8 agosto 2008

Quella bandiera europea dietro le spalle del bandito

di Giulietto Chiesa.
Articolo originale su «Megachip»: [QUI]


Piero Gobetti scrisse che «quando la verità sta tutta da una parte ogni atteggiamento salomonico è altamente tendenzioso». Osservando la tragedia dell'Ossetia del Sud trovo che questo aforisma vi si adatti alla perfezione.
Si cercherà, domani, di trovare spiegazioni “salomoniche” per giustificare il massacro della popolazione civile di una piccola comunità schiacciata dal peso della storia, come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.
Vi sarà sicuramente qualche sepolcro imbiancato che cercherà di distribuire uniformemente le colpe tra chi ha aggredito e chi è stato aggredito, tra chi ha usato gli aerei e gli elicotteri contro una città di 70 mila abitanti, e chi aveva in mano solo fucili e mitragliatrici per difendersi.
Ci sarà domani chi spiegherà che gli osseti del sud hanno provocato e sono stati respinti. E poi, sull'onda della controffensiva, quasi per forza di cose, i georgiani sono andati a occupare ciò che, in fondo, era loro di diritto, avendo osato gli ossetini dichiarare e applicare l'idea del rifiuto di tornare sotto il controllo di chi li massacrò la prima volta nel 1992.
Ci sarà, posso prevedere con assoluta certezza ogni parola di questi mascalzoni bugiardi, chi affermerà che tutta la colpa è di Mosca, che - non contenta dell'amicizia tra Tbilisi e Washington - voleva punire il povero presidente Saakashvili impedendogli di entrare in possesso dei territori di Abkhazia (il prossimo obiettivo) e di Ossetia del Sud. E così via mescolando le carte e contando sul fatto che il grande pubblico sa a malapena, sempre che lo sappia, dove stia la Georgia, e, meno che mai l'Ossetia del Sud.
Ma le cose non stanno affatto così, anche se il pericolo che questo conflitto si allarghi è grande, tremendo, e chi scherza col fuoco sa che sta facendo rischiare ai suoi cittadini molto di più di quanto essi stessi pensino.
Giocatori d'azzardo, irresponsabili, che puntano tutte le carte sul disastro e il sangue. Chiunque dovrebbe essere in grado di capire che una piccola comunità, con meno di 100 mila persone, disperse in duecento villaggi e una capitale, Tzkhinvali, che è più piccola di Pavia, non possono avere alcun interesse ad attaccare un nemico – questa è l'unica parola possibile alla luce di quanto sta accadendo – che è 50 volte superiore in uomini e armi, che ha l'aviazione (e l'ha usata ieri e oggi, mentre scrivo, con assoluta ferocia, bombardando anche l'unica strada che collega l'Ossetia del Sud con l'Ossetia del Nord, in territorio russo, per impedire che i civili possano rifugiarsi dall'altra parte della frontiera), che non ha ostacoli di fronte a sé. Chiunque potrebbe capire che l'Ossetia del Sud non ha rivendicazioni territoriali e non ha quindi in mente alcuna espansione al di fuori del suo microscopico territorio.
Chiunque potrebbe capire – qui ci vuole un minimo di sforzo intellettuale, quanto basta per liberarsi di qualche schema mentale inveterato – che nemmeno la Russia può avere alcun interesse a inasprire la situazione. Certo Mosca è interessata allo status quo, con l'Ossetia del Sud indipendente di fatto, ma senza essere costretta a riconoscerne lo status, per evitare difficoltà internazionali. Ma chi ha la testa sul collo dovrebbe riconoscere che è meglio una tregua difficile che una guerra aperta; che è meglio negoziare, anche per anni, che uccidere a sangue freddo civili, bambini, donne.
Io sono stato a Tzkhinvali, la primavera scorsa, e adesso mi piange il cuore a pensare a quelle vie dall'asfalto sgangherato, buie la sera, a quelle case senza intonaco, dal riscaldamento saltuario, a quelle scuole ancora diroccate,ma piene di gente normale, di giovani orgogliosi che non vogliono diventare georgiani perché sono cresciuti in guerra con la Georgia e della Georgia hanno conosciuto solo la violenza dei tiri sporadici sui tetti delle loro case. Mi chiedo: e poi? Che ne sarà di quei giovani? Come si può pensare di tenerli a forza in un paese che non ameranno mai, di cui non potranno mai sentirsi cittadini? Se ne andranno, ovviamente, dopo avere contato i loro morti, a migliaia, in Ossetia del Nord, in Russia, di cui quasi tutti sono cittadini a tutti gli effetti, con il passaporto in tasca.
E' questo il modo di sciogliere il nodo georgiano? Lo chiederei, se potessi, al signor Solana, che dovrebbe svolgere il ruolo di rappresentanza dell'Europa in questa vicenda. Che l'Europa, invece di aiutare a risolvere, non ha fatto altro che incancrenire, ripetendo a Tbilisi la giaculatoria che la Georgia ha diritto alla propria integrità territoriale, e dunque ha diritto a riprendersi Ossetia del Sud e Abkhazia. Certo – gli si è detto con untuosa ipocrisia – che non doveva farlo con la forza.
Ma, sotto sotto, gli si è fatto capire che, se l'avesse fatto, alla fin dei conti, si sarebbe chiuso un occhio.
E' accaduto.
Saakashvili non ha nemmeno cercato di nascondere la mano armata con cui colpiva. Non ha nemmeno fatto finta. Ha detto alla televisione che voleva “ristabilire l'ordine” nella repubblica ribelle. Un “ordine” che non esisteva dal 1992, cioè da 16 anni. Perché adesso? Qual era l'urgenza? Forse che Tbilisi era minacciata di invasione da parte degli ossetini?
La risposta è una sola. Saakashvili ha agito perché si è sentito coperto da Washington, in prima istanza, essendo quella capitale la capitale coloniale della attuale Georgia “indipendente”. E, in seconda istanza si è sentito coperto da Bruxelles. Queste cose non si improvvisano, come dovrebbe capire il prossimo commentatore di uno dei qualunque telegiornali e giornali italiani.
Col che si è messo al servizio della strategia che tende a tenere la Russia sotto pressione: in Georgia, in Ucraina, in Bielorussia, in Moldova, in Armenia, in Azerbaigian, nei paesi baltici. Insomma lungo tutti i suoi confini europei. Saakashvili ha un suo tornaconto: alzare la tensione per costringere l'Europa a venire in suo sostegno, contro la Russia; ottenere il lasciapassare per un ingresso immediato nella Nato e, subito dopo, secondo lo schema dell'allargamento europeo e dell'estensione dell'influenza americana sull'Europa, l'ingresso in Europa.
Secondo piccione: chi muove Saakashvili conta anche sul fatto che questo atteggiamento dell'Europa finirà per metterla in rotta di collisione con la Russia. Perfetto! Con l'ingresso della Georgia nella Nato e in Europa gli Stati Uniti avranno un altro voto a loro favore in tutti i successivi sviluppi economici, energetici e militari che potrebbero vedere gli interessi europei collidere con quelli americani.
Javier Solana ha la capacità di sviluppare questo elementare ragionamento? Ovviamente ce l'ha. Solo che non vuole e non può perché ha dietro di sé, alle sue spalle, governi che non osano mettere in discussione la strategia statunitense, o che la condividono.
Cosa farà ora la Russia è difficile dirlo. Certo è che, con la presa di Tzkhinvali, le forze russe d'interposizione, che sono su quei confini interni alla Georgia,dovranno ritirarsi. Il colpo all'Ossetia del Sud diventa così un colpo diretto alla Russia. Che, questo è certo, non è più quella del 2000, al calare di Boris Eltsin e delle sue braghe.
L'emblema di questa tragedia, che è una nuova vergogna per l'Europa, è stato il fatto che Saakashvili ha annunciato l'attacco, dalla sua televisione, avendo dietro le spalle, ben visibile, la bandiera georgiana e quella blu a stelle gialle europea. Peggiore sfregio non poteva concepire, perché la Georgia non è l'Europa, non ancora. E meno che mai dovrebbe esserlo dopo questo attacco che offende - o dovrebbe offendere - tutti coloro che credono nel diritto all'autodeterminazione dei popoli. Che è sacrosanto per chi se lo guadagna, molto meno con chi usa quella bandiera per vendere subito dopo l'indipendenza a chi l'ha sostenuta dietro le quinte.
Qual è la differenza con il Kosovo? Una sola: la Serbia era un prossimo suddito riottoso e doveva essere punita. La Georgia è invece un vassallo fedele e doveva essere premiata.
L'Ossetia del Sud questo diritto se lo è guadagnato. E non c'è spazio per alcun atteggiamento salomonico, perché la ragione sta tutta da una sola parte, e io sto da quella stessa parte.

6 agosto 2008

L'allarme del giurista: il bavaglio su internet aspetta solo un grande pretesto

Articolo originale:
Law Professor: Counter Terrorism Czar Told Me There Is Going To Be An i-9/11 And An i-Patriot Act

di Steve Watson
Infowars.net
5 agosto 2008

Traduzione di Pino Cabras



Lawrence Lessig


Sono emerse delle rivelazioni stupefacenti in relazione ad alcuni attuali piani governativi che intendono mettere mano al funzionamento di internet per applicare restrizioni e controlli molto più estesi sul web.

Il professor Lawrence Lessig, un autorevole giurista della Stanford University, nel rivolgersi al pubblico che quest’anno presenziava alla conferenza Brainstorm Tech - organizzata da Fortune a Half Moon Bay, in California – ha dichiarato che «sta per accadere una specie di ‘11 settembre di internet’», un evento che catalizzerà una radicale modifica delle norme che regolano la Rete.
Lessig ha anche rivelato di aver appreso nel corso di un pranzo con l’ex “Zar” governativo del controterrorismo, Richard Clarke, che c’è già un 'cyber-equivalente' del Patriot Act, una sorta di ‘Patriot Act per la Rete’, mentre il Dipartimento della Giustizia è in attesa di un evento cyber-terroristico per poterne applicare le norme.

Durante una sessione di un gruppo di discussione, intitolata “2018: Vita sulla Rete”, Lessig ha dichiarato:

«Sta per accadere una specie di ‘11 settembre di internet’ (“an i-9/11 event” nell’originale, NdT). Il che non significa necessariamente un attacco di al-Qā‘ida, bensì un evento in cui l’instabilità o l’insicurezza di internet diventi manifesta durante un fatto doloso che poi ispira al governo una reazione. Dovete ricordarvi che dopo l’11 settembre il governo ha predisposto il Patriot Act in appena 20 giorni e lo ha fatto approvare».



«Il Patriot Act è bel mattone e ricordo qualcuno che chiedeva a un funzionario del Dipartimento della Giustizia come avessero fatto a scrivere un cosi vasto corpus giuridico in così poco tempo, e ovviamente la risposta fu che esso se ne era stato buono buono dentro i cassetti ministeriali per tutti gli ultimi 20 anni, in attesa di un evento che lo avrebbe fatto tirar fuori di lì.»
«Naturalmente il Patriot Act è pieno di ogni sorta di follia su come i diritti civili vengono protetti, o non protetti in questo caso. Perciò mentre pranzavo assieme a Richard Clarke gli ho chiesto se ci fosse un equivalente, se c’era per caso un ‘Patriot Act per la Rete’ dentro qualche cassetto, in attesa di un qualunque considerevole evento da usare come pretesto per cambiare radicalmente il modo in cui funziona internet. Disse: “Naturalmente sì”».
Lessig è il fondatore del Center for Internet and Society alla Stanford Law School. È membro fondatore di Creative Commons, fa parte del consiglio di amministrazione della Electronic Frontier Foundation nonché del Software Freedom Law Center.
È ancora più noto quale proponente di riduzioni nelle restrizioni legali nei confronti dei diritti d’autore, dei marchi e dello spettro delle frequenze radio, specie nelle applicazioni tecnologiche.

Questi non sono dunque i vaneggiamenti di un qualche smanettone paranoico.

Il Patriot Act, così come il meno conosciuto provvedimento denominato Domestic Security Enhancement Act 2003 (altrimenti noto come Patriot Act II), sono stati universalmente condannati dai difensori dei diritti civili e dai costituzionalisti collocati lungo tutto l’arco delle posizioni politiche. Queste leggi hanno sguarnito i diritti fondamentali e modellato quel che perfino i critici più moderati hanno definito come un “controllo dittatoriale” ceduto al presidente e al governo federale.

Molti credono che la legge fosse una risposta agli attentati dell’11/9, ma la realtà è che il Patriot Act è stato preparato ben prima dell’11/9 e se ne stava in sospeso, pronto per un evento che ne giustificasse l’applicazione.

Nei giorni successivi agli attentati, la legge fu approvata dalla Camera dei Rappresentanti con una maggioranza di 357 a 66. Al Senato fu approvata con 98 voti a favore e un solo voto contrario. Il parlamentare repubblicano texano Ron Paul dichiarò al «Washington Times» che a nessun membro del Congresso fu nemmeno consentito di leggere il provvedimento.
Ora scopriamo che quasi la stessa normativa restrittiva per le libertà è stata già preparata per il cyberspazio.

Un “11 settembre di internet”, così come descritto da Lawrence Lessig, offrirebbe il pretesto perfetto per applicare simili restrizioni in un solo colpo, nonché di offrire la giustificazione per emarginare ed eliminare specifici contenuti e informazioni presenti nel web.

Un tale evento potrebbe presentarsi nella forma di un grande attacco virale, un hacking dei sistemi di sicurezza o dei trasporti ovvero di altri sistemi vitali di una metropoli, o una combinazione di tutte queste cose. Considerando la quantità di domande senza risposta riguardanti l’11/9 e tutti gli indizi sul fatto che fosse un’operazione deviata sotto copertura, non è difficile immaginare un evento simile dispiegarsi nel cyberspazio.

Tuttavia, anche lasciando perdere qualsiasi “11 settembre di internet” o “Patriot Act per la Rete”, c’è già uno sforzo coordinato mirante a circoscrivere il raggio d’azione e l’influenza di internet.

Abbiamo instancabilmente lanciato l’allarme su questo movimento generale teso a restringere, censurare, controllare a alla fine bloccare del tutto internet così come oggi la conosciamo, uccidendo in quel modo le ultime vere vestigia della libertà di parola oggi nel mondo ed eliminando il più grande strumento di comunicazione e informazione mai concepito.
I nostri governi hanno pagine e pagine di norme compilate per mettere le ganasce all’attuale Rete. provvedimenti quali il PRO-IP Act del 2007 /H.R. 4279, inteso a creare uno ‘zar degli IP’ presso il Dipartimento della Giustizia, oppure l’Intellectual Property Enforcement Act of 2007/S. 522, mirante a creare un intera “rete di rafforzamento della proprietà intellettuale”. Non sono che due esempi.

Inoltre, abbiamo già visto in che modo i più grandi siti web privati e i social network si stiano concentrando e convergano per realizzare sistemi onnicomprensivi di identificazione, verifica e accesso che sono stati descritti dal fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, come «l’inizio di un movimento e l’inizio di un’industria.»

Alcune di queste grandi società tecnologiche hanno già unito gli sforzi su progetti quali la Information Card Foundation, che ha proposto la creazione di un sistema di carte d’identità per internet che saranno richieste per entrare in Rete. Naturalmente un tale sistema darebbe a chi lo gestisse la capacità di rintracciare e controllare l’attività degli utenti con molta più efficacia. Questo è solo un esempio.

Non basta. Come abbiamo già raccontato, i più grandi hub dei trasporti, come St. Pancras International, o anche le biblioteche, le grandi imprese, gli ospedali e altre grandi strutture aperte al pubblico che offrono internet wi-fi, stanno mettendo in lista nera i siti web di informazione alternativa rendendoli del tutto inaccessibili ai loro utenti.

Questi precedenti sono semplicemente il primo indicatore di quanto viene pianificato per internet nei prossimi 5-10 anni, con il web ‘tradizionale’ in via di divenire poco più che una vasta banca dati spionistica che cataloga ogni attività delle persone e le bombarda di pubblicità, mentre coloro che si conformano al controllo e alle regole centralizzate saranno liberi di godere del nuovo e velocissimo Internet 2.

Dobbiamo parlar chiaro riguardo a questa spinta irruente che mira ad applicare meccanismi di stretto controllo sul web, e farlo ADESSO prima che sia troppo tardi, prima che la spina dorsale di un internet libero si rompa e il suo corpo diventi in sostanza paralizzato senza rimedio.
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Aggiornamento del 10 agosto 2008
Il presente post è stato ripreso dal sito «comedonchisciotte» [QUI], da «Megachip» [QUI] e da «Indymedia Lombardia» [QUI].
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5 agosto 2008

James Quintiere: mazzate di un super esperto sulla versione ufficiale

di Pino Cabras


James Quintiere

Aggiornamento del 6 agosto 2008:

Il presente articolo è stato ripreso dal sito «Zerofilm»


Lo specialista e il NIST

Pochi in Italia sanno del dottor James Quintiere, una delle personalità più lucide e titolate che si sono impegnate a criticare – da un versante particolare - la versione ufficiale sui crolli del World Trade Center. Proprio Quintiere, ex capo della divisione Scienza degli incendi presso il NIST (l’agenzia che ha prodotto la più voluminosa versione ufficiale) - e ben coperto dalle credenziali di scienziato che ha a lungo lavorato con i governi - ha fatto appello a una revisione indipendente dell’inchiesta sui crolli dell’11 settembre 2001.

Ci sono al mondo ben poche persone che possano vantare l’esperienza scientifica di Quintiere nel valutare gli effetti di un incendio su un edificio. Tra l’altro fu Quintiere a dare ragione alla versione del governo federale in occasione della controversa tragedia di Waco. Perciò le sue severe domande al NIST suonano come altrettante mazzate sulla versione ufficiale.

Le sue domande aleggiano ancora, in attesa di risposte.

Chi può dare queste risposte sarà solo un’inchiesta di vasta portata.

Non le ha date il NIST.

Tanto meno sono in grado di darle gli zelanti censori che pure pretendono di surrogarsi come depositari di una verità irrevisionabile.

Chi ha affrontato la sconfinata materia dell’11 settembre sa che una delle inchieste ufficiali più importanti è stata svolta proprio dal NIST (National Institute of Standards and Technology), l’agenzia governativa USA per la normazione e la tecnologia, un'emanazione del Dipartimento del Commercio che si raccorda con l'industria per sviluppare standard, tecnologie e metodi miranti a favorire la produzione e il commercio, ma il cui budget è alimentato soprattutto dalla sfera pubblica.

È del 2005 la versione conclusiva del Rapporto Finale del NIST sulle cause del crollo delle Torri Gemelle del World Trade Center. L’indagine era durata tre anni. I risultati del NIST hanno in qualche misura il rango di fonte ‘ufficiale’ della teoria per la quale gli impatti degli aeroplani, unitamente agli incendi, avrebbero cagionato i crolli dei grattacieli. Il rapporto del NIST è accompagnato da 43 volumi di documentazione e ricerca. I volumi sono noti collettivamente come NIST NCSTAR, e sono tutti scaricabili da wtc.nist.gov.

Sin da subito, chi ha criticato il rapporto ha fatto notare che i test del NIST sui materiali veri sono surclassati da modellizzazioni virtuali – perfette, ma arbitrarie, nei parametri usati – per cui i risultati s’inoltrano per certe vie e non per altre.

Il subisso di dati e immagini virtuali del NIST mira a puntellare questa spiegazione di fondo: gli aerei, nell’impatto, avrebbero asportato il rivestimento antincendio dall’acciaio esponendo quest’ultimo direttamente all’azione devastatrice del fuoco; le travature a ponte del WTC su cui facevano base i piani, nel piegarsi per effetto del calore, avrebbero tirato all’interno i muri perimetrali provocando una «propagazione dell’instabilità» lungo le colonne perimetrali e stressando maggiormente le colonne centrali del nucleo, già rese meno resistenti dagli incendi; l’energia dei piani posti sopra la zona dell’incendio avrebbe innescato il «collasso globale».

Il NIST tende a suggerire che i collassi totali di grattacieli siano abbastanza “normali”, anche se di norma questi eventi si presentano in modo meno subitaneo e meno catastrofico. Non c’è alcun esempio di “collassi progressivi TOTALI” di edifici in acciaio al di fuori dell’11 settembre 2001.

Fra chi non è rimasto convinto dalle conclusioni del NIST, c’è chi ha anche provato a ipotizzare possibili scenari alternativi, fatti di demolizioni intenzionali, la cui attuabilità non potrebbe che dipendere da drammatiche complicità all’interno delle organizzazioni che gestivano la sicurezza dei grattacieli. A scavare in quella direzione le sorprese sarebbero tante, ma in questa sede, oggi, ci porterebbero lontano.

James Quintiere, prima di concentrarsi sulle domande, prova anche lui a fare delle ipotesi. Non fa parte del ‘partito della termite’, e quindi non punta il dito sulla miscela incendiaria che secondo certe ipotesi avrebbe tagliato il nodo dell’equilibrio delle torri.

Tuttavia Quintiere contraddice con forza il rapporto del NIST. Rispetto al rapporto ufficiale ipotizza una diversa causa per i crolli, ossia l’applicazione di un’insufficiente isolamento antincendio delle travature a ponte delle Torri Gemelle. «Suggerisco che ci sia una teoria ugualmente giustificabile e cioè che le travature cadono allorché sono riscaldate dall’incendio con l’isolamento intatto. Queste sono due diverse conclusioni, e la responsabilità per ciascuna di esse è tremendamente diversa», ha detto.

In sostanza, Quintiere – a differenza del NIST - non è per nulla convinto che sia dimostrabile che ci sia stata una rimozione 'localizzata' delle protezioni antincendio né che essa abbia causato danni così gravi. Ritiene più verosimile una ‘magagna’ più generale e diffusa, che ha reso più vulnerabili le strutture. Altri che chiedono di indagare sull'ipotesi di demolizione sospettano che la cattiva performance della struttura sia derivata da un'azione intenzionale su di essa. Quintiere sospetta invece una carenza costitutiva delle torri. Ma è comunque un'ipotesi lontana dalla versione del NIST. È un’ipotesi di lavoro -chiamiamola così - che sceglie di non varcare la soglia delle complicità più altolocate: si entrerebbe in un paradigma operativo che coinvolgerebbe ben di più che al-Qā‘ida.

Il super esperto non lancia comunque scomuniche ‘anticomplottiste’. Anzi, al cospetto di una platea mondiale di colleghi scienziati e ingegneri della sicurezza, li esorta tutti ironicamente affinché riesaminino i crolli del WTC: «Spero di convincervi a diventare dei ‘cospirazionisti’, ma in un modo più adeguato».

Quintiere ha pronunciato questo suo appello nel 2007 durante una sua presentazione, intitolata “Questions on the WTC Investigations”, illustrata per un’ora davanti a un congresso di livello mondiale sulla sicurezza antincendio (World Fire Safety Conference).

«Mi piacerebbe che ci fosse una revisione paritaria dell’inchiesta NIST», ha detto. «Credo che tutti i dati assemblati dal NIST debbano essere archiviati. Vorrei davvero vedere qualcun altro dare uno sguardo a quanto il NIST ha fatto, sia dal punto di vista strutturistico sia da quello dell’analisi degli incendi».


NIST: conclusioni discutibili

«Ritengo che le conclusioni ufficiali cui è giunto il NIST siano discutibili», ha spiegato Quintiere.

«Dunque si guardi a delle reali cause alternative in grado di spiegare il crollo delle torri del WTC e si osservi come si pongono di fronte alla causa ufficiale e quale sia la rilevanza di ciascuna causa rispetto a un’altra».

L’atteggiamento è aperto, proprio come ci aspetteremmo da uno dei più eminenti scienziati al mondo nel settore dell’analisi scientifica degli incendi e dell’ingegneria della sicurezza. Se le conclusioni del NIST sono «discutibili», allora vanno indagate con un confronto vero le possibili «cause alternative».

Nella sua presentazione Quintiere ha anche criticato la ripetuta incapacità del NIST di rispondere alle serie domande sollevate in merito alle sue conclusioni circa i crolli degli edifici del WTC e in merito al processo da esso utilizzato per giungere a tali conclusioni. Parla a ragion veduta.

«Mi son sorbito tutte le audizioni del NIST. Sono andato a tutte le riunioni del loro comitato consultivo, in veste di osservatore. Ho fatto commenti su tutto.»

In risposta a un'osservazione di un rappresentante del NIST presente fra il pubblico, Quintiere ha puntualizzato:

«Ho constatato che lungo tutta la vostra inchiesta era difficilissimo ottenere una risposta chiara. E quando qualcuno è andato alle vostre riunioni o audizioni del comitato, gli venivano concessi cinque minuti per fare una dichiarazione, e non poteva mai fare domande. Con tutti i commenti che ho apportato, e ho passato molte ore a scrivere delle cose - mentre vi tedierei a riversarvele qui - non ho ricevuto, mai, una risposta formale che fosse una».

Arriva la prima grande anomalia investigativa individuata da Quintiere:

«In ogni inchiesta cui ho partecipato, la chiave consisteva nello stabilire una tabella temporale. E tale tabella si compone di testimonianze, informazioni ricavate dai sistemi di allarme, da qualsiasi video che possiate avere dell’evento, e infine di calcoli. E poi cercate di mettere insieme tutto ciò. E se i vostri calcoli sono coerenti con alcuni dei fatti di un certo peso, allora forse potete trovare un qualche conforto nei risultati dei vostri conteggi. Non ho visto alcuna tabella temporale disposta nella relazione del NIST.»

Quintiere ha poi manifestato la propria frustrazione di fronte a un’altra macroscopica anomalia: l’incapacità del NIST di fornire un rapporto sul terzo grattacielo crollato l’11/9, l’Edificio 7 del WTC. «E questo edificio non venne colpito da alcunché», ha sottolineato Quintiere. «È più importante dare uno sguardo a questo. Forse hanno giocato un ruolo importante i danni causati dalle macerie precipitate. Ma oltre a questo avete assistito a degli incendi che bruciavano a lungo senza l’intervento del dipartimento dei vigili del fuoco. E i pompieri erano dentro questo edificio. Devo ancora vedere un qualsiasi tipo di resoconto in merito a quanto hanno visto. Che cosa stava bruciando?»

Guarda caso, il sistema di monitoraggio antincendio del WTC 7 quel giorno mandò alla società di sorveglianza un solo segnale, subito dopo il crollo del WTC2, senza informazioni specifiche su dove si sviluppava l’incendio. Il sistema di allarme era stato messo in modalità test “per lavori di manutenzione” proprio quella mattina. L’ennesima coincidenza dell’11/9, giorno in cui su ognuna delle vicende chiave si sono concentrati gli effetti di decine di esercitazioni, manutenzioni, e war games che alteravano puntualmente la scenda del crimine. In questo caso il risultato fu che per 8 ore qualunque allarme d'incendio ricevuto dal sistema veniva comunque ignorato.

L’Edificio 7 del World Trade Center non era un grattacielo così banale, anche se il crollo delle Twin Towers ne ha offuscato la memoria. Negli USA sarebbe stato comunque l’edificio più alto in 33 su 50 stati. Sebbene l’11 settembre non fosse stato colpito da alcun velivolo, alle ore 17,20 crollò integralmente riducendosi a una magra pila di detriti, in una manciata di secondi. Negli anni successivi il NIST non è riuscito a offrire alcuna spiegazione del crollo. A questa momentanea rinuncia del NIST, si aggiunge l’assoluta mancanza di menzione del crollo dell’Edificio 7 nel rapporto della Commissione d’inchiesta sull’11/9, che pure si autodefiniva, meno male, «il pieno e completo resoconto delle circostanze che contornano gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.»


Un’inchiesta impedita

Quintiere spiega bene la sua delusione rispetto ai risultati del NIST. In origine riponeva «grandi speranze» sul fatto che il NIST avrebbe fatto un buon lavoro nell’inchiesta.

«Rappresentano il laboratorio governativo centrale in materia d’incendi. Ci sono ottime persone in grado di fare un buon lavoro.» Fin qui, bene.

«Ma ho anche pensato che quel che dovrebbero fare sarebbe di coinvolgere il servizio dell’ATF (l’ufficio che si occupa di alcol, tabacco, armi da fuoco ed esplosivi), il quale ha una squadra investigativa e un laboratorio per proprio conto in materia d’incendi. E ho pensato che dovrebbero far scendere la loro gente per strada per procacciarsi informazioni con il metodo dei detective. Che cosa ha impedito tutto ciò? Ritengo che sia stata la struttura legale che avviluppa il Dipartimento del commercio e di conseguenza il NIST. Pertanto, invece di agire come dei legali impegnati in una causa civile tesi a raccogliere deposizioni e informazioni tramite atti di citazione, questi legali hanno fatto l’esatto contrario e hanno bloccato tutto.»

Le parole, adesso, sono felpate, ma le conclusioni sono gravissime: esistono condizioni strutturali e vincoli pesanti che impediscono un’inchiesta vera e attendibile.

La presentazione di Quintiere alla World Fire Safety Conference ha echeggiato la sua prima dichiarazione alla commissione parlamentare sulle scienze della Camera dei Rappresentanti, il 26 ottobre 2005, durante un’audizione per la “Inchiesta sul crollo del World Trade Center: risultati, raccomandazioni, e prossimi passi”, quando disse:

«A mio parere, l’inchiesta sul WTC del NIST delude le aspettative per non riuscire sicuramente a trovare una causa, per non collegare sufficientemente raccomandazioni specifiche alla causa, per non invocare pienamente tutta la propria autorità nel cercare i fatti nell'inchiesta, e per l'indirizzo dei legali di parte governativa mirante a scoraggiare anziché sviluppare la ricerca dei fatti.»

Queste le prime mazzate di Quintiere, ma poi arrivano le altre, sempre più incalzanti e micidiali.


Le domande senza risposta

«Io ho oltre 35 anni di esperienza nella ricerca sugli incendi. Ho lavorato nel programma sugli incendi del NIST per 19 anni come capo della divisione. Da allora sono stato alla University of Maryland. Sono un membro fondatore ed ex presidente della International Association for Fire Safety Science, il principale forum mondiale per la ricerca sugli incendi...». Premessa necessaria prima di snocciolare l’elenco delle domande ignorate dal NIST.

«1. Perché il processo di progettazione dell'applicazione della protezione antincendio alle torri del WTC non è stato pienamente richiamato per determinare le colpe?»

«2. Perché non sono state indagate e discusse delle ipotesi alternative sui crolli visto che il NIST ha dichiarato ripetutamente che lo sarebbero state?»

«3. La spoliazione di un luogo in cui si sia svolto un incendio è la base per distruggere una prova legale in un'inchiesta. La maggior parte dell'acciaio è stata rimossa, benché gli elementi chiave dell'acciaio presente nel ‘core’ fossero stati catalogati. Un'attenta lettura del rapporto del NIST mostra che non hanno alcuna prova che le temperature da loro previste come necessarie per le rotture siano corroborate da parte dei risultati dei minuscoli detriti in acciaio in loro possesso. Perché il NIST non ha dichiarato che questa spoliazione dell'acciaio fu un errore sesquipedale?»

«4. Il NIST ha usato modelli computerizzati che a loro dire non avevano mai usato prima in una simile applicazione e che sono i più avanzati. Per questo motivo le loro competenze andrebbero encomiate. Ma è la validazione di questa modellizzazione ad essere in questione. Altri hanno calcolato degli aspetti con diverse conclusioni circa il meccanismo che ha causato il crollo. Per di più, è cosa comune nelle indagini sugli incendi calcolare una linea temporale e confrontarla con eventi conosciuti. Il NIST non lo ha fatto.»

«5. I test del NIST sono stati inconcludenti. Sebbene abbiano fatto dei test sugli incendi nella scala di diverse postazioni di lavoro, un test replicato sulla scala di almeno un piano del WTC sarebbe stato di considerevole valore. Perché non è stato fatto questo?»

«6. Il critico crollo del WTC 7 è relegato in un ruolo secondario, poiché i suoi risultati non saranno completi per un altro anno ancora. Era chiaro durante la riunione del comitato consultivo del NIST nel settembre 2005 che questa data non sarebbe stata realistica, giacché il NIST non vi ha dimostrato progressi. Perché il NIST ha rinviato questa indagine importante?»


La necessità di un’inchiesta nuova

Già nel settembre 2006 era apparsa un’intervista di James Quintiere sull’edizione norvegese di «Le Monde Diplomatique». Alla domanda «C'è un bisogno di una nuova inchiesta sul crollo degli edifici?», lo scienziato statunitense rispose affermativamente:

«Credo che ci dovrebbe essere una piena pubblicazione delle analisi e dei risultati del NIST, con la possibilità per il pubblico di fare domande di fronte a una commissione imparziale capace di garantire la determinatezza e accuratezza dei risultati. […]. La commissione dovrebbe stabilire se sono necessarie ulteriori indagini. Un evento di questa scala continuerà ad essere oggetto di inchieste, e dato che i calcoli tendono a essere più precisi per questo scenario, credo che assisteremo a un miglioramento dei risultati. La cosa può richiedere decenni.»

La nostra memoria della strategia della tensione e degli anni di piombo non ci fa stupire di questo lungo arco temporale, previsto con lucido realismo da Quintiere. E questa stessa memoria non ci fa stupire della fretta con cui altri invece ci vogliono rivendere le soluzioni dei gialli politici fornite in quattr’e quattr’otto da certi apparati dello Stato: in genere si tratta di soluzioni piatte, senza profondità, riduttive, banalizzanti, fatte di killer solitari e di gruppi isolati, senza scabrose complicità fra chi potrebbe fermarli. È la fretta dei depistatori.

Di certo servono nuove risorse investigative, inquirenti indipendenti, possibilmente a livello internazionale, con poteri d’indagine penetranti, con dei “mastini” che raccolgano deposizioni e notizie tramite atti di citazione. Fino ad oggi le inchieste ufficiali sono state segnate dall’imprinting della 9/11 Commission, la quale dichiarava candidamente nel suo rapporto che il suo scopo «non è stato di assegnare colpe individuali». Fino alla farsa delle deposizioni di Bush e Cheney, in seduta segreta, senza giuramento e senza la possibilità di prendere appunti.

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Il dottor Quintiere è una delle figure più eminenti al mondo fra i ricercatori in scienza degli incendi e fra gli ingegneri della sicurezza. Ha lavorato presso la divisione Fire Science and Engineering del NIST per 19 anni, fino a ricoprire la posizione di capo della divisione. Ha lasciato il NIST nel 1990 per entrare alla facoltà di ingegneria della protezione dagli incendi alla University of Maryland, dove opera tuttora.

Quintiere è un membro fondatore ed ex presidente della International Association for Fire Safety Science (IAFSS). È anche Fellow presso l'American Society of Mechanical Engineers (ASME). Ha ricevuto numerosi premi per i suoi contributi alla ricerca sulla scienza e l'ingegneria degli incendi, tra cui:

La medaglia di bronzo e quella d'argento del Dipartimento del Commercio (rispettivamente 1976 e 1982);

La Howard W. Emmons Lecture Award insignito da IAFSS nel 1986

Il Sjölin Award del 2002 per il rilevante contributo alla scienza della sicurezza dagli incendi, insignito dal forum internazionale dei direttori della scienza degli incendi, NIST

La Guise Medal del 2006, insignita da parte della National Fire Protection Association

La sua presentazione intitolata “Questions on the WTC Investigations” è stata illustrata due volte, alla World Fire Safety Conference del 2007. Le registrazioni delle presentazioni possono essere acquistate dalla National Fire Protection Association presso il sito http://www.fleetwoodonsite.com/index.php?cPath=.

2 agosto 2008

Spesa militare in Italia


Nanni Salio

di Nanni Salio

articolo originale tratto da www.serenoregis.org: [QUI].

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Niente di nuovo sotto il sole: la spesa militare è considerata un tabù in tutti i principali paesi, democratici o meno che siano.
Avete mai visto un programma elettorale di centro sinistra o di centro destra che metta in discussione la spesa militare e ne proponga la riduzione?

I due schieramenti si rincorrono per vedere chi fa meglio nell’aumentare il budget della difesa.

(A titolo di esempio, si vedano i seguenti contributi: Stefano Milani: “Al voto al voto. Per la maxispesa militare”, http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Marzo-2008/art59.html;
Giorgio Beretta: “Spese militari. Quattro domande ai politici”,
http://unimondo.oneworld.net/article/view/118489/?PrintableVersion=enabled;
Luca Kocci, “Finanziaria 2008: ancora un’impennata delle spese militari”
http://www.adistaonline.it/?op=articolo&id=38678).
Eppure risalgono a oltre mezzo secolo fa, il 15 aprile del 1953, le sagge parole di Dwight D. Eisenhower, ex generale diventato poi presidente degli USA:

“Ogni cannone che viene costruito, ogni nave da guerra che viene varata, ogni razzo che viene preparato rappresenta un furto a coloro che hanno fame, a coloro che hanno freddo e non hanno da coprirsi. Infatti un bombardiere pesante costa quanto trenta scuole o due centrali elettriche capace ognuna di fornire luce a una città di 60 mila abitanti, o a due ospedali; un solo aeroplano da caccia costa come 150 mila quintali di grano; con i dollari necessari per allestire un cacciatorpediniere, si potrebbero costruire case per 8.000 senzatetto….”.

(Per un approfondimento dei “costi di opportunità” si veda: Nanni Salio, “Cosa faresti con un trilione di euro all’anno? Costi di opportunità e alternative al complesso militare-industriale-scientifico-corporativo”, in: Massimo Zucchetti, a cura di, per il Comitato Scienziate e Scienziati contro la guerra, “Il male invisibile, sempre più visibile. La presenza militare come tumore sociale che genera tumori reali”, Odradek, Roma 2005).
Esse riecheggiano le altrettanto sagge parole del nostro presidente della Repubblica, Sandro Pertini “svuotare gli arsenali, riempire i granai”, rimaste purtroppo inascoltate.

Analisi dei dati

Pur nell’incertezza che sempre caratterizza questa materia, i dati sull’andamento della spesa militare in Italia e nel mondo sono sufficientemente noti, sia in valore assoluto sia nelle voci che la compongono.

In dieci anni la spesa militare italiana è quasi raddoppiata, passando da 16 a 30 miliardi di euro (previsti per il 2008) in valori correnti.

La percentuale rispetto al PIL è valutata intorno all’1,5% dal Ministero della Difesa e al 2% secondo i dati dell’autorevole istituto di ricerca svedese SIPRI.

Tale percentuale è di poco inferiore a quella della spesa sociale (2,7%) relativa all’assistenza (maternità, disoccupazione, handicap, edilizia popolare ecc.) e corrisponde a poco meno di 500 euro all’anno pro-capite, ovvero un euro e mezzo al giorno pro capite.

Gran parte della spesa è relativa a stipendi e pensioni, ma negli ultimi anni è aumentata la quota dedicata agli investimenti in nuovi sistemi d’arma offensivi.

Mentre sino a qualche anno fa ci si doveva riferire prevalentemente alle pubblicazioni di istituti specializzati stranieri, oggi disponiamo di una buona documentazione prodotta da gruppi di ricerca italiani.

(Da segnalare l’annuario “Armi-Disarmo Giorgio La Pira”, pubblicato dalla Jaca Book e giunto alla terza edizione, 2008. Si vedano inoltre i rapporti annuali “Economia mano armata” curati dalla campagna “Sbilanciamoci”, disponibili in rete all’indirizzo www.sbilanciamoci.org/docs/II_rapporto_Economia_a_mano_armata.pdf).
Alcuni miti sulla spesa militare

Proviamo a rispondere a una domanda che solo apparentemente può sembrare provocatoria, ma in realtà è tutt’altro che ovvia: “A cosa servono le spese militari?”. La risposta scontata è che servono a mantenere gli eserciti i quali, a loro volta, dovrebbero difenderci. Secondo un altro modo di rispondere, oggi di moda, spese militari ed eserciti servono a garantire e creare la sicurezza. Con questo termine si intende di solito la “sicurezza nazionale”, oppure la difesa degli “interessi nazionali”. Cosa siano gli interessi nazionali e da chi vengano definiti è una questione che non viene quasi mai sollevata. Ma qualcuno ogni tanto ha l’onestà di esplicitarli, almeno da un punto di vista personale, come il generale Giuseppe Cucchi, secondo il quale “Si tratta di preservare a ogni costo il livello di benessere acquisito dal paese. In altri termini, di salvaguardare quel tasso di sviluppo annuo del 2-3% cui la popolazione italiana è talmente abituata da considerarlo ormai come diritto acquisito. Un compito che può essere assolto soltanto garantendo la continuità del flusso di materie prime, in primo luogo di petrolio, che alimenta a un prezzo accettabile la nostra industria. Cosa che può comportare, in particolari momenti, pesanti intromissioni nella politica di altri paesi, in particolare dell’area araba”.

(Piero Maestri, “Il modello di difesa italiano”, Guerre&Pace, n.140-141, giugno luglio 2007., p. 6. Per completare il quadro, si veda anche la gustosa ricostruzione di una gaffe dell’allora presidente del consiglio D’Alema, di cui Cucchia era consigliere militare: “D’Alema e il suo consigliere militare. Da chi siamo governati veramente?” 24 novembre 1999 - Alessandro Marescotti, http://www.peacelink.it/editoriale/a/959.html).
In che cosa consistano le “pesanti intromissioni” ne sa qualcosa la popolazione irakena, dopo le guerre per il petrolio scatenate dalla famiglia Bush, padre e figlio, e dalle altre amministrazioni statunitensi, sin dai tempi del colpo di stato in Iran, mezzo secolo fa. Tutto questo non dovrebbe stupire, se si pensa che fu il presidente Roosvelt, nel 1945, ad associare la”sicurezza nazionale” alla “sicurezza energetica”, come ben documentato criticamente da Michael Klare nei suoi numerosi e autorevoli lavori (“Garrisoning the Global Gas Station”, 13 giugno 2008, http://www.antiwar.com/engelhardt/?articleid=12981). Quale conferma maggiore del nesso inscindibile tra modello di difesa e modello di sviluppo? Tuttavia, è una questione a dir poco ignorata nel dibattito politico. Non solo, ma nessuno si interroga sulle conseguenze. Infatti, nonostante l’ingente spesa militare la “sicurezza nazionale” non solo non è aumentata, ma è drasticamente diminuita, sia per quanto riguarda gli stati presi nel loro insieme, sia per quanto riguarda i singoli cittadini.


Modelli di difesa e modelli di sviluppo

Se si assumono come variabili la crescita quantitativa (misurata attraverso il famigerato PIL) per i modelli di sviluppo e l‘intensità crescente della reazione per i modelli di difesa, si può ipotizzare una correlazione empirica degli uni con gli altri, secondo la classificazione rappresentata schematicamente in fig. 1.

Oltre a quanto abbiamo già riferito con le parole del generale Cucchi, una espressione molto efficace ed esplicita con la quale è stata riconosciuta questa correlazione è quella usata dall’ex segretario della difesa USA, Margaret Albright: “Per avere McDonald ci vuole McDouglas”, ovvero per sostenere la globalizzazione economica liberista (crescita illimitata) è necessario esportarla e difenderla manu militari, come è sempre avvenuto storicamente da parte delle potenze imperiali capitaliste (si veda, per tutti, William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, Fazi, Roma 2003).

Che non si tratti soltanto di una indebita illazione, è confermato dall’ampia letteratura sull’argomento nonché dai documenti pubblicati da vari organismi ufficiali USA e dalla teoria neocon “del nuovo secolo americano”.


(vedi la documentata analisi sul “Progetto per un nuovo secolo americano” o PNAC - Project for the New American Century, su http://it.wikipedia.org/wiki/Project_for_the_New_American_Century.
Vedi anche l’ampia riflessione svolta da Giuliano Pontara in
L’antibarbarie. La concezione etico-politica di Gandhi e il XXI secolo, EGA, Torino 2006. Pontara individua delle esplicite tendenze naziste nell’attuale politica internazionale ).
Fig. 1 Correlazioni tra modelli di sviluppo e modelli di difesa


Ma non tutti i paesi capitalisti hanno una politica così aggressiva e un’economia così vorace come quella statunitense. Sin dal 1972 con il famoso rapporto del Club di Roma sui Limiti dello sviluppo (Mondadori, Milano 1972. Il titolo dell’originale inglese era, più correttamente: Limits to growth, limiti della crescita. Lo studio è stato riproposto in versione aggiornata: Donella e Tennis Meadows, Jorgen Randers, I nuovi limiti dello sviluppo. La salute del pianeta nel terzo millennio, Mondadori, Milano 2006. Per una rilettura critica si veda infine: Dennis L. Meadow, “Evaluating Past Forecast: Reflection on One Critique of The Limits to Growth”, in: Robert Costanza, Lisa J: Graumlich and Will Steffen, eds., Sustainability or Collapse. An Integrated Historyand Future of People on Earth, MIT Press, Cambridge-London 2007) si è sviluppato un ampio e controverso dibattito che ha portato alcuni paesi a elaborare l’idea di uno sviluppo sostenibile che, pur mantenendo ancora una ambiguità non pienamente risolta tra sviluppo e crescita, ha consentito di avviare alcuni processi di razionalizzazione, o quanto meno di messa in discussione del paradigma dominante.

Parallelamente, di fronte alla manifesta follia della dottrina nucleare MAD (Mutua Distruzione Assicurata) è sorto, intorno agli anni ‘70 del secolo scorso, un movimento di “generali per la pace” che ha teorizzato un cambiamento di modello, passando dalla difesa offensiva a quella puramente difensiva. Questo è il modello applicato da vari paesi, tra i quali spiccano i seguenti: Svizzera, Austria, paesi scandinavi, Costarica, Canada. Così come lo sviluppo sostenibile si propone di mantenere quanto meno sotto controllo i processi di crescita dell’economia riducendone i tassi e l’impatto ambientale, anche nel caso della difesa si propone una riduzione dell’intensità distruttiva, mantenendola entro i limiti delle armi convenzionali difensive.

Il passaggio da un modello di difesa all’altro viene chiamato transarmo, un termine che, a differenza di disarmo, si propone innanzi tutto il cambiamento della dottrina militare, per rendere possibile anche operazioni di disarmo, per quanto limitate ad alcuni sistemi d’arma.

Il passo successivo, o parallelo, è quello della transizione a un modello di sviluppo basato su un’economia nonviolenta, stazionario, in cui l’impatto ambientale sia autenticamente sostenibile, ispirato a uno stile di vita che si richiama alla scelta della “semplicità volontaria” (per una introduzione, vedi Giovanni Salio, Elementi di economia nonviolenta, Quaderni del Movimento Nonviolento, Verona 2001). Ad esso è associata l’idea di una difesa popolare nonviolenta, che si ispira alle molteplici lotte nonviolente, su varia scala, avvenute nel corso di tutta la storia umana e in particolare nel Novecento.

Fig. 2 Punti nodali di attacco per le misure di disarmo




Lo schema in figura 2, proposto da Johan Galtung in Ambiente, sviluppo e attività militare (EGA, Torino 1984), è un utile punto di partenza per individuare i “punti nodali di attacco per le misure di disarmo”, per capire perché molto spesso le azioni sia degli organismi internazionali (ONU) sia dei movimenti per la pace sono poco efficaci e per introdurci criticamente all’idea di DPN (Difesa Popolare Nonviolenta)

(vedi Antonino Drago, Difesa popolare nonviolenta. Premesse teoriche, principi politici e nuovi scenari, EGA, Torino 2006).

Il più delle volte, il movimento per la pace interviene nell’ultima fase del processo, quando la potente macchina da guerra è già avviata, pronta per l’uso.

Non ci si deve stupire se di solito si fallisce, anche quando si è in presenza di movimenti tanto vasti come quelli che culminarono nelle manifestazioni del 15 febbraio 2003 e che furono nientemeno definiti dal «New York Times», con molta enfasi, come “seconda superpotenza mondiale”. Si interviene troppo tardi e solo nelle fasi ultime del processo, per fermare una macchina da guerra che funziona ventiquattrore al giorno, con decine di milioni di persone a tempo pieno e più di mille miliardi di euro/dollari a disposizione.

Il processo messo in moto da questa gigantesca megamacchina diventa inarrestabile, se ci si limita a intervenire all’ultimo minuto.

Si capisce quindi perché le misure di puro e semplice disarmo sortiscano risultati modesti. Si prenda il caso, pur interessante, del trattato contro le mine antiuomo. E’ stato un successo (sebbene alcuni dei paesi più importanti non l’abbiano sottoscritto), tuttavia oggi ci accorgiamo che una nuova categoria di armi, le cluster bombs, agiscono a tutti gli effetti come mine antiuomo, e si sta faticando per tentare di metterle al bando con un nuovo trattato. Questa situazione è ricorrente in tutta la corsa agli armamenti. Se si lasciano immutate la dottrina militare e la ricerca militare, esse si industrieranno nel cercare nuovi sistemi d’arma con cui aggirare gli ostacoli posti dalle leggi e dai trattati internazionali.

E’ una sorta di corsa tra guardie e ladri, con questi ultimi che corrono più veloci e non vengono quasi mai acciuffati. Se vogliamo realmente estirpare la guerra dalla storia umana, dobbiamo andare alle radici, culturali e teoriche, dei modelli di difesa e di sviluppo che stanno a monte dell’intera “catena di comando” della macchina da guerra. Le dottrine del falso realismo che vengono insegnate nelle accademie sia civili, le università, sia militari, le scuole di guerra, sono inadeguate e continuano a provocare il sacrificio incessante di vite umane con la violenza diretta della guerra e con quella strutturale dei modelli di sviluppo, delle spese militari, delle priorità che ignorano i bisogni fondamentali delle popolazioni.

Gli attuali modelli di difesa adottati da gran parte dei paesi sono in realtà modelli di offesa, che basandosi su sistemi d’arma oggettivamente offensivi (a largo raggio e ad alto potenziale distruttivo) comprendono ogni possibile arma di distruzione di massa, senza alcuna soglia superiore che ne limiti la distruttività. Come abbiamo già osservato, questi modelli creano insicurezza invece che sicurezza, instabilità invece che stabilità (vedi Johan Galtung, Ci sono alternative!, op. cit.).

Mentre, dopo la fine della guerra fredda, nel mondo della peace research si è accentuata l’attenzione sul concetto di conflitto e sulla trasformazione nonviolenta dei conflitti, più che sulla difesa, l’establishment politico-militare-accademico ha riproposto il concetto di sicurezza, inteso in senso globale, con sfumature e giochi linguistici di tipo orwelliano che hanno comunque come conseguenza una crescente insicurezza e instabilità dei sistemi. Il modello di difesa offensivo ha reso paesi come gli USA meno sicuri, non solo rispetto a possibili rappresaglie con armi nucleari da parte di grandi potenze, ma anche attivando il fenomeno del blowback, di cui gli attentati dell’11 settembre 2001 sono un clamoroso esempio, previsti con acutezza e lungimiranza da Chalmers Johnson.

(Gli ultimi giorni dell’impero americano, Garzanti, Milano 2001, lavoro “profetico” pubblicato nell’originale nel 2000. Il secondo volume della trilogia, Le lacrime dell’impero. L’apparato militare industriale, i servizi segreti e la fine del sogno americano, è anch’esso pubblicato da Garzanti, Milano 2005, come pure il terzo, Nemesi, Milano 2008. In questi lavori, Chalmers Johnson analizza, tra l’altro, con una imponente quantità di dati il pericolo che il complesso militare industriale USA costituisce non solo per la situazione internazionale ma anche per il futuro e la stabilità degli stessi Stati Uniti).
La scelta dei paradigmi di difesa e di sviluppo che si richiamano alla nonviolenza sono la coerente conseguenza di uno stile di vita e di una politica che vogliano realizzare una società nonviolenta, della quale per il momento si vedono solo alcuni esperimenti in corso, purtroppo ancora troppo minoritari sebbene di grandissimo valore sperimentale e profetico.

Infine, si possono associare le società tradizionali, basate su un’economia di sussistenza, che non conoscono l’idea di sviluppo, con l’assenza di un’organizzazione collettiva della difesa (livello zero di reazione), che pertanto le rende più esposte a essere travolte in caso di aggressione.

Nello schema di fig. 1 è indicato anche, sulla linea verticale dello sviluppo, il caso del “mattatoio” per evidenziare il fatto che una conseguenza dell’attuale sistema economico è la miseria estrema, uno sviluppo negativo, vera anticamera della morte, in cui versa almeno un sesto dell’umanità: una violenza strutturale pari a circa centomila vittime al giorno per la fame e le malattie connesse. E’ una strage pari a una Hiroshima quotidiana prodotta da una violenza strutturale di intensità almeno dieci volte superiore a quella diretta di tutte le guerre in corso.


Come ridurre la spesa militare, aumentare la sicurezza e vivere più felici

Il paradosso dell’attuale ossessione securitaria, sia su scala internazionale sia su scala interna (su quest’ultima si vedano i lavori di Zygmunt Bauman, Paura liquida, Laterza, Bari 2008 e Jonathan Simon, Il governo della paura. Guerra alla criminalità e democrazia in America, Cortina, Milano 2008) comporta che più si spende in misure repressive, militari verso l’esterno di un paese e poliziesche all’interno, più diminuisce la sicurezza. Le Nazioni Unite hanno proposto di passare dal concetto di sicurezza nazionale, relativo solo agli stati, a quello di “sicurezza umana” (che riprende e amplia quello dell’indice di sviluppo umano) da intendersi come piena realizzazione dei bisogni umani fondamentali di ciascuna persona, sui quali si fondano i diritti umani.

Ovviamente, la questione non è tanto quella di aumentare o diminuire le spese militari, ma piuttosto accrescere la sicurezza reale, quella umana, di ciascuna persona. Si può fare un paragone con la spesa per la sanità. Gli abitanti di un paese sono tanto più in buona salute quanto meno hanno bisogno di ricorrere alle cure mediche. L’indice di questo stato di salute non è solo la speranza di vita, ma la speranza di vita buona, che non necessita interventi di natura medica.

Analogamente, la condizione di sicurezza positiva, umana, di un paese è tanto maggiore quanto minore è la necessità di ricorrere a forme di coercizione, interna ed esterna, poliziesca e militare. Per avviarci in questa direzione e invertire l’attuale tendenza negativa e distruttiva, occorre progettare una transizione dal modello di sviluppo basato sulla crescita continua, che crea instabilità economica, insicurezza sociale, caos climatico e ambientale, a un modello centrato sulla semplicità volontaria, l’equa ripartizione delle risorse e l’equilibrio ambientale, nel quale sia possibile trasformare e mediare i conflitti, dal micro al macro, mediante modalità nonviolente.

Come ha ampiamente argomentato e dimostrato Dietrich Fischer, mettendo a confronto casi di mediazione con altri di intervento militare, un siffatto modello consentirebbe anche una forte diminuzione della spesa militare per quanto riguarda gli interventi esterni, sia dei singoli paesi, sia delle Nazioni Unite.

(“On the relative cost of mediation and military intervention”. The Economics of Peace and Security Journal, ISSN 1749-852X . http://www.epsjournal.org.uk/ - Vol. 1, No. 2 (2006). Traduzione italiana a cura del Centro Sereno Regis: “Confronto tra il costo della mediazione e quello dell’intervento militare”http://www.cssr-pas.org/notizia.php?id_notizia=633).

Anche nel caso della sicurezza urbana, oggi al cento di strumentali esagerazioni, invece che proporre nuove misure repressive e una ulteriore militarizzazione del territorio e della società, occorre avviare un processo diffuso di formazione alla mediazione e alla trasformazione nonviolenta dei conflitti che coinvolga cittadine e cittadini, associazioni e movimenti di base e forze di polizia.

(Si vedano a questo proposito: Johan Galtung, Affrontare il conflitto. Trascendere e trasformare, PLUS, Pisa 2008; Andrea Cozzo, Gestione creativa e nonviolenta delle situazioni di tensione. Manuale di formazione per le Forze dell’ordine, Gandhi Edizioni, Quaderni Satyagraha, Pisa 2007.)

La prevenzione della violenza costa meno della repressione e produce risultati migliori qualitativamente e quantitativamente.

Le risorse così liberate permetterebbero inoltre di ridurre i “costi di opportunità” e avviare a soluzione i grandi problemi che l’umanità intera deve affrontare nei prossimi decenni, dal cambiamento climatico globale alla fame, dall’esaurimento delle risorse energetiche alla desertificazione. E gli ambiziosi obiettivi del Millennium (Jeffrey Sachs, La fine della povertà, Mondadori. Milano 2006) potrebbero essere finalmente raggiunti.

Non sarebbe ancora il “paradiso terrestre”, ma per quel sesto dell’umanità che vive nell’indigenza e nella miseria estrema significherebbe l’uscita dall’inferno del “mattatoio” nel quale avviene di giorno in giorno il tragico dramma della morte per fame, inedia, malattia.

Per l’altro sesto, quello ricco e benestante, oggi chiuso dentro la paura dell’altro, del povero, del diverso, sarebbe un’occasione per riflettere criticamente sul proprio stile di vita insostenibile e avviare un processo di transizione e di riequilibrio verso un modo di vivere più sereno e armonioso.

Vivremmo tutti meglio, un po’ più felici, e potremmo dare un senso più pieno al nostro breve passaggio su questo pianeta.

29 luglio 2008

Sardegna, terra di War Games. Ipotesi di riconversione

di Pino Cabras


Fonte dell'immagine: Sardegna DigitalLibrary

Il CoMiPa un punto di osservazione davvero propizio per capire il rapporto fra attività militari e territorio, più che in altre parti d’Italia, più che in altri territori anche di altri paesi.
Parlo del Comitato Misto Paritetico sulle Servitù Militari (CoMiPa) della Sardegna, del quale faccio parte dal 2005.
In ogni regione è presente un Comitato misto paritetico che ha il compito di esaminare i programmi delle installazioni militari per conciliarli con i piani di assetto territoriale della Regione. La legge 898/1976 che istituiva i CoMiPa - composti alla pari da sette rappresentanti dello Stato e sette della Regione - intendeva trovare un equilibrio fra esigenze molto diverse fra di loro.
Nelle cose militari di Sardegna, il dare e l’avere per cinquant’anni si è fissato in tremendi squilibri. I poligoni militari dell’isola occupano 24mila ettari. In tutte le altre regioni messe insieme si raggranellano appena 16mila ettari. Qui si concentra dunque il 60% dei poligoni della nazione. La percentuale degli ordigni esplosi nelle esercitazioni sale all’80%, senza contare le esercitazioni di forze armate straniere non comprese in questo computo.
Durante le riunioni e le missioni sul campo del CoMiPa ho visto da vicino la mole sproporzionata del carico di attività e presenze militari. L’impatto economico e ambientale è enorme: aree a perdita d’occhio off limits, rischi ambientali con sparuti controlli, superfici sottratte ad attività economiche connaturali a quei territori, popolazioni non coinvolte, accordi mai rispettati, altri accordi ancora segreti.
Un dato su tutti mi colpisce. Durante il dopoguerra, mentre tutti i comuni costieri sardi tendevano a raddoppiare la popolazione, il comune di Teulada la vedeva dimezzare, nonostante avesse alcune delle insenature più belle del Mediterraneo e una pianura nota come il Giardino, settemila fertilissimi ettari di paradiso agrario oggi ridotti a una landa devastata dai cingoli. I terreni furono espropriati e in molti casi ottenuti anche con l’inganno, quando ai contadini fu promesso – intanto che venivano caricati sui camion - che sui loro fondi sarebbe stata fatta la riforma agraria. Piccola pesca, un film di Enrico Pitzianti, racconta bene quel che rimane di questa piccola deportazione sconosciuta.


Ho avuto però il privilegio di assistere ad alcuni importanti cambiamenti. Nulla è più come prima, non ci sono precedenti altrettanto forti: esistono nuovi accordi, con molti beni restituiti al demanio civile e la base di La Maddalena smantellata e in via di riconversione. Qualcosa di più di un piccolo passo, sebbene i poligoni di Teulada, Quirra e Capo Frasca non siano stati ancora ridimensionati.


Perfino gli avversari del presidente della Regione Renato Soru riconoscono che su questo tema ha esercitato una spinta che prima del suo ufficio non c’era. Tanto è vero che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ancorché non entusiasta, si trova a in mezzo al ballo della riconversione e balla anche lui, in vista del G8 del 2009 previsto nell’arcipelago maddalenino. Allo stesso modo anche il sindaco di centro-destra di Cagliari si avvantaggia nel gestire l’arrivo di una manna immobiliare che ora ritorna civile. Per non parlare dei miei colleghi di centro-destra nel CoMiPa, che si son trovati senza patemi a votare con me contro il governo, a volte quello di Berlusconi, a volte di Prodi, mentre rinvenivano ferme sponde nell’istituzione regionale nel corso della battaglia procedurale per la riduzione delle servitù militari.

Oggi c’è insomma una Regione che non si distrae, non lascia cadere, non si fa sostituire l’agenda, e dice ad esempio che quando un ministro mette una firma in calce a un testo, quelle parole non devono essere mai dimenticate. Le firme dei ministri di venticinque anni fa promettevano un riequilibrio “a breve termine”. Tutto venne sottoscritto nonostante i blocchi militari, l’URSS, l’equilibrio del terrore, cose che non ci sono più da ormai tanto tempo. Quanto accidenti doveva durare un “breve termine”? Un mio caro amico americano mi corregge, quando mi congedo dicendogli “ci vediamo i prossimi giorni”, perché questa frase – mi dice puntigliosamente - è un “nonsense”, visto che non fissa un’ora e una data.

In questi ultimi quattro anni sono state stabilite date, percorsi, tempi, per non rassegnarci agli accordi “nonsense”, che restano tali se non li rivendichiamo con forza.
La Sardegna aveva ceduto troppe superfici e troppe stagioni all’uso militare, senza proporzione e senza equità rispetto al resto del Paese. Quando la Germania fu riunificata, ottenne un programma comunitario per la riconversione economica e sociale delle aree dipendenti dalle produzioni e dalle presenze militari. Qualcosa di simile serve anche in Sardegna. L’economia dell’isola può convivere con una significativa presenza militare. È una realtà corposa e radicata, anche solo per il grande numero di persone che vi lavorano. Riconversione vuol dire però cambiare nella quantità e nella qualità della presenza militare. Nella quantità, chiedendo esercitazioni più corte, molti terreni più liberi, molti specchi d’acqua più disponibili. Nella qualità, legando le competenze riutilizzabili in ambito civile provenienti dal mondo militare alla qualità economica e tecnologica della Sardegna. La presenza militare sarebbe percepita con una diversa armonia fra dare e avere.

Il fatto che si sia smantellata la base statunitense di La Maddalena, che fungeva da punto di appoggio per i sommergibili nucleari, non deve far pensare che sia stato un fatto scontato, anzi. Nel 2005 circolavano ancora dei piani dettagliati che descrivevano addirittura un suo imminente ampliamento. La base sarebbe diventata così molto più grande, in larghezza e in profondità, rispetto ai tempi della Guerra Fredda. Dopo la fine dell’URSS sembrava più facile chiudere qualche base e allontanarci dall’Apocalisse nucleare. Viceversa sembrava che andassimo verso una maggiore militarizzazione. Perché accadeva tutto questo? Osservando gli avvenimenti eravamo preoccupati. Vedevamo prendere corpo la preparazione a qualcosa di smisurato e terribile nella scacchiera eurasiatica, una grande guerra. Ancora oggi vediamo troppi movimenti verso quella direzione. Le basi USA nel Vicino e Medio oriente sono cresciute anno per anno, la pressione sulla Russia è aumentata sempre di più, sin dentro il cuore dell’Asia, fino a un passo dal gigante risvegliato, la Cina, a sua volta avvisata che la pressione crescerà anche per essa. Per contro Russia e Cina danno segno di rispondere con un impressionante aumento delle spese militari e il rafforzamento della loro integrazione militare nella Shanghai Cooperation Organization.

Il fatto però è che il dio della guerra si vede scavare molta terra sotto i piedi dal dio del deficit.
Gestire un impero costa.

A La Maddalena si puntava a raddoppiare. Ma i conti impietosi forse hanno spinto a lasciare, per concentrarsi su altri dispendiosi obiettivi da nuova Guerra Fredda, come i sistemi anti-missile da piazzare in Polonia. Anche lì però non è gratis. Il primo ministro polacco Donald Tusk chiede che gli Stati Uniti «forniscano miliardi di dollari di investimenti USA per aggiornare la difesa aerea polacca in cambio dell’ospitare 10 missili intercettori a due stadi» (Reuters, 4 luglio 2008).
Il commentatore conservatore statunitense Pat Buchanan ironizza:
«Perché non dire al presidente Tusk che se vuole un sistema di difesa aerea se lo può comprare? Che noi americani non vogliamo più pagare la Polonia per avere il privilegio di difendere la Polonia? Che la trattativa sui missili anti-missile si chiude qui?»

Ancora una volta: gli equilibri si contrattano, con dignità e senza arrendevolezze, e i risultati si possono ottenere. Per questo insisteremo ancora, affinché non si abbandoni la partita mirante a chiudere il poligono di Capo Teulada. Così come non può essere accettata la recente imposizione di «una striscia tattica polifunzionale» (in pratica un aeroporto per voli senza pilota UAV) nel poligono interforze del Salto di Quirra. Anche qui forse dovremo sperare nel deficit: la stretta finanziaria sta strozzando perfino la routine della polizia (e questo è un segnale preoccupante di tenuta del sistema), ma si estende in altri ambiti, portando a lesinare sulla benzina, figuriamoci sui missili e gli UAV.

Riconvertire è necessario, per non farci travolgere dall’oscillazione dei governi fra le velleità belliche e l’inclemenza del disavanzo, mentre un’idea di come il territorio potrebbe meglio vivere ce l’abbiamo.


22 luglio 2008

I “piegacucchiai” e la guerra mentale

di Pino Cabras




Fonte dell'immagine: dayleyzone.com


La parola agli esperti. Un documentario statunitense sull’11/9, One Nation Under Siege, per valutare l’attacco al Pentagono dà spazio ai dubbi di un vecchio ufficiale, il generale a due stelle Albert Stubblebine III, il quale dichiara che non può essere stato un Boeing 757 a colpire il Dipartimento della Difesa.
La dichiarazione proviene da una fonte di un certo peso. In piena guerra fredda, in anni di massima tensione USA-URSS, Stubblebine comandava una delle più delicate articolazioni dell’intelligence militare americana. L’organizzazione da lui comandata si chiamava (e si chiama tuttora) United States Army Intelligence and Security Command (INSCOM). Vi sono inquadrate decine di migliaia di unità con elevata specializzazione.


Per non perderci nel ginepraio delle sigle, ci basti sapere che l’INSCOM è l’anello di collegamento fra US Army e National Security Agency (NSA), ossia fra l’esercito statunitense e il cuore dello spionaggio elettronico: congiunge la struttura che dispone i piani militari operativi sul terreno con la megastruttura d'intelligence che fornisce - in estremo dettaglio - le immagini e i suoni del territorio e di chi lo percorre, ovunque nel mondo. La sede dell'INSCOM è nella base di Fort Belvoir. L'11 settembre 2001 vi si svolgeva un’esercitazione che supponeva di «testare la sicurezza della base in caso d’attacco terroristico». Una delle tante esercitazioni in corso, proprio quel giorno, lungo tutto il paese, con decine di basi militari e ogni sorta d’agenzia governativa già mobilitate per delle simulazioni.




I dubbi del vecchio Stubblebine – qui ancora incollati a un mondo materiale di misurazioni tangibili che gli americani definirebbero “no-nonsense” - vengono ripresi anche in altri documentari, come Inganno Globale e Zero:

«Calcolavo le dimensioni di parti delle installazioni sovietiche partendo dalle fotografie. Era il mio lavoro» spiega Stubblebine, che aggiunge: «guardo al buco nel Pentagono e guardo alle dimensioni dell’aeroplano che si suppone abbia colpito il Pentagono. L’aereo non ci sta in quel buco. Dunque che cosa ha colpito il Pentagono? Cosa lo colpì? Che cosa succede?»





Riepiloghiamo. Un militare al quale la massima superpotenza ha affidato negli anni più tesi della sua storia la valutazione delle immagini del nemico, oggi dice che le immagini dell’11 settembre non gli quadrano per nulla.
È interessante o no, come attestazione?
Parla una figura qualificata oppure no?
A me sembra di sì. Converrete che si tratta di una faccenda degna di approfondimento, come minimo.
A loro modo hanno voluto “approfondire” anche i mitografi della versione ufficiale. Dal cesto che contiene i frutti della biografia di Stubblebine hanno scelto un frutto storto e strano: il generale curava vasti programmi che studiavano i poteri paranormali come arma da addomesticare e utilizzare per le guerre future.
I mitografi usano questa informazione per presentare Stubblebine come un mentecatto isolato, dedito a esperimenti folli e solitari. Fanno solo un vago cenno ad “altri” personaggi che sostennero questi programmi, ma lasciano la pazzia tutta a Stubblebine.
Assai comodo, tutto ciò, e anche molto selettivo, oltremodo manipolatorio direi.

Chi sono gli “altri”? Fra questi “altri” viene dimenticato nientemeno che il generale Peter Schoomaker, un personaggio che ha toccato l’apice della sua carriera addirittura dopo l’11 settembre, come Capo di Stato Maggiore dell’esercito USA (2003-2007) quando fu richiamato – fatto senza precedenti – dalla pensione, dopo una vita nelle forze speciali. Proprio il libro citato selettivamente per screditare Stubblebine (Jon Ronson, The Men Who Stare At Goats, Simon & Schuster, New York 2004), racconta che il generale Schoomaker ha costituito un think tank presso l’ufficio di Capo di stato maggiore della US Army volto a diffondere tecniche paranormali nell’esercito USA. Il libro descrive la propagazione di obiettivi estremi – fino alle frontiere più lunatiche della New Age – una diffusione che si è fatta strada nelle alte sfere militari statunitensi: si tratta di un sistema di idee inteso a forgiare le armi più impensabili, rivolte ai teatri di guerra più inimmaginabili, per le volontà di dominio più esagerate.

Qualcuno definisce il mondo di militari descritto da Ronson come “the spoonbenders”, cioè “i piegacucchiai”. Come tutte le “volontà di potenza” incorporate nella burocrazia militare, anche le evocazioni dei “piegacucchiai” sono molto comiche. Il comico è il tragico visto di spalle. La guerra è molto tragica. Perciò è molto comica. Non esisterebbero capolavori come Il Dottor Stranamore o Il buon soldato Švejk, altrimenti.

A un certo punto però possiamo anche smettere di ridere. E possiamo provare a capire perché enormi rivoli di denaro, grandi organizzazioni e interi pezzi delle nuove scienze militari siano inghiottiti da smisurati capitoli del budget della Difesa. Stanziamenti occulti (perché impenetrabili anche alle commissioni parlamentari). Stanziamenti occultisti (per il repertorio di forze parapsicologiche evocate).
Il punto è che la “guerra totale”, oggi, vuol essere totale in tutti i sensi. La nuova corsa al riarmo ha obiettivi massimi: il controllo militare totale dello spazio , il controllo assoluto del clima come arma entro il 2025, il controllo delle menti e dell’opinione pubblica.

Altro che Stubblebine, ancorato alla fisica e frustrato dal paranormale...
Sono interi spezzoni della macchina bellica americana – fra i più accaniti difensori della verità ufficiale dell’11/9 – a voler spingere con preoccupante esaltazione la “Guerra al terrorismo” verso confini inauditi.

Pensate ad esempio a uno di questi “piegacucchiai”, il generale Paul E. Vallely. È uno di quegli ufficiali a riposo beccato dal «New York Times» a fare in TV propaganda sfegatata e bugiarda per le guerre di Bush e Rumsfeld mentre nascondeva i suoi corposi interessi privati. Vallely scrisse assieme a Michael Aquino un inquietante saggio, From PSYOP to MindWar: The Psychology of Victory (ovvero “dalla guerra psicologica alla guerra mentale: la psicologia della vittoria”). Il saggio partiva da idee già spregiudicate:
«La guerra mentale è soprattutto strategica ... Nel suo contesto strategico deve estendersi in ugual modo ad amici, nemici e neutrali in tutto il globo - non attraverso i primitivi volantini gettati sui campi di battaglia o gli altoparlanti della guerra psicologica, né attraverso gli sforzi deboli, imprecisi e limitati della psicotronica - ma attraverso i mezzi d'informazione posseduti dagli Stati Uniti che hanno la capacità di raggiungere virtualmente ogni popolo sulla faccia della terra. Questi mezzi d'informazione ovviamente sono quelli elettronici, radio e televisione.»
Fin qui sembrano le parole di un Goebbels che abbia letto McLuhan. Ma Vallely – per anni colonna editoriale di Fox TV - si abbeverava a queste parole:

«Gli sviluppi più avanzati delle trasmissioni permettono una penetrazione delle menti ovunque nel mondo in una maniera che sarebbe stata inconcepibile appena pochi anni fa. Come la spada di Excalibur, noi dobbiamo arrivare a prendere possesso di questo strumento e tutto ciò può trasformare il mondo per noi, se avremo il coraggio e l'onestà di promuovere con esso la civiltà.»


Va bene, siamo ancora in zona Harry Potter. Ma è ora che arriva il bello, per i profeti della MindWar:


«Ci sono delle condizioni puramente naturali in cui le menti posso diventare più o meno ricettive e la guerra mentale deve servirsi pienamente di fenomeni quali l'attività elettromagnetica dell'atmosfera, la ionizzazione dell'aria e le onde dalle frequenze estremamente basse».

Capito dove arrivano i “piegacucchiai” con le stellette?

Il co-autore era il maggiore Michael A. Aquino, uno specialista di guerra psicologica che nel 1975 aveva fondato una setta satanica denominata "Il tempio di Set", aspirante alla leadership della “Via della mano sinistra”. Si tratta di ambientini che incrociano facilmente le cose peggiori, dalla pedofilia ad Abu Grahib. E che infatti hanno incrociato le stanze dell’Amministrazione Bush.



Michael A. Aquino. Fonte dell'immagine: Wikipedia

Quel che possiamo notare è che il vecchio Stubblebine sembra un tizio ormai fuori dai giochi, mentre buona parte dell’ambiente psichico di riferimento della MindWar continua ad agire concretamente nel dispositivo della propaganda che sta modellando la parte occulta della nuova guerra. Ad uso del pubblico vengono rilasciate formule eufemistiche, vagamente orwelliane. Si parla di sviluppare "armi non letali", di curare la "ciber-organizzazione della guerra", di attuare una "intelligence in tempo reale". Dietro le formule si celano categorie meno inoffensive. Proprio Peter Schoomaker, proteso a contaminare metodi d’azione, ha parlato esplicitamente di "fusione tra guerra e criminalità".

Altri militari puntano a creare "soldati cibernetici": truppe con un microchip impiantato nel cervello da interfacciare con i comandi di "intelligence in tempo reale".

È però un lavoro di lunga lena, che non riesce dall’oggi al domani. C’è chi anticipa il nuovo scenario: «ora i figli vanno ribellicizzati», sebbene «in discontinuità generazionale», sottraendoli alle vecchie agenzie educative. In attesa di mezzi paranormali, qualcosa c’è già. «I veicoli d'istruzione migliori saranno i nuovi videogiochi e i film». Ecco dove spacciare sin dall’infanzia i videogiochi più spietati e violenti che affrontano le sfide «di gestione e superamento di difficoltà estreme». Chi usa parole tanto esaltate? Un tal Carlo Pelanda, in un articolo apparso sull’organo tartarinesco italiano della cultura neocon (Il progetto di rieducare i diciottenni di oggi alla possibilità reale della guerra, «Il Foglio», 28 giugno 2006).

John Maynard Keynes, che collezionò molti degli scritti di Isaac Newton sull'alchimia, disse che «Newton non fu il primo dell'età della ragione: fu l'ultimo dei maghi.» Parafrasandolo – si parva licet componere magnis – potremmo dire che in questo mondo di Stranamore dissennati «Stubblebine non fu il primo dei nuovi maghi: fu l'ultimo dell’età della ragione.»

Stubblebine sembra ancora potersi permettere incursioni nel mondo della vecchia fisica al momento di valutare un incidente aereo.

Gli altri "piegacucchiai" sono invece in giro a colonizzare i cervelli intanto che anelano alla prossima grande guerra. Le loro incursioni nel mondo della fisica le riservano alle stanze in cui si spartiscono gli appalti della Difesa.

Cosa diranno in quei momenti? Qualcosa come: «Odio la realtà, ma è l’unico posto dove mangiare una buona bistecca» (Woody Allen).


Aggiornamento del 31 luglio 2008:

Il presente post è stato ripreso anche da «Luogocomune» [QUI], da «ZEROfilm» [QUI] e da «Megachip» [QUI]