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19 febbraio 2010

A lezione dal Mossad

di Giulietto Chiesa.

Quante volte, discutendo dell'11 settembre, mi sono sentito rivolgere domande sul funzionamento dei servizi segreti e sulla loro possibile connessione con attentati terroristici. Ogni volta è difficile spiegare a pubblici inesperti come funzionano le cose. Non ne capiscono un acca nemmeno molti giornalisti. I quali, infatti, da anni corrono dietro ad al-Qa'ida, che è la sigla, il logo, che non ha dietro un bel niente se non le capacità inventive della CIA, del Mossad e dell'MI-5.

Non ne capisce molto nemmeno quel degno e ammirevole intellettuale critico che si chiama Noam Chomsky, figuriamoci.

Per questo scrivo questa postilla alle istruttive rivelazioni che emergono dallo scandalo dell'assassinio, in Dubai, di Mahmoud Al-Mabhouh, uno dei principali dirigenti dell'ala militare di Hamas.

In scena, ovviamente, il Mossad, ma la firma non la si troverà mai. Gl'imbecilli che continuano a pensare che i complotti non esistono, non possono ovviamente capire un mondo dove il complotto è diventato la regola generale, inclusa la finanza e l'economia. Ma basta dare un'occhiata nel mucchio delle cose che si vedono, per capire come funzionano queste operazioni. Lasciamo stare i passaporti veri, rubati, con le foto false. A parte il fatto che il trucco ricorda da vicino quello che venne usato per rivelare le identità dei 19 terroristi presunti dell'11 settembre: questo è l'abc delle spie. Ma guarda invece chi ha partecipato all'operazione in Dubai.

Nota 1 – Il Mossad è imbottito di agenti arabi. Così come di ogni altra nazionalità immaginabile, in ogni scenario. Ma questo è solo il primo strato. Ce ne sono molti altri. Per esempio nelle indagini in Dubai sono incappati due ex funzionari della polizia politica palestinese (Ahmad Hasnain e Awar Shekhaiber). Nota l'”ex”. Lo erano. Adesso sono businessmen in Giordania. Si fa sempre così. E' la forma di outsourcing dei servizi segreti. Comunque sappiamo che il Mossad ha suoi uomini direttamente nei gangli vitali dell'Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen. La quale è interamente al soldo della CIA. Si chiama infiltrazione. E poi andate a chiede ad Hamas di fare pace con Al Fatah: se vi ridono in faccia è perché sono gentili.

Nota 2 - Ma non penserete mica che il Mossad abbia le sue mani così corte da fermarsi agli amici degli amici! Infatti ha infiltrati anche dentro Hamas. E' finito in carcere, in Siria, uno dei più vicini consiglieri di Khaled Mashaal, il capo di Hamas. L'accusa è di essere stato la talpa per liquidare Mahmoud Al Mabhouh.

Nota 3 (storica) – A parte lo stranissimo “anarchico” Gianfranco Bertoli - che tirò la bomba contro la folla che stazionava attorno alla Questura di Milano dopo il passaggio dell'allora premier Mariano Rumor - (“anarchico” proveniente da un kibbutz israeliano, ex agente - per ammissione esplicita di Niccolò Pollari – prima del SIFAR e poi del SID) torna alla mente la rivelazione che Giovanni Galloni, stretto collaboratore di Aldo Moro, fece dopo l'assassinio dello statista democristiano. Sono le parole pronunciate da Aldo Moro in persona prima di essere rapito e ucciso: “La mia preoccupazione è questa: che io so per certa la notizia che i servizi segreti, sia americani che israeliani, hanno infiltrati nelle Brigate Rosse, ma noi non siamo stati avvertiti di questo, sennò i covi li avremmo trovati”.

Lo ricordo perché tutti (in particolare i più giovani) si guardino dalle sciocchezze che circolano e non mi chiedano più se io penso che CIA e Mossad avessero infiltrati nei gruppi terroristici che parteciparono all'11 settembre. Certo che li avevano! E che li hanno! Dunque ogni volta che un attentato produce morte e paura ricordatevelo sempre: loro come minimo sapevano, come massimo hanno partecipato. La percentuale azionaria varia da caso a caso.

19 giugno 2008

Dalle torri gemelle alla torre rotante



di Pino Cabras

Esiste la possibilità di costruire un grattacielo che funzioni a un passo naturale, che non consumi più di quanto sia in grado di rigenerare, che non sia un mostro energivoro?
Pare di sì, secondo alcuni visionari progettisti che abitano nella città che pure aveva già ridisegnato l’urbanistica moderna, Firenze.
L’opera è stata progettata dagli architetti David Fisher, Fabio Bettazzi e Marco Sala, il tutto con l’ausilio dell’ingegnere statunitense Leslie Robertson (co-progettista del World Trade Center di New York demolito l’11 settembre 2001, ma questa è un’altra storia).
Il nuovo edificio non cambierà però la skyline fiorentina, giustamente conservatrice, ma quella della città meno vincolata e più sperimentatrice che ci sia, Dubai, negli Emirati Arabi. Il 24 giugno 2008 il lavoro comincia sul serio.



I 59 piani dell’edificio saranno staccati l’uno dall'altro e ruoteranno ciascuno per suo conto. La nuova costruzione è già stata battezzata Rotating Tower. L’energia eolica e quella solare garantiranno l’autosufficienza energetica, in una misura che riesce davvero a stupire: meno del 20% dell’energia prodotta sarà consumata dalla torre pluri-rotante. Il voluminoso eccesso di energia (pulita e a costo tendente a zero) sarà immesso nella rete elettrica di Dubai.

Ogni piano si affaccerà su un panorama cangiante. Il profilo dell’edificio muterà di continuo, a una velocità abbastanza bassa da non provocare mal di mare, ma tale da porgere il senso di una trasformazione naturale. Vedremo tradotto in tecnologia e con poche mediazioni lo spirito giocoso di un bimbo alle prese con le costruzioni.

L'energia elettrica scaturirà dalle ventole low cost poste negli spazi fra i piani, che cattureranno l’energia eolica anche a bassi regimi (basta un vento a 12 km/h). Anche il movimento dei singoli piani, per effetto del vento, genererà energia. I pannelli fotovoltaici, collocati in corrispondenza di ogni piano, sfrutteranno molte ore di luce. In media ogni anno l’opera di Fisher e soci fornirà circa 190 milioni di kilowatt, qualcosa che vale a prezzi di oggi più di 7 milioni di euro. Realizzare la Rotating Tower costerà 350 milioni di dollari.

La vendita di appartamenti e ville realizzati all’interno del palazzo avrà un costo base di 5 mila dollari a metro quadrato. In certe nostre città vediamo prezzi ben più assurdi per palazzi infinitamente più banali.

Non che il lusso venga bandito. È pur sempre Dubai. Ci saranno un albergo a sei stelle, uffici e appartamenti di ogni misura, e fin qui tutto normale. Ma negli ultimi piani svetteranno anche cinque ville, ciascuna da 1.500 mq. La villa “Penthouse” avrà sul tetto una piscina e giardini che neanche a Babilonia.

Per i meno ecologici la Rotating Tower avrà anche un eliporto a scomparsa: una piattaforma che, all’occorrenza, farà capolino dal ‘guscio’ dell’edificio per far posare l’elicottero, senza irrigidire lo stile dinamico che dà senso a questa torre.

Nel progetto ci sarà sì uno spirito infantile, ma si tratta di un bambino taylorista: la Rotating Tower risulterà il primo grattacielo costruito in gran parte con sistemi industriali. La struttura sarà al 90% composta da moduli prodotti in uno stabilimento industriale da assemblare sul nucleo centrale.

Ciascun piano sarà fatto di 48 moduli che si adageranno già finiti sul cantiere. Anche gli impianti elettrico, idraulico e di condizionamento saranno chiavi in mano. L’assemblaggio meccanizzato dei moduli creerà un piano alla settimana. Saranno pertanto applicabili tecniche di sicurezza sul lavoro e del controllo qualità proprie di un’industria. Occorreranno meno tempo, meno energia e meno costi aggiuntivi. Al cantiere basteranno appena 90 tra tecnici e operai. Un grattacielo tradizionale di altrettanta mole avrebbe richiesto oltre 2000 persone.

Non so se questa torre ci parli di un futuro sostenibile. Le vie per una “decrescita felice” della nostra economia sviluppista ossessionata dal PIL possono essere tantissime, fatte di tante scelte meno legate alle città verticali. La dimensione ciclopica della nuova torre, per giunta collocata in una città che il PIL lo adora parecchio, come Dubai, qualche dubbio ecologico ce lo lascia ancora.
Non sappiamo i confini della sostenibilità in tutto il percorso che porta a un manufatto: i materiali, le fabbriche che li forgiano, le miniere che li estraggono, le case dei minatori, l’ambiente sociale che li accoglie e via a ritroso. Così come dobbiamo conoscere il percorso successivo di quel manufatto. Ogni invenzione è anche l’invenzione del suo cattivo funzionamento e crea problemi nuovi e complessi.

Eppure – nella sua monumentalità così leggera e volatile - questa strana trasposizione arabo-fiorentina del gioco di Rubik sembra proporre un salto di paradigma alle nostre certezze.
Sembra dirci che l’industria, l’urbanistica, il lavoro, l’energia possono fare in un istante un cambio di decenni.
Viene interrogata la nostra capacità di lasciar perdere senza rimpianti le tecnologie inutili ancorché grandiose come quella della vecchia energia nucleare.



Proporrei visite guidate al cantiere a Scajola e ad Ahmadinejād (che vogliono dissanguare i propri paesi nell’inutile inseguimento della tecnologia nucleare). Ma potremmo proporre una gita premio anche ai candidati alla presidenza USA, per ricordare loro che non è necessario dissanguare gli USA nell’inutile presidio dei pozzi di petrolio. Ci sono soluzioni più intelligenti.