27 febbraio 2009

Altro che nucleare. La “prossima energia” darà un colpo alla crisi

di Pino Cabras – da «Megachip»


Ahmed Zaki Yamani, l’allora potente ministro del petrolio dell'Arabia Saudita, negli anni settanta diceva che come «l'età della pietra non finì per mancanza di pietre, così l'età del petrolio non finirà per mancanza di petrolio».

Possiamo far nostro il senso di questa battuta con un occhio rivolto alle dinamiche reali dell’economia e dei mercati dell’energia. In tempi di illusioni sull’economia atomica, potremmo dire che nemmeno l’età del nucleare finirà per mancanza di uranio, per quanto sia risorsa finitissima.


Quando una risorsa diventa più scarsa e risulta più costoso produrla, emergono forti segnali di prezzo che cambiano l’orientamento della domanda e fanno emergere prodotti e soluzioni nuove.


Non è solo una questione di materie prime, ma anche di grandi tendenze nell’orientamento di governi, imprese e popolazioni. In nome dell’ambiente è cambiata l’agenda dei governi e delle organizzazioni sovranazionali, con ricadute su ogni livello della vita pubblica e civile. Quando esistono obiettivi come quelli di Kyoto o quelli stabiliti a livello di Unione europea per la riduzione dei gas serra, quando i governi lanciano incentivi mai visti prima per le energie rinnovabili, quando infine i governi locali moltiplicano le iniziative nel settore, tutto ciò vuol dire che è in atto una tendenza robusta che crea nuovi mercati per nuove imprese energetiche.

Non sappiamo se si farà in tempo a salvare il pianeta dalla catastrofe, ma il segnale che viene dalla nuova amministrazione USA – se non altro - travolgerà chi si attarda in soccorso della boccheggiante industria nucleare francese.

Chi produce la prossima energia sta già anticipando il prossimo paradigma, il “change over” dal petrolio verso qualcos’altro. A questo punto, chi lavora sull’idrogeno parla di “economia dell’idrogeno”.

Chi punta sul metanolo – come il Nobel George Olah - divulga a sua volta l’“economia al metanolo”.

Chi è forte sul sole decanta un futuro fotovoltaico oppure solare-termodinamico.

Un brasiliano o un farmer del Midwest statunitense mi magnificheranno le biomasse e l’etanolo.

Un sudtirolese, dall’alto di una casa di nuovissima concezione, mi parlerà del paradigma del risparmio come via maestra del futuro.

Da osservatore del mercato del gas, potrei parlarvi di un “lungo” medio periodo in cui la versatilità del metano sarà la “cifra” del nostro sistema energetico, indispensabile per la transizione verso nuovi equilibri.

Il carbone, ancora stivato in immensi depositi ben distribuiti sui vari continenti, con gli attuali segnali di prezzo, e con le nuove tecnologie a emissioni zero, ispira a molti la visione di una nuova età del carbone.


In realtà l’aumento dei prezzi degli idrocarburi – oggi in pausa per la Grande Crisi, ma presto ci sarà una risalita - non porterà alla sostituzione del petrolio con un’unica nuova fonte universale.


Propriamente, alcune delle soluzioni elencate non sono nemmeno “fonti”, ma “vettori” ricavati da una molteplicità di fonti. Questo significa una sola cosa: che non esiste LA soluzione del problema petrolio, ma LE soluzioni, un portafoglio di soluzioni diverse, in corsa contro il tempo.

Ogni tecnologia di successo nel campo dell’energia sarà un tassello di un mosaico energetico completamente nuovo: la prossima energia.


La prossima energia è quindi caratterizzata da una pluralità di fonti e da una pluralità di vettori, con l’auspicata tendenza a divenire neutrali nell’emissione di gas serra. Non solo, ma è un’energia che viene prodotta tanto in grandi quantità quanto in piccole e diffuse quantità. Da un lato si apre lo spazio alla ricerca e all’avventura imprenditoriale di mille soluzioni tecnologiche diverse.


Dall’altro si pone la sfida di una convergenza di nuovi standard nelle reti di distribuzione, che diventeranno un po’ meno “grid” e un po’ più “web”.


Se le nostre classi dirigenti non fossero così deboli e chiuse, l’Italia sarebbe uno dei luoghi più interessanti al mondo per affermare un nuovo paradigma produttivo energetico. Ha significative risorse sottoutilizzate come il vento e il sole, che renderebbero più diretto il passaggio a un sistema energetico con più vettori (idrogeno, elettricità, metanolo, biomasse), ma ha anche infrastrutture di grande livello per trattare il petrolio e ha anche tra le più avanzate sperimentazioni sul carbone, mentre in prospettiva avrà una disponibilità nuova di gas naturale una volta completati i nuovi gasdotti in programma. Gli elementi per una transizione ben guidata ci sarebbero, senza il rinvio costosissimo a una tecnologia già obsoleta come il nucleare di terza generazione.


L’intero sistema economico – a partire dalle piccole e medie imprese – ha bisogno di acquisire una piena consapevolezza di tutte le implicazioni organizzative, economiche, industriali del nuovo regime energetico, anche in raccordo agli altri sistemi energetici (rete elettrica, trasporti, energie rinnovabili) e al sistema della ricerca. C’è molto fervore di iniziative imprenditoriali nuove e diverse.

Basta guardarsi in giro e si possono facilmente incontrare ogni giorno.

Ci pongono una sfida: farle radicare, crescere, farne dei campioni che abbiano qualcosa da proporre a livello locale, ma in taluni casi anche a livello globale.


L’apparente eterogeneità dei vari settori energetici che si stanno proponendo non deve far dimenticare la presenza di forti e innovative interrelazioni dal punto di vista tecnologico e organizzativo, oltre che da quello della creazione di reti energetiche di nuova concezione per la generazione distribuita, uno dei campi più promettenti a livello mondiale.

La sfida è paragonabile a quella dello sviluppo del World Wide Web.


Le carte sono da giocare ora per posizionarsi in testa a questo cambiamento, anziché sprecare tutto in un declino che sarebbe pagato caro per secoli.


Invece di buttare miliardi di euro in una vacua “azione parallela” alla Musil, quale sarebbe questo nucleare in salsa transalpina, molti progetti di nuove imprese energetiche potrebbero essere invece inseriti in un programma di investimenti industriali di tipo nuovo: un programma tutto incentrato sulle infinite applicazioni che producono e risparmiano energia con sistemi innovativi e puliti, realizzando appieno le tecnologie esistenti con acquisizioni e collaborazioni nazionali e internazionali. Ciò farebbe bene alla ricerca, la grande negletta del nostro paese, assieme all’istruzione tutta. E farebbe bene a quei settori che davvero innovano e hanno un qualche futuro.

Mentre il nucleare ora presentato è un trasferimento di denaro alla ricerca già fatta in Francia, le tecnologie energetiche alternative hanno alcune caratteristiche dinamiche in comune:


  • innovano il processo produttivo e il prodotto;

  • hanno un grande potenziale di attrazione di ricerca e fra i ricercatori danno vita a network creativi;

  • si legano fra di loro con un sistema di generazione distribuita dell’energia, che significa meno centrali-monstre da presidiare con i soldati e più capacità diffusa di raggiungere la sicurezza energetica.

Senza il grande equivoco nucleare, i “Grandi progetti” nel settore energetico possono integrarsi e radicarsi con i tanti bellissimi “piccoli progetti”.


Qualche anno fa l’allora Segretario statunitense all’Energia, Spencer Abraham, poteva permettersi di definire con una certa ironia le fonti rinnovabili come «the undiscovered energy sources». Ma poi perfino lui ha investito, e tanto, anche in queste fonti. Obama punta su di esse per evitare che il suo paese precipiti nella grande depressione.

Dove queste sfide sono state affrontate con più tempestività e lungimiranza, come in Germania e in una parte stessa degli Stati Uniti, ciò ha permesso di assumere una leadership mondiale di settore. Il vento e il sole sono cambiati anche qui, la prossima energia non è certo “undiscovered”.

Anche qui è il momento di incoraggiare innovatori con solide basi scientifiche a cui chiedere coraggio imprenditoriale e senso dell’occasione storica.


Purtroppo la classe dirigente è quella che è.

24 febbraio 2009

Tra 11/9 e Ruanda. L’incidente dei processi che non s’hanno da fare

di Pino Cabras - da «Megachip»

Eckert-BeverlyErano due donne coraggiose. Si trovavano entrambe coinvolte nel tentativo di far partire dei processi su due distinte vicende di stragi, due casi terribili e pieni di implicazioni politiche, molto scomode per certi poteri, ossia le stragi dell’11 settembre 2001 e le stragi in Africa centrale. Non hanno fatto in tempo a vedere un’ulteriore fase processuale con tanto di atti di citazione, deposizioni sotto giuramento, procedure rivelatrici. Non potranno vedere tutto questo perché sono morte lo stesso giorno, il 12 febbraio 2009, nello stesso incidente aereo, quello del volo 3407 Continental Connection, precipitato su un sobborgo di Buffalo, NY, USA.

Arriveremo a ricordare chi erano queste due signore. Finora ci si dice che il ghiaccio sulle ali è stato la causa della sciagura in cui hanno perso la vita, assieme ad altre 47 persone. Qualcuno, però, come il «Times», ha cominciato a riportare il “mistero” di alcune circostanze dell’incidente, avvenuto con inspiegabile - per ora - subitaneità.

Una volta saputo chi sono le vittime, il profilo delle due donne più note ci pone subito qualche domanda sui dettagli del disastro, essendoci ormai abituati a notare troppi casi di prematura scomparsa legati alle vicende della Guerra Infinita.

Una delle due figure chiave è quella di Beverly Eckert. Suo marito era morto nel mega-attentato alle Torri gemelle. Per i familiari di ciascuna delle vittime dell’11/9, l’amministrazione Bush-Cheney non aveva badato a spese, arrivando a stanziare quasi 1,8 milioni di dollari per ogni caduto. In tutto, la compensazione a beneficio dei familiari delle vittime superava i 4 miliardi di dollari. C’era però una condizione. Per ottenere la somma sull’unghia, le famiglie dovevano esplicitamente rinunciare a perseguire qualsiasi ente americano (dal governo sino alle compagnie aeree). Lo USA Patriot Act bloccò per legge anche le possibili cause intentate nei confronti di aziende di sicurezza estere. I familiari delle vittime in stragrande maggioranza accettarono. Questo ‘bailout del silenzio’ risparmiò molte rogne alla premiata ditta Bush-Cheney.
volo-3407
Beverly Eckert invece si rifiutò di rinunciare alla ricerca della verità. Unendosi alle «Voci dell’11 settembre», disse a chiare lettere che non barattava il suo mutismo con i dollari del governo: «Il mio silenzio non si compra». Con quel pervicace impegno che abbiamo conosciuto in tanti casi in cui le madri e le mogli delle vittime hanno impedito che il potere evitasse di fare i conti con le sue responsabilità (quel genere di implacabile insistenza che abbiamo apprezzato ad esempio nelle madri di Plaza de Mayo nell’Argentina dei desaparecidos), anche la signora Eckert era diventata un’attivista energica impegnata in una causa difficile: la riapertura delle indagini sull’11/9. Con altri componenti del “Family Steering Committee” a suo tempo aveva redatto una lista di 100 domande da presentare alla Commissione sull’11/9. Insabbiate.

Essendo ovviamente insoddisfatta di quanto era uscito da quel porto delle nebbie, per smuovere le acque puntava molto in alto, a Washington. Solo una settimana prima di morire aveva ricevuto udienza dal presidente Obama per proporgli l’istituzione di una commissione federale, con poteri più penetranti sui testimoni da coinvolgere, a partire da Bush e Cheney.

Il movimento della Eckert premeva affinché non ci fosse nessuna remora per citare in una corte l’ex presidente, il suo potente vicepresidente, nonché tutti i massimi responsabili degli apparati d’intelligence e della sicurezza nazionale. La sua battaglia non si limitava a questo. Era sua anche la richiesta di declassificare quei documenti che sarebbero stati in grado di fornire alcuni definitivi chiarimenti sui fatti. L’impegno legale di Beverly Eckert spaziava fino alla contestazione dell’irregolarità che inficiava i tribunali speciali di matrice militare, quelle commissioni che portavano avanti l’abominio dei processi senza ‘habeas corpus’ a carico dei presunti terroristi, non solo quelli di Guantanamo. Sebbene il potere avesse sinora opposto resistenze legali efficaci rispetto alla sua azione, l’impegno di Beverly riusciva ad avere ancora un certo rilievo mediatico.

AlisonDesForgesInteressante anche il profilo dell’altra vittima eccellente dell’incidente aereo. Si tratta di Alison Des Forges. Era un’eminente consulente del Tribunale Internazionale dell’ONU che ha in carico i processi contro le autorità imputate dei genocidi dell’Africa centromeridionale, in Ruanda, Burundi e Congo. Profonda conoscitrice della storia dell’area dei Grandi Laghi africani, fin da subito fu capace di attirare i media e le istituzioni a livello internazionale affinché considerassero l’immane strage africana. Le sue deposizioni giurate furono molto rilevanti in occasione di decine di processi per genocidio presso alcune corti nazionali. Ma per lei il bersaglio grosso da raggiungere era un’affermazione internazionale del diritto umanitario.
Il suo libro sulla vicenda del Ruanda – il volume di riferimento su quel genocidio - aveva un titolo che, a questo punto, non può far altro che inquietarci ancora di più: “No witness must survive”. Nessun testimone deve sopravvivere. È stato anche il suo epitaffio.

Due donne coraggiose, impegnate contro poteri e complicità molto altolocate, hanno dunque perso la vita per straordinaria coincidenza nella stessa occasione, ossia il primo incidente aereo letale da oltre due anni negli Stati Uniti. Uno scherzo del destino che si è divertito a rallentare o accelerare l’agenda delle due signore, fino a trovare l’occasione giusta.
La causa dichiarata dell’incidente occorso al Dash 8Q-400 della Bombardier, ossia il ghiaccio sulle ali, si sarebbe determinata nonostante i piloti assicurassero – come risulta dalle registrazioni – di aver messo in funzione tutti i dispositivi, che evidentemente non hanno però funzionato.

20 febbraio 2009

Une coalition internationale d’hommes politiques veut la vérité sur le 11 Septembre

Publié le 19 février 2009 par GeantVert - ReOpenNews [ici]




Après la mobilisation purement new-yorkaise née l’été dernier et connue sous le nom de New York City 9/11 Ballot Initiative, dont le but est de se donner les moyens référendaires de demander une nouvelle enquête sur le 11-Septembre, voilà que des hommes politiques de plusieurs pays différents montent au créneau et rassemblent leurs efforts avec cet objectif nouveau : alerter des hommes politiques de tous horizons pour qu’ils les rejoignent en signant la pétition demandant une véritable enquête indépendante sur les événements du 11/9. Verrons-nous y apparaître des noms français ?

___________

par Pino Cabras pour Megachip le 15 février 2009

Peu de parlementaires dans le monde ont critiqué de façon ferme la version officielle sur les événements du 11 Septembre. Pourtant, ces quelques personnalités politiques, venant de partis et de nations différentes, ont trouvé le moyen de se coordonner pour renforcer leur action et rouvrir l’enquête sur les méga-attentats du 11/9, pierre angulaire de ce nouveau siècle et de ses guerres.

Les assemblées électives – dans leur approche des campagnes de violence des années 2000 – n’ont pas mis en place des enquêtes comparables à celles que l’Italie a connues voici quelques décennies. On comprenait alors la complexité des phénomènes et on cherchait par conséquent à fouiller dans les complicités de l’État conditionnées par la « Stratégie de la tension » (A ce sujet, lire l’ouvrage de Daniele Ganser : Les armées secrètes de l’OTAN, NdT).

Les commissions parlementaires italiennes, même si elles ne constituaient pas un tribunal capable d’apporter une vérité juridique et de « rendre la justice », étaient malgré tout en mesure de barrer la route aux velléités du pouvoir de faire porter la faute à quelque bouc émissaire. Des mouvements importants, de nombreux journaux et hommes politiques de premier plan créaient ainsi une conscience collective extrêmement forte. La recherche de la vérité sur le terrorisme se faisait sur un terrain éthique et politique de première importance, et était ressentie comme telle par une large portion de l’opinion publique, des médias et des forces politiques.

Ces dernières années, au contraire, c’est la ligne «Rumsfeld» qui l’a emporté. Les députés se sont réfugiés derrière les mots d’ordre imposés par la version officielle sur le 11/9, qui n’est autre que celle de l’Administration Bush-Cheney et de ses officines de propagande.Et pourtant, dans bien des assemblées et articles de presse, des voix importantes se sont élevées obstinément pour défendre avec force la nécessité d’une nouvelle enquête. Le réseau à travers lequel ces voix se coordonnent désormais s’appelle «Political Leaders for 9/11 Truth», autrement dit «Les leaders politiques pour la vérité sur le 11-Septembre.» Le premier noyau de parlementaires ou ex-parlementaires de cette coalition comprend, parmi ses fondateurs, les personnalités suivantes:
Berit Ås, ex-parlementaire, Norvège
Andreas von Bülow, ex-ministre de la Défense, Allemagne
Giulietto Chiesa, euro-député, Italie
Yukihisa Fujita, membre de la Chambre des Conseillers du Parlement national, Japon
Dan Hamburg, ex-membre du Congrès, État de Californie, USA
Tadashi Inuzuka, membre de la Chambre des Conseillers du
Parlement national, Japon
Karen S. Johnson, ex-sénatrice, État de l’Arizona, USA
Paul Lannoye, ex-euro-député, Belgique
Cynthia McKinney, ex-membre du Congrès, État de Géorgie, USA
Michael Meacher, ex-ministre de l’Environnement, Grande-Bretagne
Jesse Ventura, ex-gouverneur de l’État du Minnesota, USA

L’ouverture d’un site Web qui présentera les objectifs de ce groupe est imminente. En attendant, vous pouvez lire ci-dessous, sa «carte d’identité» et la pétition qu’il a lancée pour une nouvelle enquête.

Political Leaders for 9/11 TruthE-mail : pl911truth@frontiernet.net
Des chercheurs et des professionnels de différentes catégories - parmi lesquelles des architectes, des chimistes, des ingénieurs, des pompiers, des agents du Renseignement, des avocats, des militaires de carrière, des philosophes, des physiciens et des pilotes d’avion – ont fait part ouvertement des différences criantes entre la version officielle des attentats du 11/9 et leur compréhension des faits en tant que chercheurs indépendants. Ils ont établi au-delà de tout doute raisonnable, que la version officielle sur le 11/9 est un mensonge, et que par conséquent, les « enquêtes » officielles ont été de réelles opérations de camouflage.

Pourtant, à ce jour, aucune réponse n’est venue des leaders politiques de Washington, ni d’ailleurs d’aucune capitale dans le monde. Notre organisation «Political Leaders for 9/11 Truth» (les leaders politiques pour la vérité sur le 11-Septembre) a été créée dans le but d’exiger une telle réponse.
Nous sommes convaincus que la vérité sur le 11/9 doit être révélée maintenant – pas dans 50 ans, dans une note de bas de page d’un livre d’histoire – de manière à pouvoir changer les politiques fondées sur l’interprétation des attaques du 11/9 de la part de l’Administration Bush-Cheney.Nous appelons donc à une nouvelle enquête indépendante sur le 11/9, qui prenne en compte les éléments de preuve documentés par des chercheurs indépendants, jusqu’ici ignorés par les gouvernements et les mass-médias.

Par «enquête indépendante», nous entendons en particulier, indépendante des administrations américaines au pouvoir avant et pendant les attentats du 11/9, et qui pourraient avoir quelque chose à cacher.
Comme démontré par Philip Shenon du New York Times dans son livre «The Commission», la Commission sur le 11/9 avait pour directeur exécutif Philip Zelikow, lequel était un proche de l’Administration Bush. Le National Institute of Standards and Technology (NIST), qui a rendu son rapport officiel sur la destruction du World Trade Center, est en fait une agence du Ministère du Commerce américain, ce qui signifie que la rédaction de ce rapport a été faite par une agence de l’Administration Bush-Cheney.
Si vous exercez actuellement - ou avez exercé – des fonctions politiques aux États-Unis ou dans tout autre pays, nous vous invitons à signer la pétition mentionnée ci-dessous (notez bien que le fait de participer à Political Leaders for 9/11 Truth signifie simplement, signer cette pétition, rien d’autre ne vous sera demandé, même si par la suite, des actions pour diffuser la vérité sur le 11/9 seront naturellement encouragées)
Vous pouvez indiquer votre disponibilité à signer la pétition en envoyant un email à l’adresse pl911truth@frontiernet.net ou bien par lettre postale à Political Leaders for 9/11 Truth, P.O. Box 2289, Show Low, AZ 85902 U.S.A.

Nous vous demandons d’indiquer précisément votre nom, vos fonctions politiques, ou toute autre information que vous voudriez voir mentionnée).


PÉTITION


CONSIDÉRANT que l’interprétation officielle des attentats du 11-Septembre de la part de l’Administration Bush-Cheney a eu des conséquences radicales, en grande partie négatives, pour les États-Unis et dans le monde entier;

CONSIDÉRANT que les enquêtes officielles sur ces attaques effectuées jusqu’à maintenant ont été dirigées par des personnes étroitement liées à l’Administration Bush-Cheney, ou de surcroit employées par elle;
CONSIDÉRANT que les conclusions des dites enquêtes diffèrent radicalement de celles auxquelles sont parvenus des chercheurs indépendants, ayant des expériences professionnelles diverses;

CONSIDÉRANT que les organisations de chercheurs comme «Firefighters for 9/11 Truth, Lawyers for 9/11 Truth, Pilots for 9/11 Truth, Scholars for 9/11 Truth and Justice, and Veterans for 9/11 Truth » ont demandé une nouvelle enquête, véritablement indépendante;

CONSIDÉRANT que nous pensons que suffisamment de temps ait été laissé aux leaders politiques pour qu’ils prêtent attention à ces appels;
POUR TOUTES CES RAISONS, les soussignés membres de « Political Leaders for 9/11 Truth », demandent que le gouvernement des États-Unis d’Amérique autorise une nouvelle enquête, véritablement indépendante, pour déterminer ce qui s’est réellement passé le 11 septembre 2001.

Traduction de Christophe.T pour ReOpenNews

Notes de ReOpenNews: Lire aussi les témoignages de "Plus de 750 personnalités internationales remettent en cause le rapport de la Commission d’enquête sur le 11 septembre", (traduction française par Vigli.org)

19 febbraio 2009

La Corte di Strasburgo ha già detto no alla carcerazione per intercettazioni

di Pino Cabras - da «Megachip»



L’Europa dei diritti dell’Uomo dice no al carcere per i giornalisti. Il governo italiano vorrebbe punire con la detenzione i cronisti che pubblicano le intercettazioni soggette a segreto. Ma un simile provvedimento sfiderebbe una sentenza della Corte di Strasburgo che ha già condannato analoghe sanzioni. Ne parla l’associazione internazionale per la libertà di stampa, Information Safety and Freedom (Isf). «La sentenza emessa a carico della Francia dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo il 7 giugno del 2007 sul caso Dupuis - precisa Isf - ha già chiarito che la pubblicazione di intercettazioni e atti secretati non viola l’articolo 10 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali».

La vicenda richiamata è quella di due giornalisti francesi. Isf ricorda che nel loro paese furono condannati anche in secondo grado per aver divulgato in un libro alcune intercettazioni effettuate in modo illegale dal presidente François Mitterrand e soggette al segreto istruttorio.

«La Corte osserva che quel libro riguardava una questione di rilevante interesse politico per l’opinione pubblica e che si trattava di un affare di stato e osservava che l’articolo 10 della Convenzione “non lascia spazi a restrizioni della libertà di stampa nell’ambito di questioni politiche e di interesse generale”».

Le sentenze di questa Corte, pur non avendo lo stesso significato imperativo delle sentenze emesse dalla Corte di giustizia delle Comunità europee (quella di Lussemburgo), sono tuttavia il più autorevole presidio dei diritti umani in Europa. Uno dei 47 stati membri del Consiglio d’Europa – putacaso l’Italia - che dovesse fronteggiare una valanga di denunce a Strasburgo - per esempio di giornalisti ed editori - si troverebbe in una situazione politicamente e alla fine giuridicamente difficile da sostenere. È bene che le organizzazioni categoriali si attivino subito in sede di giudizio per prevenire le violazioni della legalità europea poste a tutela della libertà di espressione.

18 febbraio 2009

Sardegna espugnata e prospettive europee

di Pino Cabras - da «Megachip»



CAGLIARI - Le elezioni sarde sono state vinte dalla coalizione raccolta intorno al simbolo che urlava “Berlusconi Presidente”. Quello sardo è un altro scudetto per lo specialista in campagne elettorali, affrontate ogni volta con risorse virtualmente illimitate in grado di saturare la sfera del dibattito pubblico con la forza soverchiante del suo apparato. Il centrosinistra ha perso, il Pd è sprofondato, e la china è quella che lo porterà giù fino alle europee, forse un capolinea.

soru-sardegnaIn questo contesto Renato Soru ha intercettato molti più voti del sistema dei partiti a lui legato. Mentre la somma dei partiti di centrosinistra veniva surclassata di 14 punti percentuali, il candidato alla presidenza ha portato in dote abbastanza voti da ridurre il distacco a 9 punti dall’avversario Ugo Cappellacci, troppi comunque.
Segno che - per questo centrosinistra in rotta - una personalità che indica temi forti riesce a migliorarne le sorti, ma certo non abbastanza da rovesciarle. Non basta, perché questo sistema di partiti rimasto a sinistra di Berlusconi ha consumato fino in fondo i suoi insediamenti sociali tradizionali, e perché il terreno della comunicazione è presidiato ferramente dal sistema di potere legato al Cavaliere insaziabile, che intanto ha sistemato un altro tassello per il passaggio alla sua Terza Repubblica.
L’emergenza democratica si acuisce.

Di fronte a sconfitte così nette le riflessioni sulle cause devono andare in più direzioni. Alcune portano lontano. Hanno pesato i limiti specifici dell’esperienza di governo di Soru. L’ex presidente della Regione Sardegna stava riorganizzando il sistema di comando secondo lo schema della “verticale del potere” che ha premiato Putin in Russia, Nazarbaev in Kazakhstan e Chavez in Venezuela. È un sistema che aumenta l’efficienza delle decisioni, ma funziona se c’è un ampio consenso di dimensioni plebiscitarie.
A Mosca, Astana e Caracas il lubrificante del consenso è dato dagli idrocarburi. In Sardegna non c’è petrolio.
L’unzione dei meccanismi plebiscitari è invece saldamente in mano a Silvio Berlusconi, con i suoi enormi giacimenti di comunicazione. Non è nemmeno una questione di una campagna elettorale alterata dalla sua schiacciante presenza informativa. La sua presa sulle menti non si riduce certo al minutaggio dei telegiornali.
Faccio l’esempio di una cosa a cui ho assistito personalmente. Quando lo sconosciuto cantante cagliaritano Marco Carta ha vinto l’edizione 2008 del talent show Amici di Maria De Filippi - ‘casualmente’ in prospettiva delle elezioni sarde - si scatenò un’isteria collettiva. L’arrivo di Carta all’aeroporto di Elmas fu accolto da migliaia di ragazzine e dalle loro mamme sgomitanti, che bivaccavano da ore per accaparrarsi il posto migliore, con accenni di rissa per qualche prevaricazione nella fila.
Pochi giorni dopo Mediaset organizzò in tutta fretta da Cagliari la trasmissione speciale in prima serata di un concerto di Carta, accompagnato da vari big della musica leggera italiana che consacravano l’iniziazione alla mediocrità di massa del ragazzo-che-emerge-in-tv. A parte i telespettatori, nella piazza del concerto c’erano oltre 70mila persone, molte delle quali piantonavano il loro cantuccio dalla notte prima. Non ho visto bivacchi altrettanto estesi per difendere la scuola sotto attacco. Per molti era il primo evento collettivo cui partecipavano. Una grande porzione delle nuove generazioni sarde veniva battezzata a un rito sociale Mediaset. In altri momenti e in altre forme accadeva lo stesso presso altre porzioni della società italiana. Bertinotti proprio in quei giorni consumava le sue ultime cartucce a Porta a Porta.

In Sardegna il centrodestra trionfante promette sviluppo e crescita. Parte di questa promessa si tradurrà in un tentativo di rilanciare in grande stile l’industria edile. Le rigide norme paesaggistiche imposte dal comando di Soru saranno sacrificate. Dato il contesto della Grande Crisi mondiale, il sacrificio non varrà la pena. Ammesso che la crescita sia ancora un obiettivo desiderabile, non c’è spazio per essa.
Lo sboom immobiliare della Spagna oggi ci racconta quanto siano illusori certi exploit.
E questo è ancora più evidente guardando al contesto italiano, in vista della “tempesta perfetta” che presto addenserà tutti gli effetti della depressione economica globale sulle debolezze strutturali del Bel Paese. Non c’è ormai dubbio che sarà questa destra a farsi carico del declino dell’Italia. Il paesaggio istituzionale, il sistema dei valori, il racconto che questo Paese farà di se stesso nei prossimi anni, tutto scaturirà dalle pulsioni contrastanti e contraddittorie tenute insieme dal titanismo berlusconiano, proprio nel momento in cui la dimensione della tempesta minaccerà la tenuta dell’insieme. Sarà una società più cattiva, direbbe Maroni.

Chi proporrà un’alternativa a tutto questo, in un momento così difficile? Ora che si avvicinano a grandi passi le elezioni europee, la domanda è un dito nella piaga.

floresHo letto l’appello di Paolo Flores d’Arcais per una “lista civica nazionale” da proporre alle europee. Il fondatore di «MicroMega» coglie nel segno quando denuncia l’enorme – praticamente irreversibile - crisi di rappresentatività del Pd e quando postula l’esistenza di un elettorato che invece sta cercando qualcos’altro. Potremmo dire lo stesso dal punto di vista dell’elettorato ancora spaesato dalla disfatta delle liste dell’Arcobaleno.
Un elettorato di opposizione che percepisca la concreta possibilità di consistere in sé e per sé e difenda la Costituzione sotto scacco: questa sarebbe la sfida, sostenuta da ampie e ragionevoli basi, per chi volesse far quagliare un movimento nuovo.
Solo che questa sfida ha bisogno di tempi e gradazioni che hanno gittate non facili da prevedere. Sicuramente il tempo che ci separa dalle elezioni europee è così poco da dover spingere a non sprecare energie nell’inane tentativo di ricomporre tutto il domino, ancora a soqquadro.
A mio modesto avviso c’è appena il tempo per scegliere pochissimi temi, purché ci sia un soprassalto di apertura e lealtà fra gli spezzoni di movimenti che vogliano intraprendere un progetto di respiro nazionale da portare avanti con una certa fermezza condivisa.

Le tessere fuori posto del domino sono davvero tante, troppe: spezzoni orgogliosi d’identità incapaci d’espandersi, intransigenze non portate a conciliarsi, priorità diverse dei vari gruppi, immaturità istituzionale (che in zona Grillo dilaga), sospetti sostenuti da un pluridecennale know-how del gioco in solitario.
Flores apre una generosa linea di credito ad Antonio Di Pietro, buttandosi in uno dei terreni più accidentati che si possano immaginare nella politica italiana.

Chiunque si cimenterà con una lista di nuovo tipo dovrà tenere conto di alcune questioni di fondo. Un elemento d’identità forte e unificante dovrebbe essere una consapevolezza che oggi non ha il Pd, non hanno i rottami istituzionali dell’Arcobaleno, ma ha certamente Tremonti (scusate la mostruosa semplificazione): oggi c’è una crisi globale, un diluvio che cambia tutti i giochi e richiede alla politica di costruire ripari e mezzi di trasporto adatti. Nella rapida distruzione, i Cofferati scappano, i Veltroni urlano degli sterili “inaudito!” fino a scappare anche loro, i Fini s’inabissano; i Tremonti sono invece lì a dire: ci proviamo noi a costruire il riparo.
Chi vorrà sfidare questo stato di cose dovrà svelare la natura del riparo offerto dai timonieri della Grande Crisi, e proporre alcune novità – una diversa idea di riparo e transizione – a difesa della società. Ad esempio sul terreno dell’economia. Su questo fronte la consapevolezza, oltre al riparo, dovrebbe alludere all’àncora: ancorare la finanza alla realtà, alla materialità insopprimibile della vera economia-ecologia.

La consapevolezza dei tempi eccezionali dovrebbe essere molto netta in tema di pace e di funzione delle organizzazioni internazionali. Un no deciso all’espansione della Nato, un no a ogni copertura della guerra afghana, un no alla costruzione di nuove infrastrutture militari offensive (a Vicenza come in Polonia), un sì alla ricerca negoziata di nuovi accordi di sicurezza collettiva che aumentino la fiducia nel teatro europeo e non solo, un sì a nuovi accordi strategici su finanza, trasferimento tecnologico, energia, trasporti, ambiente (con effetti equilibranti positivi “anticiclici” per l’economia reale in caduta e per la transizione verso un sistema produttivo meno dissipativo).

È significativo, da questo punto di vista, che il Partito democratico in Italia arranchi, mentre l’omologo giapponese ha il vento in poppa, perché ha preso di petto tutte queste faccende.

La questione è talmente importante da avere implicazioni unificanti “multidisciplinari” per varie sensibilità dei movimenti che potrebbero accostarsi alla lista. Purché se ne discuta con vera apertura.

Il precipitare della crisi mette in discussione le conquiste sociali del Novecento e gli assi culturali e politici che le sostenevano. Il “sogno europeo” è ancora vivo, ma dovrà riaversi dalle sue grandi ferite e dai suoi difetti.

Le ferite, quelle ideologiche inflitte dalla schiacciante egemonia del neoliberismo ora vedono scomparire il feritore, che però nel frattempo ha cambiato/tagliato la testa e la struttura degli smarriti partiti di matrice riformista. I difetti, quelli di un modello comunque affidato a una crescita indefinita che oggi non si sostiene più, pesano sulla prospettiva delle conquiste sociali. La difesa non basta. Occorre ripensare il modello economico verso un paradigma ambientale stazionario, in cui l’impatto ambientale sia autenticamente sostenibile, ispirato a uno stile di vita che si richiama a scelte di “semplicità volontaria”, sobrietà, decrescita mirata, società dei “2000 watt a testa”. È un campo di riforme che crea molto lavoro e mette ancora al centro l’homo faber, non è una resa al pauperismo.

Oggi c’è in giro un richiamo nostalgico al Piano Delors. È molto probabile che si cercherà di lanciare qualcosa di simile in chiave keynesiana per dare una qualche risposta alla Grande Crisi, mentre incombono anche la crisi ambientale e quella energetica. I venditori di soluzioni nucleari e di alte velocità saranno della partita. Bisogna essere pronti a rivendicare un progetto europeo alternativo, altrettanto vasto e altrettanto ambizioso tecnologicamente, ma più legato al paradigma Negawatt che a quello Megawatt.

Gli elementi programmatici forti sono dunque ben rinvenibili nei movimenti che aspirano a ricostruire una politica non subalterna al sistema di potere berlusconiano. Alcune cose le ho citate. La questione ambientale legata al tema della pace è un tema essenziale per le riforme, ed è ormai uno dei punti più deboli degli pseudo riformisti del Pd, tanto che si aprono spazi enormi per chi saprà riproporla.

Altro tema forte è quello di una legalità e una giustizia da ricostruire contro l’assalto di cosche, affaristi irresponsabili e un ceto politico degradato. È un campo in cui un bacino elettorale pulito continua ad esistere. Questo bacino elettorale guarda con sgomento ai partiti d’abituale riferimento, osserva con attenzione le proposte politiche alternative (da Di Pietro a Grillo all’agitazione laica post-girotondi, così come le proposte nient’affatto sprovvedute che vengono da destra), ma non trova una vera proposta unificante con un aggancio istituzionale rappresentativo. I referendum spesso sono un vicolo cieco.
Rimane sullo sfondo il tema di una lista che dia una sponda sicura a tutto questo.

di_pietroComunque la giriamo, il peso del partito di Di Pietro risulta determinante e condizionante.
Istituzionalmente è sulla cresta dell’onda, grazie alla nullità del Pd. Mentre sui contenuti – impiegati con distacco a volte cinico - agisce usando la rapidità degli imprenditori: fa “affari politici“ velocemente, in modo sostanziale e spregiudicato. Così il partito stabilisce significative relazioni con intellettuali e gruppi. Lo sappiamo bene.
Come porsi nei confronti di quest’agile “azienda del consenso”?
Una soluzione sarebbe non allearsi. Rimarrebbe una forte capacità concorrenziale autonoma del partito di Di Pietro. Il peso elettorale alternativo al Pd risultante non sarebbe enorme, ma comunque avrebbe un qualche consolidamento intorno alla macchina politica dipietrista.

Una seconda soluzione sarebbe un’alleanza fra potenze catafratte, con i simboli elettorali affiancati, ma il timoniere dell’Italia dei Valori ha sperimentate capacità di cavillare il modo per capitalizzare la sua separatezza, come ha fatto dopo altri patti.
Flores D’Arcais propone un’alleanza meno notarile e più capace di mescolare società civile e partito, ma il tempo di cottura a disposizione per questa pietanza sembra poco.

Infine ci sarebbe la soluzione di una lista in cui si investe un po’ di più sulla prospettiva e si mescolano meglio i colori. Questo, dopo aver ben chiaritola parte degli accordi legali: in questi tempi così è, se ci pare. Niente nomi di leader nelle liste. Punti politici? Un punto politico per l’Italia (“le buone leggi ci difendono dalla Casta”, perciò offriamo un’alternativa al farsi cooptare nel sistema di potere del longevo Re Sole). Punti politici per l’Italia in Europa: “un’economia più semplice, stabile e sicura, ancorata alla realtà”, “l’Europa delle reti pulite e del lavoro nuovo”, “dopo la politica della paura, nessuna paura della politica” (un po’ legnoso, potrebbe essere anche: “è il tempo di guadagnare dalla pace”).
Di Pietro potrebbe esercitare la sua influenza sulla scala dei suoi mezzi in merito al primo punto, altri potrebbero legare i temi degli altri punti.
È una cosa possibile? Servirebbero alcuni passi in avanti e alcuni passi indietro, atti di generosità politica da pronunciare in modo trasparente. Che so.. un Di Pietro che faccia un qualche atto di riparazione rispetto alle precedenti elezioni europee. Difficile. Oppure un Grillo che proclami una tregua rispetto a certe sue insofferenze istituzionali. Molto difficile. Ovvero i movimenti locali che s’impegnano con forza in una prospettiva nazionale. Arduo.

In ogni caso ci vorrebbe un gruppo di personalità indipendenti (ma chi lo promuove, Paolo Flores, tu?) capace di farsi garante di ogni operazione di convergenza di fronte a tutti i settori di elettorato che potrebbero guardare con favore a questa ipotesi.

Di Pietro, da solo, non solo non è in grado di catalizzarli tutti, ma non può nemmeno offrire garanzie. Dovrebbe far sapere al mondo se vuole gettare il dado per diventare parte magna di una nuova opposizione, oppure se aspetta il prossimo turno, quando il PD sarà scomparso dalla scena e ci sarà un generale rimescolamento delle carte. La prima variante ha probabilità di realizzazione minime. La seconda servirebbe solo a lui, a Di Pietro, per navigare a vista prima di essere, a sua volta, speronato dal Padrone. O comprato dallo stesso.

Però varrebbe la pena esplorare subito la possibilità dell’operazione lista, per decidere a breve se serve spenderci del tempo, oppure se quel tempo vada adoperato meglio per attrezzarsi a un durevole viaggio, lungo un deserto vagamente fascista.
Che ne pensate?

16 febbraio 2009

Una coalizione internazionale di politici vuole la verità sull’11/9

di Pino Cabras - da «Megachip»



Nel mondo pochi parlamentari hanno tenuto ferma una visione critica nei confronti delle versioni ufficiali sui fatti dell’11 settembre 2001. Queste personalità politiche, di diverse provenienze partitiche e nazionali, hanno trovato però il modo di coordinarsi per rafforzare la loro azione e riaprire le inchieste sui mega-attentati dell’11/9, la pietra angolare del nuovo secolo e delle sue guerre.

Le assemblee elettive – misurandosi con lo stragismo degli anni duemila - non hanno tentato indagini paragonabili a quelle sperimentate in Italia per lo stragismo di qualche decennio fa. Allora si comprendeva la complessità dei fenomeni e perciò si cercava di scavare nelle complicità di Stato condizionate dalla “strategia della tensione”.

Le commissioni parlamentari italiane, per quanto non fossero tribunali in grado di portare a una verità giudiziaria sufficiente a rendere giustizia, erano tuttavia capaci di frustrare il tentativo del potere di dar la colpa a un qualche capro espiatorio. Grandi movimenti, molti giornali e autorevoli politici creavano una consapevolezza collettiva molto forte. La ricerca della verità sul terrorismo era un terreno etico e politico di fondamentale importanza, sentito come tale da larghe porzioni dell’opinione pubblica, dei media e della politica.

In questi anni invece ha vinto la linea Rumsfeld. I parlamenti si sono rifugiati nelle parole d’ordine che imponevano l’interpretazione corrente dell’11/9, che poi era quella dell’Amministrazione Bush-Cheney e delle sue officine della propaganda.
Eppure, in molte aule e in molte tribune, diverse importanti voci ostinate hanno difeso con forza la necessità di una nuova inchiesta. Il network in cui ora queste voci si coordinano si chiama “Political Leaders for 9/11 Truth”, ossia “Leader politici per la Verità sull’11/9”.

Il primo nucleo di parlamentari ed ex parlamentari della coalizione comprende fra i fondatori le seguenti personalità:

Berit Ås, ex parlamentare, Norvegia
Andreas von Bülow, ex ministro della difesa, Germania
Giulietto Chiesa, europarlamentare, Italia
Yukihisa Fujita, membro della Camera dei Consiglieri in seno alla Dieta nazionale, Giappone
Dan Hamburg, ex deputato californiano della Camera dei Rappresentanti in seno al Congresso (USA)
Tadashi Inuzuka, membro della Camera dei Consiglieri in seno alla Dieta nazionale, Giappone.
Karen S. Johnson, ex senatrice, Stato dell’Arizona, USA
Paul Lannoye, ex europarlamentare, Belgio
Cynthia McKinney, ex deputata georgiana della Camera dei Rappresentanti in seno al Congresso (USA)
Michael Meacher, ex ministro dell’ambiente, Regno Unito
Jesse Ventura, ex governatore dello Stato del Minnesota, USA
È imminente l’apertura di un sito che esporrà gli obiettivi del network. Intanto potete leggere di seguito la sua carta d’intenti e la petizione per una nuova inchiesta.


Political Leaders for 9/11 Truth
indirizzo e-mail: pl911truth@frontiernet.net

Studiosi e professionisti con vari tipi di competenze - tra cui architetti, chimici, ingegneri, vigili del fuoco, agenti di intelligence, avvocati, ufficiali militari, filosofi, fisici, e piloti - hanno parlato apertamente in merito alle radicali differenze tra la versione ufficiale degli attentati dell’11/9 e quel hanno invece imparato in qualità di ricercatori indipendenti.
Hanno stabilito al di là di ogni ragionevole dubbio che la versione ufficiale dell’11/9 è falsa e che, pertanto, le “inchieste” ufficiali sono davvero state operazioni di insabbiamento.
Finora, tuttavia, non vi è stata alcuna risposta da parte dei leader politici a Washington né, se è per questo, in altre capitali in tutto il mondo. La nostra organizzazione, Political Leaders for 9/11 Truth (Leader politici per la Verità sull’11/9, ndt), è stata costituita per contribuire a far scaturire una tale risposta.
Noi crediamo che la verità sul sull’11/9 abbia bisogno di essere svelata adesso - non fra 50 anni come una nota a piè di pagina nei libri di storia – in modo che possano essere cambiate le politiche fondatesi sull’interpretazione degli attacchi dell’11/9 da parte dell’amministrazione Bush-Cheney.
Pertanto, facciamo appello a una nuova inchiesta indipendente sull’11/9, che tenga conto degli elementi di prova che sono stati documentati da ricercatori indipendenti, ma finora ignorati dai governi e dai media mainstream.
Un’inchiesta "indipendente" significa, in particolare, indipendente dalle amministrazioni statunitensi che erano al potere, prima e al momento degli attentati dell’11/9, che potrebbero avere cose da nascondere.
Come dimostrato dallo scrittore del New York Times Philip Shenon nel suo libro del 2008, The Commission, la Commissione sull’11/9 era guidata dal suo direttore esecutivo, Philip Zelikow, il quale era associato molto strettamente all'amministrazione Bush. Il National Institute of Standards and Technology (NIST), che ha rilasciato i rapporti ufficiali sulla distruzione del World Trade Center, è un’agenzia del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, il che significa che, durante la scrittura di queste relazioni, era una agenzia dell’amministrazione Bush-Cheney.
Se ricoprite o avete ricoperto una carica politica negli Stati Uniti o in qualsiasi altro paese, siete invitati a firmare la petizione sotto riportata. (Partecipare a Political Leaders for 9/11 Truth non richiede in qualsiasi momento nient’altro che firmare la petizione, anche se ulteriori attività volte a diffondere la verità sull’11/9 saranno naturalmente incoraggiate.)
Potete indicare la vostra disponibilità a firmare la petizione sia scrivendo un’email all’indirizzo pl911truth@frontiernet.net sia per iscritto inviando una lettera a Political Leaders for 9/11 Truth, P.O. Box 2289, Show Low, AZ 85902 U.S.A.
Si prega di indicare esattamente come si desidera che il nome sia scritto, quali incarichi politici avete ricoperto, e qualsiasi altra cosa che eventualmente desideriate dire).

PETIZIONE:
CONSIDERANDO che la pubblica interpretazione degli attentati dell’11/9 da parte dell'amministrazione Bush-Cheney ha avuto conseguenze radicali, in gran parte negative, per gli Stati Uniti d'America e il mondo intero;

CONSIDERANDO che le indagini ufficiali su questi attacchi effettuate finora sono state guidate da persone strettamente allineate all’amministrazione Bush-Cheney, o perfino da essa assunte;

CONSIDERANDO che le conclusioni di tali indagini differiscono radicalmente da quelle raggiunte da ricercatori indipendenti con vari tipi di esperienza professionale;

CONSIDERANDO che le organizzazioni dei ricercatori - Firefighters for 9/11 Truth, Lawyers for 9/11 Truth, Pilots for 9/11 Truth, Scholars for 9/11 Truth and Justice, and Veterans for 9/11 Truth - hanno fatto appello a un’indagine nuova, veramente indipendente;

CONSIDERATO che riteniamo che sia passato molto tempo per i leader politici affinché prestassero attenzione a questi appelli;

PER TUTTE QUESTE RAGIONI, i sottoscritti membri di Political Leaders for 9/11 Truth, chiedono che il governo degli Stati Uniti d'America autorizzi un’indagine nuova, veramente indipendente, volta a determinare quel che è accaduto l’11/9.

14 febbraio 2009

22 giorni a Gaza

La versione ufficiale fornita dai media su Gaza non ci ha convinto. Per questo abbiamo provato a ricostruire giorno per giorno, in una sorta di diario, quello che è accaduto dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, giorno della proclamazione della tregua. Lo abbiamo fatto utilizzando le immagini fornite da Al Jazeera comparandole con quelle messe in rete dall'Idf, le Forze di Difesa Israeliane. Conclusioni di Giulietto Chiesa.