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12 gennaio 2016

Dov’erano i paladini della libertà di parola quando la Francia ha passato tutto l’anno scorso a stroncarla?


di Glenn Greenwald

The Intercept


È passato quasi un anno da quando milioni di persone - guidate dai tiranni più repressivi al mondo - marciarono su Parigi apparentemente  per la libertà di parola. Sin da allora, il governo francese - che ha dato l'esempio strombazzando ai quattro venti l'importanza della libertà di parola dopo gli attentati di Charlie Hebdo  - ha ripetutamente perseguitato persone per le visioni politiche espresse oppure ha sfruttato la paura collegata al terrorismo per far fuori i diritti civili in generale. Ha fatto tutto questo senza il minimo accenno di protesta da parte di coloro che, attraverso tutto l'Occidente, avevano sventolato le bandiere della libertà di parola in supporto ai fumettisti di Charlie Hebdo.
Ciò perché, come argomentai all'epoca, molti di questi neo-paladini della libertà di parola non sono autentici e costanti sostenitori di essa. Al contrario, essi evocano quel principio solo nei casi più facili ed egocentrici: ovvero, la difesa delle idee che sostengono. Ma quando la gente viene punita per esprimere delle idee che questi signori odiano, allora si fanno silenziosi oppure supportano quella stessa soppressione: proprio il contrario della genuina difesa della libertà di parola.

Giorni dopo la Marcia su Parigi, il governo francese ha arrestato il comico Dieudonné M'bala M'bala "per 'apologia di terrorismo', dopo aver insinuato su Facebook di simpatizzare con uno degli uomini armati". Due mesi dopo è stato giudicato colpevole ed ha ricevuto una condanna - poi sospesa -  a due mesi di carcere. In novembre, dietro accuse diverse, è stato giudicato da un tribunale belga per "commenti razzisti ed anti-semiti durante uno show in Belgio", che lo ha condannato a due mesi di reclusione. Non c'è stata nessuna catena di hashtags # JeSuisDieudonné ed è quasi impossibile trovare i paladini più accesi della libertà di parola post-Hebdo  denunciare il governo francese e quello belga per questi attacchi alla libertà di espressione.

Nelle settimane che hanno seguito la marcia per la libertà di parola, decine di persone in Francia "sono state arrestate per discorsi di incitamento all'odio o per azioni di oltraggio di altre fedi religiose o per fare il tifo per gli autori degli attentati". Il governo " ha ordinato agli inquirenti di dare un giro di vite su incitamento all'odio, anti-semitismo e glorificazione del terrorismo". Non c'è stata alcuna marcia in difesa dei diritti di libertà d'espressione di queste persone.



In ottobre la Corte suprema di Francia ha confermato l'accusa mossa verso alcuni attivisti, i quali promuovevano il boicottaggio e le sanzioni contro Israele come strumento per porre fine all'occupazione. Cos'hanno fatto questi criminali? Sarebbero "arrivati al supermercato indossando magliette con su le scritte 'Lunga vita alla Palestina, boicottiamo Israele' ed inoltre distribuivano volantini che dicevano 'comprare prodotti israeliani vuol dire legittimare i crimini in Gaza'" Dal momento che il boicottaggio verso Israele viene considerato "anti-semitico" dalla corte francese, era un crimine promuoverlo
Dov'erano tutti i crociati post- Hebdo  quando questi 12 individui sono stati giudicati criminali per aver espresso le proprie opinioni politiche,  critiche verso Israele? Da nessuna parte.

Più in generale, il governo francese ha acquisito "poteri d'emergenza" all'alba degli attentati di Parigi, poteri che in origine dovevano durare 12 giorni. Poi sono stati estesi a tre mesi ed ora, all'avvicinarsi della scadenza, si parla di estendere quelle misure indefinitamente o permanentemente. Quei poteri sono stati utilizzati esattamente dove si sospetterebbe: per presentarsi senza mandato nei luoghi d'incontro dei musulmani francesi, per chiudere moschee e bar, per detenere persone senza capi d'accusa e ad ogni modo per abolire libertà fondamentali. Ora sono stati usati anche al di là della comunità musulmana, contro gli attivisti ambientalisti
Se questa sorta di classica repressione strisciante non vi disturba, allora potete dire di essere molte cose, ma non genuini difensori della libertà di espressione in Francia.

Persino prima degli omicidi di Hebdo, le persecuzioni in Europa contro i musulmani per via delle loro opinioni politiche erano piuttosto comuni, specialmente nel caso in cui tali opinioni fossero critiche delle politiche occidentali. In effetti, una settimana prima dei fatti di Charlie Hebdo, avevo scritto un articolo in cui esponevo in maniera dettagliata la minaccia montante verso la libertà di parola in Regno Unito, Francia ed in tutto l'occidente. Quel tipo di misure - portate avanti dai governi più potenti del mondo - erano e rimangono la più grande minaccia alla libertà di parola in occidente. Tuttavia ricevono una piccolissima frazione dell'attenzione ricevuta dalle uccisioni di Hebdo.

Dov'erano e dove sono tutti gli auto-proclamatisi paladini della libertà di parola rispetto a tutto questo? È stato solo quando i fumetti anti-Islam erano in questione e pochi musulmani coinvolti in atti di violenza, che essi sono diventati improvvisamente appassionati riguardo alla libertà di parola. Questo perché la loro vera causa era legittimare la retorica anti-Islam e demonizzare i musulmani; la libertà di parola era solo un pretesto.

In tutti questi anni in cui mi sono battuto in difesa della libertà di parola, non ho mai visto - come nel caso degli omicidi di Hebdo  - questo principio sfruttato così spudoratamente per altri scopi da gente che chiaramente non ci crede. È stato tanto trasparente quanto disonesto : la loro vera agenda si vede da come hanno inventato un nuovo standard di libertà di parola adatto a quell'occasione: al fine di difendere la libertà di parola, uno non deve solo difendere il diritto di esprimere un'idea, ma deve anche sposarla.

Questo "principio" appena coniato è in effetti l'antitesi esatta delle genuine protezioni della libertà di parola. Centrale per una vera credenza nei diritti di libertà d'espressione è la posizione per cui tutte le idee - da quelle che uno condivide ferventemente a quelle che uno condanna, con tutto quel che ci sta in mezzo - hanno il diritto di essere espresse e difese senza per questo essere punite. Le più importanti e più coraggiose difese della libertà di parola sono arrivate tipicamente da coloro i quali, contemporaneamente, esprimevano disprezzo per un'idea mentre difendevano il diritto di altre persone di esprimerla liberamente. Questo è il principio che da tempo definisce l'autentico attivismo collegato alla libertà di parola: quelle idee espresse sono spregevoli, ma io mi batterò per difendere il diritto di altri di esprimerle.

Coloro che hanno sfruttato gli omicidi di Hebdo  cercavano di abolire questa distinzione vitale. Hanno insistito nel dire che non era abbastanza denunciare o condannare gli assassini dei fumettisti di Hebdo . Hanno provato invece ad imporre un nuovo obbligo: uno deve celebrare ed abbracciare le idee dei disegnatori di Hebdo, supportare il fatto che vengano premiati, esultare per il contenuto delle loro opinioni. Il non condividere le idee di Charlie Hebdo (invece che solamente il loro diritto alla libertà di parola) avrebbe comportato le accuse - da parte degli artisti più viscidi al mondo - di non sostenere la loro libertà d'espressione o, peggio, di simpatizzare con i loro killers. 

Questa facile tattica di bullismo - provare a forzare la gente non solo a difendere il diritto alla libertà di parola di Hebdo  ma anche di sposarne le idee espresse - è durata fino adesso (ma solamente quando si tratta di discorsi che criticano i musulmani). Un anno dopo, è ancora molto comune sentire dei sostenitori del militarismo occidentale accusare falsamente porzioni "della sinistra" di aver approvato o giustificato l'attacco a Charlie Hebdo, per il mero fatto che si son rifiutati di esultare per il contenuto delle idee di Hebdo.

Quest'accusa è un'assoluta, dimostrabile bugia, un'ovvia calunnia. Non ho mai sentito una singola persona a sinistra esprimere qualcosa di diverso dalla repulsione per l'omicidio di massa dei fumettisti di Hebdo , nè ho sentito qualcuno a sinistra insinuare che gli omicidi fossero "meritati" o che i disegnatori "se la fossero cercata". Di sicuro ho sentito, e l'ho espresso io stesso - opposizione verso l'instancabile targhetizzazione di una minoranza marginalizzata in Francia da parte dei fumettisti di Hebdo  (tale critica, a proposito, è stata espressa in maniera molto eloquente da un ex membro dello staff di Hebdo , Olivier Cyran: "il martellamento ossessionante contro i musulmani al quale Hebdo  si è dedicato per più di un decennio ha avuto davvero degli effetti. Ha contribuito potentemente a popolarizzare, fra le opinioni 'di sinistra', l'idea che  l'Islam sia uno dei problemi principali della società francese"). Ma le obiezioni al contenuto di un'idea ovviamente non denotano e neppure insinuano il fallimento nel sostenere il diritto alla libertà di parola di coloro che esprimono tale idea: a meno che non si stia abbracciando il dannoso,  ingannevole, interamente nuovo concetto che uno possa solo difendere la libertà di parola di quelli con cui concorda. 

Ma ciò evidenzia come la libertà di parola non fosse il principio sostenuto qui; essa è stata usata come arma da alcuni occidentali tribali per costringere la gente ad approvare i fumetti anti-Islam ed anti-musulmani (non ad approvare meramente il diritto a pubblicare i fumetti senza punizione o violenza, ma ad approvare i fumetti stessi).

E ciò che ancora più potentemente dimostra la falsità al cuore di questo spettacolo post-Hebdo  è che prima della Marcia di Parigi, e specialmente dalla Marcia in poi - c'è è stato un assalto sistematico al diritto di libertà di parola per un altissimo numero di persone in Francia ed in tutto l'Occidente, a musulmani e/o ai critici dell'occidente e di Israele ed i nuovi crociati della libertà di parola per Hebdo  non hanno esibito alcuna contrarietà al riguardo, anzi, tacito od esplicito consenso. Questo perché la libertà di parola era la loro arma cinica, non il loro vero credo. 


18 febbraio 2015

La satira è (contro)potere

di Michela Murgia.

Un discorso sulla satira che vada oltre Charlie Hebdo ha cercato di farlo MicroMega nel numero di questo mese. Ci sono interventi di molti pensatori (e qualche rifiuto d'intervento molto divertente). Ecco il mio.



Scusate il ritardo nel rispondere a questo questionario. È dato dalla difficoltà di aggirare il fastidio per il modo in cui le domande sono state poste, fastidio che vi manifesto perché da MicroMega non mi aspettavo che l'apertura di un dibattito così importante fosse fatta con domande retoriche che presumono o suggeriscono già le risposte. Tanto meno mi aspetto l'esposizione di posizioni pregiudiziali di tale inconsistenza razionale che si fa fatica a prenderle come base di partenza per un ragionamento che voglia davvero dirsi laico. La laicità non si misura sul grado di astio verso le religioni, ma su quello di vigilanza sui dogmatismi, che in questo questionario purtroppo abbondano. Ho quindi risposto con la difficoltà che mi derivava dall'obbligo di essere intellettualmente onesta. 

(1) La scritta “je suis Charlie” è comparsa in moltissime sedi di giornali in tutto il mondo, oltre che nelle dichiarazioni di personalità di governo, anche qui di tutto il mondo. Ma quanti di coloro che fanno proprio lo slogan sono davvero disposti a prendere sul serio il diritto alla irresponsabilità, che Charlie Hebdo teorizza orgogliosamente nel suo stesso sottotitolo, e dunque il diritto alla bestemmia di ogni fede religiosa e di ogni sentimento non religioso ma ritenuto “sacro”? Quanto c’è di retorica e strumentalismo nel dire “je suis Charlie” e poi non trarne le conseguenze pratiche sul piano del diritto e dell’etica?

La domanda è retorica. Nessuno può permettersi di essere così ingenuo da confondere un gesto di solidarietà compiuto sull'onda dell'emozione o dell'opportunità politica con la determinazione a difendere la satira in ogni sua manifestazione, diritto che non è assoluto in alcuna democrazia. La stessa Francia che manifesta per Charlie e sbatte in carcere Dieudonné ci dimostra due cose: la prima è che neanche nella patria della laicità è sempre vero che in satira tutto è lecito; la seconda è che esistono tabù sociali ben più forti di quello su Dio.
Il punto di partenza di un ragionamento in merito è il dato che la nostra idea di democrazia si regge sull'insanabile contraddizione tra il desiderio di anarchia e il bisogno del controllo: se infatti è vero che le democrazie sono sistemi fondati sul conflitto, gli unici in cui il dissenso è un valore difeso dalla legge, è altrettanto vero che il dissenso è per sua natura antagonista del potere ed è quindi perfettamente logico che il potere tenda a difendersene anche nelle democrazie, limitandone gli spazi di espressione per poter agire in regime di rendicontazione pubblica minima. Finché esiste l'altra, nessuna delle due forze è o può essere assoluta nel suo esercizio: la loro coesistenza, per quanto conflittuale, ci protegge dagli assolutismi. Dobbiamo quindi essere consapevoli che il potere dal canto suo farà di tutto per produrre leggi che limitino al massimo la libertà di dissenso e che il dissenso farà a sua volta di tutto per trovare spazi in cui mettere in discussione il controllo del potere. È la società civile che deve proteggere l'esistenza di questa dialettica, ma può farlo solo se è educata alla coscienza comune dei valori collettivi. In Italia questo è vero in misura molto inferiore a quello che sarebbe necessario. È anzi prevedibile che la sensibilità pubblica, che spesso si muove sull'onda dell'emozione e della paura, davanti a fatti di sangue opportunamente narrati sia disposta a concedere maggiore legittimità alla forza che tra le due verrà percepita come meno distruttiva e destabilizzante. Allo stato attuale delle cose è improbabile che la forza favorita sia la satira.

(2) Numerosi giornali NON hanno ripubblicato le vignette su Maometto, e molti del resto non le avevano pubblicate, come non avevano pubblicato quelle, perfino più numerose, contro la religione cristiana (Charlie non ha risparmiato neppure l’ebraismo). Negli Usa è questo addirittura l’atteggiamento della maggior parte dei media. Il giornale danese all’origine delle vignette su Maometto questa volta ha deciso di “non offendere” la sensibilità dei credenti. Il Financial Times ha praticamente scritto che con i loro eccessi se l’erano cercata. Non è già in atto da tempo una auto-censura che, finito il cordoglio unanime (in apparenza) per i morti di rue Nicolas Appert 10, subirà un’accelerata esponenziale? Non sta vincendo di nuovo la sindrome “non vale la pena morire per Danzica”?

Voglio sperare che la libertà di espressione comprenda anche quella di non espressione, senza che questo comporti automaticamente la presunzione di auto-censura. Ciascuna redazione fa le sue valutazioni, non ultime quelle di rischio umano, e le decisioni conseguenti non mi sento di giudicarle, perché in realtà non mi interessa biasimare chi tace; mi importa molto di più che sia pacifico che chi invece parla non debba pagare con la vita la sua scelta di esprimersi. Per questo l'unica posizione che considero realmente stigmatizzabile tra quelle elencate è il victim blaming del Financial Times.

(3) Il noto storico e saggista di Oxford Timoty Garton Ash ha lanciato l’idea di una giornata coordinata in cui tutte le testate d’Europa pubblichino una selezione delle vignette più significative di Charlie Hebdo (offensive di tutte le religioni). Pensi che il giornale che dirigi, cui collabori, che regolarmente leggi, dovrebbe aderire?

Diffido dei battesimi collettivi: perché giornali che non avrebbero mai pubblicato prima quelle vignette dovrebbero pubblicarle adesso? Il ragionamento secondo il quale bisogna ripubblicare le vignette di Charlie Hebdo per segnare distanza dai terroristi mi ricorda il periodo in cui tutti in Italia dovevano comprare Gomorra per dimostrare di non essere camorristi. Trasformare le vignette di Charlie in un marcatore culturale, cioè in un corpo contundente con bersaglio diverso da quello che volevano colpire, ottiene come unico risultato il generare ipocrisie della portata della sfilata di governanti liberticidi con il cartellino Je suis Charlie.

(4) I difensori della libertà di stampa “con juicio” sostengono che la libertà di critica è assoluta e intangibile ma non deve essere confusa con il diritto all’insulto. Ma CHI può decidere la linea di confine tra critica (la più radicale, visto che si tratterebbe di un diritto assoluto) e offesa? Per chi vive in modo intenso una fede, assai facilmente suona offesa ai propri sentimenti e alla fede stessa ciò che al critico di essa suona solo critica. Charlie Hebdo pubblicò una vignetta con un “trenino” sodomitico tra Dio Padre, Gesù Cristo e lo Spirito Santo, certamente offensivo per molti credenti cristiani, ma forse la più straordinaria sintesi critica dell’assurdità del dogma trinitario. Del resto l’ateo viene “amorevolmente” descritto da ogni pulpito come persona esistenzialmente “menomata” (questo è il giudizio più gentile, ovviamente) poiché priva della dimensione del trascendente, giudizio già in sé altamente offensivo.

Il limite alla libertà di espressione non può e non deve essere deciso dalle sensibilità religiose, non fosse altro perché sono tante, diverse e spesso contraddittorie tra loro, ma nella domanda che avete posto mi pare che il contrappasso della reciprocità (“Anche dai pulpiti cattolici si offende l'ateismo!”) sia un ben fragile argomento su cui fondare la libertà di satira, talmente pretestuoso che vi porta a leggere male anche quello che è chiarissimo, come il trenino sodomita di Charlie Hebdo, che non è “la più straordinaria sintesi critica dell'assurdità del dogma trinitario”, ma una presa per il culo – letteralmente - all'arcivescovo di Parigi e alle sue posizioni contro le famiglie omogenitoriali. È dunque una vignetta prettamente politica, dove l'attacco al simbolo religioso non è fine a sé stesso, ma perfettamente inserito in una cornice di dissenso all'ingerenza del potere gerarchico ecclesiale nei processi legislativi francesi. Per la redazione di Charlie Hebdo la questione della laicità si sostanziava nell'attacco al potere, non nella vendetta – invero poco appassionante - degli atei contro i fedeli, tantomeno su un presunto “diritto di bestemmia”. Se per satira intendiamo un contropotere che castigat ridendo mores, intendiamo un luogo espressivo tutt'altro che irresponsabile. Quella è per me la sola linea di discernimento possibile: se colpisce un bersaglio fragile, non è satira. Se fai vignette contro i rom non fai satira, ma discriminazione. Se disegni contro le donne, i gay o i negri non fai satira, a meno che tu non stia castigando singole donne potenti, gay individualmente influenti o neri la cui negritudine comporti una posizione di dominio.

(5) Se il limite lo stabilisce la politica vuol dire che sarà mutevole come le mutevoli maggioranze di governo, e variabile tra paese e paese diacronicamente e sincronicamente. Ma questo vuol dire che la libertà di espressione non è un principio fondativo, e dunque non deve essere scritto nelle Costituzioni, che salvaguardano e garantiscono alcuni diritti sottraendoli alle mutevoli vicende del consenso elettorale. La coerenza non esigerebbe semmai l’opposto, che vengano abrogati definitivamente articoli contraddittori con questo principio, che configurano come persistente il reato di vilipendio nei confronti di Persone Dottrine Istituzioni e Cariche, poiché ciò che per Tizio è vilipendio per Caio è critica?

Sono del tutto favorevole all'abolizione del reato di vilipendio, ma questo non significa che considero la libertà di espressione un diritto naturale sovra-costituzionale, concetto speculare (e altrettanto fastidioso) a quello di “principio non negoziabile” tanto caro al cattolicesimo ruiniano. Finché siamo in democrazia tutto è negoziabile e dunque le quote di libertà che una società può sostenere senza giungere a conflitti autodistruttivi sono variabili nel tempo e risentono di condizioni culturali, storiche ed economiche che mutano a loro volta. Il reato di vilipendio alle istituzioni aveva senso quando il presidente del consiglio era Alcide De Gasperi; al momento è antistorico, perché i concetti di rispettabilità e onorabilità non hanno più senso in un paese con un parlamento dove la concentrazione di condannati supera quella delle zone gestite dalla criminalità organizzata.

(6) La scelta di coerenza rispetto alla libertà di critica anche se per qualcuno offensiva, oppure la rinuncia al principio della libertà di critica come consustanziale alle libertà democratiche (con le antinomie per la democrazia che ne conseguono), oggi è resa indilazionabile dalla svolta d’epoca della strage del Charlie Hebdo, ma in realtà è sul tappeto da oltre un quarto di secolo, certamente dalla fatwa del 1989 di Khomeini contro Rushdie. All’epoca su MicroMega fu scritto: “l’Occidente si piega”, citando e stigmatizzando le “dichiarazioni curiali” di Andreotti sugli studenti islamici in Italia che impongono con la violenza che Versi satanici non sia esposto nelle vetrine, “è accaduto a Napoli, Padova, Reggio Emilia”, o l’Osservatore Romano secondo cui “il romanzo è risultato offensivo per milioni di credenti. La loro coscienza religiosa e la loro sensibilità offesa esigono il nostro rispetto. Lo stesso attaccamento alla nostra fede ci chiede di deplorare quanto di irriverente e di blasfemo è contenuto nel libro”, o Monsignor Rossano, rettore della Pontificia università lateranense, secondo cui “quando si toccano Gesù, la Madonna, non si toccano fatti personali, non si può fare quello che si vuole … viviamo in mezzo a cattolici, ebrei, musulmani, indù … non si può irridere, non si può offendere la sensibilità religiosa”, fino a Hans Küng per il quale “non ci si può richiamare semplicemente alla libertà religiosa … Bisogna prevedere reazioni corrispondenti, quando si attacca una persona che per centinaia di milioni di uomini e donne è tuttora viva e per così dire, quella più in alto sotto Dio” (MicroMega 2/89 pp 20-21). Sarebbe stato necessario farlo allora, non è improcrastinabile oggi porre fine a queste intollerabili pretese censorie?

E come gli dovremmo metter fine? Facciamo una legge che multi chi si indigna? Incarceriamo chi chiede rispetto della propria appartenenza? La domanda è posta come se la pretesa censoria e la censura effettiva non fossero due cose diverse, invece lo sono e non va dimenticato. Non mi pare che le richieste di ritiro del libro di Rushdie si siano mai tradotte in alcun rogo in occidente, anzi “I versetti satanici” sono entrati in classifica, hanno continuato a essere venduti nelle librerie, a essere letti nelle biblioteche e comprati ovunque. La stessa cosa avvenne per “L'ultima tentazione di Cristo”. A che cosa dunque dovremmo metter fine?

(7) Si sostiene da più parti che se è possibile criticare/insultare il Profeta e Allah (ma anche Dio padre, Figlio, Spirito Santo, Madonna, ecc.) allora deve essere possibile insultare anche gli ebrei in quanto ebrei. La posizione di MicroMega è sempre stata che criticare/insultare simboli/valori di una fede è un diritto di opinione, insultare delle persone in quanto appartenenti a una etnia in quanto etnia è razzismo. Inoltre: anche il diritto a offendere valori religiosi non può divenire diritto a considerare tutti gli appartenenti a una religione corresponsabili di atteggiamenti di altri correligionari (legittima è però la richiesta di chiedere la dissociazione da atti/dichiarazioni di autorità della rispettiva religione, altrimenti se ne diventa partecipi). Vi sembrano distinzioni sufficienti e condivisibili?

Per niente, ma sono questioni distinte.
- È possibile insultare gli ebrei in quanto ebrei in nome del diritto di satira? Dipende. Il discrimine rimane quello dato dalla domanda: “per essere considerata lecita a dispetto della sua offensività, questa satira che potere sta attaccando?” Quando Forattini al tempo del sequestro Kassam disegnò sul Corriere la Sardegna a forma di orecchio mozzato sanguinante, accomunando i sardi senza distinzioni al reato infame della mutilazione di un bimbo innocente, che potere stava attaccando? I sardi in sé rappresentavano un potere? Se la risposta è no, Forattini non esprimeva un'opinione: faceva razzismo e come tale commetteva un reato. Ritengo quindi che la satira sugli ebrei vada giudicata con lo stesso criterio, che evidentemente non è così scontato in un occidente dove anche la minima critica al sionismo e alle condizioni inumane di Gaza finisce per essere tacciata di antisemitismo persino da insospettabili fonti progressiste occidentali. Se lo stato ebraico, che si pretende l'unica democrazia del medio oriente, ha una costituzione che prevede quote di cittadinanza suddivise su base etnica, la satira su base etnica contro gli ebrei che vi abitano non è solo lecita, ma urgente, perché è proprio il marcatore etnico che in quel caso rappresenta un potere oppressivo.
- La pretesa di dissociazione dalle posizioni dei propri leader religiosi mi sembra priva di senso: l'appartenenza a una religione non si fonda su comunicati stampa, ma su dati teologici irreformabili. Le declinazioni storiche della presenza religiosa sui singoli territori possono anche discostarsi molto da questi dati (è certamente il caso di molte dichiarazioni di imam rispetto al Corano), ma questo non significa che ogni singolo fedele islamico che vive in Europa deve dissociarsi da ogni singolo delirio contingente di ogni singolo capo di moschea in ogni singolo titolo di giornale che se ne fa. Nessuno deve essere messo nella condizione di scusarsi di continuo per le sciocchezze di qualcun altro. Da cattolica non mi sono mai sentita minimamente responsabile per gli svarioni personali di Ratzinger o di Wojtyla.

(8) Negli Usa, dove la maggior parte dei media (e praticamente tutta la politica) nega il diritto a criticare/offendere le religioni, è invece costituzionale espressione di libertà di pensiero qualsiasi opinione fascista, nazista, razzista (Ku Klux Klan compreso) fino a che non passa alla messa in pratica. L’Europa democratica ha imboccato la strada opposta, l’apologia di fascismo e razzismo è sanzionata per legge, e ora che tutti i capi di governo europeo sfilano a Parigi sotto la scritta “je suis Charlie” se ne deduce che ogni limitazione al diritto di critica/offesa delle religioni si intenda abrogato. MicroMega ha sempre sostenuto questa duplice posizione. La ritieni condivisibile? Ancora difendibile? Da rivedere radicalmente dopo quanto successo?

Ribadisco che la logica della liceità della satira è nella sua valenza di contropotere. Attaccare una religione in quanto tale, anche quando non rappresenta alcun potere oppressivo o lesivo di diritti altrui, è libertà di espressione, ma non è satira. Credo sia il motivo per cui satira sul buddismo se ne fa ben poca. Certo che attaccare un'etnia in quanto tale è un attacco alla dignità della razza umana nella sua interezza, ma attaccare un'etnia che ne opprime un'altra in ragione della sua maggiore forza economica, militare o politica è una difesa della dignità umana nella sua interezza. Credo che la distinzione sia facilmente ravvisabile da qualunque giudice, se pure gli intellettuali non dovessero arrivarci.

(9) Le religioni non sono tutte eguali, si dice, il cristianesimo accetta la laicità, l’islam no. In realtà il cristianesimo è stato costretto a venire a patti con la laicità, obtorto collo, e ancora non l’accetta pienamente. Il fondamentalismo alberga nel suo seno in dosi infinitamente minori di quello islamico, questo è certo. Troppo facilmente si dimentica, però, che sono stati cristiani militanti quelli che hanno assassinato negli Usa medici e infermieri che rispettavano la volontà di abortire di alcune donne. Donne, medici, infermiere che Wojtyla e Ratzinger hanno bollato più volte come responsabili del “genocidio del nostro tempo”, nazisti postmoderni, insomma. Le democrazie hanno il diritto di esigere da tutte le religioni la “interiorizzazione” della laicità? Cioè: che le religioni chiedano pure ai fedeli di osservare i precetti per la salvezza eterna ma rispettino rigorosamente il diritto al peccato (aborto, eutanasia, blasfemia, omosessualità …) di tutti gli altri e mai pretendano che lo Stato faccia di un precetto religioso una legge?

Non credo che le democrazie abbiano diritto di chiedere laicità alle religioni: quelle monoteiste in particolare sono sistemi di pensiero dogmatici fondati su valori non negoziabili, quindi anti-laiche per loro stessa natura. Al contrario, l'essenza stessa della democrazia è fondata sulla negoziazione tra visioni di mondo differenti, visioni che le religioni influenzano in molti modi, da secoli e con dinamiche variabili a seconda del tempo e dei poteri con cui si sono confrontate. Una società democratica è realmente laica quando riesce a confrontarsi con le religioni anche quando le religioni resistono ai valori democratici, perché le religioni non sono devozioni private, ma ideologie nel senso pieno del termine, cioè rispondono a un'idea precisa di umanità e di mondo. Pretendere che questa idea non si traduca anche in cultura e in politica è risibile e a sua volta liberticida, perché se ciascuno ha il diritto di tentare di influenzare lecitamente l'ambiente in cui vive a partire dalle proprie convinzioni, non si capisce perché questo diritto dovrebbe essere precluso a chi parte da convinzioni religiose. Questa pretesa esprime l'idea che le religioni siano sottoculture prive di dignità di rappresentazione, il che è falso: le religioni sono stakeholders identici a tutti gli altri, e la pressione politica esercitata dai portatori di valori numericamente “parziali” - anche quando li pretendono eticamente universali - si argina solo rafforzando culturalmente l'area dei valori “comuni”, cioè quelli continuamente definiti attraverso i processi democratici. La risposta all'assolutismo (compreso quello che un po' trasuda da questa domanda) è il pluralismo, che educa tutti a considerarsi relativi.

(10) Se si rinuncia anche di un pollice al diritto alla critica/offesa delle fedi religiose (diritto, non dovere: le vignette di Charlie possono benissimo non piacere ed essere criticate, ma il diritto alla loro pubblicazione deve essere difeso assolutamente), non si concede già la vittoria al terrorismo? In tal modo non si obbedisce alle loro richieste per “servitù volontaria”, senza che debbano più usare violenza, basta la minaccia e relativa paura, e non è questo che si propone chi utilizza il terrore? Le tentazioni a imboccare questa strada non sono sempre più frequenti e pericolose?

Con tutto il rispetto, non prendo sul serio domande dove è previsto un monosillabo come risposta. :)


Fonte: MicroMega, febbraio 2015.

14 gennaio 2015

Solidali con la stampa libera: altre vignette blasfeme

NOTA PRELIMINARE DI PINO CABRAS 
da Megachip.


Sulla vicenda di Charlie Hebdo consigliamo vivamente la lettura di questo potente e documentato articolo di Glenn Greenwald, il giornalista che ha fatto emergere con forza il caso di Edward Snowden (e tutto il "Datagate" sullo spionaggio totalitario in capo agli USA). Greenwald va dritto alla questione: la libertà di espressione vantata da governi e media occidentali, nonostante il motto "Je suis Charlie", è una costruzione ipocrita, nella quale a lungo si era inserito il pezzo di narrazione della rivista francese. Il grande giornalista americano lo spiega con molti esempi, link, e anche molti disegni. 

Aggiungiamo qui alla sua casistica una vicenda eclatante: proprio oggi la cronaca ci propone il caso del comico francese Dieudonné: da un anno in qua gli viene impedito di lavorare con ogni tipo di vessazione politica, mediatica, legale, amministrativa e fiscale, viene perseguitato e accusato ingiustamente di aver inventato un saluto nazista rovesciato (la famosa "Quenelle", che non ha nulla a che fare con il nazismo), ogni sua battuta viene soggetta a un linciaggio mediatico, travisata, piegata paranoicamente fino a leggervi perfino l'apologia del terrorismo. Il primo ministro Manuel Valls, lo stesso che figurava fra i lugubri potenti che marciavano a Parigi in nome della libertà anche dei pensieri più estremi, dice a proposito di Dieudonné «Il razzismo, l’antisemitismo, il negazionismo e l’apologia di terrorismo non sono opinioni, sono reati» aggiungendo che occorre essere «implacabili» nel battersi «contro il terrorismo, certamente, ma anche contro la parola che uccide, la parola di odio»
Orwell chiamava questo modo patologico di pensare con la parola "bispensiero". Tutto l'Occidente ne è permeato, come illustra bene l'articolo di Greenwald, e ciò ci dovrebbe far molta più paura di qualsiasi falso spauracchio agitato dai politicanti atlantisti.

Buona lettura.
P.C.

AGGIORNAMENTO DEL 14 GENNAIO 2015, h. 10.00. Dieudonné arrestato
Stamattina Dieudonné è stato arrestato per "apologia del terrorismo". Il livello di pericolo per le libertà civili in Europa è tale da dover accendere tutte le lampadine dell'emergenza democratica.

Solidali con la stampa libera: altre vignette blasfeme 

di Glenn Greenwald.

Difendere il diritto alle libertà di parola e di stampa, che in genere significa difendere il diritto di diffondere proprio le idee che la società trova più ripugnanti, è stata una delle mie principali passioni durante gli ultimi vent’anni, primacome avvocato e ora come giornalista. Ritengo quindi positivo quando un gran numero di persone si appella a gran voce a questo principio, come sta accadendo nelle ultime 48 ore in risposta al terrificante attacco al Charlie Hebdo a Parigi.

Di solito la difesa del diritto alla libertà di parola è molto più di un compito isolato. Il giorno prima degli omicidi di Parigi, per esempio, ho scritto un articolo su parecchi casi in cui dei musulmani sono stati perseguiti e perfino incarcerati da governi occidentali per loro opinioni politiche espresse online: attacchi che hanno provocato proteste relativamente piccole, anche da parte di quei paladini della libertà di parola che si sono tanto fatti sentire questa settimana.

Mi sono già occupato di casi in cui dei musulmani sono stati reclusi per molti anni negli Stati Uniti per cose come traduzione e pubblicazione di video "estremisti" in Internet, l’ho fatto scrivendo dotti articoli in difesa di gruppi palestinesi ed esprimendo dure critiche su Israele, perfino includendo un canale tv di Hezbollah nell’abbonamento via cavo. Tutto questo è ben al di là dei numerosi casi di posti di lavoro persi o delle carriere distrutte per aver espresso critiche a Israele o (fatto molto più pericoloso e raro) all'ebraismo. Spero che la celebrazione dei valori della libertà di parola di questa settimana genererà in occidente una diffusa opposizione a tutte queste annose e crescenti violazioni dei diritti politici fondamentali, non solo ad alcune.

Centrale per l’attivismo in difesa della libertà di parola è sempre stata la distinzione tra la difesa del diritto di divulgare l’Idea X e l’approvare l’Idea X, una cosa che solo i più ingenui fra noi non sono in grado di comprendere: si difende il diritto di esprimere idee ripugnanti pur essendo in grado di condannare l'idea in sé. Non c'è una contraddizione indiretta in questo: l’Unione Americana per le Libertà Civili (ACLU) difende con vigore il diritto dei neonazisti di manifestare davanti a una comunità piena di sopravvissuti all'Olocausto a Skokie, Illinois, ma non si unisce alla manifestazione; essi invece a gran voce disapprovano come grottesche le idee in questione pur difendendo il diritto di esprimerle.
Ma la difesa, questa settimana, del diritto di libertà di parola era così vivace che ha dato origine a un principio nuovo di zecca: difendendo la libertà di parola non solo si difende il diritto di divulgare il pensiero, ma si approva il contenuto del pensiero stesso. Molti scrittori hanno quindi chiesto che per mostrare “solidarietà” con i disegnatori assassinati non si debba semplicemente condannare gli attacchi e difendere il diritto dei disegnatori di pubblicare, ma si debba pubblicare e persino celebrare quelle vignette. «La miglior risposta all’attacco a Charlie Hebdo», ha dichiarato l'editore di Slate, Jacob Weisberg, «è quella di intensificare la satira blasfema».

Alcune delle vignette pubblicate da Charlie Hebdo non erano solo offensive ma faziose, come quella che deride le schiave del sesso africane di Boko Haram mostrandole come regine dei servizi sociali. 

Altre vignette sono andate molto oltre, inventando false violenze da parte di estremisti che agiscono in nome dell'Islam o anche solo raffiguranti Maometto con immagini degradanti, contenendo invece un fiume di scherno nei confronti dei musulmani in generale, che in Francia non sono per niente potenti ma sono principalmente una popolazione di immigrati presi di mira ed emarginati.

Ma non importa. Le loro vignette erano nobili e dovrebbero essere celebrate, non solo per motivi di libertà di parola ma per il loro contenuto. In un articolo di fondo intitolato "La bestemmia di cui abbiamo bisogno”, Ross Douthat del New York Times ha sostenuto che «il diritto di bestemmiare (e altrimenti di offendere) è essenziale per l'ordine liberale» e «quel tipo di blasfemia [che provoca la violenza] è proprio il tipo che ha bisogno di essere difeso perché è ciò che evidentemente serve al bene superiore di una società libera». Jonathan Chait del New York Magazine effettivamente ha dichiarato che «non si può difendere il diritto [di bestemmiare] senza difenderne l’esercizio». Matt Yglesias di Vox ha dato una visione molto più sfumata, ma ha comunque concluso che «bestemmiare il Profeta trasforma la pubblicazione di queste vignette da un atto inutile in uno coraggioso e perfino necessario, mentre l'osservazione secondo cui il mondo se la caverebbe bene senza tali provocazioni diventa una forma di acquiescenza».
Per conformarci a questo nuovo principio, su come ci si mostra solidali con il diritto di libertà di parola e con una energica stampa libera, pubblichiamo alcune vignette blasfeme e diversamente offensive sulla religione e i loro seguaci:








Ed ecco alcune vignette (ristampate con l’autorizzazione) per nulla-blasfeme-o-faziose però molto mordaci e pertinenti di un disegnatore brasiliano acutamente provocatorio, Carlos Latuff:

Trad:
- Religione dell’odio!
- Stop all’immigrazione!


Trad.:
Vignetta sui musulmani… «È libertà di parola!»
Vignetta sugli ebrei… «È antisemitismo!»







È giunto il momento per me di essere celebrato per la mia coraggiosa e nobile difesa del diritto di libertà di parola? Ho inferto un colpo potente a favore della libertà politica e dimostrato solidarietà col libero giornalismo pubblicando vignette blasfeme? Se, come ha detto Salman Rushdie, è fondamentale che tutte le religioni siano sottoposte a «mancanza di rispetto senza paura», ho fatto la mia parte per sostenere i valori occidentali?
Quando ho cominciato a vedere richieste di pubblicare queste vignette anti-islamiche, il cinico in me ha pensato che forse questo significava davvero solo sanzionare alcuni tipi di pensiero offensivo nei confronti di alcune religioni e dei loro seguaci, mentre proteggeva i gruppi più avvantaggiati. In particolare, l'Occidente ha passato anni a bombardare, invadere e occupare paesi islamici uccidendo, torturando e imprigionando senza legge musulmani innocenti, e il pensiero anti-islamico è stato un motore fondamentale per sostenere tali politiche.
Quindi è tutt’altro che sorprendente vedere un gran numero di occidentali celebrare vignette anti-islamiche non per motivi di libertà di parola ma perché ne approvano il contenuto. Difendere la libertà di parola è sempre facile quando ti piace il contenuto delle idee prese di mira o quando non appartieni al gruppo che viene diffamato (o decisamente non ti piace).
Infatti, è evidente che se uno scrittore specializzato in arringhe apertamente contro i neri o antisemitiche venisse ucciso per le proprie idee non ci sarebbero diffusi appelli per ripubblicare questa spazzatura per "solidarietà" con il suo diritto alla libertà di parola. Effettivamente, Douthat, Chait e Yglesias si sono sforzati di affermare in modo chiaro che il loro era un appello solo per la pubblicazione di tali idee offensive nel caso limitato in cui la violenza è minacciata o perpetrata in risposta (in pratica riferendosi, per quanto ne so, al pensiero anti-islamico). Douthat ha anche utilizzato il corsivo per evidenziare quanto fosse limitata la sua difesa della blasfemia: «Questo tipo di blasfemia è proprio quello che ha bisogno di essere difeso».
Si dovrebbe riconoscere una valida considerazione contenuta nella tesi Douthat/Chait/Yglesias: quando i mezzi di comunicazione si astengono dal pubblicare del materiale per paura (piuttosto che per una volontà di evitare la pubblicazione di materiale gratuitamente offensivo), come molti dei principali organi d’informazione occidentali hanno ammesso di fare con queste vignette, questo è veramente preoccupante, una reale minaccia per la stampa libera. Ma in Occidente ci sono tutti i tipi di tabù deleteri che si traducono in autocensura o nella repressione forzata di idee politiche, da azioni penali e incarceramenti alla distruzione di una carriera: perché la più minacciosa è la violenza dei musulmani? (Qui non sto parlando della questione se i media dovrebbero pubblicare le vignette perché fanno notizia, voglio porre l’attenzione sulla richiesta che siano pubblicate decisamente, con approvazione, per "solidarietà").
Quando all’inizio abbiamo discusso la pubblicazione di questo articolo per fare queste considerazioni, la nostra intenzione era quella di incaricare due o tre disegnatori di creare vignette che deridono l'ebraismo e denigrano le figure sacre per gli ebrei come Charlie Hebdo ha fatto con i musulmani. Ma questa idea è stata impedita dal fatto che nessun disegnatore occidentale normale avrebbe osato mettere il proprio nome su una vignetta antiebraica, neanche se fatta con intenti satirici, perché così facendo avrebbe immediatamente e definitivamente distrutto la propria carriera, come minimo. Nei media occidentali i commenti (e le vignette) contro l’Islam e i musulmani non valgono niente; il tabù − che è almeno altrettanto forte, se non di più − sono le immagini e le parole contro gli ebrei. Perché Douthat, Chait, Yglesias e i crociati per la libertà di parola che la pensano come loro non chiedono la pubblicazione di materiale antisemita in solidarietà o come mezzo per tener testa a questa repressione? Sì, è vero che organi di stampa come il New York Times in rari casi pubblicano immagini del genere, ma solo per documentare il fanatismo odioso e condannarlo, non per pubblicarlo per “solidarietà” o perché merita una divulgazione seria e rispettosa .
Con tutto il rispetto per la grande disegnatrice Ann Telnaes, non è vero che quelli di Charlie Hebdo «recavano offesa con parità di trattamento». Così come Bill Maher, Sam Harris e altri con l’ossessione islamofoba, prendere in giro l’ebraismo, gli ebrei e/o Israele è qualcosa che raramente (se non mai) fanno.
Se costretti, possono mostrare rari e isolati casi in cui pronunciano qualche critica al giudaismo o agli ebrei, ma la grande maggioranza dei loro attacchi sono riservati all'Islam e ai musulmani, non all'ebraismo e agli ebrei.
La parodia, la libertà di parola e l’ateismo secolare sono i pretesti; il messaggio anti-islamico è l'obiettivo principale e il risultato finale. E questo messaggio – questa speciale passione per l’offensivo pensiero anti-islamico – casualmente coincide, per alimentarla, con l'agenda e la cultura di politica estera militarista dei propri governi.

Per vedere quanto questo sia vero, si consideri il fatto che Charlie Hebdo − trasgressore secondo “parità di trattamento” e difensore di tutti i tipi di linguaggio offensivo – nel 2009 aveva licenziato uno dei propri autori per avere scritto una frase che qualcuno ha definito antisemita (l’autore era stato accusato di reato d'odio e ha poi avuto una sentenza favorevole contro la rivista per licenziamento senza giusta causa). “Parità di trattamento” vi sembra offensivo?
Non è vero nemmeno che minacciare violenza in risposta a opinioni offensive sia pertinenza esclusiva di estremisti che affermano di agire in nome dell'Islam. Corpus Christi, un’opera teatrale di Terrence McNally del 1998 raffigurante Gesù come gay, è stata ripetutamente annullata dai teatri a causa di minacce di attentati. Larry Flynt fu reso paraplegico da un evangelico fautore della supremazia bianca che si opponeva alla rappresentazione pornografica di coppie interrazziali nella rivista Hustler. Nel 2003, dopo che ebbero pubblicamente criticato George Bush per la guerra in Iraq, le Dixie Chicks furono sommerse da minacce di morte che resero necessaria una protezione massiccia e che alla fine le costrinsero a chiedere scusa per paura. La violenza provocata dal fanatismo ebraico e cristiano è diffusissima, dai medici abortisti assassinati ai locali gay bombardati e ai 45 anni di brutale occupazione della Cisgiordania e di Gaza a causa in parte della convinzione religiosa (che accomuna Stati Uniti e Israele) secondo cui Dio avrebbe sancito che loro sono i proprietari di tutto il territorio.
E questo è del tutto indipendente dalla sistematica violenza di Stato in Occidente sostenuta, almeno in parte, dal settarismo religioso .

David Brooks del New York Times oggi sostiene che il pregiudizio anticristiano è talmente diffuso in America – in cui non è mai stato eletto un presidente non cristiano − che «l’Università dell’Illinois ha licenziato un professore che insegnava la visione cattolica romana sull'omosessualità». Brooks ha dimenticato di dire che lo stesso ateneo ha appena rescisso il contratto di ruolo con il professor Steven Salaita per i tweet che ha pubblicato durante l'attacco israeliano a Gaza, che l'università ha giudicato eccessivamente ingiuriosi verso i leader ebrei, e che al giornalista Chris Hedges è stato appena revocato l’invito a parlare presso l'Università della Pennsylvania per il reato d’opinione di tracciare somiglianze tra Israele e l’ISIS.
Questo è un vero tabù − un'idea repressa − potente e assoluto come nient’altro negli Stati Uniti, tanto che Brooks non riuscirà nemmeno a riconoscerne l’esistenza. Negli Stati Uniti è certamente più un tabù questo che criticare i musulmani e l'Islam, critica che si sente così spesso negli ambienti mainstreamcompreso il Congresso − che si nota a malapena di più.

Questo sottolinea il punto chiave: in Occidente ci sono idee e punti di vista di tutti i tipi che vengono repressi. Quando quelli che richiedono la pubblicazione di queste vignette anti-islamiche cominceranno a chiedere anche la pubblicazione favorevole di quelle idee, io crederò alla sincerità dell’applicazione molto selettiva dei loro principi di libertà di parola. Si può difendere la libertà di parola senza dover pubblicare, figurarsi accettarle, le idee offensive prese di mira. Ma se non è così, diamo uguale applicazione a questo nuovo principio.


Foto di Joe Raedle/Getty Images; ulteriori ricerche a cura di Andrew Fishman

Fonte: https://firstlook.org/theintercept/2015/01/09/solidarity-charlie-hebdo-cartoons.
Traduzione per Megachip a cura di Emilio Marco Piano.



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