27 giugno 2012

Gli USA tengono colloqui ad alto livello con i ribelli siriani in cerca di armi a Washington

di Peter Foster e Ruth Sherlock - Daily Telegraph
Tradotto su Megachip.


I ribelli siriani hanno tenuto incontri con alti funzionari del governo USA a Washington mentre cresce la pressione nei confronti degli Stati Uniti affinché autorizzino una spedizione di armi pesanti, tra cui missili terra-aria, per combattere il regime di Assad, ha appreso il «Daily Telegraph».
 

WASHINGTON (15 giugno 2012) - Un alto rappresentante dell'Esercito Siriano Libero si è incontrato la scorsa settimana presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti con l'ambasciatore Usa in Siria, Robert Ford e con Frederick Hoff, coordinatore speciale per il Medio Oriente, secondo conferma delle fonti interpellate.

Gli emissari dei ribelli, equipaggiati con un iPad che mostrava i piani dettagliati su Google Earth che identificano le postazioni dei ribelli e gli obiettivi di regime, si sono inoltre incontrati con i massimi componenti del Consiglio di Sicurezza Nazionale, che consiglia il presidente Obama sulle politiche di sicurezza nazionale.
I rappresentanti dell’ESL a Washington hanno compilato una "lista mirata" di armamenti pesanti, tra cui missili anti-carro e mitragliatrici pesanti con l’intento di presentarla ai funzionari del governo USA nel corso delle due settimane successive.
Le consultazioni hanno preceduto la riunione del G20 della successiva settimana a Los Cabos, in Messico, dove i funzionari britannici e statunitensi sarebbero stati chiamati a fare un ultimo tentativo per ottenere dal presidente russo Vladimir Putin di intervenire nella crisi siriana.
Privatamente, i diplomatici occidentali ammettono ormai di coltivare scarse speranze di forzare un cambio di opinione della Russia, che ha sempre rifiutato di piegarsi alle pressioni statunitensi e britanniche intese a farle fare di più per arrestare lo scivolamento della Siria nella guerra civile settaria.
Mentre rimane poco entusiasmo per un intervento militare diretto occidentale, il «Daily Telegraph» ha appreso che piani di emergenza avanzati sono già in campo per la fornitura di armi pesanti ai ribelli, tra cui sofisticate armi anticarro e missili terra-aria.
L’aspettativa è che il passaggio verso quel che è stato descritto come intervento in Siria tipo «Libia light» prenda forza dopo l’atteso fallimento del piano di pace Annan e la riunione del Gruppo di Contatto sulla Siria previsto per il 30 giugno a Ginevra.
Fonti ad alto livello della diplomazia in Medio Oriente hanno riferito che delle armi fornite dai libici, pagate con fondi governativi dell’Arabia Saudita e del Qatar e donazioni private, erano già state stoccate in attesa dell'"inevitabile" intervento necessario per porre fine al regime di Assad.
«L'intervento avverrà. Non è una questione di “se”, ma di “quando”. I libici sono disposti a fornire le armi anticarro, altri sono disposti a pagare per questo», ha riferito la fonte.
Ha aggiunto, tuttavia, che la Turchia «non aprirebbe le paratie» operando come canale per le armi, a meno che non ci sia un appoggio della Nato e degli USA che garantirebbe loro sostegno in caso di una reazione siriana, eventualmente caratterizzata dalla mobilitazione di gruppi curdi siriani contro la Turchia.
Fonti diplomatiche del Medio Oriente hanno affermato che l'amministrazione Obama era pienamente consapevole dei preparativi in atto per armare i gruppi di opposizione siriani.
Gli Stati Uniti hanno inoltre accettato di far parte di un gruppo di paesi che coordina l'assistenza ai ribelli, hanno segnalato le fonti, ma stavano ancora deliberando in merito al lasso di tempo giusto per dar vita all'escalation.
L'amministrazione Obama, che aveva incentrato la campagna elettorale sulla promessa di porre fine alle guerre in Iraq e Afghanistan, è stata riluttante a dare il semaforo verde all'intervento militare in Siria, dal momento che punta a ottenere un secondo mandato da un elettorato stanco della guerra.
Tuttavia i patrocinatori della fornitura d’armi ai ribelli stanno ora sostenendo con forza che l'inazione degli Stati Uniti rende Obama vulnerabile rispetto alle accuse del campo repubblicano sul fatto che stia «agendo sottotraccia» al costo di migliaia di vite siriane innocenti: un’insinuazione che potrebbe appiccicarsi se avvenisse un altro massacro.
Coloro che a Washington stanno facendo pressioni per conto dei ribelli dell'Esercito Siriano Libero sono consapevoli della limitata spinta politica verso l'intervento tipica di un anno di elezioni, e che qualsiasi operazione necessiterebbe con ogni probabilità di essere fissata prima che gli influenti parlamentari del Congresso tornino alle loro circoscrizioni per la pausa estiva, in luglio.
I reportage sul fatto che pesanti armi anticarro siano state introdotte questa settimana di nascosto in Siria sono stati negati da fonti dell’ESL che hanno dichiarato che i ribelli erano ancora armati solo di lanciagranate RPG-7.
Tuttavia, il «Daily Telegraph» ha compreso che i contatti tra i gruppi ribelli e agli alti funzionari del governo degli Stati Uniti hanno ormai raggiunto lo "stadio della reciproca conoscenza", proprio nel momento in cui l'amministrazione fa fronte al rischio crescente di dover sanzionare un qualche tipo di intervento indiretto.
Ai piani alti del mondo della Difesa USA si teme che le armi sofisticate possano cadere in mano militanti islamisti, o accelerare il ciclo di uccisioni- vendetta settaria, anziché provocare la rapida scomparsa del regime di Assad.
L’ESL è stata a lungo considerata come il nome dato a un insieme di milizie disparate. Il movimento si è dato un migliore sistema di comando e una struttura di controllo sul terreno negli ultimi mesi, istituendo dei consigli militari dell'opposizione in dieci città e cittadine siriane, compresa la capitale.


Traduzione per Megachip a cura di Ariel Pisanu e Pino Cabras.



19 giugno 2012

I miliardi virtuali dei pasticcioni di governo


di Pino Cabras - da Megachip.

Chi vuole illudersi ancora con la crescita si goda il "Decreto sviluppo" del governo Monti (via Passera), uno spottone assiduamente pompato da una sfiorita gazzetta conservatrice, la Repubblica. E da altri giornali a rimorchio.  Corrado Passera, uno dei banchieri più in vista (di quest’epoca di banchieri) ha promesso che il provvedimento del governo «mobiliterà risorse sino a 80 miliardi di euro», sempre che qualcuno abbia la bontà di spiegarci cosa significa in concreto quel «mobiliterà».
Il ministro sembra alludere a un’apertura di forzieri, a un pompaggio di moneta sonante da erogare per lo sviluppo e la crescita, qualcosa di simile ai soldi iniettati nelle grandi banche a cui ci hanno abituati negli ultimi quattro anni, ma questa volta in un’altra direzione.
Il suono allusivo della parola magica («mobiliterà») dovrebbe sottintendere a un governo che finalmente trasfonde denaro vero nel circuito economico a rischio necrosi. E per giunta con volumi che al confronto il Piano Marshall è una spesuccia.
Niente di tutto questo. Il decreto ricomincia con i soliti sistemi disorganici delle agevolazioni fiscali e degli incentivi alle imprese: sono cucchiaini che non fermano lo tsunami della lunga recessione né il processo di deindustrializzazione dell’Italia. Non mancano le promesse per le solite Grandi Opere.
Hanno sbagliato i conti sulle entrate fiscali? Posto che pretendevano un’assurdità (aumentare le imposte e non attendersi un crollo della domanda), hanno pronto il rimedio che già intuivamo per la copertura finanziaria: svendere asset pubblici costruiti in generazioni. E poi sforbiciare nel settore della pubblica amministrazione. La chiamano pomposamente “spending review”. Saranno, in realtà, stipendi in meno e disoccupati in più.
Gli 80 miliardi non sono dunque moneta viva, bensì, al contrario, un vago programma di sottrazione dalla ricchezza della nazione. Tanto vago da non avere tempi definiti: ammesso che il decreto-fuffa abbia effetti, li avrà dopo anni. E chissà come sarà, dopo anni, perfino un mercato ignobile come quello che si accaparra i beni di tutti. Si tratta di tempi lunghi e indistinti, mentre l’incalzare della speculazione e dei crolli bancari sono eventi brevi e impellenti, oltre che capaci di prosciugare multipli delle risorse “mobilitate” dal governo dei presunti tecnici. Per un governo che misura i miliardi a “paccate” (scuola Fornero), nulla di più patetico e cialtronescamente virtuale delle risorse evocate per l’economia reale.
Al partito della suddetta gazzetta conservatrice ciò basterà per cinguettare che questa è una svolta. Idem il Pd. Ma sono bugie senza futuro. Non possono promettere arrosti dopo che il fumo dura troppo mentre il governo del “risanamento” ci porta ormai alla soglia dei due trilioni di euro di debito. Come stupirsi che ci sia una corsa all’afferra afferra? Chi ha soldi li porta altrove, sempre di più, a finanziare i già ricchi (zona Berlino e Francoforte), o a tentare un ulteriore giro nella giostra folle dei derivati e della finanza criminale (zona Londra e Wall Street). Una finanza talmente criminale che mai si meriterà un monito di Giorgio Napolitano, il king maker dei bancocrati pasticcioni.
Se si guarda in modo spassionato all’assoluta inutilità del "Decreto sviluppo", si comprende la gravità delle prospettive per i decenni a venire. E chi regge il sacco a questi personaggi sarà da considerare pienamente corresponsabile.

28 maggio 2012

Siria. Cronache dell'orrore e della libanizzazione

di Pino Cabrasda Megachip.

 
Una strage in Siria, venerdì 25 maggio 2012, nella città di Houla, ha superato la soglia cinica che i media usano per dare importanza a una notizia nei casi di conflitti a “bassa intensità”. Cento morti in un giorno sono stati annunciati molte volte, spesso falsamente o senza poterlo verificare.
Stavolta, però, tutte le parti del conflitto siriano concordano: la gamma delle atrocità misurate a Houla si pesa proprio su una scala orrenda e verificabile, quella della carneficina di massa che colpisce gli innocenti. Per metà bambini.
Ecco dunque le prime pagine, che raccontano l’imminente fallimento del piano di pace di Kofi Annan accettato il 27 marzo dal governo siriano. Ma in questi ultimi due mesi le prime pagine poco hanno detto sulle enormi difficoltà e le gravi azioni che hanno indebolito e svuotato sin da subito il piano delle Nazioni Unite. La strage di Houla è solo l’ultimo fatto in ordine di tempo, fra le migliaia di violazioni del piano fin qui registrate, fra bombe stragiste contro i gangli dello stato, azioni di guerriglia, massacri interetnici perpetrati da squadroni della morte, traffici transfrontalieri di armi (con una tensione sempre maggiore in Libano), fino a sottrazioni di controllo del territorio che diventeranno la premessa per “zone cuscinetto” in grado di rendere endemica la guerra civile e l’internazionalizzazione del conflitto.
La parola “libanizzazione”, vecchia di decenni, torna in auge per provare a descrivere quel che può attendere la Siria.
Il coinvolgimento dei carri armati negli scontri di Houla è stato interpretato da un’organizzazione londinese inattendibile, l’Osservatorio siriano per i diritti umani, come l'unica causa del massacro: i morti sarebbero da imputare ai bombardamenti dell’esercito di Assad durante le manifestazioni antiregime di venerdì. Gran parte dei media occidentali e delle petromonarchie arabe accredita questa versione. Un riflesso rimane nel comunicato di condanna scaturito dalla riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, con la Russia che si è allineata agli altri membri nel menzionare una responsabilità dell'esercito siriano nella violazione del cessate il fuoco. Le agghiaccianti immagini delle vittime che possiamo osservare sollevano però alcuni dubbi. I morti non appaiono colpiti da bombardamenti indiscriminati ma da esecuzioni, compresi i bambini. In un contesto in cui operano squadroni della morte e agenti del caos di diverse tendenze, la vicenda assume una luce diversa (e non meno inquietante).
In questo film dell’orrore non vedrete la testa di una bambina che spunta dalle macerie, come a Gaza nel 2009, ma corpicini di infanti stesi a fianco di un muro intatto e macchiato da uno schizzo di sangue. Nella contabilità dell’orrore cambia poco. Nella comprensione dei fatti cambia prospettiva.
Anche in questa occasione il Centro di informazioni “Vox Clamans” della diocesi greco-cattolica di Homs raccoglie testimonianze che descrivono uno scenario analogo a quello di altri massacri avvenuti negli scorsi mesi: bande sempre meglio armate attaccano sia l’esercito - impegnandolo in una reazione e di fatto bloccandolo dopo avergli causato gravi perdite - sia i civili di diverse etnie.
Emerge una strategia criminale, con famigerati precedenti in Centroamerica e in Iraq, in grado di fare a pezzi il livello minimo di sicurezza che gli stati hanno il compito di garantire nel patto di cittadinanza. È un tipo di pressione che di per sé azzera qualsiasi piano di pace, o qualunque tentativo di ricondurre a un’autorità statale il monopolio legittimo della violenza.
Chi alimenta tutto questo? Ne abbiamo parlato in passato, offrendo una panoramica. Il piano di Annan non piace a chi vuole il cambio di regime costi quel che costi. Non piace agli USA né alle petromonarchie del Golfo. Una delle più patenti violazioni del piano è stata l’escalation del traffico di armamenti e altri equipaggiamenti dall’estero in favore dei settori più inflessibili dell’opposizione siriana. Il piano non piace ai gruppi sempre più organizzati del terrorismo di tipo al-qaedista (che in Libia è stato un soggetto chiave della guerra e da lì alimenta un flusso per la Siria), milizie di assassini fanatici che vogliono condizionare violentemente la loro oggettiva alleanza con Washington e Riyad. E sicuramente non piace ai settori più incredibilmente miopi e retrivi del regime siriano, che sentono minacciate le loro rendite di posizione dalle riforme impostate da Assad sotto la pressione degli eventi.
In una situazione che muta di giorno in giorno sono persino possibili convergenze d’interessi da parte di chi da una transizione pacifica ritiene di avere soltanto da perdere.
Ci sono molti osservatori, anche in Italia, che guardano ai fatti di Siria leggendoli con categorie fuorvianti, fino ad attribuire le migliaia di morti dei disordini a un’unica mano assassina. La realtà si presenta invece molto sfaccettata, e non si presta a essere giudicata con il metro italiano. Perché, se volessimo proprio usare questo metro, in Siria sta succedendo una Nassiriya al giorno e una strage di Bologna alla settimana. Noi non siamo venuti a capo delle nostre tensioni causate da episodi diluiti nei decenni. Dovremo perciò essere molto prudenti nel giudicare cosa sia bene per i siriani quando gli episodi hanno una frequenza e una dimensione immensamente più grave della nostra esperienza storica.
In pochi hanno letto una proposta di Johan Galtung (“Siria: le soluzioni sono possibili invertendo le formule. Ecco come”) per cercare soluzioni al dramma siriano. Andrebbe invece diffusa e dibattuta, fra quanti hanno a cuore il futuro della pace in Medio Oriente e nel mondo.


obamassad-giochi


24 maggio 2012

Manca un minuto solo a Mezzanotte

di Elido Fazi - www.one1euro.com

Con una nota di Pino Cabras in coda all'articolo ripreso da Megachip.

Giovedì scorso ero a cena con un professore che è stato presidente dell’associazione degli statistici italiani. Io ho messo subito le mani avanti, ricordando che, nonostante avessi già sostenuto Statistica 1, 2 e 3, non ero mai riuscito a seguire bene il corso di econometria tenuto negli anni Settanta dal professor Guido Rey alla Facoltà di Economia della Sapienza di Roma a Castro Laurenziano.
Soprattutto, non ero riuscito a capire il libro di testo adottato, quello di Johnston. Il professore mi ha rassicurato: neanche lui era mai riuscito a seguirlo fino in fondo.
Forse il volume non era stato ben tradotto. L’econometria, cioè l’uso di metodi matematici e statistici per formulare, stimare e testare i modelli economici, agli inizi degli anni Settanta stava esercitando un certo appeal sugli studiosi.
Quando poi Rey diventò presidente dell’Istat, negli anni Ottanta, usò tutte le sue conoscenze per una robusta rivalutazione del pil italiano. In un solo colpo il rapporto del debito rispetto al pil scese di svariati punti, quello che oggi equivarrebbe a più di un Fiscal Compact. Il discorso si è poi spostato sull’affidabilità dei dati statistici. Quanto sono affidabili quelli che leggiamo tutti i giorni sui giornali, se persino dopo il censimento istat non siamo neanche sicuri – milione più, milione meno – di quanti siamo in Italia? Quanto sono affidabili i dati sul pil, sull’inflazione, o sull’occupazione, se non riusciamo nemmeno a contarci? Che senso ha allora misurare tutti i parametri in rapporto a un pil di cui non si ha alcuna certezza?
«Ma almeno i dati finanziari della Banca d’Italia, crediti e debiti, sono affidabili?», ho chiesto. «Certo», ha risposto il professore, «ma non sempre ce li fanno conoscere tutti». Alla fine abbiamo convenuto che uno dei pochi dati più o meno sicuri è quello della bilancia dei pagamenti. E, infatti, quando, il 15 marzo del 2007 il direttore della Banca d’Italia Fabrizio Saccomanni cercò di segnalare al Parlamento italiano che la situazione negli Stati Uniti era critica, fece riferimento principalmente a un dato: quello del disavanzo americano della bilancia dei pagamenti.
Si può affermare che se uno Stato ha un avanzo nella parte corrente dei pagamenti è uno Stato competitivo, e che se invece ha un deficit non lo è? La risposta in generale è “”. Alcuni Stati, come la Russia (+110) e l’Arabia Saudita (+174), hanno degli enormi surplus nella bilancia dei pagamenti, dovuti non alla competitività dell’economia ma alla presenza di riserve di petrolio e gas. Ma per l’Europa – dove non passa giorno senza che su ogni quotidiano venga rimarcato il differenziale di competitività tra paesi del Nord e quelli del Sud – la risposta alla nostra domanda potrebbe essere “sì”. Vediamo i dati, in miliardi di dollari,così come sono riportati ogni settimana dall’«Economist», cominciando dai paesi del Nord.
Germania +205
Olanda +76
Danimarca +21
Norvegia +70
Svezia +40
Austria +8
In totale questi paesi hanno un enorme surplus nella parte corrente della bilancia dei pagamenti, pari a 420 miliardi di dollari.
Vediamo ora i paesi del Sud.
Italia -66
Francia -62
Spagna -52
Un deficit pari a 180 miliardi. In aggregato, però, l’Europa, considerando solo i paesi di cui sopra (ma lo scenario non cambia se si aggiungono altri paesi economicamente più piccoli), ha un surplus pari a 240 miliardi di dollari.
Se prendiamo le tre più grandi aree economiche mondiali, la situazione è la seguente:
Europa +240
Cina +197
Stati Uniti -473
Viste in questa chiave mi sembra che le cose siano abbastanza chiare. Il problema di competitività non è europeo, ma americano. L’Europa, a parte qualche zona del Sud che non può certo essere presa come esempio, risulta essere non solo l’area geografica più competitiva e ricca del mondo (la Cina ha un reddito pro-capite inferiore a un quarto di quello europeo), ma ad alcuni di noi sembra anche la più bella e forse la più civile.
Dopo aver letto i dati, bisogna però subito aggiungere che l’egemonia di uno Stato suglialt altri non deriva solo dalla sua economia (o, per quanto riguarda gli Stati Uniti, dalla sua forza militare), ma anche dall’autorevolezza e dalla moralità di chi lo governa. Uno Stato che vuole ricchi solo i suoi cittadini è uno Stato egemone ma non autorevole. Secondo il filosofo cinese Guanzi che scriveva nel VII secolo prima di Cristo, «Uno che arricchisce solo il suo Stato è chiamato un egemone. Uno che unifica e corregge altri Stati è chiamato Re saggio». La Germania oggi cos’è? È uno Stato egemone – almeno in Europa – perché è potente economicamente, oppure lo è perché non solo risulta il più competitivo del mondo, ma anche il più autorevole (pochi sono i politici corrotti e basta un nonnulla, come una tesi copiata, per far dimettere un ministro)?
Sul «Financial Times» leggo un articolo di Andrew Roberts che ci ricorda, citando The English Hymnal, la raccolta fatta nel 1906 dei migliori inni inglesi, che «gli orgogliosi imperi del mondo pass away», ‘passano’. Di chi parla, dell’impero ‘inglese o di quello americano? Forse dell’impero di Bruxelles? «È arrivata l’ora di chiederci quando è scattato il momento che ha distrutto l’impero economico di Bruxelles. Quando è accaduto che l’impero, a causa delle sue ambizioni di egemonia, invece di curarsi del benessere dei suoi cittadini, si è esteso troppo?». Secondo Roberts, gli storici futuri individueranno nella creazione dell’euro nel 1999, con la sua ambizione di prendere il posto del dollaro, la Pearl Harbor di Bruxelles, il momento in cui l’Europa si è attirata minacce e pericoli che un giorno la distruggeranno. Poi il giornalista propone l’ormai consueta analisi secondo la quale manca solo un minuto alla mezzanotte della Grecia. L’unica soluzione per salvare il salvabile, a detta di Roberts, è tornare con un’onorevole ritirata all’originale trattato di Roma e mantenere l’euro solo negli Stati che si “dimostrano meritevoli. In questo modo la Commissione di Bruxelles rinuncerebbe all’“hubristic fetish” dell’egemonia globale.
Questa soluzione, però, sembra diversa da quella auspicata da Angela Merkel – tra l’altro la meno europeista tra i leader tedeschi –: la cancelliera vorrebbe infatti procedere verso un’Europa federale, una sorta di Stati Uniti d’Europa.
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Stati Uniti d’Europa
Insomma, cosa succederà in futuro? Il tempo stringe e da qui a fine giugno dovranno essere prese decisioni chiare. O si va avanti con l’Europa federale, stabilendo con chiarezza la divisione dei poteri tra gli Stati e un eventuale presidente della Commissione regolarmente eletto, oppure si torna al trattato di Roma. «Ma un principio va tenuto sempre presente», dice Eugenio Scalfari nel suo ultimo editoriale. «Si tratta di costruire un’Europa democratica. Tentazioni autoritarie stanno emergendo in vari punti del continente e di varia natura. Non possono essere ignorate, vanno affrontate e combattute». Scalfari suggerisce anche il regista che dovrebbe scrivere il copione del programma europeo: un’Autorità europea la cui sovranazionalità e la cui indipendenza siano assolute. «Fino a quando la Germania continuerà a pensare soltanto a se stessa non potrà che combinare guai. I governi non solo dell’Europa ma dell’Occidente debbono metterla dinanzi alle sue responsabilità riconoscendo a loro volta che la Germania possiede la forza per innescare la costruzione dello Stato federale europeo. Non si può far finta di non vedere che il vero problema da risolvere è questo. Non si tratta di un’opzione ma di una necessità».


Nota
di Pino Cabras
L'articolo di Elido Fazi illustra molto bene la drammatica brevità entro la quale si sta giocando il futuro di centinaia di milioni di europei, all'interno di una partita ancora più vasta che coinvolge direttamente il mondo intero. Più preoccupante è la contraddizione interna delle parole di Eugenio Scalfari richiamate alla fine. Scalfari, uno degli intellettuali che più si è speso in favore dell'operazione Monti-Napolitano - cioè il più grave esproprio di sovranità nella storia della Repubblica Italiana - fa ora appello a un'Europa democratica, ma lo fa immaginando una non meglio precisata Autorità europea, le cui attribuzioni in termini di sovranazionalità e "indipendenza" sono "assolute". Più che democratica e indipendente, sembra una costruzione "irresponsabile", che - letteralmente - non risponde a nessuno. Manca sì un minuto a mezzanotte, ma prima dell'ennesima fuga in avanti, nel buio del capitalismo terminale, andranno invece interpellati a fondo i popoli che compongono il mosaico della civilizzazione europea.
 

19 maggio 2012

Brindisi e la democrazia

Il dolore atroce che si rovescia sulla vita civile del nostro Paese, nel giorno dell’attentato che ha profanato la gioventù di Brindisi, è ancora una volta l’ingrediente sanguinario che puntualmente si inserisce dall’ombra nei momenti cruciali della storia nazionale.
Le bombe che scoppiano fra la gente hanno sempre favorito lo stesso obiettivo: convalidare un restringimento della libertà in nome della sicurezza e disinnescare le possibilità di cambiamento democratico mentre si approntano nuovi equilibri.
L’attentato di Brindisi, un episodio che si aggiunge alla lunga serie del terrorismo stragista italiano, emerge come un evento di grande importanza perché si affaccia tragicamente in un crocevia di crisi politiche ed economiche che stanno ridisegnando la sovranità, i rapporti sociali e di potere, la forma stessa del sistema politico: esattamente come accadde in questi stessi giorni vent’anni fa, quando la strage di Capaci fu un fatto decisivo nel passaggio drammatico della nostra storia in cui crollava la cosiddetta Prima Repubblica, un momento di crisi che travolse vite, carriere, movimenti politici e speranze di rinnovamento, il tutto in mezzo a stragi, tensioni, ricatti, messaggi trasversali e misteri mai risolti, che hanno pregiudicato la vita democratica italiana nei vent’anni successivi.
Alla vigilia di un netto peggioramento della crisi, al quale la tragedia economica della Grecia sta per fare da innesco, l’entrata in scena di questa forma di violenza deve suscitare il massimo allarme democratico.
Non sfugge a nessuno il fatto che l’attentato stragista è perpetrato davanti a una scuola intitolata proprio a una delle vittime della strage di Capaci, Francesca Morvillo Falcone.
Così come non ci sfugge un’altra singolare coincidenza: è colpita per prima la città portuale italiana che funge da “porta della Grecia”, quasi ad aprire simbolicamente una nuova fase in cui convergeranno tutti i fattori di crisi.
Il governo Monti-Napolitano, che si è costituito per un grave deficit di democrazia e ha continuato ad agire su quella strada, appare come il più pericoloso e il meno adatto a gestire questa fase di crisi: recentemente, di fronte al crescere delle tensioni sociali aggravate dalle loro scelte politiche, i governanti hanno fatto presagire una militarizzazione della loro risposta, accompagnata da indiscriminati allarmi antiterrorismo.
Il laboratorio politico Alternativa fa appello ai movimenti, ai cittadini, a tutte le forze popolari che hanno a cuore la difesa della Costituzione, affinché vigilino e non cedano sulla difesa delle libertà fondamentali. Con l’obiettivo di avere un governo che non sia gravato dal deficit di democrazia.

19 maggio 2012.
Ufficio Centrale di Alternativa

18 maggio 2012

Il precariato strutturale: come rimediare?


L'Alternativa c'è - Puntata numero 47
Ogni giovedì, appuntamento settimanale di approfondimento.
Videoeditoriale di Pino Cabras.

da MegaChannelZero.

29 aprile 2012

Creare direttamente un milione di posti di lavoro

di Luciano Gallino

Intervento in occasione della prima Assemblea del Soggetto Politico Nuovo, tenutasi a Firenze il 28 aprile 2012.


Sgravi fiscali, investimenti in grandi opere, incentivi alle imprese perché assumano, sono poco o punto efficaci per creare rapidamente occupazione. Occorre che lo stato operi come datore di lavoro di ultima istanza, assumendo direttamente il maggior numero di persone.

La proposta:
1) Istituire un’Agenzia per l’occupazione simile alla Works Progress Administration del New Deal americano (works = opere pubbliche). L’Agenzia stabilisce i criteri di assunzione, il numero delle persone da assumere, il livello della retribuzione, i settori cui assegnarle. Le assunzioni vengono però effettuate e gestite unicamente su scala locale, da comuni, regioni, enti del volontariato, servizi del lavoro, ecc.
2) Per cominciare si dovrebbe puntare ad assumere rapidamente almeno un milione di persone. Poiché tale numero è inferiore a quello dei disoccupati e dei precari, occorre stabilire inizialmente dei requisiti in cui i candidati dovrebbero rientrare. Un requisito ovvio potrebbe essere l’età: p. e. 16-30 anni, oltre ovviamente alla condizione di disoccupato o precario.
3) L’Agenzia offre un lavoro a chiunque, in possesso dei requisiti richiamati sopra, lo richieda e sia in grado di lavorare.
4) Le persone assunte dall’Agenzia dovrebbero venire impiegate unicamente in progetti di pubblica utilità diffusi sul territorio e ad alta intensità di lavoro. (Le grandi opere non presentano né l’una né l’altra caratteristica). Progetti del genere potrebbero essere: la messa in sicurezza di edifici scolastici (oggi il 50% non lo sono); il risanamento idrogeologico di aree particolarmente dissestate; la ristrutturazione degli ospedali (nel 70% dei casi la loro struttura non è adeguata per i modelli di cura e di intervento oggi prevalenti). Per attuare progetti del genere sarebbero richieste ogni sorta di figure professionali.
5) Finanziamento. Nell’ipotesi che ogni nuovo occupato costi 25.000 euro, per crearne un milione occorrono 25 miliardi l’anno (la maggior parte dei quali rientrebbero
immediatamente nel circuito dell’economia). Si può pensare a una molteplicità di fonti: fondi europei; cassa depositi e prestiti; una patrimoniale di scopo dell’1% sui patrimoni finanziari superiori a 200.000 euro (la applica la Svizzera da almeno mezzo secolo); obbligazioni mirate. Andrebbero altresì considerate altre fonti. Ad esempio, si potrebbe offrire a cassaintegrati di lunga durata la possibilità di scegliere liberamente se lavorare a 1000-1200 euro al mese piuttosto che stare a casa a 750, a condizione che sia conservato il posto di lavoro (è possibile, con l’istituto del distacco). Qualcosa del genere andrebbe considerato per chi riceve un sussidio di disoccupazione. In questi casi l’onere per il bilancio pubblico (includendo in questo l’Inps) scenderebbe di due terzi. Infine va tenuto conto che molte imprese sarebbero interessate a utilizzare lavoratori pagando, per dire, soltanto un terzo del loro costo totale. 

28 aprile 2012
Fonte: http://www.gonews.it/pdf/BENICOMUNI-FIRENZEGALLINO.pdf