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1 agosto 2016

Scandalo Clinton-email: solo nei giornali italiani scatta la russofobia

Più realiste del re (e della regina), in Italia le grandi redazioni rilanciano in grande stile le accuse di Hillary Clinton a Mosca. Scopriamo il gioco.

di Pino Cabras.
da Megachip.


Le edizioni on line del Corriere e di Repubblica del 31 luglio, oltre al Tg3, per gran parte della giornata hanno aperto le notizie dando grande risalto alle dichiarazioni di Hillary Clinton sulle sue e-mail rubate dagli hacker.

Il titolo del Corriere è perentorio: «Clinton attacca: “La Russia mi spia”. Ecco le centrali degli hacker di Putin». Mentre uno degli articoli di sostegno, scritto da uno dei minimi esperti di politica internazionale della nostra epoca, Massimo Gaggi, è intitolato, con assoluta certezza: «Così Putin ha ordinato agli 007 di intervenire sul voto in USA». Vladimir in persona. Perché Gaggi ne è persuaso: c’è «Putin che prova a fare il burattinaio del voto Usa con l’intento di favorire Trump».



Anche Repubblica apre con la notizia e la titola così: «Hacker, Hillary accusa Mosca: "007 russi dietro gli attacchi"». E sotto vediamo un altro articolo, che promette grandi cose: «DOSSIER, Le prove che portano agli ex Kgb». Notare la forza della parola Dossier, mentre la parola “prove” è addirittura sottolineata. Le prove più clamorose consistono nel fatto che gli hacker hanno usato tastiere in cirillico: cosa molto difficile da procurarsi per un qualsiasi servizio segreto che non disponga di più di 20 dollari di budget.

Avevo già notato altre volte che le principali testate italiane amplificano certe notizie provenienti da ambienti del potere USA molto meno degli stessi giornali americani e meno di tutti i quotidiani europei. Al solito: siamo più realisti del re.
Perciò ho voluto dare una rapida occhiata alle versioni on line del New York Times, del Washington Post, del Los Angeles Times, di USA Today, della CNN, di Le Monde, del Guardian, dell’Independent, di El Pais, nonché dei tedeschi Frankfurter Allgemeine Zeitung e Die Welt.
Ebbene, nessuna testata di un tale significativo campione dell’Occidente mediatico apriva con questa notizia. I giornali davano semmai risalto alle aspre dichiarazioni di Donald Trump contro i genitori Democrat di un soldato musulmano morto in Iraq, un’altra polemica della campagna presidenziale statunitense più attuale e più rilevante.

Quando, spulciando le prime pagine, si trovava finalmente la storia delle accuse di Hillary ai russi, questa non figurava certo come notizia di apertura. In alcuni casi non era nemmeno in home page, e in tutti i casi si usavano formule molto più prudenti e dubitative rispetto agli organi di informazione nostrani.
Sul New York Times, nel corpo dell’articolo che riprende la notizia, si può leggere che «finora l’amministrazione ha tagliato corto rispetto alle accuse al governo russo del presidente Vladimir V. Putin di aver architettato il furto delle ricerche e delle email provenienti dal Comitato Nazionale Democratico e di aver introdotto degli hacker in altri sistemi informatici della campagna elettorale» e si precisa che i sospetti sono alimentati da gruppi investigativi «privati».
L’unico modo per scoprire se gli hacker sono stati assistiti dai sistemi russi consisterebbe nel fare una massiccia operazione di intrusione dell’agenzia NSA nelle reti legate a Mosca, ossia un cyber-attacco che ora come ora risulterebbe sorretto solo da un misero sospetto e non da prove. Il cronista ricorda anche che a suo tempo Edward Snowden ha rivelato che la NSA fa sforzi quotidiani per cercare di penetrare nei sistemi informatici russi, comprese le installazioni nucleari.

Come a dire: non è mica una novità che Mosca e Washington si spiino le rispettive reti informatiche, ed è estremamente difficile avere prove sulla provenienza reale delle intrusioni, prove ottenibili (forse) solo con intrusioni di altrettanta gravità, atti di grave valenza militare.

Alla fine, la notizia - di portata molto più modesta - è semplicemente che Hillary sta lanciando accuse non suffragate da prove. Davvero tutto qui. È dunque solo un urlo da campagna elettorale, da ponderare come uno dei tanti trucchi che saranno usati da qui a novembre, non certo una notizia mondiale con cui aprire il tuo giornale.
Solo che se la russofobia fa ormai parte del pacchetto obbligato dei tuoi servizi, il tuo giornale confeziona il mondo di conseguenza, con quella gerarchia falsa delle notizie.

Sarebbe invece interessante non farsi distrarre su storie di spionaggio e osservare i contenuti di queste famose e-mail di Hillary Clinton. Emergerebbe il cinismo criminale con cui da Segretaria di Stato – agendo perfino contro altri settori dell’amministrazione USA - ha scatenato le guerre che ci hanno precipitato nell’instabilità accresciuta del Mediterraneo. Emergerebbe la spregiudicatezza con cui da candidata – usando contro le regole le strutture del partito - ha truccato e violato il gioco delle primarie
Così come emergerebbe che la candidata che accusa Trump di ottenere favori dai russi gode dei finanziamenti provenienti dalle petromonarchie oscurantiste del Golfo.

Ma alla fine del tunnel del giornalismo italiota, il colpevole abita comunque al Cremlino.



25 aprile 2014

I re dormienti d'Europa

di Barbara Spinelli.


Raggruppati in un’Unione che non ha niente da dire in politica estera – né sulle proprie marche di confine a Est o nel Mediterraneo, né sull’alleanza con gli Stati Uniti, né sulla democrazia che intendono rappresentare – i governi europei s’aggirano sul palcoscenico del mondo come inebetiti, lo sguardo svogliato, le idee sparpagliate e soprattutto incostanti. Si atteggiano a sovrani, ma hanno dimenticato cosa sia una corona, e cosa uno scettro.
L’ossessione è fare affari, e dei mercati continuano a ignorare le incapacità, pur avendole toccate con mano.
S’aggrappano a un’Alleanza atlantica per nulla paritaria, dominata da una superpotenza che è in declino e che proprio per questo tende a riprodurre in Europa il vecchio ordine bipolare, russo-americano, lascito della guerra fredda.

Sono anni che gli Europei dormono, ignari di un mondo che attorno a loro muta.
Non c’è evento, non c’è trattativa internazionale che li veda protagonisti, pronti a unirsi per dire quello che vogliono fare. A volte alzano la voce per difendere posizioni autonome, ma la voce presto scema, s’insabbia.

Lo si vede in Ucraina: marca di confine incandescente sia per l’Unione, sia per la Russia.
Lo si vede nel negoziato euro-americano che darà vita a un patto economico destinato ad affiancare quello militare: il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip).
Lo si vede nella battaglia indolente, e infruttuosa, contro i piani di sorveglianza dell’Agenzia Usa per la sicurezza nazionale (Nsa), disvelati da Edward Snowden nel 2013. Sono tre prove essenziali, e l’Unione le sta fallendo tutte.

Le sta fallendo in Ucraina, perché l’Europa non ha ancora ripensato i rapporti con la Russia. Non sa nulla di quel che si muove e bolle in quel mondo enorme e opaco. Non sa valutare le paure e gli interessi moscoviti, né i pericoli della riaccesa volontà di potenza che Putin incarna. Non capisce come mai Putin sia popolare in patria, e anche in tante regioni ex sovietiche che appartengono ormai a altri Stati e includono vaste e declassate comunità russe. Non sapendo parlare con Mosca, gli Europei lasciano che siano gli Stati Uniti, ancora una volta, a fronteggiare il caos inasprendolo. È Washington a promettere garanzie al governo ucraino, a diffidare Mosca da annessioni, ad allarmarla minacciando di spostare il perimetro Nato a est.
L’Europa sta a guardare, persuasa che bastino i piani di austerità proposti da Fondo Monetario e Commissione europea, se Kiev entrerà nella sua orbita. Questo è infatti lo scettro, l’unico che l’Unione sappia oggi impugnare: non una politica estera, ma un ricettario economico liberista misto a formule moraleggianti sul debito, scrive lo storico russo Dmitri Trenin che dirige a Mosca il Carnegie Endowment for International Peace. Quasi che il dramma degli Stati fallimentari, nel mondo, fosse soltanto finanziario.
La risposta politica a tali fallimenti è affidata a Obama, e per forza gli sbagli commessi dagli Europei si ripetono (basti ricordare l’errore madornale di Kohl, quando disse negli anni ‘90 che la Slovenia "meritava l’indipendenza", essendo "etnicamente omogenea").
Depoliticizzata, l’Europa subisce il ritorno anacronistico del duopolio russo-americano. È Washington a decidere se Kiev debba essere il nuovo scudo orientale della Nato, nonostante il popolo ucraino preferisca evidentemente la neutralità. Per quasi mezzo secolo l’avamposto fu la Germania Ovest, poi sostituita dalla Polonia: ora Varsavia spera che al proprio posto s’erga un’Ucraina occidentalizzata d’imperio, frantumabile come lo fu la Jugoslavia.  Mosca chiede che il paese diventi una Federazione, anziché un agglomerato babelico di risentimenti nazionalisti. Strano che non sia l’Europa, con le sue esperienze, a domandarlo.

La seconda prova è il patto commerciale con gli Usa: una trattativa colma di agguati, perché molte conquiste normative dell’Europa rischiano d’esser spazzate via. Non a caso le multinazionali negoziano in segreto, lontano da controlli democratici.
Sono sotto attacco leggi sedimentate, diritti per cui l’Unione s’è battuta per decenni: tra questi il diritto alla salute, la cura dell’ambiente, le multe a imprese inquinanti. I sistemi sanitari saranno aperti al libero mercato, che sulle esigenze sociali farà prevalere il profitto. Emblematico: l’assalto delle grandi case farmaceutiche ai medicinali generici low cost.
Sono in pericolo anche tasse cui l’Europa pare tenere, sia per aumentare il magro bilancio comune sia per frenare operazioni speculative e degrado climatico: la tassa sulle transazioni finanziarie, e sulle emissioni di anidride carbonica. Una controffensiva UE contro il trattato commerciale ancora non c’è. Nell’incontro a Roma con Obama, Renzi ha auspicato l’accelerazione del negoziato senza chiedere alcunché, né per noi né per l’Europa.
Numerose mezze verità circolano sul patto. Alcuni assicurano che quando sarà pienamente in funzione, nel 2027, il reddito degli europei crescerà sensibilmente (545 euro all’anno per una famiglia di quattro persone), con un beneficio di 120 miliardi annui per l’Unione e di 95 per gli Usa. Altri calcoli sono meno ottimisti. L’istituto Prometeia, pur favorevole all’accordo, sostiene che i guadagni non supererebbero lo 0,5% di Pil in caso di liberalizzazione totale. L’istituto austriaco Öfse (Ricerca per lo sviluppo internazionale) prevede addirittura un aumento dei disoccupati nel periodo di transizione, a causa della riorganizzazione dei mercati di lavoro imposta dal Partenariato. Non meno grave: le controversie commerciali si risolverebbero non attraverso giudizi in tribunali ordinari, ma in speciali corti extraterritoriali.
Saranno le multinazionali a trascinare in giudizio governi, aziende, servizi pubblici ritenuti non competitivi, e a esigere compensazioni per i mancati guadagni dovuti a diritti del lavoro troppo vincolanti, a leggi ambientali o costituzionali troppo severe.
Tutto questo in nome della "semplificazione burocratica": parola d’ordine che Renzi predilige, virtuosa e al tempo stesso insidiosa. Nel contesto del Partenariato transatlantico, semplificare vuol dire abbattere le cosiddette "barriere non tariffarie", un termine criptico che indica parametri europei faticosamente elaborati: regole sanitarie a tutela della salute, canoni di sicurezza delle automobili, procedure di approvazione dei farmaci, e molto altro ancora.

Non per ultimo, la terza prova: il caso Snowden, l’informatico dei servizi Usa che portò alla luce un sistema di sorveglianza tentacolare, predisposto dai servizi americani con la scusa di prevenire attentati terroristici. Grazie a Snowden si è saputo che erano intercettati perfino i cellulari di leader europei (tra cui Angela Merkel), non si sa per quali ragioni di sicurezza. I governi dell’Unione hanno protestato, ma ciascuno per conto suo e sempre più flebilmente. In un messaggio al Parlamento europeo, il 7 marzo, Snowden ha ironizzato sulle sovranità presunte dei singoli Stati, spiegando come sia assurdo il compiacimento di governi che immaginano di poter fermare il Datagate senza mobilitare l’Unione intera.
La vicenda Snowden è anche questione di civiltà democratica. L’esistenza di smascheratori di misfatti - non spie ma whistleblower, denunziatori di reati commessi dalla propria organizzazione - potenzia la democrazia. È un bruttissimo segno e paradossale che i giornalisti implicati nel Datagate a fianco di Snowden abbiano ricevuto il Premio Pulitzer (uno schiaffo per Obama), e che lui stesso, il soffiatore di fischietto, abbia trovato riparo non in un’Europa che promette nella sua Carta la "libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera", ma nella Russia di Putin

Fonte: la Repubblica, 23 aprile 2014.
Tratto da: http://temi.repubblica.it/micromega-online/i-re-dormienti-deuropa/?printpage=undefined.
Ripreso da: http://megachip.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=102248&typeb=0.


19 marzo 2014

NSAgate: registrate le telefonate di un intero Paese

da globalist.it.

Telefonate registrate e riascoltate alla ricerca di contenuti pericolosi. È la funzione del programma 'Mystic', messo a punto dall'NSA nel 2009 per registrare "il 100% delle telefonate" in almeno un paese straniero e di riavvolgere e riascoltarne i contenuti fino a un mese dopo la registrazione. Lo ha rivelato il Washington Post sulla base delle rivelazioni e dei documenti forniti dalla 'talpa' Edward Snowden.

Il programma dell'agenzia di intelligence è nato cinque anni fa nel primo anno dell'amministrazione Obama.
Il suo strumento “Retro” (abbreviazione di "recupero retrospettivo") ha raggiunto capacità operativa nei confronti della "nazione target" nel 2011. Nessun altro programma di cui si abbia notizia ha avuto la capacità di registrare un'intera rete telefonica di un paese nel suo complesso.
Il Washington Post ha deciso però di non pubblicare dettagli che potrebbero far identificare la nazione in cui il programma è stato usato. Altri cinque i Paesi sotto la lente per l'applicazione di 'Mystic'.


2 novembre 2013

Datagate: ipocrisia europea ed egemonia USA

di Gaetano Colonna - clarissa.it.


Nella storia dei rapporti transatlantici vi sono state numerose pagine percorse da un sottile umorismo, ma nessuna è pari a quanto si sta leggendo e ascoltando in questi giorni sullo "scandalo" Datagate.
Chiunque abbia una pur vaga idea di come l'intelligence rappresenti storicamente una delle basi portanti della potenza delle grandi Nazioni imperialiste dell'Occidente europeo, fin dal Settecento, per la cui strategia navalista era imprescindibile la costante acquisizione di informazioni tattiche e strategiche su scala planetaria, non può che considerare estremamente ipocrita l'apparente scandalizzarsi delle classi dirigenti europee, dalla Germania, alla Francia, all'Italia.
Nel giugno 1948, proprio quando aveva appena avuto inizio la Guerra Fredda, con l'accordo UKUSA, USA, Gran Bretagna, Canada, Australia, Nuova Zelanda, i cosiddetti "Five Eyes", mettevano a punto quella vasta rete planetaria di attività spionistiche l'ultima manifestazione della quale sarebbe stata quella rete Echelon di cui si ebbe notizia negli anni Novanta: anche in questo caso si sprecarono articoli sui giornali, inchieste dell'Unione Europea e più o meno tiepide contrizioni da parte di qualche alto ufficiale americano, senza per altro che si sia mai andati a fondo sul da farsi - nonostante fosse già allora risultato evidente il poderoso ruolo della NSA nell'organizzare e gestire lo spionaggio elettronico con una onnipervasività planetaria totale. Quella avrebbe dovuta essere l'occasione ultima per affrontare tempestivamente tutte le implicazioni politiche dell'evidente capacità americana di "intercettare il mondo".
Il 3 dicembre 1952, il North Atlantic Council, versante politico della NATO, decise la costituzione di un meccanismo permanente di scambio e condivisione di intelligence fra i Paesi occidentali aderanti alla NATO, noto come AC/46, il cui raggio di attività si estendeva anche a non meglio precisate "minacce non-militari", la cui estendibilità alle tecniche di contro-insurrezione e contro-rivoluzione risulta oggi del tutto ovvia. 
Non possiamo infatti oggi dubitare del fatto che le celebri reti Stay-Behind, in Italia note come "Gladio", fossero ricomprese nelle competenze dell'AC/46, allo scopo di garantire dapprima la presenza di strutture di resistenza anti-comunista in caso di conflitto con l'Urss e, in una seconda fase, il supporto alle più oscure operazioni delle diverse "strategie della tensione", realizzate non solo in Italia, ma anche, come minimo, in Germania Occidentale, Francia e Belgio nel corso degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.
Dopo la fine dell'Unione Sovietica e l'ingresso dei Paesi Est europei vuoi nella NATO vuoi nella UE, si è poi assistito al rafforzamento di uno speciale rapporto, sovente mediante protocolli di accordo diretto, fra gli Usa e Paesi Baltici, Polonia, Ungheria, Romania e Bulgaria, anche in materia di spionaggio, come hanno dimostrato vicende quali le extraordinary renditions, che hanno utilizzato punti d'appoggio in alcuni almeno di quei Paesi, di nuova accessione alla rete occidentale di intelligence governata dagli Usa.
Dal 1971, ma a nostro avviso da ben prima, si era inoltre costituito il segretissimo Club di Berna, organismo informale che riuniva con costante periodicità i capi dei servizi segreti e delle polizie occidentali: un club le cui impostazioni strategiche hanno probabilmente svolto un ruolo di tutto rilievo per l'Italia, dato che alcune delle principali operazioni destabilizzanti confluite nella strategia della tensione italiana, come quella dei cosiddetti "manifesti cinesi", hanno comprovatamente avuto impulso dalle direttive dettate in Europa da quell'organismo.
Nel 1977, dietro impulso dello Stato di Israele, a seguito delle imprese terroristiche che lo avevano avuto come obiettivo negli anni Settanta, si dava vita al cosiddetto "Kilowatt Group", un accordo assai poco noto, cui partecipano ben 24 Stati, tra i quali numerosi appartenenti all'Unione Europea, oltre a Canada, Norvegia, Svezia, USA, Israele stesso e Sudafrica.
In conseguenza della globalizzazione economico-finanziaria degli anni Novanta, della caduta del sistema comunista sovietico e dell'accrescersi delle difficoltà economico-finanziarie dei sistemi occidentali, nel 1995 prendeva vita l'Egmont Group of Financial Intelligence Units, che, nel giugno 2002, riuniva la bellezza di 69 agenzie specializzate nella raccolta e nell'analisi di informazioni economico-finanziarie.
Facendo seguito agli eventi dell'11 settembre 2001, poi, l'Unione Europea ha dato la propria immediata disponibilità a stabilire relazioni permanenti in campo di intelligence ed anti-terrorismo con le corrispondenti strutture Usa, cosa che portò il 14 marzo del 2003 alla firma di un inedito accordo fra Unione Europea e NATO relativo proprio allo scambio di informazioni sulla sicurezza, considerato dagli studiosi "prerequisito per lo scambio di intelligence fra le due organizzazioni".
Nel 2003, come se non bastasse quanto già emerso con il caso Echelon, la NSA tornava ancora alla ribalta della cronaca grazie alle rivelazioni di una funzionaria del Government Communications Headquarters (GCHQ), organizzazione britannica "gemellata" con la NSA, che rendeva pubblico un memorandum di quest'ultima organizzazione nel quale si dava dettagliato conto delle attività di spionaggio elettronico sistematicamente svolte dall'agenzia Usa ai danni dei membri del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite.
Tutto ciò senza minimamente tenere conto delle centinaia di accordi bilaterali diretti fra gli Usa, Gran Bretagna, Israele, le maggiori potenze spionistiche oggi, e un gran numero di Paesi europei ed extra-europei. Ragione quest'ultima per cui non desta certo alcuna sopresa la notizia di questi giorni, ripresa da Le Monde, Der Spiegel e altri giornali europei, sull'esistenza di un programma di raccolta e condivisione di informazioni, denominato in codice Lustre, che avrebbe coinvolto la Francia; cosi come di analoghi programmi di spionaggio israeliani che conterebbero sull'attiva partecipazione di USA, Regno Unito, Svezia e Italia, secondo notizie della Suddeutsche Zeitung.
Del resto è passata assai presto nel dimenticatoio in Italia una delle poche significative performance del governo Monti, il decreto del 24 gennaio 2013 grazie al quale le nostre agenzie di intelligence, notoriamente assai poco indipendenti da quelle statunitensi ed israeliane, avrebbero completo accesso a un'enorme mole di dati e informazioni di natura riservata: numerose aziende italiane, tra le quali Telecom e Poste Italiane, avrebbero dato immediata disponibilità, stipulando convenzioni coperte da segreto, a fornire alle nostre agenzie di intelligence questi dati, secondo notizie di stampa mai smentite.
Scrivevano nel giugno scorso i giornalisti di Repubblica che hanno svolto questa inchiesta, per spiegare l'importanza dell'apporto di aziende del genere alle reti di sorveglianza occidentali:
"Telecom Italia Sparkle possiede un'infrastruttura fisica strategica: la complessa rete di dorsali in fibra ottica lunga 55.000 km in Europa, 7.000 km nel Mediterraneo, 30.000 km in Sud America, continente collegato con un cavo sottomarino nell'Atlantico di 15.000 km. (...) Ancor più importante è Poste Italiane. Rappresenta un unicum nel panorama nazionale: essendo contemporaneamente agenzia di recapiti, banca, operatore telefonico e assicurativo, ha nella sua pancia la più completa banca dati nazionale. (...) E tra i suoi partner ci sono i servizi segreti americani. Nel 2009 la società guidata dall'ad Massimo Sarmi ha costituito a Roma la European Electronic Crime Task Force, un organismo per il contrasto dei crimini informatici a cui partecipano la Polizia di Stato e lo United State Secret Service, l'agenzia governativa deputata alla sicurezza del presidente degli Stati Uniti. A giugno del 2010, poi, è nato il Global Cyber Security Center, istituto voluto da Poste e creato insieme alla Booz Allen Hamilton, l'azienda dove lavorava Edward Snowden, la spia del datagate".
Ma il lavoro sui cosiddetti "big data", i grandi ammassi di informazione ricavabili grazie alle reti elettroniche ed ai social network, assume un'ampiezza tale da coinvolgere persino gli ambiti culturali, come già era avvenuto durante la guerra fredda, quando la Cia fu in grado di mobilitare, spesso senza che ne fossero consapevoli, le maggiori istituzioni culturali occidentali
Lo scorso febbraio, senza che i media vi abbiano prestato l'attenzione che meritava, è comparsa la notizia secondo cui l'Office of the Director of National Intelligence statunitense, la massima autorità nello spionaggio Usa, avrebbe finanziato e coordinato ben 13 università statunitensi, europee e israeliane in un progetto di raccolta di informazioni tramite social network rivolta a sviluppare una maggiore capacità di analizzare dati per prevedere i futuri sviluppi sociali a livello globale. 
Nel progetto sono coinvolti centri specializzati come il Center for Collective Intelligence del MIT, e come lo Intelligence Advanced Research Projects Activity (IARPA), "incubatore governativo per la ricerca nell'intelligence", che si concentra sulla possibilità di "valutare le notizie con maggiore accuratezza e farlo più rapidamente grazie alla capacità di combinare diverse tipologie di dati".
Come si vede, la questione di fondo è che, nel corso di oltre settant'anni, la potenza egemone dell'Occidente ha costruito con abilità e costanza una rete di vincoli, in materia di intelligence così come di politica estera e militare, trasversale a orientamenti politici e partitici, a istituzioni e settori, tale da costituire ormai una sorta di "Stato permanente" entro i singoli Stati nazionali europei
Per questo è ipocrita affrontare la questione del Datagate senza porre la questione di fondo, vale a dire di come si possa attuare una sovranità politica europea capace di svincolarsi dagli orientamenti globali degli Stati Uniti.


1 ottobre 2013

Seymour Hersh: la fine di Bin Laden e altre bugie


Il vincitore del premio Pulitzer spiega come risistemare il giornalismo: la stampa dovrebbe 'licenziare il 90% dei redattori e promuovere quelli che non si possono controllare'.
Nota preliminare di Pino Cabras.

A volte i mitografi che fanno la guardia alle “versioni ufficiali” sono proprio sfigati, va detto. Il 23 settembre 2013, sul blog di Paolo Attivissimo è apparso un articolo dal titolo “Abbottabad Report: anche il Pakistan smentisce i complottisti”, firmato da Hammer. Il caso ha voluto che, quasi contemporaneamente, uno dei più acclamati giornalisti investigativi del mondo, Seymour Hersh, che sta scrivendo un libro in parte dedicato ai fatti di Abbottabad, definisca quello stesso documento - che Attivissimo & C. prendono per oro colato - come un «rapporto fatto di stronzate».
Dunque, riepiloghiamo:
Da una parte abbiamo Hersh, il giornalista che ha messo con le spalle al muro interi governi scoperchiando il massacro di My Lai negli anni sessanta e le nefandezze di Abu Ghraib negli anni duemila, nonché profondo conoscitore dell'Asia e delle dinamiche interne delle forze armate USA.
Dall'altra abbiamo presunti sbufalatori implacabili che non hanno scritto un rigo su una delle bufale più clamorose del Millennio (la sepoltura in mare di Bin laden “secondo le usanze islamiche”) e che si affidano alla genuinità di un report ufficiale redatto in seno al mondo politico del “Paese più pericoloso del mondo”, il Pakistan, un sistema politico che non conoscono, segnato dalla commistione di servizi segreti, dossieraggi e attentati apocalittici, in perenne conflitto-collaborazione con la CIA.
Cosa prediligere?
Di fronte a questa scelta (tra giornalismo e mitografia che cade dal pero), ci ha fatto piacere tradurre il colloquio di Lisa O'Carroll del Guardian con Seymour Hersh, che risulta estremamente interessante nella sua durissima requisitoria contro il sistema dominante dei media.
Buona lettura.

Seymour Hersh su Obama, NSA e i 'patetici' media americani

di Lisa O'Carroll - The Guardian.

Seymour Hersh ha alcune idee estreme su come risistemare il giornalismo: chiudere le redazioni della NBC e della ABC, cacciare il 90% dei redattori editoriali e tornare al lavoro fondamentale dei giornalisti che, dice, è quello di essere un outsider.

Non ci vuole molto per far indignare Hersh, il giornalista investigativo che è stato la nemesi dei presidenti degliStati Uniti sin fagli anni sessanta e che una volta è stato descritto dal partito repubblicano come «la cosa più vicina a un terrorista che ha il giornalismo americano».

È arrabbiato per la timidezza dei giornalisti in America, la loro incapacità di sfidare la Casa Bianca ed essere un impopolare messaggero di verità.

Non lo fanno neanche incominciare sul New York Times che, dice, passa «molto più tempo a portare acqua al mulino di Obama di quanto avrei mai pensato che potessero fare» – o la morte di Osama bin Laden. «Nulla è stato fatto di quanto raccontato in quella storia, è una grande bugia, non una sola parola è vera», dice Hersh della drammatica incursione nel 2011 delle forze speciali d’élite della marina USA.

Hersh sta scrivendo un libro sulla sicurezza nazionale e ha dedicato un capitolo all’uccisione di bin Laden. Afferma che di un recente rapporto esibito da una commissione "indipendente" pakistana sulla vita nello stabilimento Abottabad presso cui Bin Laden era rintanato non rimarrebbe in piedi nulla se attentamente scrutinato. «I pakistani hanno diffuso un report, non farmene parlare. Mettiamola così, è stato redatto con un notevole input americano. Si tratta di un rapporto fatto di stronzate», dice anticipando le rivelazioni in arrivo sul suo libro.

L'amministrazione Obama mente sistematicamente, sostiene, ma nessuno dei leviatani dei media americani, né le reti televisive né le grandi testate della stampa, osa sfidarla.

«È una cosa patetica, sono più che ossequiosi, hanno proprio paura di prendersela con questo ragazzo [Obama]», dichiara nel corso di un'intervista con il Guardian.

«Era così quando ti trovavi in una situazione in cui era accaduto qualcosa di assai drammatico, il presidente e gli scagnozzi attorno a lui avevano il controllo della narrazione, sapevi abbastanza bene che avrebbero fatto del loro meglio per raccontare direttamente la storia. Ora questo non succede più. Adesso si avvantaggiano di qualcosa di simile e progettano il modo per rieleggere il presidente».
Non è nemmeno sicuro del fatto che le recenti rivelazioni sulla profondità e l'ampiezza della sorveglianza da parte della National Security Agency (NSA) possano avere un effetto duraturo.


Snowden ha cambiato il dibattito sulla sorveglianza

È certo che la talpa della NSA Edward Snowden «ha cambiato l'intera natura del dibattito» sulla sorveglianza. Hersh afferma che lui e altri giornalisti avevano scritto sulla sorveglianza ma Snowden è stato fondamentale perché ha fornito prove documentali – sebbene Hersh sia scettico sul fatto che le rivelazioni possano cambiare la politica del governo USA.

«Duncan Campbell [il giornalista investigativo britannico che ha fatto uscire allo scoperto la storia dell’insabbiamento del caso Zircon], James Bamford [giornalista USA] e Julian Assange, nonché il sottoscritto e il New Yorker, tutti noi abbiamo scritto il concetto secondo cui esiste una sorveglianza costante, ma lui [Snowden] ha esibito un documento, e questo ha cambiato l'intera natura del dibattito: è una cosa reale, adesso», dichiara Hersh.

«I redattori amano i documenti. I redattori da due soldi che non avrebbero toccato storie del genere, amano i documenti, così lui ha cambiato l’intero movimento della palla», aggiunge, prima di specificare ulteriormente le sue osservazioni.

«Ma non so se tutto questo andrà a significare qualcosa a lungo [termine], a causa dei sondaggi che vedo in America: il presidente può ancora dire agli elettori ‘al- Qaida, al-Qaida’ e scommetto due a uno che il pubblico voterà per questo tipo di sorveglianza, il che suona così idiota», commenta Hersh.

Tenendo banco davanti a una platea gremita presso la scuola estiva della City University di Londra sul giornalismo investigativo, il 76enne Hersh va a tutto gas, un vortice d’incredibili storie su com’era il giornalismo di una volta, su come ha esposto il massacro di My Lai in Vietnam, su come ha ottenuto le immagini di Abu Ghraib dei soldati americani che brutalizzavano i prigionieri iracheni, e su cosa pensa di Edward Snowden.


Speranza di redenzione

Nonostante la sua preoccupazione per la timidezza del giornalismo, ritiene che il mercato offra ancora speranze di redenzione.

«Io ho questa sorta di visione euristica sul giornalismo, forse possiamo offrire speranza, perché il mondo è chiaramente gestito più che mai da completi mentecatti... il giornalismo non è sempre meraviglioso, non lo è, ma almeno offriamo una via d'uscita, un po’ d’integrità».

Il suo racconto su come ha scoperto le atrocità di My Lai è un esempio del giornalismo vecchio stile, tutto scarpe di cuoio e tenacia. Tornando indietro al 1969, egli ebbe una dritta su un 26enne a capo di un plotone, William Calley, che era stato imputato dall'esercito per un presunto omicidio di massa.

Invece di alzare la cornetta per chiamare un addetto stampa, salì in macchina e cominciò a cercarlo nel campo militare di Fort Benning in Georgia, dove aveva sentito che si trovava in stato di detenzione. Girò porta a porta cercando in tutto il vasto complesso, a volte estorcendo le informazioni lungo la sua strada, in marcia fino alla reception, sbattendo il pugno sul tavolo e gridando: «Sergente, voglio che Calley spunti fuori adesso».

Alla fine i suoi sforzi furono ripagati con la pubblicazione della sua prima storia sul St.Louis Post-Despatch, che fu poi ripubblicata in contemporanea in tutta l'America e, infine, gli valse il premio Pulitzer. «Ho fatto cinque storie. Mi feci pagare cento dollari per la prima, alla fine il [New York] Times pagava 5mila dollari».

Fu assunto dal New York Times per seguire lo scandalo Watergate e la finì braccando Nixon fino in Cambogia. Quasi trenta anni dopo, Hersh ha riconquistato i titoli di apertura a livello mondiale ancora una volta facendo notizia con la sua rivelazione sugli abusi a danno dei prigionieri iracheni ad Abu Ghraib.


Dedicare più tempo

Il suo messaggio per gli studenti di giornalismo è quello di dedicarvi spazio e tempo. Sapeva di Abu Ghraib cinque mesi prima di riuscire a scriverne, dopo aver ricevuto una soffiata da un alto ufficiale dell'esercito iracheno che ha rischiato la propria vita uscendo da Baghdad verso Damasco, per raccontargli di come i prigionieri avevano scritto alle loro famiglie chiedendo loro di venire a ucciderli perché erano stati "violati".

«Ci ho messo cinque mesi a cercare un qualche documento, perché senza un documento non c’è niente, non si va da nessuna parte».

Hersh volge nuovamente il suo sguardo sul presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Aveva già detto in precedenza che la fiducia sul fatto che la stampa americana sfidasse il governo USA sia crollata dopo l’11 settembre, ma è fermamente convinto che Obama sia peggiore di Bush.

«Pensate che Obama sia stato giudicato in base ad un qualsiasi standard razionale? Ha forse chiuso Guantánamo? È per caso finita una delle guerre? C'è qualcuno che stia prestando attenzione all’Iraq? Sta seriamente parlando di andare in Siria?
Non stiamo mica andando tanto bene nelle 80 guerre in cui ci troviamo implicati proprio adesso, perché diavolo vuole invischiarsi in un’altra? Che cosa sta succedendo [ai giornalisti]?» si domanda.

Afferma che il giornalismo investigativo negli USA viene ucciso dalla crisi di fiducia, dalla mancanza di risorse e da un concetto sbagliato di ciò che il lavoro comporti.

«A me sembra che ci sia troppa ricerca di premi. Si tratta di giornalismo alla ricerca del Premio Pulitzer», aggiunge. «È un giornalismo confezionato, in modo da scegliere un bersaglio – non intendo sminuire, perché chi lo fa lavora duro – ma sono percorsi che si attraversano indenni e via dicendo, questo è un problema serio, ma ci sono anche altre questioni.
Ad esempio nell’ammazzare gente: come fa [Obama] a farla franca con il programma dei droni, e perché noi non stiamo facendo di più? Come lo giustifica? Dove sta l’intelligenza? Perché non scopriamo se questa politica è buona o cattiva? Perché i giornali citano costantemente i due o tre gruppi che monitorano gli omicidi tramite droni? Perché non facciamo il nostro lavoro?
Il nostro compito è scoprire noi stessi, il nostro lavoro non consiste solo nel dire ‘qui c'è un dibattito’. Il nostro compito è quello di andare al di là del dibattito e scoprire chi ha ragione e chi ha torto sulle questioni. Questo non avviene abbastanza, costa soldi, costa tempo, mette in pericolo, solleva dei rischi. Ci sono alcune persone – il New York Times ha ancora giornalisti investigativi ma lo fanno molto di più per portare acqua al mulino del presidente di quanto avrei mai pensato che fosse ... è come se non si osasse più essere fuori dal coro».

Ha aggiunto che in qualche misura era più facile scrivere sull'amministrazione del presidente George Bush. «Nell'era di Bush, ho sentito che era molto più facile essere critici rispetto a quella [di] Obama.
È molto più difficile nell'era Obama», ha dichiarato.

Alla domanda “qual è la soluzione” Hersh si accalora nel difendere la sua tesi, ossia che la maggior parte dei redattori sono pusillanimi e dovrebbero essere licenziati.

«Ti dirò la soluzione: sbarazzati del 90% dei redattori che esistono ora e inizia a promuovere redattori che non puoi controllare», dichiara. L'ho visto al New York Times. Vedo che ad essere promosse sono quelle persone che alla scrivania sono più accondiscendenti con l’editore e con quel che vogliono i redattori anziani, mentre quelli che creano problemi non vengono promossi. Inizia a promuovere le persone migliori che ti guardano negli occhi e dicono 'non mi importa quel che dici'.
Né si capisce perché il Washington Post abbia trattenuto i materiali di Snowden fino a quando non ha appreso che il Guardian stava per pubblicarli».

Se Hersh fosse a capo della US Media Inc., la sua politica di terra bruciata non si fermerebbe ai giornali.

«Chiuderei le redazioni dei network, e via, ricominciare tutto, tabula rasa. Alle major, NBC, ABC, non piacerà questo: fare solo qualcosa di diverso, fare qualcosa che faccia arrabbiare delle perrsone con te, questo è ciò che noi dovremmo fare», afferma.

In questo periodo Hersh è in pausa dal suo lavoro di reporter, lavora a un libro che sicuramente risulterà una lettura spiacevole sia per Bush che per Obama.
«La repubblica è nei guai, mentiamo su tutto, mentire è diventato il punto fermo». E implora i giornalisti affinché facciano qualcosa al riguardo.

• Questo articolo è stato modificato il 1 ° ottobre 2013. Il testo originale dichiarava che Hersh ha venduto una storia sul massacro di My Lai al New York Times per 5.000 dollari, quando in realtà si trattava del Times di Londra. Hersh ha sottolineato che non intendeva in alcun modo suggerire che Osama bin Laden non sia stato ucciso in Pakistan, così come riferito sulla scorta all'autorità del presidente: stava affermando che è stato in seguito che la menzogna è cominciata. Infine, l'intervista ha avuto luogo nel mese di luglio 2013.



Traduzione per Megachip a cura di Alex Sfera e Pino Cabras.

Seymour Hersh ha mostrato al mondo il massacro di My Lai durante la guerra del Vietnam, e per quella inchiesta ha vinto il Premio Pulitzer. Fotografia: Wally McNamee / Corbis



1 agosto 2013

Nuove accuse di Snowden: NSA spiava tutte le chat del mondo

da Globalist.


Spiare in tempo reale le e-mail, le ricerche sul web e tutte le altre azioni compiute su internet dagli utenti. È questo l'obiettivo del nuovo programma di spionaggio delle comunicazioni su internet chiamato "XKeyscore" e usato dall'agenzia americana NSA, rivelato al "Guardian" dalla talpa dello scandalo Datagate Edward Snowden.

Secondo i documenti in possesso al giornale britannico, XKeyscore va a pescare dati, senza chiederne l'autorizzazione, su 500 server sparsi in tutto il mondo, dalla Russia al Venezuela ed è considerato come uno degli stumenti più potenti a disposizione della Nsa: permette ad esempio di risalire a una persona a partire da una semplice ricerca effettuata su internet. È il più grande e potente sistema al mondo di spionaggio informatico.

I file rivelati fanno luce su una delle affermazioni più controverse di Snowden, pubblicata dal "Guardian" il 10 giugno: "Seduto alla mia scrivania", ha detto Snowden, potrei "intercettare chiunque, voi giornalisti o il vostro commercialista, un giudice federale o anche il presidente, basta avere una mail personale".

Intercettare questi dati per gli analisti è molto semplice: estraggono enormi quantità di informazioni dai database semplicemente compilando una richiesta online fornendo solo una vaga giustificazione per la ricerca. La richiesta non è esaminata preventivamente da un tribunale o dal personale della NSA prima di essere elaborato. La ricerca consente di delineare un profilo completo della storia web dell'utente dalla prima volta che si è affacciato su Internet.

Gli analisti possono anche utilizzare altri sistemi dell'NSA per ottenere intercettazioni "in tempo reale" delle attività internet di un qualsiasi utente del web.

Edward Snowden ora rischia di irritare la Russia, a cui ha chiesto asilo. La talpa dell'NSAgate, indifferente alle richieste di Vladimir Putin di smetterla di danneggiare gli USA, continua a rivelare dettagli sullo scandalo delle intercettazioni tramite Glenn Greenwald, il megafono di Snowden sul "Guardian".

In un documento del 2012 si leggono i vari campi di informazioni che possono essere cercati: "ogni indirizzo e-mail visto in una sessione sia dal nome utente che dal dominio", "ogni numero di telefono visto in una sessione" e le attività degli utenti, come "la webmail e la chat, inclusi nome utente, lista contatti".

Alla sorveglianza di Xkeyscore non si sottraggono neanche i siti di social network, come Facebook e Twitter, oltre ai già noti motori di ricerca come Google e Yahoo! ed i sistemi di posta.
L'attività Xkeyscore, secondo un rapporto interno del 2007, stimava che negli archivi della NSA erano all'epoca conservati 850 miliardi di dati telefonici e 150 miliardi di attività web, cui ogni giorno si aggiungevano 1-2 miliardi di altri dati.

William Binney, un ex matematico della NSA, ha riferito che lo scorso anno l'agenzia ha "raccolto qualcosa come 20.000 miliardi di contatti dei cittadini USA, limitatamente telefonate e mail, senza quindi prendere in considerazione il resto delle attività web. E tutto ciò limitandosi ai dati raccolti negli USA.

Fonte: http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=47399&typeb=0.

17 luglio 2013

Altro che Datagate: è il potere dei Big Data

Una verticalizzazione del comando sull'economia e sulle decisioni politiche, tecnologiche e commerciali in poche mani. Il 2013 produce il 90% dei dati della Storia.

di Nique La Police.


Tempi duri per l'ideologia Emergency, quel corpo di suggestioni e convinzioni che considera come invariabilmente positivi, degni di un incondizionato medium fiducia, gli elementi di pensiero e pratiche progressiste sparsi a giro per il pianeta. In pochi giorni due duri colpi, per chi li vuol vedere, a questo genere di ideologia arrivano da due paesi, gli USA e il Brasile, che nella prima e nella seconda metà della scorsa decade avevano nutrito la punta di diamante di quell'immaginario e di quel corpo di convinzioni.
Il primo viene da Obama, il Nobel per la pace più bombardiere della storia, che è partito dall'alleanza con il social network alle elezioni per arrivare a spiarli come pratica prevalente e intensiva.
Il secondo viene dal Partito dei lavoratori (sic) al potere in Brasile, dove il governo - che si voleva entro un processo di mediazione tra movimenti, bilancio partecipato, grande business industriale e delle infrastrutture e crescita della borsa di Rio - si è trovato di fronte a manifestazioni imponenti composte da praticamente ogni strato della società brasiliana escluso quello dei ricchissimi. E' finita, per adesso, con la polizia a tentare di reprimere i manifestanti in un centinaio di città indossando, solita ironia della storia e potenza rappresentativa di youtube, anche un bel casco bianco con stampati sopra i colori dell'arcobaleno.
Ma mentre la questione brasiliana ha una propria evidenza e fornisce immediatamente chiavi di lettura, la portata storica del Datagate che ha coinvolto l'amministrazione Obama è molto più profonda di quanto possa immaginare l'ideologia italiana. Per entrare nella portata, e nella pericolosità, dello scandalo Obama bisogna quindi mettere insieme alcuni elementi.
Di sicuro poi la vicenda Snowden è molto più seria di quella Assange, facendo sembrare quest'ultimo come un personaggio che appartiene ad un'epoca della rete, quella della rivelazione di documenti riservati delle cancellerie, più dotata di un sapore romantico che di un effettivo potere dell'informazione liberata. Vediamo allora questi elementi.

ALCUNI FATTI ESSENZIALI: LO SCANDALO OBAMA DAL PARADIGMA ECHELON A QUELLO DEI BIG DATA
Al giorno d'oggi non c'è bisogno di citare una mole corposa di testi per capirsi su un fatto ormai autoevidente: il ritardo culturale con il quale i media italiani costruiscono le notizie è frutto di due fattori. 
Il primo è legato al potere di disinformazione presente nel ritardo culturale. Notizie vecchie quindi imprecise, costruite con categorie approssimative, favoriscono oggettivamente chi ha necessità di disinformare. E il primato dell'informazione professionale, di nicchia, discrezionale verso quella pubblica e generale. 
Il secondo è invece legato allo schema antropologico con il quale i media italiani costuiscono la notizia. Schema che si basa sempre su richiami rigidi al passato, secondo il retaggio ciceroniano dell'historia magistra vitae e quello di uno sclerotico storicismo su cui ancora oggi si innestano, assieme al più cortigiano gossip, alcuni schemi cognitivi fondamentali del mainstream mediale italiano. 
Per cui la vicenda Snowden, e le sue rivelazioni prima sulla raccolta dati in patria effettuata dalla NSA sulla popolazione e poi su una simile raccolta effettuata in Europa è stata rispettivamente classificata, dai media italiani, come vicenda da guerra fredda interna (una sorta di maccartismo digitale) poi come riedizione della guerra fredda esterna (in versione spionaggio, via "cimici", degli alleati ma anche di nuove frizioni con Mosca sulla sorte di Snowden) e infine secondo il modello Echelon (il grande impianto di spionaggio, emerso tra gli anni novanta e il decennio scorso, a paradigma di raccolta dati prevalentemente securitario-industriale).
Non che in questi schemi non ci sia un granello di verità ma insistere a rappresentare le notizie con forme cognitive di ritardo non permette di cogliere l'evoluzione paradigmatica, del controllo e dell'estrazione dati, che è intrecciata alla vicenda Obama-Datagate. Ma dove si coglie la novità, il salto paradigmatico in questa vicenda?
Sicuramente non nello spionaggio della propria popolazione, sempre praticato secondo le evoluzioni tecnologie e dei dispositivi giuridici, nè quello degli alleati che è sempre servito a ribadire la superiorità tecnologica americana e le gerarchie di potere all'interno delle alleanze. 
La vera novità, la rottura paradigmatica con gli schemi di controllo del passato la si comincia a cogliere quando si analizzano notizie come questa.
Dallo Spiegel in lingua inglese emerge la dimensione delle rivelazioni di Snowden riguardo all'estrazione di dati dalla Germania verso gli Usa. Dimensione che non riguarda tanto dati provenienti da "cimici" di nuova generazione, comunque limitate a uffici o a diplomatici e top manager, ma proprio l'estrazione di big data provenienti da ampie e significative porzioni di popolazione. 
Lo Spiegel parla infatti apertamente di mezzo miliardo di connessioni comunicative (telefonate, email, sms, chat, dati skype etc.) spiate in Germania ogni mese
Non si tratta quindi di una questione da barbe finte di una volta, di spiare solo diplomatici, membri di governo top manager e militari. Per quanto producano dati corposi la necessità di aspirare informazioni da queste categorie non spiega il carotaggio di una così immensa parte di dati rappresentativa non di una élite ma di una popolazione. 
Qualche altro dato? La NSA americana, che ha così riadattato le basi in Germania provenienti dalla guerra  fredda, secondo la fonte Spiegel ha aspirato, negli ultimi mesi,  dati da 20 milioni di telefonate tedesche e dieci milioni di scambi via Internet tedesca al giorno
A Natale 2012  la NSA americana ha collezionato dati su circa 13 milioni di telefonate tedesche e circa 6-7 milioni di scambi via Internet . In un giorno ad alto traffico lavorativo come il 7 gennaio 2013, la NSA ha messo sotto sorveglianza 60 milioni di connessioni comunicative. La zona più analizzata della Germania è stata Francoforte, maggiore snodo internet del paese e punto di incrocio, sul piano strategico, tra finanza, politica e tecnologia. 
La Germania risulta sorvegliata quanto l'Iraq e la Cina, che ha protestato in modo vibrante (quanto rimosso in occidente) e dieci volte più della Francia. 
Siamo di fronte quindi ad un'estrazione dati che va ben oltre la necessità di sorvegliare qualche migliaio di persone strategiche in un paese. 
O comunque, anche se la logica fosse quella della pesca a strascico (pescare molto per prendere i pesci giusti) siamo di fronte ad un processo di generazione di dati che va ben oltre la sola dimensione della sorveglianza delle élite. Perché quindi spiare la Germania, anche il giorno di Natale, e la sua popolazione come se fosse una potenza nemica da invadere?
La risposta è molto semplice e spiega anche come l'estrazione di dati, da parte della NSA, sulla popolazione americana non abbia fini esclusivamente militari e di controllo. Si annida in una parola semplice, quanto di grande uso nel marketing attuale: economia dei Big Data
Vediamo di cosa si tratta non prima di rilevare come il genere di carotaggio, al quale è stata sottoposta la popolazione tedesca, è avvenuto anche in Italia nell'ordine di quattro-cinque milioni di connessioni comunicative analizzate al giorno (fonte il Giornale, forse imbeccato dai servizi). 
Ma siamo nel paese in cui fa più scandalo Fiorito che MPS, l'uso smodato di porchetta piuttosto che di derivati finanziari, e quindi silenzio e disattenzione sono sovrani. 
Infatti nel mainstream nazionale questa reale dimensione del comportamento americano è stata di gran lunga offuscata. Compreso il fatto che gli stessi Usa non hanno negato le accuse e hanno promesso, in futuro, di condividere i dati prodotti. Ma queste sono parole alle quali possono giusto far finta di credere casi umano-politici come Epifani, Renzi e Napolitano. Sempre se non sono troppo indaffarati a riparare le falle nel sistema politico, ancora causate dal pacchetto di parlamentari detenuti dal gruppo Mediaset (espressione di un media governato archeologicamente come la tv), oppure a sopravvivere personalmente alla contrazione economico-finanziaria dell'eurozona.

COSA SONO I BIG DATA
"Cosa sono esattamente i Big Data? I Big Data si caratterizzano attraverso le tre "V": volume (larga quantità di dati), varietà (larga differenza nella tipologia di dati raccolti), velocità (accumulazione costante di nuovi dati)."
(James Berman, Principles of Big Data. Preparing, Sharing, and Analyzing Complex Information, Elsevier, 2013).

Questo mantra delle 3 "V", ripreso da Berman ma comune ad ogni sessione divulgativa sui Big Data, fin dall'inizio degli anni 2000, ci introduce ad una dimensione che non è solo di produzione di dati ma anche generatrice di economie e regolatrice, in un prossimo futuro, dell'incrocio tra economia e finanza
Più precisamente i Big Data sono aggregazioni di dati la cui quantità accumulata richiede strumenti innovativi di classificazione ed analisi dal punto di vista quantitativo e qualitativo ma anche innovazioni tecnologiche nella conservazione (un pò come è accaduto per gli hard-disk e le chiavi Usb sempre fare più capaci con la crescita dei pc e della rete). 
Queste aggregazioni di dati, appunto i Big Data, crescono secondo le leggi delle 3 "v", alle quali sono state aggiunte altre "v" negli ultimi anni, quindi in volume (tanto che ci sono rilevazioni che parlano del 2013 come l'anno in cui si produrrà, da solo, il 90 per cento dei dati della storia. Per non parlare dei prossimi); varietà (con dati provenienti da Pc, smartphone, tablet, telecamere circuito chiuso, macchinari di ogni genere, semafori, apparecchi medici, aerei e tutto quando sia in grado di produrre dati); e velocità (fino a costruire, praticamente da zero, un business stimato anche all'8 per cento del Pil europeo nel 2020, cioè domani). 
L'istituzione storica che dal 2001 si occupa di Big Data, la Gartner, è ovviamente privata. 
Ha clienti nell'amministrazione federale, nel militare, nel business finanziario. E fa capire che, essendo il top storico della ricerca un privato, anche lo spionaggio dei big data ha sempre una doppia ricaduta: militare e di impresa
Ma soprattutto, ed è qui il salto di paradigma nei processi di sorveglianza, i big data non sono solo semplicemente "dati" ma processi digitali che, una volta strutturati, generano una economia, fino, come abbiamo accennato, ad essere stimata (fonte Wall Street Italia) al possibile otto per cento del Pil europeo. 
I Big data si accumulano su tutto: sanità, sicurezza, borsa, meteo, traffico, finanza, economia, relazioni sociali, stili di consumo, inclinazioni sessuali, politiche e cicli economici
Generano un'economia del loro trattamento e, allo stesso tempo, strutturano l'economia secondo i criteri del loro trattamento. Compongono tecnologie del sapere per favorire processi decisionali. Un cerchio, materiale e digitale, dalle conseguenze, nell'economia come nella politica, tutte ancora da esplorare. 
E' evidente che, sia nella sorveglianza della popolazione Usa come di quella tedesca (o cinese), la NSA, che ha rapporti con contractor come la Gartner (che più che un contractor sembra un soggetto pilota), investe solo l'aspetto militare e securitario. 
Il Datagate non è Echelon-2, come è stato generosamente (o ingenuamente) detto. O meglio, non lo è fino a quando si comprende che, con questo know-how e questa potenza tecnologica di controllo della popolazione propria e straniera nella produzione dati, si possono generare economie di big data. Garantendo l'esistenza un primato tecnologico, del business economico-finanziario che oltrepassa la sola dimensione militare-securitaria (alla quale i big data si intersecano per natura). 
Così, Echelon è società di controllo, Datagate economia di produzione dati
Un'altra concezione del business che si impone oltre che del militare. Prism non è quindi Echelon ma un piano dove si intrecciano economia e militare in modo nuovo. 
A differenza del Warfare, l'economia trascinata dalle spese militari, qui abbiamo il militare che è direttamente generatore di dati quindi di economie, e di strategie di governo della produzione di ricchezza, e gli stati maggiori dell'esercito e dell'amministrazione intrecciati indissolubilmente con imprese che leggono questi dati, li strutturano e li lanciano sul mercato. 
Se si vuole, su un altro piano, è quello che è accaduto con l'esercito cinese che, con le sue imprese, ha contributo al take-off del capitalismo prima nelle allora zone speciali poi in tutta la Cina. 
Prism, oltre ad essere spionaggio e controllo, va visto quindi soprattutto come un monumentale dispositivo di lancio dell'economia dei big data volto a garantire il primato americano in questo settore. Pronto per integrare militare, tecnologia e finanza come già avvenuto all'epoca del rigonfiamento della bolla dei tecnologici (a cavallo tra anni '90 e anni zero). 
Estrarre dati da intere popolazioni serve a questo, la sorveglianza è un business importante ma accessorio, la potenza militare si rafforza proprio rafforzando la capacità di creare economia. In questo senso c'è anche il tentativo di sorpassare la concezione del militare come terreno di sostanziale estrazione delle risorse di un paese verso quella del militare come generatore di economie.

COME GLI USA PROCESSANO I BIG DATA ASPIRATI IN EUROPA: LA CATENA DEL VALORE
Il mantra "reducing costs increasing productivity" (sempre Berman) è la consueta legge del valore stavolta applicata all'economia Big Data. Il testo di Berman si vuole come quello in grado di ricostruire la catena di produzione  di valore che trasforma i big data da non strutturati a strutturati per passare, dopo una serie di tecniche di ripulitura e di integrazione dei dati, alla fase di analisi. Che è la fase vera e propria della messa a valore, quella per la quale Berman ha costruito il testo, dei Big Data. Che diventano così tecnologie dell'analisi per la decisione e la progettazione di processi e di prodotti. Tecnologie che producono profitto perchè i loro artefatti, che altro non sono che giudizi mediati dall'analisi di megadati, sono in grado di essere accolti dal mercato, riducendo i costi ed elevando la produttività in ogni settore. L'aspetto da rimarcare è che questa catena del valore, sottoposta comunque a tutti i processi di usura tipici delle economie capitalistiche, è già presente nel processo di analisi dei big data americani.
Risulta così interessante dare un'occhiata a golem.de, un sito tedesco sull'Information Technology che, nei giorni caldissimi del datagate, ha cercato di delineare le modalità di analisi dei dati prodotti dalla sorveglianza di massa alla popolazione.
E' interessante notare come le tre fasi della catena di produzione del valore nei Big Data evidenzate da Bernan (preparing, sharing, analyzing) trovino come attore principale, nella collaborazione (più o meno ammessa) delle major della rete, sia FBI che NSA
La Analysenkette overo la catena dell'analisi, come la chiama golem.de, non è però tanto un processo di spionaggio. Le agenzie di intelligence infatti, processando Big Data, non si comportano solo come soggetti spionistici ma anche, e soprattutto dal punto di vista della produzione del valore, come start-up della costruzione del primato tecnologico, economico nella estrazione di valore dai Big Data stessi. 
In un modo che evolve, in termini coestensivi, con la legge delle 3 "V" che rappresenta il mondo fenomenico da intercettare se si vuol estrarre valore dai Big Data. Non a caso quindi Zero Hedge, commentando lo stesso articolo del Washington Post analizzato da golem.de, parla di simbiosi tra militare, tecnologico ed economico e di reciproca, mutualistica cooperazione. Ed anche in Zero Hedge, che ricordiamo è un influente sito di informazione finanziaria dove si scrive collettivamente con lo pseudonimo Tyler Durden (da Fight Club), si afferma che il processo strategico di analisi dei big data passa tra FBI e NSA. Agenzie di intelligence che, a questo punto (entro questa mutualità tra militare, tecnologico ed economico) sono anche vere start-up costruite per dare un vantaggio strategico agli USA nel nascente mondo dell'economia dei Big Data. Collochiamo quindi correttamente i servizi vetrina di Wired sul futuro economico dei Big Data, con interviste del genere "stella dell'open source riscrive il futuro dei big data" nella loro dimensione. Si prevede che la crescita esponenziale dei grandi dati generi un'economia in grado di produrre davvero punti di PIL . Lo dice McKinsey, una delle agenzie più importanti al mondo di consulenza economico-finanziaria. Ma sopratutto McKinsey afferma che sono tutte da scrivere le modalità di estrazione dei big data e quelle di costruzione delle professionalità. 

Cosa accade quindi? Mettiamola così: Wired intervista i geni dell'open source sui big data mentre FBI e NSA fanno da start-up per rendere stabile il primato americano in questo genere di economia. La sorveglianza delle popolazioni avviene quindi nell'ottica di una significativa crescita di punti di PIL. Terreno di esperimento per di queste start-up: il mondo conosciuto. Davvero Google, Microsoft, Facebook, Twitter non possono chiedere di meglio al governo americano.

Nei giorni scorsi la Germania, ai suoi massimi livelli, ha chiesto ufficialmente agli USA di non essere trattata come un nemico. Bisogna quindi intendersi su cosa sia il nemico in questo scenario. La Kölnische Rundschau, riprendendo questa discussione, ha parlato di Germania trattata come uno "stato canaglia"
Ma va compresa una cosa: amico e nemico qui non si dispongono secondo criteri puramente antropologico-militari. Ma entro questa nuova mutualità di militare, tecnologico, economico e finanziario. Per la Germania e le imprese tedesche di punta si tratta di capire come essere sinergiche a questi processi. Perchè la superiorità USA (militare, tecnologica, sul campo dell'analisi economica dei big data intesi come volano dell'economia del futuro) è marcata. Anche geograficamente, con basi americane, allargatesi durante il periodo della guerra fredda, ed evidentenmente riconvertite a monitoraggio e produzione di big data sulla popolazione tedesca. 
Significativamente la base NSA di Teufelberg (vicino Berlino) accreditata come facente parte del progetto Echelon è stata smantellata mentre c'è incertezza sulla location esatta degli attuali impianti NSA in Germania.
La nuova catena del valore, frutto di una evoluzione della concezione del militare, si lascia dietro Echelon come archeologia industriale. E gli altri paesi, per non rimanere indietro, sono costretti prima a protestare pubblicamente poi ad inserirsi, in qualche modo, sulla scia del comportamento americano.

BIG DATA: DALLA SOCIETA' DI CONTROLLO ALL'ECONOMIA DELL'ANALISI DEI DATI
Queste considerazioni attribuibili allo staff di Angela Merkel, provenienti dal Rheinische Post, meritano un commento.
L'attuale cancelliera teme che gli Stati Uniti, una volta in grado di analizzare i big data sulla popolazione tedesca, possano prevedere i comportamenti dell'elettorato tedesco e l'esito elettorale in maniera più sofisticata degli stessi partiti tedeschi. Per Berman l'analisi - e quindi l'economia - dei Big Data è in grado di sostituire sia il business che il ruolo dei sondaggi
E' evidente che avendo enormi dati strutturati sulla popolazione (inclinazioni politiche, scelte comportamentali in materia politica, dibattiti, letture, frequentazioni) la complessità dell'analisi si eleva. E la questione non è solamente elettorale ma riguarda anche il settore finanziario. Porzioni significative del mercato dei future e dei bond sono legati ai risultati elettorali specie per un paese chiave come la Germania. Una maggiore capacità di previsione, non più basata su qualche migliaio di interviste ma sui dati incrociati di milioni di persone, è intuibile quanto potente valore economico-finanziario. A questo punto qualche ragionamento di paradigma (sociale, antropologico, politico) si impone. 
Gilles Deleuze, all'inizio degli anni '90 nella sua celeberrima analisi del passaggio dalle società disciplinari alle società di controllo definiva uno spostamento nelle modalità di governo della popolazione e quindi dell'esercizio della politica tout court. Questo spostamento era determinato, nella funzione del governo della popolazione, dal passaggio dalla centralità delle strutture fisiche disciplinari (l'ospedale, la fabbrica, la prigione etc.) a quella delle tecnologie del controllo a distanza. Si era all'inizio degli anni '90, diversi passaggi delle rivoluzioni tecnologiche dovevano ancora accadere (si pensi non solo al mobile, ma anche ad internet che non c'era ancora) ma l'indirizzo di sostituzione, controllo tecnologico a distanza in luogo di disciplinamento diretto, erano chiari proprio in materia di governo della popolazione. 
La vicenda Prism, lo scandalo Obama-Snowden, ci aiutano invece ad inquadrare un altro salto di paradigma. Salto che non è solo antropologico-politico ma riguarda anche un nuovo modo di interpretare le leggi del valore
La tecnologia va infatti considerata, se si guarda a tutta la vicenda Datagate, non tanto con il paradigma del controllo a distanza della popolazione ma con quello della produzione di valore. 
I Big data sono, come abbiamo visto, elementi costituenti delle tecnologie di controllo della popolazione ma soprattutto sono dispositivi di produzione di valore. Del resto lo stesso Michel Foucault, sul quale montava Deleuze per descrivere le società disciplinari e il loro salto di paradigma, ricorda come le grandi istituzioni dell'imprigionamento (la prigione, l'ospedale) possedessero l'esigenza di rendere produttiva la popolazione. 
Bentham, per Foucault, non è tanto un classico del prigionismo ma della messa a funzionalità produttiva dei comportamenti tramite il disciplinamento dell'istituzione prigione. La fabbrica, in Foucault, deve quindi al benthamismo il prestito di tecnologie e strategie della messa a produzione dei comportamenti. 
La vicenda Obama-Snowden va quindi letta in questo modo: come il segno di un compiuto passaggio delle tecnologie digitali che fanno direttamente presa sulla popolazione dalla dimensione del controllo a quella, più  diretta, di produzione di valore economico. Produzione di valore che avviene attraverso l'analisi dei dati estratti nel monitoraggio della popolazione. Si apre quindi la stagione dell'economia dell'analisi dei dati come elemento regolatore dello sviluppo e della evoluzione delle tecnologie di monitoraggio della popolazione. 
Controllare il crimimale, il tossico, il reo, il pervertito, l'elettore, la famiglia, il manager, il consumo del teen-ager, l'amorale non è più questione di monitoraggio, di controllo digitale come sorveglianza ma di diretta produzione di dati che generano un'economia i cui processi di estrazione di valore inseguono dei big data che crescono al ritmo impetuoso delle 3 "V". 
In questo Prism marca concettualmente il passaggio dell'uso e della pensabilità delle tecnologie di monitoraggio da quella che era definita come società di controllo a quella che è definibile come economia dell'analisi dei dati.
Con poco rispetto di ciò è società e con molta attenzione a ciò che produce dati e quindi valore. In questo senso la società, definita dell'eccedenza nei paradigmi di analisi securitaria di inzio secolo, con questo genere di economia è presa in considerazione in quando fonte di produzione di dati.

L'inedita pericolosità dello scandalo Obama-Snowden non sta quindi tanto nel fatto che siamo di fronte ad una nuova generazione di tecnologie di monitoraggio della popolazione. Nuova sia rispetto all'uso tecnologico delle società di controllo, sviluppatesi con gli anni '90 dal braccialetto elettronico a Echelon. Ma in quella dell'evidenza di una sperimentazione di una economia dei big data le cui tecniche di estrazione di valore e le relative tecnologie di governo della popolazione sono in mano ad un gruppo di imprese, ad una amministrazione governativa e a due-tre agenzie di intelligence. Una verticalizzazione del potere del comando sull'economia e sui processi decisionali di tipo politico, tecnologico e commerciale dalle dimensioni imprevedibili e, fino ad adesso, in poche e discrete mani. 

In questo il militare, che tende a verticalizzare le catene di comando, si fa davvero paradigma dell'economico.

Si tratta infine di guardare al cortile che è casa nostra. Il Corriere della Sera è persino riuscito a dire, dopo aver riconosciuto l'esistenza del fenomeno, che il controllo di massa della popolazione serve per la creazione di  nuovi dossier. Come se monitorare chi lavora ad uno Starbucks di Pittsburg, o chi sta sugli spalti dello stadio di Dortmund, avesse un senso dal punto di vista del ricatto politico. 
Un parlamentare dell'opposizione ha parlato della  necessità dell'intervento del Copasir come se, da quegli uffici, potesse effettivamente uscire qualcosa. Il mito dello stato italiano che, basta che lo voglia, è in grado di informarti è duro a morire. 
Sulla vicenda si trova poi, a parte l'immancabile cospirazionismo, qualche trafiletto sulla privacy, e c'è anche un qualche abbozzo di pensiero sui beni comuni (a proposito, i dati estratti dagli italiani sono o no beni comuni degli italiani? E chi li rivendica?). 
C'è chi ha parlato di uscita dell'Italia dalla Nato, rivendicazione giustissima ma che non sposta di un riga questo problema. In una economia dei big data, la superpotenza egemone estrae dati come vuole, li elabora, alimenta il mercato, i finanziamenti e le decisioni necessarie a produrre valore. Non solo nei beni fisici o digitali ma anche in quelli legati all'immaginario. Visto che si parla di fare trame di film, quelli con pubblico di massa, analizzando prima le reazioni dei big data sui precedenti in materia per poi decidere la trama. Che tu esca dalla Nato o meno il processo rimane intatto: dalla fase di sorveglianza (basi estere, satelliti, sottomarini) a quella di alimentazione delle economie a quella del controllo dell'economia tramite le tecnologie prodotte.
E' chiaro che in Italia mancano strutture pubbliche e sapere collettivo necessari per affrontare il problema. Concettualmente, tecnologicamente e politicamente
Problema che è, come abbiamo visto, sia questione di diritto alla privacy che legato alle modalità di sviluppo del nuovo capitalismo. Anzi, dopo aver avuto Berlusconi e Renzi, due facce del simulacro del nuovo in politica, non ci sarebbe da stupirsi se, in un prossimo futuro, un imprenditore italiano dei big data, a sapere rigorosamente secretato, magari sottoscrittore di Emergency, diventasse il nuovo cavallo di battaglia della politica istituzionale. La necessità del "nuovo" nello spettacolo della politica può arrivare ad imporre processi di questo genere. Comunque vada, e qualsiasi siano le traiettorie che prenderà l'economia dei big data, questo paese è completamente indifeso dal punto di vista del sapere e delle tecnologie pubbliche, della qualità dell'informazione, della consapevolezza collettiva e della tutela dei beni comuni digitali. Il pensiero cosiddetto progressista è poi completamente in disarmo su questi temi. Pronto a divagare su scadenze autoproclamatesi politiche e del tutto prive di senso. I movimenti poi sono troppo grassroot per arrivare ad osservare su questo piano di complessità.
Resta Obama. Inside Job, forse il film più letale per l'ideologia obamiana, ce lo rende come pericoloso brand capace di tenere alta la legittimazione per l'economia della bolla finanziaria globale. 
Prism, che non è un film ma un processo in atto, ce lo rende come quel tipo di potere in grado di scatenare un'economia dei big data che deve passare sopra ogni libertà, ogni diritto alla privacy per mantenere il primato economico-finanziario del nesso militare-tecnologia- moneta degli Stati Uniti. 
Obama, a differenza di Bush, è il vero presidente del XXI secolo. Molto più pericoloso per i dati che genera rispetto alle batterie missilistiche che mette in campo. Un qualcosa in confronto al quale i caschi arcobaleno della polizia di Dilma Roussef sembrano quasi una novella che ha del consolatorio.


Pubblicato anche su Megachip.

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