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14 settembre 2010

Ecco i video mai visti, ecco le minacce

di Pino Cabras - da Megachip.


Video dell’area di Ground Zero, mai vista così da vicino, e puntuali minacce. Così è trascorso il IX anniversario dei mega-attentati di New York per Kurt Sonnenfeld, il documentarista ufficiale della protezione civile USA. Proprio mentre diversi siti stavano divulgando con il contagocce immagini inedite dell’11 /9, Sonnenfeld ha cominciato a diffondere una parte delle tante ore di riprese da lui realizzate in mezzo ai fumi inestinguibili di Ground Zero nelle settimane successive. Lo ha fatto dal suo esilio in Argentina. E proprio l’11 settembre scorso, a quanto denuncia, ha subito ancora una volta - assieme alla sua famiglia – delle azioni persecutorie e minacciose in pieno giorno, esattamente quando si trovava assieme a giornalisti.


Difficile non pensare a un nesso con le immagini inedite appena annunciate, che avrebbe messo on line poco dopo. Le riprese che vedrete qui di seguito sono una prima mondiale. Vedrete Ground Zero da vicino come mai prima d’ora.




«È impossibile vivere con questo livello di minacce, sappiamo che questo tipo di azioni dei servizi segreti fa parte del protocollo che precede una “cattura extralegale”, un termine sofisticato dei servizi per ricoprire un’azione vile come può esserlo un sequestro», ha affermato Kurt Sonnenfeld.
Sua moglie Paula Sonnenfeld ha aggiunto: «Agli Stati Uniti e ai loro servizi dà fastidio la nostra attitudine alla lotta. Oggi, quando è accaduto questo strano episodio alla porta di casa, stavo in terrazza mentre parlavo con un giornalista radiofonico in vista di un’intervista che ci faranno il prossimo giovedì. Sono uscita dal soggiorno perché li dentro c’era Kurt insieme a due giornalisti che lo intervistavano».
Cosa è accaduto, esattamente?
«Hanno scattato delle foto della facciata della casa, gli ingressi e la parte alta. Hanno ripreso la garitta che si trova nel retro, dove 24 ore su 24 si trova un poliziotto federale».
Kurt Sonnenfeld ha aggiunto: «martedì 14 a mezzogiorno ci presenteremo direttamente alla Camera Federale, a sporgere denuncia affinché ci sia assicurata la necessaria protezione e si effettuino le relative indagini. Queste sono le condizioni in cui viviamo quotidianamente. Cosa faremo quando le nostre figlie dovranno andare alle superiori?»
«Tutta la nostra famiglia si è compromessa con la ricerca della verità e la giustizia, non smetteremo di raccontare la mia particolare esperienza in merito a quanto è successo a New York a partire dall’11 settembre 2001.»
 

Nuove informazioni e materiali inediti sono in via di pubblicazione - nonostante le limitazioni e le minacce ricevute - sul sito www.elperseguido.net.
Altro materiale inedito in video si trova nella pagina creata dai sostenitori di Sonnenfeld, su Facebook.
 

«Se dovesse capitarci qualcosa si deve sapere che l’unico responsabile è il Governo degli Stati Uniti, e che l’indagine continuerà, che le voci continueranno ad alzarsi.» ha concluso Kurt Sonnenfeld.

29 agosto 2010

Solidarietà con l'Occhio di Ground Zero

di Pino Cabras – da Megachip.


Il 25 agosto 2010, in una piazza storicamente importante per la difesa dei diritti umani e la resistenza alle persecuzioni, Plaza de Mayo, a Buenos Aires, esponenti di primo piano della società civile argentina hanno promosso una raccolta di firme in favore di Kurt Sonnenfeld, il cameraman di Ground Zero coinvolto in un’assurda vicenda giudiziaria.

In prima fila, a incontrare le sensibilità di cittadini e intellettuali argentini è Luis D’Elia, un dirigente politico combattivo che sin dagli inizi ha preso a cuore la sorte di Sonnenfeld, attualmente rifugiato in Argentina. È nel paese che lo ospita e dove si è rifatto una vita che Sonnenfeld ha raccontato in un libro, El Perseguido, la sua sorte di cittadino statunitense nel mirino del Governo di Washington, con gravissime accuse a suo carico in relazione alla morte della prima moglie, apparse in concomitanza del suo possesso degli scottanti filmati che raccontano un post 11 settembre diverso da quello ufficiale.
Come testimone diretto della tragedia dell’11/9, il suo resoconto contraddice molti punti delle verità divulgate dalle autorità USA.
«Gli Stati Uniti continuano a minacciare l’integrità della mi famiglia e pretendono di farsi beffe della sovranità argentina. Hanno incrementato le loro molestie e la loro aggressività, hanno hackerato il nostro sito web, ci contattano delle presunte persone le cui e-mail provengono dal Dipartimento della Difesa e ad oggi abbiamo preso conoscenza del fatto che hanno introdotto documenti falsi per ingannare le autorità argentine e sottoporle a pressioni», ha precisato Kurt Sonnenfeld.
Paula, la moglie argentina dell’uomo che è stato il vero occhio di Ground Zero, una giurista esperta di leggi di immigrazione, spiega la spettacolare irritualità delle azioni provenienti sul caso dal Nord America: «L’Interpol di Washington ha inviato un documento alla giustizia argentina carico di informazioni “inesatte”, nel quale si cerca di mettere in moto e dirigere il processo di estradizione, e nel quale si prega che li si informi “se si possono prendere delle misure” su mio marito. È degno di nota che, in base al proprio statuto e alle disposizioni generali di Interpol, è tassativamente vietato il suo intervento nei procedimenti giudiziari e politici.»
L’invito a firmare a sostegno di Sonnenfeld è rivolto «a tutte le persone di buona volontà» e mira a fargli ottenere il Rifugio Definitivo o l’Asilo Permanente in Argentina. Paula Sonnenfeld ricorda che «gli Stati Uniti hanno già tentato di disumanizzare e silenziare Kurt definitivamente; è stato torturato e incarcerato falsamente nel suo paese».
Kurt Sonnenfeld chiede di «lavorare insieme per salvare l'integrità della nostra famiglia e la mia vita. È angosciante l’incertezza e il disagio che colpisce le nostre vite e cosa questo significhi per le nostre piccole figlie».
Sonnenfeld ha ricevuto in tutti questi anni il soccorso e l'impegno delle più importanti organizzazioni sociali e dei diritti umani a livello mondiale.
Tra le iniziative di sostegno alla battaglia di Sonnenfeld nell’ottobre 2009 ci fu una conferenza di Giulietto Chiesa a Buenos Aires. Chiesa ricorda bene il clima emozionante di quell’incontro. E oggi? «È una vicenda ancora attuale e in corso di definizione – spiega Chiesa – e richiede il massimo di attenzione affinché non sia spenta una voce così importante: Sonnenfeld ha già pagato un tributo personale pesantissimo.» Il destino di chi rivela cose scomode per l’Impero, come dimostra la recente vicenda di Julian Assange di Wikileaks, trova subito canali di persecuzione molto insidiosi.
È necessario più che mai essere solidali con chi è “perseguido”.


Per maggiori dettagli si veda il sito: http://elperseguido.wordpress.com/como-ayudar.

24 settembre 2009

Le cas de «Tripod II» et autres jeux de guerre le 11 septembre 2001

de Pino Cabras - Megachip

Nombreux étaient les exercices des appareils militaires et de sécurité américains qui se sont déroulés le 11 septembre 2001, que ce soit dans le ciel ou à terre, dans les organisations d’espionnage ou de sécurité, à l’intérieur des gratte-ciel ou en dehors.

Parmi eux, il y avait l’exercice Tripod II, une simulation d’attaque terroriste organisée pour le 12 septembre sur la côte occidentale de Manhattan.

Cette simulation comportait, avant la date du 11/9, l’installation sur un quai “Pier 92” de la rivière Hudson, d’un vaste centre de contrôle et de commandement à l’image de celui du Bureau des urgences de Manhattan (OEM), situé dans le bâtiment 7 du WTC et qui fut détruit lors de son effondrement.

L’OEM fut créé en 1996 par le maire de New York, Rudolph Giuliani, pour gérer la riposte de la ville à d’éventuelles catastrophes, y compris des attentats terroristes à grande échelle.

Dans les 5 années qui ont précédé le 11/9, l’OEM a régulièrement organisé des exercices impliquant toutes les agences : de la protection civile aux organes de sécurité en passant par la FEMA. À chaque fois, les simulations et les équipements étaient en place pendant plusieurs semaines. Des moyens impressionnants étaient mobilisés dans le cadre de mises en scène très réalistes. Rudy Giuliani assistait en personne à la plupart de ces “entrainements” (drills) qui permettaient de tester la ville face à des scénarios de film-catastrophe.
C’est Giuliani lui-même qui décrit le réalisme de ces gigantesques jeux de rôles : “En général nous prenions des photos de ces exercices, d’où il ressortait que le résultat était tellement réaliste que ceux qui voyaient ces clichés nous demandaient quand ces événements s’étaient produits” (extrait du livre Leadership, page 355).
Parmi ces scénarios-cauchemars : des attentats au gaz sarin à Manhattan, des attaques à base d’anthrax, un camion piégé à l’explosif.

Le 11 mai 2001, 4 mois exactement avant les vrais attentats de New York, s’est déroulée dans cette même ville une simulation d’une attaque utilisant la peste bubonique. La mise en scène fut tellement réaliste que l’un des participants déclara qu’« après à peine 5 minutes d’immersion dans cette simulation, tout le monde avait oublié qu’il s’agissait d’un exercice.”

De l’adrénaline pure, dans l’émotion frénétique de ceux qui participaient.

Et pour ces exercices on ne lésine pas sur les moyens. Les agences, à commencer par la FEMA, sont sur place longtemps à l’avance et en repartent bien après le coeur de la simulation. Tout est fait comme si c’était vrai, avec des centaines de personnes à l’oeuvre, en uniforme ou en civil, et qui travaillent pour différentes agences. Les participants, à commencer par Giuliani, nous expliquent que la frontière entre réalité et fiction devient indiscernable, en termes de perception et de moyens mobilisés.

Le cas d’un avion utilisé intentionnellement comme missile n’a pas officiellement été testé lors des simulations de l’OEM. Mais au-delà du fait que cela était envisagé comme cas d’incident “non intentionnel”, des exercices ont quand même été organisés pour des secours consécutifs à un impact d’avion de ligne sur un gratte-ciel.

Un exercice, seulement théorique, a été mené à peine une semaine avant le 11/9, avec élaboration de plans de continuité pour les activités du district financier du World Trade Center.

Lorsque le scénario terroriste du 11/9 se révéla dans toute son horreur, il fut facile à Rudolph Giuliani de s’en remettre aux équipements de l’exercice qui avait entre-temps été préparé sous le nom de Tripod II, celui basé au quai Pier 92, et mentionné plus haut. Le quai se trouve à seulement 6 km au nord-nord-ouest du World Trade Center, et à cette occasion il avait été organisé au préalable pour abriter un centre tri dans lequel les victimes recevraient les premiers soins.

C’est Giuliani qui nous le rappelle lors de son témoignage devant la Commission d’enquête sur le 11/9: “La raison pour laquelle le centre Pier 92 a été choisi, est que le jour suivant, le 12 septembre, devait se dérouler un exercice de simulation. Des centaines de personnes se trouvaient là-bas, de la FEMA, du gouvernement fédéral, de l’état de New York, du Bureau de gestion des urgences, et tous s’apprêtaient à participer à une simulation d’attaque biologique. C’était donc l’endroit où devait avoir lieu l’exercice. Les équipements étaient déjà en place, et cela nous a permis d’y installer en quelques jours un centre de commandement trois fois grand comme celui du bâtiment 7 du WTC. Et c’est depuis là que s’est fait le reste du travail de recherche et de secours.

Nous avons évoqué le témoignage de Kurt Sonnenfeld, l’homme de la FEMA qui a confirmé, lui aussi, que son agence était déjà massivement présente sur place avant les attentats. Une catastrophe pour les mythographes casqués qui ont cherché à balayer de leur qualificatif de “conspirationniste” l’idée de l’arrivée anticipée de la FEMA. Ils ont chipoté sur les dates, puisque l’exercice devait commencer le 12 septembre et pas avant. Des centaines d’hommes déjà sur place depuis plusieurs jours: pour les mythographes, évidemment cela ne compte pas. Ils pensent donc qu’un méga-exercice comme Tripod II puisse se matérialiser en un instant, sans planification, sans logistique, sans agents de toutes sortes occupés depuis des jours à faire leur travail. Une hypothèse ridicule, contredite par un monceau de preuves, de déclarations et de témoignages. L’exercice pendant le 11 Septembre était une machine déjà en marche, et comment !
Évidemment, la mobilisation spécifique de la FEMA sur le lieu du désastre a nécessité des ordres de service après-coup.

Le cas de Tripod II devient d’autant plus significatif lorsqu’on remarque que c’était loin d’être un cas isolé.

La concomitance de tous ces exercices avec les vrais attentats, ceux du 11 septembre 2001 aux USA, comme ceux du 7 juillet 2005 au Royaume-Uni, ne peut pas être reléguée au rang de simple coïncidence. Il faudrait au moins approfondir, chose que les enquêtes officielles ont renoncé à faire. Combien savent que le matin du 11 Septembre, une agence de renseignements américaine, le NRO (National Reconnaissance Office), avait programmé un exercice au cours duquel un avion en perdition s’écrasait sur un de ses bâtiments ? Cette agence qui s’occupe de l’espionnage depuis l’espace dépend du Département de la Défense, et son personnel provient pour moitié de la CIA et pour l’autre moitié de la Défense. Au moment des événements – les vrais – il fut décidé d’interrompre l’exercice et de renvoyer chez eux les 3000 employés de l’agence de renseignements. Et l’effet le plus évident de cette évacuation des locaux de la NRO fut de rendre aveugle l’espionnage officiel précisément lorsqu’il aurait pu – et dû – contrôler les événements depuis l’espace. Qui donc est resté devant les écrans les plus importants de l’agence, à observer tout cela avec les yeux puissants des satellites ?

Et combien savent aussi qu’une partie significative des professionnels les plus qualifiés pour répondre aux attentats se trouvait à l’autre bout du pays, pour participer à un entrainement ? C’est le cas du Groupe mixte FBI/CIA d’intervention antiterroriste, déconnecté du scénario de ce jour-là, puisque distant de plusieurs milliers de km, occupé qu’il était par un exercice à Monterey (Californie). USA Today, dans son numéro du 11 septembre 2001, a raconté qu’”à la fin de la journée, à cause de la fermeture des aéroports dans tout le pays, le groupe d’intervention n’a pas pu trouver le moyen de retourner à Washington”. Avec pour résultat qu’au moment des attentats, la principale agence fédérale en charge de prévenir de tels crimes s’est trouvée décapitée. L’entrainement du groupe n’était pas seulement de nature théorique puisqu’il avait aussi concentré sur la côte californienne tous les hélicoptères et les véhicules légers dont elle disposait.

De nombreux éléments indiquent que les mandataires de ces attentats étaient parfaitement au courant de ces mouvements et qu’au moins une partie d’entre eux faisait partie intégrante de structures couvertes par les appareils d’État.

L’avantage d’une telle stratégie apparait tout à fait compréhensible et plausible, pour qui voudrait initier une véritable enquête sur des bases différentes des précédentes.

En premier lieu, il faut savoir que les militaires, les fonctionnaires ou les membres des Services secrets qui auraient en tête des actions subversives ne pourraient pas organiser des attentats sans se faire repérer. D’où la fonction première d’un exercice : il offre aux organisateurs la couverture idéale pour la mise en route de l’opération, et leur permet d’utiliser les fonctionnaires et les structures gouvernementales pour la mener à bien, tout en fournissant une réponse satisfaisante à toute question qui pourrait être posée sur des bizarreries ou des mouvements insolites de personnels. Pour que cela fonctionne, il faut nécessairement que le scénario de l’exercice se déroule sous couvert des vrais attentats.

En second lieu, si la date correspond avec celle de l’attentat, l’exercice permet de déployer légitimement sur le terrain des hommes portant l’uniforme de diverses agences de sécurité ou de secours. Placer parmi eux, sans éveiller les soupçons, ceux-là mêmes qui vont poser les bombes et coordonner les actions est chose relativement aisée.

En troisième lieu, le déroulement des exercices de simulation au même moment que les véritables attentats permet de veiller à la bonne exécution des réponses de la part des équipes – loyales – de sécurité et de secours, profitant de la confusion entre la réalité et la fiction. Les contradictions et la découverte de certains morceaux n’entament pas l’ensemble. Au contraire, elles aident à maquiller et à rendre la mosaïque incompréhensible. Le 11 Septembre – à un moment donné de la matinée – des dizaines d’avions détournés furent signalés, et des voix courraient annonçant d’autres attentats. Et donc, où envoyer les patrouilles ? Quels bâtiments protéger en premier ? On peut facilement imaginer le chaos que tout cela a pu déclencher dans le centre de commandement.

Les opérations de cette nature sont modulaires, et visent en même temps des objectifs interchangeables, qui sont autant de routes possibles vers le même résultat, toutes parcourues simultanément, et dont la régie, où qu’elle se trouve, n’a pas à choisir l’une ou l’autre des trames possibles, qui de toute façon avancent de concert.

Les personnes chargées d’exécuter seulement certains segments de l’opération, obéissent – souvent avec la plus totale bonne foi – a des ordres émanant de supérieurs hiérarchiques qui à leur tour n’en connaissent qu’un détail et non le plan dans son entier ni ses objectifs.

Tout ce que je décris ici fait partie de mécanismes utilisés lors d’actions des Services secrets, en particulier les opérations auxquelles participent les “bras de levier ” [1] et les opérations souterraines, et peut être démultiplié à l’occasion de grandes opérations terroristes servant de bases politiques à des guerres ou à de dramatiques changements de régime.

L’expérience italienne en matière de délits ayant eu un impact important – les affaires Mattei, Moro, et bien d’autres cas servant la “stratégie de la tension”, comme celui de Borselino – nous indique que derrière ces événements, on trouve la décision de petits groupes d’individus. Derrière chacun d’entre eux, on découvre que des hommes puissants agissaient au nom de calculs politiques et économiques bien précis. Dans certains cas, la couverture et le brouillage étaient préparés simultanément, pendant que des personnages appartenant à la mafia ou à des groupes terroristes s’exposaient en s’occupant utilement de la partie “action”. De nombreux épisodes qualifiés de “mafieux” ou de “terroristes” ont en fait une matrice bien différente. C’est là un type d’hypothèse d’investigation utilisé couramment, et souvent avec de bons résultats.

Cela peut s’appliquer aussi aux attentats du 11/9.

Face à la complexité d’un tel scénario, on oppose souvent le fameux “rasoir d’Occam”. Occam était un philosophe du moyen âge, et il disait dans son latin médiéval: « entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem ». Autrement dit, “inutile de multiplier plus que nécessaire les éléments”. Dans le langage du XXI siècle, on pourrait traduire par : “à égalité de facteurs, l’explication la plus simple est souvent la bonne”.

Et bien, oubliez Occam quand on parle de terrorisme. Dans le cas du 11/9, les éléments se sont multipliés, et comment ! Au-delà de toute nécessité envisageable par l’homme de la rue ou par la rédaction d’un journal.

Traduit de l’italien par GV

Références

1) Lire précédente ReOpenNews : "Nouvelles révélations sur les “corps séparés” des Services secrets : Les “bras de levier” de la stratégie de tension internationale" (sept 2009)


Note de ReopenNews : Lire aussi le remarquable livre de Webster Tarpley "La terreur fabriquée – Made in USA" documentant notamment les nombreux exercices militaires et de renseignement survenus le jour même du 11/9 aux États-Unis.
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El caso de TRIPOD II y otros juegos de guerra del 11-S

de Pino Cabras - Megachip


Fueron numerosas las prácticas de dispositivos militares y de seguridad estadounidenses al amparo del 11 de septiembre de 2009, desarrolladas en cielo y tierra, en las bases militares y en la ciudad, en las sedes de los organismos de espionaje y de la seguridad, dentro y fuera de los rascacielos.

Entre estos estaba también la preparación del Tripod II, un simulacro de ataque terrorista organizado en vista del 12 de septiembre en la costa occidental de Manhattan.
Este simulacro ha implicado antes de esa fecha la instalación en un muelle del Río Hudson, el Pier 92, de un vasto centro de control y de comando configurado exactamente como la Office of Emergency Management (OEM), la que acabó destruída en el edificio 7 del World Trade Center.
La OEM había sido instituida en 1996, por el Alcalde de New York, Rudolph Giuliani, para organizar la respuesta de la ciudad a los acontecimientos catastróficos, incluidos eventuales atentados terroristas a gran escala.
En los cinco años que precedieron el 11/9 la OEM desarrolló regularmente prácticas que implicaban a todas las agencias: desde la protección civil, la FEMA, a los organismos de seguridad. Para cada una de las prácticas las instalaciones y los simulacros en sí, duraban en el complejo varias semanas. Fueron movilizados impresionantes medios, para escenarios muy realistas. Rudy Giuliani estuvo presente en muchas de esas prácticas militares que adiestraron la ciudad a escenografías de películas catastrofistas. Es el mismo Giuliani quien describe el realismo de estos gigantescos juegos de rol: “A menudo tomábamos fotografías de éstas prácticas y resultaban tan realistas que la gente que las veía llegaba a preguntar cuando se les mostraba las fotos si el evento se había verificado alguna vez” (del libro Leadership, pag. 355)
Entre los escenarios de pesadilla: atentados con el gas sarín en Manhattan, ataques a las bases con ántrax, camiones bomba.
El 11 de Mayo de 2001, exáctamente cuatro meses antes de los mega atentados de New York, hubo un simulacro de un ataque a la ciudad con la peste bubónica. El simulacro fue tan realista que uno de los participantes declaró que después de cinco minutos de estar inmersos en esa práctica todos habían olvidado que era un simulacro”.
Verdadera adrenalina, en el frenesí emotivo de quien lo está viviendo.
En estas prácticas no se escatiman los recursos. Las agencias, comenzando por la FEMA, permanecen en el campo antes y después del foco central de las prácticas. Todo es como si fuese verdadero, en medio de un centenar de personas, uniformadas y de civil, pertenecientes a distintos organismos, que estaban a la obra.
Los sujetos involucrados, comenzando por Giuliani, nos explican que el límite entre ficción y realidad resulta indistinguible, en términos de medios movilizados y de lo que se llega a percibir.
El escenario de aviones utilizados a propósito como misiles, no estaba contemplado oficialmente en los simulacros de la OEM. Pero más allá del hecho de que se elucubraron hipótesis de accidentes “no intencionales”, igualmente se desarrollaron prácticas que contemplaban intervenciones de socorro por consecuencias del impacto de aviones de línea en los rascacielos.
Una práctica, esta vez en teoría, se desarrolló apenas una semana antes del 11/9, con planes para la continuidad de las actividades desarrolladas en el distrito financiero del World Trade Center.
Cuando se manifestó en toda su horrenda grandiosidad, el escenario terrorista del 11/9, fue fácil para Rudolph Giuliani confiarse de las escenografías del otro atentado, que había sido preparado en el entretiempo, bajo el nombre de Tripod II, con base en el muelle citado anteriormente que se encuentra solo a 4 millas al noroeste del World Trade Center y en esa ocasión ya había sido predispuesto como un particular centro de atención en el cual las víctimas ficticias, serían puestas bajo primeros auxilios.
El mismo Giuliani lo ha recordado a la Comisión de investigación sobre el 11/9: “la razón por la cual fue elegido el Pier 92, fue porque para el día siguiente, 12 de septiembre, en el Pier 92 se debía desarrollar un simulacro. Allí se encontraron centenares de personas, del FEMA, del gobierno federal, del estado, de la State Emergency Management Office y todas se estaban preparando para un simulacro de un ataque bioquímico. Por lo tanto ese estaba por ser el lugar en el cual se pondría en marcha el desarrollo del simulacro. El equipamiento ya estaba allí, por lo cual logramos establecernos en un centro de comando en solo tres días, que resultaba ser dos veces y medio más grande que el centro de comando que perdimos en el edificio 7 del World Trade Center. Y fue de allí que el resto del trabajo de búsqueda y de socorro se completó.”
En otras ocasiones hemos hablado del testimonio de Kurt Sonenfeld, el hombre del FEMA que confirmó, también él, que su agencia ya estaba allí en actividad, antes de los atentados. Ábrete cielo. Los mitógrafos con el casco han intentado señalar con el habitual estigma de “conspiracioncitas”, la idea de la llegada anticipada del FEMA. Se encaramaron en las fechas, visto que el “drill” (prácticas militares), propio y verdadero debía comenzar el 12 de septiembre y no antes. Centenares de hombres, ya en el campo desde hacía días: para los mitógrafos evidéntemente no cuentan nada.
Por lo tanto consideran que una mega ejercitación como el Tripod II, pudiera materializarse de improviso, sin planificación, careciente de logística, sin la presencia de agentes de todo tipo, diseminados desde días anteriores, para desarrollar sus labores. Una hipótesis ridícula, enterrada por pruebas, declaraciones y testimonios.
Las prácticas durante el 11/9 fueron mucho más que una máquina puesta en marcha.
Obviamente la movilización específica del FEMA sobre el desastre ha tenido sus órdenes de servicio sucesivas.
El caso Tripod II se vuelve más significativo, cuanto más se nota que no era precísamente un caso aislado.
La concomitancia de muchos simulacros, con los verdaderos atentados, el 11/9 de 2001, en los Estados Unidos, como el 7 de julio de 2005 en el Reino Unido, no se puede relegar a la esfera de las meras coincidencias.
Habría por lo menos que profundizarla, lo cual las investigaciones oficiales han renunciado a hacer.
¿Cuántos saben que la mañana del 11 de septiembre una agencia de inteligencia de los Estados Unidos, la National Reconnaissance Office (NRO), había programado un simulacro durante el cual un avión perdido impactaba en uno de sus edificios? Esta agencia de inteligencia, que dirige el espionaje desde el espacio, depende del Departamento de Defensa y la mitad de su personal proviene de la CIA y la otra mitad de la Defensa. En correspondencia con los eventos, reales, se decidió interrumpir los simulacros y mandar a su casa a los tres mil empleados de la agencia. Ya que los locales del NRO fueron evacuados, el efecto más evidente fue el de obstaculizar el espionaje oficial cuando más necesidad había, en el momento en que se habría podido – y debido – controlar los eventos desde el espacio. ¿Entonces quién ha quedado frente a los monitores más importantes de la agencia, para ver las cosas bajo los potentes ojos de los satélites?
¿Y cuántos saben que una parte significativa de las figuras profesionales que habrían estado más capacitadas para responder en los atentados, se encontraban en adiestramiento en la otra punta del país? Es el caso del grupo mixto FBI/CIA de intervención antiterrorista, alejado del escenario de ese día, estando a miles de kilómetros de distancia, comprometido en una práctica de adiestramiento en Monterrey (California). “USA Today”, publicó el 11 de septiembre que “al final de la jornada, con el cierre de los aeropuertos en todo el país, el grupo de intervención no ha encontrado nunca el modo de regresar a Washington”. Con el resultado que al momento de los atentados, la principal agencia federal responsable de prevenir tales crímenes, fue decapitada. El adiestramiento del grupo no estaba solo presente en los papeles, porque también concentró en la costa californiana todos los helicópteros y vehículos y aeronaves ligeras, que tenían en dotación.
Muchos son los elementos que llevan a sostener que los mandantes de los atentados fueran muy conscientes de todos estos movimientos y que al menos algunos de ellos, fuesen parte integrante de estructuras encubiertas de los aparatos estatales.
La ventaja de una estrategia como esta resulta completamente incomprensible y plausible, si se desease dar inicio a una verdadera investigación sobre bases diferentes de las del pasado.
En primer lugar debemos considerar que militares, funcionarios gubernamentales o miembros de los servicios de inteligencia que tuviesen en mente acciones subversivas no podrían organizar atentados sin que les descubriesen. De ahí nace el motivo de una ejercitación que ofrece a los organizadores la cobertura idónea para poner en marcha la operación; les da la posibilidad de utilizar y de servirse de los funcionarios y de las estructuras gubernativas para realizarla y da una respuesta satisfactoria a cualquier pregunta que surgiese sobre anomalías o movimientos insólitos. Para que pueda funcionar, es claramente necesario que la escena del ejercicio, debe estar al lado del atentado proyectado.
En segundo lugar, si fuesen previstas en la fecha del atentado, las prácticas dan la posibilidad de distribuir legítimamente los hombres en el terreno, hombres vestidos con los uniformes de los servicios de seguridad o de primeros auxilios. Meter entre ellos aquellos que colocan las bombas o que coordinan los movimientos es relativamente fácil, sin que surjan sospechas.
En tercer lugar, el desarrollo de los ejercicios contemporáneamente con los verdaderos atentados desconcierta la respuesta a la altura de las circunstancias por parte de los servicios de seguridad o de auxilios leales debido a la confusión entre la realidad y la ficción. Las contradicciones y los descubrimientos de fragmentos individuales de los hechos no mellan el conjunto. Es más, ayudan a falsear y a volver incomprensible el mosaico. El 11 de septiembre –en un cierto momento por la mañana- decenas de aviones fueron señalados como secuestrados y circulaban voces de otros atentados. ¿Entonces a dónde había que enviar las patrullas? ¿Qué edificios había que proteger primero? Se puede imaginar el caos que todo esto ha podido suscitar en las salas de mando.
Las operaciones de esta naturaleza son modulares, miran a distintos objetivos copresentes al mismo tiempo e intercambiables, otros tantos caminos a disposición que lleven al mismo efecto y que se recorren simultáneamente hasta que el centro de coordinación, donde quiera que se encuentre, no elija una trama diferente entre las distintas tramas pre-concebidas que entretanto avanzan a la par.
Las personas encargadas de cumplir solo algunas partes de la operación obedecen –muchas veces en perfecta buena fe- a las órdenes de personalidades superiores a ellos que a su vez conocen solo un detalle, pero no toda la planificación ni sus objetivos.
Estoy describiendo mecanismos normálmente utilizados en acciones de los servicios secretos, que se exasperan cuando entran en acción “las manos largas y las operaciones de cobertura, hasta que se agiganta en ocasión de grandes operaciones terroristas usadas como base política para dramáticos vuelcos constitucionales y para las guerras.
La experiencia italiana de los delitos de gran impacto público –Mattei, Moro, varios casos de estrategia de la tensión, Borsellino- nos dice que detrás de ellos había decisiones de estrechos grupos de individuos. Detrás de cada uno de esos casos había potentados que actuaban en nombre de cálculos políticos y económicos precisos. En ciertas acciones se prepara simultáneamente la cobertura y el despiste, mientras personajes internos de la mafia o de grupos terroristas resultan ser segmentos de la acción muy útiles, muy expuestos. Varios episodios definidos mafiosos o terroristas tienen más bien otra matriz. Es un tipo de hipótesis investigativa que se adopta normálmente, a menudo con buenos resultados.
Se puede aplicar incluso en los hechos del 11/9.
Respecto a la complejidad de un escenario así, se invoca la llamada “cuchilla de Occam”. Occam era un filósofo medieval que decía en su latino “entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”. Es decir “los elementos no hay que multiplicarlos más de lo necesario”. En términos del siglo XXI podemos traducirlo así: “con factores pares, la explicación más sencilla tiende a ser la más exacta”.
Bien, olvidaros de Occam cuando se habla de terrorismo. En el caso del 11/9 los elementos se han multiplicado y ¡cómo!, más allá de lo que el hombre de la calle o la redacción de cualquier periódico puedan pensar.


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10 settembre 2009

Il caso di Tripod II e altri giochi di guerra dell’11/9

di Pino Cabras - da Megachip

Erano numerose le esercitazioni degli apparati militari e della sicurezza statunitensi a ridosso dell’11 settembre 2009, svolte in cielo e in terra, nelle basi militari e in città, nelle sedi degli apparati spionistici e della sicurezza, dentro i grattacieli e fuori.

Tra queste c’era anche l’approntamento di ‘Tripod II’, una simulazione d’attacco terroristico organizzata in vista del 12 settembre sulla costa occidentale di Manhattan.

Questa simulazione ha comportato prima di quella data l’installazione in un molo dello Hudson River, il Pier 92, di un vasto centro di controllo e di comando configurato esattamente come l’Office of Emergency Management (OEM), quello distrutto nell’edificio 7 del World Trade Center.

L’OEM era stato istituito nel 1996 dal sindaco di New York, Rudolph Giuliani, per gestire la risposta della città agli eventi catastrofici, compresi eventuali attentati terroristici su vasta scala.

Nei cinque anni che precedettero l’11/9, l’OEM svolse regolarmente delle esercitazioni che comprendevano tutte le agenzie: dalla protezione civile, la FEMA, agli apparati di sicurezza. Per ciascuna esercitazione gli allestimenti e le simulazioni in sé duravano nel complesso svariate settimane. Venivano mobilitati mezzi impressionanti, per scenari molto realistici. Rudy Giuliani presenziava a molti di questi “drill” che addestravano la città a scenografie da film catastrofico. È lo stesso Giuliani a descrivere il realismo di questi giganteschi giochi di ruolo: «Di solito scattavamo delle foto di queste esercitazioni, e risultavano talmente realistiche che la gente che le vedeva era portata a chiedere quando l’evento mostrato in foto si fosse mai verificato» (dal libro Leadership, pag. 355)

Tra gli scenari da incubo: attentati con il gas sarin a Manhattan, attacchi a base di antrace, camion bomba.

L’11 maggio 2001, esattamente quattro mesi prima dei veri mega-attentati di New York, ci fu la simulazione di un attacco alla città con la peste bubbonica. La simulazione fu talmente realistica che uno dei partecipanti dichiarò che «dopo cinque minuti immersi in quella esercitazione, tutti si erano dimenticati che fosse un’esercitazione».

Adrenalina vera, nella frenesia emotiva di chi si trova in mezzo.

In questi esercizi non si lesinano le risorse. Le agenzie, a partire dalla FEMA, sono a lungo sul campo, prima e dopo il nucleo dell’esercitazione. Tutto è come se fosse vero, in mezzo all’opera di centinaia di persone, in divisa e no, appartenenti a diversi apparati. I soggetti coinvolti, a partire da Giuliani, ci spiegano che il confine fra finzione e realtà diventa indistinguibile, in termini di mezzi mobilitati e di percezione.

Lo scenario di aerei usati di proposito come missili non era ufficialmente contemplato nelle simulazioni dell’OEM. Ma al di là del fatto che si ipotizzavano incidenti “non intenzionali”, si svolgevano ugualmente esercizi che concepivano interventi di soccorso per le conseguenze d’impatto di aerei di linea su grattacieli.

Un’esercitazione, stavolta a tavolino, si svolse appena una settimana prima dell’11/9, con piani per la continuità delle attività svolte nel distretto finanziario al World Trade Center.

Quando si manifestò in tutta la sua orrenda grandiosità lo scenario terroristico dell’11/9, fu facile per Rudolph Giuliani affidarsi agli allestimenti dell’altra esercitazione che era stata nel frattempo preparata con il nome di Tripod II, quella con base al Pier 92 e citata in apertura. Il molo si trova a sole 4 miglia nord-nordovest dal World Trade Center, e in quella occasione era stato già predisposto come un particolare centro di smistamento nel quale le vittime simulate sarebbero state sottoposte alle prime cure.

Lo ha ricordato lo stesso Giuliani alla Commissione d’inchiesta sull’11/9: «la ragione per cui fu scelto il Pier 92 era perché per il giorno successivo, il 12 settembre, al Pier 92 doveva svolgersi un’esercitazione. Si trovavano laggiù centinaia di persone, della FEMA, del governo federale, dello stato, dello State Emergency Management Office, e tutte si stavano approntando a un’esercitazione su un attacco biochimico. Perciò quello stava per essere il luogo in cui si avviavano a svolgere l’esercitazione. Le attrezzature erano già lì, per cui riuscimmo a stabilirvi un centro di comando in soli tre giorni che risultava essere due volte e mezzo più grande del centro di comando che avevamo perso all’edificio 7 del World Trade Center. E fu da lì che il resto del lavoro di ricerca e soccorso venne completato».

In altre occasioni abbiamo parlato della testimonianza di Kurt Sonnenfeld, l’uomo della FEMA che confermava, anche lui, che la sua agenzia era già lì in forze da prima degli attentati. Apriti cielo. I mitografi con l’elmetto hanno cercato di bollare con il solito stigma di “cospirazionista” l’idea dell’arrivo anticipato della FEMA. Si sono arrampicati sulle date, visto che il “drill” vero e proprio doveva cominciare il 12 settembre e non prima. Centinaia di uomini già in campo da giorni: per i mitografi evidentemente non contano nulla. Quindi ritengono che una mega esercitazione come Tripod II potesse materializzarsi all'improvviso, senza pianificazione, sfornita di logistica, senza agenti di ogni tipo disseminati da giorni a svolgere i loro compiti. Un’ipotesi ridicola, sepolta da prove, dichiarazioni e testimonianze. L’esercitazione durante l’11/9 era una macchina avviata, altroché.

Ovviamente la mobilitazione specifica della FEMA sul disastro ha avuto i suoi ordini di servizio successivi.

Il caso Tripod diventa tanto più significativo quanto più si nota che non era certo un caso isolato.

La concomitanza di tante esercitazioni con i veri attentati, l’11 settembre 2001 negli Stati Uniti come il 7 luglio 2005 in Regno Unito, non può essere lasciata perdere nel campo delle semplici coincidenze. Andrebbe per lo meno approfondita, cosa che le inchieste ufficiali hanno rinunciato a fare.

Quanti sanno che la mattina dell’11 settembre un’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti, il National Reconnaissance Office (NRO), aveva programmato un’esercitazione in corso della quale un aereo disperso si schiantava su uno dei suoi edifici? Quest’agenzia d’intelligence, che gestisce lo spionaggio dallo spazio, dipende dal Dipartimento della Difesa e il suo personale proviene per metà dalla CIA e per metà dalla Difesa. In corrispondenza degli eventi, reali, fu deciso di interrompere l’esercitazione e mandare a casa i tremila addetti dell’agenzia. Poiché i locali della NRO vennero evacuati, l’effetto più evidente fu quello di oscurare lo spionaggio ufficiale quando più ce n’era bisogno, nel momento in cui avrebbe potuto – e dovuto - controllare gli eventi dallo spazio. Chi è dunque rimasto davanti agli schermi più importanti dell’agenzia a vedere le cose con i potenti occhi dei satelliti?

E quanti sanno che una parte significativa delle figure professionali che sarebbero state più qualificate nel rispondere agli attentati si trovava in addestramento all’altro capo del Paese? È il caso del gruppo misto FBI/CIA d’intervento antiterroristico, distolto dallo scenario di quel giorno, essendo a migliaia di chilometri di distanza, impegnato in un’esercitazione di addestramento a Monterey (California). «USA Today» raccontava l’11 settembre che «alla fine della giornata, con la chiusura degli aeroporti in tutto il paese, il gruppo d’intervento non ha mai trovato il modo di tornare a Washington». Con il risultato che al momento degli attentati la principale agenzia federale responsabile di prevenire tali crimini era decapitata. L’addestramento del gruppo non era solo sulla carta, perché aveva concentrato sulla costa californiana anche tutti gli elicotteri e i velivoli leggeri in dotazione.

Molti elementi portano a ritenere che i mandanti degli attentati fossero ben consapevoli di tutti questi movimenti e che, almeno una porzione di essi, fossero parte integrante di strutture coperte dagli apparati statali.

Il vantaggio di una tale strategia appare del tutto comprensibile e plausibile, volendo iniziare su basi diverse dal passato una vera inchiesta.

In primo luogo dobbiamo ritenere che militari, funzionari governativi o membri dei servizi d’intelligence che avessero in mente azioni eversive non potrebbero organizzare degli attentati senza farsi scoprire. Da qui la prima funzione di un’esercitazione: essa offre agli organizzatori la copertura idonea a mettere in moto l’operazione, permette loro di utilizzare i funzionari e le strutture governative per realizzarla e fornisce una risposta soddisfacente ad ogni domanda che dovesse sorgere su stranezze e movimenti insoliti. Perché possa funzionare, è chiaramente necessario che lo scenario dell’esercitazione sia a ridosso dell’attentato progettato.

In secondo luogo, se prevista nella data dell’attentato, l’esercitazione permette di schierare legittimamente degli uomini sul terreno, uomini che indossano l’uniforme dei servizi di sicurezza o di soccorso. Piazzare fra questi coloro che sistemano delle bombe o coordinano dei movimenti è relativamente facile, senza che sorgano sospetti.

In terzo luogo, lo svolgimento delle esercitazioni in simultanea con i veri attentati permette di scompigliare la buona esecuzione delle risposte da parte dei servizi di sicurezza o di soccorso leali per via della confusione fra la realtà e la finzione. Le contraddizioni e le scoperte di singoli spezzoni dei fatti non intaccano l’insieme. Anzi, aiutano a truccare e rendere incomprensibile il mosaico. L’11 settembre – a un certo punto della mattinata – decine di aerei furono segnalati come dirottati, e si rincorrevano voci di ulteriori attentati. Dove dunque bisognava inviare le pattuglie, quali edifici occorreva proteggere per primi? Si può immaginare il caos che tutto ciò ha potuto sollevare nelle sale comando.

Le operazioni di questa natura sono modulari, mirano a diversi obiettivi compresenti e intercambiabili, altrettante strade a disposizione verso il medesimo effetto, e sono percorse in simultanea, finché la regia, ovunque si trovi, non sceglie una trama tra le diverse trame preordinate che intanto avanzavano alla pari.

Le persone incaricate di eseguire soltanto certi segmenti dell’operazione, obbediscono – spesso in perfetta buona fede - a ordini di personalità a loro sovraordinate che a loro volta conoscono solo un dettaglio, ma non l’intera pianificazione, né i suoi obiettivi.

Sto descrivendo meccanismi normalmente usati nelle azioni dei servizi segreti, che si esasperano nei casi in cui operano le “leve lunghe” e le operazioni coperte, fino a ingigantirsi in occasione di grandi operazioni terroristiche usate come base politica per drammatiche svolte costituzionali e per le guerre.

L’esperienza italiana dei delitti di grande impatto pubblico – Mattei, Moro, vari casi della strategia della tensione, Borsellino – ci dice che dietro di essi c’erano le decisioni di gruppi ristretti di individui. Dietro ognuno di quei casi c’erano potentati che agivano in nome di precisi calcoli politici ed economici. In certe azioni è preparata simultaneamente la copertura ed il depistaggio, mentre personaggi interni alla mafia o ai gruppi terroristici sono segmenti dell’azione molto utili, parecchio esposti. Svariati episodi definiti mafiosi o terroristici hanno ben altra matrice. È un tipo di ipotesi investigativa normalmente usata, spesso con buoni risultati.

Si può applicare anche alle vicende dell’11/9.

Rispetto alla complessità di un simile scenario viene invocato il cosiddetto “rasoio di Occam”. Occam era un filosofo medievale, e nel suo latino diceva: «entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem». Ossia «gli elementi non sono da moltiplicare più del necessario». In termini da XXI secolo possiamo tradurre così: «a parità di fattori, la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta».

Bene, scordatevi Occam quando si parla di terrorismo. Nel caso dell’11/9 gli elementi si sono moltiplicati eccome, oltre ogni necessità contemplabile dall’uomo della strada o dalla redazione tipo di un giornale.


Link originario italiano: Megachip.
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2 settembre 2009

La storia di Kurt Sonnenfeld, l’uomo che a Ground Zero ha filmato quel che non si deve sapere

di Pino Cabras - «Megachip»


New York, 11 settembre 2001, la protezione civile interviene subito. Le Torri non sono state colpite ancora, ma loro, le squadre di soccorso sono lì già da ieri, 10 settembre, per una delle tante strane esercitazioni che punteggiano lo scenario della giornata destinata a cambiare il mondo. Alle squadre viene aggregato Kurt Sonnenfeld, un cameraman molto specializzato.

Una storia pazzesca, la sua, che parte dai miasmi di Ground Zero, passa per un dramma terribile in Colorado e approda in un esilio a Buenos Aires. Una storia che in Italia è quasi ignota. Lui l’ha raccontata in un libro pubblicato in Argentina, El Perseguido, ossia “il perseguitato”.

Dopo i mega-attentati dell’11 settembre 2001, in mezzo alle macerie, è tempo di soccorso, ma è anche tempo di documentazione a caldo. La FEMA, la protezione civile USA, decide che un documentarista plurilaureato e fotografo lavori nel luogo in cui sino a poco prima svettavano le Torri Gemelle. È Sonnenfeld.

Non è certo un novellino. La FEMA lo aveva chiamato a documentare altre situazioni critiche e di catastrofi, in segretezza. Aveva anche operato in luoghi dove si immagazzinavano, sviluppavano o trasportavano armi nucleari, biologiche e chimiche. Le competenze della FEMA sono vaste, molto più penetranti della protezione civile di altri paesi occidentali. La FEMA è nel cuore di una formidabile e opaca costituzione materiale in cui la sicurezza militare è al centro di procedure misteriose e complesse.

Sonnenfeld racconta che «quando è avvenuto il terribile attentato dell’11 settembre, il governo USA chiuse tutta l’area nei pressi del World Trade Center, tutta la parte sud di Manhattan, e fu vietato l’ingresso di qualsiasi tipo di apparecchio di ripresa visiva. Solo a due persone al mondo fu concesso di accedere per documentare quanto era accaduto. Io fui una di queste persone, con accesso totale e assoluto» al WTC.

«Io dovevo documentare con la mia videocamera quotidianamente per ore e ore, e poi in base ai rigidi parametri che mi erano stati impartiti, mettere a disposizione delle catene informative mondiali quindici o venti minuti di immagini», ricorda il professionista, che aggiunge: «dovevo consegnare tutte queste ore di filmati per le indagini che si supponeva stessero procedendo.»

Sonnenfeld assolve al suo dovere a Ground Zero per cinque settimane. Ma a causa di una tragica catena di eventi che si succedono, non consegna mai le registrazioni.

In una recente intervista alla Rete Voltaire, Sonnenfeld fa notare le anomalie che percepisce sin da subito:

«Ripensandoci, c’erano molte cose a Ground Zero che non quadravano. Era strano, a mio avviso, che mi fosse stato comunicato di andare a New York ancora prima che il secondo aereo colpisse la Torre Sud, quando i media parlavano ancora di un “piccolo aereo” entrato in collisione con la Torre Nord; una catastrofe, fino a quel punto, di dimensioni troppo ridotte per poter interessare la FEMA. Invece la FEMA fu mobilitata in pochi minuti, mentre ci vollero dieci giorni per inviarla a New Orleans dopo l’uragano Kathrina, nonostante l’abbondante preavviso! Era strano che ogni videocamera fosse severamente proibita entro il perimetro di sicurezza di Ground Zero, che l’intera zona fosse dichiarata “scena del delitto”, ma poi tutte le “prove” all’interno della scena del delitto venissero rimosse e distrutte con grande rapidità. Infine trovai molto strano che la FEMA e altre agenzie federali si fossero già posizionate nel loro centro operativo al Molo 91 il 10 settembre 2001, il giorno prima degli attacchi!»

Mentre iniziano a presentarsi questi dubbi, Sonnenfeld lavora a ritmo sostenuto. Altri dubbi più pesanti verranno più avanti, come vedremo. Intanto immortala ore e ore di scene dal disastro.

Un evento terribile irrompe nella sua vita, qualche mese dopo. Lo racconta lo stesso Sonnenfeld: «Poco dopo aver compiuto il servizio al Ground Zero del WTC, dove quasi tremila vite erano state stroncate, la mia stessa moglie prese la triste e tragica decisione di suicidarsi, la mattina del 1° gennaio 2002».

«Lo avevo attribuito dapprima al suo quadro depressivo. Purtroppo proveniva da una famiglia segnata dai suicidi. Le autorità procedettero all’inchiesta formale pertinente che stabilì la mia innocenza. Tutte le prove, compreso un biglietto suicida scritto di suo pugno, incontrovertibili prove forensi nonché le dichiarazioni sotto giuramento di poliziotti e testimoni nella corte, provarono il suicidio», spiega il documentarista, che nell’intervista alla Rete Voltaire ha anche ricordato che la donna «teneva un diario in cui registrava i suoi propositi suicidi».

Il biglietto suicida di Nancy Sonnenfeld ha qualcosa di criptico, per la verità. «Cosa c’è di più bello dell’amore e della morte?» con la parola "amore" depennata. «Kurt, per favore cerca aiuto!».

I guai per Kurt Sonnenfeld continuano ancora. Sino al limite delle torture. Durante la detenzione «fui picchiato brutalmente. Alla stazione di polizia due ufficiali mi strangolarono, impedendomi di respirare, nello stesso momento in cui un altro ufficiale mi dava vari calci all’inguine, e poi mi ficcarono una sostanza chimica corrosiva su per le narici».

Il racconto di Sonnenfeld descrive come poi cade a terra, in tempo per ricevere ancora altri calci prima di essere abbandonato al suolo, quasi senza respiro, le mani legate dietro la schiena e perciò impossibilitato a togliersi la sostanza irritante che gli cola sul viso.

Le prove che lo scagionano non bastano, la detenzione su input governativo dura sei mesi. «Durante questo tempo, le autorità mi confiscarono irregolarmente la casa e cambiarono le serrature».

A quanto riferisce Sonnenfeld, a causa delle «prove schiaccianti che dimostravano che quello di mia moglie era un suicidio, l’accusa vide che non c’erano elementi a mio carico e chiese il mio proscioglimento. Il giudice concordò in pieno sulla mia innocenza e venni rilasciato».

Una volta liberato, dopo aver perso tutto, snervato da tanti e tali abusi, Sonnenfeld fa causa alla polizia e alle autorità della città per arresto arbitrario, coercizione illegale e torture, detenzione arbitraria, diffamazione, uso eccessivo della forza, violazione dei diritti umani e civili. Sonnenfeld parla pubblicamente contro le autorità e le critica sui media.

Alle sue denunce seguono ulteriori procedimenti: «Notai allora delle auto ferme di fronte a casa mia a osservarmi; certe volte, quando rientravo, l’allarme era disattivato; la polizia mi poneva in stato di fermo senza motivo. Dovetti starmene a casa di alcuni amici in un’altra città. Ma il loro domicilio fu violato, benché nulla venisse loro rubato».

La pressione e l’apparenza di un accanimento personale contro di lui crescono. Sonnenfeld abbandona lo stato del Colorado, dov’era nato e cresciuto, senza che questo fermi la persecuzione. «Fu a quel punto che alcuni degli amici che avevano parenti qui, in Argentina, mi proposero di venire e di farmi dare la chiave di uno dei loro appartamenti a San Bernardo (sulla costa atlantica della provincia di Buenos Aires)», ricorda Sonnenfeld.

Arrivato con l’intento di stare lì solo poche settimane, il tempo di far decantare le spaventose pressioni e tensioni, Sonnenfeld si trattiene invece più a lungo, fino a conoscere Paula, la donna che poi sposa nel 2003. Una nuova vita, che ricomincia in Argentina e che, negli intenti degli sposi, deve continuare negli Stati Uniti. Serve il visto per Paula. L’ambasciata USA oppone ostacoli burocratici. Il tempo d’attesa è usato per chiedere un visto permanente per lei, una donna combattiva che se ne intende di pratiche di emigrazione. È infatti un avvocato, consulente legale di un’associazione che si occupa di donne immigrate e rifugiate in Argentina la AMUMRA.

Kurt fa in tempo a fare i primi passi da produttore indipendente. Tra giugno e luglio 2004, dopo aver consegnato un videoclip con immagini uniche a un produttore, viene fermato da alcuni agenti dell’Interpol. Su di lui pende una richiesta di estradizione dagli USA.

Per Sonnenfeld «negli Stati Uniti si tenne un’udienza segreta e si decise di chiedere la mia estradizione, dicendo che dopo oltre due anni, avevano improvvisamente incontrato nuove prove».

Quali?

«Due detenuti condannati, che in cambio di una riduzione nelle pene inflittegli, dicono che io avevo loro confessato che mia moglie non si era suicidata. Ignorando a quel punto la mia assoluzione e tutte le prove del suicidio», spiega Sonnenfeld, «reinventarono il caso e architettarono queste presunte nuove prove».

L’ordine di arresto inviato alle autorità argentine è molto insistente, in più punti, nel chiedere che siano sequestrati, confiscati e spediti negli USA tutti gli oggetti e documenti del documentarista.

«Nel processo originario, la mia casa rimase per sei mesi in mano alle autorità degli Stati Uniti. Allora, cosa continuano a cercare sei anni dopo?», si indigna.

«L’estradizione è un pretesto falso. Designato a ricondurmi sul suolo nordamericano e pormi entro la loro orbita di controllo. Ovviamente mi stanno perseguendo per via del timore che certi funzionari del governo nordamericano hanno nei confronti delle informazioni in mio possesso, e di ciò che son stato testimone», dichiara l’uomo dei documentari segreti.

In sostanza, quel che sostiene Sonnenfeld è che la sua versione dei fatti «si contrappone alla versione ufficiale di quanto accaduto l’11/9» poiché «metto in discussione le ragioni che giustificano la cosiddetta ‘Guerra al terrorismo’».

Kurt Sonnenfeld passa sette mesi nel carcere di Devoto. Altro che permessi per andare in USA, ora si tratta di evitare il ritorno. La moglie incinta, in mezzo a tanto stress, perde il bimbo. L’estradizione viene negata. È marzo 2005. Il giudice federale argentino Daniel Rafecas nota le irregolarità e «le ombre in questo caso» e la totale mancanza di garanzie sul fatto che – nel caso venisse estradato in USA – non gli si sia inflitta la pena di morte.

sonn03«Sin dal momento della mia liberazione, i pedinamenti, le persone che scattavano foto, le minacce e le telefonate son state un costante fattore di disturbo. Siamo pedinati regolarmente come se fossimo sul suolo nordamericano», lamenta esasperato Sonnenfeld.

Il governo statunitense ricorre in appello contro la prima decisione del giudice Rafecas e la Corte Suprema di Giustizia argentina non concede l’estradizione. Per una seconda volta, il magistrato ratifica la sua decisione e nega ancora l’estradizione.

«La decisione del Dottor Rafecas segnò la QUARTA volta che una Corte analizzava il caso orchestrato contro di me e decideva in mio favore, con l’intento di metter fine a questa prolungata ingiustizia. Ma un’altra volta ancora il governo degli Stati Uniti ha fatto appello alla decisione e il mio caso oggi si trova di nuovo presso la Corte Suprema di Giustizia argentina», spiega Sonnenfeld. Alla famiglia è stato intanto assegnato un servizio di scorta della polizia che opera 24 ore su 24.

Dentro una situazione che per chiunque sarebbe estenuante, i coniugi Sonnenfeld fanno mostra di una grande forza psicologica: «Stiamo lottando contro la superpotenza mondiale, una macchina che non si ferma certo davanti ai sentimenti e al dolore dell’uomo comune».

«Tutti sappiamo che le autorità nordamericane hanno mentito e falsificato le prove su chi possedeva armi di distruzione di massa, o sui legami tra Saddam Hussein e Bin Laden, per giustificare i suoi continui attacchi all’Iraq. Hanno cercato d’ingannarci circa l’esistenza delle carceri clandestine intorno al mondo e la tortura di chi vi era detenuto. E sebbene tutti sappiamo la verità, le atrocità continuano», afferma Sonnenfeld con toni indignati, che poi spinge ad alcune considerazioni più preoccupanti: «Ogni momento che condivido con la famiglia, ogni volta che usciamo sulla pubblica via, quando una delle mie figlie mi abbraccia, io so che potrebbe essere l’ultima volta. Ogni mattina mi sveglio e penso che potrebbe essere l’ultimo giorno insieme alla mia famiglia.»

sonn04Sono diversi i punti in cui Sonnenfeld mette in questione su punti delicatissimi le verità ufficiali sull’11 settembre. Nell’intervista alla Rete Voltaire dice: «ci si chiede di credere che tutte e quattro le “indistruttibili” scatole nere dei due jet che colpirono le Twin Towers non siano mai state ritrovate perché completamente vaporizzate, eppure io ho girato alcune riprese delle ruote di gomma del carrello di atterraggio degli aerei rimaste quasi intatte, così come i sedili, parte della fusoliera e una turbina, che non si erano per nulla vaporizzate. Detto questo, trovo piuttosto strano che tali oggetti possano essere usciti intatti da un disastro che ha trasformato gran parte delle Twin Towers in polvere sottile. E nutro seri dubbi sull’autenticità di una “turbina di jet”, di gran lunga troppo piccola per appartenere a uno dei Boeing!

Ciò che accadde all’Edificio 7 è poi incredibilmente sospetto. Ho dei video che mostrano che il cumulo di macerie era incredibilmente piccolo».

Lo stesso edificio mai menzionato nell’inchiesta della Commissione sull’11/9 interamente controllata da un fedelissimo di Bush, Philip Zelikow.

Sonnenfeld descrive la stranezza di molte immagini da lui registrate, le quali dimostrano ad esempio che un vasto ufficio blindato dei servizi segreti all’Edificio 6 appariva inspiegabilmente svuotato di documenti, come se qualcuno fosse intervenuto prima degli attacchi.

Per Sonnenfeld ora è difficile assicurare anche certe risorse materiali banali e quotidiane, nel lavoro e in famiglia, in assenza di un quadro giuridico consolidato e dei documenti giusti per la sua condizione di cittadinanza.

Alla battaglia di Kurt e Paula si sono uniti anche alcuni nomi di grande peso nella società civile argentina, a partire dal vincitore del Premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel, fino a tutta la galassia di associazioni forgiatesi nella battaglia per la verità e i diritti umani sin dai tempi dei desaparecidos, comprese le madri di Plaza de Mayo.

Accanto a questa premura per un caso giuridico particolarmente penoso per i suoi protagonisti, la vicenda di Kurt Sonnenfeld e il suo libro sollevano questioni importanti in merito alla necessità di una nuova inchiesta sulle vicende dell’11 settembre: la testimonianza interna di un occhio molto potente ed elettronico come quello di Sonnenfeld, assieme ad altri documenti, audiovisivi e non solo, attesta l’anomalia di una giornata, l’11 settembre, che a certe strutture non sembrava poi così inattesa.

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- http://www.sott.net/signs/editorials/signs20060913_KurtSonnenfeldFEMA27sWhistleBlower.php

- http://blogghete.blog.dada.net/post/1207098305/FUGA+DA+NEW+YORK