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18 settembre 2008

Il dibattito su "ZERO" in Russia

di Pino Cabras


Aleksandr Gordon, giornalista televisivo russo

Così va il mondo. La stampa e la TV italiana hanno ignorato che il 12 settembre 2008 un film italiano, “Zero”, ha spopolato in prima serata sugli schermi televisivi di un paese di oltre 140 milioni di abitanti, la Russia.
Un simile successo non è frequente per un prodotto mediatico italiano.
Neanche il più sbrindellato manuale minimo di giornalismo lascerebbe dubbi: questa è una notizia, e anche bella grossa.
Solo che da noi non è così.
Non sia mai che si debba fare il nome degli autori, non sia mai che si sostituiscano i “reality” con la Realtà. Non sia mai che si affronti finalmente il tema posto da questo documentario.
Perciò zitti.
Guardando al panorama delle redazioni italiche, uno studioso dei media ci vedrebbe un enorme buco giornalistico. Un criminologo constaterebbe omertà. Un cremlinologo scorgerebbe disinformazione.

La BBC – invece – se n'è accorta puntualmente. Grazie al suo servizio di monitoraggio dei media ha fornito un riassunto in inglese del dibattito che ha accompagnato il film. È il primo compendio linguisticamente disponibile anche per le sguarnite antenne del nostro Occidente sempre più male informato. Ecco la versione in italiano del monitoraggio di BBC:


Thierry Meyssan.................................... Giulietto Chiesa
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Per segnare il settimo anniversario degli atti terroristici dell'11/9, il 12 settembre 2008 il Canale Uno della TV russa ha mostrato un discusso documentario, “Zero”, che confuta la versione ufficiale degli eventi. La trasmissione del film, realizzato dall'eminente giornalista ed europarlamentare Giulietto Chiesa, è stata seguita da un dibattito in studio, nel quale due gruppi di esperti – quelli che concordano con la versione di Chiesa e quelli in disaccordo con essa – hanno espresso i loro punti di vista.

«Il film che andremo a discutere stasera – giustamente o no – contesta la versione ufficiale degli eventi, ma il film – e io l'ho guardato con grande attenzione almeno due volte – non accusa mai direttamente il governo degli Stati Uniti d'America o il Congresso, né alcune forze oscure in America, né il Consiglio degli [Affari] Esteri [americano], di aver escogitato e organizzato gli atti terroristici. Perciò vi chiedo: chi li ha fatti?» ha detto il moderatore Aleksandr Gordon all'inizio del dibattito.

Secondo Alekseij Puškov, autore e presentatore del programma di attualità “Postscript” sul canale Tv russo «Centro», nonché direttore dell'Istituto di Studi
Strategici presso l'Accademia Diplomatica, gli atti terroristici di New York nel settembre 2001 furono organizzati da «un gruppo molto influente di persone che aveva bisogno di essi».

Vitalij Tret'jakov, direttore della rivista «Classe Politica» ed ex direttore del quotidiano «Nezavisimaja Gazeta», ha descritto il rapporto ufficiale USA come “fiction”. Tret'jakov ha detto che non riesce a immaginare che un piccolo gruppo di terroristi possa aver architettato gli attentati.

D'altra parte Vladimir Rubanov, ex capo del dipartimento analitico del KGB, ha detto di non aver visto chissà che di straordinario in quanto è accaduto, tanto da
ritenerlo plausibile.

Mikhail Leont'ev, presentatore televisivo del Primo Canale russo e direttore della rivista «Profil'», ha detto di non credere alla versione ufficiale degli eventi per tre ragioni. La prima, ha detto, «è che era un atto terroristico “una tantum”. Una certa organizzazione ha commesso un atto del tutto straordinario dal punto di vista del suo coordinamento. Viene presunto che questa organizzazione esista ancora, continui a combattere e uccida gente, stia vincolando l'esercito USA a stare in due paesi nel mondo, mentre non c'è stato un solo atto [terroristico] sul suolo degli Stati Uniti da allora»
«Il fatto che non ci sia stata una singola ripetizione di questo atto terroristico dimostra che il primo era falso», ha aggiunto.
Leont'ev ha continuato: «Seconda questione, perché [è stato commesso l'atto terroristico dell'11 settembre]? Gli Stati Uniti ne hanno molto beneficiato. Certi circoli che sono certamente legati all'attuale amministrazione ne hanno tratto vantaggio. Era così tanto nei loro interessi che l'atto terroristico è diventato inevitabile».
«Terzo, tutte le persone che sono state considerate come i finti o veri organizzatori di questo atto [terroristico], tutte queste persone erano controllate dai servizi speciali americani».


Aleksandr Šaravin, direttore dell'Istituto di Studi Politici e Militari, ha detto di aver trovato molti degli argomenti usati nel film di Chiesa non convincenti.

Alekseij Vvedenskij, un portavoce per conto dei progetti di costruzioni speciali di Mosca, ha detto di sostenere la versione ufficiale. Ha affermato che le torri gemelle sono crollate perché furono colpite dagli aerei, non perché fatte esplodere. Ha spiegato in dettaglio tecnico come ciò sarebbe potuto accadere.

Un altro specialista in costruzioni, il direttore del centro di ricerca su Rischi e Sicurezza degli Edifici, Ašot Tamrazijan, ha detto che la sua organizzazione aveva creato un modello e portato avanti molti test che hanno evidenziato che le torri gemelle non sarebbero potute crollare a meno che non vi avessero contribuito altri fattori.

L'architetto Mikhail Khazanov non ha potuto spiegarsi il crollo del terzo edificio.

Il regista Vladimir Khotinenko ha elogiato il film per aver sollevato domande senza emettere sentenze. Ha inoltre detto che il collasso delle torri era molto “cinematografico” nello spirito dei film hollywoodiani di migliore incasso.

Il corrispondente del Primo Canale Vladimir Sukhoj era molto vicino alle torri gemelle quando crollarono. Ha detto di essere stato testimone della tragedia e di credere alla versione ufficiale.

Robert Bridge, direttore del quotidiano in lingua inglese «The Moscow News», ha dubitato che un aereo civile Boeing abbia colpito l'edificio del Pentagono. Ha detto: «In ogni incidente aereo ci sono dei resti. Ci sono bagagli, sedili, ecc.»: «Perché questo aereo ha avuto un incidente in modo così diverso da qualsiasi altro incidente cui abbiamo assistito?» ha chiesto.


Il cosmonauta Vladimir Dežurov, che al tempo si trovava nella Stazione Spaziale Internazionale e ha visto gli eventi dell'11/9 dallo spazio, ha detto anch'egli che un incidente aereo si lascia dietro dei detriti.

Un altro testimone oculare, il corrispondente di ITAR-TASS, Jurij Kiril'čenko, ha detto che il film ha dimostrato che c'è ancora bisogno di una seria inchiesta sulla tragedia poiché molte domande sono rimaste senza risposte.


Nessuno dell'audience ha sollevato la mano quando il moderatore ha chiesto di farlo nel caso che qualcuno credesse alla versione ufficiale.


Originalmente pubblicato dal Primo Canale della TV di Stato russa, a Mosca, in russo – n. 1725 - 12 Settembre 2008.
(c) 2008
BBC Monitoring Former Soviet Union.
Fornito da ProQuest LLC. All rights Reserved.

Fonte: BBC Monitoring Former Soviet Union

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Sin qui il resoconto della BBC.
Nel dibattito russo – una discussione aperta e plurale - si sono dunque proposte tesi diverse, le stesse che si fronteggiano anche da noi (per la verità più in Rete che in TV o sui giornali).
In più ci sono state alcune sorprese nel campo della documentazione e analisi dell'11/9.
Sono una grande novità sia le rivelazioni del cosmonauta Vladimir Dežurov, che ha riferito delle sue foto dell’11/9 scattate dallo spazio, sia le dichiarazioni del professor Ašot Tamrazijan, che racconta degli esperimenti fatti per valutare i crolli delle torri, finora non conosciuti fuori dalla Russia.
Vale la pena leggere qui per intero una prima traduzione italiana degli interventi di Dežurov e Tamrazijan. Il testo dell’intero dibattito è stato trascritto sul sito del Primo Canale russo (http://www.1tv.ru/gordonkihot/pr=10025&pi=11348&ptype=video)


Vladimir Dežurov

Vladimir Dežurov, pilota cosmonauta, colonnello dell’Aeronautica Militare russa, pilota di caccia, ingegnere areonautico: «in quei momenti a bordo ci trovavamo in un qualche istante nel bel mezzo della giornata, intorno all’ora di pranzo della Stazione Spaziale, quando vedemmo del fumo nero. Sembrava come un vento che soffiava sulla costa atlantica. Naturalmente abbiamo subito scattato un’enorme quantità di fotografie, girato dei video, e tutta questa informazione, ebbene, forse in non più di cinque minuti fu trasmessa ai Centri di Controllo della Missione di Mosca e di Houston. Era tutto a conoscenza di entrambe le parti, e in grande dettaglio. Vorrei dire, essendo io stesso un pilota di caccia, ho avuto modo di assistere a disastri di grandi jet e di caccia. In qualunque modo si sia schiantato questo aereo, a qualunque velocità sia andato incontro all’ostacolo, sempre – dipendendo solo dalla velocità il raggio di diffusione dei detriti – senza eccezione ci sarebbero tanti frammenti metallici sul terreno. Non accade mai che brucino. E, ovviamente, se ci fossero vittime si troverebbero. Necessariamente. Non possono esservi dubbi.»

A. Gordon
: Questa parte ti ha convinto?


Vladimir Dežurov:
Certo. Sì. È semplice. Si basa su tutta la prassi dell’aviazione.
Sarà interessante, un giorno, poter vedere le foto dall’alto annunciate da Dežurov.



Ašot Tamrazijan

Ed ecco l’intervento di Ašot Tamrazijan:

Ašot Tamrazijan, ingegnere, professore all’Università degli studi di ingegneria civile (MGSU), direttore del centro scientifico e tecnologico “Rischi e installazioni di sicurezza”: «Tutto è stato ben spiegato tranne che per le cose essenziali. Andiamo indietro al 2003, l’anno in cui un gruppo di lavoro dell’MGSU, assieme ad altre istituzioni dell’Accademia Russa delle Scienze e alle istituzioni ricomprese, ha condotto numerosi studi sulle cause di crollo dei grattacieli. Dopo i nostri calcoli preliminari ho espresso dei dubbi sul fatto che il solo impatto degli aeroplani possa aver fatto cadere gli edifici. Abbiamo eseguito molti test. Ne risultavano sì dei collassi progressivi, ma non come quelli del WTC, perché il World Trade Center è collassato non secondo lo scenario “progressivo”, oggi termine in voga, bensì un collasso per crolli locali. Cosa abbiamo in realtà? Ci sono foto del crollo, che tutti abbiamo visto, e ci sono degli aerei. La maggior parte delle cose non l’abbiamo vista, nei fatti. Così, l’aereo si è scagliato su un fascio di colonne, ha tagliato queste colonne, poi c’e stata l’esplosione, l’incendio. Abbiamo esaminato la resistenza al fuoco di queste colonne, i nostri specialisti hanno condotto degli studi sugli incendi, in particolare Vladimir Mironovič Rojtman, un eminente specialista, e abbiamo così determinato che dopo circa 50 minuti avrebbero perso la resistenza al fuoco, portando a perdere stabilità, così che un crollo sarebbe avvenuto in corrispondenza dei piani successivi di sopra e di sotto. Ma questo è insufficiente per completare il crollo dell’edificio. Non basterebbe una componente. E allora, cos’era, se non si trattava solo di aerei? Cosa accadeva, per dire, se negli schemi costruttivi degli edifici ci fossero anche dei danni localizzati? Non parliamo di esplosioni, stiamo parlando di danni agli schemi costruttivi. Noi conosciamo anche gli schemi costruttivi. Perciò abbiamo concluso che l’impatto degli aerei più la presenza di ulteriori vari crolli locali potrebbe risultare in quel tipo di crollo mostrato nel film. Questo è ammissibile.»

A. Gordon: Così avete creato un modello, tenuto una serie di test, e ottenuto dei risultati per cui senza ulteriori ...

A. Tamrazijan: Abbiamo ottenuto che questo tipo di edificio non sarebbe crollato per il solo impatto degli aerei, bensì con dei crolli aggiuntivi, alti 8-10 piani.

Aggiornamento del 2 ottobre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso da
«ZeroFilm» [QUI] e da «Megachip» [QUI].

Aggiornamento del 26 febbraio 2009: Il presente articolo è stato tradotto in francese sul sito «ReOpen911» [QUI].

5 agosto 2008

James Quintiere: mazzate di un super esperto sulla versione ufficiale

di Pino Cabras


James Quintiere

Aggiornamento del 6 agosto 2008:

Il presente articolo è stato ripreso dal sito «Zerofilm»


Lo specialista e il NIST

Pochi in Italia sanno del dottor James Quintiere, una delle personalità più lucide e titolate che si sono impegnate a criticare – da un versante particolare - la versione ufficiale sui crolli del World Trade Center. Proprio Quintiere, ex capo della divisione Scienza degli incendi presso il NIST (l’agenzia che ha prodotto la più voluminosa versione ufficiale) - e ben coperto dalle credenziali di scienziato che ha a lungo lavorato con i governi - ha fatto appello a una revisione indipendente dell’inchiesta sui crolli dell’11 settembre 2001.

Ci sono al mondo ben poche persone che possano vantare l’esperienza scientifica di Quintiere nel valutare gli effetti di un incendio su un edificio. Tra l’altro fu Quintiere a dare ragione alla versione del governo federale in occasione della controversa tragedia di Waco. Perciò le sue severe domande al NIST suonano come altrettante mazzate sulla versione ufficiale.

Le sue domande aleggiano ancora, in attesa di risposte.

Chi può dare queste risposte sarà solo un’inchiesta di vasta portata.

Non le ha date il NIST.

Tanto meno sono in grado di darle gli zelanti censori che pure pretendono di surrogarsi come depositari di una verità irrevisionabile.

Chi ha affrontato la sconfinata materia dell’11 settembre sa che una delle inchieste ufficiali più importanti è stata svolta proprio dal NIST (National Institute of Standards and Technology), l’agenzia governativa USA per la normazione e la tecnologia, un'emanazione del Dipartimento del Commercio che si raccorda con l'industria per sviluppare standard, tecnologie e metodi miranti a favorire la produzione e il commercio, ma il cui budget è alimentato soprattutto dalla sfera pubblica.

È del 2005 la versione conclusiva del Rapporto Finale del NIST sulle cause del crollo delle Torri Gemelle del World Trade Center. L’indagine era durata tre anni. I risultati del NIST hanno in qualche misura il rango di fonte ‘ufficiale’ della teoria per la quale gli impatti degli aeroplani, unitamente agli incendi, avrebbero cagionato i crolli dei grattacieli. Il rapporto del NIST è accompagnato da 43 volumi di documentazione e ricerca. I volumi sono noti collettivamente come NIST NCSTAR, e sono tutti scaricabili da wtc.nist.gov.

Sin da subito, chi ha criticato il rapporto ha fatto notare che i test del NIST sui materiali veri sono surclassati da modellizzazioni virtuali – perfette, ma arbitrarie, nei parametri usati – per cui i risultati s’inoltrano per certe vie e non per altre.

Il subisso di dati e immagini virtuali del NIST mira a puntellare questa spiegazione di fondo: gli aerei, nell’impatto, avrebbero asportato il rivestimento antincendio dall’acciaio esponendo quest’ultimo direttamente all’azione devastatrice del fuoco; le travature a ponte del WTC su cui facevano base i piani, nel piegarsi per effetto del calore, avrebbero tirato all’interno i muri perimetrali provocando una «propagazione dell’instabilità» lungo le colonne perimetrali e stressando maggiormente le colonne centrali del nucleo, già rese meno resistenti dagli incendi; l’energia dei piani posti sopra la zona dell’incendio avrebbe innescato il «collasso globale».

Il NIST tende a suggerire che i collassi totali di grattacieli siano abbastanza “normali”, anche se di norma questi eventi si presentano in modo meno subitaneo e meno catastrofico. Non c’è alcun esempio di “collassi progressivi TOTALI” di edifici in acciaio al di fuori dell’11 settembre 2001.

Fra chi non è rimasto convinto dalle conclusioni del NIST, c’è chi ha anche provato a ipotizzare possibili scenari alternativi, fatti di demolizioni intenzionali, la cui attuabilità non potrebbe che dipendere da drammatiche complicità all’interno delle organizzazioni che gestivano la sicurezza dei grattacieli. A scavare in quella direzione le sorprese sarebbero tante, ma in questa sede, oggi, ci porterebbero lontano.

James Quintiere, prima di concentrarsi sulle domande, prova anche lui a fare delle ipotesi. Non fa parte del ‘partito della termite’, e quindi non punta il dito sulla miscela incendiaria che secondo certe ipotesi avrebbe tagliato il nodo dell’equilibrio delle torri.

Tuttavia Quintiere contraddice con forza il rapporto del NIST. Rispetto al rapporto ufficiale ipotizza una diversa causa per i crolli, ossia l’applicazione di un’insufficiente isolamento antincendio delle travature a ponte delle Torri Gemelle. «Suggerisco che ci sia una teoria ugualmente giustificabile e cioè che le travature cadono allorché sono riscaldate dall’incendio con l’isolamento intatto. Queste sono due diverse conclusioni, e la responsabilità per ciascuna di esse è tremendamente diversa», ha detto.

In sostanza, Quintiere – a differenza del NIST - non è per nulla convinto che sia dimostrabile che ci sia stata una rimozione 'localizzata' delle protezioni antincendio né che essa abbia causato danni così gravi. Ritiene più verosimile una ‘magagna’ più generale e diffusa, che ha reso più vulnerabili le strutture. Altri che chiedono di indagare sull'ipotesi di demolizione sospettano che la cattiva performance della struttura sia derivata da un'azione intenzionale su di essa. Quintiere sospetta invece una carenza costitutiva delle torri. Ma è comunque un'ipotesi lontana dalla versione del NIST. È un’ipotesi di lavoro -chiamiamola così - che sceglie di non varcare la soglia delle complicità più altolocate: si entrerebbe in un paradigma operativo che coinvolgerebbe ben di più che al-Qā‘ida.

Il super esperto non lancia comunque scomuniche ‘anticomplottiste’. Anzi, al cospetto di una platea mondiale di colleghi scienziati e ingegneri della sicurezza, li esorta tutti ironicamente affinché riesaminino i crolli del WTC: «Spero di convincervi a diventare dei ‘cospirazionisti’, ma in un modo più adeguato».

Quintiere ha pronunciato questo suo appello nel 2007 durante una sua presentazione, intitolata “Questions on the WTC Investigations”, illustrata per un’ora davanti a un congresso di livello mondiale sulla sicurezza antincendio (World Fire Safety Conference).

«Mi piacerebbe che ci fosse una revisione paritaria dell’inchiesta NIST», ha detto. «Credo che tutti i dati assemblati dal NIST debbano essere archiviati. Vorrei davvero vedere qualcun altro dare uno sguardo a quanto il NIST ha fatto, sia dal punto di vista strutturistico sia da quello dell’analisi degli incendi».


NIST: conclusioni discutibili

«Ritengo che le conclusioni ufficiali cui è giunto il NIST siano discutibili», ha spiegato Quintiere.

«Dunque si guardi a delle reali cause alternative in grado di spiegare il crollo delle torri del WTC e si osservi come si pongono di fronte alla causa ufficiale e quale sia la rilevanza di ciascuna causa rispetto a un’altra».

L’atteggiamento è aperto, proprio come ci aspetteremmo da uno dei più eminenti scienziati al mondo nel settore dell’analisi scientifica degli incendi e dell’ingegneria della sicurezza. Se le conclusioni del NIST sono «discutibili», allora vanno indagate con un confronto vero le possibili «cause alternative».

Nella sua presentazione Quintiere ha anche criticato la ripetuta incapacità del NIST di rispondere alle serie domande sollevate in merito alle sue conclusioni circa i crolli degli edifici del WTC e in merito al processo da esso utilizzato per giungere a tali conclusioni. Parla a ragion veduta.

«Mi son sorbito tutte le audizioni del NIST. Sono andato a tutte le riunioni del loro comitato consultivo, in veste di osservatore. Ho fatto commenti su tutto.»

In risposta a un'osservazione di un rappresentante del NIST presente fra il pubblico, Quintiere ha puntualizzato:

«Ho constatato che lungo tutta la vostra inchiesta era difficilissimo ottenere una risposta chiara. E quando qualcuno è andato alle vostre riunioni o audizioni del comitato, gli venivano concessi cinque minuti per fare una dichiarazione, e non poteva mai fare domande. Con tutti i commenti che ho apportato, e ho passato molte ore a scrivere delle cose - mentre vi tedierei a riversarvele qui - non ho ricevuto, mai, una risposta formale che fosse una».

Arriva la prima grande anomalia investigativa individuata da Quintiere:

«In ogni inchiesta cui ho partecipato, la chiave consisteva nello stabilire una tabella temporale. E tale tabella si compone di testimonianze, informazioni ricavate dai sistemi di allarme, da qualsiasi video che possiate avere dell’evento, e infine di calcoli. E poi cercate di mettere insieme tutto ciò. E se i vostri calcoli sono coerenti con alcuni dei fatti di un certo peso, allora forse potete trovare un qualche conforto nei risultati dei vostri conteggi. Non ho visto alcuna tabella temporale disposta nella relazione del NIST.»

Quintiere ha poi manifestato la propria frustrazione di fronte a un’altra macroscopica anomalia: l’incapacità del NIST di fornire un rapporto sul terzo grattacielo crollato l’11/9, l’Edificio 7 del WTC. «E questo edificio non venne colpito da alcunché», ha sottolineato Quintiere. «È più importante dare uno sguardo a questo. Forse hanno giocato un ruolo importante i danni causati dalle macerie precipitate. Ma oltre a questo avete assistito a degli incendi che bruciavano a lungo senza l’intervento del dipartimento dei vigili del fuoco. E i pompieri erano dentro questo edificio. Devo ancora vedere un qualsiasi tipo di resoconto in merito a quanto hanno visto. Che cosa stava bruciando?»

Guarda caso, il sistema di monitoraggio antincendio del WTC 7 quel giorno mandò alla società di sorveglianza un solo segnale, subito dopo il crollo del WTC2, senza informazioni specifiche su dove si sviluppava l’incendio. Il sistema di allarme era stato messo in modalità test “per lavori di manutenzione” proprio quella mattina. L’ennesima coincidenza dell’11/9, giorno in cui su ognuna delle vicende chiave si sono concentrati gli effetti di decine di esercitazioni, manutenzioni, e war games che alteravano puntualmente la scenda del crimine. In questo caso il risultato fu che per 8 ore qualunque allarme d'incendio ricevuto dal sistema veniva comunque ignorato.

L’Edificio 7 del World Trade Center non era un grattacielo così banale, anche se il crollo delle Twin Towers ne ha offuscato la memoria. Negli USA sarebbe stato comunque l’edificio più alto in 33 su 50 stati. Sebbene l’11 settembre non fosse stato colpito da alcun velivolo, alle ore 17,20 crollò integralmente riducendosi a una magra pila di detriti, in una manciata di secondi. Negli anni successivi il NIST non è riuscito a offrire alcuna spiegazione del crollo. A questa momentanea rinuncia del NIST, si aggiunge l’assoluta mancanza di menzione del crollo dell’Edificio 7 nel rapporto della Commissione d’inchiesta sull’11/9, che pure si autodefiniva, meno male, «il pieno e completo resoconto delle circostanze che contornano gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001.»


Un’inchiesta impedita

Quintiere spiega bene la sua delusione rispetto ai risultati del NIST. In origine riponeva «grandi speranze» sul fatto che il NIST avrebbe fatto un buon lavoro nell’inchiesta.

«Rappresentano il laboratorio governativo centrale in materia d’incendi. Ci sono ottime persone in grado di fare un buon lavoro.» Fin qui, bene.

«Ma ho anche pensato che quel che dovrebbero fare sarebbe di coinvolgere il servizio dell’ATF (l’ufficio che si occupa di alcol, tabacco, armi da fuoco ed esplosivi), il quale ha una squadra investigativa e un laboratorio per proprio conto in materia d’incendi. E ho pensato che dovrebbero far scendere la loro gente per strada per procacciarsi informazioni con il metodo dei detective. Che cosa ha impedito tutto ciò? Ritengo che sia stata la struttura legale che avviluppa il Dipartimento del commercio e di conseguenza il NIST. Pertanto, invece di agire come dei legali impegnati in una causa civile tesi a raccogliere deposizioni e informazioni tramite atti di citazione, questi legali hanno fatto l’esatto contrario e hanno bloccato tutto.»

Le parole, adesso, sono felpate, ma le conclusioni sono gravissime: esistono condizioni strutturali e vincoli pesanti che impediscono un’inchiesta vera e attendibile.

La presentazione di Quintiere alla World Fire Safety Conference ha echeggiato la sua prima dichiarazione alla commissione parlamentare sulle scienze della Camera dei Rappresentanti, il 26 ottobre 2005, durante un’audizione per la “Inchiesta sul crollo del World Trade Center: risultati, raccomandazioni, e prossimi passi”, quando disse:

«A mio parere, l’inchiesta sul WTC del NIST delude le aspettative per non riuscire sicuramente a trovare una causa, per non collegare sufficientemente raccomandazioni specifiche alla causa, per non invocare pienamente tutta la propria autorità nel cercare i fatti nell'inchiesta, e per l'indirizzo dei legali di parte governativa mirante a scoraggiare anziché sviluppare la ricerca dei fatti.»

Queste le prime mazzate di Quintiere, ma poi arrivano le altre, sempre più incalzanti e micidiali.


Le domande senza risposta

«Io ho oltre 35 anni di esperienza nella ricerca sugli incendi. Ho lavorato nel programma sugli incendi del NIST per 19 anni come capo della divisione. Da allora sono stato alla University of Maryland. Sono un membro fondatore ed ex presidente della International Association for Fire Safety Science, il principale forum mondiale per la ricerca sugli incendi...». Premessa necessaria prima di snocciolare l’elenco delle domande ignorate dal NIST.

«1. Perché il processo di progettazione dell'applicazione della protezione antincendio alle torri del WTC non è stato pienamente richiamato per determinare le colpe?»

«2. Perché non sono state indagate e discusse delle ipotesi alternative sui crolli visto che il NIST ha dichiarato ripetutamente che lo sarebbero state?»

«3. La spoliazione di un luogo in cui si sia svolto un incendio è la base per distruggere una prova legale in un'inchiesta. La maggior parte dell'acciaio è stata rimossa, benché gli elementi chiave dell'acciaio presente nel ‘core’ fossero stati catalogati. Un'attenta lettura del rapporto del NIST mostra che non hanno alcuna prova che le temperature da loro previste come necessarie per le rotture siano corroborate da parte dei risultati dei minuscoli detriti in acciaio in loro possesso. Perché il NIST non ha dichiarato che questa spoliazione dell'acciaio fu un errore sesquipedale?»

«4. Il NIST ha usato modelli computerizzati che a loro dire non avevano mai usato prima in una simile applicazione e che sono i più avanzati. Per questo motivo le loro competenze andrebbero encomiate. Ma è la validazione di questa modellizzazione ad essere in questione. Altri hanno calcolato degli aspetti con diverse conclusioni circa il meccanismo che ha causato il crollo. Per di più, è cosa comune nelle indagini sugli incendi calcolare una linea temporale e confrontarla con eventi conosciuti. Il NIST non lo ha fatto.»

«5. I test del NIST sono stati inconcludenti. Sebbene abbiano fatto dei test sugli incendi nella scala di diverse postazioni di lavoro, un test replicato sulla scala di almeno un piano del WTC sarebbe stato di considerevole valore. Perché non è stato fatto questo?»

«6. Il critico crollo del WTC 7 è relegato in un ruolo secondario, poiché i suoi risultati non saranno completi per un altro anno ancora. Era chiaro durante la riunione del comitato consultivo del NIST nel settembre 2005 che questa data non sarebbe stata realistica, giacché il NIST non vi ha dimostrato progressi. Perché il NIST ha rinviato questa indagine importante?»


La necessità di un’inchiesta nuova

Già nel settembre 2006 era apparsa un’intervista di James Quintiere sull’edizione norvegese di «Le Monde Diplomatique». Alla domanda «C'è un bisogno di una nuova inchiesta sul crollo degli edifici?», lo scienziato statunitense rispose affermativamente:

«Credo che ci dovrebbe essere una piena pubblicazione delle analisi e dei risultati del NIST, con la possibilità per il pubblico di fare domande di fronte a una commissione imparziale capace di garantire la determinatezza e accuratezza dei risultati. […]. La commissione dovrebbe stabilire se sono necessarie ulteriori indagini. Un evento di questa scala continuerà ad essere oggetto di inchieste, e dato che i calcoli tendono a essere più precisi per questo scenario, credo che assisteremo a un miglioramento dei risultati. La cosa può richiedere decenni.»

La nostra memoria della strategia della tensione e degli anni di piombo non ci fa stupire di questo lungo arco temporale, previsto con lucido realismo da Quintiere. E questa stessa memoria non ci fa stupire della fretta con cui altri invece ci vogliono rivendere le soluzioni dei gialli politici fornite in quattr’e quattr’otto da certi apparati dello Stato: in genere si tratta di soluzioni piatte, senza profondità, riduttive, banalizzanti, fatte di killer solitari e di gruppi isolati, senza scabrose complicità fra chi potrebbe fermarli. È la fretta dei depistatori.

Di certo servono nuove risorse investigative, inquirenti indipendenti, possibilmente a livello internazionale, con poteri d’indagine penetranti, con dei “mastini” che raccolgano deposizioni e notizie tramite atti di citazione. Fino ad oggi le inchieste ufficiali sono state segnate dall’imprinting della 9/11 Commission, la quale dichiarava candidamente nel suo rapporto che il suo scopo «non è stato di assegnare colpe individuali». Fino alla farsa delle deposizioni di Bush e Cheney, in seduta segreta, senza giuramento e senza la possibilità di prendere appunti.

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Il dottor Quintiere è una delle figure più eminenti al mondo fra i ricercatori in scienza degli incendi e fra gli ingegneri della sicurezza. Ha lavorato presso la divisione Fire Science and Engineering del NIST per 19 anni, fino a ricoprire la posizione di capo della divisione. Ha lasciato il NIST nel 1990 per entrare alla facoltà di ingegneria della protezione dagli incendi alla University of Maryland, dove opera tuttora.

Quintiere è un membro fondatore ed ex presidente della International Association for Fire Safety Science (IAFSS). È anche Fellow presso l'American Society of Mechanical Engineers (ASME). Ha ricevuto numerosi premi per i suoi contributi alla ricerca sulla scienza e l'ingegneria degli incendi, tra cui:

La medaglia di bronzo e quella d'argento del Dipartimento del Commercio (rispettivamente 1976 e 1982);

La Howard W. Emmons Lecture Award insignito da IAFSS nel 1986

Il Sjölin Award del 2002 per il rilevante contributo alla scienza della sicurezza dagli incendi, insignito dal forum internazionale dei direttori della scienza degli incendi, NIST

La Guise Medal del 2006, insignita da parte della National Fire Protection Association

La sua presentazione intitolata “Questions on the WTC Investigations” è stata illustrata due volte, alla World Fire Safety Conference del 2007. Le registrazioni delle presentazioni possono essere acquistate dalla National Fire Protection Association presso il sito http://www.fleetwoodonsite.com/index.php?cPath=.

13 luglio 2008

Edificio 7: il cibo precotto della versione ufficiale


Jerome Hauer e Rudolph Giuliani nel 1996

Articolo originale:
WTC 7 Emergency Head Was Building Collapse Specialist
di Paul Joseph Watson
«Prison Planet»
10 luglio 2008

Traduzione di Pino Cabras


L'ex capo della gestione delle emergenze di New York, Jerome Hauer, il cui ufficio era al ventitreesimo piano del WTC 7 (l'Edificio 7 del World Trade Center), era anche uno specialista in crolli di edifici, secondo un articolo del «New York Times» recentemente scoperto. Hauer ha attirato dei sospetti da parte del movimento per la verità sull'11/9 a causa dello zelo che usò nel sospingere la versione ufficiale già nelle ore successive all'attacco, quando i dettagli erano ancora lacunosi.

Hauer era inoltre il direttore amministrativo della Kroll Associates – la società che all'epoca forniva i servizi di sicurezza al complesso del WTC – e denunciava una conoscenza preventiva degli attacchi all'antrace una settimana prima che accadessero.
In un articolo del 27 luglio 1999 apparso sul «New York Times» riscoperto da 9/11 Blogger e intitolato Che cosa potrebbe andare male? È il suo lavoro sapere (What Could Go Wrong? It's His Job to Know), Hauer riceve un incandescente peana a cura del giornalista Randy Kennedy.

«C'è una storia che lui racconta nella quale questo fascino è abbastanza letterale... ma un altro esempio, un po' più metaforico, è difficile da fraintendere quando entri nel suo ufficio al ventitreesimo piano del WTC 7, altrimenti noto come “il bunker”, ossia il centro per le crisi di emergenza da 13 milioni di dollari a prova di proiettili, uragani e blackout, aperto dal comune il mese scorso».

L'articolo descrive l'Edificio 7 per quel che era, un oggetto stabile strutturalmente rafforzato, costruito per lo scopo manifesto di reggersi vigorosamente in una situazione di crisi, non la debole scatoletta di esche per fuoco che si presume sia diventato il primo edificio in acciaio nella storia a collassare a causa dei soli incendi, al dire dei debunker del calibro di BCC, History Channel, Popular Mechanics e altri.

In effetti, stando alla citazione da parte del «New York Times» di una dichiarazione di Larry Silverstein del 1989, i progettisti del WTC7 «costruirono con abbastanza ridondanza da consentire a intere porzioni di piani di essere rimosse senza danneggiare l'integrità strutturale dell'edificio», una solida struttura che venne ulteriormente migliorata dopo quell'anno con «più di 375 tonnellate di acciaio, che hanno richiesto oltre 19 km di saldature.»

L'articolo spiega il ruolo di Hauer: «nella veste di capo della gestione delle emergenze, Hauer sovrintende alla pronta reazione ai crolli di edifici, dei quali non c'è stata certo mancanza nel corso degli ultimi tre anni».

«Per buona parte della sua vita professionale, il compito di Jerome Hauer, 47 anni, è stato quello di sapere bene in che maniera le cose funzionano in un certo modo quando smettono di funzionare: quando cadono, quando implodono o esplodono, quando congelano o s'incendiano o si spengono; in tutti questi casi, lui sa cosa fare. Come ammettono tutti coloro che sono totalmente dedicati alle emergenze, non fa altro che pensare in ogni momento ai modi orribili in cui le cose si distruggono e la gente muore, sperando nel frattempo che tutti i suoi piani giacciano sugli scaffali».

È perciò stesso interessante che Hauer avesse il suo ufficio nel bel mezzo di un palazzo di 47 piani che poi crollò entro il proprio perimetro in non più di 7 secondi nel tardo pomeriggio dell'11/9, dopo essere stato colpito da poche macerie e aver subito danni da incendio limitati.

L'articolo enfatizza la numerosità dei tipi di emergenza su cui Hauer era esperto e potrebbe elencare nel suo curriculum: «incidenti di elicottero, incendi alla metropolitana, grandi perdite d'acqua sulle condutture, bufere, ondate di caldo, blackout, crolli di edifici, crolli di edifici, crolli di edifici».

Nei momenti immediatamente successivi agli attentati Hauer apparve sugli schermi di CBS News mentre con Dan Rather, a caldo, forgiava in quattro e quattr'otto delle spiegazioni sorprendentemente assertive in merito agli eventi, e concepiva un raccontino che presto sarebbe diventato la versione ufficiale.



Hauer risultava sospettosamente propenso a porre l'accento sul fatto che gli edifici non erano stati demoliti da esplosivi ma dagli aeroplani che li avevano colpiti, nonostante ciò fosse un completo rovesciamento di quanto avevano concluso a suo tempo i capi architetti e i progettisti del WTC durante gli studi in merito all'impatto di aerei sulle torri gemelle.

Hauer oltre a ciò puntò il dito direttamente su Bin Lāden allorché la sceneggiatura iniziava a svilupparsi.

«La mia idea è che - data la velocità dell'aereo e il fatto che questo fosse pieno di carburante al momento di colpire l'edificio poi incendiato - la velocità dell'aereo certamente abbia avuto un impatto sulla struttura stessa. E inoltre il fatto che si sia incendiato e si sia verificato un intenso calore probabilmente ha indebolito allo stesso modo la struttura. E io ritengo che sia stato questo: che semplicemente gli aeroplani hanno colpito il palazzo e causato il crollo», disse Hauer a Rather.
Rather inoltre chiese ad Hauer se gli attentati si sarebbero potuti eseguire senza la sponsorizzazione di uno Stato. Hauer replicò: «non son certo di poter concordare sul fatto che tutto ciò sia necessariamente sponsorizzato da uno Stato. Di sicuro reca le impronte digitali di qualcuno come Bin Lāden».

Hauer fu incredibilmente “accurato” nel prefigurare la versione ufficiale che sarebbe più tardi comparsa a confermare la totalità delle sue congetture iniziali, malgrado il caos che circondava gli attentati nelle ore immediatamente successive al loro verificarsi.

Al tempo dell'11/9, Hauer era direttore amministrativo della Kroll Associates, una società di servizi di sicurezza intrecciata con il complesso militare-industriale, che per coincidenza aveva anche in carico la sicurezza dell'intero complesso del World Trade Center in quel giorno fatale.
Come se non bastasse, fu proprio Hauer che, si dice, consigliò la Casa Bianca a iniziare ad assumere ciprofloxacina (nome commerciale: "Cipro"), un antibiotico efficace contro l'antrace, proprio il giorno 11 settembre e una settimana prima che fosse ricevuta la prima lettera all'antrace.

Due mesi dopo l'11/9, Hauer faceva parte di un gruppo di lavoro al Council on Foreign Relations che produsse un documento intitolato “Task Force indipendente sulla risposta dell'America al terrorismo”, che in parte chiamava a contrastare attivamente le spiegazioni alternative dei retroscena dell'11/9.

Il modo repentino e meticoloso con cui Hauer aveva tirato le somme sulle cause dei crolli dei palazzi che pure non avevano analoghi precedenti nella storia, associato alla sua “expertise” sulle caratteristiche delle demolizioni controllate, in aggiunta alla sua prefigurazione degli attentati all'antrace e la sua posizione all'interno della Kroll Associates, continuano legittimamente ad attrarre interesse fra i ricercatori del movimento per la verità sull'11/9.

7 luglio 2008

Crolli accidentali, una spiegazione che lascia troppi buchi neri sull'11 settembre

Il quotidiano La Stampa ha pubblicato un articolo che aveva in precedenza commissionato a Giulietto Chiesa sulle più recenti indagini del NIST in merito al crollo dell’Edificio 7 avvenuto l’11 settembre 2001. È la prima volta che un autorevole quotidiano a larga diffusione, in Italia, si pone il problema di rompere il silenzio su un caso che –nonostante la sua evidente importanza – è stato finora trattato con le ritrosie di un grave tabù. È stato infatti solo un mese prima dell’articolo di Chiesa, da anni impegnato sul tema, che un grande quotidiano mainstream, il «Financial Times», ha osato intitolare un suo articolo «What happened to building 7?». Il tono dell’articolo di Giulietto Chiesa, dovendosi rivolgere per la prima volta a un pubblico che finora non aveva sentito quasi nulla sull’Edificio 7, è giocoforza divulgativo, tanto da semplificare alcuni nodi della complessa vicenda. È importante che ora cresca una consapevolezza collettiva finalmente aperta ai drammatici approfondimenti che merita il caso.



di Giulietto Chiesa, «la Stampa» - 6/7/08

Ci sono in questa storia troppi punti interrogativi per prendere per buone le anticipazioni (ma perché queste così lacunose anticipazioni? Abbiamo aspettato sette anni, potevamo aspettare ancora qualche mese) fornite dal possiamo dire famigerato NIST (National Institute for Standard and Technologies) in merito alla “famosa” Torre N.7 del World Trade Center.

Torre che è diventata famosa non perché giornali e tv ne abbiano parlato molto, ma perché centinaia di migliaia di pagine web l'hanno analizzata in questi anni sotto ogni profilo possibile, mentre il mainstream , fedele alla versione ufficiale, non l'ha mai menzionata. Ora si dà il caso che la Torre N.7 – un edificio interamente in acciaio alto duecento metri, 47 piani - sia crollata il pomeriggio dell'11 settembre alle ore 17,21, senza essere mai stata colpita da nessun aereo.

E si dà il caso che le risultanze della Commissione d'inchiesta ufficiale del governo americano, il “9/11 Commission Report”, non ne contengano il minimo cenno nelle loro oltre 500 pagine. Forse perché in quell'edificio c'erano gli uffici del Secret Service, il servizio segreto più importante di tutti, quello che sorveglia la sicurezza del Presidente degli Stati Uniti, della CIA, e quelli del Pentagono, e della Direzione per l'Emergenza, proprio quella che avrebbe dovuto proteggere New York da un attacco terroristico.

Vedremo dunque cosa dirà il NIST, non senza rilevare che le risultanze dello stesso istituto per quanto riguarda le Twin Towers e i loro crolli sono state duramente contestate da centinaia di architetti, americani e stranieri, che rilevano con stupore pari a sbalordimento il fatto che mai nella storia dell'architettura mondiale torri in acciaio sono crollate dopo un incendio. E, fatto ancora più incredibile, che siano crollate su se stesse, verticalmente, alla velocità di caduta libera, “come se sotto non ci fosse stato niente”. Mentre in realtà, al di sotto dei due luoghi d'impatto degli aerei, le strutture erano intatte, solidissime.

Del resto lo stesso NIST venne messo in difficoltà dalla testimonianza di uno dei suoi funzionari Kevin Ryan, (subito licenziato, per altro), che affermò come gli esperimenti su modelli, effettuati per spiegare l'inspiegabile, fossero stati condotto inserendo parametri errati, cioè raddoppiando il tempo degli incendi (che in realtà durarono solo una quarantina di minuti) e la quantità di carburante a bordo degli aerei. E nemmeno in quei casi i modellini crollarono.

Adesso i responsabili del NIST ribadiscono che la Torre n.7 crollò per effetto degl'incendi e per null'altro. Ma questa spiegazione non “spiega” affatto tutto il resto: la velocità di caduta, la caduta perfettamente verticale. Richard Gage, fondatore del gruppo “Architetti e Ingegneri per la verità dell'11/9” dice che tutti gli elementi disponibili conducono a una versione assai più probabile: demolizione controllata.
Ma allora si aprono molte altre domande, tutte senza risposta. L'11 settembre, stando alla versione ufficiale, passerà alla storia non solo come il più grande attentato mai realizzato, ma anche come un evento senza precedenti nella storia dell'architettura, in cui tre edifici in acciaio crollano per effetto del fuoco, in perfetta verticale, e alla velocità di caduta libera. Tutto nello stesso giorno. Tre record assoluti.

27 giugno 2008

Trapelano i documenti del NIST: un evento insolito ha preceduto il crollo dell'Edificio 7

Non c’è spiegazione per il «getto di fiamme» proiettato fuori dalle finestre prima dell’implosione del grattacielo


L'edificio 7 del WTC all'inizio del crollo

Traduzione di Pino Cabras

Articolo originale:
Leaked NIST Docs: "Unusual" Event Before Collapse Of WTC 7
di Paul Joseph Watson e Aaron Dykes
«Prison Planet»
25 giugno 2008


Cominciano a trapelare i documenti riservati del NIST (National Institute of Standards and Technologies) che affrontano l’inchiesta sul crollo dell’Edificio 7 del World Trade Center, il grattacielo di 47 piani che non fu colpito da alcun aereo ma implose in meno di sette secondi l’11 settembre 2001. I nuovi documenti rivelano un «insolito» evento che precedette il crollo dell’edificio: un «getto di fiamme» si proiettò fuori da varie finestre dopo che gran parte dell’incendio si era già spenta.

I documenti – intitolati “Confidential and Predecisonal Document NIST Report on Building 7” (documenti riservati e pre-decisionali del Rapporto NIST sull’Edificio 7) – formano il preambolo del lungamente atteso verdetto finale su quanto causò che un edificio strutturalmente rinforzato cadesse come in una demolizione controllata nonostante avesse subito dei danni da incendio relativamente limitati.

Il Capitolo 1, a cura di William Pitts, un’indagine delle prove visive delle stime dei danni e della tempistica relativa al WTC 7, è un’analisi complessiva degli incendi alle finestre tramite prove video e fotografiche, la quale conclude che tutti i maggiori incendi prima dei piani 7 e 13 si estinsero prima del crollo.

Il rapporto stabilisce che «alle 16,38 tutte le finestre tra 13-44° e 13-47C erano aperte, e gli incendi responsabili dell’apertura delle finestre erano estinti a tal punto che non potevano più essere osservati».
«Appena prima del crollo dell’edificio alle 17,20 un getto di fiamme fu sospinto dalle finestre nella stessa area. L’evento che ha causato questo insolito comportamento non è stato identificato».

Il rapporto descrive la natura degli incendi ai piani dal 7 al 13 e afferma inoltre, «fatta eccezione per gli incendi ai piani 19, 22, 29 e 30 considerati all’inizio della presente sezione, non c’è fondamentalmente alcuna prova visiva diretta di incendi su altri piani del WTC 7».

Le fotografie presentate nel rapporto, molte delle quali non sono mai state viste prima, non mostrano altri danni all’edificio che non siano piccoli incendi ai piani dal 7 al 13 e il relativamente limitato “incavo” osservato nella parte più bassa della facciata ovest dell’edificio.

Cosa potrebbe aver causato che questo “getto di fiamme” si proiettasse fuori dalle finestre immediatamente prima del collasso dell’edificio? La forza di decompressione di una serie di esplosivi o un ordigno incendiario?
I documenti trapelati precedono un documentario della BBC che sarà trasmesso il 6 luglio 2008, il quale è stato predisposto per asserire che il WTC 7 è stato il primo edificio con struttura in acciaio nella storia a subire un collasso completo derivante dal solo danno da incendi, un fatto scientificamente impossibile.

[…]

Cliccare QUI per leggere dei file che riportano i documenti NIST.

24 giugno 2008

Un testimone chiave: prima che le due torri crollassero, l’Edificio 7 era già devastato

In un video in esclusiva, Barry Jennings parla delle esplosioni all’Edificio 7 prima del crollo delle Twin Towers

L'Edificio 7 del WTC, l'11 settembre 2001; fonte: Prison Planet

Versione in lingua italiana dell'articolo
Emergency Official Witnessed Dead Bodies In WTC 7
«Prison Planet», 23 giugno 2008
di Paul Joseph Watson

Traduzione di Pino Cabras


È stato divulgato per la prima volta un video in esclusiva che ha per protagonista il funzionario della gestione delle emergenze Barry Jennings, il quale parla di esplosioni all’interno dell’Edificio 7 del WTC prima del crollo di entrambe le torri gemelle e racconta inoltre di aver scavalcato i cadaveri delle vittime quando cercava di lasciare il palazzo.
Il filmato, che in origine era destinato ad essere incluso nel film Loose Change Final Cut - ma che dovette essere ritirato per volontà di Jennings dopo che questi aveva ricevuto delle minacce - è stato ora reso di pubblico dominio per prevenire un documentario della BBC sull’Edificio 7 che si suppone possa distorcere il racconto di Jennings nel tentativo di puntellare la versione ufficiale.

Di fatto, ciò di cui è stato testimone Jennings contraddice completamente la narrazione ufficiale su quanto è accaduto all’Edificio 7.

La mattina dell’11 settembre, in qualità di Vice Direttore del dipartimento dei servizi di emergenza dell’agenzia per l’edilizia abitativa di New York, Barry Jennings assieme a Michael Hess - che poi divenne socio fondatore e direttore della Giuliani Partners LLC (società fondata da Rudolph Giuliani, NdT) - visitò l’ufficio per la gestione delle emergenze (Office of Emergency Management, OEM) all’interno dell’Edificio 7, in tempo per scoprire che era stato appena abbandonato.

«Dopo essere giunti dentro il centro operativo dell’OEM, abbiamo constatato che se n’erano andati tutti», ha ricordato Jennings. «Vidi una tazza di caffè sul tavolo, ancora fumante, notai dei panini mangiati a metà», ha dichiarato, e ha aggiunto che fu detto a lui e a Hess di lasciare senza indugio l’edificio.
Jennings e Hess trovarono le scale e discesero i gradini.

«Quando raggiungemmo il sesto piano il pianerottolo su cui ci trovavamo cedette, ci fu un’esplosione e il ripiano si sfondò, rimasi appeso, dovetti issarmi e camminare di nuovo verso l’ottavo piano» ha raccontato Jennings.

«L’esplosione fu sotto di me… così quando sopravvenne l’esplosione fummo sospinti all’indietro… entrambi gli edifici erano ancora in piedi», ha aggiunto.

«Sono rimasto intrappolato in quel luogo per diverse ore. Ero incastrato lì quando entrambi i palazzi son venuti giù: per tutto questo tempo ho sentito ogni tipo di esplosioni, per tutto il tempo», ha detto Jennings, aggiungendo che quando i pompieri li riportarono all’ingresso, questo era «del tutto in rovina».

«Per me vedere quel che ho visto è stato incredibile», ha affermato Jennings.

I pompieri continuavano a dire a Jennings di «non guardare giù» perché, con parole di Jennings, «stavamo camminando sopra delle persone e voi capite cosa sia camminare su dei corpi umani».

Un ufficiale della polizia a quel punto disse a Jennings: «dovrà mettersi a correre perché abbiamo notizia di ulteriori esplosioni».

«Sono perplesso solo per una cosa… perché l’Edificio 7 del World Trade Center andava giù in pezzi per primo. Sono davvero sbigottito su questo. Io so cosa ho sentito: ho sentito esplosioni», ha detto Jennings, il quale ha pure aggiunto che la spiegazione sul fatto le esplosioni fossero causate dai serbatoi di olio combustibile presenti nell’edificio non gli quadrava.

Barry Jennings. fonte: Prison Planet

«Sono un ex gasista, se fosse stato un serbatoio di olio combustibile la cosa avrebbe riguardato solo una facciata dell’edificio», ha spiegato.

Le riprese realizzate presso l’ingresso del Millennium Hilton, più vicino alle torri gemelle dell’Edificio 7, mostrano danni inferiori anche dopo che entrambe le torri erano crollate rispetto ai danni devastanti dell’atrio dell’Edificio 7 descritti da Jennings relativamente a un tempo collocato prima di quei crolli.

Il racconto del testimone oculare Jennings in merito alle esplosioni avvenute dentro il WTC 7 prima che le torri crollassero e riguardo alla presenza di cadaveri all’interno dell’edificio contraddice completamente il racconto ufficiale, ancora fermo sull'idea che non ci siano state vittime all’interno dell’Edificio 7.

Se il WTC 7 è crollato per effetto dei danni sopportati in seguito alla caduta delle torri gemelle, come dice la versione ufficiale, allora perché avvenivano delle esplosioni dentro l’edificio prima ancora che alcuna delle torri crollasse?

Il documentario della BBC, che sarà trasmesso il 6 luglio, include un’intervista a Jennings ma secondo Jason Bermas, di Loose Change, il programma distorcerà i commenti di Jennings in un tentativo di marginalizzare la natura scioccante di quanto visto dal testimone e il modo in cui le sue esperienze contraddicono patentemente la versione ufficiale.

La testimonianza di Barry Jennings su YouTube