19 febbraio 2010

Fuochi d'estate sul Medio Oriente

di Simone Santini - clarissa.it.



"Israele si prepara a cominciare una guerra per la primavera o l'estate, ma la decisione non è ancora presa". Non sono i soliti rumors o le conclusioni di un analista ma le shoccanti dichiarazioni del nemico numero uno nella regione dello stato ebraico, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
Il leader iraniano non ha precisato contro chi Tel Aviv possa scatenare il conflitto. È certo, e gli stessi israeliani non ne fanno mistero, che le Forze armate con la stella di David e i vertici politici sono pronti ad un nuovo attacco, soprattutto, contro Hezbollah in Libano, una ferita rimasta aperta con la guerra nell'estate del 2008. Fu una sorta di sconfitta militare e politica per Israele, che tuttavia ottenne un vantaggio strategico col dislocamento sul confine di forze d'interposizione europee (in particolare italiane, spagnole, francesi) col rischio permanente che queste vengano trascinate in un conflitto aperto con le milizie sciite libanesi, nel caso scoppi ancora la guerra.
Altro scenario di crisi sono ovviamente i Territori occupati, in particolare Gaza. E non è da escludere che Israele pensi di accendere una minaccia in tutta le regione per arrivare, con una progressiva escalation, fino a Teheran. Ma, allo stesso tempo, anche un attacco preventivo contro i siti nucleari iraniani è ormai ammesso come opzione reale da tutti gli osservatori.
Ahmadinejad, nel perfetto stile della retorica politica ad uso interno, mostra di non temere l'eventualità. "I Paesi della regione sono pronti a risolvere la questione una volta per tutte (con Israele)" sostiene, e anche nel caso di nuove sanzioni da parte occidentale "se qualcuno cercherà di creare problemi all'Iran la nostra risposta non sarà come quelle del passato. Questa risposta comporterà qualcosa per cui si pentiranno", adombrando così la possibilità del blocco del Golfo persico attraverso cui transita gran parte del petrolio mediorentale.
Il presidente continua la politica dialettica del doppio binario, mostrarsi forte per poter trattare. Infatti "la questione dello scambio di combustibile nucleare non è chiusa, l'Iran è sempre pronto ad uno scambio in una cornice di equità", ovvero che avvenga secondo modalità che garantiscano pienamente Teheran, ma che gli Stati Uniti hanno già rifiutato seccamente.

Cecità politica quella di Ahmadinejad? Probabilmente il presidente non si rivolge più agli occidentali, con cui il dialogo sembra ormai definitivamente compromesso, ma a Russia e Cina, gli unici paesi ormai in grado di sventare una nuova guerra in Medio Oriente. E proprio da Mosca, infatti, giungono in questi giorni i segnali più interessanti, e inquietanti.
Per il capo di stato maggiore russo, Nikolai Makarov, un attacco all'Iran avrebbe "conseguenze terrificanti non solo per l'Iran ma anche per noi, così come per tutto l'insieme della comunità asiatico-pacifica". E tuttavia il generale non ha escluso che gli Stati Uniti, una volta ottenuti i risultati sperati in Iraq e Afghanistan, possano concentrarsi sull'Iran, paese con cui la Russia stringe "tradizionali rapporti d'alleanza" nei settori più disparati.
E l'ex capo di stato maggiore (ricopriva tale carica all'epoca dell'11 settembre), il generale Leonid Ivashov, attualmente analista politico-militare e presidente dell'Accademia di problemi geopolitici, si spinge addirittura oltre. "Un attacco contro l'Iran è all'ordine del giorno. Con ogni probabilità verrà sferrato da Stati Uniti e Israele. L'Iran si trova in uno stato di totale vulnerabilità verso un'aggressione e sta intraprendendo ogni tentativo, politico, economico, militare, al fine di poter sopravvivere e proteggere la propria sovranità. Molte cose dipenderanno dalla posizione di Russia e Cina" ha detto il generale all'agenzia Ria Novosti.
E da Mosca i segnali non sono rassicuranti. Se ormai appare probabile che Medvedev appoggerà la politica di nuove sanzioni contro l'Iran presso il Consiglio di Sicurezza, il Cremlino ha annunciato il blocco della fornitura a Teheran del sistema difensivo missilistico S-300 il cui contratto era già stato stipulato da tempo. Il congelamento, secondo le autorità russe, avviene "per motivi tecnici ed a tempo indeterminato, finché non verranno risolti". Una falla non trascurabile nel sistema difensivo aereo iraniano.
Per far luce sui reali termini della questione può essere utile riferirsi alle dichiarazioni del primo ministro di Israele, Bibi Netanyahu, che negli stessi giorni dell'annuncio si trovava in visita diplomatica ufficiale a Mosca. In una lunga intervista al quotidiano Kommersant ed all'agenzia Interfax, Netanyahu ha illustrato dapprima il nuovo clima internazionale sull'Iran: "Quando dicevo che la più grande minaccia che l'umanità deve affrontare è il tentativo dell'Iran di dotarsi di armi nucleari, ricevevo scetticismo e molte sopracciglia sollevate, anche da Washington e Mosca. Ora non è più così. Esiste ormai una valutazione comune che l'Iran è sempre più vicino al suo obiettivo e che questo debba essergli impedito. Vi è la consapevolezza di essere in ritardo. [...] Il tempo delle sanzioni è ora. E queste sanzioni dovranno essere paralizzanti. [...] Nella comunità internazionale non è più in discussione ormai se l'Iran è un problema, se accumuli materiale nucleare da usare per lo sviluppo militare. Tutto ciò non è più in discussione. Ciò che è in discussione è solo quale tipo di sanzioni verrà applicato".
E a precise domande degli intervistatori sul collegamento tra lo stop della fornitura missilistica russa all'Iran e la minaccia israeliana di possibile sostegno al riarmo della Georgia, Netanyahu ha risposto con estrema abilità diplomatica: "Come fornitori di armi abbiamo cura di tenere conto di tutte le considerazioni in questo genere di rapporti, operando per la stabilità in regioni instabili, e ci aspettiamo che la Russia faccia la stessa cosa. [...] Ho accolto con soddisfazione le dichiarazioni di Medvedev (sul blocco delle forniture all'Iran) perché so che l'attuale politica russa è volta a promuovere la stabilità. Questa è buona politica. Non voglio dire di più e non confermo che abbiamo avuto colloqui su questo argomento. Il resto sono speculazioni della stampa".

E negli stessi giorni il segretario di Stato americano Hillary Clinton si trovava in missione diplomatica in un altro centro focale della crisi con l'Iran, la Penisola arabica. A Doha, nel Qatar, in un discorso davanti gli studenti del campus Carnegie Mellon, la Clinton ha lanciato l'allarme contro la deriva militarista di Teheran: "La vediamo in questo modo: crediamo che il governo iraniano, dal presidente al parlamento, sia stato soppiantato e che l'Iran stia andando verso una dittatura militare. E' il nostro punto di vista [...] Non attaccheremo l'Iran, stiamo invece cercando di unire la comunità mondiale per fare pressione all'Iran attraverso sanzioni delle Nazioni Unite. Queste pressioni saranno specificatamente rivolte alle imprese controllate dalla Guardia Rivoluzionaria [...ma...] è molto difficile restare passivi di fronte a un Iran armato e che continua a portare avanti il suo programma di armi nucleari".
Evocare un colpo di stato militare a Teheran (quasi una sorta di auspicio) può essere una delle tattiche utilizzate per indicare come ormai fuori controllo il regime iraniano, guidato da fanatici pronti ad usare le armi atomiche, e dunque giustificare qualunque intervento. Questo ha provocato la tagliente risposta del ministro degli Esteri iraniano Mottaki, a cui pare oggettivamente arduo controbattere: "Gli americani stessi sono imprigionati in una sorta di dittatura militare che impedisce loro di comprendere le realtà della regione. Cos'è dittatura militare: uccidere un milione di iracheni, per la gran parte innocenti, o stabilire scambi col popolo iracheno, accogliendo decine di migliaia di immigrati e aiutando il governo a mettere in sicurezza il paese, garantendone la sovranità, come stiamo facendo noi? Cos'è maggiore indizio di dittatura militare: attaccare sanguinosamente i matrimoni in Afghanistan o dare rifugio a tre milioni di afgani?".
La successiva tappa del viaggio della Clinton è stata Riyad per incontrare il re Abdallah. Scopo della missione, oltre rassicurare una Arabia Saudita che si troverebbe in prima linea in caso di attacco all'Iran, è la questione delle sanzioni e delle forniture energetiche destinate alla Cina. I sauditi forniscono già il 20% del petrolio di cui Pechino necessita, essendo il primo fornitore, seguiti proprio dagli iraniani con una quota del 15%. Gli americani vorrebbero che i sauditi fossero pronti a supplire col loro petrolio all'eventuale stop delle esportazioni iraniane in caso di sanzioni o peggio ancora di conflitto. Questo potrebbe rassicurare la Cina e spingerla a sostenere l'azione americana al Consiglio di Sicurezza, e tuttavia esporrebbe il paese del dragone al rischio di veder considerevolmente aumentare la quota del suo fabbisogno energetico sotto il controllo, diretto o indiretto, degli Stati Uniti, ovvero il proprio potenziale (o effettivo) antagonista nel contesto globale.
L'atteggiamento della Cina rimane una incognita, in una posizione estremamente delicata che corre sul filo della questione delle sanzioni. Nella precedente intervista già citata, Netanyahu ha mostrato estrema lucidità sul punto. Pur ribadendo, infatti, che le sanzioni devono essere applicate subito e in maniera aggressiva, il politico israeliano non si aspetta affatto che queste possano risolvere definitivamente il problema. Al contrario pare potersi interpretare che dal suo punto di vista (quello di un falco del "partito del bombardamento") come le sanzioni siano un semplice passaggio tattico destinato a risultare sostanzialmente inefficace ed a cui porre successivamente rimedio con una ulteriore escalation. Se, infatti, le sanzioni dovessero fallire, in questo gioco di continui rilanci, cosa arriverà dopo?

Fonte: clarissa.it

A lezione dal Mossad

di Giulietto Chiesa.

Quante volte, discutendo dell'11 settembre, mi sono sentito rivolgere domande sul funzionamento dei servizi segreti e sulla loro possibile connessione con attentati terroristici. Ogni volta è difficile spiegare a pubblici inesperti come funzionano le cose. Non ne capiscono un acca nemmeno molti giornalisti. I quali, infatti, da anni corrono dietro ad al-Qa'ida, che è la sigla, il logo, che non ha dietro un bel niente se non le capacità inventive della CIA, del Mossad e dell'MI-5.

Non ne capisce molto nemmeno quel degno e ammirevole intellettuale critico che si chiama Noam Chomsky, figuriamoci.

Per questo scrivo questa postilla alle istruttive rivelazioni che emergono dallo scandalo dell'assassinio, in Dubai, di Mahmoud Al-Mabhouh, uno dei principali dirigenti dell'ala militare di Hamas.

In scena, ovviamente, il Mossad, ma la firma non la si troverà mai. Gl'imbecilli che continuano a pensare che i complotti non esistono, non possono ovviamente capire un mondo dove il complotto è diventato la regola generale, inclusa la finanza e l'economia. Ma basta dare un'occhiata nel mucchio delle cose che si vedono, per capire come funzionano queste operazioni. Lasciamo stare i passaporti veri, rubati, con le foto false. A parte il fatto che il trucco ricorda da vicino quello che venne usato per rivelare le identità dei 19 terroristi presunti dell'11 settembre: questo è l'abc delle spie. Ma guarda invece chi ha partecipato all'operazione in Dubai.

Nota 1 – Il Mossad è imbottito di agenti arabi. Così come di ogni altra nazionalità immaginabile, in ogni scenario. Ma questo è solo il primo strato. Ce ne sono molti altri. Per esempio nelle indagini in Dubai sono incappati due ex funzionari della polizia politica palestinese (Ahmad Hasnain e Awar Shekhaiber). Nota l'”ex”. Lo erano. Adesso sono businessmen in Giordania. Si fa sempre così. E' la forma di outsourcing dei servizi segreti. Comunque sappiamo che il Mossad ha suoi uomini direttamente nei gangli vitali dell'Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen. La quale è interamente al soldo della CIA. Si chiama infiltrazione. E poi andate a chiede ad Hamas di fare pace con Al Fatah: se vi ridono in faccia è perché sono gentili.

Nota 2 - Ma non penserete mica che il Mossad abbia le sue mani così corte da fermarsi agli amici degli amici! Infatti ha infiltrati anche dentro Hamas. E' finito in carcere, in Siria, uno dei più vicini consiglieri di Khaled Mashaal, il capo di Hamas. L'accusa è di essere stato la talpa per liquidare Mahmoud Al Mabhouh.

Nota 3 (storica) – A parte lo stranissimo “anarchico” Gianfranco Bertoli - che tirò la bomba contro la folla che stazionava attorno alla Questura di Milano dopo il passaggio dell'allora premier Mariano Rumor - (“anarchico” proveniente da un kibbutz israeliano, ex agente - per ammissione esplicita di Niccolò Pollari – prima del SIFAR e poi del SID) torna alla mente la rivelazione che Giovanni Galloni, stretto collaboratore di Aldo Moro, fece dopo l'assassinio dello statista democristiano. Sono le parole pronunciate da Aldo Moro in persona prima di essere rapito e ucciso: “La mia preoccupazione è questa: che io so per certa la notizia che i servizi segreti, sia americani che israeliani, hanno infiltrati nelle Brigate Rosse, ma noi non siamo stati avvertiti di questo, sennò i covi li avremmo trovati”.

Lo ricordo perché tutti (in particolare i più giovani) si guardino dalle sciocchezze che circolano e non mi chiedano più se io penso che CIA e Mossad avessero infiltrati nei gruppi terroristici che parteciparono all'11 settembre. Certo che li avevano! E che li hanno! Dunque ogni volta che un attentato produce morte e paura ricordatevelo sempre: loro come minimo sapevano, come massimo hanno partecipato. La percentuale azionaria varia da caso a caso.

17 febbraio 2010

Ammissioni governative: Mutanda Bomber è stato fatto entrare deliberatamente

di Webster G. Tarpley - Tarpley.net
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

All'attentatore natalizio di Detroit è stato volutamente e deliberatamente consentito di mantenere il suo visto d'ingresso in USA in conseguenza di un lasciapassare di sicurezza nazionale emanato da una sinora sconosciuta agenzia USA dell'intelligence o delle forze dell'ordine con l'obiettivo di bloccare la revoca di tale visto prevista dal Dipartimento di Stato.

Questo emerge dalle audizioni svoltesi il 27 gennaio davanti alla Commissione per la sicurezza Nazionale alla Camera, in particolare dalla testimonianza di Patrick F. Kennedy, Sottosegretario di Stato per il Management.
La traballante versione ufficiale del governo USA sull'incidente del 25 dicembre a Detroit causato dal mutanda-bomber, maldestramente assemblata nel corso dell'ultimo mese e mezzo, ora è completamente crollata, e gli elementi chiave della rete canaglia che fomenta il terrorismo all'interno di agenzie e dipartimenti USA si presentano insolitamente vulnerabili nei confronti di una campagna di rivelazioni che sia risoluta.

Questi sviluppi confermano nettamente l'analisi fornita da chi scrive in un'intervista televisiva del 28 dicembre 2009 su Russia Today.

In tale occasione, la mia valutazione era che Mutallab fosse un capro espiatorio protetto, utilizzato da elementi canaglia della comunità dell'intelligence USA per la deliberata e intenzionale creazione di un incidente di alto profilo mirante a ottenere un effetto politico su grande scala. Il 4 gennaio, Richard Wolffe ha riferito nel corso del programma Countdown della MSNBC che la Casa Bianca di Obama stava indagando se per caso l'incidente di Detroit di Natale fosse stato "intenzionalmente" creato da una rete di intelligence con un'«agenda alternativa» [http://www.msnbc.msn.com/id/3036677/#34694889]

È stato in questo reportage che Wolffe ha posto l'alternativa «pasticcio oppure cospirazione.» Purtroppo, Obama il 5 gennaio ha optato per la versione raffazzonata.

Sulla base di quanto era già noto pochi giorni dopo l'incidente, era chiaro che le normali procedure di screening e sorveglianza siano state rigettate e interrotte in modo da consentire al giovane patsy nigeriano Omar Farouk Abdulmutallab di imbarcarsi nel suo volo da Amsterdam (Paesi Bassi) a Detroit. Il padre di Mutallab, un ricco, ben noto, e eminente banchiere nigeriano si era recato presso l'ambasciata degli Stati Uniti nel suo paese per avvertire formalmente un funzionario del Dipartimento di Stato, nonché un rappresentante della CIA sul fatto che suo figlio si trovava in Yemen e con tutte le probabilità intendeva accordarsi con i terroristi.

In circostanze normali, questo rapporto da solo sarebbe stato più che sufficiente per far revocare il visto statunitense di Mutallab nello stesso modo in cui gli era già stato negato l'ingresso in Gran Bretagna. Sarebbe stato anche di norma collocato sulla no-fly list, creando in tal modo due ostacoli insormontabili per poter salire sul volo destinato a Detroit e volar via fino a provocare un incidente che ha causato diverse settimane di isteria collettiva in questo paese, insieme alle richieste di body scanner negli aeroporti.

Inoltre, la comunità di intelligence USA aveva rapporti che riferivano che un nigeriano si stava addestrando con la presunta "al-Qa'ida nella penisola arabica" nello Yemen. Obama aveva convocato una riunione il 22 dicembre con i massimi funzionari di CIA, FBI e Dipartimento della Homeland Security per via delle relazioni su un imminente attacco terroristico durante le vacanze di Natale.

Il 27 gennaio le audizioni della Commissione per la Sicurezza Nazionale alla Camera sono state rivolte anche a Michael Leiter, il direttore assente ingiustificato del Centro Nazionale per il Controterrorismo, insieme a Jane Holl Lute, la direttrice della Homeland Security, che è stata delegata al posto della Segretaria della Homeland Security, Janet Napolitano, che ha boicottato le audizioni.

Ma la testimonianza importante è venuta da Kennedy, le cui responsabilità comprendono i Servizi consolari, e quindi i visti. Nel suo discorso di apertura, Kennedy si è prodotto in una circonlocuzione arzigogolata per descrivere quanto era successo. Nel tentativo di scongiurare la questione del perché il Dipartimento di Stato non avesse revocato il visto di Mutallab, Kennedy ha dichiarato: «Useremo l'autorità di revoca prima della consultazione interdipartimentale in circostanze in cui crediamo che ci sia una minaccia immediata. La revoca è uno strumento importante nel nostro arsenale presso la sicurezza delle frontiere. Allo stesso tempo, un coordinamento rapido con i nostri partner della sicurezza nazionale non è da sottovalutare. Ci sono stati numerosi casi in cui le nostre revoche unilaterali e non coordinate avrebbero troncato importanti indagini in corso da parte di uno dei nostri partner nella sicurezza nazionale. Avrebbero fatto sì che la persona oggetto di indagine e la nostra azione di revoca avrebbero rivelato l'interesse del governo statunitense nei confronti di quell'individuo e avrebbero posto fine alla capacità dei nostri colleghi di seguire tranquillamente il caso e individuare i piani dei terroristi e co-cospiratori.» (http://www.state.gov/m/rls/remarks/2010/135865.htm)

IL SOTTOSEGRETARIO KENNEDY: UN'AGENZIA SI E' OPPOSTA ALLA REVOCA DEL VISTO

Non sorprende che, il presidente della commissione della Camera sulla Homeland Security, Bennie Thompson (democratico del Massachussets) abbia voluto sapere che cosa realmente volesse dire. Ecco il suo scambio di battute con il Sottosegretario Kennedy:

THOMPSON: Okay. Quindi, benissimo. Così lui ha un visto. Allora, cosa implica questo? In questo processo, revoca il visto? Lo fa –
KENNEDY: Noi - come ho detto nel mio intervento, signor Presidente, se noi unilateralmente revocassimo un visto - e c'è stato un caso recente - avremmo una richiesta da parte di un'agenzia preposta alla tutela dell'ordine a non revocare il visto.
Ci siamo imbattuti in delle informazioni; abbiamo detto questa è una persona pericolosa. Eravamo pronti a revocare il visto. Ci siamo poi rivolti alla comunità e abbiamo detto: dovremmo revocare questo visto?
E uno dei membri - e saremmo lieti di indicarvelo, in privato - ha detto: si prega di non revocare il visto. Stiamo tenendo d'occhio questa persona. Stiamo seguendo questa persona che ha il visto al fine di sbrogliare un'intera rete, non di fermare solo una persona.

Così revocheremmo il visto di qualsiasi individuo che sia una minaccia per gli Stati Uniti, ma facciamo un passo preliminare. Chiediamo ai nostri partner nelle forze dell'ordine e nella comunità dell'intelligence: state tenendo d'occhio questa persona, e così volete che lasciamo che questa persona proceda sotto la vostra sorveglianza in modo che voi possiate potenzialmente spezzare una trama più estesa?

THOMPSON: Beh, penso che il punto a cui sto cercando di arrivare sia il seguente: si tratta solo di un altro pacco che lei sta controllando, o di qualche valore nella sicurezza da aggiungere a tale pacco, alla lista?

KENNEDY: La comunità dell'intelligence e delle forze dell'ordine ci dice che ritiene che in certi casi ci sia un’importanza più elevata da parte loro nel seguire questa persona così da poter trovare i suoi co-cospiratori e districare un'intera trama contro gli Stati Uniti, anziché semplicemente mettere fuori combattimento un solo soldato coinvolto in questo tentativo.

Quel che Kennedy sta dicendo è che la prevista routine burocratica stabilisce che il Dipartimento di Stato chieda alle altre agenzie di intelligence e delle forze dell'ordine che compongono la comunità dell'intelligence USA se per caso abbiano una qualche obiezione alla revoca di un visto. In questo caso, riferisce Kennedy, ci fu una obiezione di tale natura da parte di almeno un'agenzia, basata sull’affermazione secondo cui Mutallab era sotto controllo intensivo quale parte di un'operazione che avrebbe potuto portare alla scoperta e l'arresto di pesci molto più grandi.

Dobbiamo notare altresì che Kennedy è estremamente riluttante a parlare davanti alla commissione in seduta pubblica in merito a quale esattamente fosse l'agenzia di intelligence o delle forze dell'ordine, e che i membri della commissione non abbiano preteso una risposta immediata e diretta. Forse Kennedy ha loro riferito in seguito, dietro le porte chiuse di una seduta esecutiva segreta. Ma dopo settimane di isteria, il pubblico ha il diritto di sapere.

CLASSICO USO DI UN LASCIAPASSARE DELLA SICUREZZA NAZIONALE PER PROTEGGERE UN “PATSY”

Ciò cui assistiamo è un classico esempio di uso di un lasciapassare per la sicurezza nazionale da parte di talpe sovversive che esercitano le loro responsabilità più elementari di protezione di un capro espiatorio impedendo che sia arrestato o altrimenti disturbato finché al patsy sia possibile eseguire il compito assegnatogli e produrre l'incidente desiderato, con l'obiettivo di indurre una risposta ad alta intensità politica in forma di un'ondata di isteria collettiva.

Con questo metodo, il nome del capro espiatorio è in effetti segnalato in tutte le pertinenti basi di dati con la notazione che tale individuo è l'obiettivo di un'inchiesta in corso che non può essere disturbato a causa di sovrastanti questioni di sicurezza nazionale. Ciò significa che il patsy in questione è immune da arresto da parte della polizia stradale, dei funzionari aeroportuali e di frontiera, o qualsiasi altro funzionario delle forze dell'ordine. Il patsy è intoccabile, fino, naturalmente, a quando la provocazione terroristica non sia stata compiuta.

Varie presunte figure dell'11/9 avevano operato per lunghi periodi di tempo all'interno degli Stati Uniti, evidentemente sotto la copertura di tali lasciapassare di sicurezza nazionale.

Come hanno fatto le persone accusate di essere i 19 dirottatori dell'11 settembre a entrare e uscire da questo paese, ottenere dei visti, affittare appartamenti, acquisire conti correnti e carte di credito, ottenere patenti di guida, veicoli registrati, noleggiare auto, frequentare scuole di volo, e volare ripetutamente su linee aeree interne degli Stati Uniti? Come hanno fatto a sfuggire all'arresto per le violazioni del codice stradale, commesse da alcuni di loro? La risposta con ogni probabilità, sta nel fatto che erano state rese intoccabili per le forze di polizia ordinarie, perché i loro nomi erano stati contrassegnati con dei lasciapassare a livello di sicurezza nazionale che li rendeva immuni da arresto per infrazioni routinarie o per il fatto che i loro nomi figurassero nelle liste degli osservati speciali o in analoghi database.

Il parlamentare Michael McCaul (repubblicano del Texas) è ritornato su questa delicata questione nel suo interrogatorio del sottosegretario Kennedy, portando al seguente botta e risposta:

MCCAUL: Beh, penso che ci debba essere un coordinamento molto migliore in funzione qui, tra queste due entità. Signor Kennedy, perché alla luce delle informazioni che aveva non è stato revocato il visto?

KENNEDY: Signore, come ho detto prima, quando otteniamo qualsiasi informazione, quando chiunque appaia in una ambasciata americana e dica di avere dei dubbi su qualcuno, immediatamente generiamo ciò che viene chiamato un messaggio VIPER sui visti. L'abbiamo mandato a tutta la comunità delle forze dell'ordine e dell'intelligence --

MCCAUL: È un mio problema: capisco il processo. Ma voi avete avuto queste informazioni, e non avete revocato il visto.

KENNEDY: Perché… --

MCCAUL: voglio dire che il dispaccio che ho appena letto rende abbastanza evidente che quest’uomo è associato agli estremisti in Yemen, e non avete revocato il suo visto.

KENNEDY: Quel che era, signore, è che suo padre aveva detto che era associato a tutto ciò. E così abbiamo poi chiesto alla comunità dell’intelligence e delle forze dell’ordine se avessero ulteriori informazioni. Non voglio prendere molto del vostro tempo, e avrei il piacere di incontrarmi con voi in seguito.

Prendiamo atto ancora una volta della tremenda reticenza del sottosegretario Kennedy ad entrare nei dettagli del lasciapassare di sicurezza nazionale rilasciato nel caso del visto di Mutallab. Kennedy propone di spiegare tutto al parlamentare in privato, ma non alla luce piena della pubblica opinione laddove le sue parole finirebbero nella trascrizione della gazzetta Federal News.

CHIEDERE DI SAPERE CHI HA CONSENTITO A MUTALLAB DI MANTENERE IL SUO VISTO

Invece, è indispensabile per la salvaguardia delle istituzioni democratiche che tutti i dettagli siano resi noti su come al Dipartimento di Stato sia stato impedito di revocare il visto di Mutallab.

Vogliamo sapere quale agenzia ha chiesto che Mutallab non dovesse essere disturbato. Vogliamo sapere i nomi e gli incarichi ricoperti dai funzionari che hanno rilasciato il lasciapassare che ha prevalso sulla proposta del Dipartimento di Stato. Vogliamo che questi funzionari siano licenziati. Vogliamo che su questi funzionari ci siano inchieste accurate. Vogliamo che compaiano dinanzi a pubbliche udienze del Congresso. Vogliamo che siano oggetto di cause civili da parte delle compagnie aeree e altre parti interessate. Vogliamo scoprire la natura di eventuali reti di intelligence controllate privatamente a cui potrebbero appartenere.

Tale indagine potrebbe portare al di fuori degli Stati Uniti, e più in particolare verso il Regno Unito. Mutallab viene dalla Nigeria, una ex colonia britannica. Ha trascorso diversi anni a Londra, dove si trova la scuola del Londonistan di matrice MI-6 che forma capri espiatori estremisti islamici fondamentalisti e fanatici, dove lui è stato a quanto pare radicalizzato. Mutallab fu poi esposto e preparato in Yemen, un’altra ex colonia britannica, dove è stato messo in contatto con Awlaki, il lacchè della CIA, un noto doppiogiochista e agente provocatore.

Tenuto conto del fatto che Mutallab stava operando al di fuori degli USA, la CIA è un ovvio soggetto sospetto, ma non l'unico.

Ci sono tutte le ragioni per concludere che la rete canaglia di talpe che operano all'interno dell’intelligence degli Stati Uniti - altrimenti nota come il governo invisibile o governo ombra - sapeva che Mutallab stava arrivando, sapeva che avrebbe maneggiato un ordigno simile a una bomba, e voleva che entrasse nei cieli di Detroit.

(Se i gestori di Mutallab pensassero di affidargli una bomba che sarebbe realmente esplosa è una questione a parte.)

Hanno fatto tutto questo perché davvero volevano un’importante provocazione terrorista a carico della popolazione degli Stati Uniti, destinata a scatenare ondate di isteria islamofoba utile per il sostegno alle operazioni in corso in Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, e molto probabilmente contro l'Iran.

ALTRO CHE BODY SCANNER, SERVONO RILEVATORI ANTI-TALPA ALLA CIA E ALL’FBI.

I primi commenti su questo incidente hanno lamentato un’incapacità di unire i puntini. Da quel che emerge adesso, i puntini erano stati evidentemente uniti da parte del Dipartimento di Stato, ma la sua azione è stata bloccata da un lasciapassare emanato da un’altro ente.

Un'altra interpretazione popolare volta a coprire il fallimento dello screening e della sorveglianza a Natale tra Amsterdam e Detroit era che il nome di Mutallab era stato scritto male, una volta inserito nel database antiterrorismo di riferimento. Kennedy ha ammesso nella sua testimonianza, che un tale inserimento dei dati sia stato errato, ma un altro è stato immesso correttamente. Tutto questo deve essere visto con grande scetticismo.

A parte questi dettagli, dovrebbe essere chiaro a tutti che il resoconto ufficiale statunitense dell'incidente di Natale a Detroit è stato ora completamente confutato.

Non abbiamo bisogno di "body scanner" negli aeroporti. Abbiamo bisogno di installare rilevatori di talpe presso CIA, FBI, DIA, NSA, Dipartimento di Stato, NCTC, e presso il Consiglio di Sicurezza Nazionale.

L'urgente necessità è ora quella di scoprire con precisione chi abbia emanato quel cruciale lasciapassare che ha permesso a Mutallab di mantenere il suo visto e di imbarcarsi sul volo per Detroit.

Tirando quel filo potrebbero seguire delle rivelazioni in grado di ricondurre alle reti che stanno dietro l’11/9, l'Iran Contra, e molto altro.

Le forze politiche amichevoli con Obama tendono a vedere questo caso come una messinscena volta a mettere in imbarazzo l'inquilino della Casa Bianca. Queste forze dovrebbero ora richiedere immediate udienze congressuali sulle affermazioni contenute nella testimonianza del Sottosegretario Kennedy.

Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

Fonte: tarpley.net.

Il link della commissione della Camera dei Rappresentanti per la Homeland Security: http://homeland.house.gov/Hearings/index.asp?ID=234.
All'interno c'è il pulsante per attivare il video dell'audizione del 27 gennaio 2010.

10 febbraio 2010

Surprising number of passengers on Flight AA77 that allegedly hit the Pentagon had military connections

by Pino Cabras - da voltairenet.org.



Many are the inconsistencies concerning Flight AA77 which allegedly struck the Pentagon at 9:37 a.m. on September 11, 2001. We will not enumerate them here; other articles on this site already provide a detailed list of them. But new elements have recently emerged, resulting from investigations carried out by independent journalists. We reproduce below an extract from Strategie per una guerra mondiale, a book by Pino Cabras. It brings to light the inordinate proportion of passengers on board Flight 77 who had ties with the military sector and who were officially reported dead on September 11, 2001 at the Pentagon.

The Voltaire Network article dealing with the cockpit door of Flight 77 [1] - which revealed disturbing details, little if at all examined by the official investigations, but which call for a closer look even by non-official investigations - had already drawn our attention to a certain number of the anomalies linked to that terrible day. The baffling profile of Charles F. Burlingame is but one anomaly. On board Flight 77 there was a high density of passengers who worked at classified positions in the Defense sector: between 16 and 21 persons out of a total of 58 passengers.

The majority were aerospace engineers. One of them, Mr. Yamnicky, who worked in that capacity for the Veridian Corp., was a longtime CIA operative. Another passenger on the list, Mr. Caswell, led a team of about one hundred scientists for the US Navy. Others worked for Boeing and Raytheon in El Segundo, California, on a project dubbed Black Hawk.

We present here some information regarding these noteworthy Flight 77 passengers, who belong to the lists which were obtained by scanning the obituary columns on the Web or in newspaper articles published in the days following the attacks.

1. John D. Yamnicky Sr., 71, from Waldorf (Maryland), was on a business trip on American Airlines Flight 77. He was a retired naval aviator, who retired as Captain in 1979 when he joined Veridian Corp., a Virginia-based military contractor, where he worked on fighter aircraft and air-to-air missile programmes. His son, John Yamnicky, said his father worked on the development of the F/A-18 fighter jet. After graduating from the U.S. Naval Academy in 1952, John Yamnicky Sr. became a Navy test pilot, flying an A-4 attack plane and would sometimes tell stories of his travels and Navy service in Korea and Vietnam. "He crash-landed five times and walked away from them each," said Cindy Sharpley, a friend of the family. "But not this last one." (AP, 2001)
He graduated from the Navy Test Pilot School at Patuxent River in 1960 and also obtained a Master’s Degree in international relations from George Washington University in 1966. He was promoted to Captain in 1971; he spent years on bases and aircraft carriers, first as a naval aviator, then as director of the U.S. Naval Test Pilot School at the Patuxent River Naval Air Station in Maryland and finally as a manager of various aircraft and weapons programmes for the Department of Defense.

2. William E. Caswell, born in Boston (Massachusetts) in 1947, was a third-generation physicist whose work at the Navy was so classified that his family knew very little about what he did each day. They don’t even know exactly why he was headed to Los Angeles on the doomed American Airlines Flight 77. "It was a trip he often took," said his mother, Jean Caswell. "We never knew what he was doing there because he couldn’t say. You just learn not to ask questions." [2]
In a Princeton University publication, his thesis director stated that, in the 80’s, when he learned that the US Navy was looking for a scientific expert for a classified project involving advanced technology, he submitted Bill Caswell’s name. «I didn’t take part in his daily work, although on all counts it was still related to his thesis : in no time he climbed to a top post to head a team of more than one hundred researchers in one of the most exacting branches of the US Navy.» His technical and managerial skills were appreciated by all his colleagues and earned him the highest rewards and distinctions from the U.S. Navy. In a twist of fate, it was precisely for this project that he was travelling on Flight AA77 and ultimately perished in the crash.

3. and 4. Wilson Falor "Bud" Flagg, 63, born in Millwood (Virginia), was a Rear Admiral in the US Navy and a pilot for American Airlines until his retirement. He was one of the three admirals censored by the US Navy in the context of the Tailhook conference scandal in 1991, relating to acts of sexual violence. His wife Darleen, also 63, died in the crash with him.
The Tailhook incident effectively ended his further advancement and prompted him to leave the Navy to join American Airlines. According to his nephew Ray Sellek, Flagg continued to pay frequent visits to the Pentagon to provide technical advice, and even had an office there.

5. Stanley Hall, 68, was from Rancho Palos Verde (California). He was director of programme management for Raytheon Electronics Warfare. “He was our dean of electronic warfare”, explained one his colleagues at Raytheon, a Defense Department supplier. Hall had developed and fine-tuned antiradar technologies. He was a sober and competent man, somewhat of a paternal figure. «Many of our young engineers considered him their mentor», declared Raytheon’s spokesperson Ron Colman.

6. Bryan C. Jack, 48, from Alexandria (Virginia), was responsible for crunching America’s defense budget. He headed the Pentagon’s programming and fiscal economics division. He was on his way to California to teach a course at the Naval Postgraduate School. His colleagues said he was a brilliant mathematician and top budget analyst. He had worked at the Pentagon for 23 years.
Jack had married artist Barbara Rachko in June 2001. She worked all week in her New York studio and they would only see each other on weekends, either at their Alexandria house or at their New York appartment. Barbara Rachko is a licensed commercial pilot and worked seven years as a naval officer. She was no longer on active duty but still served as US Navy reserve commander.

7. Keller, Chandler ‘Chad’ Raymond. Chad was born in Manhattan Beach (California) on October 8, 1971. He was an eminent engineer specialized in propulsion technologies and project manager at Boeing Satellite Systems. [3]

8. Dong Lee, 48, from Leesburg (Virginia), worked for Boeing Co. as an engineer.

9. Ruben Ornedo, 39, from Los Angeles (California), was a propulsion engineer at the Boeing Comany in El Segundo (California).

10. Robert Penninger, 63, from Poway (California), worked as an electrical engineer for BAE systems, a Defense Department supplier.

11. and 12. Robert R. Ploger III, 59, from Annandale (Virginia), was a software architect at Lockheed Martin Corp., and his wife Zandra Cooper.

13. John Sammartino, 37, from Annandale (Virginia), was technical manager at XonTech Inc. in Arlington (Virginia), a research and development firm linked to the military sector and specialized in defense missiles and sensor technologies. It was bought in 2003 by Northrop Grumman, another company that produces for the military. The holder of an AA Platinum card, Sammartino was an assiduous traveller and was headed for Los Angeles to attend a conference at the Van Nuys company, together with his colleage Leonard Taylor. After graduating from University, Sammartino had been hired as an engineer by the Naval Research Lab ; he had worked for XonTech Inc. for 11 years.

14. Leonard Taylor, 44, was technical group manager at XonTech Inc. He was born in Pasadena (California) and lived in Reston (Virginia). He graduated from Andover High Scool in 1975 and from Worcester Polytechnic Institute in 1979. [4]

15. Vicky Yancey, 43, from Springfield (Virginia), was going to attend a business meeting in Reno, but hadn’t planned to be on Flight AA77. Yancey, a former naval electronics technician, worked for the Vredenburg company, a Defense Department supplier. She had intended to leave Washington earlier but her departure was delayed due to a ticket problem, as her husband explained to the Washington Post. She called her husband ten minutes after boarding to let him know that she had finally managed to get a seat on the flight. [5]

16. Charles F. Burlingame III, 52, graduated from the U.S. Naval Academy in 1971 ; he was flight commander of AA Flight 77. Burlingame was a naval reserve officer and had even worked in the Pentagon wing that was struck by the plane [according to the official version, Note by the editor].

17. Barbara K. Olson, 45, was a conservative lawyer and commentator. She was known to television viewers as a self-assured, politically active journalist who represented the conservative mindset. In the Washington social and political landscape, she and her husband, Theodore B. Olson, formed a very influential couple. Theodore Olson was a high-profile lawyer who had successfully defended George W. Bush’s disputed Florida election before the Supreme Court. President Bush named Olson to the post of US Attorney General, entrusting him with the responsibility of shaping the Administration’s strategy vis-à-vis US courts.
The story of the telephone call is indeed very odd. Mr. Olson claimed that while he was in his office at the Department of Justice on Tuesday morning, he received a call from his wife allegedly made from a cell phone on board flight AA77 to tell him that the plane had been hijacked. This version was reprobated considering that it was impossible to use a cell phone from a plane. In a subsequent, modified version Barbara Olson was supposed to have used a passenger seat-phone. But as reported in another Voltaire Networkarticle, there is no record of any such call.
Married for 4 years, the Olsons were perfectly complementary in terms of style. As a television commentator, she was the more outspoken of the two, while he kept a low profile in consonance with his role as a constitutional lawyer in charge of the Republican establishment.
Barbara Olson was one of Bill and Hillary Clinton’s most relentless critics, against whom she conducted merciless investigations. Among other things, she wrote a book titled Hell to Pay (Regnery 1999), in which she disparages Hillary Clinton, followed by another one titled Final Days (Regnery, 2001), which was published posthumously. [6]

18. Karen Kincaid, 40, from Wahington D.C. A native of Iowa, she was a lawyer with the Washington firm of Wiley Rein & Fielding, specializing in communications legislation. She was on her way to Los Angeles to attend a conference on the wireless communications industry. With her husband of five years, Peter Batacan, also a lawyer working for another firm, Kincaid was training to take part in the upcoming Marine Corps Marathon scheduled for October 28.
Wiley Rein & Fielding is a powerful legal outift working for the Republican camp, that was involved in the vast legal action that helped Bush and Cheney overcome the controversial period of the post-2000 elections and which constituted an essential tool for the defense of «white collar» criminal cases.

19. Steven ‘Jake’ Jacoby, 43, was a vice president and chief operating officer of a paging and wireless messaging service called Metrocall Inc., based in Alexandria (Virginia), which ranks as the second largest paging company in the United States. « The fact that Metrocall’s technical operating network continued to function and provide critical communications during this horrific event was a tribute to Jake", said Co-worker Vice Kelly, Chief Financial Officer. In his last positon, Jacoby supervised the development of a multiple-frequency wireless messaging system for emergency worker and medical field use. It was Metrocall that supplied the equipment used by emergency responders who were on the scene in New York and Washington on 9/11 ...

It should be pointed out that the same disproportionate number of passengers with military connections can also be observed in respect of the other 9/11 flights.

Three Raytheon employees were on flight AA11 that crashed into the North Tower of the World Trade Center. Raytheon is one of the principal defense suppliers, and a pillar of the Global Hawk remote control technologies, highly cherished by the Pentagon. Among the various hypotheses which are impossible to prove, but which are nevertheless technically plausible and worthy of a deeper investigation, is the one concerning remote controlled aircraft.

There are a number of disturbing features about Raytheon. A USA Today article published in October 2001 announced that in August 2001 Raytheon had executed, six times over, a perfectly smooth test landing in a New Mexico air base involving an unpiloted Boeing 727 belonging to Fedex.

The system emitted radio signals from the end of the runway which were transmitted to the plane. The ground electronic devices coordinated their location through GPS. No pilot could intervene during the moneuvre. We’ll say it again : this is a technology which was fully operational and readily available in August 2001, one month before the fateful attacks.

Already at the beginning of 2001, a special plane linked to the Global Hawk programme had crossed the Pacific Ocean, from the USA to Australia, with no one on board.

As we have just seen, the main actors involved in these programmes as well as other aerospace experts were officially declared dead on September 11, 2001.

One of the objections often raised against the likelihood of an internal conspiracy hatched by the US institutions and intelligence apparatus is the difficulty, indeed the impossibility, of keeping such a secret when so many plotters and executors were involved. The architects of the tragedy we witnessed on 9/11 are in any case ruthless enough to also sacrifice those who might have blown the whistle, mixing them with the other victims. The remains of the victims were handled entirely by the military. It is therefore difficult to tell how and where the passengers died.

For the moment, this is merely a research hypothesis.

Pino Cabras

Italian journalist and Director of the alternative information site Megachip. His most recently published book is Strategie per una guerra mondiale. Dall’11 settembre al delitto Bhutto (Aisara, 2008).


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Additional remarks by Thierry Meyssan

When I was in Tehran in September 2002, I had the opportunity to discuss in depth the events of September 11 with Hussein Shariatmadari, Director of the Kheyan press agency and spokesperson for the Supreme Leader of the Islamic Revolution. It was my first encounter with someone who had such a detailed knowledge of the events. We continued our discussion until late in the day.
On this occasion, he shared with me the investigative findings of his associates. They had pursued the same hypothesis as the one advanced by Pino Cabras, but with far greater means at their disposal. They had constituted biographical profiles for each of the passengers on all four planes.
Their findings showed that 75% of the passengers had connections with the Pentagon, not only on flight AA77 but also on all the other flights
.

[1] September 11, 2001: Flight AA77 could not have been hijacked!, Voltaire Network, 30 November 2009.

[2] Excerpt from a Chicago Tribune article, September 16, 2001.

[3] Source: Los Angeles Times, September 21, 2001.

[4] Source: Globe Star, September 27, 2001.

[5] Source: Chicago Tribune.

[6] Source: New York Times obituary, September 13, 2001.


Iran e ultrà

di Pino Cabras – da Megachip.



Centinaia di tifosi assaltano il centro sportivo della Lazio. Decine di militanti basiji manifestano ostilmente davanti all'ambasciata italiana in Iran. A Formello tre ultrà feriti e diversi poliziotti contusi. A Teheran il bilancio è un'insegna stradale divelta. Questi gli scarni resoconti che potremmo fare per una giornata di relativamente modeste agitazioni.

Però i facinorosi laziali rimangono consegnati nella cronaca. Gli esagitati iraniani salgono su fino ai titoli di apertura dei tg e delle edizioni on line dei principali quotidiani, che parlano addirittura, esagerando, di “Assalto all'ambasciata italiana”.

Questi titoli agitati fanno da innesco per gli altri titoli e articoli che si fanno partecipi di una escalation allarmistica e sempre più isterica che vorrebbe metterci in guardia dalla presunta e imminente “minaccia iraniana”. È quel genere di isteria che abbiamo visto sperimentare altre volte in vista di azioni militari importanti a carico di altri paesi (e altre popolazioni), un'agitazione terrorizzante da cucinare tempestivamente con continui sollevamenti di tono e un sapiente controllo delle paure collettive, per mesi e mesi, fino al parossismo.

In queste situazioni chi, come noi, vorrebbe fare da ponte fra culture, civiltà, nazioni, interessi in contrasto, deve sapere una cosa molto triste: in guerra i ponti sono la prima cosa che salta. Cercheremo di resistere al martellamento della propaganda, che ora crescerà.

Il clima di guerra si sviluppa proprio nel distruggere le possibili mediazioni, le soluzioni politiche, i passi commisurati agli interessi e i pericoli presenti e futuri, le corrette valutazioni delle posizioni altrui.

Lungi dall'essere un monolito totalitario, l'Iran ha delle classi dirigenti fin troppo rissose al loro interno, incapaci di costituzionalizzare stabilmente le spinte contrastanti. Fughe in avanti e pressioni politiche, slanci nazionalistici e manifestazioni ostili: sono sintomi di una difficoltà del sistema a trovare un suo equilibrio. Ma altra cosa è collegare tutto ciò a una volontà di aggressione contro altri paesi, per giunta vicina nel tempo. Da questo punto di vista la cronaca della stampa mainstream è totalmente falsata. Il compito numero uno di chi ha a cuore le sorti della pace in questa fase è scongiurare la crescita dell'esaltazione bellicista sulla questione iraniana. Significa che il fronte ora è l'informazione.


6 febbraio 2010

Forte proportion de passagers liés à l’armée dans le vol 77 qui aurait percuté le Pentagone

par Pino Cabras - voltairenet.org - ReOpen99.info.



Nombreuses sont les incohérences concernant le Vol 77 d’American Airlines qui a prétendument percuté le Pentagone à 9h37 le 11 septembre 2001, nous ne les enumèrerons pas ici, d’autres articles de ce site en donnent une liste détaillée. Mais de nouveaux éléments sont apparus récemment, fruit d’investigations effectuées par des journalistes indépendants.

Nous vous livrons ici un extrait du livre Strategie per una guerra mondiale de Pino Cabras. Il y relève l’étrange proportion de passagers travaillant pour le secteur militaire dans le Vol 77, et qui officiellement auraient trouvé la mort le 11-Septembre au Pentagone.

L’article du Réseau Voltaire à propos de la porte du cockpit du vol 77 [1] —qui nous révèle des détails inquiétants, peu ou pas du tout approfondis par les enquêtes officielles, mais qui devront être scrutés par des investigations même non officielles— attire notre attention sur quelques-unes des anomalies de cette terrible journée. Il n’y a pas que le personnage du commandant Burlingame à nous interpeler. Le Vol 77 avait une haute densité de passagers qui travaillaient secrètement pour le secteur de la Défense. Entre 16 et 21 personnes sur les 58 passagers de ce vol.

La plupart d’entre eux étaient des ingénieurs en aérospatiale. L’un d’eux, Mr Yamnicky, était depuis longtemps un agent opérationnel de la CIA qui travaillait pour la Veridian en qualité d’ingénieur en aérospatiale. Un autre passager de cette liste, Mr Caswell, dirigeait une équipe d’une centaine de scientifiques pour la Marine militaire états-unienne. D’autres travaillaient pour Boeing et Raytheon, à El Segundo en Californie, sur un projet nommé « Black Hawk ».

Nous présentons ici quelques informations sur ces passagers intéressants du Vol 77, qui font partie des listes obtenues en parcourant les rubriques nécrologiques sur le Web ou dans les articles de journaux publiés dans les jours suivant les attentats.

1- John D. Yamnicky Sr., 71 ans, de Waldorf, Maryland effectuait un voyage professionnel sur le Vol 77 d’American Airlines. C’était un ancien pilote militaire à la retraite, mais il travailla pour un fournisseur de la Défense au sein de la Veridian Corp, basée en Virginie, où —après son départ en retraite avec le grade de Capitaine en 1979— il opérait sur des programmes relatifs aux avions de chasse et aux missiles air-air. Son fils, John Yamnicky, déclara que son père avait travaillé au développement du chasseur F/A-18. John Yamnicky Sr, une fois diplômé à la US Naval Academy en 1952, devint pilote de tests pour la US Navy, aux commandes d’un bombardier A-4, et il aurait raconté ses voyages et ses missions pour la Marine militaire américaine en Corée et au Viet Nam. “Il s’est écrasé à cinq reprises, mais s’en est toujours tiré indemne” a expliqué Cindy Sharpley, une amie de la famille. “Sauf cette dernière fois” (AP, 2001)
Yamnicky obtint son diplôme à la Navy Test Pilot School, située à Patuxent River en 1960. Il passa aussi un Master en Relations internationales à l’université George Washington en 1966. Mr Yamnicky, qui assurait aussi des prestations sur des avions de ligne, devint capitaine en 1971, alors qu’il était à Patuxent River, puis il se mit au service du Bureau du secrétariat à la Défense.

2- William E. Caswell était un physicien de 3e génération dont les fonctions au sein de l’US Navy étaient si secrètes que ses proches ne savaient pratiquement rien de ce qu’il faisait au quotidien.
Ils ne savaient même pas précisément pour quelle raison il fut envoyé à Los Angeles sur ce vol maudit d’American Airlines le 11 septembre 2001.
C’était un trajet qu’il faisait souvent, explique sa mère Jean Caswell. « Nous ne savions jamais ce qu’il y faisait, car il ne pouvait pas nous le dire. On apprend à ne pas poser de questions. » [2].
Dans une publication de l’université de Princeton, le directeur de thèse de Caswell déclara que dans les années quatre-vingt, il apprit que l’US Navy cherchait un scientifique expert qui puisse la conseiller sur un projet secret concernant une technologie avancée, et il avait proposé le nom de Bill Caswell. « Je ne participais pas à son travail quotidien, mais à tous points de vue, c’était encore son projet de thèse : partant de zéro il est monté très rapidement jusqu’à un poste de responsable scientifique à la tête d’une équipe de plus de cent chercheurs dans un des domaines les plus exigeants de l’US Navy. » Ses capacités techniques et managériales étaient très appréciées par ses collègues et lui avaient valu les plus hautes récompenses et distinctions de la Marine militaire.
L’ironie du sort a voulu qu’il voyage précisément pour ce projet, comme passager du Vol 77 d’American Airlines, et qu’il périsse dans le crash de l’avion.

3- et 4- Wilson Flagg, 63 ans, né à Millwood en Virginia, un amiral de l’US Navy, pilote pour American Airlines avant de prendre sa retraite. C’était l’un des trois amiraux mis en cause par l’US Navy dans le scandale Tailhook en 1991, relatif à des violences sexuelles. Sa femme Darleen, du même âge, est elle aussi morte dans le crash.
La lettre d’avertissement qui figure dans son dossier bloqua de fait toute promotion et l’amena à quitter l’US Navy. Il devint pilote pour American Airlines avant de prendre sa retraite. Son neveu Ray Sellek indiqua qu’il continuait de se rendre au Pentagone pour fournir des conseils techniques, au point d’y avoir un bureau.

5- Stanley Hall, 68 ans, de Rancho Palos Verdes, Californie. Directeur de programme chez Raytheon Co. « C’était notre gourou de la guerre électronique » explique un de ses collègues chez Raytheon, une société qui fournit le département de la Défense US. Hall avait développé et mis au point des technologies antiradar. C’était un homme posé et compétent, une sorte de figure paternelle. « Beaucoup de nos jeunes ingénieurs voyaient en lui un mentor » a déclaré Rn Colman le porte-parole de Raytheon.

6- Bryan Jack, 48 ans, d’Alexandria en Virginie, analyste du budget et directeur de la Division de programmation et d’économie fiscale au département de la Défense (Dod). Jack, qui travaillait au Pentagone, avait été envoyé en Californie pour dispenser un cours à l’École des officiers de la Navy (Naval Postgraduate School). Ses collègues disent de lui que c’était un mathématicien brillant. Comme chef de programmation et des politiques fiscales pour le bureau du secrétaire à la Défense, c’était un analyste de pointe du budget. Il travaillait au Pentagone depuis 23 ans.
Jack s’était marié avec l’artiste Barbara Rachko en juin 2001. Mme Rachko travaillait toute la semaine dans son studio de New York et ils se voyaient donc seulement le week-end, soit dans leur maison à Alexandrie soir dans leur appartement à New York. Barbara Rachko a une licence de pilote de ligne et avait travaillé sept ans comme officier naval. Elle avait quitté le service actif, mais restait Commandant de réserve pour la Navy.

7- Keller, Chandler ‘Chad’ Raymond. Chad naquit à Manhattan Beach en Californie le 8 octobre 1971. C’était un éminent ingénieur spécialisé dans la propulsion et chef de projet chez Boeing Satellite Systems [3]

8- Dong Lee, 48 ans, de Leesburg, Virginia, ingénieur chez Boeing Co.

9- Ruben Ornedo, 39 ans de Los Angeles, était ingénieur en propulsion chez Boeing à El Segundo, Californie.

10- Robert Penninger, 63 ans, de Poway, Californie, ingénieur électricien chez un fournisseur de la Défense, BAE Systems. Il travaillait à San Diego depuis 1990.

11- et 12- Robert R. Ploger III, 59 ans, d’Annandale en Virginie, architecte logiciel chez Lockheed Martin Corp., et sa femme Zandra Cooper.

13. John Sammartino, 37 ans, d’Annandale en Virginie, responsable technique pour XonTech Inc. à Arlington en Virginie, une compagnie scientifique et technologique liée au domaine militaire et spécialisée en missiles de défense et en technologies de senseurs, qui fut rachetée en 2003 par une autre société produisant pour les militaires, la Northrop Grumman. Sammartino était un voyageur assidu avec sa carte Platine d’American Airlines, et il se rendait au siège de la société à Van Nuys en Californie, accompagné par son collègue Leonard Taylor.
À sa sortie de l’université, Sammartino avait été embauché comme ingénieur au Naval Research Lab ; il travaillait depuis 11 ans pour XonTech.

14. Leonard Taylor, 44 ans, de Reston en Virginia, responsable technique chez XonTech, était né à Pasadena, Californie. Il avait obtenu son diplôme à la Andover High School en 1975 et au Worcester Polytechnic Institute en 1979 [4].

15. Vicki Yancey, 43 ans, de Springfield, se rendait à Reno pour une réunion de travail, mais elle n’avait pas prévu d’être sur le Vol 77. Yancey, ex-technicienne en électronique navale, travaillait pour la société Vredenburg, un fournisseur de la Défense, elle devait partir pour Washington plus tôt, mais des problèmes de billets retardèrent son départ, comme expliqua son mari au Washington Post. Elle appela son mari dix minutes après l’embarquement pour l’informer qu’elle avait finalement réussi à avoir une place dans l’avion [5]

16. Charles F. Burlingame III, 52 ans, diplômé en 1971 à la U.S. Naval Academy, était capitaine sur le Vol 77 d’American Airlines. Burlingame était réserviste de la Navy et avait même travaillé dans l’aile du Pentagone que l’avion aurait percuté [selon la version officielle, Ndt.].

17. Barbara K. Olson, 45 ans, avocate et commentatrice conservatrice. Olson était connue des téléspectateurs comme une journaliste politique combative et sure d’elle-même qui représentait le point de vue conservateur. Elle formait, dans le paysage social et politique de Washington un couple influent avec son mari Theodore B. Olson, un avocat en vue qui avait défendu avec succès la cause de l’élection en Floride de George W. Bush devant la Cour Suprême. Le président Bush avait nommé M. Olson au poste de procureur général des États-Unis, c’est-à-dire de responsable de la stratégie de l’Administration devant les tribunaux états-uniens.
L’histoire du coup de téléphone est curieuse. M. Olson a raconté qu’alors qu’il était dans son bureau au département de la Justice le mardi matin, il avait reçu un appel de sa femme qui aurait utilisé son téléphone portable à bord du Vol 77 d’American Airlines pour lui dire que l’avion avait été détourné. Cette version, très critiquée en raison de l’impossibilité d’utiliser un portable depuis un avion, fut modifiée par la suite par une autre dans laquelle Barbara Olson aurait utilisé un téléphone de siège. Mais comme le rapporte un autre article du Réseau Voltaire, il n’y a aucune trace de cet appel dans les enregistrements.
Les Olson, mariés depuis 4 ans, étaient parfaitement complémentaires en termes de style. Elle était la plus sincère des deux dans ses commentaires à la télévision, alors que lui se montrait plus réfléchi dans son rôle d’avocat constitutionnel en charge de l’establishement républicain.
Barbara Olson fut une des critiques les plus infatigables de Bill et Hillary Clinton, contre lesquels elle conduisit des enquêtes impitoyables. Elle écrivit entre autres un livre intitulé Hell to Pay (Regnery 1999), extrêmement critique à l’égard d’Hillary Rodham Clinton, suivi d’un ouvrage posthume centré sur les dernières semaines des Clinton à la Maison-Blanche, intitulé Final Days (Regnery, 2001). [6].

18. Karen Kincaid, 40 ans, de Washington, DC. Native de l’Iowa, elle était partenaire dans le cabinet d’avocats Wiley Rein & Fielding de Washington, spécialisé dans la législation des communications. Elle se rendait à Los Angeles pour participer à une conférence sur l’industrie du sans-fil. Elle s’entrainait pour courir le marathon du Corps des Marines prévu le 28 octobre, avec l’homme qu’elle avait épousé 5 ans auparavant, Peter Batacan, un avocat travaillant pour un autre cabinet.
Wiley Rein & Fielding est un puissant cabinet d’avocats travaillant pour le camp républicain qui fit partie de la vaste équipe d’avocats qui aida Bush et Cheney lors de la très controversée affaire post-électorale qui suivit la présidentielle de 2000, et qui formait un important outil de défense dans les affaires de délits de cols-blancs.

19. Steven ‘Jake’ Jacoby était le directeur des opérations chez Metrocall Inc, dont le siège est à Alexandrie, Virginie, une des deux plus grandes sociétés nationales de pagers, ces instruments « cherche-personnes ». « Le fait que le réseau opérationnel de Metrocall ait continué à fonctionner et à assurer les communications vitales pendant cette affreuse journée, nous le devons à Jake », a déclaré Vince Kelly, le responsable financier de la société. Le dernier job de Jacoby avait consisté à superviser le développement de dispositifs « cherche-personnes » bidirectionnel pour les grands malades en cas d’urgence, a révélé le porte-parole Timothy Dietz. La société a distribué des appareils au personnel de secours qui travaillait sur les scènes des sinistres à Washington et à New York. […]

Il faut noter que dans les listes des passagers des autres vols, on remarque aussi une certaine densité de personnes liées au secteur militaire et du Renseignement.

Trois employés de la Raytheon étaient sur le Vol 11 d’American Airlines qui s’est crashé sur la Tour Nord du World Trade Center. Raytheon est l’un des principaux fournisseurs de la Défense, et est un élément fondamental des technologies Global Hawk de contrôle à distance, tant appréciées du Pentagone. Parmi les nombreuses hypothèses impossible à démontrer, mais techniquement plausible et par-là même dignes d’être approfondies, on trouve celle sur les avions télécommandés.

Il existe certains éléments particulièrement troublants à propos de Raytheon. Un article paru dans USA Today en octobre 2001 annonçait que Raytheon avant téléguidé à 6 reprises un Boeing 727 de Fedex lors d’un atterrissage parfaitement exécuté sur une base aéronavale du Nouveau-Mexique en août 2001, sans pilote.

Le système utilisait des signaux radio émis depuis la partie finale de la piste et qui étaient envoyés à l’avion. Les dispositifs électroniques à terre coordonnaient leur localisation grâce au GPS. Aucun pilote à bord ne devait intervenir pendant la manoeuvre. Répétons-le : il s’agissait d’une technologie parfaitement au point et disponible en août 2001, un mois avant les attentats fatidiques.

Déjà au début de 2001 un avion spécial du programme Global Hawk avait traversé l’océan Pacifique, depuis les USA jusqu’à l’Australie, sans personne à bord.

Comme nous venons de le voir, les principaux acteurs de ces programmes ainsi que d’autres experts du secteur aérospatial sont officiellement morts le 11 Septembre 2001.

Une des objections soulevées quant à la vraisemblance d’un complot interne aux institutions et au Renseignement états-uniens est la difficulté, voire l’impossibilité, de maintenir le secret quand trop d’exécutants et de conspirateurs sont impliqués. Ceux qui organisent une tragédie comme celle du 11-Septembre sont de toute façon suffisamment impitoyables pour inclure même le sacrifice des exécutants qui pourraient parler, les mélangeant aux autres victimes. Les restes des victimes ont été entièrement gérés par les militaires. Difficile donc de savoir aujourd’hui comment et où sont morts les passagers.

Pour l’instant, ceci n’est qu’une hypothèse d’enquête.

Précision de Thierry Meyssan

meyssan_en_iranEn septembre 2002, à Téhéran, j’ai eu l’occasion de discuter très en détail des attentats du 11-Septembre avec Hussein Shariatmadari, directeur du groupe de presse Kheyan et porte-parole du Guide de la Révolution. C’était la première fois que je rencontrais un interlocuteur ayant une connaissance aussi précise du détail des attentats. Nous avons continué la discussion tard dans la journée.
A cette occasion, il m’a montré le travail de ses enquêteurs. Ceux-ci avaient suivi la même piste que Pino Cabras, mais avec des moyens beaucoup plus importants. Ils avaient constitué des dossiers biographiques pour chacun des passagers des 4 avions impliqués.
Ils étaient arrivés à un taux de trois quarts de passagers liés au Pentagone, non seulement dans le vol 77, mais dans les autres avions aussi.



[1] « 11-Septembre : le vol AA77 n’a pas pu être détourné », Réseau Voltaire, 29 novembre 2009.

[2] Extrait d’un article du Chicago Tribune.

[3] Source Los Angeles Times, 21 septembre 2001.

[4] Source Globe Star du 27 septembre 2001.

[5] Source : Chicago Tribune.

[6] Source : Rubrique nécrologique du New York Times du 13 septembre 2001.

par Pino Cabras, extrait des notes de l’article "11/9: il volo AA77 non poteva essere stato dirottato" paru sur son site MegaChipDue. Cet extrait figure aussi dans son ouvrage Strategie per una guerra mondiale.

Traduction GeantVert pour ReOpenNews.

Links:

http://www.voltairenet.org/article163869.html.

http://www.reopen911.info/News/2010/02/05/forte-densite-de-personnel-lie-a-larmee-dans-le-vol-77-qui-aurait-percute-le-pentagone.

3 febbraio 2010

Il ventriloquo e il pupazzo

di Giulietto Chiesa - da Megachip.

Lezioni non ne ha imparata nessuna. E se è apparso così tracotante e sicuro è perché si sente coperto dai poteri forti del mondo che hanno promosso la Guerra Finale (stavo per dire Infinita). Se Obama ha dato un'occhiata al Tony Blair sotto inchiesta a Londra, deve avere provato qualche brivido alla schiena.

A meno che anche lui sia parte integrante del gioco, il Blair che afferma con sicurezza che la guerra irachena fu giusta (nonostante tutti sappiano che fu inventata da Bush e da lui) deve avergli fatto sentire più forti gli spifferi che, dal Pentagono, arrivano fin sotto il suo letto.

“Apparizione di un fantasma”, ha scritto Simon Jenkins sul Guardian riferendosi a Blair. Ma fantasma minaccioso. Non perchè sia ancora potente: non lo è più, è finito. Ma perchè è il pupazzo di un ventriloquo che progetta altre imprese.

Tutte le cose dette dal Blair sono leggibili come anticipazioni e minacce. Non c'è nessuna verità da cercare: a loro non occorre nemmeno mentire. Affermano il falso irridendo a chi grida al falso.

Non ci fu errore, sghignazza il pupazzo, lo rifarei anche oggi. Lo rifaremo con l'Iran, tra poco. Lo rifaranno, infatti.

Il pupazzo può parlare così perchè ha di fronte inquirenti che guardano sopra le sue spalle e vedono il ventriloquo. Per questo lo temono; per questo non faranno troppe domande e lo lasceranno andare via con la camicia immacolata, senza un goccio di sudore.

E poi Sir John Chilcot ha forse inzuppato i suoi piedi nel sangue degli ospedali di Baghdad? E, come ha scritto Robert Fisk, sull'Independent, come avrebbero potuto starci, nella piccola sala del Queen Elizabeth II Conference Centre le 600 mila anime di iracheni uccisi, e quelle dei 200 soldati britannici morti nella guerra di Tony?

Chissà se l'inchiesta si spingerà fino alla morte di David Kelly, colui che rivelò per primo le bugie di Blair. Lord Hutton, l'inquirente fulmineamente nominato da Blair il bugiardo, ha secretato il tutto per 70 anni. Saremo morti tutti quando la verità riemergerà.

Ma Norman Baker, un giornalista del Guardian, ha fatto un'inchiesta parallela e ha scoperto che Kelly non poteva suicidarsi. Qualcuno l'ha ucciso. Almeno una domanda su questo gliela vogliamo fare a Tony the Liar?