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29 ottobre 2008

L'Occidente revisiona la Guerra del Caucaso (caso n. 1)

La guerra fredda che non c'era

di Mark Ames


da «Mirumir 2.0»
Link: http://mirumir.altervista.org/


Forse non ve ne siete accorti, ma un paio di settimane fa il New York Times ha pubblicato una storia che contraddiceva completamente la versione perfezionata per due mesi di fila, una versione che stava trascinando l'America in una nuova guerra, una cosiddetta “Nuova Guerra fredda”. L'articolo smascherava l'orribile volto autoritario della cosiddetta democrazia georgiana, dipingendo a fosche tinte un ritratto del regime del Presidente Mikheil Saakashvili che contraddiceva la favola confezionata dal Times e da tutti gli altri grandi media fin dallo scoppio della guerra in Ossezia del Sud, agli inizi di agosto.

La favola era questa: La Russia (cattiva) ha invaso la Georgia (buona) unicamente perché la Georgia era un paese libero. Putin odia la libertà e Saakashvili è il “leader democraticamente eletto” di un “piccolo paese democratico”. Sì, solo un mese fa eravamo così stupidi e folli da pensare che gli Stati Uniti non avessero altra scelta che dichiarare una costosa nuova guerra fredda contro una potenza nucleare, anche se non avevamo ancora chiuso i conti su un paio di mini-guerre contro gli avversari della 3ª divisione e ci trovavamo sull'orlo del fallimento.

Ah, essere beatamente ingenui e assetati di sangue nello stesso tempo!
Non era meraviglioso?
Mentre infuriava la guerra in Ossezia del Sud, nella prima metà di agosto, il Times ha pubblicato un editoriale che etichettava l'invasione georgiana come "Russia's War of Ambition" (La guerra d'ambizione della Russia); ha pubblicato anche una serie di editoriali isterici, come quello di William Kristol che paragonava la Russia alla Germania nazista (il teschio carbonizzato di Hitler si starà rivoltando nella sua teca per come è stato trasformato nel cliché più logoro dell'inventario di quello scribacchino) e quello di Svante E. Cornell dell'Istituto per l'Asia Centrale e il Caucaso della Johns Hopkins, proprio l'istituto con problemi di corruzione che – come ha scoperto ABC News – prendeva soldi dal tiranno del Kazakistan per pubblicare notizie positive sull'autoritario paese ricco di petrolio.
L'articolo di Cornell diceva che la Russia aveva attaccato la Georgia non in reazione all'invasione da parte della Georgia della provincia separatista dell'Ossezia del Sud ma perché la Russia era cattiva, e nello stile dei cattivi di tutto il mondo non aveva altra ragione se non quella di mostrare “le conseguenze che i paesi post-sovietici dovranno subire opponendosi a Mosca, attuando riforme democratiche e perseguendo legami militari ed economici con l'Occidente”.
L'isteria di due mesi fa sembra già così datata e perfino bizzarra, ora che ci troviamo nel mezzo del crollo dell'economia: è come se osservassimo quell'isteria da un'epoca in bianco e nero.
E però, anche se quell'isteria ha lasciato il campo a riflessioni più serie, e quella versione pericolosamente semplicistica dei fatti si è sbriciolata, il Times non ha mai ritrattato né si è corretto, non ha mai nemmeno finto di fare mea culpa come con l'Iraq, ammissione che giunse con anni di ritardo. Invece di ritrattare, il Times ha infilato alla chetichella un articolo in mezzo alle storie sul crollo economico, dicendo ai suoi lettori: “Ah, sì, sulla Georgia abbiamo toppato, speriamo che non ve ne siate accorti, e, insomma, buona giornata a tutti”. Ecco un assaggio, dall'edizione del 7 ottobre 2008 (“News Media Feel Limits to Georgia's Democracy”, “I media intravedono i limiti della democrazia georgiana”, di Dan Bilefsky e Michael Schwirtz):

TBILISI, Georgia – Il 7 novembre le telecamere del principale canale d'opposizione georgiano, Imedi, erano rimaste accese mentre poliziotti mascherati in assetto anti sommossa armati di mitragliatori hanno fatto irruzione negli studi televisivi. Hanno distrutto le attrezzature, ordinato ai dipendenti e agli ospiti di stendersi sul pavimento e sequestrato loro i cellulari. Per tutto il tempo un conduttore è rimasto al suo posto, davanti alle telecamere, a descrivere la baraonda. Poi lo schermo è diventato nero...
Ora, 11 mesi dopo, la credenziali democratiche della Georgia sono messe nuovamente in discussione, e alla prova, mentre il paese si trova in prima linea nello scontro tra la Russia e l'Occidente. La Georgia e i suoi sostenitori americani, compresi i candidati presidenziali repubblicano e democratico, hanno presentato la Georgia come una coraggiosa piccola democrazia in una regione instabile, un paese meritevole di generosi aiuti e di entrare nella NATO. Ma secondo un numero crescente di commentatori americani e stranieri la Georgia è ben lungi dal soddisfare i criteri democratici occidentali, e lo dimostra in modo lampante la mancanza di libertà di stampa.

È interessante che il Times abbia pubblicato questo pezzo esattamente due mesi dopo l'invasione georgiana dell'Ossezia del Sud, una decisione così sproporzionatamente idiota che chiamarla “azzardo” è un insulto a gente come Bill Bennett [il politico neo-conservatore, ex ministro dell'istruzione e “zar” antidroga con un problema di dipendenza dal gioco d'azzardo, N.d.T.].
La vera domanda, dunque, è perché il Times abbia aspettato così tanto per rivedere la propria posizione: perché attendere che la guerra avesse ormai lasciato da tanto tempo le prime pagine per pubblicare un articolo su una cosa che chiunque possieda pochi grammi di curiosità giornalistica già sapeva, e cioè che le Saakashvili era un democratico quanto era un genio militare?
Il tentativo di testate occidentali come il New York Times e il Washington Post di alimentare una nuova guerra fredda si imperniava su due errori principali: (1) che la Russia avesse invaso la Georgia per prima, senza essere stata assolutamente provocata, perché la Georgia è una “democrazia”; e (2), che la Georgia è una “democrazia”.
È come se il Times avesse intenzionalmente dimenticato quello che aveva riferito di Saakashvili lo scorso anno, quando il presidente georgiano ha mandato le sue squadre di sicari a soffocare le proteste dell'opposizione:
“Penso che Misha abbia tendenze autoritarie”, ha detto Scott Horton, un avvocato dei diritti umani statunitense che è stato professore di Saakashvili alla Columbia Law School a metà degli anni Novanta, in seguito l'ha assunto in uno studio legale di New York ed è rimasto in buoni rapporti con lui. “La metterei così: c'è una notevole somiglianza tra Misha e Putin, per quanto riguarda i loro atteggiamenti nei confronti delle prerogative e dell'autorità del presidente”, ha detto Horton. Come Putin, ha aggiunto, Saakashvili ha emarginato il Parlamento e ha preso a minimizzare l'opposizione.
Intuendo forse che la versione di Saakashvili come novello Thomas Jefferson era un po' debole, il Times si è concentrato sull'altro vacillante pilastro di questa favola: che la Russia avesse invaso la Georgia per prima. Solo questo può spiegare la decisione di usare in prima pagina un tono “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” in un articolo basato su prove così assurdamente deboli che sarebbe stato in grado di innervosire Sean Hannity (dall'edizione del 16 settembre 2008, “Georgia Offers Fresh Evidence on War's Start”, “La Georgia offre nuove prove sull'inizio della guerra”, di C. J. Chivers):

TBILISI, Georgia - Si è aperto un nuovo fronte tra la Georgia e la Russia, su chi sia stato l'aggressore che con le sue operazioni militari all'inizio di questo mese ha scatenato l'asimmetrica guerra dei cinque giorni. Al centro dell'attenzione ci sono nuove informazioni, in sé non conclusive [grassetto mio, N.d.A.], che nondimeno dipingono un quadro più complesso delle ultime critiche ore prima dello scoppio del conflitto....
La Georgia sta tentando di ribattere alle accuse in base alle quali lo scontro, che covava da molto tempo, sulla provincia confinante con la Russia dell'Ossezia del Sud, sarebbe sfociato in una guerra solo dopo l'attacco georgiano di Tskhinvali. La Georgia considera l'enclave proprio territorio sovrano.

Qualcuno qui sta proiettando: nell'ultimo paragrafo si sarebbe dovuto leggere “Il New York Times sta cercando di contrastare le imminenti conseguenze della realtà sulla credibilità già compromessa del giornale”. Ricordate che questo articolo è uscito quando la maggioranza delle dirigenze occidentali aveva ormai da molto tempo convenuto con l'opinione espressa settimane prima dall'ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, il quale aveva ammesso che i russi, invece di invadere senza essere stati provocati, “avevano reagito ad attacchi contro i peacekeeper russi in Ossezia del Sud, legittimamente”.
Ho chiamato un po' di giornalisti a Mosca che avevo lasciato lì ad agosto per chiedere loro cosa pensassero di questa storia, e la maggior parte di loro ha deriso lo “scoop” del Times.
“Era una versione così chiaramente fabbricata da Saakashvili per pura disperazione”, mi ha detto un giornalista americano. “Non posso credere che il Times sostenga ancora questa versione. Lo sanno tutti il casino che ha combinato [Saakashvili]. Anche se le intercettazioni telefoniche sono vere, sono convinto che i georgiani ascoltavano conversazioni del genere tutte le settimane, se non tutti i giorni. È imbarazzante, sul serio”.
Non è stato l'unico articolo in stile “anche se non ci sono prove, le prove suggeriscono” pubblicato dal Times sulla Georgia. Di tutte le facili favole sui cattivi del Cremlino che sono circolate ultimamente, la migliore è quella della presunta “guerra cibernetica” del Cremlino contro i suoi nemici.
Per ragioni che non riesco a comprendere, i lettori americani inorridiscono profondamente all'idea che un paese possa fare quello che qualsiasi gruppo di secchioni brufolosi già fa: entrare in server e siti internet o mandarli in sovraccarico per oscurarli. Per molti americani oscurare un qualche noioso e mal tradotto sito governativo è più sconvolgente che, mettiamo, bombardare matrimoni. La storia della “guerra cibernetica del Cremlino” è il chupacabra delle favole sulla Malvagità del Cremlino: non ci sono prove che il governo russo abbia condotto una guerra cibernetica, ma fa così paura e fa vendere così tante copie, dunque perché non scriverlo?
I primi a tentare di gabbare l'Occidente con il chupacabra cibernetico sono stati gli estoni, un anno fa, ma le successive indagini hanno rivelato che la cosa era come minimo “indimostrabile”.
Però è una storia che fa notizia.
Così il 13 agosto, con il conflitto tra Russia e Georgia ancora incandescente, il Times, alla disperata ricerca di nuovi lati della malvagità russa, ha pubblicato il suo bel chupacabra sul Cremlino, intitolato “Before the Gunfire, Cyberattacks” (“Prima degli spari, i cyber-attacchi”).


Secondo gli esperti di internet è stata la prima volta che un attacco cibernetico ha coinciso con una vera guerra... Non si sa esattamente chi stia dietro l'attacco cibernetico... Le prove sull'RBN [Russian Business Network, presunto gruppo criminale di San Pietroburgo, N.d.T.] e sul fatto che possa essere controllato dal Cremlino, o agisca in coordinamento con il governo russo non sono chiare. “Saltare alle conclusioni sarebbe prematuro”, ha detto il signor Evron, fondatore della Israeli Computer Emergency Response Team.


Sì, ma saltare alle conclusioni è così divertente, signor Guastafeste! Ma facciamo un altro salto in avanti per arrivare a metà settembre. A questo punto è ormai chiaro che Saakashvili non è né un democratico né una vittima innocente.

Ma il Times e altri mezzi di informazione americani sono ancora impantanati in quella interpretazione, così mentre si danno disperatamente da fare per puntellarla il tedesco Der Spiegel pubblica un articolo investigativo – “Did Saakashvili Lie? The West Begins to Doubt Georgian Leader” (“Saakashvili ha mentito? L'Occidente comincia a dubitare del leader georgiano”) – che istruiva la controparte americana sui rudimenti del giornalismo:

A cinque settimane dalla guerra del Caucaso le opinioni si stanno orientando a sfavore del presidente georgiano Saakashvili. Alcuni rapporti dei servizi segreti occidentali hanno minato la versione di Tbilisi, e adesso da entrambe le sponde dell'Atlantico si chiede un'indagine indipendente.


Questa storia è stata pubblicata lo stesso giorno dello “scoop” del Times sulle intercettazioni telefoniche che a detta dei georgiani dimostravano che la Russia aveva invaso per prima, anche se ormai quella teoria era stata abbandonata da tutti. L'articolo di Der Spiegel è un'inchiesta approfondita che passa in rassegna diversi paesi, punti di vista e organizzazioni. Per il Times “inchiesta” significa prendere delle cassette dalla scrivania di Saakashvili e metterle nelle prime pagine.

Come se questo non fosse già grave, pochi giorni dopo perfino Condi Rice ha incolpato la Georgia di avere iniziato la guerra (anche se in un discorso in cui condannava la reazione eccessiva della Russia).

La scelta dei tempi non avrebbe potuto essere peggiore: il Times, ancora infatuato di Saakashvili, era stato appena colto con le mani nel sacco in un modo che perfino i suoi rivali erano riusciti ad evitare. Presto avrebbe dovuto affrontare un grave problema di credibilità. E io non ne vedevo l'ora. Fin da quando sono andato in Ossezia del Sud per vedere la guerra con i miei occhi ho sviluppato una specie di curiosità morbosa per come il Times e tutti gli altri sarebbero usciti da quel vuoto di credibilità in cui si erano cacciati. Sentivo che il momento sarebbe arrivato, perché Saakashvili non era solo un evidente bugiardo, ma anche un pessimo bugiardo. Mi trovavo nell'Ossezia del Sud alla fine della guerra: ho visto la distruzione causata dai georgiani “amanti della libertà” e i cadaveri gonfi e in decomposizione nelle strade della capitale della provincia, Tskhinvali. Dunque ero particolarmente interessato a vedere quanto a lungo sarebbe durata la squallida storia del bene contro il male, e con quali contorsioni i media sarebbero usciti dal più grande fiasco giornalistico dai tempi della bufala sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Il Times avrebbe fatto tirato fuori dalla gabbia il suo ombudsman per delle finte scuse?

“Oops! Chi avrebbe mai pensato che il nostro stimato giornale potesse toppare così alla grande per ben due volte di fila, trascinando l'America in un'altra guerra solo per la nostra incapacità di fare il nostro lavoro di giornalisti?! Sentite, vogliamo dire solo che ci dispiace tanto e passare ad altro, va bene? Dunque, siete passati ad altro, voi? Perché noi sì”.

E qui è intervenuto il dio laico-umanista dei media liberali. Il Times e tutti gli altri che avevano spacciato per vera la versione dei neocon e di Saakashvili sono stati salvati dall'ammettere il loro colossale fallimento da un disastro ancora più grande, il peggiore disastro che abbia colpito questo paese dall'11 settembre: il crollo dell'economia globale. Le preghiere di qualcuno sono state ascoltate. Uno dei segreti più grandi del regno della preghiera è quanto siano comuni questi bisbigli “Spero che venga un disastro a salvarmi”. Per esempio, quando andavo all'università ogni volta che si avvicinavano gli esami finali volevo essere investito da un'auto. Gli esami finali significavano affrontare l'insostenibile vergogna di quattro mesi buttati via. Così mi mettevo le cuffie, mi tuffavo dal marciapiede e saltellavo per le strade trafficate di Berkeley come un setter irlandese, aspettando di finire spiaccicato sul finestrino del furgone Volkswagen di qualche hippy. Se voleva dire passare i prossimi anni attaccato a un respiratore a me sembrava un affare onesto. Ma gli hippy, con il loro folle rispetto per i pedoni, non volevano collaborare. Come l'apocalisse cristiana, quel mega-disastro che mi avrebbe salvato dal mio mini-disastro privato non arrivò mai.In questo senso il Times e tutti i tifosi di Saakashvili sono stati fortunati: il furgone Volksvagen che non mi ha mai tirato sotto durante la settimana degli esami ha azzerato la tranquillità finanziaria del pianeta, risparmiando ai grandi nomi del giornalismo l'imbarazzo di ammettere il loro fallimento. E le inconfondibili prove di questo fallimento continuano ad arrivare: oggi, per esempio, Reporter Senza Frontiere ha messo la Georgia agli ultimi posti del suo indice per la libertà di stampa: ben dopo paesi tristemente noti per il loro dispotismo come il Tagikistan, il Gabon e perfino il cattivissimo Venezuela di Chávez. Dunque, grazie [NOME DI ESSERE ONNISCIENTE] per il crollo finanziario, perché anche se potrà significare il licenziamento di molti dei redattori e dei giornalisti che hanno taroccato la storia della Georgia ho come la sensazione che mentre faranno la fila per un piatto di minestra, tra qualche mese, penseranno comunque con sollievo: “Non avere un tetto sulla testa è una rottura, ma è un piccolo prezzo da pagare per avere evitato la vergogna colossale che stavo per affrontare per la storia della Georgia. Grazie, depressione globale! Hai fatto felice questo giornalista!”


Fonte: The Nation
Originale pubblicato il 22 ottobre 2008
Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questi articoli sono liberamente riproducibili, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne gli autori e la fonte.


23 ottobre 2008

Guerra e verità. La difficile classifica della libertà di stampa

di Pino Cabras



Una classifica dal più buono al più cattivo nel campo della libertà di stampa, dalla Norvegia alla Corea del Nord. La leggiamo in un recente e istruttivo comunicato di Reporter Senza Frontiere: il comunicato è pieno di dati che insieme compongono una foto allarmante della libertà di stampa nel mondo.
In apparenza, è acqua al nostro mulino.
Il curriculum di questa reputata organizzazione non governativa fa sempre rumore. Sono tanti i giornalisti colpiti da censure, minacce, arresti e violenze che non vengono dimenticati né lasciati troppo soli grazie a queste opportune ingerenze.
Reporter Senza Frontiere (Reporters sans frontières - RSF) è una Ong internazionale, il cui obiettivo dichiarato è proprio la difesa della libertà di stampa. Raccoglie fondi per pagare gli avvocati dei giornalisti oppressi e così via. Messa così, un comunicato di RSF si potrebbe lasciare senza chiose e commenti. Eppure la critica non deve venire meno, neanche in questo caso, tanto meno su una materia così delicata: la libertà di parola, di espressione, di stampa; la nostra libertà nel mondo.
Il punto è che RSF stila delle classifiche molto discutibili. A tratti ben argomentate, ma magistralmente sbilanciate a favore del sistema dei media egemonizzato da poche corporation anglosassoni, tutte compartecipi delle grandi linee strategiche dell’Impero.
Ci sono nel resoconto di Reporter Senza Frontiere anche alcune significative critiche al sistema dominante dei media. Si stigmatizza in particolare l’effetto devastante della mobilitazione bellica sulla libertà di stampa in capo ai paesi occidentali. Ma per il resto, c’è un’esaltazione del modello: una società aperta dove ci sono pluralismo, leggi, magistrature, divisioni dei poteri, libertà di stampa, competizioni aperte, libertà di pensiero e istituti legali che la tutelano. Bella, la società aperta. Nelle società aperte, il governo è responsabile e tollerante, e i meccanismi della politica sono trasparenti e flessibili. Lo Stato non si tiene per sé i segreti al cospetto del discernimento pubblico; è una società non autoritaria in cui tutti sono meritevoli di fiducia e tutti hanno accesso alla conoscenza reciproca. Le libertà politiche e i diritti umani sono le fondamenta della società aperta. Henry Bergson e Karl Popper avrebbero gradito una simile definizione. È un idealtipo di liberaldemocrazia che si contrappone ai totalitarismi, alle oligarchie, alle società in cui il potere è contendibile solo con i colpi di Stato, gli intrighi e il denaro di pochi.
Ma in realtà, di tutte queste belle cose, che pure sentiamo connaturali ai nostri sistemi, ci è rimasta tutta la retorica, ma molta meno sostanza di quanto siamo disposti ad ammettere. Su queste cose RSF non affonda il colpo, mai. Non entra in dettaglio a descrivere l’ampiezza delle ferite inferte alla democrazia con la complicità dei nostri governi e delle grandi concentrazioni mediatiche. Affonda invece oltre ogni dire il suo colpo sul Venezuela, per esempio, in funzione anti-Chavez, tralasciando fatti importanti sul pur malfermo pluralismo di quel paese. Idem in Russia, con qualche falsità e vaghe insinuazioni, come nel caso Politkovskaja.
L’influenza dei think-tank “parastatali” americani nei confronti di RSF si manifesta se non altro in termini di finanziamenti. Fra i finanziatori troviamo ad esempio l’Open Society Institute di George Soros o il Center for Free Cuba (estrema destra anticastrista con base a Miami), così come il National Endowment for Democracy, un’organizzazione finanziata quasi esclusivamente dal Congresso USA per «promuovere la democrazia», di fatto un’agenzia in grado di condurre legalmente azioni a sostegno di selezionati media e partiti politici esteri altrimenti inibite alla CIA.
Per scelta, Reporter Senza Frontiere non entra nel campo della critica ai media, alle autocensure, al soft power. Ha il facile target della Corea del Nord, bersaglio comodo e maglia nera della classifica dei cattivi, al quale cerca di far avvicinare il più possibile tutti i nemici strategici dell’Impero in declino.
Perciò il comunicato di Reporter Senza Frontiere che annuncia il Rapporto del 2008 va assaggiato con un pizzico di sale. Certo, non racconterà il senso di fallimento dell’avventura imperiale che sta precipitando con Bush, ma almeno ammette che Guerra e Verità sono due temi che tendono a cancellarsi a vicenda. E questo è un fatto fondamentale dell’odierna comunicazione di cui qualsiasi operatore deve tenere conto.
Il lavoro di RSF è insomma solo un pezzo della critica che possiamo fare al sistema della comunicazione. È un utile compendio di notizie da raccogliere e rilanciare per tutelare con atti concreti chi rischia di suo per voler raccontare le cose del potere. Ma questa lettura del problema va legata a una critica più completa nei confronti dei meccanismi di pressione sulla libertà di parola. Cambiando alcuni parametri la classifica sarebbe molto meno rassicurante per il nostro sistema informativo, e meno utilizzabile per ammassare gli avversari dell’Occidente in una galleria di spauracchi totalitari.
Per il resto buona lettura.


Solo la pace protegge le libertà nel mondo post-11/9
Le democrazie coinvolte in guerre fuori dal loro territorio, come gli Stati Uniti e Israele, cadono ulteriormente nella classifica ogni anno mentre vari paesi emergenti, specie in Africa e nei Caraibi, offrono garanzie sempre migliori per la libertà dei media.


Articolo originale: Dans le monde de l’après-11 septembre, seule la paix protège les libertés
Link: http://www.rsf.org/article.php3?id_article=28879.
(Traduzione di Pino Cabras)


Non è la prosperità economica ma la pace a garantire la libertà di stampa. Questa è la lezione principale da
trarre dall’indice della libertà di stampa nel mondo stilato ogni anno da Reporter Senza Frontiere e dalla sua edizione 2008, diffusa il 22 ottobre 2008.
Un’altra conclusione dell’indice – i cui tre gradini più bassi sono di nuovo occupati dal “trio infernale” di Turkmenistan (171°), Corea del Nord (172°) ed Eritrea (173°) - è che la condotta della comunità internazionale nei confronti di regimi autoritari come Cuba (169°) e Cina (167°) non è abbastanza efficace da ottenere risultati.

«Il mondo post-11/9 non è chiaramente delineato», sostiene Reporter Senza Frontiere. «Destabilizzate e sulla difensiva, le principali democrazie stanno gradualmente erodendo lo spazio per le libertà. Le dittature economicamente
più potenti proclamano arrogantemente il loro autoritarismo, sfruttando le divisioni della comunità internazionale e le devastazioni delle guerre condotte in nome della lotta al terrorismo. I tabù religiosi e politici stanno avendo grande presa quest’anno in paesi che erano abituati ad avanzare sulla strada della libertà». «I paesi chiusi del mondo, governati dai peggiori predatori della libertà di stampa, continuano a imbavagliare a volontà i loro media, in totale impunità, mentre organizzazioni come l’ONU perdono tutta la loro autorità nei confronti dei loro membri», ha aggiunto Reporter Senza Frontiere. «In contrasto con questo generale declino, ci sono paesi economicamente deboli che nondimeno garantiscono alle loro popolazioni il diritto di essere in disaccordo con il governo e di dirlo pubblicamente».

Guerra e pace

Due aspetti emergono nell’indice, che copre i dodici mesi che precedono il I settembre 2008. Uno è la preminenza dell’Europa. A parte Nuova Zelanda e Canada, le prime 20 posizioni sono tenute da paesi europei. L’altro aspetto emergente è il posizionamento rispettabilissimo acquisito da certi p
aesi centroamericani e caraibici. Giamaica e Costarica sono al 21° e 22° posto, spalla a spalla con l’Ungheria (23°). Appena poche posizioni sotto ci sono il Suriname (26°) e Trinidad e Tobago (27°). Questi piccoli paesi caraibici hanno fatto molto meglio della Francia (35°), ulteriormente precipitata quest’anno, o di Spagna (36°) e Italia (44°), paesi trattenuti all’indietro da violenze politiche o mafiose.
La Namibia (23°), un vasto e ora pacifico paese dell’Africa australe posizionatosi al primo posto in Africa, davanti al Ghana (31°), era a un passo dai primi venti paesi. Le disparità economiche tra le prime 20 sono immense. Il PIL pro capite islandese è dieci volte quello della Giamaica. Quel che hanno in comune è un sistema democratico parlamentare, e il non coinvolgimento in alcuna guerra.

Non è questo il caso degli Stati Uniti (al 36° posto in relazione al proprio territorio, ma al 119° lontano da esso) e di Israele (46° a livello nazionale, ma 149° fuori dal proprio suolo), le cui forze armate hanno ucciso un giornalista palestinese per la pr
ima volta dal 2003.
Un ricominciamento di conflitti è andato anche a carico della Georgia (120°) e del Niger, che è franato dal 95° posto del 2007 al 130° di quest’anno. Sebbene abbiano sistemi politici democratici, questi paesi sono coinvolti in conflitti di bassa o elevata intensità e i loro giornalisti, esposti ai pericoli dei combattimenti e della repressione, sono facili bersagli.
La recente scarcerazione provvisoria di Moussa Kaka, il corrispondente dal Niger di Radio France International e di Reporter Senza Frontiere, dopo 384 giorni di prigione a Niamey e il rilascio del cameraman Sami al-Haj’s dopo sei anni nell’inferno di Guantanamo servono a ricordarci che le guerre spazzano via non solo vite umane ma anche, e soprattutto, la libertà.

Sotto tiro dei belligeranti o dei governi intrusivi

I paesi che sono stati coinvolti in conflitti violentissimi dopo che non sono riusciti a risolvere seri problemi politici, com
e l’Iraq (158°), il Pakistan (152°), l’Afghanistan (156°) e Somalia (153°) continuano a essere pericolosissime “aree nere” per la stampa, luoghi in cui i giornalisti sono quotidianamente obiettivi di omicidi, rapimenti, arresti arbitrari o minacce di morte.
Possono finire sotto tiro da tutte le parti in guerra. Possono essere accusati di parteggiare per una frazione.
Qualsiasi scusa sarà usata per sbarazzarsi di “piantagrane” e “spie”.
È il caso ad esempio dei Territori Palestinesi (161° posto), specie la Striscia di Gaza, dove la situazione è peggiorata dopo che Hamas ha preso il potere. Contemporaneamente, in Sri Lanka (165°), dove c’è un governo eletto, la stampa deve fronteggiare violenze che sono solo troppo spesso organizzate dallo Stato.

Nel fanalino di coda troviamo delle dittature – alcune mascherate, altre no – dove i dissidenti e i giornalisti favorevoli alle riforme si adoperano per aprire brecce nei muri che li rinchiudono. L’anno delle Olimpiadi nella nuova
potenza asiatica, la Cina (167° posto), è stato l’anno in cui Hu Jia e molti altri dissidenti e giornalisti sono stati incarcerati. Ma ha anche offerto delle opportunità a quei media liberali che stanno cercando gradualmente di liberarsi dal tuttora pervasivo controllo poliziesco del paese.
Essere un giornalista a Pechino o Shanghai – o in Iran (166°), Uzbekistan (162°) e Zimbabwe (151°) - è un’attività ad alto rischio che implica infinite frustrazioni e costanti noie poliziesche e giudiziarie. In Birmania (170°), governata da una giunta xenofoba e inflessibile, i giornalisti e gli intellettuali, persino quelli stranieri, sono stati visti per anni come nemici da parte del regime, e ne pagano il prezzo.


Immutabili inferni

Nella Tunisia (143°) di Zine el-Abidine Ben Ali, nella Libia (160°) di Muammar Gheddafi, nella Bielorussia (154°) di Aleksandr Lukašenko, nella Siria (159°) di Bashār al-Asad e nella Guinea Equatoriale (156°) di Teodoro Obiang Nguema, l’onnipresente ritratto de
l leader sulle strade e sulle prime pagine dei giornali è sufficiente a rimuovere ogni dubbio sulla mancanza di libertà di stampa.
Altre dittature fanno a meno di un culto della personalità ma risultano comunque soffocanti. Nulla è possibile in Laos (164°) né in Arabia Saudita (161°) se non si conforma alle politiche di governo.

Infine, la Corea del Nord e il Turkmenistan sono degli immutabili inferni nei quali la popolazione è tagliata fuori dal mondo ed è sottoposta a una propaganda degna d’altri tempi. E in Eritrea (173° posto), risultata ultima per il secondo anno consecutivo, il presidente Issaias Afeworki e il suo piccolo clan di nazionalisti paranoici continuano a governare la più giovane nazione dell’Africa come una vasta prigione all’aperto.

La comunità internazionale, compresa l’Unione Europea, ripete senza fine che l’unica soluzione continua a essere il “dialogo”. Ma il dialogo ha avuto chiaramente scarso successo e anche i
governi più autoritari sono ancora in grado di ignorare le proteste senza rischiare alcuna ripercussione che non sia il rammarico senza conseguenze del diplomatico di turno.

Pericoli di corruzione e di odio politico
L’altra malattia che divora le democrazie a e fa loro perdere terreno nella classifica è la corruzione. Il cattivo esempio della Bulgaria (59° posto), ancora ultima in Europa, serve da promemoria sul fatto che il suffragio universale, il pluralismo dei media e alcune garanzie costituzionali non sono sufficienti per garantire l’effettiva libertà di stampa. Il clima deve anche favorire il flusso di informazioni e di espressione delle opinioni.
Le tensioni sociali e politiche in Perù (108°) e Kenya (97°), la politicizzazione dei media in Madagascar (94°) e Bolivia (115°) e la violenza contro i giornalisti investigativi in Brasile (82°) sono tutti esempi dei tipi di veleno che intossica le democrazie emergenti. E l’esistenza di persone che violano la
legge per arricchirsi e colpiscono impunemente i giornalisti investigativi è un flagello che mantiene molti "grandi paesi" - come la Nigeria (131°), il Messico (140°) e l’India (118°) - in posizioni vergognose.
Alcuni potenziali "grandi paesi" si comportano deliberatamente in modi brutali, ingiusti o semplicemente inquietanti. Gli esempi includono il Venezuela (113°), dove i decreti e la personalità del presidente Hugo Chávez sono spesso devastanti, e il duo russo Putin-Medvedev (141°), dove i media statali e dell’opposizione sono strettamente controllati, e giornalisti come Anna Politkovskaija ogni anno sono uccisi da killer "non identificati" che si rivelano spesso in stretti legami con i servizi di sicurezza del Cremlino.


Resistere ai tabù

Il “ventre molle” della classifica comprende anche i paesi che oscillano tra repressione e liberalizzazione, dove i tabù sono ancora inviolabili e le leggi sulla stampa si rifanno a un’altra epoca
. In Gabon (110° posto), Camerun (129°), Marocco (122°), Oman (123°), Cambogia (126°), Giordania (128°) e Malaysia (132°), per esempio, è severamente vietato riportare qualsiasi cosa che si rifletta negativamente sul presidente o sul monarca, o sui loro familiari e amici stretti.
I giornalisti sono regolarmente mandati al carcere in Senegal (86°) e in Algeria (121°), sotto una legislazione repressiva che viola gli standard democratici sostenuti dalle Nazioni Unite.
Anche nella repressione online si manifestano questi tenaci tabù.
In Egitto (146°), dimostrazioni lanciate online hanno sconvolto la capitale e allarmato il governo, che guarda ormai a ogni utente di Internet come a un potenziale pericolo. L’uso di filtri su Internet sta crescendo nel corso dell’anno e la maggior parte dei governi repressivi non esita a incarcerare i blogger. Mentre la Cina guida ancora la classi
fica mondiale del "buco nero di Internet", mettendo in campo notevoli risorse tecniche per il controllo degli utenti della Rete, la Siria (159°) è il campione mediorientale nella cyber-repressione.
La sorveglianza di internet è così profonda che anche la minima critica che sia pubblicata online prima o poi è seguita dall’arresto.
Solo pochi paesi sono risaliti in modo significativo nella classifica. Il Libano (66°), per esempio, si è arrampicato di nuovo su una più plausibile posizione dopo la fine degli attentati con bombe a danno di influenti giornalisti in anni recenti. Haiti (73°) continua la sua lenta risalita, così come l’Argentina (68°) e le Maldive (104°). Ma la la transizione democratica si è arrestata in Mauritania (105°), impedendole di continuare la sua risalita, mentre i magri guadagni di pochi anni fa in Ciad (133°) e Sudan (135°) sono stati dispersi dall’improvvisa introduzione della censura.

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Obiettivo ravvicinato su Europa e
d ex URSS
Ci sono pochi cambiamenti in testa all’indice di quest’anno. A parte il Canada e la Nuova Zelanda, i primi 20 paesi sono tutti europei. Nessuno dei 27 membri dell’Unione Europea è fuori della top 60. La pecora nera dell’Europa, la Bulgaria (59° posto), si trascina dietro agli altri a causa della sua incapacità di affrontare con fermezza la corruzione e la violenza di origine sia mafiosa che politica. L’Italia (44° posto) e la Spagna (36°) hanno inoltre ricevuto mediocri piazzamenti a causa, nel primo, di un brutto clima generale e delle minacce e violenze della mafia, e nel secondo, per la paura imposta dal gruppo armato separatista basco ETA.

La Francia (35°) negli ultimi due anni ha detenuto il record europeo interventi di polizia e magistrati in merito alla riservatezza delle fonti dei giornalisti, con cinque indagini, due rinvii a giudizio e quattro citazioni in giudizio.
L’arresto di Guillaume Dasquié di «Geopolitique.com» da parte del servizio segreto interno DST e l’arresto di un cronista di «Auto Plus», accompagnata da perquisizioni a casa sua e nel
suo ufficio, dimostrano che la riservatezza delle fonti non è sempre adeguatamente tutelata nella "terra dei diritti umani."
Il più significativo sviluppo nell’ex periferia sovietica è il deterioramento nel Caucaso, dove due su tre paesi indipendenti - Armenia (102°) e Georgia (120°) - hanno avuto grossi problemi e introdotto stati di emergenza. Diversi giornalisti sono state vittime a causa dell’improvviso scoppio della guerra in Georgia.
I paesi dell’Asia centrale continuano ad arrancare in posizioni arretratissime, con l’Uzbekistan (162°) e il Turkmenistan (171°), giunti fra gli ultimi 20 insieme alla Bielorussia (154°). La situazione in Russia (141°), dove la stampa continua a essere oggetto di violenza e di fastidi, è stata poco cambiata dall’elezione a presidente di Dmitrij Medvedev.


Un giornalista ucciso in Messico, 2006.