17 settembre 2009

Via da Kabul, dove è sempre strage

di Pino Cabras – da Megachip.

L'inutile guerra afghana in un solo colpo ha ucciso sei italiani. Non siamo abituati a fare i conti con questi prezzi, e perciò la notizia per giorni occuperà le prime pagine. Potrebbe occupare assai meno spazio togliendo le tante cose inutili: la retorica, il cordoglio stereotipato, fino alle analisi sbagliate di questo o quell'esponente del Governo e del Partito Democratico.

Ci sarà invece poco spazio per l'unica riflessione che ora conta: come andarsene?

La notizia della strage di Kabul ha raggiunto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel corso della sua visita ufficiale in Giappone. Probabile che interromperà il viaggio per rendere onore ai caduti con un solenne funerale di Stato. Tutti si aspettano questo da lui, che di suo non è tipo da sottrarsi ai rituali di un mondo politico che piange molto ma pensa poco. Sarebbe un atto coraggioso se invece continuasse la visita a Tokyo. Lì si è appena insediato il nuovo governo, formato per la prima volta da un partito, il Partito Democratico (quello giapponese, che è un'altra cosa), il quale da tempo pone l'urgenza di cambiare totalmente approccio alla guerra afghana, persino a partire dalla sua giustificazione originaria, gli attentati dell'11 settembre 2001, le cui versioni ufficiali sono messe in dubbio dai suoi massimi esponenti. Un coraggio che dalle nostre parti non si è meritato neanche un trafiletto.

E così continua l'immane spreco, di vite, di risorse, di prospettive. Recentemente, su «Asia Times», il giornalista d'inchiesta Pepe Escobar ha fatto un'analisi spietata sulle prospettive della guerra in Afghanistan: «dal novembre del 2001 al dicembre del 2008 l'amministrazione Bush ha bruciato 179 miliardi in Afghanistan, la NATO 102 miliardi. L'ex capo della NATO Jaap de Hoop Scheffer disse che l'Occidente avrebbe mantenuto le proprie truppe in Asia Centrale per 25 anni. Il capo di Stato maggiore britannico, Generale David Richards, lo corresse: gli anni sarebbero stati 40. Potete contare sul fatto che nel 2050 i taliban – “cattivi”, in forma e immuni al surriscaldamento globale – combatteranno ancora contro Enduring Freedom.»

Non sappiamo se la guerra durerà sino ad allora, anche perché ignoriamo se sarà considerato ancora sostenibile continuarla.

Il generale Stanley McChrystal chiede altri 45mila soldati statunitensi da aggiungere ad altri 52mila americani, e ai 68mila mercenari presenti da marzo 2009. Non stiamo includendo nel conto decine di migliaia di soldati NATO. Una simile strategia implica che in breve tempo saranno impantanati in Afghanistan più americani di quanti fossero i sovietici nel pieno dell'occupazione di quel paese oltre vent'anni fa. Tra le promesse facili di Berlusconi ora abbiamo il suo sonoro «yes» a Barack Obama, quando questi gli ha chiesto di raddoppiare il contingente italiano, dopo otto anni di una “Guerra al Terrore” che finanche la maggioranza dei cittadini americani considera praticamente senza sbocchi, cioè persa.

Una strage, Kabul come Nassiriya, sveglierà invece la retorica, le piazze da intitolare ai “nostri martiri”, in un'ottica tutta provinciale che non coglie che, da quelle parti, di Nassirya ne succedono quattro al giorno. Servirà una grande operazione di verità sulla missione in Afghanistan. Una missione di guerra, che nessuno sforzo orwelliano né la trita ampollosità di Napolitano può più mascherare – ancora oggi - come una «missione internazionale per la pace e la stabilità».


16 settembre 2009

11/9: La verità avanza, nonostante tutto

di Giulietto Chiesa - Megachip.

Sono trascorsi 8 anni da quel tragico 2001 e ancora non conosciamo la verità su quello che accadde l’11 settembre. Invero sappiamo sempre di più, ma per conto nostro, tutti quelli che caparbiamente insistono per cercare la verità, mentre il mainstream continua a tacere, seppure le crepe nel muro del silenzio aumentino.

Chi, come noi, dubitò fin dall’inizio sulle versioni che via via vennero fornite al pubblico dalle autorità americane fu immediatamente bollato come “complottista” (ed è stato questo, in questi anni, l’epiteto più gentile) e, naturalmente, “antiamericano” Cioè furono definiti complottisti quelli che cercavano di smascherare il complotto, non quelli che lo costruirono. Per quanto concerne l’antiamericanismo, si tratta del solito trucco - tecnicamente diversion - di far guardare il dito che indica la Luna invece della Luna.

Eppure i nostri dubbi (parlo al plurale perché sono dubbi condivisi, stando ai sondaggi, dal 53% degli stessi americani) non solo non sono stati dissipati, ma sono col tempo diventati una serie di certezze, mentre altri dubbi, e interrogativi, sono emersi in gran numero su cose che prima non sapevamo, non avevamo visto, non sospettavamo neppure che esistessero. Questo grazie al fatto che in tutto il mondo esistono dei punti di rilevazione, di analisi e raccolta dati, che continuano incessantemente a funzionare e a comunicare ciò che scoprono.

Non intendo qui ripercorrere tutte le analisi che noi (i creatori del Film “Zero”, gli autori del libro “Zero” insieme a migliaia di altri) abbiamo promosso e realizzato. So bene che attorno ad essere vi sono state e vi sono accese discussioni e che piccoli drappelli di più o meno sprovveduti e interessati debunkers sono operativi nel tentativo, spesso maldestro - quasi sempre con intenti calunniatori e non di verità – di contestarle.

Ma io voglio fare riferimento ai dati nuovi che sono emersi dopo il lavoro della Commissione che fu istituita con legge speciale alla fine del 2002 (vincendo l’aspra resistenza della Casa Bianca di Bush, Cheney, Rumsfeld, Rice) e che emise il suo ridicolo e al tempo stesso gravissimo verdetto – adesso lo sappiamo con assoluta certezza – alla fine dell’estate del 2004.

Mi riferisco soprattutto a tre libri, tutti e tre usciti negli Stati Uniti, ad opera di autori americani, in due dei tre casi protagonisti personalmente, nel terzo caso di un osservatore qualificato e tanto “imparziale” da sfiorare in più punti la soglia dell’ingenuità, se non del ridicolo. E tuttavia molto bene documentato per quanto concerne i fatti reali. Cioè, proprio per la sua apparentemente candida decisione di non concedersi nemmeno le più ovvie e inevitabili deduzioni, straordinariamente interessante e rivelatore.

Parlo – a proposito di questo terzo autore – del volume di oltre 500 pagine (edizione italiana) scritto da Philip Shenon, uscito nel 2008 e rimasto per settimane in testa alle classifiche di vendita negli Stati Uniti con il titolo “The Commission”. Shenon è corrispondente del «New York Times», è considerato uno dei più autorevoli reporter investigativi statunitensi, e non ha certo scritto quello che ha scritto senza consultarsi con il suo giornale e con il suo editore, dai quali aveva ricevuto l’incarico di seguire, passo passo, il lavoro della Commissione. Dunque Philip Shenon esprime l’opinione e i sentimenti di una parte non secondaria dell’establishment e del giornalismo americano.

Quanto sia pesante il contenuto di ciò che scrive lo dice il titolo che l’autore ha consentito venisse dato all’edizione italiana (Piemme, Milano 2009): “OMISSIS - Tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre”. Ma tornerò su alcune “rivelazioni” più avanti. Non senza avere rilevato (ecco perché ho messo le virgolette) che si tratta di un riconoscimento tardivo e reticente di molte cose che noi avevamo rivelato, senza virgolette, assai prima di Shenon. E quando dico “noi” dico i moltissimi, in Italia, ma soprattutto negli Stati Uniti, che ci hanno preceduto e accompagnato in questi anni nella ricerca della verità sull’11 settembre.

Gli altri due libri citati sono “Against all Enemies” (2002) di Richard Clarke, colui che guidò l’intera materia della caccia a bin Laden, con Clinton, fino ai primi mesi di Bush Junior, il coordinatore della lotta al terrorismo e che fu seccamente liquidato da Condoleeza Rice appena arrivata al potere. E “Without Precedent” (2006), i cui autori sono niente meno che Kean e Hamilton, i due presidenti della Commissione che produsse il definitivo (e, ripeto, sbalorditivo) rapporto finale della Commissione, il “9/11 Commission Report” (Da ora in avanti Report). Di questi due ultimi volumi, solo il libro di Clarke è uscito in edizione italiana.

Ebbene, è proprio Hamilton, democratico, che denuncia ora, a misfatto compiuto, come la Commissione sia stata fuorviata da “informazioni non attendibili”, e sia stata impedita nell’accesso a documenti essenziali all’indagine, inclusi i verbali degl’interrogatori di Khaled Sheikh Mohammed (KSM). Scrive Hamilton: “Noi (…) non avemmo alcun modo di valutare la credibilità dell’informazione del detenuto. Come potevamo affermare se un tale di nome Khaled Sheikh Mohammed (…) ci stava dicendo la verità?” (“Without Precedent”, pag 119). Adesso, nel 2009, sappiamo che quella confessione fu estorta con la tortura e dunque che essa non ha alcuna validità, di fronte a nessun tribunale, nemmeno di fronte a un tribunale militare americano.

Ma anche nella sua palese invalidità di principio, quella confessione contiene una presunta “verità” alla quale gl’inquirenti della CIA hanno detto di credere (e non stupisce visto che, con ogni probabilità, essi stessi l’hanno inventata, estorcendola con la tortura all’inquisito). Questa verità contraddice platealmente l’attribuzione della paternità degli attentati dell’11 settembre a Osama bin Laden, visto che KSM confessa la paternità di questa e di una trentina di altre operazioni terroristiche in ogni parte del mondo, fino alla famosa “Operazione Bojinka”. Nello stesso tempo Osama, il most wanted terrorist non è accusato dall’FBI per gli attentati dell’11 settembre ma solo di quelli delle due ambasciate americane in Africa, del 1998. E, in ogni caso, nessun procedimento penale è mai stato aperto nei suoi confronti. E sono passati undici anni!

Eppure, nonostante questa massa di incongruenze, il Rapporto lo indica come il responsabile dell’11 settembre. Hamilton, nel suo libro, tace completamente sull’intera questione. Sulla quale il deputato democratico giapponese, Yukihisa Fujita gli ha inviato una lettera con esplicite domande (che qui verranno tra poco richiamate) su questa e altre faccende concernenti incongruenze e omissioni contenute nel Rapporto, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Mentre altre, molte domande rimangono aperte a minare alla radice tutta l’inchiesta.

Tra queste il ruolo giocato dal Direttore Esecutivo della Commissione, Philip Zelikow. L’elenco delle malefatte provate di Zelikow è opera di Philip Shenon ed è davvero impressionante. Shenon non ha inventato niente; ha intervistato «quasi due terzi degli 80 membri dello staff» della Commissione e ha raccolto «le dichiarazioni di quasi tutti i dieci commissari». Otto per la precisione perchè due di loro, i repubblicani Fred Fielding e James Thompson, rifiutarono di farsi intervistare. Shenon spiega anche perché «in qualsiasi rapporto sul lavoro del governo, soprattutto per quanto riguarda i servizi segreti e le informazioni classificate, è quasi sempre necessario ricorrere a fonti che non possono essere identificate per nome». Esse infatti «avevano ottime ragioni perché i loro nomi non comparissero. Dopo che la Commissione chiuse i suoi battenti nell’agosto 2004, molti membri dello staff ripresero i rispettivi lavori alla CIA, al Pentagono, o nelle agenzie governative e avrebbero rischiato di perdere il posto, o addirittura di finire sotto processo, se si fosse scoperto che avevano parlato con un giornalista».

Con ciò, sia detto per inciso, facendo giustizia della domanda più sciocca con cui spesso mi è toccato di scontrarmi: «Come è possibile che nessuno (dei tantissimi che hanno preso parte all’operazione) abbia parlato?», poiché l’operazione di insabbiamento e falsificazione è sempre parte integrante dell’insieme , come in tutte le operazioni di terrorismo di Stato, possiamo affermare che la risposta corretta nega la domanda. Infatti c’è un sacco di gente che “ha parlato”, eccome ha parlato! E ci sono stati decine di testimoni che hanno parlato, ma sono stati cancellati. E altre decine di testimoni a conoscenza dei fatti non hanno potuto parlare perché qualcuno ha deciso di non ascoltarli. Così il grande pubblico non ha saputo nulla perché molto è stato eliminato dal pubblico discorso prima ancora di venire pronunciato , ma anche perché attorno alle dichiarazioni di coloro che, accidentalmente, hanno potuto parlare, è stato innalzato un muro di silenzio, che il mainstream informativo ha rispettato scrupolosamente.

Torniamo dunque all’ingegnere esecutivo di questa altamente sofisticata operazione di diversione e d’inganno: il già citato Philip Zelikow. Il quale fu nominato alla guida della Commissione in chiara violazione della legge che la istituiva, che escludeva categoricamente tutti coloro che avessero avuto conflitti d’interesse, cioè che potessero essere in qualche modo collegati con l’Amministrazione di Washington. È evidente, già da questo dettaglio che la Commissione avrebbe dovuto indagare in quella direzione. Ma non indagò e, per quel poco, lo fece proteggendo coloro che avrebbero dovuto essere obbligati a dare le informazioni essenziali e non le diedero.

Zelikow aveva un mare di conflitti d’interesse.

Da Shenon veniamo a sapere che Zelikow non rivelò, o nascose:

a) I suoi stretti rapporti, precedenti e in atto, con Condoleeza Rice (scrissero perfino un libro insieme).

b) La sua partecipazione come consigliere della Rice nella transizione al nuovo Consiglio per la Sicurezza Nazionale.

c) Di essere l’autore – sempre su incarico della Rice – del documento del 2002 che tracciò le linee della nuova Strategia della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, includendovi l’idea dell’attacco preventivo e che fu usato da Bush per giustificare la guerra contro l’Iraq.

d) Che non cessò mai – sebbene avesse promesso di farlo – i suoi contatti con la Casa Bianca. Ci sono le prove (Shenon, “The Commission”, pagg. 106-107; 173-174) che continuò a consultarsi con Condoleeza Rice e con Karl Rove, principale aiutante di Dick Cheney.

Da Hamilton sappiamo anche (“Without Precedent, pag 270) che Zelikow

a) Aveva già scritto per conto proprio uno schema del Rapporto, prima ancora che la Commissione cominciasse i suoi lavori, mentre sappiamo da Shenon (pag 389) che

b) questo schema era molto dettagliato con “titoli dei capitoli, sottotitoli e sotto-sottotitoli” e che l’esistenza di questo schema fu tenuta segreta perfino allo staff della Commissione, per non parlare dei dieci commissari che furono tenuti all’oscuro di tutto.

Sappiamo ancora da Hamilton (pag 281) che

a) era Zelikow a decidere cosa si doveva e cosa non si doveva investigare, mentre da Shenon sappiamo che

b) Zelikow riscrisse personalmente tutti i capitoli «dall’inizio alla fine».

Sulla base di tutto questo, e di molto altro che qui non possiamo riassumere, Shenon si permette uno dei rari momenti in cui esprime un giudizio riassuntivo personale: Zelikow «era una talpa della Casa Bianca, che passava informazioni all’Amministrazione sulle scoperte della Commissione». E che «si servì della Commissione per promuovere la guerra contro l’Iraq».

Sempre da Shenon veniamo a sapere che «lo staff della Commissione sapeva che la Rice aveva mentito (…) per quasi un anno sul contenuto» del PDB (Presidential Daily Briefing) del 6 agosto 2001 dove la CIA annunciava a breve un attacco terroristico in tutto e per quasi tutto simile a quello che sarebbe avvenuto un mese dopo.

Alla luce di tutto questo, e di molto altro come vedremo tra poco, resta il mistero di come sia possibile che qualcuno ancora creda alla sincerità del Rapporto. Senza dimenticare, per altro, che sia Kean che Hamilton, a loro volta, come ben risulta dall’indagine di Shenon, erano responsabili di avere affidato a Philip Zelikow il controllo totale delle indagini ed essi stessi abbiano dimostrato, con i loro comportamenti pratici, con i loro voti, con le loro omissioni, di essere in combutta con la Casa Bianca.

Basti pensare che nessun mandato formale di comparizione fu spiccato fino al 14 ottobre 2003 (cioè i due presidenti si erano messi d’accordo con Zelikow e la Casa Bianca, che non avrebbero disturbato nessuno costringendolo a testimoniare e a fornire documenti essenziali all’indagine). Basti ricordare che nessuno dei più alti responsabili dell’Amministrazione fu sentito sotto giuramento; che Kean e Hamilton accettarono sistematicamente i limiti che Bush e Cheney, tramite Zelikow e l’attorney general Gonzales, ponevano al rilascio dei documenti essenziali. Nessuno stupore, dunque se il Comitato dei familiari delle vittime conclude (Shenon, pag 283 edizione italiana) che «la commissione ha seriamente compromesso la possibilità di condurre un’indagine indipendente, completa e libera».

Ma ancora non è tutto. Hamilton (pag 261) scrive che ufficiali del NORAD in «pubbliche udienze» della Commissione «diedero una descrizione falsa dell’11/9», che «confinava con l’intenzione di voler ingannare». Si noti la delicatezza di quel “confinava”.

In realtà risulta dagli atti e dall’analisi che il NORAD mentì platealmente alla Commissione dopo averle nascosto, per mesi e mesi, le registrazioni di cui disponeva e che erano assolutamente essenziali per capire la dinamica degli avvenimenti.

Inoltre si aggiunga (Shenon, pag. 205) che Zelikow, oltre alle altre evidenti operazioni di copertura e distorsione già sottolineate, era stretto amico di Steven Cambone, a sua volta «l’aiutante più vicino a Donald Rumsfeld». Nonostante tutto questo la Commissione, segnatamente i due presidenti Kean e Hamilton, non fa una piega e accetta i nastri del NORAD che scagionano il Pentagono (perché da essi risulterebbe che la Difesa non era stata informata per tempo dalla Federal Aviation Administration) senza neppure porsi la questione se quei nastri potessero essere stati falsificati. Ingenuità o complicita?

La lista delle menzogne, dimostrate tali dai documenti ma accettate come fatti dalla Commissione e finite direttamente nel Rapporto scritto da Zelikow e firmato da Kean e Hamilton, è lunga e dettagliata. Una di queste riguarda i movimenti di Donald Rumsfeld quella mattina. Secondo Richard Clarke, Rumsfeld stava partecipando, di persona, a una video conferenza alla Casa Bianca che era cominciata alle 9:15 circa. Il rapporto dice invece che, in quei minuti, Rumsfeld era nel suo ufficio e andò alla Casa Bianca solo dopo le 10:00. Il Rapporto ignora la versione di Clark, sebbene il suo libro, “Against all Enemies”, fosse già in vendita dal 2002. Cioè Zelikow non crede a Richard Clarke. Ma rifiuta di esaminare le registrazioni di quella video conferenza, che avrebbero dimostrato qual era la verità. Tutto inspiegabile, o spiegabile solo con la volontà di coprire i comportamenti del segretario alla Difesa.

La stessa cosa avviene con la descrizione del Rapporto circa i movimenti del generale Richard Myers, che comandava la difesa aerea degli Stati Uniti in quelle ore. Clarke è precisissimo in merito (pagg. 4-5 del suo libro) raccontando che Myers partecipò alla video conferenza e citando addirittura le sue parole, pronunciate alle 9:28: «Otis ha lanciato due uccelli verso New York. Langley sta cercando ora di mandare in volo altri due». Ma di tutto questo non c’è traccia nel Rapporto che afferma invece che Myers era in quel momento in Campidoglio, a colloquio con uno dei futuri membri della Commissione, il democratico Max Cleland. Il mondo di Washington è piccolo. Sarebbe bastato chiedere conferma al commissario Cleland per sbugiardare Richard Clarke. Ma Zelikow non ha perso tempo. Clarke è stato cancellato senza fare alcuna verifica: né interrogando Cleland, né esaminando la registrazione della video conferenza.

Stessa, identica operazione per quanto concerne i movimenti del vice presidente Dick Cheney. Il Rapporto contraddice qui non solo Clarke ma anche il Segretario ai Trasporti Norman Mineta, e perfino quanto Cheney in persona raccontò a Meet the Press cinque giorni dopo l’11 settembre. Yukihisa Fujita, nella citata lettera a Hamilton, espone con precisione implacabile tutte le incongruenze temporali contenute nel Rapporto. E formula la domanda: come mai Hamilton e Kean, data la comprovata disonestà di Zelikow (che essi, come emerge dal libro di Shenon, già perfettamente conoscevano), non solo non hanno rivisto il Rapporto, ma, dopo la sua pubblicazione, non hanno reso pubblico il loro eventuale dissenso?

A queste domande non è venuta, per ora, alcuna risposta. Ma noi possiamo qui riassumere ciò che emerge: Zelikow ha intenzionalmente oscurato le posizioni e i movimenti delle tre figure chiave dell’Amministrazione e della Difesa degli Stati Uniti in quel momento a Washington: Cheney, Rumsfeld e Myers.

Infine (ma ripeto che queste sono solo gocce nel mare delle falsificazioni intenzionali e preterintenzionali) c’è la faccenda delle telefonate via cellulari partite dagli aerei dirottati. Queste telefonate fecero il giro del mondo, aggiungendo angoscia e sconcerto alla già tremenda emozione generale. Dunque furono molto importanti ai fini della creazione dell’opinione pubblica, anzi della paura e dell’indignazione collettiva. Il Rapporto le considera valide, cioè le legittima. Ma, ciò facendo, mostra di ignorare del tutto un documento dell’FBI che afferma che ci furono «soltanto due» telefonate da cellulari dai quattro aerei dirottati. Entrambe dal volo UA-93 (quello che “cadde in Pennsylvania”: una da una hostess e un’altra da un passeggero che chiamò il numero 911. Questo rapporto dell’FBI fu reso pubblico nel 2006 durante il processo contro Zakharias Moussaoui ed è leggibile su internet (http://www.vaed.uscourts.gov/notablecases/moussaoui/exhibits/prosecution/flights/P200054.html). Conosceva la Commissione questo rapporto quando chiuse i suoi lavori, nell’estate del 2004? C’è un file , anche questo leggibile su internet (http://www.archives.gov/legislative/research/9-11/staff-report-sept2005.pdf), datato 26 agosto 2004, dal quale emerge (cito qui il testo della lettera di Yukihisa Fuijta a Kean e Hamilton) che «la Commissione aveva ricevuto il documento nel 2004 perché questo report dello staff parla anch’esso di soltanto due telefonate da cellulari, sebbene l’opinione comune (in quel momento, ndr) fosse ancora che molte telefonate da quel volo (UA-93, ndr) , inclusa quella di Tom Burnett, fossero state fatte da cellulari».

Il deputato giapponese così continua: «Se voi replicherete, alla luce del fatto che questo rapporto dello staff è datato 26 agosto, che la Commissione lo ricevette dall’FBI solo dopo la pubblicazione del Rapporto, perché non rendeste nota una vostra pubblica dichiarazione in merito a questa rilevante nuova circostanza? Perché lei (signor Hamilton, ndr) non ne ha riferito in “Without Precedent”? O si tratta di un altro pezzo di informazione che vi fu sottratto da Philip Zelikow?»

La faccenda delle telefonate da cellulari è più clamorosa e rivelatrice di quanto possa sembrare a prima vista, perché moltiplica il numero dei bugiardi e del falsi testimoni che dovrebbero essere nuovamente interrogati, questa volta sotto giuramento e, se del caso, incriminati.

Uno di questi è, con ogni evidenza, Ted Olson, marito di Barbara Olson, il quale raccontò a stampa e televisioni di avere ricevuto ben due telefonate cellulare della moglie, a bordo del volo AA-77, la seconda delle quali tra le 9:16 e le 9:26. Il Rapporto ufficiale prende tutto per buono, ma il rapporto citato dell’FBI è categorico: non ci fu alcuna telefonata da cellulare dal volo AA-77 (quello del Pentagono). Barbara Olson tentò una sola chiamata che, in base ai tabulati, risultò disconnessa. La sua durata fu infatti di zero secondi.

Tutto quanto fin qui scritto non è farina del sacco dei “complottisti”, a meno di non considerare tali Richard Clarke, o lo stesso Hamilton, per non parlare di Philip Shenon. Per quanto concerne quest’ultimo, dopo averlo sentitamente ringraziato per il suo lavoro, si potrebbe solo aggiungere che spesso dà l’impressione di essere caduto dal pero, tanta è l’ingenuità con cui descrive i calcoli cinici dei protagonisti, di Zelikow, di Kean, di Hamilton.

Ma, forse, più che ingenuità, si tratta di prudenza e di autocensura, per non dover poi affrontare le domande più gravi che sgorgano dalla sua stessa documentazione. È chiaro che egli sostiene la tesi della tremenda incompetenza delle diverse amministrazioni che ebbero a che fare con l’11 settembre, e non intende andare oltre. Ma quello che scrive è comunque sufficiente per gettare nel cestino l’intero Rapporto di Philip Zelikow. E sarebbe sufficiente anche per l’apertura di una serie di procedimenti penali.

Grazie a Shenon per questo. Per il resto la sua pur preziosa raccolta palesa i limiti del giornalismo americano d’inchiesta. Basti la storia, che Shenon racconta - evitando accuratamente di approfondirla – dei due “piloti” presunti del volo AA-77: Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mindhar. Risulta che erano sulla lista TIPOFF del Dipartimento di Stato, di circa 60mila nomi, come “potenziali terroristi”. Lista che risulta essere stata in possesso della FAA e delle compagnie aeree americane. Eppure i due erano entrati negli Stati Uniti con i loro nomi e vi avevano vissuto per quasi un anno. Come possa essere accaduto Shenon non se lo chiede. Forse sarebbe stato utile chiederlo alla CIA, segnatamente agli addetti dell’agenzia che facevano entrare terroristi negli USA a partire dal Consolato americano di Jedda, in Arabia Saudita.

Ma anche qui si arriva all’assurdo, alla farsa: i due avevano vissuto a San Diego, California, nell’appartamento di uno “storico informatore” dell’FBI. Guarda com’è piccolo il mondo: due già sospettati di terrorismo non solo entrano con i loro nomi negli Stati Uniti, ma vanno a finire in casa di Abdusattar Sheikh, che Shenon, in un altro passaggio del suo libro, definisce «informatore di lungo corso dell’FBI».

È ancora possibile parlare, come fa Shenon, di “incompetenza”? È sufficiente questa “incompetenza” per spiegare il silenzio dell’FBI non solo per poco meno di un anno prima dell’11 settembre ma anche per più d’un anno dopo l’11 settembre?

O si può avanzare l’ipotesi di complicità? E non ce n’è abbastanza per aprire un procedimento penale contro Abdusattar Shaikh? Ma dov’è andato a finire costui? Risulta che non fu nemmeno interrogato. Risulta che l’FBI si oppose al suo interrogatorio.

Su altri versanti risulta che il senatore Bob Graham, del Comitato del Senato per l’intelligence, aveva svolto indagini (esistette, prima della famosa Commissione, un’altra indagine del Congresso, sulla quale è caduto il silenzio) dalle quali emergeva che «alcuni funzionari del governo saudita avevano avuto un ruolo nell’11 settembre». Erano 28 pagine di un rapporto assai dettagliato che però «rimasero secretate per motivi di sicurezza nazionale». La Commissione non chiede neppure di vederle. Michael Jacobson, ex legale dell’FBI e funzionario dello staff agli ordini di Philip Zelikow, aveva scoperto che i due “dirottatori” non si nascondevano neppure: «il nome l’indirizzo e il numero di Hazmi si trovavano nell’elenco telefonico di San Diego». Dagli archivi locali dell’FBI è emerso che i due erano sotto controllo, perché si sa che furono ricevuti e ricevettero denaro da un “misterioso” espatriato saudita, Omar al-Bayoumi. Costui non fu mai sentito dalla Commissione. Jacobson scoprì che l’FBI sapeva che i soldi per i due terroristi arrivavano direttamente dalla principessa Haifa al-Faysal, moglie dell’ambasciatore saudita a Washington. Nel Rapporto non c’è traccia di tutto questo.

Come si suol dire, tre indizi convergenti sono quasi una prova. Qui, di indizi convergenti, ne abbiamo decine.

Fonte: QUI.


11 settembre 2009

11/9: cinque minuti prima del Pentagono, si simulava l'impatto di un aereo su un edificio

di History Commons Groups - da Megachip

Cinque minuti prima dell'attentato al Pentagono dell'11 settembre 2001, un'agenzia di intelligence statunitense si era preparata per condurre un'esercitazione militare incentrata sull'impatto di un piccolo jet privato su un edificio ad una trentina di chilometri dal Pentagono. Non è chiaro se l'esercitazione si sia effettivamente svolta oppure sia stata annullata.

Un documento, ottenuto dalla commissione parlamentare d'inchiesta sull'11 settembre, rivela importanti dettagli di questa esercitazione, organizzata dal National Reconnaissance Office (NRO) nel suo quartier generale a Chantilly, in Virginia. Il testo, intitolato "Attività di volo nella prima mattina dell'11 settembre 2001", fa parte di una serie di documenti che la commissione sull'11 settembre ha trasferito all'Archivio Nazionale statunitense all'inizio di quest'anno. Lì è stato rinvenuto e pubblicato su internet da paxvector, un utente di History Commons.

Gli osservatori dell'esercitazione si incontrano alle 9:00

L'esercitazione della NRO, pianificata molti mesi addietro, avrebbe dovuto avere inizio alle nove del mattino dell'11 settembre. A quell'ora, i suoi osservatori si sarebbero incontrati per assistere ad un briefing. Dopo dieci o quindici minuti, gli osservatori e gli attori dell'esercitazione avrebbero dovuto raggiungere le loro posizioni. Nello scenario dell'esercitazione, un Learjet 35A con a bordo due piloti e quattro passeggeri sarebbe dovuto decollare alle 9:30 da Dulles, un'aeroporto internazionale di Washington. Questo aeroporto, che si trova a sei chilometri dal quartier generale della NRO, è lo stesso da cui, poche ore prima, è decollato l'aereo 77 della American Airlines (cioé quello che, secondo la ricostruzione ufficiale degli eventi, ha colpito il Pentagono).

Circa un minuto dopo il decollo del Learjet, si sarebbe dovuto udire il rombo di un'esplosione, ed il pilota avrebbe dovuto diramare un allarme in cui si notificava l'incendio ad uno dei motori e la perdita di quota del velivolo. Intorno alle 9:32, l'aereo avrebbe dovuto schiantarsi nella torre 4 del quartier generale della NRO. Dato che il Pentagono è stato attaccato alle 9:37, ciò significa che lo scenario era stato pianificato per far sì che l'attacco simulato avvenisse cinque minuti prima di quello reale, che è occorso a soli 38 chilometri di distanza.

Vittime e feriti durante l'esercitazione

La Associated Press ha rivelato che l'esercitazione non avrebbe dovuto impiegare veri aerei, e l'impatto sarebbe dovuto risultare da un guasto meccanico e non da un atto di terrorismo. Ma le conseguenze dell'impatto simulato avrebbero dovuto essere simili a quelle del vero attentato dell'11 settembre, sebbene in proporzioni minori. Il documento, recentemente reso pubblico, descrive la scena: "Da varie componenti dell'aeroplano, disseminate nello spazio antistante all'edificio, viene erogato carburante per jet. Le porzioni di coda del rottame sono sparse intorno all'ingresso delle torri 1 e 2. Il carburante scatena un incendio incontrollabile in prossimità delle aste per le bandiere. Un certo numero di impiegati della NRO rimane ferito oppure vittima dell'incidente". Si prevedeva che alcune scale ed uscite del quartier generale della NRO sarebbero dovute essere chiuse per simulare il danno dovuto all'impatto, costringendo gli impiegati a trovare vie alternative per evacuare l'edificio.

Gli "input" dell'esercitazione

Il documento rivela che l'esercitazione avrebbe dovuto includere numerosi "input": a quanto pare, con questo termine ci si riferisce a comunicazioni ed altre azioni volte a rendere più realistico l'incidente ai partecipanti dell'esercitazione.

Tra gli input in programma, era contemplato un generatore di fumo che sarebbe dovuto entrare in azione alle 9:30, per simulare l'incendio conseguente all'impatto. Alle 9:32, sarebbe dovuta cominciare una tempesta di telefonate da parte di persone in varie sezioni dell'edificio. Alle 9:34, dopo l'annuncio dell'impatto di un jet civile, al personale della NRO sarebbe stato ordinato di evacuare l'edificio.

Alle 9:37, era pianificato l'intervento dei vigili del fuoco di Fairfax County (non è chiaro se veri vigili del fuoco avessero dovuto partecipare all'esercitazione. Nel documento si spiega che "input da parte di agenti simulati della Fairfax" sarebbero stati impiegati "se Fairfax non vuole partecipare").

Alle 10:03, altri quattro mezzi dei pompieri ed ambulanze avrebbero dovuto raggiungere la zona dell'impatto. Entro le 10:30, tutti gli incendi simulati sarebbero stati estinti e sarebbe stato confermato che quattro impiegati dell'NRO erano morti nell'incidente. Si prevedeva che l'esercitazione si sarebbe conclusa intorno alle 11:45.

Cancellazione dell'esercitazione

Secondo alcune fonti, l'esercitazione è stata revocata non appena si è avuta notizia dei veri attacchi. In ogni caso, non è chiara l'ora precisa in cui l'annullamento ha avuto luogo. Il portavoce della NRO, Art Haubold, si è limitato a dichiarare che "quando sono incominciati gli attacchi reali, abbiamo cancellato l'esercitazione". Non si può quindi determinare se l'impatto simulato dell'aereo abbia avuto luogo oppure se sia stato revocato prima che potesse occorrere. In seguito all'annullamento dell'esercitazione, tutti gli impiegati della NRO, eccetto quelli più essenziali, sono stati mandati a casa.

La grande riservatezza del NRO

Il NRO è un'organizzazione altamente riservata. Il New York Times l'ha definita "probabilmente la più riservata tra le agenzie di intelligence". Fino al 1992, la sua esistenza non era di pubblico dominio. E' un'agenzia del Ministero della Difesa ed il suo scopo è assicurarsi che "gli Stati Uniti siano in possesso della tecnologia e delle risorse aerospaziali e aeree necessarie a svolgere le atti di spionaggio in tutto il mondo". Secondo il New York Times, l'NRO "progetta, costruisce e fa funzionare i satelliti spia che fotografano e ascoltano ciò che le altre nazioni architettano". Il suo personale conta circa 3000 persone, scelte tra il personale della CIA e dell'esercito.

Traduzione per Megachip a cura di Massimo Spiga.

Articolo originale su www.911blogger.

10 settembre 2009

Il caso di Tripod II e altri giochi di guerra dell’11/9

di Pino Cabras - da Megachip

Erano numerose le esercitazioni degli apparati militari e della sicurezza statunitensi a ridosso dell’11 settembre 2009, svolte in cielo e in terra, nelle basi militari e in città, nelle sedi degli apparati spionistici e della sicurezza, dentro i grattacieli e fuori.

Tra queste c’era anche l’approntamento di ‘Tripod II’, una simulazione d’attacco terroristico organizzata in vista del 12 settembre sulla costa occidentale di Manhattan.

Questa simulazione ha comportato prima di quella data l’installazione in un molo dello Hudson River, il Pier 92, di un vasto centro di controllo e di comando configurato esattamente come l’Office of Emergency Management (OEM), quello distrutto nell’edificio 7 del World Trade Center.

L’OEM era stato istituito nel 1996 dal sindaco di New York, Rudolph Giuliani, per gestire la risposta della città agli eventi catastrofici, compresi eventuali attentati terroristici su vasta scala.

Nei cinque anni che precedettero l’11/9, l’OEM svolse regolarmente delle esercitazioni che comprendevano tutte le agenzie: dalla protezione civile, la FEMA, agli apparati di sicurezza. Per ciascuna esercitazione gli allestimenti e le simulazioni in sé duravano nel complesso svariate settimane. Venivano mobilitati mezzi impressionanti, per scenari molto realistici. Rudy Giuliani presenziava a molti di questi “drill” che addestravano la città a scenografie da film catastrofico. È lo stesso Giuliani a descrivere il realismo di questi giganteschi giochi di ruolo: «Di solito scattavamo delle foto di queste esercitazioni, e risultavano talmente realistiche che la gente che le vedeva era portata a chiedere quando l’evento mostrato in foto si fosse mai verificato» (dal libro Leadership, pag. 355)

Tra gli scenari da incubo: attentati con il gas sarin a Manhattan, attacchi a base di antrace, camion bomba.

L’11 maggio 2001, esattamente quattro mesi prima dei veri mega-attentati di New York, ci fu la simulazione di un attacco alla città con la peste bubbonica. La simulazione fu talmente realistica che uno dei partecipanti dichiarò che «dopo cinque minuti immersi in quella esercitazione, tutti si erano dimenticati che fosse un’esercitazione».

Adrenalina vera, nella frenesia emotiva di chi si trova in mezzo.

In questi esercizi non si lesinano le risorse. Le agenzie, a partire dalla FEMA, sono a lungo sul campo, prima e dopo il nucleo dell’esercitazione. Tutto è come se fosse vero, in mezzo all’opera di centinaia di persone, in divisa e no, appartenenti a diversi apparati. I soggetti coinvolti, a partire da Giuliani, ci spiegano che il confine fra finzione e realtà diventa indistinguibile, in termini di mezzi mobilitati e di percezione.

Lo scenario di aerei usati di proposito come missili non era ufficialmente contemplato nelle simulazioni dell’OEM. Ma al di là del fatto che si ipotizzavano incidenti “non intenzionali”, si svolgevano ugualmente esercizi che concepivano interventi di soccorso per le conseguenze d’impatto di aerei di linea su grattacieli.

Un’esercitazione, stavolta a tavolino, si svolse appena una settimana prima dell’11/9, con piani per la continuità delle attività svolte nel distretto finanziario al World Trade Center.

Quando si manifestò in tutta la sua orrenda grandiosità lo scenario terroristico dell’11/9, fu facile per Rudolph Giuliani affidarsi agli allestimenti dell’altra esercitazione che era stata nel frattempo preparata con il nome di Tripod II, quella con base al Pier 92 e citata in apertura. Il molo si trova a sole 4 miglia nord-nordovest dal World Trade Center, e in quella occasione era stato già predisposto come un particolare centro di smistamento nel quale le vittime simulate sarebbero state sottoposte alle prime cure.

Lo ha ricordato lo stesso Giuliani alla Commissione d’inchiesta sull’11/9: «la ragione per cui fu scelto il Pier 92 era perché per il giorno successivo, il 12 settembre, al Pier 92 doveva svolgersi un’esercitazione. Si trovavano laggiù centinaia di persone, della FEMA, del governo federale, dello stato, dello State Emergency Management Office, e tutte si stavano approntando a un’esercitazione su un attacco biochimico. Perciò quello stava per essere il luogo in cui si avviavano a svolgere l’esercitazione. Le attrezzature erano già lì, per cui riuscimmo a stabilirvi un centro di comando in soli tre giorni che risultava essere due volte e mezzo più grande del centro di comando che avevamo perso all’edificio 7 del World Trade Center. E fu da lì che il resto del lavoro di ricerca e soccorso venne completato».

In altre occasioni abbiamo parlato della testimonianza di Kurt Sonnenfeld, l’uomo della FEMA che confermava, anche lui, che la sua agenzia era già lì in forze da prima degli attentati. Apriti cielo. I mitografi con l’elmetto hanno cercato di bollare con il solito stigma di “cospirazionista” l’idea dell’arrivo anticipato della FEMA. Si sono arrampicati sulle date, visto che il “drill” vero e proprio doveva cominciare il 12 settembre e non prima. Centinaia di uomini già in campo da giorni: per i mitografi evidentemente non contano nulla. Quindi ritengono che una mega esercitazione come Tripod II potesse materializzarsi all'improvviso, senza pianificazione, sfornita di logistica, senza agenti di ogni tipo disseminati da giorni a svolgere i loro compiti. Un’ipotesi ridicola, sepolta da prove, dichiarazioni e testimonianze. L’esercitazione durante l’11/9 era una macchina avviata, altroché.

Ovviamente la mobilitazione specifica della FEMA sul disastro ha avuto i suoi ordini di servizio successivi.

Il caso Tripod diventa tanto più significativo quanto più si nota che non era certo un caso isolato.

La concomitanza di tante esercitazioni con i veri attentati, l’11 settembre 2001 negli Stati Uniti come il 7 luglio 2005 in Regno Unito, non può essere lasciata perdere nel campo delle semplici coincidenze. Andrebbe per lo meno approfondita, cosa che le inchieste ufficiali hanno rinunciato a fare.

Quanti sanno che la mattina dell’11 settembre un’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti, il National Reconnaissance Office (NRO), aveva programmato un’esercitazione in corso della quale un aereo disperso si schiantava su uno dei suoi edifici? Quest’agenzia d’intelligence, che gestisce lo spionaggio dallo spazio, dipende dal Dipartimento della Difesa e il suo personale proviene per metà dalla CIA e per metà dalla Difesa. In corrispondenza degli eventi, reali, fu deciso di interrompere l’esercitazione e mandare a casa i tremila addetti dell’agenzia. Poiché i locali della NRO vennero evacuati, l’effetto più evidente fu quello di oscurare lo spionaggio ufficiale quando più ce n’era bisogno, nel momento in cui avrebbe potuto – e dovuto - controllare gli eventi dallo spazio. Chi è dunque rimasto davanti agli schermi più importanti dell’agenzia a vedere le cose con i potenti occhi dei satelliti?

E quanti sanno che una parte significativa delle figure professionali che sarebbero state più qualificate nel rispondere agli attentati si trovava in addestramento all’altro capo del Paese? È il caso del gruppo misto FBI/CIA d’intervento antiterroristico, distolto dallo scenario di quel giorno, essendo a migliaia di chilometri di distanza, impegnato in un’esercitazione di addestramento a Monterey (California). «USA Today» raccontava l’11 settembre che «alla fine della giornata, con la chiusura degli aeroporti in tutto il paese, il gruppo d’intervento non ha mai trovato il modo di tornare a Washington». Con il risultato che al momento degli attentati la principale agenzia federale responsabile di prevenire tali crimini era decapitata. L’addestramento del gruppo non era solo sulla carta, perché aveva concentrato sulla costa californiana anche tutti gli elicotteri e i velivoli leggeri in dotazione.

Molti elementi portano a ritenere che i mandanti degli attentati fossero ben consapevoli di tutti questi movimenti e che, almeno una porzione di essi, fossero parte integrante di strutture coperte dagli apparati statali.

Il vantaggio di una tale strategia appare del tutto comprensibile e plausibile, volendo iniziare su basi diverse dal passato una vera inchiesta.

In primo luogo dobbiamo ritenere che militari, funzionari governativi o membri dei servizi d’intelligence che avessero in mente azioni eversive non potrebbero organizzare degli attentati senza farsi scoprire. Da qui la prima funzione di un’esercitazione: essa offre agli organizzatori la copertura idonea a mettere in moto l’operazione, permette loro di utilizzare i funzionari e le strutture governative per realizzarla e fornisce una risposta soddisfacente ad ogni domanda che dovesse sorgere su stranezze e movimenti insoliti. Perché possa funzionare, è chiaramente necessario che lo scenario dell’esercitazione sia a ridosso dell’attentato progettato.

In secondo luogo, se prevista nella data dell’attentato, l’esercitazione permette di schierare legittimamente degli uomini sul terreno, uomini che indossano l’uniforme dei servizi di sicurezza o di soccorso. Piazzare fra questi coloro che sistemano delle bombe o coordinano dei movimenti è relativamente facile, senza che sorgano sospetti.

In terzo luogo, lo svolgimento delle esercitazioni in simultanea con i veri attentati permette di scompigliare la buona esecuzione delle risposte da parte dei servizi di sicurezza o di soccorso leali per via della confusione fra la realtà e la finzione. Le contraddizioni e le scoperte di singoli spezzoni dei fatti non intaccano l’insieme. Anzi, aiutano a truccare e rendere incomprensibile il mosaico. L’11 settembre – a un certo punto della mattinata – decine di aerei furono segnalati come dirottati, e si rincorrevano voci di ulteriori attentati. Dove dunque bisognava inviare le pattuglie, quali edifici occorreva proteggere per primi? Si può immaginare il caos che tutto ciò ha potuto sollevare nelle sale comando.

Le operazioni di questa natura sono modulari, mirano a diversi obiettivi compresenti e intercambiabili, altrettante strade a disposizione verso il medesimo effetto, e sono percorse in simultanea, finché la regia, ovunque si trovi, non sceglie una trama tra le diverse trame preordinate che intanto avanzavano alla pari.

Le persone incaricate di eseguire soltanto certi segmenti dell’operazione, obbediscono – spesso in perfetta buona fede - a ordini di personalità a loro sovraordinate che a loro volta conoscono solo un dettaglio, ma non l’intera pianificazione, né i suoi obiettivi.

Sto descrivendo meccanismi normalmente usati nelle azioni dei servizi segreti, che si esasperano nei casi in cui operano le “leve lunghe” e le operazioni coperte, fino a ingigantirsi in occasione di grandi operazioni terroristiche usate come base politica per drammatiche svolte costituzionali e per le guerre.

L’esperienza italiana dei delitti di grande impatto pubblico – Mattei, Moro, vari casi della strategia della tensione, Borsellino – ci dice che dietro di essi c’erano le decisioni di gruppi ristretti di individui. Dietro ognuno di quei casi c’erano potentati che agivano in nome di precisi calcoli politici ed economici. In certe azioni è preparata simultaneamente la copertura ed il depistaggio, mentre personaggi interni alla mafia o ai gruppi terroristici sono segmenti dell’azione molto utili, parecchio esposti. Svariati episodi definiti mafiosi o terroristici hanno ben altra matrice. È un tipo di ipotesi investigativa normalmente usata, spesso con buoni risultati.

Si può applicare anche alle vicende dell’11/9.

Rispetto alla complessità di un simile scenario viene invocato il cosiddetto “rasoio di Occam”. Occam era un filosofo medievale, e nel suo latino diceva: «entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem». Ossia «gli elementi non sono da moltiplicare più del necessario». In termini da XXI secolo possiamo tradurre così: «a parità di fattori, la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta».

Bene, scordatevi Occam quando si parla di terrorismo. Nel caso dell’11/9 gli elementi si sono moltiplicati eccome, oltre ogni necessità contemplabile dall’uomo della strada o dalla redazione tipo di un giornale.


Link originario italiano: Megachip.
Link en castellano: Antimafiadosmil.com.
Lien en français: ReOpen911.info.

Presente blog:
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Presse italienne : La traduction du livre de P.Shenon met la V.O. à rude épreuve

Versione francese pubblicata su ReOpen911.info (QUI)


À presque 2 ans de distance de la sortie du film "ZÉRO" en Italie, et 8 après les attentats du 11 Septembre, un grand quotidien italien affiche ses doutes sur la "version officielle", au travers de la chronique d’un de ses journalistes phare. En effet, Carlo Bonini, a publié le 28 août dernier dans "Il Venerdi" de La Repubblica, un pamphlet à contre-courant de tous ses précédents articles sur le sujet. C’est pourtant lui qui écrivait en octobre 2007 dans ce même journal : "ZÉRO, exactement comme Meyssan, reste nu et dépourvu devant la plus simple des objections pour qui connaît la démocratie américaine. L’organisation d’un complot pour couvrir ce qui s’est passé le 11 Septembre, aurait demandé l’implication d’un tel nombre de fonctionnaires civils et militaires, dans l’administration, les services de sécurité, dans les forces armées, que toute tentative de camouflage ("cover-up") aurait été impossible. Et donc, comment se peut-il qu’en 6 ans, personne n’ait vu, entendu ou raconté quoi que ce soit ?". À en lire son nouvel article paru la semaine dernière, la question a changé de nature, et les doutes sont non seulement permis, mais clamés haut et fort. Pour Carlo Bonini, il faut maintenant essayer de comprendre "qui est derrière la vérité sur le 11 Septembre ?"



Tout ce qu’ils n’auraient pas voulu nous apprendre sur le 11/9

De Carlo Bonini – 29/09/2009

Sources : AriannaEditrice et Megachip.info

Publié dans « Il Venerdi » de La Repubblica, le 28 août 2009.

Carlo Bonini

Les rapports entre Kissinger et les Saoudiens. Ceux entre le directeur de la commission d’enquête sur les attentats et les fidèles de George W. Bush. À l’occasion de l’anniversaire de la tragédie, un chroniqueur du New York Times lève le voile sur ceux qui ont œuvré à l’ensablement de la vérité.

Dans cet héritage désastreux qu’ont laissé à l’Amérique et au monde entier les deux mandats présidentiels républicains, il existe une blessure plus profonde que les autres, qui a à voir avec la Vérité et le Mensonge. Avec le préambule du 11 Septembre et ses conséquences. Et comme cela se produit toujours dans nos démocraties, le temps, à lui seul, n’est pas un bon remède. C’est pour cela que 8 ans après ce jour qui a changé à jamais le cours de l’Histoire, la question sur cette matinée d’horreur et de sang n’est plus « comment cela a-t-il pu arriver ? », mais une autre, cruciale : « qui est le père de la vérité sur le 11 Septembre ? » Autrement dit, qui en a vraiment tracé le parcours et les abords ?

Comme nous le savons tous, la vérité officielle sur le 11 Septembre porte la signature d’une commission d’enquête (la Commission d’enquête sur le 11/9), issue du Congrès américain et paritaire (5 républicains et autant de démocrates), qui au cours de l’été 2004, a rendu ses conclusions et ses recommandations au terme d’un travail dont les actes, disponibles sur Internet et sous la forme d’un livre, sont devenus avec le temps une œuvre diffusée mondialement. À ces conclusions – qui de fait ne parvinrent pas à identifier les principales responsabilités politiques, ni dans l’administration républicaine d’alors, ni dans celle démocrate qui l’avait précédée, mais qui au contraire, mirent en avant une longue chaine de dysfonctionnements dans le sophistiqué, mais très bureaucratique appareil de sécurité et de Renseignement – ne croient plus aujourd’hui 53% des Américains, convaincus que le « gouvernement leur a caché tout ou partie de la vérité. »

Parmi les raisons de cette méfiance, l’évidente actualité de la question « qui est le père de la vérité sur le 11 Septembre ? », mais aussi les prémisses d’un excellent travail d’investigation journalistique de la part d’un fameux chroniqueur du New York Times, Philip Shenon. Un récit de 583 pages, magnifiquement documenté, aussi clair que riche en sources d’information, qui offre de premiers éléments de réponse à cette question, et qui, un an après sa publication aux USA [1], arrive en Italie sous le titre « Omissis, tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre » (Éditions Piemme).

Shenon écrit : « J’ai commencé à travailler sur ce livre en janvier 2003, quand le New York Times m’a demandé de m’occuper de la Commission sur le 11 Septembre.
Je n’étais pas sûr de vouloir faire ce travail. C’est étrange d’y repenser maintenant, mais à l’époque il n’était pas évident que la Commission suscite un
quelconque intérêt dans l’opinion publique. (…) Aujourd’hui, je suis reconnaissant envers ceux qui m’ont fait changer d’avis et m’ont poussé à accepter. »
Dans la stupeur “posthume” de Shenon, on ne trouve pas seulement l’acceptation honnête de ce climat d’anesthésie et de manipulation collective qui pendant des années, a engourdi/chloroformé l’opinion publique et les médias américains, convaincus aussi bien de la vérité sur le 11/9 avant même qu’une enquête n’ait été menée, que des « raisons » truquées de la guerre en Irak. La même stupeur se retrouve dans tous les passages de cette contre-enquête sur le travail de la Commission du 11/9, qui malgré sa trame complexe et touffue, ses protagonistes, son décor sombre (la scène se déroule entièrement dans le Washington des palais du pouvoir, coincé entre Pennsylvania Avenue et K Street, entre la Maison-Blanche, Capitole Hill et les bureaux que la Commission avait choisis comme quartier général), est un ouvrage à la portée même de ceux qui ne connaissent rien aux méandres et aux coulisses de la politique américaine.

Dans son d’analyse chirurgicale des moments cruciaux du travail de la Commission sur le 11/9, l’enquête de Shenon, respectant un ordre strictement chronologique (mai 2002 – juillet 2004), se révèle pour ce qu’elle est en réalité : une chronique du pouvoir. Avant tout, vraie et sans fioritures, car dûment documentée. Mais aussi, symbolique. Pour sa capacité à raconter comment, au lendemain du 11/9, le problème (qui n’est pas seulement américain, pour ceux qui se veulent bien se rappeler la façon dont le gouvernement italien a cherché à camoufler l’implication de nos Services secrets dans l’affaire de l’uranium nigérian, la fameuse affaire « Niger-gate »), n’était pas la recherche de la vérité. Mais plutôt la recherche d’une vérité « compatible ». Qui, à la différence de toute autre vérité, ne ferait de mal à personne. Qui coïnciderait avec les intérêts d’une administration sur le point de demander un second mandat à ses électeurs. Qui ne franchirait pas le seuil de tolérance à la douleur de la bureaucratie en charge de la sécurité intérieure (FBI) et extérieure (CIA) et des hommes qui les dirigeaient à l’époque (Robert Mueller et George Tenet). Qui garderait intact le secret inavouable du régime saoudien et de ses liens avec les pirates de l’air du 11/9. Une vérité, en somme, qui permettrait d’accompagner, sans les faire dérailler, les politiques, les stratégies, les priorités d’intervention contre la violence de l’islamisme radical baptisée par la Maison-Blanche de George W.Bush et Dick Cheney.

Prises l’une après l’autre, les révélations de Shenon acquièrent ainsi cohérence et intelligibilité. Pour n’en citer que quelques-unes, on comprend par exemple pour quelles raisons, au lendemain de sa nomination à la présidence de la Commission sur le 11/9, l’ex-secrétaire d’État Henry Kissinger préféra démissionner plutôt que de devoir révéler à l’Amérique, et avant elle, aux « Jersey girls » (ce groupe de veuves des attaques contre les Tours Jumelles), quels clients saoudiens (on lui demanda même, « étaient-ce les Ben Laden ? ») possédaient les actions de sa société « Kissinger Associates » et au centre de quel conflit d’intérêts potentiel il se trouvait. On comprend aussi pour quelles raisons la Commission passa sous silence les détails en mesure de raconter autre chose, quelque chose de très différent sur les pirates de l’air du 11/9, capable de démonter leur image de martyre envoyé, lettre du Coran à la main, depuis quelque lointaine grotte afghane (pas seulement les soutiens qu’ils reçurent de la part de Saoudiens résidents en Californie pendant la période de leur entrainement, mais aussi leurs visites dans les sex-shops et leurs fréquentations de call-girls). Ou encore, on imagine mieux les raisons de la terreur qui assaillit Sandy Berger, ex-conseiller de Bill Clinton pour la Sécurité nationale, au lendemain des attaques contre les Tours et le Pentagone, et qui le poussa à dérober des Archives nationales de Washington des documents couverts par le secret d’État, qui lui auraient permis de préparer une défense politique crédible de l’administration démocrate dont il avait fait partie, et de son engagement dans la lutte à Oussama Ben Laden et son organisation al-Qaida.

Naturellement, Shenon donne le nom de celui qui fit en sorte que l’enquête de la Commission sur le 11 Septembre, malgré ses pouvoirs d’investigation et sa présidence bi-partite (le républicain Tom Kean et le démocrate Lee Hamilton), finisse par ne chercher qu’une « vérité compatible ». Et ce nom est celui de Philip Zelikow, qui en Italie n’évoque rien à personne.

Professeur à l’université de Virginie, Zelikow, en tant que directeur exécutif de la Commission, aura un rôle crucial dans le choix des témoins à rechercher et à interroger. Des faits à conserver ou à mettre aux rebus.

Jusqu’à devenir le véritable patron de cette commission, capable de diriger chaque détail de l’enquête. Ses rapports avec Karl Rove (l’homme qui inventa George W. Bush) et Condoleezza Rice, ses contacts téléphoniques permanents avec la Maison-Blanche, resteront longtemps secrets. Avec son livre « Omissis », Shenon met fin à ce secret.

Références

[1] "The Commission: The Uncensored History of the 9/11 Investigation", de Philip Shenon


Note de Megachip – Pino Cabras

Il y a une phrase révélatrice dans cet article de Carlo Bonini, quand il soutient que le problème que cherchait à résoudre l’enquête « n’était pas la recherche de la vérité. Mais la recherche d’une vérité “compatible”. Qui, à la différence de toute autre vérité, ne ferait de mal à personne. » Voilà une intéressante épitaphe à inscrire sur le mur élevé pendant des années par les « défenseurs » de la vérité officielle, que ce soient ceux présidant aux rédactions des grands organes de Presse, ou ceux qui se déchainent sur le Web.

Nous pouvons désormais dire que la première digue de la « vérité compatible », érigée sur les mensonges officiels, et même si elle sa résistance aura duré presque 10 ans, avec la complicité et le silence des principaux mass-media, s’est lamentablement effondrée. Aujourd’hui, les eaux atteignent la seconde digue, dressée sur une autre « vérité compatible », et qui cherche encore à préserver les pouvoirs impliqués dans le 11/9, mais qui est désormais obligée d’admettre que le réseau de complicités ayant permis les attentats était infiniment plus vaste que celui recroquevillé autour de la vingtaine de présumés pirates, qui d’ailleurs ne sont plus crédibles comme fondamentalistes islamiques d’inspiration salafiste, eux qui fréquentaient davantage de call-girls que notre Premier ministre.

Nous sommes sur la bonne voie. La conclusion de Bonini nous mettrait même de bonne humeur lorsqu’il remercie Philip Shenon pour avoir finalement « mis fin au secret » sur le personnage de Zelikow, le véritable patron de la Commission d’enquête sur le 11/9. Nous pourrions vous recommander des dizaines de sites Web et de livres qui, même dans notre pays, avaient depuis longtemps levé le voile sur le problème « Zelikow », s’exposant ainsi aux qualificatifs commodes de « complotistes ». Sans attendre une autre décennie, il [Bonini] trouvera dès aujourd’hui les éléments qui mèneront à la 3e puis à la 4e digue.


Notes de ReOpenNews: Comme l’écrit Pino Cabras, les sites et les livres vers la 3e et la 4e digue ne manquent pas, dans tous les pays et toutes les langues. Vous trouverez en 1ère page de www.reopen911.info une liste de ces sites sérieux et documentés, auxquels il convient d’ajouter pour l’Italie www.megachipdue.info et http://www.luogocomune.net, le livre "ZÉRO" de Giulietto Chiesa ou encore "Il mito dell’11 settembre e l’opzione dottor Stranamore" de Roberto Quaglia.

2 settembre 2009

La storia di Kurt Sonnenfeld, l’uomo che a Ground Zero ha filmato quel che non si deve sapere

di Pino Cabras - «Megachip»


New York, 11 settembre 2001, la protezione civile interviene subito. Le Torri non sono state colpite ancora, ma loro, le squadre di soccorso sono lì già da ieri, 10 settembre, per una delle tante strane esercitazioni che punteggiano lo scenario della giornata destinata a cambiare il mondo. Alle squadre viene aggregato Kurt Sonnenfeld, un cameraman molto specializzato.

Una storia pazzesca, la sua, che parte dai miasmi di Ground Zero, passa per un dramma terribile in Colorado e approda in un esilio a Buenos Aires. Una storia che in Italia è quasi ignota. Lui l’ha raccontata in un libro pubblicato in Argentina, El Perseguido, ossia “il perseguitato”.

Dopo i mega-attentati dell’11 settembre 2001, in mezzo alle macerie, è tempo di soccorso, ma è anche tempo di documentazione a caldo. La FEMA, la protezione civile USA, decide che un documentarista plurilaureato e fotografo lavori nel luogo in cui sino a poco prima svettavano le Torri Gemelle. È Sonnenfeld.

Non è certo un novellino. La FEMA lo aveva chiamato a documentare altre situazioni critiche e di catastrofi, in segretezza. Aveva anche operato in luoghi dove si immagazzinavano, sviluppavano o trasportavano armi nucleari, biologiche e chimiche. Le competenze della FEMA sono vaste, molto più penetranti della protezione civile di altri paesi occidentali. La FEMA è nel cuore di una formidabile e opaca costituzione materiale in cui la sicurezza militare è al centro di procedure misteriose e complesse.

Sonnenfeld racconta che «quando è avvenuto il terribile attentato dell’11 settembre, il governo USA chiuse tutta l’area nei pressi del World Trade Center, tutta la parte sud di Manhattan, e fu vietato l’ingresso di qualsiasi tipo di apparecchio di ripresa visiva. Solo a due persone al mondo fu concesso di accedere per documentare quanto era accaduto. Io fui una di queste persone, con accesso totale e assoluto» al WTC.

«Io dovevo documentare con la mia videocamera quotidianamente per ore e ore, e poi in base ai rigidi parametri che mi erano stati impartiti, mettere a disposizione delle catene informative mondiali quindici o venti minuti di immagini», ricorda il professionista, che aggiunge: «dovevo consegnare tutte queste ore di filmati per le indagini che si supponeva stessero procedendo.»

Sonnenfeld assolve al suo dovere a Ground Zero per cinque settimane. Ma a causa di una tragica catena di eventi che si succedono, non consegna mai le registrazioni.

In una recente intervista alla Rete Voltaire, Sonnenfeld fa notare le anomalie che percepisce sin da subito:

«Ripensandoci, c’erano molte cose a Ground Zero che non quadravano. Era strano, a mio avviso, che mi fosse stato comunicato di andare a New York ancora prima che il secondo aereo colpisse la Torre Sud, quando i media parlavano ancora di un “piccolo aereo” entrato in collisione con la Torre Nord; una catastrofe, fino a quel punto, di dimensioni troppo ridotte per poter interessare la FEMA. Invece la FEMA fu mobilitata in pochi minuti, mentre ci vollero dieci giorni per inviarla a New Orleans dopo l’uragano Kathrina, nonostante l’abbondante preavviso! Era strano che ogni videocamera fosse severamente proibita entro il perimetro di sicurezza di Ground Zero, che l’intera zona fosse dichiarata “scena del delitto”, ma poi tutte le “prove” all’interno della scena del delitto venissero rimosse e distrutte con grande rapidità. Infine trovai molto strano che la FEMA e altre agenzie federali si fossero già posizionate nel loro centro operativo al Molo 91 il 10 settembre 2001, il giorno prima degli attacchi!»

Mentre iniziano a presentarsi questi dubbi, Sonnenfeld lavora a ritmo sostenuto. Altri dubbi più pesanti verranno più avanti, come vedremo. Intanto immortala ore e ore di scene dal disastro.

Un evento terribile irrompe nella sua vita, qualche mese dopo. Lo racconta lo stesso Sonnenfeld: «Poco dopo aver compiuto il servizio al Ground Zero del WTC, dove quasi tremila vite erano state stroncate, la mia stessa moglie prese la triste e tragica decisione di suicidarsi, la mattina del 1° gennaio 2002».

«Lo avevo attribuito dapprima al suo quadro depressivo. Purtroppo proveniva da una famiglia segnata dai suicidi. Le autorità procedettero all’inchiesta formale pertinente che stabilì la mia innocenza. Tutte le prove, compreso un biglietto suicida scritto di suo pugno, incontrovertibili prove forensi nonché le dichiarazioni sotto giuramento di poliziotti e testimoni nella corte, provarono il suicidio», spiega il documentarista, che nell’intervista alla Rete Voltaire ha anche ricordato che la donna «teneva un diario in cui registrava i suoi propositi suicidi».

Il biglietto suicida di Nancy Sonnenfeld ha qualcosa di criptico, per la verità. «Cosa c’è di più bello dell’amore e della morte?» con la parola "amore" depennata. «Kurt, per favore cerca aiuto!».

I guai per Kurt Sonnenfeld continuano ancora. Sino al limite delle torture. Durante la detenzione «fui picchiato brutalmente. Alla stazione di polizia due ufficiali mi strangolarono, impedendomi di respirare, nello stesso momento in cui un altro ufficiale mi dava vari calci all’inguine, e poi mi ficcarono una sostanza chimica corrosiva su per le narici».

Il racconto di Sonnenfeld descrive come poi cade a terra, in tempo per ricevere ancora altri calci prima di essere abbandonato al suolo, quasi senza respiro, le mani legate dietro la schiena e perciò impossibilitato a togliersi la sostanza irritante che gli cola sul viso.

Le prove che lo scagionano non bastano, la detenzione su input governativo dura sei mesi. «Durante questo tempo, le autorità mi confiscarono irregolarmente la casa e cambiarono le serrature».

A quanto riferisce Sonnenfeld, a causa delle «prove schiaccianti che dimostravano che quello di mia moglie era un suicidio, l’accusa vide che non c’erano elementi a mio carico e chiese il mio proscioglimento. Il giudice concordò in pieno sulla mia innocenza e venni rilasciato».

Una volta liberato, dopo aver perso tutto, snervato da tanti e tali abusi, Sonnenfeld fa causa alla polizia e alle autorità della città per arresto arbitrario, coercizione illegale e torture, detenzione arbitraria, diffamazione, uso eccessivo della forza, violazione dei diritti umani e civili. Sonnenfeld parla pubblicamente contro le autorità e le critica sui media.

Alle sue denunce seguono ulteriori procedimenti: «Notai allora delle auto ferme di fronte a casa mia a osservarmi; certe volte, quando rientravo, l’allarme era disattivato; la polizia mi poneva in stato di fermo senza motivo. Dovetti starmene a casa di alcuni amici in un’altra città. Ma il loro domicilio fu violato, benché nulla venisse loro rubato».

La pressione e l’apparenza di un accanimento personale contro di lui crescono. Sonnenfeld abbandona lo stato del Colorado, dov’era nato e cresciuto, senza che questo fermi la persecuzione. «Fu a quel punto che alcuni degli amici che avevano parenti qui, in Argentina, mi proposero di venire e di farmi dare la chiave di uno dei loro appartamenti a San Bernardo (sulla costa atlantica della provincia di Buenos Aires)», ricorda Sonnenfeld.

Arrivato con l’intento di stare lì solo poche settimane, il tempo di far decantare le spaventose pressioni e tensioni, Sonnenfeld si trattiene invece più a lungo, fino a conoscere Paula, la donna che poi sposa nel 2003. Una nuova vita, che ricomincia in Argentina e che, negli intenti degli sposi, deve continuare negli Stati Uniti. Serve il visto per Paula. L’ambasciata USA oppone ostacoli burocratici. Il tempo d’attesa è usato per chiedere un visto permanente per lei, una donna combattiva che se ne intende di pratiche di emigrazione. È infatti un avvocato, consulente legale di un’associazione che si occupa di donne immigrate e rifugiate in Argentina la AMUMRA.

Kurt fa in tempo a fare i primi passi da produttore indipendente. Tra giugno e luglio 2004, dopo aver consegnato un videoclip con immagini uniche a un produttore, viene fermato da alcuni agenti dell’Interpol. Su di lui pende una richiesta di estradizione dagli USA.

Per Sonnenfeld «negli Stati Uniti si tenne un’udienza segreta e si decise di chiedere la mia estradizione, dicendo che dopo oltre due anni, avevano improvvisamente incontrato nuove prove».

Quali?

«Due detenuti condannati, che in cambio di una riduzione nelle pene inflittegli, dicono che io avevo loro confessato che mia moglie non si era suicidata. Ignorando a quel punto la mia assoluzione e tutte le prove del suicidio», spiega Sonnenfeld, «reinventarono il caso e architettarono queste presunte nuove prove».

L’ordine di arresto inviato alle autorità argentine è molto insistente, in più punti, nel chiedere che siano sequestrati, confiscati e spediti negli USA tutti gli oggetti e documenti del documentarista.

«Nel processo originario, la mia casa rimase per sei mesi in mano alle autorità degli Stati Uniti. Allora, cosa continuano a cercare sei anni dopo?», si indigna.

«L’estradizione è un pretesto falso. Designato a ricondurmi sul suolo nordamericano e pormi entro la loro orbita di controllo. Ovviamente mi stanno perseguendo per via del timore che certi funzionari del governo nordamericano hanno nei confronti delle informazioni in mio possesso, e di ciò che son stato testimone», dichiara l’uomo dei documentari segreti.

In sostanza, quel che sostiene Sonnenfeld è che la sua versione dei fatti «si contrappone alla versione ufficiale di quanto accaduto l’11/9» poiché «metto in discussione le ragioni che giustificano la cosiddetta ‘Guerra al terrorismo’».

Kurt Sonnenfeld passa sette mesi nel carcere di Devoto. Altro che permessi per andare in USA, ora si tratta di evitare il ritorno. La moglie incinta, in mezzo a tanto stress, perde il bimbo. L’estradizione viene negata. È marzo 2005. Il giudice federale argentino Daniel Rafecas nota le irregolarità e «le ombre in questo caso» e la totale mancanza di garanzie sul fatto che – nel caso venisse estradato in USA – non gli si sia inflitta la pena di morte.

sonn03«Sin dal momento della mia liberazione, i pedinamenti, le persone che scattavano foto, le minacce e le telefonate son state un costante fattore di disturbo. Siamo pedinati regolarmente come se fossimo sul suolo nordamericano», lamenta esasperato Sonnenfeld.

Il governo statunitense ricorre in appello contro la prima decisione del giudice Rafecas e la Corte Suprema di Giustizia argentina non concede l’estradizione. Per una seconda volta, il magistrato ratifica la sua decisione e nega ancora l’estradizione.

«La decisione del Dottor Rafecas segnò la QUARTA volta che una Corte analizzava il caso orchestrato contro di me e decideva in mio favore, con l’intento di metter fine a questa prolungata ingiustizia. Ma un’altra volta ancora il governo degli Stati Uniti ha fatto appello alla decisione e il mio caso oggi si trova di nuovo presso la Corte Suprema di Giustizia argentina», spiega Sonnenfeld. Alla famiglia è stato intanto assegnato un servizio di scorta della polizia che opera 24 ore su 24.

Dentro una situazione che per chiunque sarebbe estenuante, i coniugi Sonnenfeld fanno mostra di una grande forza psicologica: «Stiamo lottando contro la superpotenza mondiale, una macchina che non si ferma certo davanti ai sentimenti e al dolore dell’uomo comune».

«Tutti sappiamo che le autorità nordamericane hanno mentito e falsificato le prove su chi possedeva armi di distruzione di massa, o sui legami tra Saddam Hussein e Bin Laden, per giustificare i suoi continui attacchi all’Iraq. Hanno cercato d’ingannarci circa l’esistenza delle carceri clandestine intorno al mondo e la tortura di chi vi era detenuto. E sebbene tutti sappiamo la verità, le atrocità continuano», afferma Sonnenfeld con toni indignati, che poi spinge ad alcune considerazioni più preoccupanti: «Ogni momento che condivido con la famiglia, ogni volta che usciamo sulla pubblica via, quando una delle mie figlie mi abbraccia, io so che potrebbe essere l’ultima volta. Ogni mattina mi sveglio e penso che potrebbe essere l’ultimo giorno insieme alla mia famiglia.»

sonn04Sono diversi i punti in cui Sonnenfeld mette in questione su punti delicatissimi le verità ufficiali sull’11 settembre. Nell’intervista alla Rete Voltaire dice: «ci si chiede di credere che tutte e quattro le “indistruttibili” scatole nere dei due jet che colpirono le Twin Towers non siano mai state ritrovate perché completamente vaporizzate, eppure io ho girato alcune riprese delle ruote di gomma del carrello di atterraggio degli aerei rimaste quasi intatte, così come i sedili, parte della fusoliera e una turbina, che non si erano per nulla vaporizzate. Detto questo, trovo piuttosto strano che tali oggetti possano essere usciti intatti da un disastro che ha trasformato gran parte delle Twin Towers in polvere sottile. E nutro seri dubbi sull’autenticità di una “turbina di jet”, di gran lunga troppo piccola per appartenere a uno dei Boeing!

Ciò che accadde all’Edificio 7 è poi incredibilmente sospetto. Ho dei video che mostrano che il cumulo di macerie era incredibilmente piccolo».

Lo stesso edificio mai menzionato nell’inchiesta della Commissione sull’11/9 interamente controllata da un fedelissimo di Bush, Philip Zelikow.

Sonnenfeld descrive la stranezza di molte immagini da lui registrate, le quali dimostrano ad esempio che un vasto ufficio blindato dei servizi segreti all’Edificio 6 appariva inspiegabilmente svuotato di documenti, come se qualcuno fosse intervenuto prima degli attacchi.

Per Sonnenfeld ora è difficile assicurare anche certe risorse materiali banali e quotidiane, nel lavoro e in famiglia, in assenza di un quadro giuridico consolidato e dei documenti giusti per la sua condizione di cittadinanza.

Alla battaglia di Kurt e Paula si sono uniti anche alcuni nomi di grande peso nella società civile argentina, a partire dal vincitore del Premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel, fino a tutta la galassia di associazioni forgiatesi nella battaglia per la verità e i diritti umani sin dai tempi dei desaparecidos, comprese le madri di Plaza de Mayo.

Accanto a questa premura per un caso giuridico particolarmente penoso per i suoi protagonisti, la vicenda di Kurt Sonnenfeld e il suo libro sollevano questioni importanti in merito alla necessità di una nuova inchiesta sulle vicende dell’11 settembre: la testimonianza interna di un occhio molto potente ed elettronico come quello di Sonnenfeld, assieme ad altri documenti, audiovisivi e non solo, attesta l’anomalia di una giornata, l’11 settembre, che a certe strutture non sembrava poi così inattesa.

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