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3 febbraio 2015

Caleidoscopio Tsipras


di Pino Cabras.
da Megachip.
Non vedevo da anni una tale varietà di interpretazioni come ora per Tsipras. È normale che su qualsiasi argomento ci possano essere punti di vista molto diversi e conclusioni incompatibili. Di solito tutto ciò -  per mia indole - mi piace assai, perché trovo che sia sempre uno sforzo molto edificante il ritrovare una verità interna in ciascuno dei pensieri che per altri versi rigetterei. Relativizzare non è indolore, e richiede soglie di sopportazione e di pazienza molto elevate. Ma ne vale davvero la pena. Lo dico senza ironia, con dedizione alla filigrana della verità, e non per passione per il capello in quattro.
Poi ci sono i casi in cui i punti di vista incompatibili sono talmente tanti da essere il plastico della Babele biblica, riprodotto dentro un caleidoscopio, al centro di una stanza di specchi deformanti di un luna park, a sua volta sovrastata da luci stroboscopiche riciclate da una discoteca anni ottanta di Rodi. Lo so che non siete mai stati in una discoteca di Rodi, e nemmeno io, ma ci siamo capiti. Ecco, allo stesso modo intravediamo Tsipras sui media e sui social network.
Così – rimestando nello zibaldone prismatico -  troviamo quelli che Tsipras ha già sbagliato tutto, e quelli che lo paga Soros, e quelli che no, è il grimaldello di Putin, e quelli che Alexis porterà la Merkel in Tribunale, e quelli che ad Angela sta baciando la pantofola, e quelli che è un comunista, e quelli che se la fa con la destra.
Difficile trovare una verità interna senza far troppo torto al principio di “non contraddizione”, così caro a quel vecchio antenato greco di Tsipras. Ma forse c’è qualcosa che accomuna tutte queste posizioni, specie sul web: sono tutte alla ricerca di quella magagna rivelatrice che da sola annulla la complessità del corso degli eventi, mettendo fatalmente il governo greco dalla parte sbagliata della storia.
In effetti il governo greco, come la nazione che rappresenta, ha la sfiga di trovarsi in una storia sbagliata, come una capretta in una corrida, per giunta davanti a un trio di toreri particolarmente psicopatici, la famosa troika. Scommettere su qualche problema per la bestiola è fin troppo facile: “tragedia” (τραγῳδία) è proprio una parola greca e “tràgos" era il suo babbo, predestinato e caprone.
Qualsiasi governo assediato da debiti e da grandi potenze che non controlla è di per se stesso imperfetto. Tsipras e i suoi ministri hanno ben pochi strumenti risolutivi, sebbene nel caleidoscopio stroboscopico ognuno gliene suggerisca di istantanei e rivoluzionari.

Provo a vedere la cosa al netto delle lezioni di vita da impartire ad Alexis Tsipras. Il terreno non l’ha scelto lui, e gli avversari sono molto dopati, ma la partita la gioca lo stesso, perché la deve disputare con dignità, senza possedere armi segrete, ma solo un sostegno popolare costruito casa per casa. La posta in gioco è fare della Grecia un paese in grado di sottrarsi alle troppe soggezioni e di tagliare pian piano i fili che oggi lo legano, per tessere poi trame nuove.  È una moderna battaglia per l’indipendenza greca, che non si combatte in un campo militare, ma richiede pragmatismo, sagacia tattica, diplomazia, capacità di alleanza con tutti quelli che, anche in altri paesi, si battono per riconquistare l’indipendenza e la sovranità della propria comunità nazionale. Si tratta di quelle forme di “gradualismo necessario” dietro le quali le sinistre europee hanno prima cercato l’alibi per la propria meschinità, e poi il gusto autentico dell’inganno a carico delle genti che dovevano rappresentare, cedimento dopo cedimento. Un gradualismo che inevitabilmente si attira un sospetto, affinato da quasi quarant’anni di osservazioni, che ricade non solo su chi si è arreso progressivamente al nemico, fino ad amare il Grande Fratello, ma su chiunque faccia politica come arte del possibile.
Eppure il sospetto non deve impedirci di vedere tutti gli strumenti utili a una transizione verso un nuovo modello di relazioni politiche ed economiche, che sono tanti, fecondi, e certamente migliori della dittatura europea e del vento di guerra atlantista. Se chi vuole cambiare le cose avesse un minimo di ambizione autentica, dovrebbe subito aiutare la Grecia per aiutare tutti noi. Prima di dare lezioni ai greci, penso sia meglio apprendere qualcosa da loro.



30 maggio 2010

Vasto programma: ammazzare di tasse i commensali di Soros

di Pino Cabras – da Megachip


L’accelerazione della crisi in Italia è stata davvero brusca, se persino il governo che più di tutti al mondo liscia il pelo agli evasori fiscali si è trovato costretto a proporre misure economiche detestate dal blocco dei suoi elettori. Gli Stati hanno tutti sfondato i tetti dell’indebitamento, e fra di loro si apre una lotta concorrenziale immediata per piazzare ciascuno i propri buoni del tesoro. Amputano i propri modelli sociali, i propri progetti,

le proprie clientele, con l’urgenza chirurgica di chi si sottopone a malincuore a un intervento dal risultato incerto: sempre meglio che morire certamente dissanguati. Così Berlusconi farà atti contro natura, fino a promettere di combattere l’evasione da lui finora glorificata. Questo per non perdere il regno, il cui trono traballa sopra il cumulo del terzo debito pubblico del pianeta.
La Grecia ha dimostrato quanto devastante e rapido possa essere il precipitare della crisi. Tutti i governi sono costretti a compiacere i crudeli capibranco che decidono dove far fluire l’acquisto dei titoli di Stato. Tutti cercano di riequilibrare in modo drastico entrate e spese, tanto da toccare subito interessi organizzati. In ogni singola realtà nazionale scossa dai piani di sacrifici i portatori d’interesse lotteranno in modo acceso per non rappresentare l’interesse più sacrificato.
Però, parafrasando Danny De Vito, sotto l’attacco della speculazione non ci sono vittorie, solo gradazioni di sconfitte.
L’urgenza porta a riscoprire cose dimenticate: che quelli che non pagano le imposte valgono decine di miliardi, che l’economia ha una quota troppo grande in nero, e così via. Il problema è che l’emergenza, per definizione, si concentra su certi aspetti immediati e visibili della realtà, ma trascura altri aspetti importanti. Durante l’alluvione vai a salvare chi è sul tetto di una casa, lì e allora, doverosamente, ma non stai operando la manutenzione degli argini del fiume che avrebbero evitato il debordare delle acque.
Durante l’emergenza finanziaria ci si concentra sull’evasione presente nell’economia reale, grave per le sue distorsioni, iniqua quanto si voglia, ma assai meno determinante di un’evasione molto più vasta che pure sarebbe raggiungibile dalla mano degli Stati: ossia le transazioni che avvengono sui derivati, che si compiono prevalentemente senza alcuna trasparenza, fuori dai mercati aperti al pubblico. Nel gergo finanziario, questa enorme massa di transazioni parallele, da cliente a cliente, viene definita «Over The Counter» (OTC). È il mondo ideale di chi non vuol farsi raggiungere da alcuna investigazione tributaria. In questo mondo parallelo le transazioni valgono - almeno nominalmente - decine di volte il PIL degli USA e dell’Europa.
La bolla delle moltiplicazioni del PIL è anche la bolla del connubio fra tutte le liquidità criminali, politiche e speculative. Una bolla gonfiata da operatori senza responsabilità, e perciò una bolla esentasse, del tutto priva di ricadute positive sul mondo reale. Influentissima invece in qualità di sistema bancario ombra, capace di lucrare e manovrare una contabilità devastante per chi ne subisce il flusso, fra frodi titaniche e assalti speculativi voluminosi, in mano a un clan ristretto di individui e istituti finanziari opachi.
Nonostante i membri del Superclan costituiscano una porzione così soverchiante della vera evasione fiscale, sono i primi a mettere sotto pressione “morale” gli Stati sovrani, a distribuire pagelle e ammonizioni sul debito eccessivo e i disavanzi insostenibili, da riaggiustare in qualche modo, altrimenti c’è il castigo del mancato acquisto dei bond, l’esplodere dei tassi d’interesse, infine il default.
Eppure un’imposizione fiscale su questa massa sterminata di transazioni e superprofitti parassitari – a loro modo in nero - ridimensionerebbe l’emergenza finanziaria. Si tratterebbe di ammazzare di tasse i commensali di George Soros.
L’ostacolo però è politico. Gli Stati dovrebbero mettersi d’accordo, creare il meccanismo impositivo, mettere fuori legge certe operazioni speculative, armonizzare l’estrazione di un gettito colossale dagli intermediari che trafficano con i paradisi fiscali. Riportare insomma alla luce – ecco la vera emersione dal nero – gran parte della liquidità ombra creatasi negli ultimi decenni. Vasto programma. L’amministrazione Obama e il governo britannico non faranno passare riforme di questa portata. Non osano affrontare davvero i burattinai del sistema Over The Counter. Come Berlusconi riscopre obtorto collo chi non vorrebbe scoprire, gli evasori, allo stesso modo Obama è costretto a non ignorare il problema dei Padroni del’Universo, ma lo fa con provvedimenti molto deboli, rosicchiati da aggiustamenti lobbistici che li rendono inadatti a combattere gli speculatori.
Il comportamento dei banchieri ombra è slittato via via verso una direzione paradossale. Prima spingevano la massa del debito contando sulla funzione di garante di ultima istanza da parte dello Stato, perché lo Stato non poteva fallire. Ora scommettono proprio sul default degli Stati, se non di interi continenti.
Le probabilità di collasso sistemico a questo punto si accrescono, con scarti imprevedibili e repentini. Qualsiasi gestione “nazionale” della crisi – con tutti i prevedibili scontri fra interessi “locali” – sarebbe in partenza perdente. Il bersaglio grosso, nelle sue casematte globalizzate, se ne starebbe lì, come in effetti sta, a godersi lo spettacolo degli illusi che sognano il ritorno della crescita e intanto si disputano i denari per le cambiali.

27 marzo 2009

I "Racconti del Terrore" nella Crisi

di Pino Cabras - da «Megachip»

Illustrazione di Victor Juhasz

I professionisti dell’ottimismo cercano di scorgere una ripresa, una luce in fondo al tunnel della Grande Crisi. Noi, che pure non siamo professionisti del pessimismo, ci limitiamo a osservare sgomenti l’inanità degli sforzi dell’amministrazione Obama, tesa a salvare il sistema senza avere soluzioni. Ancora dollari, migliaia di miliardi (ossia milioni di milioni) sono iniettati nel sistema finanziario in un’operazione disperata di costosissimo “mesmerismo”. Come il signor Valdemar descritto da Edgar Allan Poe, il sistema è morto ma la trance degli infiniti “salvataggi” in limine mortis ci fa giungere ancora le sue voci aspre e spezzate, mentre la decomposizione avanza. Il racconto di Poe si conclude così: «di fronte a tutti i presenti, non rimase che una massa quasi liquida di putridume ributtante, spaventoso.» Chiameremo così anche l’inflazione?

Nel giro di pochi mesi, gli Stati Uniti hanno incenerito il denaro di un po’ di generazioni a venire. Il problema della solvibilità dell’Impero più potente della Storia si presenterà ormai con un rendiconto ineludibile. A breve.

L’economista Paul Krugman, ancora fresco di Nobel, è sempre più sconfortato, di fronte alla coazione a ripetere del Tesoro USA. Uno dopo l’altro, i “bailout” senza fondo vanno a beneficio delle banche e delle assicurazioni. I cinesi cominciano a porre come un’urgenza assoluta la questione della valuta di riferimento mondiale. Il dollaro così com’è non ha più credibilità. Gli USA non puntano nemmeno ai prestiti, come hanno fatto nell’ultimo scellerato decennio. Pensano solo a oliare bene le stampatrici della zecca.

Per la Grande Depressione degli anni trenta la soluzione adottata dagli USA fu il “New Deal”, che fece riacquistare fiducia e speranza al grande malato, con un forte ancoraggio a Main Street anziché a Wall Street. Oggi si punta sulla finanza, nell’idea che ripristinando il credito privato tutta la macchina economica ripartirà. Si tratterebbe di bonificare dai veleni i bilanci delle banche, sgonfiare fino in fondo la bolla dei debiti di chi vive al di sopra dei propri mezzi nella classe media, e lasciare però le banche così come sono, perché presto o tardi riattiveranno il credito. Una cifra pari al PIL degli USA è già stata stanziata allo scopo, un quarto di essa è già stato speso, eppure il credito non riparte. La strategia non serve dunque a questo scopo.

Non c’è più nulla che possa essere in grado di puntellare ideologicamente le dottrine del mercato in piedi fino a pochi mesi fa. Appare solo il potere della Superclasse finanziaria globale in tutta la sua brutalità. L’economia, la vita di miliardi di persone, è di fatto sotto gli effetti di una coercizione istantanea e violenta, «extraeconomica». Di norma nel capitalismo sviluppato la classe dominante usa queste brutalità come «stato di eccezione», mentre fu invece uno dei mezzi principali adottati nel periodo della «accumulazione originaria», per dirla con Marx.

Oggi c’è invece una sorta di «decumulazione originaria», un crollo che non tutti affronteranno con gli stessi mezzi. La Superclasse sta già profittando della sua forza extraeconomica per decidere chi salvare e chi sommergere. Non si vuole salvare l’economia. Si vogliono strappare al tracollo – costi quel che costi – rapporti di forza e di potere. Come si tradurrà una parola come democrazia nel linguaggio delle locuste? Il verso che emettono, per ora, è sempre uno: “bonus”, a dispetto di tutto. Continuano così la loro vita da nababbi a spese anche dei nostri futuri nipoti, in nome della legalità contrattuale, difesa da squadre di avvocati e da terrificanti giornalisti economici, proprio mentre moltitudini di lavoratori rivedono i contratti e accettano decurtazioni per la dura congiuntura. Per essi, per i loro contratti da onorare, i milioni di milioni non ci sono.

La Superclasse ha stracciato qualsiasi contratto sociale e parla ancora di legalità, intanto che giustifica lo scandalo del permanere dei propri folli status e stili di vita. Il prossimo passo sarà abbattere anche questo ultimo ridicolo paravento. È vero sì che ci sono già un po’ di rivolte. In Europa dell’Est (l’effimera Nuova Europa decantata da Rumsfeld) son già caduti i governi di tre paesi. Ma non è che si parli troppo di queste ribellioni. Il mainstream informativo tronca e sopisce, e comunque le agitazioni non sono ancora all’altezza della crisi. Di questa crisi.

Così come pochi sanno che i primi 25 manager di hedge fund del mondo, nel 2008, alla facciaccia di tutti, hanno incamerato profitti per oltre 11 miliardi di dollari scommettendo sui disastri di questa o quella economia nazionale. Fra gli scommettitori troviamo il solito George Soros, con 1,1 miliardi di profitti in un anno. Equivalgono a 35mila dollari al secondo, anche il sabato e la domenica, anche quando dorme. Buonanotte.

Lo scandalo dei bonus, però, è solo la bistecchina sapientemente usata per ammansire i frodati e sviare la questione vera. I sovrani della grassazione finanziaria, aggrappati al loro «diritto» ai premi, e ululanti contro la “caccia alle streghe”, dovrebbero subire ben altro che la perdita dei bonus, perché gli impegni che avevano assunto non avevano copertura e quindi violavano eccome il diritto. Ma per ora in galera c’è solo il capro espiatorio, un caprone bello grosso per la verità, di nome Bernard Madoff.

Giusto scandalizzarci, insomma, ma non perdiamo di vista il fatto che il sistema non è stato riformato. Sebbene banche e assicurazioni importantissime siano ormai a tutti gli effetti nazionalizzate, sono tuttavia dominate dagli stessi soggetti privati che le avevano guidate fin qui e che continuano a ridistribuirsi cifre immani, lasciando che industrie e società intere vadano in malora. La AIG – la grande assicurazione che prima dei tanti salvataggi consecutivi non aveva copertura per le scommesse perdute dalle banche - ha trasferito denaro pubblico per oltre 150 miliardi a banche del calibro di Goldman Sachs, Société Générale, Deutsche Bank, Barclays, HSBC e cosi via. Si tratta di rimborsi integrali, 100 centesimi per un dollaro.

Rendiamoci conto dell’abominio: quel che viene pagato a spese della collettività non sono attivi di bilancio, bensì debiti di gioco. Naturalmente molti hanno perso tutto. Ma non certe banche. AIG è il signor Valdemar dei nostri giorni, non muore ma è morto, perché Goldman Sachs non può morire. Si va oltre il mesmerismo.

Vi aspettereste che aumenti la velocità di circolazione della moneta, che si dia respiro alle industrie e ai mutuatari strangolati. Illusi. Ecco invece Goldman Sachs lanciarsi nelle scommesse del momento, speculazioni letali contro alcune monete, riassicurazioni contro il rischio paese di certe economie nazionali. Ecco i banchieri puntare su aspettative di crolli che si autoadempiono, tutto come prima, per spolpare ancora quel che c’è da spolpare.

Obama ha minacciato fuoco e fiamme contro i bonus. Ma non ha reso illegali i terribili meccanismi della speculazione. Quelli rimangono tutti. Per i pescecani della finanza è un’amnistia di fatto, e la festa continua.

Il senatore indipendente Bernie Sanders, del Vermont, si è accorto dell’assurdità di avere parlamenti che si scannano per giorni nel discutere provvedimenti da qualche decina di milioni, rispettando le delicatezze dei bilanciamenti dei poteri, quando invece la Federal Reserve si inventa in un baleno stanziamenti da trilioni di dollari senza far sapere i destinatari. Il sistema bancario ombra beneficia di un vero e proprio governo ombra con un budget di gran lunga superiore a quello amministrato dai poteri costituzionali, ed è gestito con poteri dittatoriali e meccanismi segreti.

Il collasso globale e i piani di salvataggio hanno gli effetti di un golpe rivoluzionario senza precedenti. Sulle istituzioni si forma una banchisa polare che segue alla lentissima nevicata che pian piano, per decenni, ha tolto loro qualsiasi calore democratico: oggi – scrive Matt Taibbi su «Rolling Stone» - trova la sua consistenza finale «la conquista graduale del governo da parte di una ristretta classe di complici, che usavano il denaro per controllare le elezioni, comprare capacità d’influenza, e indebolire sistematicamente le regole e i limiti per la finanza». Il re è nudo, e se ne frega. L’usura sta compiendo la sua rivoluzione con ingordigia suicida.

Edgar Allan Poe non avrebbe potuto immaginare un “personaggio” altrettanto inquietante, così avido, incapace, sconsiderato e criminale quanto il capitalismo terminale. Un capitalismo così mortifero e ghiacciato da non poterlo ancora fissare in un concetto di “normalizzazione”, perché ci introduce comunque a un’epoca di pericolosa instabilità.

In che mani siamo, dunque? Taibbi è drastico: « Queste persone non sono altro che tizi che trasformano i soldi in soldi, al fine di fare più soldi ancora; tutto sommato sono assimilabili alle persone assuefatte al crack o ai maniaci sessuali che ti entrano in casa per rubare le mutande. Eppure è questa la gente nelle cui mani ora riposa l’intero nostro futuro politico.»