3 maggio 2017
Kill The Children
In mezzo alle polemiche sulle organizzazioni non governative internazionali
che traghettano verso l’Italia i disperati raccolti sulle coste libiche, la mia
attenzione è stata attratta dal profilo dei componenti del Consiglio Direttivo italiano
di una di esse, Save The Children:
Nella lista ho notato in particolare un nome,
quello di Marco De Benedetti, che - oltre
ad essere il figlio dell’oligarca italiano naturalizzato svizzero Carlo De
Benedetti - ricopre la carica di Managing Director e Co-Presidente Europa di The Carlyle Group.
Ora, The Carlyle Group non è un’azienda
qualsiasi, ma un gigante mondiale nella
gestione degli attivi di aziende di tanti settori, incluse le industrie del
complesso militare-industriale. Carlyle
ha sede al centro dell’Impero, a
Washington, e vive di una perenne commistione politica-affari, tanto che ha reclutato fra i suoi super-faccendieri anche ex direttori
CIA ed ex presidenti USA come George
Bush padre e l’ex primo ministro britannico John Major. Nel 2008-2016 il suo direttore dei servizi finanziari
globali è stato un pezzo grosso di Wall Street, Olivier Sarkozy, fratellastro dell’ex presidente francese Nicolas,
mentre fra gli amministratori di Carlyle c’è anche il numero uno della General Motors, Dan Akerson.
Insomma, parliamo di un architrave del capitalismo globalizzato, che gestisce "asset" per centinaia di miliardi dollari, di quel capitalismo al
centro delle rapine finanziarie, delle guerre mediorientali, e di un’altra
serie di fenomeni che potremmo ribattezzare “Kill The Children”.
Vediamo così adesso i bambini fuggiti da una
casa perduta per via di una bomba aeronautica o di una bomba finanziaria ricollegata
a imprese partecipate da Carlyle, mentre sono raccolti in mare da un’azienda
dell’assistenza che incrocia la sua orbita con la Carlyle, e magari fornirà
loro farmaci e cibo di aziende partecipate da Carlyle. Il capitalismo è tentacolare, apre e chiude cicli, è completo, e si fa
anche bello, con tanto di riviste patinate e siti cinguettanti che vantano i
buoni rapporti dei pezzi grossi del non profit con le multinazionali quotate nelle grandi borse del generoso
Occidente.
Nel 2014, l’ex primo ministro britannico Tony Blair fu insignito di un premio
istituito dall’influente ramo statunitense di Save the Children, il Global
Legacy Award, durante una cena di gala a New York. Proprio lui, Blair, non
esattamente il salvatore dei bambini
iracheni e afghani.
L’industria della filantropia compie gesti
buoni. Ma la muovono salotti esclusivi che incrociano le loro strategie con quelle
dei padroni della geopolitica, cioè i signori delle guerre e delle ondate di
profughi.
Nella statistica delle singole vite salvate,
che fanno un bel rumore, scompaiono le masse sommerse e silenziate dai grandi media,
a loro volta pilotati dagli stessi salotti.
28 aprile 2017
Fake News: alcuni consigli a Boldrini e i suoi futuri balilla digitali
di Glauco Benigni *
Il 26 aprile
a Montecitorio il Presidente della Camera dei Deputati, on. Laura Boldrini, ha
convocato quattro tavoli di lavoro sulle cosiddette fake news. Dispiace, ma
viene subito in mente la citazione orwelliana sul Ministero della Verità
che «ha il compito di produrre tutto ciò che ha a che fare con l'informazione:
propaganda di partito, editoria, programmi radiotelevisivi, ma anche la
letteratura. Oltre che di realizzarlo, questo ente si occupa di rettificarlo ...»
Fortunatamente
la scena non è proprio così drammatica.
L'operazione
si colloca infatti all'interno della Campagna "Basta Bufale".
Nel sito si definiscono bufale: «quelle a scopo commerciale e di propaganda
politica e il giornalismo acchiappaclick» più altri esempi quali «il caso dei
vaccini pediatrici, le terapie mediche improvvisate, le truffe online.»
«È necessario
mobilitarsi» - si legge ancora - «fare qualcosa per contrastare la
disinformazione ... tutelare la libertà nel web» (magari! ndr) ... «a chi vi opera chiediamo uno sforzo aggiuntivo.»
Ma nel Web
operano forze diversamente schierate sul fronte Vero/Falso. A chi è rivolto
l'appello? Vediamo.
L'appello è
rivolto a Scuola e Università per insegnare a usare gli strumenti digitali e
distinguere tra fonti affidabili o meno. Affidabili secondo chi ?
Poi è rivolto
a giornalisti e operatori dell'informazione affinché si aumenti il fact
checking e il debunking e si
dotino di un garante della qualità. Evidentemente
chi ha scritto l'appello non ha chiaro che i Media Mainstream prendono ormai
ordini dagli inserzionisti pubblicitari, non possono più permettersi una alta
etica e sono troppo indaffarati a fare titoli acchiappaclick visto che in
edicola vendono sempre meno.
Poi è rivolto
alle Aziende. Quali? Alle PMI italiane? Non credo. Al cartello delle
multinazionali che delocalizzano per pagare 0,50 centesimi all'ora gli operai?
A quelle che usano i minorenni? A quelle che evadono le tasse ? ... Affinchè
con la pubblicità non finanzino siti che creano e diffondono fake news.
Ma se sono proprio le aziende che per prime, quasi tutte, diffondono fake
news sui loro Prodotti?
Infine è
rivolto ai Social network. Definizione ambigua che non chiarisce. Agli Utenti o
alle Piattaforme degli Over the Top ? Affinché assumano responsabilità di media
company e contrastino le fake news e i discorsi di odio.
Ecco, finalmente qui saremmo d'accordo. Molta parte della mia generazione era
per il peace and love , ma sono stati poi alcuni illustri Capi di Stato
e di Governo quelli che non hanno denuclearizzato, che hanno aumentato in
continuazione le spese della cosiddetta Difesa e che di quando in quando hanno
mandato, anche solo per provarli, gli ultimi modelli di bombardieri a sganciare
(per sbaglio) sui civili indifesi. Se va avanti così sarà difficile
interrompere la catena dell'odio solo con una Campagna contro le fake news.
E infine
l'appello si rivolge - come se fosse un prodotto di largo consumo - ai testimonial del mondo della Cultura,
Sport e Spettacolo e chiede loro letteralmente di "spendersi" per la
causa, ottenendo l'adesione gioiosa di un cast ideale per il nuovo
cinepanettone del 2017, ma un po' esile per testimoniare competenza riguardo ad
una questione così spinosa.
Oltre ai testimonial la Campagna esibisce 4 primi
firmatari: sono Paolo Attivissimo, Michelangelo Coltelli, David Puente e Walter
Quattrocchi, i quali si accreditano presso l'opinione pubblica quali "Cacciatori
di bufale". No comment! Andate a
guardare i loro C.V. e le loro gesta in Internet e fatevi un'idea di tale alta
rappresentanza e guida verso il Futuro. C’è chi si è chiesto, portando esempi concreti: è a loro che
dovremmo affidare le chiavi dell’informazione su Internet?
A questo
punto bisogna dare un'occhiata anche alle sintesi video apparse sul blog di Attivissimo.
E qui c'è da notare una serie di questioni.
1) Non viene
esplicitamente attaccata l'informazione antagonista nel web fondata sulle fonti rinvenibili e
sull'autorevolezza dei tanti opinionisti non conformisti. Meno male!
2) Ovviamente
c'è un "siluro"contro alcune interpretazioni del
"terrorismo", però gli argomenti rilevanti quali: Russia, Siria,
Europa, Banche, Finanza, Global Power Elites in genere, non vengono menzionati
(almeno nelle sintesi). Ciò fa ritenere che la Campagna abbia obiettivi
soprattutto interni e non si ponga invece (da una parte è meglio) la questione
dell'arbitraggio Vero/Falso sui grandi temi strategici.
3) Tra gli
intervenuti alcuni restano "dialoganti", ancorché a distanza, con il
web, in quanto si ritengono "giornalisti". Anche qui meno male.
4) Grottesca
invece, veramente ai limiti del buon gusto, l'affermazione di una signora
targata Sky, secondo la quale la sua Company - di proprietà del maggior
inventore di fake news del secolo e grande elettore del Presidente
Trump, ovvero Mr. Murdoch - sarebbe in
grado di intervenire a far chiarezza. Ciò è da considerare altamente
pericoloso, perché Sky è uno snodo di relazioni potenti e internazionali che
potrebbero avere piani ben diversi e più crudeli di quelli della nostra amata
Presidente della Camera.
5)
Striscianti e anche pericolose, a mio avviso, sono le menzioni ricorrenti
all'alleanza con gli Over the Top, dai quali, sebbene volendo affrontare la
stessa battaglia contro le fake news, perfino la Cancelliera Merkel
prende le distanze e anzi attribuisce loro, giustamente, pesanti
responsabilità. Ambigue e decisamente ingenue appaiono le menzioni all'uso
degli algoritmi che rimandano alla allegra dittatura digitale .
Mentre si ventila
di multe e sanzioni agli utenti (moltissimi disoccupati), spavaldamente si
ipotizza anche di "liberalizzare il mercato degli algoritmi lasciando che
le Verità si facciano concorrenza tra loro." Ancora liberalizzazioni,
concorrenza, evocazioni di scenari imposti dalla Global Power Elite alle
popolazioni nate e cresciute con l'IRI e il salario garantito.
6)
Preoccupante è l'ipotesi della formazione di un centinaio di "balilla
digitali" da allevare e tramutare in fact checkers .
Io comunque
sono contento che ci si ponga la questione del cosa e perché
affrontarlo. Spero che ci si accorga, grazie ad un dibattito aperto e allargato
su scala internazionale, che "la
piaga fake news" non è curabile con pie dichiarazioni di buone
intenzioni.
Il fenomeno è
epocale come ben sanno e affermano gli analisti più consapevoli.
Se casca
l'Impero Occidentale, e sta lentamente cascando; se bisogna confrontarsi con
una visione non più NATO-centrica; se il Pensiero Unico e i valori monoteistici
si stanno desertificando; se le Democrazie nate nel dopo Bretton Woods
agonizzano insieme alle loro grandi istituzioni (Fondo Monetario, World Bank ,
World Trade Organisation); se l'ONU soccombe sotto gli attacchi del G20; se il
baricentro dello sviluppo si sposta verso l'Asia; se i cittadini della maggiore
potenza mondiale sono stati chiamati a scegliere tra i 2 peggiori candidati alla
Casa Bianca della storia ; se ogni maggioranza si ottiene per il rotto della
cuffia 51/49 e le nazioni si spaccano a metà... è ovvio che casca tutto il
castello di carta dei valori occidentali. E' ovvio che ciò che era Vero si
impasta e si confonde con il suo opposto e si ricolloca nell'indeterminazione.
Ma queste
considerazioni i Quattro Cacciatori di bufale non le fanno mai? Strano .
Veniamo al
Quando si dovrebbe risolvere la questione fake news . Non c'è un
"quando". Ogni pensatore onesto sa che bisognerà gestire un progress continuo.
E approdiamo
al chi e al come. Qui sono in totale disaccordo alla luce di
quanto espresso prima. Chi decide se è Vero o Falso non può essere il
"public editor" di La Stampa,
né "il tavolo di controllo " di Repubblica,
nè l'hashtag "#laveritàconta" dell'Agenzia Italia. «Immaginare un
sistema di regole condivise sulla Verità», come semplicisticamente afferma uno
dei 4 cacciatori di bufale, è un'affermazione che non fa nemmeno più un parroco
di provincia. È un'affermazione da integralisti; è il sogno infantile di un
miope che ha perduto gli occhiali e non vede il mondo in cui i mercanti
antepongono i propri interessi a quelli della collettività spacciandoli per innovazione,
non vede il mondo in cui la Giustizia (quando c'è n'è qualche brandello) è
lenta e parziale.
La Campagna è
tutta fondata su concetti astratti che nella Storia non sono mai approdati a
definizioni stabili e condivise. Siamo di nuovo alla caccia alle Streghe senza
accorgersi che le Streghe dettano le Agende dei Masters of War e della Finanza
Speculativa.
I sostenitori
della Campagna si fanno forti di uno schieramento istituzionale che quasi
minacciosamente chiama a raccolta ogni sigla del Potere Italiano, ma si
invocano soluzioni rigide e frettolose che sono di fatto non conformi alla
Costituzione. Quella stessa Costituzione che invece gli italiani hanno
affermato di voler mantenere .
Si invoca la
Scienza quale Arbitro Supremo ma non si capisce a quali fonti scientifiche ci
si riferisca. La stessa Stanford University, tempio di Grandi Sacerdoti
Digitali (e non solo) ha ammesso candidamente che gli utenti, in
particolare i Millennial nativi
digitali non distinguono più tra notizie vere e false e accordano il consenso a
quelle con il packaging grafico che
li convince o li seduce di più. Può sembrare "sconfortante" ma ... è
così.
La campagna
vuol far ricorso agli strumenti della Scienza. Ma quale Scienza? Quella parte
che vuole applicare i principi del mondo newtoniano a concetti immateriali quali
Libertà, Verità, Affidabilità?
Se solo si
facesse riferimento a quella parte della Scienza che ha accettato Heisenberg
dovremmo insegnare il concetto di indeterminazione ai futuri "balilla
delle fake news" . Qualsiasi Sociologo, che non sia di regime, sa benissimo che "l'Osservatore modifica
la realtà osservata", lo insegnano in Metodologia della Ricerca Sociale.
Figuriamoci quante mutazioni avvengono nel palleggio che i Media fanno (hanno
sempre fatto) a loro piacimento nella narrazione dei fatti e figuriamoci quante
mutazioni del Vero originale sono autorizzate dalla facoltà di condivisione e
riproduzione notizie praticata nel web.
Si giungerà a
dare una Patente a chi vuole accedere al Web e a ritirargliela se commette
infrazioni? Speriamo che questa aberrante idea non ispiri i Quattro Cacciatori
di Bufale e i loro futuri balilla.
On. Presidente
Boldrini, onestamente : la sua preoccupazione e la sua volontà di mettere
ordine sono comprensibili, però nomini un Comitato di Esperti più adeguato alla
contemporaneità e un addetto stampa che li sostenga quando rilasciano opinioni
e interviste che poi finiscono nel web. Consulti e convochi anche i
rappresentanti dell'opposizione democratica in rete. Probabilmente la battaglia
contro le fake news assumerà contorni più realistici.
* Glauco Benigni, giornalista, è presidente della Web Activists Community.
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24 aprile 2017
#Macron, #LePen, chi perderà di più?
Il
risultato del primo turno delle presidenziali francesi regala al candidato di
plastica Emmanuel Macron, l’uomo dei Rothschild, le apparenti maggiori
possibilità di vittoria per il secondo appuntamento alle urne, quello del 7
maggio, quando dovrà vedersela con Marine Le Pen.
I
quattro candidati più votati (Macron, Le Pen, Fillon, Mélenchon) si sono
spartiti l’80 per cento dei voti, collocandosi ciascuno poco sopra o poco sotto
il 20 per cento. Con un dato di partenza così basso, il meccanismo del ballottaggio
non potrà mai a giocarsi sul consenso per sé, ma sul dissenso verso l’altro
candidato. Non vincerà il più amato e apprezzato, perderà il più odiato e
temuto. Entrambi i candidati sono in grado di attirare su di sé le principali forme
di dissenso già sperimentate in questi anni nel discorso pubblico dei paesi
occidentali. Ognuna di queste forme ha i suoi intellettuali organici, i suoi
media di riferimento, i suoi argomenti dominanti.
Prendiamo
Emmanuel Macron. È un prodotto sfornato direttamente dalle officine dell’élite
atlantista come un avatar telegenico che deve dare un volto elettoralmente fungibile
agli interessi della grande finanza, di cui è espressione immediata. Una volta
consumato oltre ogni dire l’impresentabile presidente Hollande, l’élite filo-NATO
e filo-UE ha equipaggiato in fretta e furia il giovane Emmanuel con tutto il corredo
retorico del “nuovo” e del “dinamico” (il suo partito istantaneo si chiama “En Marche!”,
ossia “In Cammino!”), senza poterlo tuttavia riparare completamente dalla
verità che lo riguarda né dalla repulsione di chi conosce questa verità: Macron
è l’ennesimo fantoccio neoliberista, un continuatore delle politiche
neocolonialiste che hanno fatto della Francia uno dei maggiori perturbatori
della pace negli ultimi anni, un distruttore dei diritti del lavoro. Ha dalla
sua parte le grandi TV e i grandi giornali dell’oligarchia francese, che sono
organici al suo mondo di provenienza, ma questo elemento di forza - pur
potentissimo - sconta il fatto che la corrente principale dei media è sempre
più invisa a decine di milioni di persone, che si informano su altri canali e hanno
altri intellettuali di riferimento.
Dal
canto suo, Marine Le Pen non è certo una candidata artificiale e il suo Front
National non è un partito finto, bensì una forza popolare radicata da decenni,
durante i quali ha assunto un profilo staccato dalle caratteristiche fasciste
impresse dal suo fondatore, e padre di Marine, Jean-Marie Le Pen, ormai espulso
dal partito. Ma le dinamiche elettorali hanno inerzie e resistenze molto
lunghe, che riguardano l’identità e la psicologia di grandi masse di elettori.
Saranno in tanti a continuare a votare in base a pregiudiziali destra-sinistra:
la lunga storia xenofoba del partito a guida Le Pen farà turare ancora milioni
di nasi, cui non basterà il suo profilo sociale, il suo radicamento nei
quartieri operai, i suoi progetti di ripresa della sovranità rispetto alle
tecnocrazie europoidi, perché temeranno le sue ricette più dure in tema di
immigrazione e di sicurezza pubblica. Marine Le Pen ha una certa presa popolare
attraverso i media fuori dal mainstream,
ma non le sarà risparmiata alcuna forma di manipolazione e “spin” mediatico da
parte di un sistema disposto a vendere cara la pelle, con uno schieramento
impressionante di politici già in lotta per far vincere Macron.
La
cosa può anche non funzionare. Gli esempi recenti non mancano. Di fronte al
Brexit e all’ascesa di Donald Trump la linea di difesa aggressivissima del “kombinat”
politico-mediatico non ha retto nelle urne, dove i risultati sono stati quelli
opposti al suo volere. Tanto che sono dovuti scattare dei “piani B”: sia a
Londra che a Washington sono riusciti, sì, a normalizzare le scelte dei governi
nati dai terremoti elettorali, ma con grande fatica e incertezza, in uno
scenario di crisi sistemica meno manovrabile dall’élite: se sei un guerrafondaio
neoconservatore russofobo e sei riuscito a castrare le velleità di The Donald,
beh, la cosa ti va lo stesso di lusso, date le circostanze, ma alla Casa Bianca
preferivi comunque avere qualcun altro.
Anche
in Italia, con il Referendum costituzionale del 4 dicembre, il risultato è
stato opposto a quello voluto dai padroni del vapore, al punto che Matteo Renzi
è stato ridimensionato, con un governo che intanto galleggia senza progetto.
Tuttavia,
nelle forme in cui avviene l’espressione della volontà popolare conta parecchio
il tipo di sistema elettorale. Il ballottaggio francese ha caratteristiche
importantissime che influiscono sulle possibilità reali di vittoria. E vincere
implica trasformare un 20 per cento in un 51 per cento in appena quindici giorni.
Se
con piccole variazioni percentuali Macron non avesse raggiunto il ballottaggio
e lo avesse conquistato qualcun altro, avremmo misurato l’avversione a quell’altro
candidato con altri criteri.
Ad
esempio, come si sarebbero evolute le posizioni anti-UE e anti-NATO del
candidato della sinistra, Mélenchon, di fronte alle analoghe posizioni della Le
Pen? Sarebbe stata un’altra dinamica, o no?
E
se al ballottaggio fosse giunto il gollista Fillon, che voleva ripristinare un
dialogo amichevole con la Russia spazzando le sanzioni, come sarebbe cambiata
la geografia elettorale?
E
se Marine Le Pen non fosse giunta al ballottaggio, come avrebbero votato i suoi
elettori? Avrebbe prevalso un euroscettico o un atlantista sfegatato?
Dato
il sistema del ballottaggio, Macron prende il via comunque da favorito, perché una
parte massiccia delle personalità e delle formazioni sociali che pure non lo ha
votato teme di più Le Pen e si mobiliterà in tal senso. Ora non si tratta tanto
dello schieramento - davvero scontato - dell’élite, ma anche delle associazioni
nei quartieri, dei sindacati a livello locale, di tutta una miriade di
organizzazioni con radici popolari. Certo, è un mondo che stavolta ha dato al
candidato socialista Benoît Hamon soltanto un miserrimo 6 per cento dei voti,
ma è anche un mondo che ha una lunga storia dove dire ‘non’ a Le Pen è stata sempre una pregiudiziale inflessibile,
quartiere per quartiere, villaggio per villaggio. Buona parte degli elettori di
sinistra di Mélenchon condivide molti più punti programmatici sociali con la presidente
del Fronte Nazionale che con il rampollo della finanza predatoria. Ma per
Marine Le Pen conquistare quei voti significa dover demolire un “di più” di sfiducia
verso il portato storico e ideologico che lei rappresenta. È prevedibile che
farà allora di tutto per presentarsi come l’Alternativa possibile, cercando di
erodere il Fronte che già si è costituito contro di lei, pescando tanto a
sinistra, quanto fra gli euroscettici che pure hanno votato il moderato Fillon.
In
mezzo al risultato colpisce la disfatta totale dei socialisti francesi, che
ripete quella dei socialisti olandesi di marzo. La sinistra socialdemocratica europea
è in rotta, e le sue residue bandiere le consegna a difendere un bidone della
banca Rothschild.
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19 aprile 2017
Giulietto Chiesa e Pino Cabras intervengono al Congresso del Movimento Roosevelt
PANDORA TV
Giulietto Chiesa e Pino Cabras intervengono al Congresso sulle “Forme della Democrazia” organizzato dal Dipartimento Cultura del Movimento Roosevelt.
Tratto da pandoratv.it/?p=15823.
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21 marzo 2017
Il MES ormai dietro l'angolo
Due giorni fa il Sole24Ore ha riportato la notizia che Popolare Vicenza e Veneto Banca hanno inviato una lettera al Ministero dell’Economia e delle Finanze ed alla BCE per richiedere l’applicazione della ricapitalizzazione preventiva, già applicata lo scorso Dicembre al Monte dei Paschi (“Popolare Vicenza e Veneto Banca chiedono l’aiuto di Stato”).
Si tratta della forma più morbida di gestione di una crisi bancaria, applicabile solo a certe condizioni, senza le quali occorre procedere con il Bail-in. La ricapitalizzazione preventiva è stata introdotta dalla stessa direttiva europea che regolamenta il Bail-in ed è finalizzata alla ricostituzione del capitale della banca. In particolare, si basa sull’intervento dello Stato prima che la situazione diventi critica tant’è che per potervi accedere la banca deve essere solvibile, criterio tutt’altro che oggettivo. Lo Stato italiano, in questo caso, può intervenire direttamente o tramite la Cassa Depositi e Prestiti. Con la ricapitalizzazione preventiva l’onere del salvataggio ricade dunque sugli azionisti, che vengono diluiti, sugli obbligazionisti subordinati e certamente sulla collettività ma non sui correntisti.
Nel caso di Popolare Vicenza e Veneto Banca si parla di una necessità di ricapitalizzazione fino a €5 miliardi. Ciò dipenderà anche dall’esito del progetto di fusione che le due banche stanno studiando, che però è ostacolato sia dalla BCE che dall’agenzia di rating Fitch, a processo a Trani per manipolazione di mercato, che lo scorso Venerdì ha tagliato il rating della Popolare di Vicenza.
Laddove la banca non sia ritenuta solvibile, si dovrebbe optare per la forma di salvataggio più drastica, quella del Bail-in, che espande il perimetro di inclusione dei soggetti che contribuiscono alle perdite, arrivando a toccare i correntisti con depositi maggiori di €100.000, oltre naturalmente agli azionisti e a tutti gli obbligazionisti della banca.
Ma cosa succede se lo Stato non avesse i mezzi necessari per intervenire, né per una ricapitalizzazione preventiva né per un Bail-in? Si aprirebbe la terza via, quella del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
Avevo ammonito circa questo rischio durante l’intervista a Pandora TV del Gennaio 2017 (“L’intrigo Politico del MES – Parte 2”) nella quale facevo notare che sinora il MES ha eseguito 5 interventi su Stati dell’Eurozona ma mai interventi diretti su banche, che sono tuttavia ampiamente previsti dal regolamento istitutivo il MES.
Rimandando al mio articolo introduttivo sul MES (“Pronto il MES per commissariarci: alzare gli scudi – Parte 1“) mi limito qui a ricordare che il MES non è un “meccanismo” ma un vero e proprio fondo che ha la veste di organizzazione intergovernativa (sul modello FMI) embrione del primo governo direttamente espressione di organismi internazionali. Raccoglie contributi da parte degli Stati (l’Italia si impegna con €125 miliardi) ma interviene prestando denari ai Paesi sottoscrittori a fronte dell’accettazione di programmi di governo prestabiliti. In poche parole, a fronte del commissariamento del Paese richiedente.
Se leggiamo i criteri di ammissibilità al programma MES che riguardano specificamente le banche, apprendiamo che uno Stato può accedere al MES a 3 condizioni: i) non essere in grado di gestire la situazione con risorse dei privati; ii) non essere in grado di intervenire con finanze pubbliche senza compromettere la stabilità finanziaria; iii) la banca deve essere di rilevanza sistemica o porre rischi alla stabilità finanziaria dell’area Euro.
Ove ricorrano queste condizioni, lo Stato italiano dovrà impegnarsi ad applicare un programma di riforme stabilito dal MES che riguardano misure di taglio alla spesa pubblica, privatizzazione e incremento di imposte e tasse, oltre a riforme a favore della ricapitalizzazione del settore bancario (tradotto letteralmente dal sito del MES).
Qual è la probabilità che si finisca nella rete del MES? Direi piuttosto alta, considerando che con Popolare Vicenza e Veneto Banca sono già tre le banche che entrano nella ricapitalizzazione preventiva, ma ce ne sono almeno un ventina in condizioni di simile sotto-capitalizzazione.
A ciò aggiungerei i circa €330 miliardi di crediti incagliati nei bilanci delle banche italiane, iscritti mediamente al 41% del valore nominale, che con elevata probabilità saranno ceduti a prezzi inferiori ai valori di bilancio, generando ulteriori ammanchi di capitale che richiederanno ulteriori interventi di ricapitalizzazione (vedi mio articolo “Si orchestra la svendita di 330 miliardi di crediti bancari: bad bank/good profit”).
D’ora in avanti, se non mettiamo mano seriamente e rapidamente ad un piano urgente di rilancio dell’economia, dovremo abituarci a convivere con il MES benché, a pensarci bene, qualcuno dirà che non sarà poi così traumatico dato che con governi non eletti che stanno distruggendo l’economia nazionale abbiamo a che fare ormai da anni.
Non abbiamo però molto tempo. Dobbiamo aprire subito una fase di transizione basata su un piano giuridico ed economico attuabile in breve tempo (vedi mio articolo “Le basi economiche di un New Deal italiano”) e soprattutto occorre: 1) convertire la Cassa Depositi e Prestiti in una vera banca pubblica, visto che è essenziale per il salvataggio delle banche commerciali; ed 2) istituire una bad bank pubblica per le sofferenze bancarie gestita dal Tesoro, visto che è comunque lo Stato a dover intervenire sul capitale delle banche. Solo così potremo schivare il MES e ridare fiato ad un’azione più ampia di ricostruzione di sovranità politica ed economica.
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15 marzo 2017
Il fondamentalismo hollywoodista
PANDORATV - The Jolly.
di Roberto Quaglia.
Tratto da pandoratv.it/?p=15062.
Il fondamentalismo hollywoodista ovvero l’invisibile ideologia dell’Occidente. Un’ideologia invisibile, che non si dichiara, i cui testi sacri sono le migliaia e migliaia di film e telefilm che veicolano i modi di pensare e di vedere il mondo dell’Occidente, caricandoli quotidianamente in miliardi di cervelli. Così si forma la nostra visione del mondo. Ma In quali modi i film prodotti da Hollywood modificano il nostro modo di percepire ed interpretare la realtà? E in quale misura questo fenomeno è il frutto di un preciso progetto ed in quale è invece solo la conseguenza del conformismo agli stereotipi vigenti?
[#19Marzo2015, #1984, #Condizionamento, #FondamentalismoHollywoodista, #GeorgeOrwell, #MainstreamMedia, #Matrix, #RobertoQuaglia, #hollywoodismo]
______________________
IL TESTO DEL VIDEO, tratto da roberto.info.
Cos’è il fondamentalismo hollywoodista? Per capirlo, dobbiamo innanzitutto renderci conto che non è vero che tutte le ideologie siano morte, come si usa dire. Anche il mondo delle ideologia è probabilmente soggetto alla selezione naturale di Darwin, alcune ideologie agonizzano, altre si estinguono, ma le nicchie ecologiche che si liberano vengono subito occupate da qualche nuovo arrivato. La natura aborrisce il vuoto. In molti casi assistiamo all’insorgere di piccoli culti più o meno strampalati, culti pseudoreligiosi o pseudoscientifici. Di solito rimangono confinati a quattro gatti e durano poco. Ma in altri casi compare un nuovo grande predatore, una super ideologia che in quattro e quattr’otto si pappa tutto e tutti in vastissime porzioni del mondo. Il paradosso è che più questa ideologia è vasta, più chiunque ne venga assorbito non la riconosce più in quanto ideologia. Quando ci si è dentro, l’ideologia assume la forma della realtà, e tutto ciò che si trova al di fuori dell’ideologia diventa un’eresia. Quando la Chiesa perseguiva gli eretici, era proprio perché per lei essi si collocavano al di fuori della realtà, e così facendo mettevano in crisi, per la Chiesa, il concetto stesso di realtà. Per quanto possa suonare strano alle nostre orecchie, un fenomeno analogo è in atto proprio ora, ed il “Vaticano” di questa nuova ideologia-religione – i due concetti in parte si sovrappongono – è situato a Hollywood.
L’Occidente oggi non si rende conto di essere ideologico, profondamente ideologico, così ideologico da fare impallidire le altre grandi ideologie del passato. No, no sto parlando del capitalismo, del liberismo, e nemmeno della democrazia – queste sono tutte cosucce nel confronto dell’ideologia di cui sto parlando, ed in una certa misura ne sono parte. La grande ideologia della quale non siamo bene consapevoli di essere succubi in Occidente è l’Hollywoodismo, un vero e proprio sistema completo di valori, di modelli di comportamento e di pensiero, di come ci si debba abbigliare e cosa si debba mangiare, eccetera eccetera. Insomma, un intero modello di realtà, a cui in varia misura finiamo per credere. Ed è proprio chi non è consapevole della natura fideistica della fede che lo attanaglia che in men che non si dica si ritrova essere un fondamentalista, cioè qualcuno che crede ciecamente ai propri modelli di riferimento senza rendersi conto in nessuna misura della loro relatività. Ci piaccia o no siamo quindi tutti fondamentalisti hollywoodisti – in vita nostra abbiamo guardato troppo cinema e televisione americani per non esserlo. Alcuni lo saranno più di altri, ma nessuno sfugge.
Da cento anni Hollywood rappresenta l’immaginario occidentale all’interno dei propri prodotti cinematografici, e così facendo lo costruisce, lo omogenizza, ne stabilisce gli standard. Ma da quale momento in poi possiamo cominciare a chiamare questa attività di strutturazione dei nostri gusti e costumi, una vera e propria attività di manipolazione? Difficile da stabilire, tuttavia c’è evidenza del fatto che negli ultimi decenni la cinematografia statunitense è sempre più traboccante di elementi di manipolazione di massa chiaramente intenzionali, possiamo identificarli, riconoscerli e descriverli, e queste tecniche di manipolazione sono frutto di conoscenze straordinarie sui modi esatti nei quali le masse di persone possano venire condizionate. Il quadro è quindi quello di una lucidissima scienza di ingegneria sociologica, roba nuova, roba che non si insegna neppure nelle migliori università – a parte eventualmente qualche università militare della quale sappiamo poco o nulla. Di tutto ciò ignoriamo quasi tutto, ma possiamo tuttavia scoprire molto sottoponendo a rigorosa analisi i vettori di tale presunta manipolazione – cioè i film con cui Hollywood ci tempesta. Vogliono che guardiamo i loro film? Va bene, facciamo però un passo ulteriore – oltre a guardarli, studiamoceli ben bene, per capire esattamente cosa contengono, visto che di qualsiasi cosa si tratti, poi ce la ritroviamo nei nostri cervelli.
E questo è esattamente quello che ho voluto fare nel mio nuovo libro, Il fondamentalismo hollywoodista. Ho identificato undici tecniche principali di manipolazione, che tipicamente troviamo in molti film di Hollywood. Nel mio libro assegno ad ognuna di esse un nome e ne spiego il funzionamento e le finalità. La seconda parte del libro consiste in una rassegna di film e serie televisive americane che io ho analizzato – questo spiega perché mi ci siano voluti 4 anni per scrivere questo libro, uno non è che ha voglia di guardarsi film americani tutti i giorni – e per ognuno dei quali elenco le tecniche di manipolazione che in esso sono state utilizzate. Imparare a conoscere i trucchi e le leve psicologiche che vengono utilizzate per influenzare la nostra mente è il primo passo per difenderci dalle intrusioni nella nostra testa e per riappropriarci di noi stessi. In questo senso il mio è anche un libro di autodifesa, ma non è leggendo il mio libro soltanto, ahimé, che terremo la nostra mente al riparo dagli artifici degli apprendisti stregoni dell’hollywoodismo. Troppo potente la loro potenza di fuoco, che va sistematicamente a colpire i nostri inconsci. Tuttavia, bisogna pur iniziare da qualche parte se vogliamo avviare una guerra di indipendenza della nostra mente. Una guerra puramente mentale, beninteso, dato che di guerra esclusivamente mentale si tratta.
I gerarchi dell’hollywoodismo vogliono possedere e controllare la tua mente, così come quella di tutti gli altri, ed il possesso si manifesta ogniqualvolta tu pensi nei termini da loro prefissati. E loro la tua mente già la posseggono, almeno in parte , anche se tu credi di no. Magari ogni tanto ti piace citare Matrix, nei tuoi discorsi controcorrente, oppure film come V come vendetta…. ma in questo caso ho una brutta notizia per te, amico mio, anche Matrix, anche V come vendetta ti sono stati iniettati in testa dagli stregoni dell’hollywoodismo, sono allegorie che hanno messo in circolazione loro, non è farina del tuo sacco. E loro lo hanno fatto per te. Per aiutarti ad esprimere meglio il tuo dissenso. Ed esprimendo il tuo dissenso negli esatti termini che essi hanno disposto per te, tu dimostri di fare interamente parte del loro regno immateriale, e così facendo lo rendi più stabile. Non ci credi? Pensaci meglio. Magari aiutandoti con la lettura de Il fondamentalismo hollywoodista. Non ci facciamo troppe illusioni. Continuerai anche in seguito a citare Matrix, così come dopotutto ho appena fatto anch’io – chi è senza influsso dall’hollywoodismo scagli la prima pietra – ma per lo meno lo farai con un più elevato senso di consapevolezza di cosa sia accaduto nella tua mente. La prima tappa di un cambiamento è la comprensione, non ci sono altre vie. Dobbiamo capire perché pensiamo nel modo in cui pensiamo, e quali parti di questo processo siano state progettate a tavolino. Solo così, forse, potremo cessare di essere i fondamentalisti hollywoodisti che a nostra insaputa siamo, limitandoci ad un più dignitoso ruolo di hollywoodisti moderati consapevoli.
Il libro contiene anche una breve cronaca di un mio viaggio in Iran, qualche anno fa, ad una conferenza sull’hollywoodismo, dove per la prima volta ho udito di questo termine, questo vocabolo immaginifico che mi ha ispirato in questa ricerca. Su tale mio viaggio in Iran ho raccontato estensivamente in un mio precedente video, che se vi interessa vi invito a cercare.
Per il momento Il fondamentalismo hollywoodista è pubblicato soltanto su Amazon, quindi in libreria non lo trovate. Se qualche editore serio vuole portarlo in libreria, si accomodi pure. Nel frattempo, chiunque sia interessato se lo può procurare su Amazon.it con un paio di click ed in men che non si dica verrà recapitato a casa vostra. Un ultimo consiglio che vi do in quanto genovese: se volete risparmiare le spese di spedizione, ordinate anche qualche altro libro, non necessariamente mio. A partire da 29 euro di spesa godrete infatti della spedizione gratuita. Un’ultima raccomandazione: dato che Il fondamentalismo hollywoodista non esiste in libreria e nessun editore lo promuove, se l’argomento vi appassiona e non volete vederlo morire nel nulla, fate voi stessi qualcosa per farlo conoscere. Se avete un sito o un blog parlate di questo libro ai vostri lettori, condividete questo video, sul blog e sui social network. Ci sono e ci saranno anche miei altri video nei quali dirà altre cose sui contenuti de Il fondamentalismo hollywoodista. Li trovate su Pandora TV e su Youtube. Fate del vostro meglio per far girare queste informazioni ed a questo modo avrete dato il vostro contributo alla lotta di liberazione delle nostre menti dal caleidoscopio di sogni, miti, illusioni e fantasie che gli apprendisti stregoni dell’hollywoodismo ci hanno intrufolato in testa. Infine un grazie sentito a Pandora TV, unica voce televisiva fuori dal coro in Italia oggi, senza la quale queste mie parole non sarebbero mai giunte a voi. Tutto questo detto, a tutti i migliori auguri di una felice dehollywoodismizzazione da Roberto Quaglia.
Marzo 2017
“Il fondamentalismo hollywoodista ovvero l’invisibile ideologia dell’Occidente. Un’ideologia invisibile, che non si dichiara, i cui testi sacri sono le migliaia e migliaia di film e telefilm che veicolano i modi di pensare e di vedere il mondo dell’Occidente, caricandoli quotidianamente in miliardi di cervelli. Così si forma la nostra visione del mondo. Ma In quali modi i film prodotti da Hollywood modificano il nostro modo di percepire ed interpretare la realtà? E in quale misura questo fenomeno è il frutto di un preciso progetto ed in quale è invece solo la conseguenza del conformismo agli stereotipi vigenti?”ARTICOLI CORRELATI:
Antonello Cresti, Fuori i rossi da Hollywood!, 27 ottobre 2013
Pino Cabras: Iran e Hollywoodismo: un progetto per cambiare la fabbrica dei sogni, 14 febbraio 2013.
2 marzo 2017
Il potere fabbrica le vere fake news
PANDORA TV - Pino Cabras
Tratto da: pandoratv.it/?p=14776.
Negli ultimi anni i media tradizionali hanno vissuto una doppia crisi: una crisi di identità e una crisi di credibilità.
I grandi quotidiani perdono ogni anno quantità pazzesche di lettori, e intanto milioni di persone si comportano in modo contrario rispetto a ciò che vorrebbero i grandi media.
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