3 marzo 2013

La NATO economica, soluzione USA alla crisi

di Thierry Meyssan.
da Megachip.


Nel corso del suo discorso annuale sullo stato dell'Unione, il presidente Barack Obama ha annunciato unilateralmente l'apertura di negoziati su un partenariato globale transatlantico per il commercio e gli investimenti con l'Unione europea (12 febbraio). Poche ore dopo, questo scoop veniva confermato da una dichiarazione congiunta del Presidente USA e dei presidenti del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, e della Commissione europea, José Manuel Barroso.  Il progetto di Zona di libero scambio transatlantico ha visto ufficialmente la luce a margine dei negoziati per l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA) nel 1992. A seguito di un processo di espansione, Washington voleva estendere questo spazio all'Unione europea. Tuttavia, all’epoca, si sollevarono delle voci negli stessi Stati Uniti, intese a rimandare questo assorbimento, lasciando il tempo affinché l'Organizzazione mondiale del commercio fosse messa i campo e consolidata. Temevano che i due progetti entrassero in collisione anziché rafforzarsi.

La creazione di un mercato transatlantico è solo una parte di un più ampio progetto, che comprende la creazione di un autentico governo sovra-istituzionale con un Consiglio economico transatlantico, un Consiglio politico transatlantico e un’Assemblea parlamentare transatlantica. Questi tre organi sono stati già creati in modo embrionale senza che sia stata data loro alcuna pubblicità.
La loro architettura ricalca un vecchissimo progetto volto a creare un vasto blocco capitalista che unisca tutti gli Stati sotto l'influenza anglo-americana. Possiamo trovarne traccia nelle clausole segrete del Piano Marshall e soprattutto nel trattato dell'Atlantico del Nord (articolo 2). È per questo che si parla indifferentemente di Unione transatlantica o di NATO economica.
Da questo punto di vista, è sintomatico notare che, dal lato statunitense, questo progetto non viene seguito dal Dipartimento del Commercio, ma dal Consiglio di sicurezza nazionale.
Abbiamo un’anteprima di quel che sarà il funzionamento dell'Unione transatlantica se osserviamo il modo in cui sono stati risolti i conflitti sulla condivisione dei dati personali. Gli Europei hanno norme di tutela della privacy molto esigenti, mentre gli statunitensi possono fare qualsiasi cosa in nome della lotta contro il terrorismo. Dopo aver fatto spola, gli Europei si sono sdraiati davanti agli statunitensi che hanno imposto il loro modello a senso unico: hanno copiato i dati europei, mentre gli europei non hanno avuto accesso ai dati stati statunitensi.
In materia di economia, si tratterà di abrogare le tariffe doganali e le barriere non tariffarie, vale a dire le norme locali che rendono impossibili certe importazioni. Washington vuole vendere tranquillamente in Europa i suoi OGM, i suoi polli trattati con il cloro, e i suoi bovini agli ormoni. Vuole usare senza ostacoli i dati riservati di Facebook, Google, ecc.
A questa strategia a lungo termine si aggiunge una tattica a medio termine. Nel 2009-2010, Barack Obama aveva costituito un comitato di consiglieri economici presieduto dalla storica Christina Romer. Questa specialista della Grande Depressione del 1929 aveva sviluppato l'idea che l'unica soluzione alla crisi attuale negli Stati Uniti consista nel provocare un trasferimento dei capitali europei verso Wall Street. A tal fine, Washington ha fatto chiudere la maggior parte dei paradisi fiscali non anglo-sassoni, poi ha giocato con l'euro. Ciononostante, i capitalisti in cerca di stabilità hanno avuto difficoltà a trasferire il loro denaro negli Stati Uniti. La NATO economica renderà la cosa più facile. Gli USA salveranno la loro economia attirando i capitali europei, dunque a spese degli Europei.
Al di là del carattere iniquo di questo progetto e della trappola che rappresenta nell’immediato, la cosa più importante è che gli interessi degli Stati Uniti e dell'Unione europea sono in realtà divergenti. Gli Stati Uniti e il Regno Unito sono potenze marittime che hanno un interesse storico al commercio transatlantico. Era anche il loro obiettivo espresso nella Carta Atlantica durante la seconda guerra mondiale. Al contrario, gli Europei continentali hanno interessi comuni con la Russia, specie in materia di energia.
Continuando a obbedire a Washington come durante la guerra fredda, Bruxelles offre in pasto gli Europei.



Thierry Meyssan

«Sotto i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°29.




Traduzione a cura di Matzu Yagi.

Questa "cronaca settimanale di politica estera" appare simultaneamente in versione araba sul quotidiano "Al-Watan" (Siria), in versione tedesca sulla "Neue Reinische Zeitung", in lingua russa sulla "Komsomolskaja Pravda", in inglese su "Information Clearing House".



26 febbraio 2013

Grillo, i movimenti, e i palazzi papali

 di Pino Cabras - da Megachip.


Due ottuagenari potenti e fiacchi si aggirano in queste ore in due sontuose regge di Roma, entrambe a lungo abitate dai papi. Uno è proprio il Papa, benché solo per poche ore ancora. L’altro è il Presidente della Repubblica, con qualche ora di carica in più. Sono svigoriti, perché quel che volevano tenere fuori dalle loro stanze sfarzose rientra invece con ancora più energia, e travolge le loro inutili e senili prudenze conservatrici. Joseph Ratzinger fin da ora ha preso atto della sproporzione di forze con la Storia: esce già di scena, ci pensino altri, e via il mal di testa. Giorgio Napolitano invece l’emicrania se la deve tenere tutta: un parlamento ingovernabile, un sistema politico formato da partiti troppo forti per permettere agli altri di governare, e troppo deboli per governare da soli, mentre il primo partito gli è alieno. È stato lui a portare dentro la reggia uno dei minori economisti della storia, per poi nominarlo senatore a vita, per fargli quindi governare malissimo una nazione, e per vederlo infine sconfitto miserevolmente, dopo una campagna elettorale disastrosa: Mario Monti, l’uomo che per mostrarsi empatico agli elettori affittava un cagnolino da esibire in favore di telecamera. Eccoli sconfitti, il robot e il cane. Gli sconfitti d’altronde non si contano, in queste elezioni, dentro e fuori il perimetro del Quirinale.
Pierluigi Bersani, ad esempio, non aveva proprio speranza. Solo il codazzo di incapaci che ancora si agita nel sottobosco mediatico intorno al PD poteva pensare che vincesse con una certa larghezza. Basta leggere i loro pronostici dell’altro ieri, quando vedevano Bersani inerpicarsi al 37 per cento, con i Cinquestelle fermi al 18. Per questi geni della politica la campana suona e suona ancora, ma non la sentono mai: già il voto europeo del 2009 fu segnato in mezza Europa dalle disfatte subite dai partiti che ereditavano gli insediamenti della sinistra del Novecento. La loro frana elettorale avvenne nel pieno di una vasta crisi economica e finanziaria coincidente con il fallimento del neoliberismo. Era già chiaro allora: la sinistra “novecentesca” europea era stata cooptata come interprete terminale del neoliberismo, un mero supporto delle oligarchie, quando doveva semmai combatterle. La ricetta di Bersani è stata invece: non tocchiamo nulla di quanto ha fatto il neoliberista più ottuso che si potesse trovare sulla piazza.
Sconfitto è Nichi Vendola, che ha dilapidato anche il fragile equivoco che gli aveva fatto imbarcare tanta gente: quella che ancora crede che si possa fare l’ala sinistra di un centrosinistra che fa l’ala di un centro neoliberista. Roba da mal di testa al cubo. Gli elettori non se lo sono fatto venire.
Sconfitto è Antonio Ingroia, persona perbene e segnata dalle più preziose discriminanti etiche, quelle di chi mette il proprio corpo contro la mafia, ma che si è fatto ingabbiare in una coalizione che – anch’essa - non sentiva la campana suonare per le sinistre novecentesche. Quanta ingenuità e quante illusioni, quando non chiudeva mai davvero la porta a Bersani!
Sconfitto è Gianfranco Fini. La lista che recava il nome del presidente uscente della Camera, uno dei politici più potenti della Seconda Repubblica, è stata umiliata con uno 0,4% dei voti. Sic transit gloria mundi.
Oscar Giannino, poi, è uno di quelli che si capottano in parcheggio, e non vale la pena parlarne.
Vince invece il potere d’interdizione che premia Silvio Berlusconi, ancora una volta resuscitato dalla fu sinistra. Peserà ancora, il Caimandrillo. La destra, in Italia, si aggrega intorno a un blocco sociale ben presente, quello che c’è, non quello degli affitta-cagnolini alla Rigor Montis.
Ma vince soprattutto il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Da tempo avevamo intuito il suo successo in quanto punto di coagulo dell’opposizione, e previsto i tremendi compiti che gli si sarebbero parati di fronte alla vigilia della Terza Repubblica. Forse volevamo cambiare questa forza politica con più velocità del consentito. Forse Grillo non ha voluto essere così forte da dover governare ora, quando la sua forza politica è fatta di gente attenta alle dimensioni locali, ma non pronta per il nucleo del potere statale. Ma la questione si ripresenterà. Quale? La trasformazione di un movimento in una forza dirigente adatta a governare un paese di sessanta milioni di abitanti. Il problema è nelle cose, e si proporrà prima del previsto. Di certo l’opposizione da oggi avrà questa sponda parlamentare, e i Cinquestelle saranno un interlocutore ineludibile per tutti i movimenti che vogliano rivoluzionare questa parte del mondo.
Colpisce in proposito il risultato siciliano, perché offre un esempio di cosa possa significare portare l’opposizione dentro le istituzioni. Alle elezioni regionali dello scorso ottobre il M5S ebbe circa il 15 per cento dei voti. Oggi la percentuale è doppia. Cosa è successo nel frattempo? L’incremento non è dovuto solo alla spettacolarità delle indennità autoridotte dei deputati siciliani: il gruppo parlamentare regionale dei Cinquestelle in questi mesi ha fatto sua la lotta popolare contro la base americana MUOS, un tema che nella campagna elettorale regionale non era nemmeno contemplato, al punto da riuscire a condizionare in modo forte l’azione del governo regionale. Questo è un modello di battaglia istituzionale molto chiaro: quello di una lotta che appoggiamo da tempo e che se non avesse voce nelle istituzioni non avrebbe altrettanta forza.
Ecco, servirà altrettanto per tante altre lotte su tutto il territorio della Repubblica Italiana. A partire dalla lotta contro i dittatori del debito e dello spread: una lotta che non ha più da tempo riferimenti fra forze politiche organizzate con una proiezione politica e sociale a tutto campo.
Ora tutto questo si potrà costruire. L’ottuagenario che si aggira come in trappola nel fastoso palazzo non potrà farci nulla. 


14 febbraio 2013

Iran e Hollywoodismo: un progetto per cambiare la fabbrica dei sogni

di Pino Cabras da Megachip.


Proprio mentre abdica il papa, è per me davvero ironico rientrare da Teheran, tornare da una modernissima e brulicante metropoli mediorientale che discute di tecnologie e “soft power”, per ritrovarmi invece in un Occidente monopolizzato dalle discussioni sul potere dei propri capi religiosi, impegnati a ripetere rituali antichi. Quando ci sembra un mondo alla rovescia non è colpa del mondo: lo guardavamo con idee sbagliate.
Faremo bene a prendere sul serio l’Iran per ragioni molto diverse da quelle che vediamo nei nostri media e nei film hollywoodiani. La settimana che ho appena trascorso a Teheran è stata illuminante. Mentre nella capitale iraniana si celebrava il 31° Fajr International Film Festival, la manifestazione che ogni febbraio propone al mondo lo sguardo iraniano sul cinema, ho partecipato alla conferenza “Hollywoodism”, che da tre anni in qua affianca la manifestazione principale, assieme a intellettuali, giornalisti, cineasti, produttori di tutto il mondo, tanti statunitensi. Se il Festival è la vetrina più nota, Hollywoodism è ormai il forum prediletto dagli organizzatori iraniani: alle tavole rotonde partecipano ministri, viceministri, direttori culturali, registi, critici cinematografici, tutti molto desiderosi di confrontarsi con gli ospiti internazionali. Come mai tanta mobilitazione? Cosa nascerà di nuovo da loro e da noi? Ecco il mondo alla rovescia ed ecco le sorprese del futuro.

Le classi dirigenti iraniane non puntano solo alla padronanza scientifica dell’«hard power» (nelle tecnologie militari, industriali, spaziali e nucleari). Vogliono fare fruttare massicciamente anche il «soft power»: intendono cioè esercitare un’egemonia con ambizioni globali attraverso risorse intangibili nel campo della cultura, dei valori, dell’immaginario collettivo e nella costruzione di una nuova politica con inedite alleanze. Noi che in Occidente viviamo in una bolla mediatica rischiamo di non capire l’importanza di questa nuova realtà con cui faremo i conti. Se usciamo dalla bolla scopriamo che quella di Teheran non è affatto una missione impossibile. E capiamo anche che è tremendamente interessante perfino per chi, come noi, ha valori diversi da quelli della Repubblica Islamica dell’Iran.
L’immagine in voga dell’Iran in Occidente è quella di un paese isolato, mentre invece è il protagonista della rifondazione del Movimento dei paesi Non Allineati, 120 Stati che rappresentano la maggior parte della popolazione mondiale e dell’economia globale. Da noi quasi neanche un rigo su tutto questo importante viavai, di cui Teheran è già il crocevia. L’Iran non è un paese separato dalla «comunità internazionale». È un paese colpito duramente dalle sanzioni di pochi. Gli stessi poteri che a noi impongono la dittatura dello spread.

Hollywoodismo è un concetto indovinato, una sintesi folgorante, una denominazione che descrive l’anima della più penetrante produzione di immagini in movimento nella storia dell’umanità, quella in cui siamo immersi. Le autorità iraniane, a differenza di altri sistemi politici - che hanno sempre sottovalutato l’importanza politica primaria della fabbrica dei sogni e delle distorsioni incentrata sull’immaginario nordamericano - hanno capito che la questione del sistema della comunicazione è centrale, e richiede un’interpretazione d’insieme.
Se diciamo Hollywoodismo, come per tutti gli «-ismi», rischiamo di cristallizzare una materia intellettuale che invece si muove. Tuttavia, l’espressione fa capire che siamo di fronte a un paradigma culturale. Per decenni questo paradigma ci ha sovrastato e inglobato, e molti non lo hanno riconosciuto. A Teheran e altrove (penso all'Argentina, e non solo) lo hanno invece individuato bene. Perciò propongono un altro modello, che rimanda al futuro e che non vogliono costruire da soli.
La critica al paradigma ha trovato buoni argomenti: alla conferenza sono state smontate pezzo per pezzo le più recenti perle propagandistiche del cinema d’Oltreoceano, come il tanto decantato “Argo” di e con Ben Affleck, il grottesco “Dittatore” con Sacha Baron Cohen, il violentissimo “300” di Zack Snyder, il film in favore della tortura “Unthinkable” con Samuel L. Jackson, nonché l’orripilante “Jerusalem Countdown”, una produzione del cinema cristianista che va per la maggiore tra i fanatici integralisti della Bible Belt americana. Ma in ballo non c’è solo una reazione alla produzione industriale di bombe islamofobe e antipersiane. C’è di più.
Cosa ci sia, lo chiedo a uno dei partecipanti alla conferenza, William Engdahl, giornalista statunitense, autore di brillanti editoriali su Global Research e profondo conoscitore delle politiche americane in Medio Oriente. Qual è la scoperta che oggi si fa strada rispetto a Hollywood? «Il sistema Hollywood ha formato una delle armi più efficaci fra quelle volte a estendere un’egemonia americana globale», afferma Engdahl, «e questo è avvenuto sin dall’avvento del film muto e ai tempi del matrimonio dei film di Hollywood con i concetti di Propaganda sviluppati durante la Prima guerra mondiale da un gruppo voluto dal presidente Woodrow Wilson». Chi faceva parte di questo gruppo? Engdahl fa un nome importante: Edward Bernays. Nipote di Sigmund Freud, Bernays è stato il capostipite dei moderni “spin doctor”, e fu – nell’ombra - una delle più influenti personalità del XX secolo. «L’espressione “fabbrica del consenso” è stata coniata proprio da Bernays», puntualizza Engdahl. È passato quasi un secolo, ma tra la “fabbrica” hollywoodiana e gli interessi strategici del mondo petrolifero e militare USA non c’è divorzio in vista: il matrimonio è ancora solidissimo.
Naturalmente il sodalizio ha vissuto tante fasi e ha cambiato pelle. Ad esempio, dal 1953 al 1999 operava la USIA (United States Information Agency), l’agenzia che si prefiggeva di «influenzare le attitudini e le opinioni del pubblico di altri paesi in modo da favorire le politiche degli USA […] nonché di raccontare l'America e le politiche gli obiettivi americani ai popoli di altre nazioni in modo da generare comprensione, rispetto e, ove possibile, identificazione con le proprie legittime aspirazioni». Prima e dopo la USIA hanno operato anche altre agenzie e branche governative, note o perfino occulte, ma tutte hanno coltivato molto da vicino la produzione ideologica hollywoodiana, secondo una logica sistemica. John Kleeves aveva definito il cinema USA come una sorprendente e strana “cinematografia di Stato”, abile a ottenere un successo economico proprio fra le masse di spettatori che manipolava.
Quando l’Italia sconfitta cadde sotto le clausole segrete dell’armistizio nel 1943, non dovette solo cedere il suolo alle basi USA e impedirsi di sviluppare certe industrie: senza alcun vincolo di reciprocità, si aprì alla produzione audiovisiva americana, fece invadere i propri cinema dai film doppiati, lasciò inondare la propria programmazione televisiva dai format americani, e così via. Altrettanto accadde in altri paesi. Le industrie audiovisive nazionali e il cinema europeo e furono soggiogati in pochi decenni. Si perfezionò una progressiva colonizzazione dei sogni di sterminate masse di spettatori. Interi movimenti politici popolari non capirono che tutto ciò svuotava dall’interno ogni loro pretesa di sovranità. Per un tipico critico cinematografico occidentale tutto questo può sembrare una legge di natura. Per un tipico dirigente iraniano, no. A Teheran, dove alla sovranità ci tengono davvero, l’allarme è dunque scattato. La novità è che quel dirigente iraniano vuole incontrare genti diverse accomunate dalla stessa idea: quella per cui l’identificarsi con gli Studios non è un dato acquisito per sempre.
Lo stesso dirigente iraniano magari deve tenere conto delle aspre lotte politiche del suo paese, che caricano pesanti sconfitte sui perdenti. Le condanne penali subite da alcuni cineasti nell’ambito della battaglia politica in Iran lo testimoniano. Ma le contraddizioni non ci devono far smarrire l’orizzonte della vicenda più generale. Abbiamo forse le carte in regola, in termini di libertà, in provincia di Hollywood? Niente affatto.
Proprio il canone estetico e ideologico hollywoodiano è passato per una tempesta giudiziaria che a un certo punto lo ha cambiato – spietatamente - per sempre. Durante il maccartismo, negli anni quaranta e cinquanta, la caccia ai comunisti fu solo una scusa, un paravento. Il bersaglio grosso era invece un altro, ossia le produzioni che non si conformavano agli standard della fabbrica: ogni deviazione fu epurata, i dissidenti furono incarcerati, i registi e i produttori scomodi furono intimiditi o esiliati, gli autori e attori definitivamente spaventati con provvedimenti esemplari e carriere spettacolarmente stroncate. Da allora il cinema è quello normalizzato che conosciamo, con una progressiva standardizzazione delle trame dei blockbusters e la sostanziale affermazione di un quadro di valori che non può discostarsi dall’American way of life né dalle visioni dell’Altro più comode per costruire un’immagine del Nemico.
Anche se nessuna persona di buon senso può disconoscere la qualità di quella “fabbrica”, il valore dei suoi attori, la sua capacità di reclutare autori dalla scrittura raffinata e potente, non si deve rinunciare a smascherare i suoi limiti e le sue operazioni più manipolatrici. Per criticare una simile industria serve una visione culturale altrettanto potente, perché a suo modo Hollywood è un luogo che premia il talento. In cambio del disegno generale a cui collaborano, i talentuosi ottengono tanto, tantissimo. Gli autori e attori hollywoodiani possono far sfoggio di un anticonformismo che nel resto della società statunitense è inibito. E viene premiata la loro cultura. Lì non regnano impresari mediatici subdominanti come Silvio Berlusconi: non ti basta avere un bell’aspetto, non fai il salto da un calendario osé al grande giro, non muovi un passo se non hai respirato a fondo le pagine di Shakespeare, che anche nel cinema portano una nozione elevata della drammaturgia, un forte mestiere insieme politico e artistico. Quel che devi sapere è fin dove puoi spingerti davvero e a che punto devi fermarti.
Non c’è un Ministro della propaganda che emani le regole, ma il manuale di autocensura c’è lo stesso, di fatto. Ai tempi del maccartismo lo aveva compilato la sceneggiatrice Ayn Rand, mobilitando tutta la parte conservatrice di Hollywood. Possiamo dire che il manuale ha permeato tutta la produzione, riportando abilmente anche la parte “progressista” dentro il proprio recinto, con l’aiuto delle apposite agenzie governative.
I valori del modello americano si riversano in uno stampino che rende omogenei quasi tutti i film importanti di quella produzione. I personaggi e le ambientazioni storiche cambiano, ma lo sviluppo narrativo segue perlopiù il medesimo cliché: la presentazione del «protagonista», i meccanismi che fanno scattare l’«identificazione» dello spettatore, la «ricerca dell’oggetto agognato», la caratterizzazione dell’«antagonista», il «conflitto», il presentarsi di uno «stato d’eccezione» che giustifica atti straordinari e infine la «risoluzione». Se a questi ingredienti si aggiunge una fuga dal reale, la mancata rappresentazione di intere condizioni sociali, una profonda adulterazione dei fatti storici, un’identificazione del “villain” con un nemico corrente da disumanizzare, una logica individualista che va a ripararsi sotto l’ombrello dei tecnici che risolvono le situazioni eccezionali, abbiamo l’Hollywoodismo. E abbiamo, per contro, un immenso spazio lasciato libero per un cinema che l’Hollywoodismo non potrà contenere. Chi può riempire questo spazio?

Strano chiederselo a Teheran. L’Iran non è forse il luogo dell’oscurantismo? Sai, le cose che si affermano in Occidente sulla condizione della donna, ecc.
Quasi per distrarmi, lo domando a una giornalista americana il cui nome, per un italiano, ha perfino echi cinematografici stranamente familiari, Monica Witt. Attendo che Monica termini un’intervista in inglese con alcune sorridenti studentesse iraniane. Sono ragazze molto rappresentative, devo dire: oltre il 60% degli studenti universitari iraniani sono donne. Si coprono il capo con i loro foulard allo stesso modo in cui faceva mia nonna in Barbagia con il suo “muncadore” sino a pochi anni fa. A differenza di mia nonna, però, armeggiano con degli iPhone 5 e con gli esposimetri delle loro fotocamere di ultima generazione. Realizzo che la popolazione iraniana, essendo costituita per il 70% da giovani, è composta in prevalenza da “nativi digitali” che hanno familiarità con il web, in proporzioni esattamente rovesciate rispetto all’Italia.
Beh, ma sai, quante donne sono star nel cinema, da noi, no? «Sei proprio sicuro di questo?» esordisce la Witt, che annuncia: «io avrei dei dati un po’ diversi, sul ruolo delle donne nella galassia hollywoodiana».
Quali?
«Una fonte autorevole, l’American Psycological Association (APA), l’associazione di categoria degli psicologi USA, ha stilato un Rapporto sulla sessualizzazione delle minorenni, che – fra tante altre cose – segnala che fra i primi 101 “film per tutti” girati nel periodo 1990-2004, il 75% dei personaggi erano maschi, l’83% delle persone nelle folle erano maschi, l’83% dei narratori erano maschi, e solo il 28% dei personaggi che proferivano parola erano donne. Il rapporto è del 2010, un anno in cui le statistiche dicono che le donne sono il 51% della popolazione USA».
Monica Witt sorride amaramente e si aggiusta il coloratissimo foulard sui capelli, mentre mi parla proprio dei vestiti delle attrici: «Che dire poi del ritratto delle donne hollywoodiane? Gran parte dei film di Hollywood presenta un campionario limitatissimo di ruoli femminili, che in genere consiste in personaggi ipersessualizzati che hanno poca profondità. Nella maggioranza dei film prodotti dalle major, si tratta di femmine giovani, attraenti, molto più svestite delle controparti maschili. Sono davvero pochissimi i film che abbiano in primo piano forti personaggi femminili intellettuali o donne leader. L’APA ritiene che queste rappresentazioni contribuiscono in modo preoccupante all’oggettivazione e sessualizzazione delle donne nella società».
E nei cartoni animati è perfino peggio. Quali sono le conseguenze?
«Per i bambini e le bambine sono devastanti. Per le giovani donne in generale creano un senso di inadeguatezza rispetto a standard incentrati sul miglioramento legato alla sessualità delle star». Una delle ragazze che assiste al colloquio con Monica ha una benda sul naso, fresca di operazione, come moltissime sue coetanee iraniane che ricorrono al chirurgo plastico per ritoccarsi il profilo. Ha concentrato sul volto lo stesso inseguimento dei modelli che molte occidentali distribuiscono su tutto il corpo. Non so se è una sublimazione di Hollywoodismo. Sento però che la Witt, pur non proponendo ricette alternative, segnala con forza l’esigenza di un cinema che non sia così programmaticamente orientato alla dissoluzione delle società sotto l’ombrello di un’apparente “liberazione”. Il problema non è solo americano o solo iraniano. Ha un respiro mondiale.

Quali progetti allora? Ne parla Nader Talebzadeh, un regista iraniano che ha a lungo insegnato anche alla Columbia University, e al quale le autorità di Teheran intervenute prestano molto ascolto. Talebzadeh è l’autore di “The Messiah”, un film che presenta la figura di Cristo (importantissima anche per l’Islam) secondo la prospettiva musulmana. Il nuovo progetto a cui il regista si dedica mira a creare una Organizzazione non governativa su scala mondiale, dedicata a un’agenda mediatica semplicemente «diversa» da quella incentrata sull’immaginario hollywoodiano. La base sarà «un’associazione internazionale composta da intellettuali indipendenti di diverse nazioni e culture» che lancerà una campagna mondiale di raccolta fondi e mezzi logistici, e stabilirà diversi progetti audiovisivi e «nuove reti fra artisti e liberi pensatori di tutto il mondo», orientati ad acquisire i mezzi oggi negati dall’attuale sistema«per un lavoro diretto a contatto con grandi masse».
Il motore dei nuovi media è dunque acceso in Iran, un luogo che percepisce se stesso al centro di una Rivoluzione spirituale autentica. La cosa sorprendente è che l’Iran non è il luogo dei veli, ma – seppure in modo controverso – un luogo che si apre al mondo. Molti veli dobbiamo toglierli invece alla nostra falsa coscienza occidentale, per arrivare a capire che la nostra narrazione del pianeta non è universale, e che deve accogliere come un dono prezioso lo sforzo di raccontare la vita degli uomini e delle donne nel mondo in modo diverso. Anche da noi migliaia di artisti e di attivisti potrebbero coalizzare i loro sforzi. Serve un progetto. Il seme del progetto è partito in un terreno inatteso.

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15 gennaio 2013

Una legge USA autorizza la sorveglianza di massa dei cittadini europei

di Ryan Gallagher Slate.
Traduzione a cura di Pino Cabras.


Europei, prendete nota: il governo USA si è auto-attribuito il diritto di spiarvi segretamente.
Il fatto emerge da una nuova relazione fornita al Parlamento Europeo, con la quale si mette in guardia sul fatto che una legge USA sullo spionaggio, modificata l’anno scorso, autorizza una «sorveglianza meramente politica sui dati relativi a stranieri» se questi sono immagazzinati usando servizi cloud statunitensi come quelli forniti da Google, Microsoft e Facebook.
Gli europei avrebbero già dovuto essere allarmati dal fatto che il PATRIOT Act può essere usato per ottenere dati su cittadini residenti al di fuori del suolo USA. Ma stavolta, al centro dell’attenzione è una legge diversa: il Foreign Intelligence and Surveillance Amendments Act (FISA), che solleva «un rischio ancora maggiore nei confronti della sovranità UE sui dati rispetto ad altre leggi finora prese in considerazione dai decisori politici europei».
È quanto risulta all’interno di una relazione pubblicata di recente e intitolata: «Fighting Cyber Crime and Protecting Privacy in the Cloud», («Combattere i ciber-reati e proteggere la riservatezza nella Nuvola informatica», NdT) prodotto dal Centre for the Study of Conflicts, Liberty and Security.
Il FISA Amendments Act è stato introdotto nel 2008, e ha legalizzato in modo retroattivo l’utilizzo del controverso programma di «registrazioni telefoniche senza garanzie» (“warrantless wiretapping”, nell’originale, NdT) iniziato dall’amministrazione Bush a seguito dei fatti dell’11 settembre. Alla fine del mese scorso il FISA è stato prorogato fino al 2017. Nel corso di questo processo, si è acceso un aspro dibattito in merito al modo in cui esso potrebbe violare la privacy degli americani.
Ma in realtà sono i cittadini che vivono sotto giurisdizioni straniere a dover essere ancora più preoccupati, afferma Caspar Bowden, co-autore della relazione ed ex consulente capo per la privacy per Microsoft Europa.
Secondo Bowden, l’emendamento FISA del 2008 ha creato un «potere di sorveglianza di massa» mirato specificamente a dati di persone non-statunitensi, residenti fuori dall’America ed applicabile al sistema di cloud computing.
Ciò vale a dire che aziende USA con una presenza nella UE possono essere costrette – in base a ordine di sorveglianza segreto emanato da un tribunale segreto – a consegnare dati sui cittadini europei.
Poiché i cittadini non-americani fuori dagli Stati Uniti sono stati ritenuti da un tribunale non ricadenti sotto la protezione contro l’appropriazione dei dati personali garantita dal Quarto Emendamento, si apre la porta a un tipo di spionaggio intrusivo nella nostra vita senza precedenti.
«È come versare nella fornitura d’acqua pubblica una droga che controlla la mente dei soli non-americani», afferma Bowden, che aggiunge: «la mancanza di attenzione delle autorità europee che hanno in carico la protezione dei dati nei confronti di questo provvedimento è stata “sconvolgente”». Ma al rinnovo del FISA – e dopo la diffusione di questa relazione – tutto ciò potrebbe anche cambiare.
Per le agenzie di spionaggio della maggior parte dei Paesi è una routine consolidata e quotidiana monitorare in tempo reale comunicazioni quali le e-mail e le telefonate di gruppi ritenuti sospetti per ragioni di sicurezza nazionale. Tuttavia, ciò che rende diverso il FISA è il fatto che autorizza in modo esplicito il prendere di mira sia le comunicazioni in tempo reale sia i dati cloud depositati e collegati a organizzazioni politiche con sede allestero: non solo sospetti terroristi o sospetti agenti di spionaggio di governi stranieri. Bowden afferma che di fatto il FISA dà pienamente «carta bianca per spiare qualsiasi cosa che sia di giovamento per gli interessi della politica estera USA» e legalizza il monitoraggio di giornalisti, attivisti e politici europei abbiano a che fare con qualsiasi argomento che rientri nella sfera degli interessi degli Stati Uniti.
Il FISA, secondo Bowden rende espressamente legale per gli Stati Uniti, esercitare «una sorveglianza di massa continua di comuni attività politiche democratiche e legali» e potrebbe spingersi fino ad obbligare i fornitori USA di servizi cloud come Google a fornire un’«intercettazione» in diretta dei dati degli utenti europei.
I funzionari USA (non c’è da sorprendersi) hanno continuamente e decisamente respinto le accuse in merito a uno spionaggio di massa degli europei. Durante un suo discorso, tenuto l’anno scorso, l’ambasciatore USA presso l’Unione Europea, William Kennard, ha fatto riferimento a ciò che ha definito come «paura di un accesso illimitato ai dati da parte del governo USA», affermando che tutte le azioni per l’applicazione delle leggi e per le indagini sulla sicurezza nazionale negli Stati Uniti sono soggette a limiti legali e giudiziari concepiti per proteggere la privacy individuale. Si può inoltre mettere in discussione che un tribunale statunitense, per di più in segreto, possa essere tanto audace da autorizzare davvero lo spionaggio di massa sui giornalisti europei; sebbene a livello teorico rimanga una possibilità.
In ogni caso, tuttavia, in Europa permane un serio scetticismo: Non essendo soddisfatto delle dichiarazioni provenienti dai funzionari USA, la relazione con primo firmatario Bowden fa appello affinché i cittadini dell’Unione Europea ricevano adeguati avvertimenti sul fatto che i loro dati potrebbero risultare vulnerabili nei confronti della sorveglianza politica statunitense. La relazione propone inoltre che sia garantita agli europei un’equa protezione presso i tribunali americani.
Le preoccupazioni che da anni si agitano in merito all’accesso USA ai dati degli stranieri potrebbero presto giungere al punto di ebollizione. Sophia in ’t Veld – vice presidente della commissione del Parlamento Europeo sulle Libertà Civili, la Giustizia e gli Affari Interni – fa parte di quella manciata di parlamentari europei che lavorano su questo tema. Il tema è di quelli complessi, mi confessa la Veld, poiché le aziende sono chiamate a uniformarsi a due ordinamenti in conflitto, cosicché non è detto che una nuova legislazione rimetta necessariamente a posto la situazione. In più vi è anche implicata la politica: «È assai chiaro che la Commissione Europea [l’organo esecutivo dell’Unione Europea] – stia chiudendo un occhio, ma lo stanno facendo anche i governi nazionali, in parte perché non hanno afferrato la questione e in parte perché temono di mettersi contro le autorità USA».
Ora sembra comunque inevitabile che i legislatori europei debbano finalmente affrontare le questioni che riguardano l’intercettazione di massa USA, per quanto controversa possa essere. L’ultima relazione contiene parole che suonano così: «sorveglianza di massa, di calibro pesante, mirata alla nuvola informatica».
Un tipo di linguaggio che non può essere spazzato e nascosto a lungo sotto il tappeto.



La versione italiana su Megachip: Link.

30 dicembre 2012

Governare per non cambiare nulla

di Fëdor Luk’janov - RIA Novosti.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.


Il 2012 è passato sotto il segno del potere. È effettivamente cambiato presso le tre maggiori potenze mondiali: Vladimir Putin è tornato in Russia, Barack Obama è stato rieletto negli Stati Uniti e Xi Jinping è arrivato al potere in Cina. Mohamed Morsi ha ugualmente vinto le elezioni presidenziali in Egitto, ma non si sa ancora se ha acquisito il potere reale. Le speranze di un cambiamento di regime a Damasco, al contrario, sono state vane: Bashar al-Assad è sempre a capo del paese, benché, per molti, i suoi giorni sembrino contati.  Qual è il punto comune tra gli eventi che si verificano in tutto il mondo? Il nervosismo aumenta fra tutti gli attori.La campagna elettorale americana ha svelato una polarizzazione senza precedenti della società e dei dibattiti sulla guerra sono sorti continuamente:  - bisogna invadere la Siria? Bombardare l'Iran? Quanti soldati tenere in Afghanistan dopo il ritiro? Fino a che punto accrescere la presenza militare nel Pacifico?
E nonostante la sua incredibile potenza, Washington cerca come gli altri di adattarsi all'evoluzione caotica degli avvenimenti, non avendo mai avuto a disposizione strumenti di governance globale.
cartoon-putinVladimir Putin, tanto nei suoi propositi quanto nelle sue azioni, ha posto l’accento sui molteplici rischi da cui bisogna proteggersi.
I suoi tentativi di assicurare la stabilità interna si scontrano con l'assenza di stabilità esterna, della quale ha preso coscienza come di un preambolo necessario.
Tuttavia, quest’ultima dipende da innumerevoli fattori, che Mosca non può influenzare. 

Il governo cerca solamente di ridurre al minimo i rischi, cosa che fa nella misura di queste capacità e della sua comprensione.

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Quanto alla Cina, sembrava sempre seguire la sua strada, malgrado le tempeste che la circondano. Il 2012 ha mostrato per la prima volta che delle fessure si stavano formando nel monolito. Il trasferimento del potere alla generazione successiva è stato preparato nel contesto di una forte lotta ideologica, di misure di controllo più intransigenti e di slanci di nazionalismo diretto contro il Giappone.
Più lo sviluppo della Cina è intenso, tanto più la sua influenza è forte negli affari internazionali e tanto minore è la possibilità di poter usare un "basso profilo".
La sua crescente potenza rafforza analogamente l’attenzione internazionale, e di conseguenza diventa forte il desiderio di resisterle, di dissuaderla e di rendersi sicuri nei confronti di un potenziale concorrente.

Mohammed-MorsiIl Cairo è uno dei centri politici del mondo arabo e l'evoluzione di questa area dipende dal governo che si insedierà in Egitto.
La vittoria di Morsi è stata la logica continuazione della rivoluzione di piazza Tahrir. La partenza pacifica e rapida dei militari è stata una sorpresa, sebbene tutti supponessero che avrebbero cercato di mantenere il potere reale.
Tuttavia, a dicembre, i generali sono stati sospettati di aspettare semplicemente che le azioni del nuovo governo provocassero una resistenza e delle accuse di "violazione degli ideali."
L'Egitto è un riferimento per i movimenti islamici in tutto il Vicino Oriente: sia che i Fratelli Musulmani dimostrino di essere in grado di diventare una forza responsabile che assicura lo sviluppo del Paese e risponde ai bisogni della popolazione, sia che mostrino che la purezza ideologica e religiosa è altra cosa che l'efficienza amministrativa.

La Siria è diventata il centro nevralgico del mondo, perché tutte le linee di tensione vi si sono incrociate:
assad-bIl confronto religioso - gli sciiti contro i sunniti.
La lotta geopolitica - a livello regionale (l'Arabia Saudita e i suoi alleati contro l'Iran) e mondiale (Russia e Cina contro l'Occidente).
Il conflitto ideologico - la democratizzazione contro la stabilità autoritaria.
La contraddizione concettuale - dove si trovi la "parte giusta della storia".
Infine, la strana mescolanza tra l'aspirazione sincera al cambiamento, gli ideali, il fanatismo, la perfidia e l'ipocrisia, a volte più densa che in altre situazioni simili.
L’insieme delle contraddizioni cristallizzate intorno alla Siria è la quintessenza del caos che regna nella coscienza politica mondiale

Più il processo è complesso, più la volontà di inserirlo in uno schema semplice è grande. Si possono giudicare diversamente le posizioni di Mosca sulla questione siriana vedendovi degli obiettivi mercantilistici.

Ma tutto ciò che sta accadendo in Siria ha le sue proprie cause interne, profondamente specifiche, che non sarebbero risolte se la Russia rinunciasse a coprire Assad e se quest’ultimo perdesse il potere. L'assurdità della situazione raggiunge il picco quando i paesi occidentali si ritrovano sullo stesso lato della barricata di coloro contro i quali avevano lanciato una "crociata contro il terrorismo" pochissimo tempo fa. Ma la logica dello schermo bianco e nero spinge anche più lontano in questa direzione.

Sin dalla notte dei tempi, il potere significa l'impegno e la necessità di prendere decisioni, comprese quelle più difficili e sgradevoli.
Anche nel XXI secolo è tuttora così, ma le circostanze in cui si deve esercitare questo potere sono peggiorate. Prima, i processi geopolitici erano soggetti a una certa logica e il modello comportamentale era basato su criteri chiari di giudizio.
In un mondo globale in cui tutto è permeabile e collegato, i vari aspetti della forza - militare, politico, economico o culturale - agiscono contemporaneamente, ma non nella stessa direzione. La forza risultante è complessa, dato che è praticamente impossibile calcolarla in anticipo.
Non sorprende che la politica si trasformi in frammentaria reazione colpo su colpo e che qualsiasi azione comporti più rischi che l'inazione

Pertanto il governo si sforza di non fare alcun grande passo, cercando di barcamenarsi con il sistema esistente e conservare lo status quo.

La Russia di oggi, che si trasforma a poco a poco da paese senza ideologia in araldo mondiale del conservatorismo e della non-interferenza, è un esempio perfetto. 

L’Europa - dove i politici non osano nemmeno parlare di cambiamenti strutturali in seno all’Unione europea, preferendo tappare i buchi all'infinito - ha perso anch’essa la sua forza innovativa e il suo desiderio di cambiamento.

L’aspirazione al potere per non intraprendere nulla è un fenomeno nuovo nella politica internazionale.



Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.



10 dicembre 2012

Il Grillo, il Principe e la Terza Repubblica


Alcuni consigli a Beppe sui candidati, sul governo e sul nuovo Capo dello Stato

«… li buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino dalla prudenzia del principe, e non la prudenzia del principe da' buoni consigli.» (Niccolò Machiavelli, Il Principe, cap. XXIII)

«…quindi dateci una mano piuttosto che martellarci, a me e a Casaleggio, di darci delle martellate in testa, dateci consigli, una mano, abbiamo bisogno tutti uno dell’altro. Grazie.» (Beppe Grillo, Comunicato n. 53, beppegrillo.it)

di Pino Cabras – da Megachip.

Quando Niccolò Machiavelli compilò quasi tutti i capitoli della sua opera più famosa, Il Principe, era il 1513. Mezzo millennio fa. L’autore osservava un’Italia debilitata, soggetta a mani barbare che la spossessavano. Machiavelli scrisse il Principe per trovare soluzioni politiche pratiche e per immaginare un soggetto forte che le mettesse in atto. Pensava che nella crisi di allora ci fosse comunque un’opportunità.
Esattamente cinque secoli dopo, l’Italia – in condizioni storiche certo assai diverse - è di nuovo la preda di poteri che la percorrono, la derubano, la dividono.
Anche nella crisi di oggi sorgono opportunità e pericoli affrontati da nuovi interpreti. Cambieranno presto molti di questi interpreti, muteranno i partiti politici, e in mezzo a questo tramutare in molti già ora vogliono dire la loro, esserci, sfiorare i panni che il Principe potrà vestire. Da qui i consigli, le adulazioni, le demonizzazioni.
Da qui anche il mio divertimento nell’accostare la frase di Machiavelli e quella di Beppe Grillo, ossia il soggetto politico che turba il sonno dei Principi decaduti riparatisi dietro Rigor Montis. Che Principe avremo nel 2013? Monti? Berlusconi? Bersani? O proprio Grillo? Andiamo con ordine.

Spero che tutti abbiano ben presente che le elezioni politiche, ormai vicinissime, non decideranno solo la sorte di un parlamento e di un governo. Cambieranno per prima cosa il Principe che abita al Quirinale. Il quale Principe conta parecchio. Abbiamo visto quanto egli sia stato decisivo per imporci il governo di tecnocrati neoliberisti, scelti fra i minori economisti della nostra epoca, e quanto abbia trafficato per mettere in mani lontane la già poca sovranità che avevamo. La combinazione fra nuovo Presidente della Repubblica, nuovo parlamento e nuovo governo avrà un effetto durevole. Se non fosse ancora chiaro, lo ribadisco: sarà in questi mesi che si deciderà l’impronta della Terza Repubblica.
In Italia ricorrono i cicli ventennali, e durano così tanto perché chi li guida vince all’inizio. Monti e Napolitano hanno preparato il terreno per un nuovo ciclo ventennale, anche se non lo amministreranno certo tutto loro, bensì Bersani, Vendola e gli altri vassalli dell’Impero. Il Fiscal Compact, il patto di bilancio europeo, è appunto un vincolo ventennale, che loro hanno già accettato. È un incubo lunghissimo, al termine del quale, rispetto a mezzo millennio fa, mancheranno solo i lanzichenecchi. E non è nemmeno detto che ce li faranno mancare.
Chi si oppone a questo incubo?
Si oppongono forse i partiti che hanno ereditato l’elettorato di sinistra? No di certo. Hanno consegnato milioni di elettori, docili come agnellini, agli strateghi di scuola Goldman Sachs e Bilderberg, da Prodi a Draghi a Monti. Altri milioni di elettori, che a un certo punto hanno capito l’andazzo, hanno iniziato a non votare. Altri ancora, specie gli intellettuali, hanno giocato troppo a fare l’ala sinistra del centrosinistra. Fanno errori infiniti, ripetono sempre le stesse mosse e imparano dagli errori troppo lentamente rispetto all’accelerarsi della Storia. Hanno pure bei programmi, ma caos organizzativo totale.
I partiti di destra che hanno orbitato intorno a Berlusconi – nel frattempo - sono nel marasma. Ci provano pure a sottintendere un mondo senza Monti, senza questa Europa dittatoriale, senza Fiscal Compact. Ma si vede da lontano che non hanno uno straccio di idea, fino a subire il ritorno della mummia di Arcore.
Poi c’è Grillo. Che non è un fungo spuntato dal nulla. L’attore genovese ha guadagnato il suo primo sostrato di popolarità dalla sua originaria caratura di personaggio televisivo, ben oltre vent’anni fa, e ha integrato questo patrimonio con lo specifico del teatro, infine lo ha riportato sul terreno di internet e poi nelle urne elettorali. È stato un lavoro lungo. Lo ha rivendicato lui stesso: «Io ho cominciato vent’anni fa girando il mondo, visitando laboratori, intervistando ingegneri, economisti, ricercatori, premi Nobel. Ho rubato conoscenze ai grandi. Mi sono informato, mi son fatto un culo così, anche se molti mi prendono per un cialtrone improvvisatore. E ora questi pensano di metter su movimenti in quattro e quattr’otto.» Non posso dargli torto.
C’è stato dunque un lavoro organizzativo e ideologico, in cui Grillo ha costruito una narrazione, affidandosi saldamente a un pilastro patrimoniale, la sua azienda, a suo agio con i meccanismi della società dello spettacolo. Da un certo punto in poi Grillo non ha più mosso un solo passo senza il suo socio di ferro, Gianroberto Casaleggio, anch’egli fermissimo nel costruire un partito-azienda. Mentre il partito-azienda di Berlusconi voleva far durare eternamente gli anni ottanta del XX secolo, il partito-azienda di Grillo e Casaleggio ha voluto promettere in anticipo gli anni ottanta del XXI secolo. Due narrazioni opposte, ma entrambe lontane dalle forme di attività politica del partito-massa novecentesco, ed entrambe consapevoli che siamo dentro un grande show. Grillo ha via via rafforzato il suo efficiente modello imprenditoriale in cui c’è sinergia fra il suo blog, gli spettacoli, un certo networking su temi politici, sociali e ambientali che esalta protagonismi giovanili e buone pratiche amministrative, fino a portarlo in politica nel Movimento Cinque Stelle.
Per i temi che propone, e per il fatto che si oppone frontalmente e senza compromessi a un ceto politico terribilmente screditato, il Cinquestelle è diventato il punto di coagulo dell’opposizione, l’unico attualmente in grado di portare in Parlamento rappresentanti non organici al "Pensiero Unico". La creatura ha raggiunto elettoralmente e mediaticamente una massa tale da affascinare nuovi votanti disposti a sospingerla in alto. In questo modo, Grillo e Casaleggio si trovano buone carte in mano da giocare per la partita della Terza Repubblica. Finora hanno scelto di non cambiare il loro gioco. Poiché la partita si disputa adesso, le contraddizioni in seno ai Cinquestelle si notano di più. Ad esempio la retorica «uno vale uno» e la «democrazia diretta» cedono il passo al «comunicato 53» del 29 ottobre 2012, nel quale Grillo dichiara: «io devo essere il capo politico di un movimento», laddove impone una regola inderogabile per decidere chi si può candidare: «chiunque sia stato iscritto a una lista comunale o regionale», e nessun altro.
Poi si scopre invece che sono state concesse eccome delle deroghe, e si sono posizionati bene nelle liste anche candidati che non avevano mai fatto parte di liste locali, mentre altri in analoghe situazioni o perfino ex candidati non potevano partecipare, stoppati dallo staff dei capi. Misteri del Casaleggium. Come si spiegano? Quale questione di fondo sollevano? C’è solo da capire, non da gettare la croce su qualcuno.
La questione è semplice. Nemmeno i Cinquestelle si sono finora sottratti alla «legge ferrea dell’oligarchia» dei partiti, enunciata nel 1911 da Robert Michels, un politologo tedesco. Cosa dice, in sostanza, questa regola secolare? A dispetto di una struttura democratica aperta alla base, nel partito tende sempre a formarsi una struttura comandata da un numero ristretto di dirigenti che godono di risorse informative, finanziarie e organizzative asimmetriche. Le gerarchie possono essere esplicite o implicite, palesi o in ombra, ma pesano comunque in modo decisivo. Questo vale per grandi partiti massa, ma diventa stridente in una formazione che rivendica di avere un “non-statuto” e si rimette solo alle regole del codice civile sulla proprietà dei marchi, proprio mentre spende ogni parola possibile in favore della “democrazia diretta”. Tutto ciò può funzionare in un’azienda, può procedere bene in una piccola comunità. Ma quando la dimensione dell’azione politica si estende a un paese di sessanta milioni di abitanti, la democrazia rappresentativa è l’unica cosa che può reggere. 
Lo stesso Grillo lo ammette: «Fosse dipeso da me, ci saremmo fermati ai comuni e alle regioni, il movimento è nato dimensionato sulle realtà locali. Il Parlamento è fatto su misura dei partiti. Ma ora come fai a deludere le aspettative di tanta gente? Ci costringono a presentarci alle politiche.»
L’ideologia dell’«uno vale uno» su questa scala non funziona dunque più, amen.
Certo, Grillo ribadisce che non vuole portare in parlamento chi ha «il Dna corrotto dall’organizzazione-partito. E poi ci inventiamo un meccanismo di democrazia partecipativa per far governare i cittadini». Ma in attesa di tutto questo, nella realtà effettuale il capo è lui. E lui decide chi c’è e chi non c’è. La decisione avviene all’interno di un bacino ristretto di candidati, determinato con regole dichiarate rigidissime e nondimeno occasionalmente aggirate con il consenso del vertice. Le «parlamentarie», con il voto di alcune decine di migliaia di italiani, ratificano.
Spettacolare contraddizione: un partito che esalta la democrazia diretta contro la democrazia rappresentativa accondiscende pragmaticamente a meccanismi di selezione fra pochi cittadini strettamente vigilati da un’élite circoscritta.
Militanti e elettori del M5S farebbero bene a trarre una prima lezione: a questi livelli, la rappresentanza non consiste nel fare di un parlamentare un “dipendente” che agisce solo da portavoce. I padri costituenti c’erano già arrivati senza sbatterci il muso. Ora, Grillo ha fatto un pantheon dei “santi laici”, includendo tra gli altri Aldo Moro. Benissimo. Ma Moro e gli altri costituenti scrissero non a caso l’articolo 67 della Costituzione: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Il terreno di azione costituzionale possibile oggi è questo e non altro.
Perciò il meccanismo di selezione della rappresentanza scelto da Grillo e Casaleggio - e ratificato tra i mugugni dagli attivisti cinquestelle – insiste narrativamente a dire “democrazia diretta”, ma non la può attuare davvero, con il risultato di produrre delle liste terribilmente modeste. E allora mi chiedo: come potrebbe l’Italia, pur stufatasi di Monti e disgustata da Berlusconi, affidarsi a queste liste? Le recenti elezioni regionali siciliane ad esempio, hanno sì dimostrato che Grillo è in boom, ma non intercetta gran parte dell’astensione. Col risultato che governano altri.
Stanti così le cose, non ci dovremmo attendere un risultato diverso su scala nazionale.
Ecco il punto: voglio credere ancora che Grillo non si accontenti di un risultato modesto e colga invece l’occasione storica, per quanto essa faccia tremare i polsi. Prendo spunto dal suo appello, quando chiede: «dateci consigli, una mano, abbiamo bisogno tutti l’uno dell’altro». Spero che si tratti della «prudenzia del principe» che fa sorgere i «buoni consigli».

Il consiglio è semplice, caro Grillo: non limitarti a dire «sono il capo politico di un movimento», cioè l’ennesimo (ancorché originale) capopartito, alla guida di un ennesimo (seppur eccentrico) partito.
Prova invece a esercitare una leadership più vasta e più utile al sogno che hai dichiarato. Ricordi la domanda di Travaglio: «Come te lo immagini, il prossimo Parlamento?» E tu: «Me lo sogno pieno di rappresentanti di tante liste civiche, movimenti di gente perbene. Ragazzi, professori, esperti. I nostri di Cinquestelle, i No-Tav, quelli dell’acqua pubblica, dei beni comuni, gli altri referendari.»
Bello, ma finora hai invece determinato la formazione di liste dalle dinamiche molto partitiche, troppo lontane da quel sogno.
Perché è accaduto? I recenti successi elettorali hanno attirato frotte di “soccorritori del vincitore”: gente incontrollabile, in grado di corrompere irrimediabilmente la forza politica plasmata finora dal fondatore. La decisione dal vertice dell’azienda – chiudersi - è stata una decisione d’emergenza, «sennò ti entra Toto u curtu e poi ce lo hai tutta la vita dentro, Toto u curtu», dice Grillo.
La cosa si comprende perfettamente. Un leader che ha costruito una sua reputazione nell’arco di decenni agisce d’imperio per preservarla, perché è la risorsa chiave che alimenta il motore: quella reputazione gli consente di avere l’autorevolezza e il consenso per decidere in qualità di dirigente, di garante, di tessitore, di iniziatore. Una classica democrazia del «carisma», più che una futuribile democrazia di «cliccattivisti».
E allora, mi chiedo, perché non usarla più largamente e meno ipocritamente - e meno patrimonialmente - questa autorevolezza? Cos’ha in mente Grillo, ora? Forse non il governo. Forse vuole limitarsi alla testimonianza, con poche decine di parlamentari, in attesa di tempi migliori. Ma quali tempi migliori? Se la Terza Repubblica nascerà come lo zombie dell’attuale sistema, il Paese andrà a fondo in poco tempo. Serve una forza di governo, o almeno un’opposizione forte e non marginalizzata.
E qui vengo a sviluppare meglio il mio personalissimo consiglio.
Il riferimento va a un esempio storico di alcuni decenni fa, che ci può ispirare senza dimenticarci che viviamo in tempi molto diversi da allora, con altri partiti, altri scopi, altre idee, ecc. È solo un utile esempio funzionale per vedere come può operare la rappresentanza.
Ebbene, chi era il punto di coagulo dell’opposizione negli anni settanta? Era il PCI, uno strano partito che pur essendo di massa, a un certo punto decise che non poteva bastare a se stesso, e perciò alle elezioni presentava candidati indipendenti. Naturalmente questi condividevano molte idee di quel partito, non andavano certo in campo avversario, ma avevano biografie autenticamente svincolate ed erano in grado di rappresentare interessi che il PCI non raggiungeva con le sue sole forze. La cosiddetta Sinistra Indipendente formava perfino un suo gruppo parlamentare autonomo, che portò alle Camere voci autorevoli, competenti, oneste, rappresentative, perfettamente in grado – una volta concluso il mandato – di non impigliarsi per sempre al “mestiere” politico. Questi parlamentari contribuirono tra l’altro a scrivere ottime leggi, cosa niente affatto secondaria.
Ebbene, il Movimento Cinque Stelle, lo ripeto, è di fatto il punto di coagulo dell’opposizione dell’oggi e dell’immediato domani, e ha una straordinaria responsabilità storica, che anche in bocca a Beppe Grillo suona con queste esatte parole: «Ma ora come fai a deludere le aspettative di tanta gente?»
Se la sua preoccupazione è questa, allora diventa cruciale, nel brevissimo tempo che rimane da qui alle elezioni, presentare liste migliori di quelle varate con la consultazione infra-partitica delle «parlamentarie». Non c’è tempo per fare una grande selezione di massa. C’è tempo invece per guardarsi intorno fra «rappresentanti di tante liste civiche, movimenti di gente perbene. Ragazzi, professori, esperti» (riuso le parole di Beppe). I Cinquestelle li conoscono già: «I No-Tav, quelli dell’acqua pubblica, dei beni comuni, gli altri referendari.» Scelga Grillo alcune decine di «saggi» indipendenti da presentare in vista delle elezioni in aggiunta al quadro delle liste attuali: alcuni da candidare come parlamentari, altri come possibili ministri, altri come autorevoli garanti. L’esposizione di Grillo sarebbe calibrata e cesserebbe di essere una sovraesposizione. La presenza di parlamentari indipendenti e non trasformisti sarebbe il seme di una nuova democrazia. Diventerebbe il punto di confluenza di una forza popolare in grado di dirigere e riformare profondamente la Repubblica. Troverebbe un’Italia disposta a una reale alternativa. Darebbe una prospettiva a milioni di elettori altrimenti portati ad astenersi.
Il programma? Con pochi punti ben scritti e ben difesi ci ritroveremmo a milioni. E sarebbe un programma opposto agli attuali partiti. Disegnerebbe una Terza Repubblica lontana anni luce dallo sfascio odierno.
Accennavo al fatto che nel 2013 si eleggerà il nuovo Capo dello Stato. Pur non essendo l’Italia una Repubblica presidenziale, il collegio elettorale che deciderà chi va al Quirinale si formerà adesso, a partire dalle cabine elettorali. Alla più alta magistratura perché mai proporre un Di Pietro, così consumato dai difetti partitocratici?

Non sarebbe forse più adatta una figura come quella del magistrato Roberto Scarpinato? A proposito dei machiavellismi delle classi dirigenti italiane, Scarpinato – oltre ad avere la migliore biografia professionale per il primato della legge – è l’autore de «Il ritorno del Principe», un ritratto spietato di queste classi dirigenti da cambiare. Io lo proporrei, con forza, Scapinato, per far capire quanto si vuole cambiare il Paese, in antitesi con i presidenti che insabbiano le inchieste sulla criminalità politico-mafiosa. Sarebbe una direzione chiara, e coerente con la storia della migliore opposizione allo sfascio di questi anni. Divulgherebbe ancora meglio la buona novella: con noi si cambia davvero, e lo si fa con il volto migliore della legge.
Questo per il Presidente della Repubblica. E per il Presidente del Consiglio, invece? Grillo non vuole fare il candidato premier. Ma il ruolo di mero garante gli sta strettino assai. Nel momento in cui facesse la grande operazione di apertura agli indipendenti, anche questa questione si potrebbe rapidamente discutere e risolvere. Si vedrà.

Come si sarà ben capito, nel dare questi consigli molto personali barcollo, perché ho ben chiare le speranze suscitate in questi anni da chi, come Grillo e altri, si è battuto per una rivoluzione politica e culturale, ma ho altrettanto chiare le difficoltà e i vicoli ciechi della dura realtà, così come il succedersi di speranze a buon mercato. Oscillo insomma fra passione politica, volontà di cambiare, e ragionevole diffidenza. È colpa del Minestrone. No, non la pietanza. È un film che ho visto tempo fa e di cui racconto - anche se non si dovrebbe – il finale. Fu girato nel 1981 da Sergio Citti con una strana ispirazione pasoliniana, e un cast che comprendeva anche Roberto Benigni e Giorgio Gaber. Quest’ultimo nel film interpreta il ruolo di un santone molto ieratico che fa sperare la gente in una “Terra Promessa”. Molto prima di Forrest Gump, Gaber inizia a muoversi per le strade, seguito da una folla crescente. Mamme speranzose gli fanno baciare i loro pupi e lo seguono anch’esse, assieme a tanti affamati in viaggio per "qualcosa di meglio" che non c'é. Il viaggio a piedi porta il profeta e la processione di seguaci fino a un assurdo ghiacciaio alpino, che apre l’orizzonte ma chiude drammaticamente la strada. A quel punto gli chiedono: «Ma dove ci hai portati?» E Gaber: «E che cazzo ne so?». Inizia a ridere follemente. Finisce il film



Perciò mi consola che nell’intervista che qui ho tanto citato Beppe Grillo dica: «Se falliamo, ci appendono per i piedi: almeno quelli che si ostinano a pensare che l’Italia la salva l’uomo della Provvidenza che mette le cose a posto mentre loro delegano e si disinteressano. Ma dai, ragazzi, basta coi leader e i guru, diventiamo adulti». Beppe chiama tutti alla responsabilità. Mi spaventa solo quando dice: «io getto le basi, faccio il rompighiaccio», perché rivedo il ghiacciaio del film. Ma è solo un’assonanza.  


Fonte: http://www.megachip.info/tematiche/beni-comuni/9440-il-grillo-il-principe-e-la-terza-repubblica.html.