5 ottobre 2016

Quei filmati di Al-Qa'ida? Li faceva il Pentagono

di Marcello Foa.
I video di Al-Qa'ida? Così falsi da sembrare veri e commissionati non da Bin Laden, ma dal Pentagono, per il tramite dell'agenzia di PR britannica Bell Pottinger che per almeno cinque anni ha lavorato in Iraq su mandato del Dipartimento della difesa americano ottenendo un compenso di oltre 100 milioni di dollari all'anno. Totale: 540 milioni di dollari, una cifra esorbitante.

Sì, sì, avete letto bene: certi filmati di Al-Qa'ida erano "made in USA". A rivelarlo è il Bureau of Investigative Journalism in un'ottima inchiesta appena pubblicata sul web, incentrata sulla testimonianza di un video editor, Martin Wells, che quei filmati li ha fatti in prima persona, e riscontri nei documenti ufficiali.


La storia è intrigante, quasi da film. Siamo a Londra. Wells, un video operatore free lance, nel maggio del 2006 viene contattato con la prospettiva di un contratto in Medio Oriente e al primo colloquio si accorge che il committente è molto particolare. Non è la solita società di produzione ma l'ambiente in cui viene accolto è militare; anzi di intelligence militare. Viene scortato da guardie armate all'ultimo piano di un palazzo. Il colloquio è breve e gli comunicano subito l'assunzione perché hanno fatto delle verifiche sul suo conto e lo hanno trovato «pulito». Tempo 48 ore e si trova a Baghdad in una base ultraprotetta, una centrale dove vengono pianificate operazioni di guerra psicologica, in gergo le psyops, alcune delle quali tradizionali. 
"Dovevamo produrre filmati "bianchi" ovvero nei quali la fonte era dichiarata, tendenzialmente si trattava di spot contro Al Qa'ida", spiega Wells.
Ma altre operazioni erano decisamente meno trasparenti. 
"La seconda tipologia era 'grigia': finti servizi giornalistici che poi venivano mandati alle Tv arabe". 
E poi c'era quella "nera" in cui la paternità dei video era "falsamente attribuita". Insomma false flag, che Wells spiega così: "Producevamo finti filmati di propaganda di Al-Qa'ida, secondo regole e tecniche precise; dovevano durare dieci minuti ed essere registrati su dei CD, che poi i marines lasciavano sul posto durante i loro raid, ad esempio durante un'incursione nelle case di persone sospettate di terrorismo. L'obiettivo era di disseminare questi video in più località, possibilmente lontani dal teatro di guerra perché scoprire filmati di quel genere in località insospettabili avrebbe aumentato il clamore e l'interesse mediatico". 
Dunque non solo a Baghdad, ma anche "in Iran, in Siria (prima della guerra) e persino negli Stati Uniti".
Capito? Certi angoscianti scoop che rimbalzavano sul web o in Tv in realtà erano fabbricati a tavolino da una società di PR britannica all'interno di una base statunitense in Iraq. E vien da sorridere pensando che poi erano la CIA o la Casa Bianca a certificarne l'autenticità.
Wells conferma modalità che gli esperti di spin conoscono bene. Il mandato viene affidato da un governo a società di consulenza esterne per aggirare la legge, evitare il controllo di commissioni parlamentari e proteggere le istituzioni nell'eventualità che queste operazioni vengano scoperte e denunciate dalla stampa, cosa che peraltro non accade quasi mai. 
I fatti svelati dal Bureau of Investigative Journalism infatti risalgono al periodo 2006-2011; nel frattempo la Bell Pottinger è passata di mano e le truppe americane si sono ufficialmente ritirate dall'Iraq. Lo scoop è sensazionale ma difficilmente assumerà rilevanza internazionale perché riguarda un passato lontano e infatti la maggior parte dei grandi media lo ha ignorato.
Intendiamoci. Il fatto che in un contesto di guerra, seppur particolare come quella al terrorismo, si possano concepire operazioni di questo tipo non sorprende. Lo insegnano, da secoli, Sun Tzu e Machiavelli. Il problema è che di solito sono limitate al teatro di guerra, mentre negli ultimi anni hanno assunto una valenza globale
Quella propaganda non è rivolta solo agli iracheni e agli attivisti di Al Qa'ida ma anche ai cittadini del resto del mondo, persino agli americani nonostante la legge statunitense lo vieti espressamente. Ed è diventata sistematica
Sappiamo che la guerra in Iraq è stata proclamata su accuse inventate a tavolino. Sappiamo che i report sull'andamento della lotta ai taliban in Afghanistan sono stati falsificati per anni ingigantendo i successi dell'esercito americano, sappiamo delle manipolazioni mediatiche di alcuni drammatici episodi del conflitto in Siria e sappiamo anche che alcuni filmati dell'ISIS sono stati postprodotti e manipolati, in certi casi anche con risvolti comici, come quello in cui i terroristi scorrazzano per il deserto iracheno su un pick-up con le insegne di un idraulico del Texas.
La frequenza e l'opacità di questi episodi pone un problema di fondo, molto serio: quello dell'uso e soprattutto dell'abuso delle tecniche di psyops, che non può diventare un metodo implicito di governo attraverso il condizionamento subliminale ed emotivo delle masse. Non nelle nostre democrazie.

4 ottobre 2016

Grillo ha bisogno di Pizza, altro che storie

di Pino Cabras.



Mi posso permettere di parlare con molta libertà del Movimento Cinque Stelle, nell'ora in cui questo perde Federico Pizzarotti, proprio lui, il suo primo sindaco di una città capoluogo, con tanto di saluto finale sprezzante di Beppe Grillo

Mi posso permettere tanta libertà perché ho combattuto contro i giudizi ingiusti che per anni sono stati espressi contro i cinquestelle, sia i giudizi di quelli che avevano interessi - spesso loschi - da difendere, sia quelli dei troppo pigri intellettualmente (quelli cioè che vedono il fascismo dove non c'è e non si accorgono di chi ha difeso in Parlamento la Costituzione contro la riforma Boschi-Verdini). 
Molti amici del MoVimento sanno che nel difenderli ho affrontato rimproveri e persino qualche insulto per solo amore della verità. 

Nel caso della vicenda di Pizzarotti la vedo molto semplice: a Parma nel 2012 si è prodotto per la prima volta lo schema che poi si è ripetuto uguale identico in tante altre città: un sistema di potere locale corrotto fino al marciume e imperniato sul PD - alla fine di un disastro che ha divorato le casse comunali - viene sconfitto al ballottaggio da una forza che non spunta come un fungo, ma viene da anni di opposizione senza sconti. 
Per il M5S votano insieme elettori di sinistra (disgustati e in fuga dal sistema imploso) ed elettori di destra che non voterebbero mai per quella sinistra. 
A Parma va dunque al governo un gruppo dirigente che si trova a gestire una catastrofe finanziaria senza avere una pregressa esperienza amministrativa, ma che sa rimboccarsi le maniche e identifica le priorità civiche all'interno della cornice delle leggi, senza dover rispondere ai ricatti paralizzanti del vecchio sistema di potere parassitario. 
Non riesce a fare tutto quel che vorrebbe, perché non tutto è nelle competenze azionabili dal Comune, ma se la cava decisamente bene. Certo, sul nuovo sindaco pesano i vecchi debiti, ma il solo fatto di essersi liberato dei parassitismi politici che c'erano prima di lui offre a Pizzarotti margini di manovra mai visti. Quei debiti li riduce del 45%, e il suo comune scala persino alcune delle classifiche che contano per giudicare la qualità della vita di una città rispetto a centinaia di altre. Accade addirittura che Parma, dapprima sull'orlo della bancarotta, riesca a diventare in pochi anni la 18° città italiana per stabilità economica

Insomma, Pizzarotti funziona, e funziona bene.

Quel che non funziona è il rapporto con la macchina politica che detiene il marchio del M5S, ossia il nucleo aziendale diBeppe Grillo e della famiglia Casaleggio, così come non funziona il rapporto con la seconda cerchia dell'emergente forza politica (il Direttorio). Ogni tanto il blog di Grillo nei confronti del "Pizza" scrive due o tre righe, sempre più fredde. È evidente che lui non è un tipo governabile con direttive dall'alto, perché possiede la pertinacia minuziosa e pragmatica di certi amministratori vecchio stampo, che hanno studiato i regolamenti fino a spremerne l'anima, gente che non convinci se prima non studi anche tu. 

Nel frattempo molti altri comuni vengono conquistati dal M5S. Stesso schema: municipi con una lunga storia di amministrazioni piddine spaventosamente tarlate vengono espugnati da liste con il marchio cinquestelle che riescono a vincere i ballottaggi e mettono sindaci non ricattabili dai vecchi poteri. 
L'arcipelago delle realtà locali pentastellate viene tenuto insieme sempre più a fatica da un movimento politico che - per non volersi dotare di regole da partito tradizionale - si trova a gestire le questioni politiche con regole evanescenti, meccanismi di garanzia troppo dipendenti dall'arbitrio di pochi, norme di inclusione-espulsione giuridicamente insostenibili. A peggiorare le cose ci si mette un Direttorio che - a dispetto del nome - non sembra ambire a dirigere il rapporto con le realtà locali, tranne eccezioni: i problemi minori, trascurati, diventano grandi e scavano solchi anche sul piano umano.
Fra questi problemi ci sono piccole grane giudiziarie che i sindaci del M5S subiscono quasi sempre perché il PD spodestato cerca una riscossa in tribunale. Anche qui, lo schema si ripete: gli esponenti del PD presentano degli esposti praticamente infondati, ma scritti abbastanza bene da costringere i magistrati a indagare e a far recapitare un "avviso di garanzia" all'amministratore pentastellato di turno. 
Se funziona bene la comunicazione fra l'amministratore e i livelli apicali del M5S, il MoVimento è garantista e attende che l'amministratore sia scagionato (come quasi sempre accade). 
Se quella comunicazione invece non funziona bene, come nel caso di Pizzarotti, il Movimento lo sospende e non revoca la sospensione nemmeno quando il sindaco di Parma viene prosciolto. Fino all'assurda cavillosità dell'ultima cosa che Grillo trova da dire a Pizzarotti: la richiesta dei «documenti che gli sono stati richiesti il 6 giugno e che non ha mai fornito». Dopo i balbettii di Di Maio sulle vicende romane, trattati con ben altra indulgenza, l'unica cosa che Grillo ha dire su un amministratore che esce pulito è questa pedanteria, riferita per di più a un regolamento interno che sarà sostituito proprio perché in tutta evidenza non funzionava. 
Allora traduciamo le cose in termini politici: nessuna norma avrebbe mai potuto dimostrare che Pizzarotti si comportava in contrasto con regole e azioni tipiche del M5S né il capo poteva espellerlo senza compiere violazioni della legge passibili di strascichi giudiziari. Così lo si è tenuto nel limbo, per spingerlo ad espellersi da solo, senza dargli una risposta che fosse una, nel merito, in modo pubblico, trasparente, conforme alle aspettative tanto decantate quando tutto doveva andare in streaming.
Era così insostenibile l'autonomia parmense? A me pare che la nomenklatura pentastellata abbia commesso un errore politico madornale che finirà per pagare a caro prezzo, tagliando fuori voci democratiche e creative. L'ultima cosa che serve a chi vuole costruire un'opposizione forte oggi e un governo popolare e pluralista domani.


29 settembre 2016

Disastro ferroviario in Algeria. Lo sapevate?


di Pino Cabras.
da Megachip.
Immagine tratta da Ennahar TV

Il 24 settembre, solo pochi giorni fa, in Algeria, un brutto incidente ferroviario ha causato un morto e centinaia di feriti. La notizia è passata inosservata in gran parte del mondo, tranne brevi richiami qua e là, come nel Mirror britannico.

In Italia addirittura nessun cenno. Ho controllato con i motori di ricerca: nada de nada, nisba.

Viceversa, l’incidente di oggi del treno in New Jersey, pur avendo la stessa esatta magnitudine di quello algerino, ha avuto lo squillante richiamo di notizia di apertura in quasi tutti gli organi di informazione dell’Occidente, compresi i telegiornali nostrani. Giovanna Botteri ci ha immancabilmente aperto il Tg3, ma lei lo aprirebbe anche se cadesse un albero a Kansas City.

Il messaggio trasmesso quindi non è: “c’è stato un incidente”; bensì: “solo le cose che succedono negli Stati Uniti sono importanti”.

Le altre storie, le altre visioni del mondo, le altre sofferenze, le altre speranze, le altre ragioni politiche, saranno riferite solo se i media occidentali daranno il permesso, volta per volta, secondo le loro convenienze e i propri pregiudizi. Persino la tv russa in lingua inglese, RT, oggi apre con il disastro del New Jersey, perché la nota di fondo che si suona a Ovest ha una forza preminente che si impone anche sulle abitudini di un'emittente che sa suonare un’altra musica. RT peraltro non ha bucato la notizia algerina.

Questo modo occidentale di narrare le storie ha tante applicazioni, specie in materia di guerra. Oggi ci fanno vedere i bambini che muoiono fra le macerie di Aleppo per commuoverci e indignarci, proprio quando l’esercito siriano guadagna terreno a danno dei jihadisti, quelli che il senatore USA John McCain chiama i nostri “asset”. Le nostre lacrime vengono manovrate con cinismo assoluto, perché gli stessi media non mostravano le vittime quando venivano mietute da tali impresentabili alleati, come del resto non mostrano le stragi saudite in Yemen, fatte con le nostre bombe.

Parlare di un incidente ferroviario locale come di una notizia mondiale è dunque un ingranaggio che fa parte di un meccanismo, di un sistema di pensiero funzionale alla guerra. Chi decide come farci percepire il diverso peso di ogni parte del mondo decide anche come farci percepire le guerre. Un direttore di TG costa meno di un F35, ma bombarda molto di più prima ancora che si combatta la battaglia finale.




26 settembre 2016

La guerra, Giovanna Botteri e i collegamenti mancanti


di Pino Cabras.
da Megachip.



Tg3 del 25 settembre, l'ennesimo servizio di Giovanna Botteri. Alla giornalista del Tg3 viene riservato un ruolo bizzarro: essere di fatto non la corrispondente da New York, ma dal Resto del Mondo, comunque via New York. 

Quel che accade nel pianeta appare o scompare nelle sue cronache secondo il suo arbitrio (o secondo l'arbitrio di chi le passa le carte nella sua sede). 

Fare o non fare certi collegamenti fra i diversi fatti conferisce alla giornalista un potere enorme: i fatti esistono anche senza di lei, ma la conoscenza dei fatti e i loro collegamenti reciproci esistono solo se lei li racconta. E lei non li racconta. Riferisce solo un punto di vista, quello della CIA, l’organizzazione più attenta alla qualità del giornalismo occidentale.

Ieri parlava di Aleppo. In questi giorni c’è un’offensiva del governo siriano per liberare la seconda città della Siria dalla morsa delle formazioni jihadiste alleate delle potenze NATO, che per lunghi anni l’hanno parzialmente occupata e per il resto assediata. I tanti morti di questa battaglia sono solo gli ultimi di una vicenda pluriennale, su cui Botteri ha taciuto. La corrispondente non entra nemmeno nei labirinti della vicenda. Per lei, come per tutti gli sponsor delle formazioni jihadiste, i russi hanno “rotto la tregua” e stanno compiendo niente meno che un “genocidio”. 

Non sto a ricordare che la tregua l’ha rotta l’attacco aereo statunitense di Deir ez-Zor (che ha massacrato la guarnigione siriana che resisteva all'ISIS e si è accompagnato a una puntualissima offensiva della stessa ISIS, e su cui Botteri non ha detto né ai né bai). Né sto a ricordare quanto si abusi della parola genocidio per patrocinare la propaganda di una parte in guerra e ‘hitlerizzare’ il nemico (un trucco criminale che funziona sempre).

Attiro invece l’attenzione sul collegamento che Giovanna Botteri – colpevolmente – non fa né oserà mai fare. Mentre le grandi potenze occidentali stigmatizzano le perdite di vittime civili in Siria e le attribuiscono ad Assad e a Putin, in questi giorni quelle stesse potenze battono ogni record nel fornire armi di ogni tipo all’Arabia Saudita, cioè il principale finanziatore e fornitore di ISIS e simili. È quella stessa Arabia Saudita che sta anche bombardando selvaggiamente la popolazione civile dello Yemen, proprio in queste ore, come fa da due anni in qua. Da quando il premio Nobel della pace Barack Obama è alla Casa Bianca, gli USA hanno dato all’Arabia Saudita la bellezza di 115 miliardi in armamenti, cui si aggiungono le forniture di bombe sardo-tedesche che partono dall’aeroporto a 10 km da casa mia.
 Decine di migliaia di morti e milioni di senzatetto non scandalizzano le potenze che aiutano i massacratori. E perciò non scandalizzano Giovanna Botteri, che non ne parla, impedendo a milioni di persone di avere una visione completa del quadro. 

Fino a prova contraria, lo stipendio a Giovanna Botteri lo paghiamo noi, non la CIA. E allora, perché ci propone soltanto il punto di vista della CIA?
Mi dicono che faccio domande ingenue. Ma preferirei che le sue veline venissero lette direttamente da un funzionario della CIA. Disintermediare per risparmiare.


22 settembre 2016

Virginia Raggi contro il ceto politico-affaristico criminale

di Pino Cabras.

C'erano pochi dubbi sulla causa principale delle difficoltà che ha dovuto affrontare la sindaca di Roma Virginia Raggi nei suoi primi mesi alla guida dell'Urbe: non le carenze pur notevoli della classe dirigente che lei ha portato al Campidoglio, ma i difetti della classe dirigente contro cui fa fronte, un ceto affaristico-politico criminale fra i più avidi del pianeta, al potere da generazioni. Dire no alle Olimpiadi a Roma è, semplicemente, dire no a un potere sfrenato e finora senza contrappesi che ormai ha un unico progetto: arraffare.

Guardiamoci negli occhi senza dar retta alla solita retorica vuota con cui quel potere vuole fregarci: il rimpianto delle occasioni perdute, le glorie di una vetrina planetaria, i soldi che daranno un'anima a mille betoniere e mille gru, il PIL futuro, il soffio vitale delle Grandi Opere. O addirittura lo spirito olimpico in persona.

Andiamo sul concreto, invece, e valutiamo bene tutti i disastrosi precedenti, così guardiamo soprattutto negli occhi degli imprenditori tipici di queste opere e negli occhi dei politicanti e giornalisti corrotti che li accompagnano. Tutti questi personaggi dovrebbero trovare, chissà dove, le qualità per elevarsi sopra quei precedenti. Tuttavia, né i precedenti italiani né quelli di altri paesi offrono alcun appiglio. Abbiamo a che fare con gente che non è in grado di elevarsi sopra alcunché. Quei precedenti li tengono giù per terra: non c'è "Grande Opera" degli ultimi trent'anni in Italia - fra quelle che hanno sfruttato qualche circostanza "eccezionale" e richiamato miliardi in deroga a procedure ordinarie - che non abbia prodotto più debiti e più tangenti, con ben pochi benefici per i cittadini e molta sofferenza per le casse pubbliche.

Nel mondo, non si trovano casi di Olimpiadi - tranne poche peculiari eccezioni, non certo ripetibili nell'Italia di oggi - che negli ultimi decenni non abbiano inflitto colpi terribili al bilancio delle città interessate. Quando il sacrificio economico alla fine riusciva a non contare, era perché dietro c'era anche un progetto politico vero. La voragine di quaranta miliardi di dollari di Pechino, ad esempio, serviva a far dire ai cinesi: "ciao mondo, eccoci qui, siamo quasi la prima potenza, abbiamo un sacco di cose da raccontarci!"

Cos'avrebbe avuto invece da raccontare al mondo la Roma del "generone" del XXI secolo, una volta fatto l'ennesimo buco miliardario?

Cos'avrebbe garantito nella gestione del denaro pubblico una classe dirigente nazionale che non sa sfruttare nemmeno i miliardi dei fondi europei?

A cosa sarebbero state sottratte queste risorse? Qualcuno dimentica che l'Italia non batte moneta, ma prende a prestito una moneta "straniera" che le costa tanto e la porta a tagliare via via le spese sociali. Da quando c'è l'euro, le Olimpiadi estive si sono tenute una sola volta nell'eurozona: in Grecia. Dobbiamo aggiungere altro?

Facciamola breve. Nelle condizioni attuali delle classi dirigenti italiane, fare il processo alle intenzioni è puro realismo: quelli che volevano imporre le Olimpiadi le avrebbero usate per un'immonda mangiatoia, avrebbero ridotto il comune di Roma a un rimorchio trainato dalle scelte dei palazzinari, senza che gli amministratori eletti potessero decidere le alchimie e le aree da trasmutare da ruggine a oro zecchino.

Sul corpo dell'eterna capitale corrotta, dell'eterna nazione infetta, avrebbe avuto inoltre buon gioco ad adagiarsi una delle organizzazioni più purulente del capitalismo planetario, il movimento olimpico attuale. Per inerzia si pensa ancora a De Coubertin. Realismo vorrebbe che per descriverlo si ripassasse invece l'abc del giornalismo antimafia.

Tutto questo non significa per forza "ordinaria amministrazione". Sono emerse persino proposte molto immaginifiche per progettare un'Olimpiade più sobria, più popolare, da finanziare con una moneta complementare, come ha proposto Nino Galloni. Per quanto detto fin qui, è tuttavia irrealistico usarla nel caso delle Olimpiadi (in mano a poteri che non hanno di questi programmi), mentre la misura di una moneta complementare avrebbe molte applicazioni per fare opere utili, piccole e diffuse. Pensiamoci, non solo per Roma.

20 settembre 2016

GRATTACIELI DELLE BUGIE - Servizio di Rossiya1 sull'11 settembre

PANDORA TV - Speciale.

Il primo canale russo ha prodotto, trasmettendola in prima serata, un’inchiesta sull’11 settembre 2001. 

Oltre a interviste a Giulietto Chiesa, Richard Gage e altri esperti sui mega-attentati di New York e Washington, il servizio mette in luce analisi e fatti nuovi.
Il ruolo delle esercitazioni militari e la costituzione di giganteschi fondi neri per centinaia di miliardi di dollari.



Traduzione di Geraldine DTK.


18 settembre 2016

ISIS Air Force: gli aerei di Obama fanno strage di soldati siriani

di Pino Cabras.
da Megachip.
ARTICOLO AGGIORNATO IL 18 SETTEMBRE 2017, h.9:30, dopo l'attentato a Manhattan


Siamo di fronte a una svolta drammatica nella situazione internazionale. Un gravissimo episodio militare con una strage in Siria avviene lo stesso giorno in cui qualcuno tenta una strage a New York. La bomba di Manhattan, dato il luogo, attira più attenzione e distrae verso altre tensioni, al prezzo di trenta feriti. Ma sono le bombe in Siria a cambiare lo scenario.

Nel pieno dell'incerta tregua negoziata da Russia e USA, un attacco aereo a sorpresa, condotto dalle forze aeree della "coalizione" a guida statunitense, ha colpito con bombe al fosforo le posizioni dell'esercito siriano nei pressi della città orientale di Deir ez-Zor, intorno alle ore 17 di sabato 16 settembre, uccidendo oltre un'ottantina di soldati

Per singolare e perfetta coincidenza, dopo il bombardamento è scattata immediatamente un'offensiva delle forze di Daesh (ISIS), tese a riconquistare posizioni strategiche in una delle aree chiave per la tenuta territoriale dello pseudo-Califfato. L'offensiva jihadista è stata bloccata con un ulteriore costo in termini di vite umane pagato dall'esercito di Damasco.
Altra "coincidenza": si intensificano nel Sud della Siria gli attacchi israeliani all'esercito siriano impegnato in operazioni militari contro milizie jihadiste legate ad Al-Qa'ida.

Per capire la gravità della situazione, si consideri che la Russia ha convocato una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza dell'ONU per discutere del bombardamento di Deir Ez-Zor, che - a quanto conferma il portavoce del Ministero russo della Difesa, Igor Konachenkov - è stato condotto da due cacciaF-16, due aerei di attacco al suolo A-10 e un drone, tutti entrati dalla frontiera irachena.
Da parte americana, il CentCom (il Comando Centrale degli Stati Uniti) ha dichiarato che si è trattato di un errore perché «la Siria ha una situazione sul terreno complessa con varie forze militari e milizie che combattono in prossimità».
I militari siriani dichiarano che non se la bevono, e accusano gli USA di essere l'aviazione di Daesh.
Mosca inizia dapprima con una dichiarazione circospetta e fa notare che - come minimo - gli USA agiscono con irresponsabilità: «Se l'attacco aereo è stato causato da dalle coordinate errate di obiettivi, allora si tratta di una diretta conseguenza della ostinata mancanza di volontà della parte americana di coordinarsi con la Russia nelle sue azioni contro i gruppi terroristici in Siria», ha sottolineato Konashenkov, lasciando uno spiraglio all'interpretazione dell'aggressione come un errore, seppure criminalmente colposo.
Tuttavia, con il passare delle ore, le accuse russe diventano molto esplicite e dirette.
La portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha dichiarato all'emittente Rossiya 24 : «Se già precedentemente potevamo dubitare che la Casa Bianca proteggesse il Fronte Al-Nusra, ora, dopo l'attacco aereo contro l'esercito siriano, possiamo trarre una conclusione inquietante per il mondo intero: la Casa Bianca protegge Daesh».
Mosca - nell'osservare una serie infinita di doppiogiochismi sulla vicenda siriana - ha sempre presenti le prime reazioni di due grandi vecchi dell'imperialismo USA, Zbigniew Brzezinski eJohn McCain: entrambi, non appena era iniziato l'intervento russo in Siria, nell'autunno del 2015, imputavano a Mosca di "distruggere i nostri asset". Dove gli asset, le risorse, erano i jihadisti che venivano armati in mille modi, direttamente o indirettamente, dagli USA e i loro alleati.

Una parte delle classi dirigenti washingtoniane non vuole rinunciare a usare l'ISIS e le altre formazioni jihadiste come propria risorsa strategica
O il presidente Barack Obama è complice diretto di questa scelta o non controlla i suoi falchi. In entrambi i casi Washington ci porta sull'orlo della catastrofe. Può bastare l'abbattimento legittimo di altri aerei coinvolti in simili provocazioni per scatenare uno scontro diretto con conseguenze terribili. Altro che tregua.


Nel frattempo l'ambasciatrice USA all'ONU, il super falco Samantha Power, scrive una dichiarazione direttamente col mitra. Dice che la richiesta di convocare il Consiglio di Sicurezza dell'ONU è solo un trucco e che l'ISIS è colpa di Damasco e di Mosca. Power fa il nome di Assad e attacca la Russia. Ma in realtà il suo bersaglio è il segretario di Stato Kerry, che ha negoziato la pace in Siria. Pronuncia il suo discorso a Manhattan, e le sue parole si confondono fra le sirene delle ambulanze di New York.

Siamo in buone mani.