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19 gennaio 2015
NON Cooperanti
di Pino Cabras.
da Megachip.
La
giovane età di Vanessa Marzullo e Greta Ramelli corrisponde alla stagione
coraggiosa degli eroi che si immolano per una causa così come a quella dei combattenti che
attraversano consapevolmente i piani bassi dei doppiogiochismi. Non mi
convincono minimamente i discorsi che le trattano da "ragazzine". Alla loro età
ero già una persona strutturata, bene o male. Sento una continuità
profondissima con quel che pensavo o sentivo allora: il contenuto è lo stesso
di quel tempo, solo la busta è un po' sgualcita. Vanessa e Greta hanno fatto
dunque delle scelte adulte, nella loro busta ancora nuova e fortunatamente
intatta.
Quindi sgombriamo
il campo dall'altro aggettivo/sostantivo. Marzullo e Ramelli NON hanno
agito da "cooperanti", laddove con questo termine s'intendano agenti
pubblici o
non governativi che portano avanti azioni di Cooperazione allo Sviluppo
inquadrate
ufficialmente nella politica estera italiana, gestita dalla Direzione
Generale
per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri.
L'attribuzione del
termine "cooperanti" non è mai stata appropriata quando già sapevamo del loro
coinvolgimento attivo in favore di una parte belligerante che aggrediva
uno
stato sovrano, composta da gruppi di estremisti che sono prevalentemente
confluiti
nell'ISIS, dietro lo schermo delle cancellerie europee che volevano
favorire i
gruppi "moderati". Tanto meno la definizione risulta giusta ora che
conosciamo
i contenuti delle intercettazioni dei carabinieri, che hanno registrato i
colloqui delle due italiane con i militanti siriani. È invece calzante e
oggettivo definirle "attiviste
schierate", perché la loro prima preoccupazione non era lo sviluppo
rurale né l'ambiente
o l'educazione: era il retroterra sanitario dei combattenti impegnati in
azioni
militari.
Se
la loro fosse ingenuità o corresponsabilità lo chiariranno le indagini. Queste
vanno fatte, perché al tempo dei loro contatti con i combattenti ribelli
siriani, erano già accessibili centinaia di video sui metodi della galassia jihadista in
Siria. Le decapitazioni più patinate e hollywoodiane son venute dopo, ma YouTube
offriva già tutto quel che c'era da sapere in proposito, comprese le teste
tagliate, filmate da cellulari con mano malferma. E non era un bel vedere.
Le
due donne italiane intrattenevano rapporti che le portavano a casa di combattenti
inquadrati fra i responsabili di quelle azioni, non presso un'ipotetica società
civile.
Infine
alcune considerazioni sul dopo. Se si è pagato un riscatto che salva la vita di
due persone occidentali, dobbiamo domandarci quali effetti potrà avere questo
versamento per molte persone siriane. Con dodici milioni di euro - ammesso che
la cifra sia quella - si può pagare un anno di stipendi di centinaia e
centinaia di miliziani, che potranno integrarli con altri aiuti ufficiali e
ufficiosi di vari Stati che da quattro anni in qua forniscono armi,
addestramento e denaro per tenere in piedi la guerriglia in Siria. L'esercito
siriano, dovendosi occupare di questa spina nel fianco, ha perciò meno forza sul fronte dell'ISIS,
che infatti non sta indietreggiando.
Aggiungo:
chi ci dice che il flusso di denaro che alimenta lo jihadismo si ferma in
Siria? I soldi passano veloci di mano in mano, possono andare anche in Nigeria,
dove qualcuno starà pure equipaggiando l'armata jihadista di Boko Haram, che
in certi giorni ammazza mille persone, eppure non si guadagna le nostre prime
pagine. Sono gli stessi media che si chiedono ancora chi mai abbia addestrato i
massacratori di Parigi. Che fine fanno queste distrazioni del nostro mondo,
mentre interi mondi geopolitici si surriscaldano lasciando in terra migliaia di
vittime?
È
questo quel che vogliamo?
Queste
sono le ragioni per cui ritengo che la vicenda di questo strano rapimento non sia
da trattare in modo sbrigativo, che vada indagata a fondo, e che non si debba
fermare al dibattito tutto emotivo sulle ragazze che volevano il Bene.
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30 agosto 2012
Che gran pezzi di... giornalismo
di Felice Fortunaci – da Megachip
In Iran si è iniziato lo scorso 26 agosto il vertice del Movimento dei Paesi non allineati, NAM, nel quale sono rappresentati due terzi dei membri delle Nazioni Unite e il 55% della popolazione mondiale. L’Iran ha assunto per tre anni la presidenza di tale movimento e tanto basterebbe per sfatare il mito dell’isolamento della Repubblica Islamica da parte della “comunità internazionale”. Per parare il colpo, il giornalismo di guerra ha provato alcuni escamotage.
La Repubblica,
leader italiano indiscusso in questo tipo di giornalismo, il giorno 28
agosto scorso ha relegato in un brevissimo articolo a pagina 12 la
notizia sul vertice, ma in compenso ha pubblicato in prima pagina, con
continuazione all’interno, un lungo pezzo di Moisés Naím, un giornalista venezuelano di origine libica, che parlava di mafia. Beh, che c’entra? Intanto Naím non è un giornalista qualunque.
È stato ministro venezuelano del Commercio e dell’Industria durante il sanguinario secondo mandato del presidente Carlos Andrés Pérez (un ex progressista asservito al Washington Consensus e ora in esilio dorato a Miami perché condannato per corruzione nel suo Paese), un
governo cioè che è passato alla storia per il massacro della rivolta
popolare del 1989 contro le privatizzazioni selvagge di cui Naím era
fiero assertore. Si calcolano fino a 3.000 morti.
Uomo della Banca Mondiale di cui è stato Direttore Esecutivo, collaboratore della CIA come membro del board of directors del National Endowment for Democracy,
nemico giurato di Hugo Chávez (probabilmente anche perché durante i
massacri del 1989 fu uno degli ufficiali che si rifiutarono di sparare
sulla folla), Naím è, conseguentemente, un ospite permanente del gruppo Espresso-La Repubblica.
Ebbene, cosa ci viene a dire questo figuro in prima pagina sul noto quotidiano “progressista”? Che ci sono Stati dove al potere c’è la mafia. I principali sarebbero, Guinea-Bissau, Montenegro, Myanmar (Birmania), l’Ucraina, Bolivia, Corea del Nord e, last but not least, ovviamente il Venezuela.
Una lista che inizia in sordina e finisce con ben cinque nazioni direttamente nel mirino degli USA. Tutti, guarda caso, appartenenti al NAM, tranne l’Ucraina che è però odiata per essere troppo filorussa. Sull’Afghanistan, Naím fa solo vaghi cenni sul traffico d’oppio, senza spiegare nulla in merito al ruolo giocato in questo traffico immane dagli occupanti sotto l’ombrello NATO.
Una
lista di bersagli, dunque, che commenta da sola la serietà e gli
intenti sia del giornalista sia del foglio che lo ospita. Il quale
ultimo ha per altro una notevolissima faccia di bronzo dato che solo
pochi giorni fa ha pubblicato un editoriale del suo fondatore, Eugenio Scalfari, che sosteneva la legittimità della trattativa tra Stato e mafia durante la stagione delle stragi mafiose del 1992.
Nella
stessa edizione, la sezione affari internazionali di «Repubblica» si è
impegnata a controbilanciare la notizia dell’attacco contro i soldati
italiani in Afghanistan con un articolo intitolato “Cantano e ballano, 17 decapitati in Afghanistan il terrore dei Taliban”.
Quindi: che a nessuno venga in mente di parlare di un nostro ritiro.
Tanto valeva che intitolassero direttamente: “I Taliban sono cattivi”. Senza però scrivere niente. Così per lo meno non sarebbero incorsi in smentite: Afghanistan, dietro alle decapitazioni una faida tra famiglie rivali.
La stessa sezione ci informa infine che il progressista François Hollande
ha avvertito: «Se Assad usa armi chimiche sì all’intervento». Ora, che
in una guerra (su commissione) dove si combatte strada per strada si
possano usare armi chimiche è già un’idiozia.
Sembrerebbe idiota anche ricominciare a menarla con la storia delle armi
non convenzionali che già si rivelò una solenne menzogna nel caso
dell’Iraq. Ma in definitiva, dato che allora in qualche modo pagò,
perché non riciclarla adesso per la Siria? Chi darebbe la notizia eventuale di un utilizzo di armi chimiche? L’Esercito Siriano Libero. Chi la controllerebbe? L’Osservatorio siriano dei diritti umani, con sede, guarda un po’, a Londra.
Come sempre.
Ma
ecco che c’è chi dà credito all’idiozia: è stata sempre la prima pagina
del quotidiano fondato da Scalfari a ospitare il 23 agosto un pensoso articolo sulla Siria del ministro degli esteri italiano, Giulio Maria Terzi di Sant'Agata,
che alla locomotiva del suo interminabile nome attacca anche una vagonata di
titoli: marchese, conte, barone, cavaliere del Sacro romano impero e Signore di Sant'Agata.
Siccome
il quotidiano si chiama tuttora «la Repubblica» (ma non siamo sicuri
che il nome duri, visto il suo crepuscolo reazionario), e siccome nelle edicole
stanno uscendo di nuovo i DVD di Fantozzi, il ministro si è firmato
appena Giulio Terzi.
Ma il suo articolo ha estratto lo stesso l’anima
del conte, del barone, del cavaliere e anche del lup. mann. figl. di
putt.
Il
titolare della Farnesina strilla infatti contro «il pericolo della
proliferazione di armi di distruzione di massa (la Siria possiede il
maggior arsenale di armi chimiche e biologiche in Medio Oriente)».
Curioso: Terzi, che fu per anni ambasciatore in Israele
(che se non sbaglio è in Medio Oriente) non ha mai fatto una
dichiarazione a proposito delle centinaia di armi nucleari israeliane
(ben proliferate, e ben capaci di distruzione di massa).
Il resto
dell’articolo è una valanga di foglie di fico per giustificare gli aiuti ai ribelli in Siria nascondendone le implicazioni militari.
Il nostro cavaliere del Sacro romano impero dichiara che sta
«considerando, sulla scia di alcuni nostri principali alleati, la
fornitura all'opposizione di strumenti di comunicazione utili per poter
prevenire attacchi contro civili, soprattutto donne e bambini». Non è un’amore?
E non tanto per il suo tenero pensiero rivolto ai bambini, ma
soprattutto per quel suo stare «sulla scia», come un drone. Magari come
uno di quelli che «alcuni nostri principali alleati» scagliano
quotidianamente sui bambini del Pakistan e dell’Afghanistan, e un
domani, con una No Fly Zone, anche in Siria. Dove, però, si va solo con
la "responsabilità di proteggere", non sia mai altrimenti: il tutto in
compagnia dei piranhas del Qatar e di Riyad, anzi, «sulla scia» delle loro forniture.
I
giornali di mezzo mondo stanno via via sbugiardando queste pretese, e
spazzano via almeno le foglie più indecenti usate dai governi.
Ma con «Repubblica» il ministro va sul sicuro, e si sdraia come un
pascià. Non gli faranno mai domande. Sanno quali sono le fonti gradite
al potere.
In un articolo di Venerdì 2 marzo 2012, apparso su «la Repubblica» a firma di Alberto Stabile, si parlava della drammaticità della battaglia di Bab Amro, «il quartiere simbolo della resistenza contro la brutale repressione della protesta siriana». Ora, una battaglia contro una protesta non l’ha mai fatta nemmeno Hitler. Ma tant’è. Il punto di vista di Stabile coincideva curiosamente con quello dei cosiddetti “ribelli”, dato che lui stesso poco dopo ci informava: «Sono stati gli stessi ribelli ad offrire un quadro drammatico della situazione».
E quali altre fonti ha mai utilizzato «la Repubblica» e tutto il mainstream? Rileggetevi i vari non-reportage:
è tutto un “ha dichiarato un portavoce dei rivoltosi”, “ha detto il
Consiglio Nazionale Siriano”, “fonti dell’opposizione”, eccetera.
Infatti, coerentemente, poche righe dopo un’ulteriore “informazione”
inizia con «Secondo notizie diffuse dalle organizzazioni dell’opposizione».
Le
fonti “alternative” sono Al Arabiya e Al Jazeera, ovvero i media delle
petromonarchie, cioè degli autocrati che non governano i loro Paesi ma
li hanno in uso come proprietà personali, e che
reprimono gli oppositori con una ferocia che riesce a guadagnarsi solo
distratti trafiletti sulla declinante gazzetta che ci fa da «Pravda».
Gran bei pezzi di giornalismo, insomma.
È la stampa di guerra, bellezza! Quella della Terza Guerra Mondiale ormai in atto.
Come direbbe Altan, il trucco c’è, si vede benissimo, ma non gliene frega niente a nessuno.
Men che meno agli affezionati lettori, già progressisti, de «La
Repubblica» ai quali magari luccicano ancora gli occhi quando sentono
parlare di Che Guevara (che dal canto suo riteneva gli USA un pericolo
mortale per l’umanità). Sanno che è diventato un giornale illeggibile
ma si ostinano a comprarlo per inerzia e perché magari si consolano con
qualche notizia di cultura o semi-cultura qua e là. Insomma, per una
sorta di nostalgia e di narcisismo semicolto riflesso.
Nostalgia, inerzia e narcisismo semicolto riflesso che però lavorano sulle capacità critiche, che in tempo di guerra devono essere azzerate: Credere, Obbedire, Combattere!
Un
ordine che si accompagna all’altro, ben noto, del capitalismo:
“Accumulate, accumulate! Questa è la Legge e questo dicono i profeti!”.
La nuova catechesi del giornalismo “progressista” italiano e occidentale?
(29 agosto 2012)
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27 giugno 2012
Gli USA tengono colloqui ad alto livello con i ribelli siriani in cerca di armi a Washington
di Peter Foster e Ruth Sherlock - Daily Telegraph
Tradotto su Megachip.
I
ribelli siriani hanno tenuto incontri con alti funzionari del governo
USA a Washington mentre cresce la pressione nei confronti degli Stati
Uniti affinché autorizzino una spedizione di armi pesanti, tra cui
missili terra-aria, per combattere il regime di Assad, ha appreso il
«Daily Telegraph».
WASHINGTON (15
giugno 2012) - Un alto rappresentante dell'Esercito Siriano Libero si è
incontrato la scorsa settimana presso il Dipartimento di Stato degli
Stati Uniti con l'ambasciatore Usa in Siria, Robert Ford e con Frederick
Hoff, coordinatore speciale per il Medio Oriente, secondo conferma
delle fonti interpellate.
Gli
emissari dei ribelli, equipaggiati con un iPad che mostrava i piani
dettagliati su Google Earth che identificano le postazioni dei ribelli e
gli obiettivi di regime, si sono inoltre incontrati con i massimi
componenti del Consiglio di Sicurezza Nazionale, che consiglia il
presidente Obama sulle politiche di sicurezza nazionale.
I
rappresentanti dell’ESL a Washington hanno compilato una "lista mirata"
di armamenti pesanti, tra cui missili anti-carro e mitragliatrici
pesanti con l’intento di presentarla ai funzionari del governo USA nel
corso delle due settimane successive.
Le
consultazioni hanno preceduto la riunione del G20 della successiva
settimana a Los Cabos, in Messico, dove i funzionari britannici e
statunitensi sarebbero stati chiamati a fare un ultimo tentativo per
ottenere dal presidente russo Vladimir Putin di intervenire nella crisi
siriana.
Privatamente,
i diplomatici occidentali ammettono ormai di coltivare scarse speranze
di forzare un cambio di opinione della Russia, che ha sempre rifiutato
di piegarsi alle pressioni statunitensi e britanniche intese a farle
fare di più per arrestare lo scivolamento della Siria nella guerra
civile settaria.
Mentre
rimane poco entusiasmo per un intervento militare diretto occidentale,
il «Daily Telegraph» ha appreso che piani di emergenza avanzati sono già
in campo per la fornitura di armi pesanti ai ribelli, tra cui
sofisticate armi anticarro e missili terra-aria.
L’aspettativa
è che il passaggio verso quel che è stato descritto come intervento in
Siria tipo «Libia light» prenda forza dopo l’atteso fallimento del piano
di pace Annan e la riunione del Gruppo di Contatto sulla Siria previsto
per il 30 giugno a Ginevra.
Fonti
ad alto livello della diplomazia in Medio Oriente hanno riferito che
delle armi fornite dai libici, pagate con fondi governativi dell’Arabia
Saudita e del Qatar e donazioni private, erano già state stoccate in
attesa dell'"inevitabile" intervento necessario per porre fine al regime
di Assad.
«L'intervento
avverrà. Non è una questione di “se”, ma di “quando”. I libici sono
disposti a fornire le armi anticarro, altri sono disposti a pagare per
questo», ha riferito la fonte.
Ha
aggiunto, tuttavia, che la Turchia «non aprirebbe le paratie» operando
come canale per le armi, a meno che non ci sia un appoggio della Nato e
degli USA che garantirebbe loro sostegno in caso di una reazione
siriana, eventualmente caratterizzata dalla mobilitazione di gruppi
curdi siriani contro la Turchia.
Fonti
diplomatiche del Medio Oriente hanno affermato che l'amministrazione
Obama era pienamente consapevole dei preparativi in atto per armare i
gruppi di opposizione siriani.
Gli
Stati Uniti hanno inoltre accettato di far parte di un gruppo di paesi
che coordina l'assistenza ai ribelli, hanno segnalato le fonti, ma
stavano ancora deliberando in merito al lasso di tempo giusto per dar
vita all'escalation.
L'amministrazione
Obama, che aveva incentrato la campagna elettorale sulla promessa di
porre fine alle guerre in Iraq e Afghanistan, è stata riluttante a dare
il semaforo verde all'intervento militare in Siria, dal momento che
punta a ottenere un secondo mandato da un elettorato stanco della
guerra.
Tuttavia
i patrocinatori della fornitura d’armi ai ribelli stanno ora sostenendo
con forza che l'inazione degli Stati Uniti rende Obama vulnerabile
rispetto alle accuse del campo repubblicano sul fatto che stia «agendo
sottotraccia» al costo di migliaia di vite siriane innocenti:
un’insinuazione che potrebbe appiccicarsi se avvenisse un altro
massacro.
Coloro
che a Washington stanno facendo pressioni per conto dei ribelli
dell'Esercito Siriano Libero sono consapevoli della limitata spinta
politica verso l'intervento tipica di un anno di elezioni, e che
qualsiasi operazione necessiterebbe con ogni probabilità di essere
fissata prima che gli influenti parlamentari del Congresso tornino alle
loro circoscrizioni per la pausa estiva, in luglio.
I
reportage sul fatto che pesanti armi anticarro siano state introdotte
questa settimana di nascosto in Siria sono stati negati da fonti
dell’ESL che hanno dichiarato che i ribelli erano ancora armati solo di
lanciagranate RPG-7.
Tuttavia,
il «Daily Telegraph» ha compreso che i contatti tra i gruppi ribelli e
agli alti funzionari del governo degli Stati Uniti hanno ormai raggiunto
lo "stadio della reciproca conoscenza", proprio nel momento in cui
l'amministrazione fa fronte al rischio crescente di dover sanzionare un
qualche tipo di intervento indiretto.
Ai
piani alti del mondo della Difesa USA si teme che le armi sofisticate
possano cadere in mano militanti islamisti, o accelerare il ciclo di
uccisioni- vendetta settaria, anziché provocare la rapida scomparsa del
regime di Assad.
L’ESL
è stata a lungo considerata come il nome dato a un insieme di milizie
disparate. Il movimento si è dato un migliore sistema di comando e una
struttura di controllo sul terreno negli ultimi mesi, istituendo dei
consigli militari dell'opposizione in dieci città e cittadine siriane,
compresa la capitale.
Traduzione per Megachip a cura di Ariel Pisanu e Pino Cabras.
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