Sulla vicenda di Charlie Hebdo consigliamo vivamente la lettura di questo potente e documentato articolo di Glenn Greenwald, il giornalista che ha fatto emergere con forza il caso di Edward Snowden (e tutto il "Datagate" sullo spionaggio totalitario in capo agli USA). Greenwald va dritto alla questione: la libertà di espressione vantata da governi e media occidentali, nonostante il motto "Je suis Charlie", è una costruzione ipocrita, nella quale a lungo si era inserito il pezzo di narrazione della rivista francese. Il grande giornalista americano lo spiega con molti esempi, link, e anche molti disegni.
Aggiungiamo qui alla sua casistica una vicenda eclatante: proprio oggi la cronaca ci proponeil caso del comico francese Dieudonné: da un anno in qua gli viene impedito di lavorare con ogni tipo di vessazione politica, mediatica, legale, amministrativa e fiscale, viene perseguitato e accusato ingiustamente di aver inventato un saluto nazista rovesciato (la famosa "Quenelle", che non ha nulla a che fare con il nazismo), ogni sua battuta viene soggetta a un linciaggio mediatico, travisata, piegata paranoicamente fino a leggervi perfino l'apologia del terrorismo. Il primo ministro Manuel Valls, lo stesso che figurava fra i lugubri potenti che marciavano a Parigi in nome della libertà anche dei pensieri più estremi, dice a proposito di Dieudonné «Il razzismo, l’antisemitismo, il negazionismo e l’apologia di
terrorismo non sono opinioni, sono reati»
aggiungendo che occorre essere «implacabili» nel battersi «contro il
terrorismo, certamente, ma anche contro la parola che uccide, la parola
di odio». Orwell chiamava questo modo patologico di pensare con la parola "bispensiero". Tutto l'Occidente ne è permeato, come illustra bene l'articolo di Greenwald, e ciò ci dovrebbe far molta più paura di qualsiasi falso spauracchio agitato dai politicanti atlantisti.
Buona lettura. P.C.
AGGIORNAMENTO DEL 14 GENNAIO 2015, h. 10.00. Dieudonné arrestato Stamattina Dieudonné è stato arrestato per "apologia del terrorismo". Il livello di pericolo per le libertà civili in Europa è tale da dover accendere tutte le lampadine dell'emergenza democratica.
Solidali
con la stampa libera: altre vignette blasfeme
di
Glenn Greenwald.
Difendere
il diritto alle libertà di parola e di stampa, che in genere
significa difendere il diritto di diffondere proprio le idee che la
società trova più ripugnanti, è stata una delle mie principali passioni durante gli ultimi vent’anni, primacome avvocato e ora come giornalista. Ritengo quindi positivo
quando un gran numero di persone si appella a gran voce a questo
principio, come sta accadendo nelle ultime 48 ore in risposta al
terrificante attacco al Charlie
Hebdo
a Parigi.
Di
solito la difesa del diritto alla libertà di parola è molto più di
un compito isolato. Il giorno prima degli omicidi di Parigi, per
esempio, ho
scritto un articolo su parecchi casi in cui dei musulmani sono
stati perseguiti e perfino incarcerati da governi occidentali per
loro opinioni politiche espresse online: attacchi che hanno provocato
proteste relativamente piccole, anche da parte di quei paladini della
libertà di parola che si sono tanto fatti sentire questa settimana.
Mi
sono già occupato di casi in cui dei musulmani sono stati reclusi
per molti anni negli Stati Uniti per cose come traduzione e pubblicazione di video "estremisti" in Internet, l’ho
fatto scrivendo dotti
articoli in difesa di gruppi palestinesi ed esprimendo dure critiche su Israele, perfino includendo un canale tv di Hezbollah nell’abbonamento via cavo. Tutto
questo è ben al di là dei numerosi casi di posti di lavoro persi o delle carriere distrutte per aver espresso
critiche a Israele o (fatto molto più pericoloso e raro)
all'ebraismo. Spero che la celebrazione dei valori della libertà di
parola di questa settimana genererà in occidente una diffusa
opposizione a tutte queste annose e crescenti violazioni dei diritti
politici fondamentali, non solo ad alcune.
Centrale per l’attivismo in difesa della libertà di parola è sempre stata la
distinzione tra la difesa del diritto di divulgare l’Idea X e
l’approvare l’Idea X, una cosa che solo
i più ingenui fra noi non sono in grado di comprendere: si
difende il diritto di esprimere idee ripugnanti pur essendo in grado
di condannare l'idea in sé. Non c'è una contraddizione indiretta in
questo: l’Unione Americana per le Libertà Civili (ACLU) difende con vigore il diritto dei neonazisti di manifestare davanti a una
comunità piena di sopravvissuti all'Olocausto a Skokie, Illinois, ma
non si unisce alla manifestazione; essi invece a gran voce
disapprovano come grottesche le idee in questione pur difendendo il
diritto di esprimerle.
Ma
la difesa, questa settimana, del diritto di libertà di parola era
così vivace che ha dato origine a un principio nuovo di zecca:
difendendo la libertà di parola non solo si difende il diritto di
divulgare il pensiero, ma si approva il contenuto del pensiero
stesso. Molti scrittori hanno quindi chiesto che per mostrare “solidarietà” con i
disegnatori assassinati non si debba semplicemente condannare gli
attacchi e difendere il diritto dei disegnatori di pubblicare, ma si
debba pubblicare e persino celebrare quelle vignette. «La miglior
risposta all’attacco a Charlie Hebdo», ha dichiarato l'editore di Slate,
Jacob Weisberg, «è quella di intensificare la satira blasfema».
Alcune
delle vignette pubblicate da Charlie Hebdo non
erano solo offensive ma faziose, come quella che deride le
schiave del sesso africane di Boko Haram mostrandole come regine dei
servizi sociali.
Altre vignette sono andate molto oltre, inventando
false violenze da parte di estremisti che agiscono in nome dell'Islam
o anche solo raffiguranti Maometto con immagini degradanti,
contenendo invece un fiume di scherno nei confronti dei musulmani in
generale, che in Francia non sono per niente potenti ma sono
principalmente una
popolazione di immigrati presi di mira ed emarginati.
Ma
non importa. Le loro vignette erano nobili e dovrebbero essere
celebrate, non solo per motivi di libertà di parola ma per il loro
contenuto. In un articolo di fondo intitolato "La
bestemmia di cui abbiamo bisogno”, Ross Douthat del New
York Times
ha sostenuto che «il diritto di bestemmiare (e altrimenti di
offendere) è essenziale per l'ordine liberale» e «quel tipo di
blasfemia [che provoca la violenza] è proprio il tipo che ha bisogno
di essere difeso perché è ciò che evidentemente serve al bene
superiore di una società libera». Jonathan Chait del New
York Magazineeffettivamente
ha dichiarato che «non si può difendere il diritto [di
bestemmiare] senza difenderne l’esercizio». Matt Yglesias di Vox
ha dato una visione molto più sfumata, ma ha
comunque concluso che «bestemmiare il Profeta trasforma la
pubblicazione di queste vignette da un atto inutile in uno coraggioso
e perfino necessario, mentre l'osservazione secondo cui il mondo se
la caverebbe bene senza tali provocazioni diventa una forma di
acquiescenza».
Per
conformarci a questo nuovo principio, su come ci si mostra solidali
con il diritto di libertà di parola e con una energica stampa
libera, pubblichiamo alcune vignette blasfeme e diversamente
offensive sulla religione e i loro seguaci:
Ed
ecco alcune vignette (ristampate con l’autorizzazione) per
nulla-blasfeme-o-faziose però molto mordaci e pertinenti di un
disegnatore brasiliano acutamente provocatorio, Carlos Latuff:
Trad:
-
Religione dell’odio!
-
Stop all’immigrazione!
Trad.:
Vignetta
sui musulmani… «È
libertà di parola!»
Vignetta
sugli ebrei… «È
antisemitismo!»
È
giunto il momento per me di essere celebrato per la mia coraggiosa e
nobile difesa del diritto di libertà di parola? Ho inferto un colpo
potente a favore della libertà politica e dimostrato solidarietà
col libero giornalismo pubblicando vignette blasfeme? Se, come ha
detto Salman Rushdie, è fondamentale che tutte le religioni siano
sottoposte a «mancanza di rispetto senza paura», ho fatto la mia
parte per sostenere i valori occidentali?
Quando
ho cominciato a vedere richieste di pubblicare queste vignette
anti-islamiche, il cinico in me ha pensato che forse questo
significava davvero solo sanzionare alcuni tipi di pensiero offensivo
nei confronti di alcune religioni e dei loro seguaci, mentre
proteggeva i gruppi più avvantaggiati. In particolare, l'Occidente
ha passato anni a bombardare, invadere e occupare paesi islamici
uccidendo, torturando e imprigionando senza legge musulmani
innocenti, e il pensiero anti-islamico è stato un motore
fondamentale per sostenere tali politiche.
Quindi
è tutt’altro che sorprendente vedere un gran numero di occidentali
celebrare vignette anti-islamiche non per motivi di libertà di
parola ma perché ne approvano il contenuto. Difendere la libertà
di parola è sempre facile quando ti piace il contenuto delle idee
prese di mira o quando non appartieni al gruppo che viene diffamato
(o decisamente non ti piace).
Infatti,
è evidente che se uno scrittore specializzato in arringhe
apertamente contro i neri o antisemitiche venisse ucciso per le
proprie idee non ci sarebbero diffusi appelli per ripubblicare questa
spazzatura per "solidarietà" con il suo diritto alla
libertà di parola. Effettivamente, Douthat, Chait e Yglesias si sono
sforzati di affermare in modo chiaro che il loro era un appello solo
per la pubblicazione di tali idee offensive nel caso limitato in cui
la violenza è minacciata o perpetrata in risposta (in pratica
riferendosi, per quanto ne so, al pensiero anti-islamico). Douthat ha
anche utilizzato il corsivo per evidenziare quanto fosse limitata la
sua difesa della blasfemia: «Questo tipo di blasfemia è proprio
quello che ha bisogno di essere difeso».
Si
dovrebbe riconoscere una valida considerazione contenuta nella tesi
Douthat/Chait/Yglesias: quando i mezzi di comunicazione si astengono
dal pubblicare del materiale per paura (piuttosto che per una volontà
di evitare la pubblicazione di materiale gratuitamente offensivo),
come molti
dei principali
organi d’informazione occidentali hanno ammesso di fare con
queste vignette, questo è veramente preoccupante, una reale minaccia
per la stampa libera. Ma in Occidente ci sono tutti i tipi di tabù
deleteri che si traducono in autocensura o nella repressione forzata
di idee politiche, da azioni penali e incarceramenti alla distruzione
di una carriera: perché la più minacciosa è la violenza dei
musulmani? (Qui non sto parlando della questione se i media
dovrebbero pubblicare le vignette perché fanno notizia, voglio porre
l’attenzione sulla richiesta che siano pubblicate decisamente, con
approvazione, per "solidarietà").
Quando
all’inizio abbiamo discusso la pubblicazione di questo articolo per
fare queste considerazioni, la nostra intenzione era quella di
incaricare
due o tre disegnatori di creare vignette che deridono l'ebraismo e
denigrano le figure sacre per gli ebrei come
Charlie
Hebdo
ha fatto con i musulmani. Ma questa
idea è stata impedita dal fatto che nessun disegnatore occidentale
normale avrebbe osato mettere il proprio nome su una vignetta
antiebraica, neanche se fatta con intenti satirici,
perché così facendo avrebbe immediatamente
e definitivamente distrutto la propria carriera,
come minimo. Nei media occidentali i commenti (e le vignette) contro
l’Islam e i musulmani non valgono niente; il tabù − che è
almeno altrettanto forte, se non di più − sono le immagini e le
parole contro gli ebrei. Perché Douthat, Chait, Yglesias e i
crociati per la libertà di parola che la pensano come loro non
chiedono la pubblicazione di materiale antisemita in solidarietà o
come mezzo per tener testa a questa repressione? Sì, è vero che
organi di stampa come il New
York Timesin
rari casi pubblicano immagini del genere, ma solo per documentare
il fanatismo odioso e condannarlo, non per pubblicarlo per
“solidarietà” o perché merita una divulgazione seria e
rispettosa .
Con
tutto il rispetto per la
grande disegnatrice Ann Telnaes, non è vero che quelli di
Charlie
Hebdo
«recavano offesa con parità di trattamento». Così come Bill
Maher, Sam Harris e altri con l’ossessione islamofoba, prendere in
giro l’ebraismo, gli ebrei e/o Israele è qualcosa che raramente
(se
non mai) fanno.
Se
costretti, possono mostrare rari e isolati casi in cui pronunciano
qualche critica al giudaismo o agli ebrei, ma la grande maggioranza
dei loro attacchi sono riservati all'Islam e ai musulmani, non
all'ebraismo e agli ebrei.
La
parodia, la libertà di parola e l’ateismo secolare sono i
pretesti;
il
messaggio anti-islamico è l'obiettivo principale e il risultato
finale.
E
questo messaggio – questa speciale passione per l’offensivo
pensiero anti-islamico – casualmente coincide, per alimentarla, con
l'agenda e la cultura di politica estera militarista dei propri
governi.
Per
vedere quanto questo sia vero, si consideri il fatto che Charlie
Hebdo
− trasgressore secondo “parità di trattamento” e difensore di
tutti i tipi di linguaggio offensivo – nel 2009 aveva licenziato
uno dei propri autori per avere scritto una frase che qualcuno ha
definito antisemita (l’autore era stato accusato di reato d'odio e
ha
poi avuto una sentenza favorevole contro la rivista per
licenziamento senza giusta causa). “Parità di trattamento” vi
sembra offensivo?
Non
è vero nemmeno che minacciare violenza in risposta a opinioni
offensive sia pertinenza esclusiva di estremisti che affermano di
agire in nome dell'Islam. Corpus
Christi,
un’opera teatrale di Terrence McNally del 1998 raffigurante Gesù
come gay, è stata ripetutamente
annullata dai teatri a causa di minacce di attentati. Larry Flynt
fu reso
paraplegico da un evangelico fautore della supremazia bianca che
si opponeva alla rappresentazione pornografica di coppie
interrazziali nella rivista Hustler.
Nel 2003, dopo che ebbero pubblicamente criticato George Bush per la
guerra in Iraq, le Dixie Chicks furono sommerse
da minacce di morte che resero necessaria una protezione
massiccia e che alla fine le
costrinsero a chiedere scusa per paura. La violenza provocata dal
fanatismo ebraico e cristiano è diffusissima, dai medici abortisti
assassinati ai locali gay bombardati e ai 45 anni di brutale
occupazione della Cisgiordania e di Gaza a causa in parte della
convinzione religiosa (che accomuna Stati Uniti e Israele) secondo
cui Dio avrebbe sancito che loro sono i proprietari di tutto il
territorio.
E
questo è del tutto indipendente dalla sistematica violenza di Stato
in Occidente sostenuta, almeno in parte, dal settarismo
religioso .
David
Brooks del New
York Timesoggi
sostiene che il pregiudizio anticristiano è talmente diffuso in
America – in cui non è mai stato eletto un presidente non
cristiano − che «l’Università dell’Illinois ha licenziato un
professore che insegnava la visione cattolica romana
sull'omosessualità». Brooks ha dimenticato di dire che lo stesso
ateneo ha appena rescisso
il contratto di ruolo con il professor Steven Salaita per i tweet
che ha pubblicato durante l'attacco israeliano a Gaza, che
l'università ha giudicato eccessivamente ingiuriosi verso i leader
ebrei, e che al giornalista Chris Hedges è
stato appena revocato l’invito a parlare presso l'Università
della Pennsylvania per il reato d’opinione di tracciare somiglianze
tra Israele e l’ISIS.
Questo
è un vero tabù − un'idea repressa − potente e assoluto come
nient’altro negli Stati Uniti, tanto che Brooks non riuscirà
nemmeno a riconoscerne l’esistenza. Negli Stati Uniti è certamente
più un tabù questo che criticare i musulmani e l'Islam, critica che
si
sente così spesso negli ambienti
mainstream
− compreso
il Congresso − che si nota a malapena di più.
Questo
sottolinea il punto chiave: in Occidente ci sono idee e punti di
vista di tutti i tipi che vengono repressi. Quando quelli che
richiedono la pubblicazione di queste vignette anti-islamiche
cominceranno a chiedere anche la pubblicazione favorevole di quelle
idee, io crederò alla sincerità dell’applicazione molto selettiva
dei loro principi di libertà di parola. Si può difendere la libertà
di parola senza dover pubblicare, figurarsi accettarle, le idee
offensive prese di mira. Ma se non è così, diamo uguale
applicazione a questo nuovo principio.
Foto
di Joe Raedle/Getty Images; ulteriori ricerche a cura di Andrew
Fishman
La SISSCO è la Società italiana per lo
studio della Storia Contemporanea. Penso sia urgente intervenire su
questa ennesima legge orripilante sul negazionismo e devo dire che
all’interno della Società si è subito sviluppato un dibattito di cui
renderò conto ai lettori.
Di nuovo la legge sul negazionismo: una lettera aperta agli amici della SISSCO.
Cari amici,
senza che si sia data alcuna pubblicità
ai lavori precedenti (e, tantomeno, senza consultare la nostra
associazione che riunisce la quasi totalità dei contemporaneisti
italiani), il Senato sta approvando la legge che istituisce il reato di
negazionismo. Se ne parlò 6 anni fa (con il ddl Mastella) e la cosa
dette luogo ad un vivacissimo dibattito, sul sito della Sissco, nel
quale prevalsero nettamente i pareri negativi.
Più fattivamente, i colleghi francesi
guidati da Pierre Nora dettero vita all’associazione “Libertè pour l’Histoire” che riprendeva il titolo dell’appello lanciato da Pierre Vidal Naquet (spero che nessuno abbia da ridire sull’antifascismo sia
del primo che del secondo). Il provvidenziale scioglimento anticipato
delle Camere giunse felicemente a seppellire l’infausta proposta del
noto militante antifascista Clemente Mastella.
Non mi pare che la sostanza del problema
sia mutata: questa è unalegge liberticida, incostituzionale ed in
contrasto con la dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo. Infatti
essa è in conflitto con l’art. 21 Cost. che garantisce la libera
manifestazione del pensiero, con l’art. 33 che stabilisce che “L’arte e
la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” e con l’art. 9,
sempre della Costit. per il quale la Repubblica “promuove lo sviluppo
della cultura” (incompatibile che ogni forma di censura); è anche in
conflitto con gli artt. 18 e 19 della dichiarazione universale dei
diritti dell’Uomo che garantiscono la libertà di espressione del
pensiero senza eccezioni.
Essa costituisce un pericolosissimo
precedente, per cui lo Stato avoca a sé la potestà di stabilire per
legge cosa sia scientificamente possibile dire e cosa no: potrebbe
essere applicato a qualsiasi scienza dalla medicina alla fisica. Ma,
qualcuno dirà, qui non parliamo di scienze sperimentali e/o naturali ma
di scienze umane e, più in particolare storico sociali. Allora
prepariamoci anche a stabilire per legge la verità su qualsiasi altro
avvenimento storico, anzi, a questo proposito, facciamo prima a varare
un testo unico che stabilisca quanto può esser detto e quanto no, magari
con apposita commissione di vigilanza.
Ma, ancora, si sosterrà che la legge
riguarda solo il caso della Shoa, in ragione della sua pretesa unicità:
essa rappresenta un unicum.
Un unicum? E che vuol dire?
Come ogni
mediocre studente di storia sa, ogni avvenimento storico è unico ed
irripetibile. Forse si vuol dire che la Shoa rappresenta un caso di
gravità unica? Ma su quali criteri stabiliamo che il genocidio ebraico,
dei rom, degli omosessuali, dei Testimoni di Geova o degli slavi (a
proposito: ci sono anche loro) perpetrato dai nazisti sia più grave del
genocidio degli armeni operato dai Turchi, dei delitti
dell’Inquisizione, dei massacri di Pol Pot in Cambogia, di quello di 10
milioni di congolesi compiuto da Leopoldo del Belgio? Ma, soprattutto,
cosa dimostra che meno grave sia stato il genocidio (ahimè riuscito, a
differenza degli altri) dei nativi di America perpetrato dai governi
liberali degli Usa?
Sul piano politico, questa norma è
offensiva non solo dei diritti di espressione dei negazionisti (che
personalmente ritengo essere delle bestie sul piano scientifico, ma che
comunque hanno diritti costituzionali anche loro), ma prima ancora è
offensiva dell’opera degli storici antifascisti, che si pensa abbiano
bisogno dei carabinieri per prevalere in una disputa scientifica. Che ne
pensano i colleghi Marina Cattaruzza, Marcello Flores, Simon Levi
Sullam, Enzo Traverso, Pier Paolo Poggio, Claudio Vercelli, autori di
saggi di grande valore sul tema? E ci aggiungo anche il mio vecchio
amico Brunello Mantelli, di cui conosco le opinioni contrarie alle mie
in merito, ma che farebbe bene anche lui a riflettere sul fatto che il
senso si questa legge è che il lavoro suo e di tutti quelli che ho
citato prima, non serve a niente e che, d’ora in poi, ci penseranno
questurini e magistrati a dare ai negazionisti quel che meritano. E che
il senso sia questo lo dice anche la mancata consultazione della Sissco.
Diciamoci le cose come stanno: qui la
memoria della Shoa, la rivendicazione del valore dell’anti fascismo ecc.
non c’entrano assolutamente nulla. Questo è solo un omaggio alla lobby
filo israeliana, che pensa (sbagliando, ahimè quanto!) di rafforzare in
questo modo le ragioni di Israele. Beninteso: da sempre sono un
sostenitore del diritto di Israele ad esistere, ma questo, non solo non
rafforza, ma indebolisce le sue ragioni: usare il massacro di milioni di
ebrei così strumentalmente è una profanazione del loro sacrificio.
Dunque, anche sul piano morale non credo
di poter condividere questa legge. Ed allora che ne pensa la Sissco di
tornare a far sentire la sua voce? E non sto parlando solo della pur
doverosa protesta formale del direttivo per non essere stata
interpellata prima l’associazione prima di iniziare l’iter legislativo. O
a un pur utile appello sottoscritto da quanti dei suoi soci vorranno
farlo. Penso a forme di protesta più incisive come, ad esempio, la
costituzione dell’omologo italiano di “Libertè pour l’Histoire”.
Per quanto mi riguarda, in caso di
approvazione di questa legge ignobile, praticherò il metodo della
disobbedienza civile: pubblicherò regolarmente sul mio blog i testi
negazionisti (ovviamente seguiti dalla mia critica), ospiterò nel mio
corso storici negazionisti che fossero disposti ad un confronto sulle
rispettive tesi, ecc. e mi autodenuncerò per averlo fatto, al solo scopo
di sollevare l’eccezione di incostituzionalità della norma.
Lo ritengo un mio dovere di storico anti
fascista, nella convinzione che l’antifascismo è prima di tutto una
battaglia di libertà. Rosa Luxemburg mi ha insegnato, quando ero
giovane, che “La libertà è sempre la libertà di chi la pensa
diversamente”.
Difendere il proprio punto di vista non è battersi per il
principio di libertà di pensiero ma, appunto, per il proprio punto di
vista. E’ solo difendendo e garantendo il diritto degli altri a poter
esprimere il proprio che si può dire di star facendo una battaglia di
libertà.
Sarebbe bello che anche la Sissco ricorresse a forme di disobbedienza civile del genere… ma forse è chiedere troppo.
Il
recente voto parlamentare sul "negazionismo", in pieno
revival di una potente campagna sui reati d'opinione, fa fare un
salto deleterio alla nostra Repubblica. Per sommo e aberrante
paradosso, una legge presuntamente antifascista è il nido in cui
farà l'uovo lo Stato
etico,
la tipica base liberticida e totalitaria del fascismo. Un fascismo di tipo nuovo, politically correct.
Dopo
tanti tentativi, contro i quali – come vedremo – c'è stata una
forte opposizione di tanti valenti storici antifascisti – anche in
Italia la repressione penale delle opinioni si è fatta strada in
Parlamento, con conseguenze esplosive. L’emendamento
approvato nella Commissione giustizia del Senato – relatrice la PD
Rosaria Capacchione – con i voti di PD, PDL, Scelta Civica, SEL e i
senatori Cappelletti e Gianrusso del M5S, prevede tre anni di
reclusione (sette anni e mezzo con le aggravanti) e multe fino a diecimila
euro da comminare a chi “nega
o minimizza crimini di genocidio” come ad esempio la Shoah.
L'idea
di contrastare con la legge penale le opinioni – per quanto
infondate e profondamente sbagliate – apre scenari pieni di
pericoli.
Legare
l'interpretazione della Storia a una legge penale sarebbe come
cristallizzare una conoscienza scientifica aperta al dibattito – ad
esempio le scoperte di Newton- in una norma sigillata dal dogma dello
Stato (e un domani di un governo o di un regime politico
contingente). Una volta aperto un varco così grande a questo modo di
procedere, potrebbero presentarsi abusi drammatici su ogni
interpretazione controversa degli eventi storici: la Storia è sempre
controversa. Un articolo
di Francesco Santoianni descrive con molta chiarezza vari casi di
arresti e condanne penali avvenuti negli ultimi anni in tutta Europa,
compreso il caso dell'austriaca Sylvia Stoltz, che fu condannata a
tre anni e mezzo di reclusione nell'esercizio della sua funzione di
avvocato difensore durante il processo a un “negazionista”. Le
norme qui in Italia non ci sono ancora, ma la tempesta sì: contro Piergiorgio
Odifreddi, che si è dichiarato contrario all'approvazione della
legge, è già in
corso una campagna d'intensità maccartista. Molti di coloro che
vorrebbero dire pubblicamente che Odifreddi deve potersi esprimere
liberamente non lo faranno, perché il manganello mediatico fa già
male. Figuriamoci il clima che avremo con un manganello penale.
Lo
storico Franco Cardini, nel 2009, scrisse un
articolo molto ricco di argomentazioni sui rischi di una legge
penale in materia. Tra queste, c'è un'argomentazione sottile e
importante:
«Cresce
il numero di chi in pubblico afferma una cosa e in privato sostiene
esattamente il contrario. E sapete perchè? Per il fatto che se ne
perseguitano i sostenitori e che li si condanna senza dar loro il
diritto di parlare e senza controbattere. Ma in questo modo si crea
nell'opinione pubblica la crescente sensazione che se ne abbia paura,
e che essi stiano dicendo cose vere: e, questo sì, può costituire
la premessa a una nuova ondata di pregiudizio antisemita, anche se è
difficile immaginare sotto quali forme potrebbe presentarsi.»
Le
motivazioni per opporsi a un simile provvedimento sono già state
formulate molto bene nel 2007 da molti
storici italiani (tra
cui molti studiosi con profonde radici familiari e intellettuali
nell'ebraismo italiano), quando si opposero fermamente all'allora
ministro della giustizia Clemente
Mastella,
che – fotocopie alla mano – voleva introdurre nel nostro
ordinamento una legge analoga alla francese Fabius-Gayssot. L'appello degli storici italiani è un documento di straordinaria
attualità, che condivido dalla prima all'ultima riga, e che propongo
qui sotto all'attenzione dei lettori.
Mentre
Giorgio Napolitano, fra una larga intesa e l'altra, esorta
sovranamente i parlamentari ad approvare
le nuove norme penali, i lettori potrebbero esortarli più
sovranamente ancora a non approvarle, consigliando loro di leggere
l'appello degli storici. Magari recapitandolo nelle loro caselle
e-mail.
Il Ministro della Giustizia Mastella,
secondo quanto anticipato dai media, proporrà un disegno di legge
che dovrebbe prevedere la condanna, e anche la reclusione, per chi
neghi l'esistenza storica della Shoah. Il governo Prodi dovrebbe
presentare questo progetto di legge il giorno della memoria.
Come storici e come cittadini siamo
sinceramente preoccupati che si cerchi di affrontare e risolvere un
problema culturale e sociale certamente rilevante (il
negazionismo e il suo possibile diffondersi soprattutto tra i
giovani) attraverso la pratica giudiziaria e la minaccia di
reclusione e condanna.
Proprio negli ultimi tempi, il
negazionismo è stato troppo spesso al centro dell'attenzione dei
media, moltiplicandone inevitabilmente e in modo controproducente
l’eco. Sostituire a una necessaria battaglia culturale, a una
pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare
diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la
verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia
della legge, ci sembra particolarmente pericoloso per diversi
ordini di motivi:
1) si offre ai negazionisti, com’è
già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della
libertà d'espressione, le cui posizioni ci si rifiuterebbe di
contestare e smontare sanzionandole penalmente.
2) si stabilisce una verità di
Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare
quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato
opposto sperato. Ogni verità imposta dall'autorità statale
(l'«antifascismo»
nella DDR, il socialismo nei regimi comunisti, il negazionismo del
genocidio armeno in Turchia, l'inesistenza di piazza Tiananmen in
Cina) non può che minare la fiducia nel libero confronto di
posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale.
3) si accentua l'idea, assai discussa
anche tra gli storici, della "unicità della Shoah",
non in quanto evento singolare, ma in quanto incommensurabile e non
confrontabile con ogni altri evento storico, ponendolo di fatto al
di fuori della storia o al vertice di una presunta classifica dei
mali assoluti del mondo contemporaneo.
L'Italia, che ha ancora tanti
silenzi e tante omissioni sul proprio passato coloniale,
dovrebbe impegnarsi a favorire con ogni mezzo che la storia recente e
i suoi crimini tornino a far parte della coscienza collettiva,
attraverso le più diverse iniziative e campagne educative.
La strada della verità storica di
Stato non ci sembra utile per contrastare fenomeni, molto spesso
collegati a dichiarazioni negazioniste (e certamente pericolosi e
gravi), di incitazione alla violenza, all'odio razziale, all'apologia
di reati ripugnanti e offensivi per l'umanità; per i quali esistono
già, nel nostro ordinamento, articoli di legge sufficienti a
perseguire i comportamenti criminali che si dovessero manifestare
su questo terreno.
È la società civile,
attraverso una costante battaglia culturale, etica e politica, che
può creare gli unici anticorpi capaci di estirpare o almeno
ridimensionare ed emarginare le posizioni negazioniste. Che lo Stato
aiuti la società civile, senza sostituirsi ad essa con una legge che
rischia di essere inutile o, peggio, controproducente.
Marcello Flores, Università di
Siena Simon Levis Sullam, Università di California, Berkeley Enzo
Traverso, Università de Picardie Jules Verne David Bidussa,
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli Bruno Bongiovanni, Università
di Torino Simona Colarizi, Università di Roma La Sapienza Gustavo
Corni, Università di Trento Alberto De Bernardi, Università di
Bologna Tommaso Detti, Università di Siena Anna Rossi Doria,
Università di Roma Tor Vergata Maria Ferretti, Università della
Tuscia Umberto Gentiloni, Università di Teramo Paul Ginsborg,
Università di Firenze Carlo Ginzburg, Scuola Normale Superiore,
Pisa Giovanni Gozzini, Università di Siena Andrea Graziosi,
Università di Napoli Federico II Mario Isnenghi, Università di
Venezia Fabio Levi, Università di Torino Giovanni Levi,
Università di Venezia Sergio Luzzatto, Università di
Torino Paolo Macry, Università di Napoli Federico II Giovanni
Miccoli, Università di Trieste Claudio Pavone, storico Paolo
Pezzino, Università di Pisa Alessandro Portelli, Università di
Roma La Sapienza Gabriele Ranzato, Università di Pisa Raffaele
Romanelli, Università di Roma La Sapienza Mariuccia Salvati,
Università di Bologna Stuart Woolf, Istituto Universitario
Europeo, Firenze
Aderiscono anche: Cristina Accornero,
Università di Torino Ersilia Alessandrone Perona Franco
Andreucci, Università di Pisa Franco Angiolini, Università di
Pisa Barbara Armani, Università di Pisa Angiolina Arru,
Università di Napoli L'Orientale Marino Badiale, Universita' di
Torino Elena Baldassari, Università di Roma La Sapienza Luca
Baldissara, Università di Pisa Roberto Balzani, Università di
Bologna Giovanni Belardelli, Università di Perugia Elissa
Bemporad, Center for Jewish History, New York Emmanuel Betta,
Università di Roma La Sapienza Fabio Bettanin, Università di
Napoli L’Orientale Roberto Bianchi, Università di Firenze
Alfonso Botti, Università di Urbino Anna Bravo, Università
di Torino Camillo Brezzi, Università di Siena Antonio Brusa,
Università di Bari Marco Buttino, Università di Torino Davide
Cadeddu, Università di Milano Gia Caglioti, Università di
Napoli Federico II Luigi Cajani, Università di Roma La Sapienza
Giampaolo Calchi Novati, Università di Pavia Marina Calloni,
Università di Milano Bicocca Fulvio Cammarano, Università di
Bologna Alfredo Canavero, Università degli Studi di Milano
Leonardo Capezzone, Università di Roma La Sapienza Riccardo
Caporale Vittorio Cappelli, Università della Calabria Paolo
Capuzzo Franco Cardini, Università di Firenze Maddalena
Carli, Università di Teramo Paola Carlucci, Scuola Normale
Superiore Pisa Gennaro Carotenuto, Università di Macerata Paola
Carucci Carolina Castellano, Università di Napoli Federico II
Mirella Castracane Mombelli, SSAB Sonia Castro, Università
di Pavia Tulla Catalan, Università di Trieste Alberto
Cavaglion, Università di Milano Franco Cazzola, Università di
Firenze Roberto Chiarini, Università di Milano Giovanna
Cigliano, Università di Napoli Federico II Fulvio Conti,
Università di Firenze Giovanni Contini, Università di Roma La
Sapienza Daniele Conversi, University of Lincoln Pietro
Costa, Università di Firenze Augusto D’Angelo, Università di
Roma La Sapienza Leandra D’Antone, Università di Roma La
Sapienza Angelo D’Orsi, Università di Torino Vanni
D'Alessio, Università di Napoli Federico II Fulvio De Giorgi
Giovanni De Luna, Università di Torino Andreina De Clementi,
Università di Napoli L'Orientale Fabio Dei, Università di Pisa
Mario Del Pero, Università di Bologna Nunzio Dell’Erba,
Università di Torino Giorgio Delle Donne, Bolzano Lucia
Denitto, Università di Lecce Giulia Devani, Paola Di Cori,
Università di Urbino Patrizia Dogliani, Università di Bologna
Benito Donato, Cosenza Elena Fasano Guarini, Università di
Pisa Paolo Favilli, Università di Genova Giovanni Federico,
Università di Pisa Carlotta Ferrara degli Uberti Cristiana
Fiamingo, Università di Milano Enzo Fimiani, Biblioteca
provinciale Pescara Vinzia Fiorino, Università di Pisa Guido
Formigoni, Università di Milano IULM Vittorio Frajese,
Università di Roma Tor Vergata Giulia Fresca, Cosenza Carlo
Fumian, Università di Padova Valeria Galimi, Università di
Siena Ernesto Galli della Loggia, Università di Milano San
Raffaele Luigi Ganapini, Università di Bologna Antonella
Gedda Giuliana Gemelli, Università di Bologna Aldo Giannuli,
Università di Bari Antonio Gibelli, Università di Genova Maria
Grazia Meriggi, Università di Bergamo Gabriella Gribaudi,
Università di Napoli Federico II Yuri Guaiana, Università di
Milano Bicocca Giancarlo Jocteau, Università di Torino Stefano
Levi della Torre Sara Lorenzini, Università di Trento Domenico
Losurdo, Università di Urbino Paola Magnarelli, Università di
Macerata Maria Marcella Rizzo, Università di Lecce Filippo
Maria Giordano, Pavia Gian Maria Varanini, Università di Verona
Rosaria Marina Arena, Università di Siena Marcella Marmo,
Università di Napoli Federico II Dora Marucco, Università di
Torino Massimo Mastrogregori, Università di Roma La Sapienza
Marco Mayer, Università di Firenze Claudio Mellana, Torino
Annalucia Messina Marica Milanesi, Università di Pavia
Claudio Moffa Marco Mondini, Università di Padova Davide
Montino, Università di Genova Daniele Montino, Università di
Genova Giovanni Montroni, Università di Napoli Federico II
Massimo Morigi Antonio Moscato Stefania Nanni, Università
di Roma La Sapienza Gloria Nemec, Università di Trieste
Giacomina Nenci, Università di Perugia Serge Noiret Ivar
Oddone, Torino Chiara Ottaviano, Cliomedia Officina Maura
Palazzi, Università di Ferrara Gianni Perona, INSMLI, Milano
Francesco Petrini Stefano Petrungaro, Università di Venezia
Vincenzo Pinto, Università di Torino-Gerusalemme Francesco
Piva, Università di Roma Tor Vergata Stefano Pivato, Università
di Urbino Alessandro Pizzorno, Istituto Universitario Europeo
Firenze Regina Pozzi, Università di Pisa Adriano Prosperi,
Scuola Normale Superiore di Pisa Leonardo Rapone, Università
della Tuscia Maurizio Ridolfi, Università della Tuscia Gabriele
Rigano, Università per Stranieri di Perugia Domenico Rizzo,
Università di Napoli L’Orientale Giorgio Rochat, Università
di Torino Giovanni Romeo, Università di Napoli Federico II
Maria Rosaria Stabili, Università di Roma III Andrea Rossi,
Istituto di storia contemporamea, Ferrara Rodolfo Rossi,
Università cattolica del Sacro Cuore, Brescia Lucia Rostagno,
Università di Roma La Sapienza Piero S. Graglia Silvia
Salvatici, Università di Teramo Enrica Salvatori, Università di
Pisa Sara Sappino, Università di Pavia Ayse Saracgil,
Università di Firenze Laura Savelli, Università di Pisa
Biancamaria Scarcia Amoretti, Università di Roma La Sapienza
Guri Schwarz, Università di Pisa Giovanni Scirocco,
Università di Bergamo Francesco Scomazzon, Università di Milano
Maria Serena Piretti, Università di Bologna Alfio
Signorelli, Università di Roma La Sapienza Francesca Socrate,
Università di Roma La Sapienza Simonetta Soldani, Università di
Firenze Carlotta Sorba, Università di Padova Carlo Spagnolo,
Università di Bari Lorenzo Strik Lievers, Università di Milano
Bicocca Maria Susanna Garroni, Università di Napoli
"L'Orientale" Arnaldo Testi, Università di Pisa Rita
Tolomeo, Università di Roma La Sapienza Cristiana Torti
Francesco Traniello, Università di Torino Anna Treves,
Università di Milano Alessandro Triulzi, Università di Napoli
L’Orientale Simona Troilo, Istituto Universitario Europeo
Gabriele Turi, Università di Firenze Angelo Ventrone Angelo
Ventura, Università di Padova Claudio Venza, Università di
Trieste Alessandra Veronese, Università di Pisa Elisabetta
Vezzosi, Università di Trieste Vittorio Vidotto, Università di
Roma La Sapienza Loris Zanatta, Università di Bologna Bruno
Ziglioli, Università di Pavia
Ogni episodio che confermi la deriva sempre più pericolosa del militarismo israeliano – per chi non se ne fosse accorto: un’emergenza grave - arriva a interrogarci sulla natura profonda dello Stato di Israele.
Per decenni, le cose più militarmente brutali e prive di scrupoli che potevamo reperire nell’immaginario della nostra epoca erano nel razzismo del regime nazista.
La ricorrente brutalità delle azioni militari israeliane – consumate da una classe dirigente bellicista - suscita sempre di più un’associazione di idee con la spregiudicatezza della Germania nazista, un’analogia che risulta sconveniente e scandalosa, perché lo Stato ebraico ha legato la costruzione della sua identità proprio alla memoria della Shoah, la catastrofe in cui gli ebrei furono tra le maggiori vittime sommerse dal nazismo.
Nulla è più scandaloso che fare analogie fra chi espone i segni della vittima e chi ha i segni del carnefice, perché ogni coscienza morale non può mai accettare a cuor leggero che le colpe del carnefice siano attenuate da una qualche disinvolta strumentalizzazione.
Però questo accostamento non si può ignorare con un’alzata di spalle, né combattere con zelo violento.
C’è da chiedersi invece – al di fuori di ogni propaganda – perché Israele dopo ogni massacro, ogni sua violazione del diritto internazionale, ogni sua vessazione inflitta ai palestinesi, susciti dichiarazioni che lo paragonano di volta in volta alla Germania che perseguitava i non ariani o al Sudafrica che perseguitava i non bianchi.
Perché avviene questo, nonostante Israele abbia al suo interno una società pluralista e aperta, con una stampa mediamente vivace e libera, con stili di vita assimilabili a quelli di un avamposto democratico occidentale?
Perché, nonostante le dure rimostranze delle potentissime correnti di opinione e delle lobby di varia natura che nel mondo simpatizzano con l’avventura sionista, Israele viene paragonato proprio agli Stati che più di altri hanno suscitato avversione nel mondo anche a causa delle loro strutture crudelmente discriminatorie? Perché insomma Israele viene visto da molti come uno Stato razzista?
La risposta fa scandalo e nuota contro la corrente principale dei media, ma è semplice e dimostrabile: Israele viene visto come uno Stato razzista perché È uno Stato razzista. Uno Stato che sin dall’origine ha dato un’interpretazione fanatica della questione ebraica a totale discapito dei non ebrei presenti in Terra Santa.
Partiamo da quel che succede oggi sul suolo soggetto alla sovranità israeliana. Ci riferiamo a un territorio al cui interno accade che ci siano due reti stradali separate: una moderna ad uso esclusivo dei coloni ebrei, l’altra residuale e maltenuta per gli autoctoni palestinesi, i quali peraltro nella maggior parte della Cisgiordania non possono guidare le proprie automobili. Quelli che possono farlo devono però sottostare a una fitta rete di checkpoint che chiude i varchi per ore, mentre gli ebrei hanno una mobilità garantita e libera. Ai palestinesi è imposto un sistema di rigido coprifuoco che strangola la vita civile e l’economia. Interi settori della Cisgiordania, classificati come “aree militari chiuse” dalle forze armate israeliane, non sono accessibili ai palestinesi, compresi quelli che vi possiedano dei terreni da generazioni. Viceversa, a chiunque sia applicabile la Legge del Ritorno israeliana - cioè a chiunque sia semplicemente ebreo, ovunque nel mondo - nessuna restrizione è applicata.
Agli israeliani è proibito trasportare palestinesi in un veicolo con targa israeliana, se non con esplicito permesso. L’autorizzazione concerne tanto il guidatore quanto il passeggero palestinese. I lavoratori al servizio dei coloni e i coloni ebrei stessi hanno permessi speciali.
Ai volontari israeliani e di organizzazioni umanitarie internazionali è proibito assistere una donna in travaglio portandola in ospedale. I volontari non possono portare alla stazione di polizia, a sporgere denuncia, un palestinese che sia stato rapinato.
Amnesty International denuncia poi altri elementi di sistematico strangolamento economico, giuridico e politico della società civile araba dei territori occupati, milioni di persone. Sono discriminazioni molto incisive e strutturali, anche quando non passano con la legge ma con pratiche amministrative metodiche e infinitamente replicate: «Le forze israeliane hanno sgomberato con la forza i palestinesi e ne hanno demolito le case, in particolare a Gerusalemme Est, con la motivazione che gli edifici erano privi di permesso. Tali autorizzazioni vengono sistematicamente negate ai palestinesi. Per contro, le colonie israeliane sono state autorizzate a espandersi su terreni illegalmente confiscati ai palestinesi.»
Le discriminazioni non si limitano ai territori occupati. Non parliamo solo della Cisgiordania e di quel campo di prigionia che è ormai Gaza da troppi anni per un milione e mezzo di persone, con l’embargo che colpisce anche la pasta e i quaderni.
Anche dentro Israele la distinzione fra ebrei e non ebrei conta per legge. Ci sono importanti differenze fra cittadini ebrei e goym di Israele in ordine all’accesso ai beni immobili, ai ricongiungimenti familiari e l’acquisizione della cittadinanza. Un cittadino israeliano su cinque è arabo. Uno di loro che voglia maritarsi con una persona araba che vive nei territori non potrà mai vivere insieme ad essa in Israele. Un figlio di una tale coppia può vivere in Israele, ma solo fino ai 12 anni, poi deve emigrare.
Il “carattere ebraico” dello Stato di Israele ha implicazioni discriminatorie evidentissime. I governanti di Israele ci tengono a ribadirlo quasi dettandolo ai loro interlocutori internazionali, che remissivamente se lo lasciano dettare, come l’ex Presidente del Consiglio italiano Romano Prodi in un famoso e imbarazzante fuori onda con l’allora premier israeliano Ehud Olmert.
All’epoca del nazismo, a dispetto delle assurde chimere di Hitler, il tentativo di definire chi era ebreo si presentava spesso come un rompicapo giuridico. Lo spiega bene Roberto Finzi, nel suo libro L’Antisemitismo: «Nonostante tutte le elucubrazioni delle teorie e delle “ricerche scientifiche” razziste in Germania, come più tardi in Italia, non si riesce infatti a individuare altro criterio che quello dell’appartenenza religiosa». Di lì nasceva una minuziosa quanto inconsistente casistica discriminatoria che individuava perfino “meticci di primo grado”. Nella Germania nazista, «ebreo e meticcio di primo grado possono benissimo essere fratelli, magari anche gemelli; basta che l’uno sia innamorato di una ragazza ebrea e l’altro no».
Nel momento in cui la discriminazione cambiasse segno, l’attribuzione di diritti di cittadinanza in base all’ebraicità presenterebbe comunque paradossi irrisolvibili. Irrisolvibili anche in mano a una classe dirigente audace che puntasse sulla soluzione nazionalistica sionista - cioè sull’Israele che conosciamo - per sciogliere tutto il nodo ebraico, senza peraltro riuscirvi. È una pretesa che nessuna spietatezza può soddisfare.
Il perché lo spiegava Ernesto Balducci ne L’Uomo planetario: «il caso ebraico è un caso a sé: più ci si ragiona per discioglierlo nelle articolate spiegazioni della storia e più ci avviene di aggirarci attorno ad un ‘grumo’ inesplicabile. Intanto, mentre non è difficile dire chi è un mussulmano o chi è un negro, è impossibile dire chi è un ebreo. Il termine non indica una appartenenza etnica (non c’è una razza ebraica) né una professione di fede (ci sono ebrei atei) né una patria (ci sono ebrei che non ne vogliono sapere di Israele) né una cultura (ci sono ebrei del tutto integrati nella cultura del paese che abitano). Potremmo forse dire che l’elemento essenziale dell’ebraismo è la comunanza di una memoria storica: se questo filo si spezza, l’ebreo rientra totalmente nella comune degli uomini.»
Questa fedeltà del popolo ebraico alla propria diversità è forse da intendere per forza come il residuo di un tribalismo ostinato? Non necessariamente, come spiegheremo. Le spinte omologatrici del mondo globalizzato sono spesso pericolose, e il caso ebraico può essere visto come un segnale della forte individualità delle etnie che si disporranno domani nel mosaico dell’umanità unificata dalle grandi sfide planetarie.
Per contro, il valore universale dei diritti dell’uomo, sia come conquista del pensiero giuridico sia come pratica concreta, deve accantonare qualsiasi privilegio esclusivista per la singolarità etnica.
Balducci chiariva: «Finora, quando abbiamo scelto sulla linea della fedeltà etnica, abbiamo manomesso i criteri della totale uguaglianza fra gli uomini, e quando abbiamo scelto sulla linea di questa uguaglianza abbiamo mostrato ostilità, teorica e pratica, per ogni forma di diversità, individuale e collettiva.
La questione ebraica ci impedisce di far quadrare il cerchio, e cioè di dare soluzioni ad un problema che ancora non è risolvibile, perché ne mancano le condizioni. Per questo la questione ebraica ci rimanda al futuro.»
Un dilemma così delicato non può perciò risiedere sulle armi (convenzionali, non convenzionali, atomiche e propagandistiche) accumulate per decenni dall’attuale classe dirigente sionista e dai suoi corresponsabili, sia nelle sue correnti religiose fondamentaliste sia in quelle secolarizzate che non rinnegano nulla del laico Ben Gurion, quando dichiarava che «dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca dei terreni e il taglio di tutti i servizi sociali per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba», e che agiscono di conseguenza.
Un nodo come questo è un banco di prova fondamentale per il pianeta. Sottovalutarlo o pensare di scioglierlo con l’avventurismo militare ci porta dritti a una guerra di vastissime e funeste proporzioni, un pericolo che diventa ogni giorno più concreto.
Arrivare a risolverlo creativamente, con disegni politici di scala mondiale che ridisegnino l’assetto politico del Medio Oriente, è l’unico barlume per evitare la catastrofe. E' una tensione in favore di un autentico realismo politico. Proprio perché questo è un problema di dimensione globale, siamo contro l’antisemitismo. Scontrarsi con l’antisemitismo non è solo un modo di tenere in grande considerazione la questione ebraica, è un modo di tener caro il futuro dell’uomo. Perciò dobbiamo essere all’altezza di questa complessità.
Due accademici, il geografo Arnon Sofer e il demografo Sergio Della Pergola (un israeliano nato e vissuto in Italia fino al 1966) dell’Università di Gerusalemme, a suo tempo consulenti di Ariel Sharon, hanno analizzato la situazione in termini che possiamo di seguito riassumere: date le attuali proiezioni sulla crescita demografica, Israele dovrà risolvere un problema che ha tre variabili: democrazia, ebraicità, dimensione territoriale. Soltanto due di queste variabili potrebbero coesistere nell’Israele degli anni a venire.
Potrà essere uno stato democratico ed ebraico, ma allora dovrà essere di ridotte dimensioni.
Potrà essere democratico e grande, ma allora non sarà più ebraico.
Infine potrà essere ebraico ed esteso, ma allora non sarà più democratico.
Benché la soluzione “due popoli, due stati” sia ormai quasi unanimemente considerata - sia a livello internazionale che italiano - come l’unica possibile conclusione del conflitto, una tale soluzione, ammesso poi che sia mai realizzata, difficilmente potrà condurre ad una pacificazione dell’area poiché non risponde a criteri di giustizia ed equità.
La situazione di fatto creata in Palestina (ovvero nei Territori e in Israele) non consente la nascita dello stato palestinese a fianco di Israele se non come mera “espressione geografica” priva di elementari contenuti di sovranità.
Il nascente stato di Palestina, infatti, non avrebbe la possibilità di realizzare una politica di difesa indipendente né potrebbe stringere rapporti diplomatici con altri stati in tale funzione; dipenderebbe totalmente da Israele per l’utilizzo delle risorse primarie, ovvero acqua ed energia.
La conformazione territoriale consolidatasi in loco (in particolare in Cisgiordania) con la politica degli insediamenti e la costruzione del muro “difensivo” rende i territori palestinesi del tutto inadatti a formare un substrato geografico favorevole alla nascita di uno stato sovrano.
Con la situazione diplomatica attuale, poi, la nascita dello stato palestinese non risolverebbe le controverse questioni di Gerusalemme capitale e dello status dei profughi che dal 1948 in poi sono stati costretti ad abbandonare la Palestina.
La soluzione “due popoli, due stati” potrebbe poi innescare un’ulteriore fonte di conflitto, ora latente. Con la nascita dello stato di Palestina, la componente araba con passaporto israeliano che attualmente vive in territorio di Israele (pur con uno status di cittadini di serie B, come abbiamo visto) potrebbe essere “invitata” a trasferirsi nel nuovo stato per realizzare due entità nazionali (Israele e Palestina) etnicamente pure. La storia del Novecento ha mostrato in altre aree del pianeta molti precedenti di questi scambi, con costi umani spaventosi.
La nascita di Israele come stato escludente, su base confessionale ed etnica, così come voluto dalla dottrina sionista, ha prodotto fin dalla sua fondazione una ferita che non è più stata rimarginata. Se fin dagli anni ‘30 si fosse prospettata la nascita di uno stato indipendente su tutto il territorio di Palestina (comprendente l’attuale Israele più i Territori) con caratteri multi-etnici, multi-confessionali, multi-nazionali, lo stato avrebbe ottenuto ben presto, e forse da subito, un carattere pacifico ed unitario.
Ci chiediamo: è possibile recuperare, ora, quella prospettiva? Ovvero la nascita di un unico stato per due popoli? Sessanta anni di guerre e divisioni hanno segnato profondamente le due parti, tanto che una possibilità del genere appare utopistica. Tuttavia esistono ancora, sia negli ambienti pacifisti israeliani, sia a livello internazionale, gruppi e personalità ebraiche che, su una base anti-sionista, prospettano la riconciliazione con i palestinesi e la possibilità della nascita di una entità statale bi-nazionale e multiconfessionale.
Che arabi ed ebrei, insomma, possano vivere insieme con pari diritti e dignità in un unico stato. Per l’architettura giuridica ci si potrebbe ispirare a nazioni già esistenti, come Canada, Belgio, o Svizzera, paesi che, storicamente, pur con pulsioni anche recenti verso la separazione, hanno determinato pace e prosperità tra etnie distinte pur vivendo nello stesso ambito geografico.
Sul piano politico questo significa portare la prospettiva “due popoli, uno stato” a livello di conoscenza e dibattito pubblico al fine di contaminare il pensiero unico fondato su “due popoli, due stati”, una prospettiva che si richiama alla realpolitik, ma si dimostra sempre più sterile e politicamente impraticabile.
Con il patrocinio di esponenti e/o gruppi politici internazionali è forse tempo di promuovere convegni e conferenze sul tema, determinando l’incontro tra esponenti ebrei ed arabi favorevoli a tale progetto, nella prospettiva di creare una organizzazione permanente, internazionale. Un focolare multietnico che sviluppi, promuova, analizzi e risolva tutte le problematiche inerenti alla questione e coaguli attorno a sé sempre maggiori forze.
Certo, l’ipotetico Stato Unico della Terra Santa – oggi collocato in un’area già popolatissima - diventerebbe una delle aree potenzialmente più affollate del pianeta, per via delle speculari Leggi del Ritorno che dovrebbero garantire a palestinesi ed ebrei di vivere ovunque vogliano, in quel territorio. Un processo di “nation building” di questa natura sarebbe costoso. Ma se si pensa ai miliardi attuali bruciati dagli USA ogni anno in forniture di armamenti strategici, se si pensa alle abnormi spese di gestione dell’apartheid, se si pensa in prospettiva allo sbocco che potrebbero avere gli affari mediorientali, le risorse ci sarebbero, eccome.
Gli inevitabili problemi di sicurezza, che oggi Israele affronta con unilateralità militare e in spregio alla comunità internazionale, dovrebbero essere in carico a una massiccia presenza di forze armate, forze di polizia e cooperanti civili di tutto il mondo. Un anno di servizio militare o civile a Hebron, a Gerusalemme, a Gaza, a Tel Aviv sarebbero per un’intera generazione un’esperienza di grande apertura al mondo.
Il discorso oggi più eretico del mondo, ossia volere la sconfitta politica del disegno sionista e volere una trasformazione statuale che rinunci all’assetto esistente, non è certo sinonimo di distruzione della presenza ebraica in Terra Santa. Ben al contrario.
«Ora, di tutti gli improbabili motivi accampati dai sionisti per occupare la Palestina», ricorda Miguel Martinez «l'unico che abbia un minimo di coerenza è quello teologico, basato su una delle possibili letture di ciò che chiamiamo "Antico Testamento", ovviamente per chi ci crede. E non c'è dubbio che le terre israelitiche nella Bibbia (dove peraltro non compare mai l'espressione "Terra d'Israele") corrispondessero all'incirca alla Cisgiordania più la Galilea, con l'esclusione della maggior parte dell'Israele pre-1967. Sono quindi significativi per il giudaismo esattamente quei luoghi che i sostenitori di "due popoli due stati" vorrebbero che venissero restituiti ai palestinesi.»
Non stupisce poter ritrovare perciò fra gli ebrei ortodossi una figura come Menachem Froman, che rovescia i presupposti del «sionismo reale».
La Terra è unica, e umanamente appartiene ai palestinesi; «ma gli ebrei hanno il diritto, e forse il dovere, di vivere nei luoghi più sacri di quella terra.
Quindi stato unico dal Giordano al mare, con uguali diritti per tutti i suoi cittadini; e libertà per gli ebrei religiosi di insediarsi in ciò che loro chiamano Giudea e Samaria. In base allo stesso principio, Froman ha difeso le colonie ebraiche a Gaza».
Froman ha un dialogo vero e caloroso anche con Hamas e con altre formazioni sociali e politiche palestinesi.
Il nuovo realismo politico procederà – dovrà procedere - in ambienti davvero inediti.
Il tramonto del sionismo reale e l’affermarsi di un ordine statuale che custodisca in modo nuovo la casa delle varie religioni e dei popoli del Medio Oriente può essere il “temporis partus masculus” della comunità mondiale.
Che significa e come si è svolta l’oscura uscita di scena di Osama bin Laden? Che fine ha fatto Al-Qa’ida, ed è mai stata come ci hanno raccontato? Chi sta andando al potere in Egitto e altrove, dopo le primavere arabe, e in che modo gli Stati Uniti tentano di controllare la riorganizzazione del potere? Chi sono i cirenaici a sostegno dei quali gli USA e noialtri abbiamo deciso di far guerra a Gheddafi? Eroici difensori della libertà o i complici di turno dell’impero? Che svolgimento avranno i tesissimi rapporti con Iran e Siria? In che modo la crisi dei Paesi europei più deboli è legata alla guerra euro-dollaro? E che cosa stanno tentando di fare gli Stati Uniti, segretamente o meno, per controbilanciare la rapidissima ascesa cinese?
Tante questioni che i nostri media lasciano irrisolte, trovano qui, grazie alla penna acuminata di Giulietto Chiesa e Pino Cabras, una luce nuova. Se non rasserenante, almeno molto chiara: sullo sfondo di una guerra globale per il momento a (relativamente) bassa intensità, il ruolo degli Stati Uniti di Obama – oramai non diverso dai predecessori, e in fondo espressione più correct degli stessi interessi reali – è quello di un impero al declino, gravato dall’immenso debito, dallo svuotamento della democrazia e dalla feroce concorrenza internazionale, che tuttavia dovrà vender cara la pelle. Il più cara possibile: e a pagare potremmo essere tutti noi
Chi cura questo blog
Pino Cabras (1968) è laureato in Scienze Politiche e lavora in una finanziaria d’investimento, per la quale ha curato diversi programmi negli Stati Uniti e in Asia. Ha pubblicato "Balducci e Berlinguer, il principio della speranza" (La Zisa, 1995), "Strategie per una guerra mondiale" (Aìsara, 2008); con Giulietto Chiesa ha pubblicato "Barack Obush (2011), uscito nel 2012 in edizione russa con il titolo «Глобальная матрица» (Global'naja Matrica). E' condirettore del sito www.megachip.info e co-fondatore della webTv PandoraTv.it.
Pino Cabras
Complotti e complottismi
dal libro "Strategie per una guerra mondiale":
Se volete mettere in cattiva luce qualcuno che scrive o parla scostandosi dalla corrente principale delle spiegazioni di certi grandi fatti, bollatelo come ‘teorico della cospirazione’, o ‘complottista’. È uno stigma molto comodo, un potente silenziatore, una densa notte che cala su tutte le vacche e le fa tutte nere... [leggi tutto]
DIETRO GLI ESPERTI MILITARI IN TV, IL PENTAGONO MUOVE I FILI Versione italiana di un'inchiesta di David Barstow comparsa su «The New York Times» il 20 aprile 2008: [LEGGI QUI]
Sul giornalismo
"Periodismo es difundir aquello que alguien no quiere que se sepa, el resto es propaganda".
Giornalismo è diffondere quel che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda.
(Horacio Verbitsky)