra classica con un amplissimo dispiego di truppe che ha provocato la morte di centinaia di migliaia di persone per combattere un gruppo terroristico?
3) Non è stato possibile agire nel modo in cui l’Iran ha combattuto il gruppo terroristico Riggi che ha ucciso e ferito 400 persone innocenti in Iran? Nell’operazione iraniana a nessun innocente è stato fatto del male.
Si propone che le Nazioni Unite istituiscano una commissione d’inchiesta indipendente sugli eventi dell’11 settembre affinché in futuro non sia proibito esporre punti di vista sulla questione.
Desidero annunciare qui che l’anno prossimo la Repubblica Islamica dell’Iran ospiterà una conferenza di studio sul terrorismo e sui mezzi per affrontarlo. Invito funzionari, studenti, intellettuali, ricercatori e istituti di ricerca di tutti i paesi a partecipare a questa conferenza.

Traduzione per Megachip a cura di Cipriano Tulli

Il testo completo del discorso di Ahmadinejad all’Onu: IRNA.
La traduzione per luogocomune.net a cura di Massimo Mazzucco: (QUI)
La traduzione e trasmissione curata da Russia Today:



19 febbraio 2010

Fuochi d'estate sul Medio Oriente

di Simone Santini - clarissa.it.



"Israele si prepara a cominciare una guerra per la primavera o l'estate, ma la decisione non è ancora presa". Non sono i soliti rumors o le conclusioni di un analista ma le shoccanti dichiarazioni del nemico numero uno nella regione dello stato ebraico, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
Il leader iraniano non ha precisato contro chi Tel Aviv possa scatenare il conflitto. È certo, e gli stessi israeliani non ne fanno mistero, che le Forze armate con la stella di David e i vertici politici sono pronti ad un nuovo attacco, soprattutto, contro Hezbollah in Libano, una ferita rimasta aperta con la guerra nell'estate del 2008. Fu una sorta di sconfitta militare e politica per Israele, che tuttavia ottenne un vantaggio strategico col dislocamento sul confine di forze d'interposizione europee (in particolare italiane, spagnole, francesi) col rischio permanente che queste vengano trascinate in un conflitto aperto con le milizie sciite libanesi, nel caso scoppi ancora la guerra.
Altro scenario di crisi sono ovviamente i Territori occupati, in particolare Gaza. E non è da escludere che Israele pensi di accendere una minaccia in tutta le regione per arrivare, con una progressiva escalation, fino a Teheran. Ma, allo stesso tempo, anche un attacco preventivo contro i siti nucleari iraniani è ormai ammesso come opzione reale da tutti gli osservatori.
Ahmadinejad, nel perfetto stile della retorica politica ad uso interno, mostra di non temere l'eventualità. "I Paesi della regione sono pronti a risolvere la questione una volta per tutte (con Israele)" sostiene, e anche nel caso di nuove sanzioni da parte occidentale "se qualcuno cercherà di creare problemi all'Iran la nostra risposta non sarà come quelle del passato. Questa risposta comporterà qualcosa per cui si pentiranno", adombrando così la possibilità del blocco del Golfo persico attraverso cui transita gran parte del petrolio mediorentale.
Il presidente continua la politica dialettica del doppio binario, mostrarsi forte per poter trattare. Infatti "la questione dello scambio di combustibile nucleare non è chiusa, l'Iran è sempre pronto ad uno scambio in una cornice di equità", ovvero che avvenga secondo modalità che garantiscano pienamente Teheran, ma che gli Stati Uniti hanno già rifiutato seccamente.

Cecità politica quella di Ahmadinejad? Probabilmente il presidente non si rivolge più agli occidentali, con cui il dialogo sembra ormai definitivamente compromesso, ma a Russia e Cina, gli unici paesi ormai in grado di sventare una nuova guerra in Medio Oriente. E proprio da Mosca, infatti, giungono in questi giorni i segnali più interessanti, e inquietanti.
Per il capo di stato maggiore russo, Nikolai Makarov, un attacco all'Iran avrebbe "conseguenze terrificanti non solo per l'Iran ma anche per noi, così come per tutto l'insieme della comunità asiatico-pacifica". E tuttavia il generale non ha escluso che gli Stati Uniti, una volta ottenuti i risultati sperati in Iraq e Afghanistan, possano concentrarsi sull'Iran, paese con cui la Russia stringe "tradizionali rapporti d'alleanza" nei settori più disparati.
E l'ex capo di stato maggiore (ricopriva tale carica all'epoca dell'11 settembre), il generale Leonid Ivashov, attualmente analista politico-militare e presidente dell'Accademia di problemi geopolitici, si spinge addirittura oltre. "Un attacco contro l'Iran è all'ordine del giorno. Con ogni probabilità verrà sferrato da Stati Uniti e Israele. L'Iran si trova in uno stato di totale vulnerabilità verso un'aggressione e sta intraprendendo ogni tentativo, politico, economico, militare, al fine di poter sopravvivere e proteggere la propria sovranità. Molte cose dipenderanno dalla posizione di Russia e Cina" ha detto il generale all'agenzia Ria Novosti.
E da Mosca i segnali non sono rassicuranti. Se ormai appare probabile che Medvedev appoggerà la politica di nuove sanzioni contro l'Iran presso il Consiglio di Sicurezza, il Cremlino ha annunciato il blocco della fornitura a Teheran del sistema difensivo missilistico S-300 il cui contratto era già stato stipulato da tempo. Il congelamento, secondo le autorità russe, avviene "per motivi tecnici ed a tempo indeterminato, finché non verranno risolti". Una falla non trascurabile nel sistema difensivo aereo iraniano.
Per far luce sui reali termini della questione può essere utile riferirsi alle dichiarazioni del primo ministro di Israele, Bibi Netanyahu, che negli stessi giorni dell'annuncio si trovava in visita diplomatica ufficiale a Mosca. In una lunga intervista al quotidiano Kommersant ed all'agenzia Interfax, Netanyahu ha illustrato dapprima il nuovo clima internazionale sull'Iran: "Quando dicevo che la più grande minaccia che l'umanità deve affrontare è il tentativo dell'Iran di dotarsi di armi nucleari, ricevevo scetticismo e molte sopracciglia sollevate, anche da Washington e Mosca. Ora non è più così. Esiste ormai una valutazione comune che l'Iran è sempre più vicino al suo obiettivo e che questo debba essergli impedito. Vi è la consapevolezza di essere in ritardo. [...] Il tempo delle sanzioni è ora. E queste sanzioni dovranno essere paralizzanti. [...] Nella comunità internazionale non è più in discussione ormai se l'Iran è un problema, se accumuli materiale nucleare da usare per lo sviluppo militare. Tutto ciò non è più in discussione. Ciò che è in discussione è solo quale tipo di sanzioni verrà applicato".
E a precise domande degli intervistatori sul collegamento tra lo stop della fornitura missilistica russa all'Iran e la minaccia israeliana di possibile sostegno al riarmo della Georgia, Netanyahu ha risposto con estrema abilità diplomatica: "Come fornitori di armi abbiamo cura di tenere conto di tutte le considerazioni in questo genere di rapporti, operando per la stabilità in regioni instabili, e ci aspettiamo che la Russia faccia la stessa cosa. [...] Ho accolto con soddisfazione le dichiarazioni di Medvedev (sul blocco delle forniture all'Iran) perché so che l'attuale politica russa è volta a promuovere la stabilità. Questa è buona politica. Non voglio dire di più e non confermo che abbiamo avuto colloqui su questo argomento. Il resto sono speculazioni della stampa".

E negli stessi giorni il segretario di Stato americano Hillary Clinton si trovava in missione diplomatica in un altro centro focale della crisi con l'Iran, la Penisola arabica. A Doha, nel Qatar, in un discorso davanti gli studenti del campus Carnegie Mellon, la Clinton ha lanciato l'allarme contro la deriva militarista di Teheran: "La vediamo in questo modo: crediamo che il governo iraniano, dal presidente al parlamento, sia stato soppiantato e che l'Iran stia andando verso una dittatura militare. E' il nostro punto di vista [...] Non attaccheremo l'Iran, stiamo invece cercando di unire la comunità mondiale per fare pressione all'Iran attraverso sanzioni delle Nazioni Unite. Queste pressioni saranno specificatamente rivolte alle imprese controllate dalla Guardia Rivoluzionaria [...ma...] è molto difficile restare passivi di fronte a un Iran armato e che continua a portare avanti il suo programma di armi nucleari".
Evocare un colpo di stato militare a Teheran (quasi una sorta di auspicio) può essere una delle tattiche utilizzate per indicare come ormai fuori controllo il regime iraniano, guidato da fanatici pronti ad usare le armi atomiche, e dunque giustificare qualunque intervento. Questo ha provocato la tagliente risposta del ministro degli Esteri iraniano Mottaki, a cui pare oggettivamente arduo controbattere: "Gli americani stessi sono imprigionati in una sorta di dittatura militare che impedisce loro di comprendere le realtà della regione. Cos'è dittatura militare: uccidere un milione di iracheni, per la gran parte innocenti, o stabilire scambi col popolo iracheno, accogliendo decine di migliaia di immigrati e aiutando il governo a mettere in sicurezza il paese, garantendone la sovranità, come stiamo facendo noi? Cos'è maggiore indizio di dittatura militare: attaccare sanguinosamente i matrimoni in Afghanistan o dare rifugio a tre milioni di afgani?".
La successiva tappa del viaggio della Clinton è stata Riyad per incontrare il re Abdallah. Scopo della missione, oltre rassicurare una Arabia Saudita che si troverebbe in prima linea in caso di attacco all'Iran, è la questione delle sanzioni e delle forniture energetiche destinate alla Cina. I sauditi forniscono già il 20% del petrolio di cui Pechino necessita, essendo il primo fornitore, seguiti proprio dagli iraniani con una quota del 15%. Gli americani vorrebbero che i sauditi fossero pronti a supplire col loro petrolio all'eventuale stop delle esportazioni iraniane in caso di sanzioni o peggio ancora di conflitto. Questo potrebbe rassicurare la Cina e spingerla a sostenere l'azione americana al Consiglio di Sicurezza, e tuttavia esporrebbe il paese del dragone al rischio di veder considerevolmente aumentare la quota del suo fabbisogno energetico sotto il controllo, diretto o indiretto, degli Stati Uniti, ovvero il proprio potenziale (o effettivo) antagonista nel contesto globale.
L'atteggiamento della Cina rimane una incognita, in una posizione estremamente delicata che corre sul filo della questione delle sanzioni. Nella precedente intervista già citata, Netanyahu ha mostrato estrema lucidità sul punto. Pur ribadendo, infatti, che le sanzioni devono essere applicate subito e in maniera aggressiva, il politico israeliano non si aspetta affatto che queste possano risolvere definitivamente il problema. Al contrario pare potersi interpretare che dal suo punto di vista (quello di un falco del "partito del bombardamento") come le sanzioni siano un semplice passaggio tattico destinato a risultare sostanzialmente inefficace ed a cui porre successivamente rimedio con una ulteriore escalation. Se, infatti, le sanzioni dovessero fallire, in questo gioco di continui rilanci, cosa arriverà dopo?

Fonte: clarissa.it

26 aprile 2009

La “Reductio ad Hitlerum” di Ahmadinejād

di Pino Cabras – da «Megachip»


Traduzioni diverse e inconciliabili, versioni misteriosamente sforbiciate, altre versioni arricchite da frasi mai pronunciate, un crash del sito presidenziale iraniano, pagliacci in sala, grandi assenti, alcuni presenti che se ne vanno in gregge. Tutto si può dire, sui discorsi del presidente dell’Iran, Mahmūd Ahmadinejād, ma non certo che passino lisci. Il suo discorso tenuto a Ginevra il 20 aprile alla Conferenza Onu sul razzismo non ha fatto eccezione. Si è visto il solito grande putiferio, le indignazioni e i trionfi. Ma soprattutto, grandissime manipolazioni a corto e a lungo raggio mediatico. Sullo sfondo, la questione della natura dello stato israeliano e le minacce di guerra all’Iran.

Si è ripetuto il solito schema in cui tutti sembrano presi da un’incombenza senza sapersi distaccare da essa.

Ahmadinejād si è fatto interprete di parole d’ordine dure, vulgate della storia che rappresentano Israele come una costruzione artificiosa e dannosa, e ha enfatizzato posizioni largamente condivise dall’opinione pubblica dei paesi islamici. Nelle parole pronunciate nel suo discorso non ha mai messo in dubbio l’Olocausto - come ha invece fatto ambiguamente in precedenti occasioni - ma diversi reportage del suo discorso di Ginevra si sono basati su questa frase non pronunciata.
Israele da parte sua ha mobilitato una campagna di influenza e comunicazione su scala planetaria che pretende di considerare l’Iran come una minaccia militare terribile, immediata e concreta. Assieme agli USA, Israele è l’unica potenza in grado di esercitare una pressione così efficace e coordinata, totalmente integrata con le strategie d’intelligence e militari, nei confronti delle posizioni di politici, diplomatici e direttori dei media di tantissimi paesi.

Gli organi d’informazione hanno amplificato una manipolazione della realtà che, parafrasando il padre dei neocon, Leo Strauss – potremmo definire «Reductio ad Hitlerum».
La Reductio ad Hitlerum (o «reductio ad nazium») è un modo di dire ironico che indica, nelle vesti di una locuzione latina falsa, un trucco dialettico volto a squalificare un interlocutore politico. Lo stratagemma sta nel paragonarlo a un personaggio scellerato (nel caso di massima, Adolf Hitler). Questo espediente polemico, secondo una tipica fallacia logica che ricalca l'«Argumentum ad hominem», vuol portare a estromettere la persona che ne è bersagliata dal terreno del normale dibattito politico fino a impedire un confronto sostanziale con le sue tesi.

Anche per Ahmadinejād i riferimenti a Hitler si sono sprecati, con il sottinteso che l’Iran, con il suo regime zeppo di poteri e contropoteri e la sua retorica anti-israeliana, non sia altro che la replica del ferreo regime totalitario e bellicista della Germania nazista. Una paragone storicamente insensato, ma su cui si baserà l’aggressione lungamente auspicata, il giorno che qualcuno porterà alle porte di Teheran un’altra guerra preventiva.

Così, un discorso del tutto privo di novità rispetto al verbo iraniano degli ultimi trent’anni è diventato in tutto e per tutto un pretesto per alimentare un’isteria mediatica ben guidata, che ha coinciso con bandiere israeliane in mondovisione da Auschwitz, minuti di silenzio per ricordare la Shoah, e minacce militari sempre più esplicite nei confronti dell’Iran – quasi un ultimatum a Obama - da parte degli scalpitanti generali israeliani.

Chi avesse voluto leggersi il discorso di Ahmadinejād sul sito ufficiale della Conferenza lo avrebbe trovato praticamente dimezzato, privo della sua reale portata argomentativa, già caricaturizzato. Come in altre occasioni, le sfumature sono state forzate dai traduttori. La mattina del 22 aprile il sito della presidenza iraniana è stato messo fuori uso e non ha potuto mostrare la versione ufficiale in inglese del discorso, intanto che le agenzie battevano la grancassa con le traduzioni “apocrife”. La versione “ufficiale” è infine ricomparsa, consentendo di risalire più fedelmente a quanto detto veramente dal presidente iraniano, anche nella versione italiana.

Per quanto il discorso non sia un capolavoro di raffinatezza, esprime una posizione politica legittima. La presenza in Israele di norme che discriminano in base a un’appartenenza “razziale” è un dato di fatto. Qualche anno fa l’ex presidente statunitense Jimmy Carter è stato fatto bersaglio di critiche estremamente aggressive per aver scritto un libro intitolato, non a caso, Palestine, Peace Not Apartheid.
Con Ahmadinejād la «Reductio ad Hitlerum» ha associato la critica a Israele a un odio nazista contro gli ebrei, e il polverone non ha più consentito distinzioni né valutazioni serene. L’operazione di mistificazione ha trovato molti complici.

Esemplare in proposito un articolo di Gad Lerner su «la Repubblica» del 22 aprile 2009, intitolato “Astuzie iraniane”. Pur concedendo che Ahmadinejād «non è il nuovo Hitler», Lerner trova il modo di infilare una sottile falsità: «Non ha più ebrei da perseguitare in casa propria.»
Invece l’Iran ospita la più numerosa comunità ebraica fra tutti i paesi a maggioranza mussulmana. Non solo: dopo Israele, l’Iran è la patria della seconda popolazione ebrea del Vicino Oriente. Gli ebrei sono esplicitamente tutelati dalla costituzione iraniana. A Teheran sono aperte 20 sinagoghe. E ci sono scuole, biblioteche, un grande ospedale gestito da un’organizzazione caritativa ebrea, frequentatissimi ristoranti kosher. Gli ebrei, in base alla legge, hanno diritto a eleggere un loro deputato in mezzo all’oceano demografico islamico. Sono dati facilmente verificabili e innegabili.

Ahmadinejād può non piacerci e può farci rimpiangere la presidenza del suo predecessore Khātamī, che irresponsabilmente l’Occidente ha lasciato consumare senza risultati. Possiamo usare metri diversi per giudicare Israele. Ma nulla giustifica le falsificazioni e i loro fini bellici.

Il dato di fondo è che la campagna va avanti insistente, da molti anni. Nel maggio 2006 circolò ad esempio in tutto il mondo la storia raccontata da un eminente neocon in merito a una nuova presunta legge in Iran che imponeva agli ebrei e alle altre minoranze religiose l’obbligo di indossare dei distintivi colorati. L’articolo da cui si era originato il tam tam era stato pubblicato sul quotidiano conservatore canadese «National Post» e portava la firma dell’iraniano-americano Amir Taheri, un editorialista di casa anche al «Wall Street Journal» (Amir Taheri, A Colour Code For Iran’s ‘Infidels’, «National Post», 19 maggio 2006). A corredo dell’articolo c’era una foto del 1935 che mostrava un uomo d’affari ebreo di Berlino che aveva cucita sulla sua giacca la stella gialla a sei punte, come imponeva il regime nazista. L’articolo del 2006, e talvolta anche la foto del 1935, vennero ripresi da vari giornali, come il «Jerusalem Post» e il «New York Post» di Rupert Murdoch. La notizia, assieme alle dichiarazioni indignate che ne seguirono, era falsa. Taheri aveva preso spunto da una discussione nel Parlamento iraniano sul codice di abbigliamento appropriato per i mussulmani. In nessun punto della discussione ci furono mai riferimenti a distintivi da far indossare alle persone di altre confessioni. Il direttore del «National Post» cinque giorni dopo la pubblicazione dell’articolo di Taheri scrisse un contrito editoriale di scuse per il grave errore (Douglas Kelly, Our mistake: Note to readers, «National Post», 24 maggio 2006).
Nel frattempo però la notizia aveva fatto il giro del pianeta, macchiando l’immagine iraniana con un persistente alone di falsa nazificazione. Come spesso accade, le smentite hanno meno spazio e arrivano tardi sulle emozioni che si sono sedimentate nella fase sensazionalista della notizia.
Tralasciamo pure altri esempi di episodi e frasi pesantemente manipolati (su tutti la frase mai pronunciata su Israele da “eliminare dalle cartine geografiche”). Sarebbero troppi i casi da citare. Possiamo limitarci a notare che in corrispondenza di fasi cruciali di valutazione della questione iraniana, in Occidente si moltiplicano gli articoli che mettono in cattiva luce l’Iran, ad esempio sui settimanali femminili. Ogni singolo caso di ingiustizie denunciate, preso per sé, è degno di attenzione. Ma un lettore davvero attento deve accorgersi che il tutto fa parte di un clima, di uno stato spirituale finalizzato alla demonizzazione coordinata, la “reductio ad Hitlerum”. Poiché la guerra di questo millennio tende a integrarsi sempre di più con il sistema delle percezioni dominato dai media, e poiché i piani di attacco all’Iran sono sempre presenti in questo scorcio di storia, la copertura mediatica sull’argomento dovrà essere sempre vista con un’attenzione critica in più.

Cioè non credete di primo acchito neanche a una parola. Rileggete tutto. Confrontate tutto.

19 giugno 2008

Dalle torri gemelle alla torre rotante



di Pino Cabras

Esiste la possibilità di costruire un grattacielo che funzioni a un passo naturale, che non consumi più di quanto sia in grado di rigenerare, che non sia un mostro energivoro?
Pare di sì, secondo alcuni visionari progettisti che abitano nella città che pure aveva già ridisegnato l’urbanistica moderna, Firenze.
L’opera è stata progettata dagli architetti David Fisher, Fabio Bettazzi e Marco Sala, il tutto con l’ausilio dell’ingegnere statunitense Leslie Robertson (co-progettista del World Trade Center di New York demolito l’11 settembre 2001, ma questa è un’altra storia).
Il nuovo edificio non cambierà però la skyline fiorentina, giustamente conservatrice, ma quella della città meno vincolata e più sperimentatrice che ci sia, Dubai, negli Emirati Arabi. Il 24 giugno 2008 il lavoro comincia sul serio.



I 59 piani dell’edificio saranno staccati l’uno dall'altro e ruoteranno ciascuno per suo conto. La nuova costruzione è già stata battezzata Rotating Tower. L’energia eolica e quella solare garantiranno l’autosufficienza energetica, in una misura che riesce davvero a stupire: meno del 20% dell’energia prodotta sarà consumata dalla torre pluri-rotante. Il voluminoso eccesso di energia (pulita e a costo tendente a zero) sarà immesso nella rete elettrica di Dubai.

Ogni piano si affaccerà su un panorama cangiante. Il profilo dell’edificio muterà di continuo, a una velocità abbastanza bassa da non provocare mal di mare, ma tale da porgere il senso di una trasformazione naturale. Vedremo tradotto in tecnologia e con poche mediazioni lo spirito giocoso di un bimbo alle prese con le costruzioni.

L'energia elettrica scaturirà dalle ventole low cost poste negli spazi fra i piani, che cattureranno l’energia eolica anche a bassi regimi (basta un vento a 12 km/h). Anche il movimento dei singoli piani, per effetto del vento, genererà energia. I pannelli fotovoltaici, collocati in corrispondenza di ogni piano, sfrutteranno molte ore di luce. In media ogni anno l’opera di Fisher e soci fornirà circa 190 milioni di kilowatt, qualcosa che vale a prezzi di oggi più di 7 milioni di euro. Realizzare la Rotating Tower costerà 350 milioni di dollari.

La vendita di appartamenti e ville realizzati all’interno del palazzo avrà un costo base di 5 mila dollari a metro quadrato. In certe nostre città vediamo prezzi ben più assurdi per palazzi infinitamente più banali.

Non che il lusso venga bandito. È pur sempre Dubai. Ci saranno un albergo a sei stelle, uffici e appartamenti di ogni misura, e fin qui tutto normale. Ma negli ultimi piani svetteranno anche cinque ville, ciascuna da 1.500 mq. La villa “Penthouse” avrà sul tetto una piscina e giardini che neanche a Babilonia.

Per i meno ecologici la Rotating Tower avrà anche un eliporto a scomparsa: una piattaforma che, all’occorrenza, farà capolino dal ‘guscio’ dell’edificio per far posare l’elicottero, senza irrigidire lo stile dinamico che dà senso a questa torre.

Nel progetto ci sarà sì uno spirito infantile, ma si tratta di un bambino taylorista: la Rotating Tower risulterà il primo grattacielo costruito in gran parte con sistemi industriali. La struttura sarà al 90% composta da moduli prodotti in uno stabilimento industriale da assemblare sul nucleo centrale.

Ciascun piano sarà fatto di 48 moduli che si adageranno già finiti sul cantiere. Anche gli impianti elettrico, idraulico e di condizionamento saranno chiavi in mano. L’assemblaggio meccanizzato dei moduli creerà un piano alla settimana. Saranno pertanto applicabili tecniche di sicurezza sul lavoro e del controllo qualità proprie di un’industria. Occorreranno meno tempo, meno energia e meno costi aggiuntivi. Al cantiere basteranno appena 90 tra tecnici e operai. Un grattacielo tradizionale di altrettanta mole avrebbe richiesto oltre 2000 persone.

Non so se questa torre ci parli di un futuro sostenibile. Le vie per una “decrescita felice” della nostra economia sviluppista ossessionata dal PIL possono essere tantissime, fatte di tante scelte meno legate alle città verticali. La dimensione ciclopica della nuova torre, per giunta collocata in una città che il PIL lo adora parecchio, come Dubai, qualche dubbio ecologico ce lo lascia ancora.
Non sappiamo i confini della sostenibilità in tutto il percorso che porta a un manufatto: i materiali, le fabbriche che li forgiano, le miniere che li estraggono, le case dei minatori, l’ambiente sociale che li accoglie e via a ritroso. Così come dobbiamo conoscere il percorso successivo di quel manufatto. Ogni invenzione è anche l’invenzione del suo cattivo funzionamento e crea problemi nuovi e complessi.

Eppure – nella sua monumentalità così leggera e volatile - questa strana trasposizione arabo-fiorentina del gioco di Rubik sembra proporre un salto di paradigma alle nostre certezze.
Sembra dirci che l’industria, l’urbanistica, il lavoro, l’energia possono fare in un istante un cambio di decenni.
Viene interrogata la nostra capacità di lasciar perdere senza rimpianti le tecnologie inutili ancorché grandiose come quella della vecchia energia nucleare.



Proporrei visite guidate al cantiere a Scajola e ad Ahmadinejād (che vogliono dissanguare i propri paesi nell’inutile inseguimento della tecnologia nucleare). Ma potremmo proporre una gita premio anche ai candidati alla presidenza USA, per ricordare loro che non è necessario dissanguare gli USA nell’inutile presidio dei pozzi di petrolio. Ci sono soluzioni più intelligenti.

7 giugno 2008

Il caso Ahmadinejad: le frasi sognate da Forbice

di Pino Cabras



Mahmūd Ahmadinejād



L'indescrivibile Aldo Forbice, buon ultimo, ha anche lui detto la sua su Mahmūd Ahmadinejād. Non lo ha fatto nella sua solita trasmissione radiofonica Zapping, quella dove sforbicia rudemente le telefonate sgradite degli ascoltatori.
Il Forbice-pensiero sulle frasi del presidente iraniano fa invece capolino nella sua rubrica – intitolata anch'essa Zapping, con uno slancio di originalità di quelli che fanno rischiare l'ernia – sulle pagine della catena di quotidiani «Epolis». Sotto il titolo del 6 giugno 2008 (Ahmadinejad e il potere del dio denaro), la rubrica di Forbice lamenta che l'uomo di Teheran al Tg1 «ha trovato lo spazio di ripetere, senza contraddittorio, i suoi deliranti monologhi sulla “necessità” di portare avanti il programma nucleare, sulla negazione della Shoah e su Israele che “deve essere cancellata dalle carte geografiche” (anche perché “l'ho promesso a Khomeini sul letto di morte”).»
Alt.
Analizziamo le affermazioni di Forbice.
Tralasciamo anche le doglianze per il mancato contraddittorio. Il contraddittorio lo fa il giornalista, se fa bene il suo mestiere. Altrimenti per ogni esternazione di una persona pubblica dobbiamo pensare di allestire lì per lì un dibattito con un omologo. Ahmadinejād un dibattito TV con Bush lo ha anche richiesto, ma non aspettatevi di vederlo nei prossimi cento anni. In realtà nella “lingua di legno” dei giornalisti-propagandisti, l'«assenza di contraddittorio» è uno marchio riservato solo alle posizioni eccentriche rispetto al loro sistema di propaganda.
Poi, perché definire «deliranti» le posizioni in tema di nucleare? Si può anche dubitare che quel programma abbia una destinazione unicamente civile, ma non si può certo definire un delirio il modo in cui la cosa è stata argomentata dal presidente dell'Iran. Se tanto mi da tanto, anche Scajola ha fatto «i suoi deliranti monologhi sulla “necessità” di portare avanti il programma nucleare». Ma Forbice questo non lo dice.
Di sicuro il discorso ambiguo del presidente iraniano sulla Shoah urta le nostre consapevolezze acquisite sulla storia europea, e giustifica le reazioni più aspre. Ma non è diverso da quanto hanno detto per decenni i vertici iraniani. Dove sarebbe la novità, l'allarme rosso?
Ma poi torniamo sempre lì. Torniamo alle frasi raccolte con tanto di virgolette da citazione autentica. Finiamo sempre su Israele che “deve essere cancellata dalle carte geografiche”. Forbice ci dice che Ahmadinejād ha detto quelle esatte parole, durante un Tg1 che milioni di noi hanno seguito, solo che lui ci deve ristrutturare il ricordo, magari accostando questa ferrea citazione al tocco impressionistico della promessa in limine mortis all'Imam.
Per grande sfortuna di Aldo Forbice esiste una trascrizione completa dell'intervista di Tiziana Ferrario a Mahmūd Ahmadinejād. La si può leggere QUI. Nessun accenno a carte geografiche: «quello che ho detto sul regime sionista era più che altro un annuncio. Cioè annunciavo che questo regime presto si disintegrerà e crollerà. Ci sono decine di motivi.» Ahmadinejād fa una lunga tiritera sul ruolo di Israele. Non la condivido affatto, ma la considero con attenzione, per capire, per vedere se ci sono pericoli in quel ragionamento. Ne vedo molti, ma non vedo minacce concrete che possano giustificare un allarme militare straordinario. Tanto più che c'è una frase che spiega ancora: «Qualunque missione che abbia avuto questo regime, è arrivata alla fine. Ci sarà una implosione. Noi sappiamo. Anche loro sanno bene, che il regime esploderà da dentro.» Da dentro. Non sono le dichiarazioni di un pianificatore militare. Sono gli auspici di un discutibile politico populista che non ha nemmeno poteri sulle forze armate né può dichiarare guerra. Ma tutto questo Forbice non lo dice. Cosa dice invece? «L'ho promesso a Khomeini sul letto di morte». E sì, questa è una frase sua, di Forbice, non del politico persiano, che al Tg1 non ha detto nulla di simile. Forse è Forbice che promette incubi sul letto dei sogni. Forse dormiva.

3 giugno 2008

Il caso Ahmadinejad : zuppa, pan bagnato e veleni propagandistici

di Pino Cabras



Mahmūd Ahmadinejād lo vedo proprio male.
I fucili dei media sono tutti puntati su di lui, e lui che fa? Se ne esce con brutte frasi su Israele, ancora una volta.
È già da tempo nel mirino, quello di chi lo disegna come un onnipotente dittatore che indirizza tutte le sue risorse militari verso un sogno di egemonia bellica. L’ennesimo “nuovo Hitler” da strapazzare come i precedenti “nuovi Hitler”, si chiamassero Saddām, Gheddafi, Noriega, Milošević.
E lui niente. Si tuffa ancora una volta incurante, a capofitto, nel tritacarne dei media.

In questo inizio di giugno 2008 non c’è giornale, da destra a sinistra, da est a ovest, che non scriva in prima pagina che il presidente iraniano, di nuovo, ha tuonato che Israele «è alla fine e verrà presto eliminato dalle carte geografiche».

Lo scrivono tutti, sempre, senza eccezioni, non può essere che così. L’ha detto.

E invece no, non l’ha proprio detto.

Il signor Ahmadinejād non ha mai parlato di carte geografiche, di mappe. Mai.

Tu leggi “carte geografiche” e ti immagini un dittatore che scruta una cartina militare distesa su un tavolo, dove individua un territorio con un popolo-bersaglio da incenerire. Chi batte su quella immagine e su quelle parole – carte geografiche - conosce bene la psicologia collettiva, l’immaginario, l’icona dei cattivi che pianificano freddamente le pulizie etniche per puro odio fanatico e integralista.
Eppure, anche se la frase viene martellata in ogni dove, con l’inflessione di una verità lampante, come a dire oggi è sorto il sole, i cani abbaiano, l’acqua disseta, quella frase è nondimeno un’invenzione totale, una citazione fraudolenta, un luogo comune ripetuto all’infinito dai mass media senza alcun filtro, nessun controllo, una qualsivoglia verifica. E lo posso dimostrare.
Voglio capire cosa ha detto esattamente il presidente iraniano, e mi muovo in questa ricerca sapendo che sarò molto infastidito dalle sue espressioni ostili. Ahmadinejād ha detto che il regime israeliano «has reached its end and will disappear from the scene» (“ha raggiunto la sua fine e scomparirà della scena”). La frase e il contesto sono riportati dall’agenzia iraniana IRNA (QUI)

Possiamo anche leggere in un’altra agenzia che «the president added that sooner or later the Israeli regime would disappear, stressing that its ally, the United States, was already on its way to losing power.» Ossia “il presidente ha aggiunto che presto o tardi il regime israeliano scomparirà, e ha posto l’accento sul fatto che il suo alleato, gli Stati Uniti, sono anch’essi già sulla via di perdere il potere”.

Sapete che vi dico? A me il presidente iraniano sembra un grave elemento di sfortuna per il popolo iraniano, e non mi sta per nulla simpatico.
Non mi faccio nemmeno intenerire dai suoi abiti di scarto di grande magazzino degli anni ottanta.
Le sue parole contro Israele sono spesso ostili e odiose, non accettabili nella dialettica fra le nazioni, parole irresponsabili e alla fine dannose per gli stessi iraniani (come ha sottolineato l’ex presidente Khātami).
Eppure dobbiamo stare attenti a non farci trascinare in un nuovo clima di guerra. Perché proprio la guerra all’Iran è uno dei prossimi punti dell’agenda della rivoluzione neoconservatrice.
Sull’odio, costruito con perseveranza, si gioca la conquista delle menti a favore della guerra.
Vedo con sospetto l’insistenza implacabile dei media su una falsa traduzione come questa, che si è già verificata in altre occasioni. Ogni volta che leggete di Ahmadinejād, meglio andate alle fonti, e leggetevi le traduzioni esatte, non quelle diffuse dai disinformatori tipo il MEMRI ai quali si abbeverano acriticamente tutti i media più importanti. Ho fatto così anche la prima volta che al presidente dell’Iran venne attribuita la frase mai proferita di voler «cancellare Israele dalla carta geografica», con il seguito di esecrazioni di tutti i leader del mondo occidentale. La traduzione corretta è QUI .

Perché dico che gli āyatollāh e il loro regime saranno brutti, ma non come li dipinge il gregge mediatico? Anzitutto, dobbiamo restituire le frasi scellerate di Ahmadinejād al proprio contesto, per capire se c’è davvero un nuovo Olocausto alle porte.
«A quanti dubitano, a quanti non credono, dico che un mondo senza l’America e il Sionismo è un obiettivo possibile»: parole di Ahmadinejād davanti a una folla fanatizzata, già nel 2005. In quella occasione gli occhi dell’ex sindaco di Teheran divennero ancora più piccoli, mentre ricordava che un giorno l’Imam Khomeynī (il leader della rivoluzione islamista del 1979) aveva dichiarato che il regime illegale dei Pahlavi doveva essere rimosso, e la cosa poi avvenne davvero nonostante lo scetticismo di chi sembrava capirne di politica. Che altro disse di memorabile Khomeynī? Disse che l’impero sovietico sarebbe scomparso, e così fu. Disse anche che Saddām doveva essere punito, e lo abbiamo visto in manette nel suo Paese. Ahmadinejād ricordava che Khomeynī disse anche che il regime di occupazione di Gerusalemme doveva «sparire dalla pagina del tempo», e con l’aiuto dell’Onnipotente, si vedrà un mondo senza America e senza sionismo, nonostante ci sia chi ne dubita (Safa Haeri, Iran on course for a showdown, «Asia Times», 28 ottobre 2005).

Non è un programma politico-militare: è un richiamo alla fede.
In sostanza dice: tutte le profezie di Khomeynī si sono adempiute, si adempierà anche questa.
Certo, il suono è fastidiosamente fondamentalista e fanaticamente messianico. Ma questa fede si riferisce a eventi promessi e adempiuti senza l’intervento dell’odierna repubblica islamica: la caduta dello Scià, la fine dell’URSS, la capitolazione di Saddām. Come dire: è stata la provvidenza, sarà ancora così.
Gli iraniani devoti non sono chiamati all’iniziativa bellica, bensì all’attesa.
Non è vero, insomma, che Ahmadinejād abbia detto: «distruggeremo Israele». Ha fatto conto su una futura ondata di lotte popolari che con l’aiuto di Dio avrebbe portato alla fine dell’attuale regime che occupa Israele (rezhim-e ishghalgar-e Qods, in lingua farsi). Non è la stessa cosa, attenzione. Devo distinguere, perché c’è in giro chi mi vuole già arruolare nella preparazione della prossima catastrofe bellica.

Sento già la classica obiezione in forma di proverbio contadino: “se non è zuppa è pan bagnato”. Ma non stiamo commentando piccole vicende rurali. Dobbiamo capire le sfumature e sapere se ci sono oppure no dei pericoli concreti.

La parola “scena” e l’espressione “pagina del tempo” non si possono tradurre con “carte geografiche”. Punto.
Né si può tradurre “il regime israeliano scomparirà” con “noi spazzeremo via Israele”. Punto.

Devo capire a chi parlava il presidente iraniano. Si rivolgeva a «quanti dubitano», molti in Iran. Il discorso di Ahmadinejād – pure infausto in questo clima di tensioni internazionali crescenti – era dunque a uso interno.
Il suo discorso tradisce la sua debolezza nel complicatissimo bilanciamento di poteri di Teheran, dove le autorità laiche e religiose si paralizzano reciprocamente in un macchinoso sistema di organi costituzionali. Non c’è un sistema totalitario votato a concrete iniziative espansioniste né a programmi distruttivi. Non c’è una vera ‘minaccia iraniana’ in atto, mentre la pericolosità militare del programma nucleare iraniano è gonfiata, come ha ammesso con forza e al massimo livello istituzionale tutta l’intelligence statunitense.
Non è zuppa, non è pan bagnato. La cattiva traduzione diventata senso comune è una pozione di veleno propagandistico che ci viene fatta bere ogni giorno.

Aggiornamento del 4 giugno 2008:
Il presente post è stato ripreso anche da
Megachip (QUI)
e da
comedonchisciotte (QUI)
nonché da
Arianna Editrice (QUI)

17 marzo 2008

Le dimissioni dell'Ammiraglio Fallon provocheranno nuove battaglie in Iraq

di Thierry Meyssan,

analista politico, fondatore del Réseau Voltaire.

Articolo originale: "La démission de l’amiral Fallon relance les hostilités en Irak",

13 marzo 2008.

Traduzione di Pino Cabras


.

Il generale William Fallon [Foto di Peter Yang, fonte: Esquire]


Contrariamente a quanto è stato scritto dai media più influenti, l’ammiraglio William Fallon non è stato mandato via perché si stava opponendo al presidente Bush in merito a un attacco all’Iran. Si è dimesso per sua iniziativa dopo che l’accordo che aveva negoziato e concluso con Teheran, Mosca e Pechino è stato sabotato dalla Casa Bianca. Questa decisione dell’amministrazione Bush rilancerà i combattimenti in Iraq ed esporrà fatalmente i soldati statunitensi a una nuova resistenza, stavolta sostenuta senza remore dall’esterno.

Erano ormai le ore 22 del meridiano di Greeniwich, martedì 11 marzo 2008, quando il comandante in capo del Central Command, l’ammiraglio William Fallon, annunciava dall’Iraq la presentazione delle sue dimissioni. Immediatamente a Washington, il segretario della Difesa, il suo amico Robert Gates, durante una conferenza stampa improvvisata faceva sapere che accettava questa decisione, seppure a malincuore. Nei minuti successivi, i rumori circa un possibile attacco statunitense all’Iran si sono sparsi in tutto il mondo. In effetti, le dimissioni dell’ammiraglio sarebbero state pretese dalla Casa Bianca in seguito alla pubblicazione di un reportage sul mensile Esquire che riportava i commenti «franchi» dell’ufficiale a proposito del presidente Bush. Nel medesimo articolo si poteva leggere che la rimozione dell’ammiraglio avrebbe contrassegnato l’ultimo segnale prima della guerra.

Nondimeno, questa interpretazione risulta sbagliata. Essa ignora l’evoluzione dei rapporti di forza a Washington. Per capire che cosa è in gioco, dobbiamo andare un attimo indietro. I nostri lettori, che sono stati regolarmente informati nelle nostre colonne sulle discussioni in corso a Washington, si ricorderanno delle minacce di dimissioni di Fallon, dell’ammutinamento degli ufficiali superiori, dei retroscena di Annapolis, e dell’infiltrazione della NATO in Libano che abbiamo riferito su queste pagine prima di tutti; delle rivelazioni dapprima contestate al momento della loro pubblicazione e oggi largamente confermate. Qui aggiungeremo informazioni inedite sui negoziati condotti da Fallon.

Il Piano Fallon

Dopo che l’establishment statunitense aveva approvato l’entrata in guerra contro l’Iraq nella speranza di ottenere sostanziosi profitti economici, progressivamente è giunto a più miti consigli. Questa operazione causa costi smisurati, sia diretti sia indiretti, ma non conviene se non a qualcuno. A partire dal 2006, la classe dirigente si è preoccupata di mettere fine a questa avventura. Ha contestato di volta in volta l’eccessivo spiegamento di truppe, il crescente isolamento diplomatico nonché l’emorragia finanziaria. Tutto ciò trovava la sua espressione attraverso il rapporto Baker-Hamilton, il quale condannava il progetto di rimodellare il Grande Medio Oriente e preconizzava un ritiro militare dall’Iraq, coordinato con un riavvicinamento diplomatico con Teheran e Damasco.

Sottoposto a questa amichevole pressione, il presidente Bush era costretto a far fuori Donald Rumsfeld e a sostituirlo con Robert Gates (membro egli stesso della Commissione Baker-Hamilton). Fu messo in campo un gruppo di lavoro bipartisan (la Commissione Armitage-Nye) per definire consensualmente una nuova politica. Ma si è verificato che il tandem Bush-Cheney non aveva rinunciato ai suoi progetti tanto che utilizzava questo gruppo di lavoro per sopire i suoi avversari, mentre continuava ad affilare le sue armi contro l’Iran. Per tagliar corto con queste manovre, Gates ha dato carta bianca a un gruppo di ufficiali superiori che aveva frequentato all’epoca di Bush padre. Questi hanno pubblicato, il 3 dicembre 2007, un rapporto delle agenzie d’intelligence che screditava il discorso falso della Casa Bianca sulla presunta minaccia iraniana. Inoltre essi hanno tentato d’imporre al presidente Bush un riequilibrio, a spese di Israele, della sua politica mediorientale.

L’ammiraglio William Fallon esercita un’autorità morale nei confronti di questo gruppo - che include l’ammiraglio Mike McConnell (direttore nazionale dell’intelligence), il generale Michael Hyden (direttore della CIA), il generale George Casey (capo di stato maggiore dell’esercito) e, di seguito, l’ammiraglio Mike Mullen (capo dei Joints chiefs of staff, gli stati maggiori riuniti delle varie armi). Uomo di sangue freddo, dotato di una brillante intelligenza, Fallon è uno degli ultimi grandi capi delle forze armate a poter vantare di aver prestato servizio in Vietnam. Preoccupato dalla moltiplicazione dei teatri operativi, dalla dispersione delle forze e dalla spossatezza delle truppe, ha apertamente contestato una leadership civile la cui politica non può che condurre gli Stati Uniti alla sconfitta.

Nel prolungarsi di tale ribellione, questo gruppo di ufficiali superiori è stato autorizzato a negoziare un’onorevole via di uscita dalla crisi con l’Iran e a preparare un ritiro dall’Iraq.

Secondo le nostre fonti, essi avevano immaginato un accordo in tre fasi:

  1. Gli Stati Uniti avrebbero fatto adottare dal Consiglio di Sicurezza un’ultima risoluzione contro l’Iran per non perdere la faccia. Ma tale risoluzione sarebbe stata senza reale sostanza e Teheran si sarebbe uniformata.
  2. Mahmud Ahmadinejād si sarebbe recato in Iraq dove avrebbe affermato gli interessi regionali dell’Iran. Ma il viaggio sarebbe stato puramente simbolico e Washington avrebbe lasciato fare tranquillamente.
  3. Teheran avrebbe fatto ricorso a tutta la sua influenza per normalizzare la situazione in Iraq e far passare i gruppi che sostiene dalla resistenza armata all’integrazione politica. Questa stabilizzazione avrebbe permesso al Pentagono di ritirare le sue truppe senza sconfitta. In contropartita, Washington avrebbe cessato il suo sostegno ai gruppi armati dell’opposizione iraniana, in particolare i Mujāhidīn del popolo.

Sempre secondo le nostre fonti, Robert Gates e questo gruppo di ufficiali, inquadrati dal generale Brent Scowcroft (ex consigliere nazionale della sicurezza), avrebbe sollecitato l’ausilio della Russia e della Cina affinché appoggiassero questo processo. Dapprima perplesse, Mosca e Pechino si sarebbero assicurate dell’assenso forzato della Casa Bianca prima di rispondere positivamente, sollevate dal fatto di poter evitare un conflitto incontrollabile.

Vladimir Putin aveva preso l’impegno di non approfittare militarmente del ritiro USA, ma aveva preteso che non se ne traessero le conseguenze politiche. Era stato dunque convenuto che la conferenza di Annapolis avrebbe partorito un topolino, mentre una conferenza globale sul Vicino Oriente sarebbe stata organizzata a Mosca per sbloccare i fascicoli che l’amministrazione Bush non aveva smesso di inasprire.

Putin accettava allo stesso tempo di facilitare il compromesso iraniano-statunitense, ma era impensierito da un Iran troppo forte lungo la frontiera meridionale della Russia. A titolo di garanzia, si convenne che l’Iran avrebbe accettato ciò che aveva sempre rifiutato : di non fabbricare da solo il suo combustibile nucleare.

I negoziati con Hu Jintao furono più complessi, giacché i dirigenti cinesi erano sconcertati nello scoprire fino a che punto l’amministrazione Bush avesse loro mentito in merito alla presunta minaccia iraniana. Occorreva innanzituttoristabilire la fiducia bilaterale. Per buona sorte, l’ammiraglio Fallon, che fino a poco tempo prima comandava la PacCom (zona Pacifico), intratteneva relazioni cordiali con i Cinesi.

Fu convenuto che Pechino avrebbe lasciato passare una risoluzione anti-iraniana del tutto formale al Consiglio di Sicurezza, ma che la formulazione di tale testo non avrebbe affatto ostacolato il commercio sino-iraniano.

Il sabotaggio

Di primo acchito, tutto sembrava funzionare. Mosca e Pechino accettarono di fare le comparse ad Annapolis e di votare la risoluzione 1803 contro l’Iran. Nel mentre il presidente Ahmadinejād si godeva la sua visita ufficiale a Baghdad, dove incontrò in segreto il capo dei Joint chiefs of staff, Mike Mullen, per pianificare la riduzione della tensione in Iraq. Ma il tandem Bush-Cheney non si dava per vinto e, no appena poteva, sabotava questo ben oliato meccanismo.

In primo luogo, la conferenza di Mosca spariva fra le sabbie mobile dei miraggi orientali ancor prima di esistere. In secondo luogo, Israele si lanciava all’assalto di Gaza e la NATO schierava la sua flotta al largo del Libano in modo da riattizzare l’incendio generale del Grande Medio Oriente, proprio mentre Fallon si sforzava di spegnerne i focolai uno ad uno. In terzo luogo, la Casa Bianca, di norma così pronta a sacrificare i suoi dipendenti, si rifiutava di abbandonare i Mujāhidīn del popolo.

Esasperati, i russi ammassavano la loro flotta a sud di Cipro per sorvegliare le navi della NATO e inviavano Sergei Lavrov a farsi un giro del Medio Oriente con la missione di armare la Siria, Hamas e Hezbollah al fine di riequilibrare il Levante. Nel frattempo gli iraniani, furiosi per essere stati ingannati, incoraggiavano la Resistenza irachena alla caccia dei soldati statunitensi.

Vedendo annichiliti i propri sforzi, l’ammiraglio Fallon dava le dimissioni, unico mezzo per lui di conservare alla lunga il proprio onore e la propria credibilità di fronte ai suoi interlocutori. L’intervista di Esquire, pubblicata due settimane prima, non è altro che un pretesto.

L’ora della verità

Nelle prossime tre settimane, il tandem Bush-Cheney si giocherà il tutto per tutto in Iraq facendo parlare le armi. Il generale David Petraeus, spingerà all’estremo il suo programma di contro-insurrezione, in modo da presentarsi vittorioso davanti al Congresso ai primi di aprile. Frattanto, la resistenza irachena, ormai sostenuta sia da Teheran sia da Mosca e Pechino, andrà a moltiplicare le imboscate e cercherà di uccidere il massimo di occupanti.

Spetterà allora all’amministrazione statunitense trarre le conclusioni dal campo di battaglia. O riterrà accettabili i risultati di Petraeus sul terreno e il tandem Bush-Cheney terminerà senza intoppi il suo mandato. O, per evitare lo spettro della sconfitta, dovrà sanzionare la Casa Bianca e riprendere, in un modo o nell’altro, i negoziati che l’ammiraglio Fallon aveva portato avanti.

Nello stesso tempo, Ehud Olmert interromperà le trattative iniziate con Hamas tramite l’Egitto. Egli surriscalderà la regione fino alla visita, in maggio, del presidente Bush.

Questa febbre regionale dovrebbe galvanizzare daccapo il dispositivo Bush, tanto negli investimenti nel settore militare-industriale del fondo Carlyle, la cui branca immobiliare è sull’orlo del fallimento, quanto nella campagna elettorale di John McCain.

Dal punto di vista di Washington, occorre continuare a sacrificare la vita dei GI’s per una guerra che è già costata 3 triliardi di dollari e far odiare gli Stati Uniti anche dai loro partner più fedeli, mentre essa non ha reso che solo ad alcune società possedute dal clan Bush e dai suoi amici?