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22 aprile 2014

Il mondo scopre Piketty, l'economista superstar


di Marc Tracy.

Mercoledì sera, nell'ascensore che portava giù all'auditorium da 400 posti presso la City University del New York Graduate Center, un uomo di mezza età che sembrava un economista si vantava così con una coppia di persone di mezza età che sembravano economisti: «io in realtà ho visto per la prima volta Piketty già nel 2001. Un posticino al Village. Suonava "Capitalismo Patrimoniale", versione acustica, e Emmanuel Saez è uscito per il bis».
Sto scherzando, naturalmente. Ma non si può evitare di essere presi alla sprovvista nel vedere quale accoglienza da rockstar abbia ricevuto Thomas Piketty, un economista francese, da quando il suo libro "Il Capitale nel XXI secolo" è stato pubblicato nella sua traduzione in inglese il mese scorso.
Se il mondo dei giornali e riviste di centro-sinistra fosse una stanza, non si potrebbero far oscillare le braccia lì dentro senza urtare una recensione del libro di Piketty (quasi certamente positiva).
Paul Krugman sulla New York Review of Books e nella sua rubrica.
Matthew Yglesias su Vox ("Puoi darmi il ragionamento di Piketty in quattro punti chiave?").
The Nation gli ha dedicato la copertina e quasi 10.000 parole.
Martin Wolf - il Paul Krugman britannico (a meno che Krugman non sia il Martin Wolf americano) - ha appena detto anche lui la sua sulle colonne del Financial Times.
Anche la destra non ha potuto scansarlo del tutto.
Il libro di Piketty si guadagna il suo grandioso titolo con il confluire, tutta in una volta, di un'intera generazione: utilizza risme di dati nuovi di zecca per raccontare la storia più convincente a disposizione sul problema sociale e politico già ora al primo punto dell'ordine del giorno, cioè la disuguaglianza economica.
E così l'evento di ieri sera al CUNY dava la sensazione della tappa clou di una sorta di vorticosa grande tournée del Nord America (Piketty ha 11 tappe in tre città questa settimana)
«Questo sembra essere il posto giusto dove stare!», è quel che l'economista in ascensore effettivamente ha detto ai due economisti in ascensore.
Chase Robinson, presidente ad interim del Graduate Center, analogamente ha detto nel suo discorso di apertura: «mi hanno detto che è il biglietto più figo in città» La sala non era proprio al pieno, anche se è stato dichiarato il tutto esaurito. A giudicare da Twitter, c'è stato un uso estensivo del live-stream, tra cui una gara di bevute interrotta presso gli uffici di The Nation.
Il sottotesto dell'evento avrebbe potuto essere quello di una generazione - i tre interlocutori principali e, direi, la maggior parte del pubblico era composta da Baby Boomers - messa di fronte ai propri errori da parte di un uomo più giovane. Piketty ha solo 42 anni. «Alcuni di noi si sono laureati in un periodo particolare di questa curva, quando le cose sembravano andare benissimo», ha osservato l'economista della Columbia Joseph Stiglitz, «e ciò ci ha dato una visione particolarmente distorta del mondo».
A loro la serata ha fornito una opportunità di riscatto, non solo nella forma del riconoscimento della precedente «visione distorta del mondo», ma anche per proporre i criteri per far sì che il mondo torni indietro al modo in cui pensavano che fosse.
Per i più giovani spettatori, nel frattempo, la serata risultava ancora più importante: se non otteniamo che il mondo torni a quel modo, in tal caso, suggerisce il libro di Piketty, la disuguaglianza dilagante - che è già diventata un fattore fondamentale nella vita americana - potrà solo peggiorare.
Piketty, che appare persino più giovane dei suoi anni, e indossa un abito grigio e una camicia bianca con colletto parzialmente aperto - un look che forse richiama il suo connazionale Bernard-Henri Lévy - ha iniziato con un breve riepilogo. (Piketty parlava inglese con moderato accento. Il libro è stato tradotto da Arthur Goldhammer, che, vi rivelo, è mio cugino.) Ha fatto clic su un paio di diapositive, in stile PowerPoint, tra cui una che conduceva chiunque al suo sito web. Ma era così preso dalla sua storia che alla fine si è reso conto che non era riuscito a scegliere più di una dozzina di slides.
Vedere Piketty raccontare la sua storia fin qui familiare, di persona, ha fatto capire quanto sia importante la narratività della sua narrazione, ossia la sua qualità narrativa. Piketty non sarebbe diventato questo grosso argomento se, usando gli stessi dati e le medesime intuizioni, non avesse modellato un grande filo conduttore, con il suo inizio, la sua metà e il suo finale premonitore.
La storia è questa. In precedenza, grazie al lavoro dell'economista di metà del secolo scorso Simon Kuznets, il consenso diffuso riteneva che la disuguaglianza stesse tendendo a restringersi. Ma utilizzando i dati fiscali di quasi 50 Paesi, e facendolo risalire nel tempo di svariati decenni e, nel caso della Francia, indietro fino al XVIII secolo, Piketty dimostra che Kuznets, che ha sviluppato la sua omonima Curva negli anni cinquanta e sessanta, ha vissuto la sfortunata coincidenza di stare presso l'unico punto nel tempo in cui la disuguaglianza poteva apparire in via di riduzione: subito dopo che due guerre mondiali e una depressione avevano demolito i patrimoni accumulati dai più ricchi del mondo.
In realtà, Piketty dimostra che quel periodo - i circa trent'anni economicamente gloriosi che hanno seguito la Seconda Guerra Mondiale, noti in Francia letteralmente come Les Trente Glorieuses - era anomalo, mentre di fatto, in generale, la disuguaglianza si allarga, perché, dopo le imposte, il tasso di remunerazione del capitale (r)1 supera il tasso di crescita delle economie» (g) di più volte.
Traduzione: i redditi da capitale tendono ad essere più grandi e a crescere a tassi più veloci di quanto facciano i salari, il che significa che chi è già ricco, poiché fa comunque la maggior parte dei propri soldi attraverso investimenti ed eredità, diventa ancora più ricco. Se i graffitari dovessero mai scoprire Piketty, allora l'equazione
r>g
apparirà su tutti i muri delle città.

Tutti i conti tornano, e sono comprensibili. Chiunque abbia familiarità con l'ascesa dell'industria della finanza - o anche solo con la magia degli interessi composti - capirà perché r supererebbe g. Chiunque può capire in che modo gli Stati Uniti, come Piketty ha riconosciuto, potrebbero temporaneamente rompere lo stampino, trasformando in miliardari delle emerite nullità non attraverso l'accumulazione di capitale, ma tramite salari sbalorditivi per dei "supermanager", sebbene questi supermanager naturalmente continueranno, attraverso i loro eredi, quel che Piketty definisce "capitalismo patrimoniale", e anche se, come ha notato Krugman, uno sguardo al Forbes 400, con i suoi quattro Walton nella top ten, rivela che l'America non è immune dalla ricchezza ereditaria. Chiunque può capire perché il capitale può aver perso terreno in favore dei salari all'incirca nel periodo 1913-1950, e se non ci riuscisse a capirlo, si potrebbe osservare il grafico di Piketty (come quello poco più sotto, che deriva dal suo lavoro) e vedere così il gigantesco cratere che rappresenta la distruzione di capitale che si è verificata durante tale periodo:



Nell'imparare la storia, si può anche capire perché l'opera di Piketty abbia preso piede presso un pubblico più ampio ancora. E si può similmente capire perché gli economisti sarebbero così entusiasti in merito, al di là dei suoi notevoli progressi nell'ambito della professione stessa (che, ci hanno ricordato gli altri economisti, sono prodigiosi): ecco un modo, tanto sofisticato quanto facile da capire, che sa raccontare il passato economico, è in grado di spiegare la nostra crisi attuale e perfino di suggerire ciò che potrebbe riservare il futuro. E che cosa ci riserva il futuro? Beh, in parte perché siamo sperabilmente fuori da delle guerre mondiali, il divario tra r e g continuerà a crescere, a un ritmo sempre più veloce. L'unica cosa che non sappiamo è come possiamo evitare che ciò accada.
A cercare di rispondere a questa domanda finale e cruciale c'erano Stiglitz e Krugman, ciascuno dei quali ha pronunciato un breve intervento dopo che aveva parlato Piketty.
Stiglitz - vincitore del Nobel per l'Economia - ha insistito sul fatto che la politica può correggere i saccheggi che il rapporto r>g presagisce:
«La disuguaglianza non è solo il risultato di forze economiche», ha affermato, «ma gli stessi processi politici sono influenzati dal livello e dalla natura della disuguaglianza». Ha inoltre aggiunto: «non è inevitabile che r sia maggiore di g. È l'effetto delle nostre politiche». Nel citare distintamente la sentenza Citizens United, ha osservato che una maggiore disuguaglianza consolida un maggiore potere in mano ai ricchi, che utilizzeranno tale maggiore potere per raddoppiare in peggio quelle politiche (tassi in ribasso sulle plusvalenze, tasse di successione più basse, ostacoli bassi per il finanziamento stesso delle campagne elettorali), che garantiscono una disuguaglianza ancora più grande, e così via, in un circolo vizioso.
Krugman, in un discorso che in gran parte ricalcava un post sul suo blog pubblicato il precedente mercoledì, ha riconosciuto la forza del libro nel fornire prove empiriche a sostegno delle denunce a lungo formulate dai liberals in merito alle disuguaglianze, oltreché nel raccontare quella storia - «questa analisi non è solo importante, è bella», ha scritto. Nel corso di tutti i loro interventi, Piketty sedeva vicino al podio, raggiante di soddisfazione. Sembrava reduce da un orgasmo. Chi potrebbe biasimarlo?
All'inizio della sua presentazione, Steven Durlauf dell'Università del Wisconsin si è impegnato a recitare il ruolo del "guastafeste" e a portare una "prospettiva da secchione". Non ci ha deluso. In prevalenza ha tirato fuori dei cavilli, senza dubbio importanti nell'ambito della professione, circa l'uso che Piketty fa dei dati. Sono esitante nell'analizzare la sua presentazione, perché era francamente al di sopra della mia portata, ma in ogni caso ritiene in generale che il libro sia valido, importante, brillante, e tutto il resto. Dopo l'evento, ho chiesto a Piketty se fosse preoccupato del fatto che i suoi metodi e le sue conclusioni fossero abbastanza complesse da poter essere usate male da mani inesperte. Ha scosso la testa e ha dichiarato: «Quando l'economia appare troppo complicata, di solito è un brutto segno».
Ci sono stati abbastanza economisti eminenti e ben ferrati di centro e di sinistra - davvero tutti costoro - ad aver dato al libro il loro Sigillo di Approvazione della Brava Massaia per far sì che la maggior parte dei non esperti rimanga soddisfatta. E purtroppo, un impegno in profondità che scrutini da destra il libro di Piketty deve ancora emergere [...].
Pertanto, come chiedeva quel rivoluzionario: che fare?
La soluzione di Piketty al problema r>g è una imposta progressiva globale sulla ricchezza degli individui. Questa è di gran lunga la parte del suo libro che ha ricevuto il maggior numero di critiche: non per la sua saggezza, ma per la sua praticabilità. (Tassare i ricchi in un paese è già abbastanza difficile.)
Piketty minimizza la questione; nel rilevare che le aliquote marginali delle imposte per le fasce più alte raggiunsero i loro picchi storici più elevati negli anni cinquanta, proprio quando la disuguaglianza era comunque al suo punto più basso, ha sostenuto con un sorriso: «La storia della tassazione è piena di sorprese».
È chiaro che occorra inserire alcuni cunei per bloccare i raggi del ciclo ricchezza-potenza che Krugman ha definito «spirale politico-economica di disuguaglianza, in cui una grande ricchezza porta a un grande potere, che viene utilizzato per rinforzare la concentrazione della ricchezza».
Senza citare Piketty, Mark Schmitt ha suggerito che la riforma del finanziamento elettorale sia l'ingresso giusto all'interno del talvolta nebuloso dibattito sulla disuguaglianza. Ciò sembra avere molto senso.
Krugman ha chiuso con una nota insolitamente ottimistica. Teddy Roosevelt, ha osservato, pronunciò il suo famoso discorso sul Progressivismo facendo appello a una tassazione progressiva sul reddito e sulle successioni delle "grandi fortune", già nel 1910, ben prima dei cataclismi che hanno rallentato temporaneamente il fattore r. Perfino le radici del New Deal, ha affermato Krugman, risalgono a decenni prima del 1933. In altre parole, degli americani riflessivi erano in grado di riconoscere il problema delle disuguaglianze e di proporre soluzioni per risolvere tutto da soli, senza l'ausilio di abitudini sociali né tendenze impersonali. Una legge economica come r>g ha il potenziale per essere in ogni bit l'ossimoro che il termine "legge economica" suggerisce. Krugman è sembrato voler sostenere che per tutte le strutture accattivanti e anche "belle" che Piketty descrive, la politica, non l'economia, resti l'arte finale del possibile.



Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.


NOTA:
1. Piketty definisce il "capitale," forse in un senso troppo allargato, essenzialmente come ricchezza derivante da altre cose che non siano salari.


Thomas Piketty su Ricchezza, Reddito, Disuguaglianza
Una delle conferenze in USA di aprile 2014.


22 novembre 2011

Noiosi Romantici Crudeli

di Paul Krugman - «New York Times.»

C'è una parola che ultimamente sento di continuo: “tecnocrate”. A volte viene usata come un termine di disprezzo: i creatori dell’euro, ci si dice, erano tecnocrati che non sono riusciti a tenere in conto i fattori umani e culturali. A volte è invece un termine elogiativo: i novelli primi ministri di Grecia e Italia sono descritti come tecnocrati che si eleveranno al di sopra della politica per fare quel che deve essere fatto.  Un attimo. Io lo so bene chi sono i tecnocrati; a volte ho ricoperto anch’io quel ruolo. E queste persone - le persone che hanno costretto l’Europa ad adottare una moneta comune, le persone che stanno costringendo sia l’Europa sia gli Stati Uniti all’austerità - non sono affatto tecnocrati. Sono, invece, dei romantici profondamente privi di senso pratico.
Essi sono, per essere precisi, una razza particolarmente noiosa di romantici, che si esprimono con una prosa altisonante anziché in poesia. E le cose che chiedono in base alle loro visioni romantiche sono spesso crudeli, al punto da implicare sacrifici esorbitanti a carico di lavoratori e famiglie comuni. Ma resta il fatto che quelle visioni sono guidate da sogni sul modo in cui le cose dovrebbero essere, anziché da una valutazione fredda delle cose così come sono realmente.
E per salvare l'economia mondiale, dobbiamo rovesciare questi pericolosi romantici dai loro piedistalli.
Cominciamo con la creazione dell'euro. Se pensate che questo fosse un progetto guidato da un calcolo accurato dei costi e dei benefici, siete stati male informati.
La verità è che il cammino dell’Europa verso una moneta unica è stato, fin dall'inizio, un progetto dubbio privo di una qualche analisi economica oggettiva. Le economie del continente erano troppo diverse per funzionare senza problemi con una politica monetaria unica e buona per tutti, troppo esposte alla probabilità che si verificassero "shock asimmetrici", in cui alcuni paesi crollavano, mentre altri andavano in boom. E a differenza degli Stati Uniti, i paesi europei non facevano parte di una singola nazione con un bilancio unificato e un mercato del lavoro tenuto insieme da una lingua comune.
Perché allora questi "tecnocrati" hanno spinto così fortemente per l'euro, ignorando i molti avvertimenti degli economisti? In parte era il sogno dell'unificazione europea, che l’élite del continente trovava talmente allettante che i suoi esponenti scartavano via le obiezioni pratiche. E in parte è stato un atto di fede economica, la speranza - guidata dalla volontà di credere, nonostante le ampie prove del contrario - che tutto avrebbe funzionato fin quando le nazioni avessero praticato le virtù vittoriane della stabilità dei prezzi e della prudenza fiscale.
Triste a dirsi, le cose non hanno funzionato come promesso. Ma invece che adattarsi alla realtà, quei presunti tecnocrati andavano a raddoppiare la posta: insistendo, ad esempio, sul fatto che la Grecia potesse evitare il default attraverso un’austerità spietata, mentre chiunque sapesse davvero fare i conti era consapevole di soluzioni migliori.
Lasciatemi mettere in evidenza, in particolare, la Banca centrale europea (BCE), che pure dovrebbe essere l'istituzione tecnocratica definitiva, e che è si è fatta notare parecchio per rifugiarsi nella fantasia non appena le cose andavano male. L'anno scorso, per esempio, la banca ha affermato di credere nella fata fiducia: vale a dire l'affermazione che i tagli di bilancio in una economia depressa in realtà promuovevano l'espansione, aumentando gli affari e la fiducia dei consumatori. Eppure, che strano, questo non è successo da nessuna parte.
E ora, con l'Europa in crisi - una crisi che non può essere contenuta a meno che la BCE faccia il passo di fermare il circolo vizioso del collasso finanziario - i suoi leader si aggrappano ancora all'idea che la stabilità dei prezzi sia la panacea di tutti i mali. La scorsa settimana Mario Draghi, il nuovo presidente della BCE, ha dichiarato che «ancorare le aspettative di inflazione» è «il grande contributo che possiamo fare a sostegno della crescita sostenibile, la creazione di occupazione e la stabilità finanziaria».
Questa è un'affermazione assolutamente fantastica da fare in un momento in cui si prevede che l'inflazione europea sia, semmai, troppo bassa, mentre ciò che mette turbolenza nei mercati è la paura di un collasso finanziario più o meno immediato. E suona più come un proclama religioso che come una valutazione tecnocratica.
Giusto per essere chiari, la mia non è una tirata anti-europea, visto che abbiamo anche noi i nostri pseudo-tecnocrati a distorcere il dibattito politico. In particolare, i gruppi di "esperti" suppostamente non di parte - il Comitato per un Bilancio Federale Responsabile, la Coalizione Concord, e così via – hanno avuto fin troppo successo nel dirottare il dibattito di politica economica, spostando la sua attenzione dalle tematiche occupazionali al deficit.
Dei veri tecnocrati avrebbero chiesto se questo avesse un senso nel momento in cui il tasso di disoccupazione è del 9 per cento e il tasso di interesse sul debito degli Stati Uniti è solo il 2 per cento. Ma come nel caso della BCE, anche i nostri bisbetici con la fissa del fisco hanno la loro propria versione su ciò che conta davvero, e vi si attengono a ogni costo, a prescindere da quel che dicono davvero i dati.
Quindi, sono forse contro i tecnocrati? Niente affatto. Mi piacciono i tecnocrati: i tecnocrati sono miei amici. E abbiamo bisogno di competenze tecniche per affrontare i nostri problemi economici.
Ma il nostro discorso è stato malamente snaturato da ideologi e illusi proni ai pii desideri - noiosi, crudeli  e romantici - che fingono di essere tecnocrati. Ed è il momento di sgonfiare le loro pretese.


Traduzione a cura di Pino Cabras.