4 marzo 2014

Sette osservazioni sulla crisi Ucraina

di Piero Pagliani.


Prima osservazione. La crisi in corso in Ucraina è l’ennesima riprova che le crisi sistemiche portano inesorabilmente a guerre mondiali. Per favore, basta stupirci delle guerre. La crisi sistemica del Seicento fu risolta dalle guerre anglo-olandesi che durarono più di vent’anni. La crisi sistemica scorsa fu risolta da una guerra mondiale di trent’anni che iniziò nel 1914 e terminò solo nel 1945. La guerra mondiale scatenata dall’odierna crisi sistemica è iniziata ufficialmente l’11 settembre del 2001, cioè tredici anni fa e oggi rischia di entrare in una fase nuova e più devastante.

Seconda osservazione. L’odierna crisi sistemica, si è conclamata ufficialmente il 15 agosto del 1971 quando Nixon dichiarando che il Dollaro non era più convertibile in oro, dichiarò implicitamente che la moneta imperiale era garantita esclusivamente dalla potenza politica, militare, diplomatica, culturale e solo infine economica degli Stati Uniti. Gli stessi motivi per cui quella moneta aveva corso mondiale obbligatorio. Basta, per favore, ripetere che la crisi attuale è iniziata con lo scoppio della bolla dei subprime o, al più, con quella della “New Economy”. Sono due episodi della crisi sistemica principale.

Terza osservazione. La crisi ucraina sembra confermare l’ipotesi che ho avanzato in “Al cuore della Terra e ritorno”: siamo entrati in una fase di deglobalizzazione, ovvero di suddivisione del sistema-mondo in compartimenti geo-economici separati e potenzialmente contrapposti. Un’altra conferma è il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip), cioè la cosiddetta “Nato economica”, in corso di negoziazione. Di conseguenza la finanziarizzazione come l’abbiamo sperimentata a partire dal Volcker shock del 1979 e poi diventata virulenta negli ultimi venti anni, subirà una radicale trasformazione, dato che era sostenuta dalla globalizzazione. In relazione a questa accezione del concetto di “finanziarizzazione”, dobbiamo aspettarci una fase di definanziarizzazione che accompagnerà, anche se non in modo meccanico, quella di deglobalizzazione. Questa definanziarizzazione richiede di scambiare il più possibile valori finanziari con valori reali. Il che, in parole povere, vuol dire cercare di riempire un enorme sacco vuoto con ricchezza reale, cosa che non può non portare a disastri e scompensi per innanzitutto richiede un aumento del saggio di profitto (da cui le “riforme del lavoro”) e l’assalto all’arma bianca del dominio pubblico. Come placebo per l’ormai irrecuperabile “piena occupazione”, al fine del necessario controllo sociale verrà probabilmente introdotto un “reddito di sussistenza”, operando così una ghettizzazione istituzionalizzata di parti sempre più ampie delle crescenti “classi subalterne”, per più di una generazione. Uno scenario sociale, culturale e antropologico agghiacciante.

Quarta osservazione. Con la crisi ucraina gli Stati Uniti e la Nato sono ritornati ai vecchi amori della Guerra Fredda: le forze politiche fasciste. L’accoglienza di Kerry al nazista Oleh Tjahnybok, leader di Svoboda, ne è l’emblema. Nel 2009 era stata la volta dell’Honduras a subire un golpe old fashion orchestrato dall’entourage della famiglia Clinton ed eseguito da gorilla fascistoidi addestrati nella “Scuola delle Americhe”. In Medio Oriente ormai non si nasconde più l’utilizzo imperiale di manovalanza fondamentalista antidemocratica. Ad ogni modo, in Europa era dai tempi del colpo di stato dei colonnelli in Grecia che non si assisteva più a un uso aperto di personale fascista in Europa (utilizzo coperto c’è stato invece ad esempio durante le guerre che hanno distrutto la Jugoslavia. Anzi, possiamo considerare le guerre nei Balcani un punto di snodo, in cui forse per la prima volta cooperarono con le forze imperiali sia fascisti sia jihadisti. La differenza è che oggi, per l’appunto, il loro utilizzo è palese, aperto, quasi rivendicato.

Quinta osservazione. Il ricorso da parte imperiale di forze che formalmente sono direttamente contrastanti coi valori professati dall’Impero, è un probabile sintomo dell’indebolimento delle sue capacità egemoniche, cioè delle sue capacità a far condividere come universali i propri interessi particolari. Da tempo, infatti, il “modello” occidentale ha dimostrato di non essere in grado di essere universalmente applicato e di creare più problemi di quanti ne riesca a risolvere, sia in termini di sviluppo, sia in termini di stabilità sociale e internazionale.

Sesta osservazione. Il colpo di stato in Ucraina (ché tale è stato, indipendentemente dal fatto che il regolarmente eletto presidente Janukovič fosse corrotto e incapace), eseguito come avevo previsto assieme ad altri osservatori, pochi purtroppo, durante lo svolgimento dei giochi olimpici di Soči, è avvenuto grazie a finanziamenti statunitensi e tedeschi (non solo accertati, ma addirittura dichiarati), è stato politicamente sostenuto, a volte persino in loco, da pezzi grossi della politica e della diplomazia Atlantica (Kerry, McCain, Ashton) e infine è stato attuato utilizzando reparti paramilitari fascisti a volte addestrati direttamente in basi Nato. In poche parole, è stato un assalto atlantico alle frontiere occidentali della Russia, con ciò stracciando in una volta i Trattati di Parigi ed Helsinki su cui si basava la sicurezza collettiva europea dopo la fine dell’Urss.
E’ stata quindi una mossa pericolosissima, cosa che testimonia delle gravi difficoltà che l’Occidente sta sperimentando a causa della crisi sistemica.

Settima osservazione. La reazione della Russia era obbligata. Ciò non vuol dire che non apra scenari da brivido, ma solo che segue ferreamente e coerentemente la logica della terza guerra mondiale in cui siamo immersi. L’avventurismo occidentale, che è testimone di una preoccupante dose di arrogante disperazione, sta nel fatto che si è compiuta la mossa ucraina pur sapendo che al 90% Mosca avrebbe reagito in modo brutale e deciso. Do per scontato che le dinamiche concitate di questo scorcio di crisi sistemica possano indurre anche mosse particolarmente pericolose e imbecilli. Ma qui mi sembra che siamo di fronte a una inquietante amnesia storica. Non ci si ricorda più che la Russia (e spero che si capisca perché non dico “Unione Sovietica” in questo contesto) al costo di centinaia di migliaia di morti sgominò la VI armata del generale Friedrich Paulus a Stalingrado, invertendo le sorti della II Guerra Mondiale? Non ci si ricorda più che la Russia al prezzo di venti milioni di morti ricacciò i nazisti fino a issare la bandiera rossa sul Reichstag? Si pensa che quelle cose siano successe perché c’era Stalin al Cremlino? Sbagliato. Stalin ebbe bisogno di evocare non una resistenza comunista, bensì la Grande Guerra Patriottica benedetta dai pope.

Una guerra le cui radici affondavano totalmente nella tradizione russa, dove i Tedeschi erano i Cavalieri Teutoni e l’Armata Rossa gli stormi di contadini-soldati guidati dal principe Aleksandr Nevskij.
Non dice niente il fatto che Putin abbia avuto per la Crimea anche l’appoggio delle opposizioni?
Cosa credete che pensino i Russi quando vedono i nazisti della Galizia prendere in ostaggio le piazze ucraine? Non si chiamava Galizien la prima unità non tedesca di SS?
Se i decisori occidentali non hanno più voglia di leggersi la Storia si vadano almeno a vedere il film di Eisenstein e quando il Cavalieri Teutoni caricano i Russi sul lago Peipus gelato si facciano venire anche loro un po’ di sano, istruttivo e saggio gelo alla fronte vedendo come è andata a finire:




Morale. C’è necessità di Pace. C’è un’enorme necessità di Pace. C’è un’urgentissima necessità di Pace. Per il nostro Paese c’è bisogno di una politica di neutralità. Innanzitutto dovrebbe ritornare a svolgere quel ruolo di mediazione che lo ha contraddistinto a partire dalla fine della II Guerra Mondiale almeno fino all’inizio degli anni Novanta. Già questo sarebbe un notevole passo avanti. Alternativamente, il nostro Paese potrebbe essere tirato dentro una guerra devastante in men che non si dica, senza che nemmeno se ne accorga. C’è bisogno che si rilanci un movimento di pacifismo attivo. C’è bisogno di capire che guerra e crisi sono due facce della stessa medaglia. C’è bisogno di un rilancio dell’idea stessa di “democrazia”. All’inizio della crisi, tra gli anni Sessanta e Settanta c’era coscienza di ciò. Oggi che questa coscienza è ancora più necessaria di allora siamo invece paralizzati in uno stato catatonico sia delle capacità di analisi e comprensione, sia di quelle di mobilitazione politica. Non abbiamo più la capacità di elaborare un’idea indipendente, che guardi al di là del nostro naso. Al massimo siamo al carro dei problemi suscitati dall’avversario e riusciamo – spesso malamente – solo a ragionare su quelli. Eppure siamo di fronte a un cambio di civiltà. Forse a un cambio dell’idea stessa di civiltà. Dovremmo con tutte le nostre forze evitare che ciò si trasformi in una catastrofe, perché la catastrofe non è assolutamente ineluttabile (la storia del mondo è piena di cambiamenti di civiltà), ma evitarla dipende da noi. Eppure non riusciamo a far niente e la catastrofe la rischiamo in continuazione.


2 marzo 2014

La Russia tornata grande e gli apprendisti stregoni occidentali

di Daniele Scalea.



C'era una volta una Russia debole, uscita mutilata, economicamente a pezzi, con una grave crisi d'identità, dal crollo dell'Unione Sovietica. Era una Russia costretta, volente o nolente, ad accettare le decisioni che gli USA, i vincitori della Guerra Fredda, prendevano per il mondo. Era la Russia che cedette sull'allargamento a est della NATO, sui due attacchi all'Iraq, sullo smembramento della Jugoslavia, sulle basi statunitensi in Asia Centrale, sulle sanzioni all'Iran, sulle "rivoluzioni colorate" nello spazio post-sovietico e via dicendo, fino all'ultimo episodio dell'attacco arabo-occidentale alla Libia. Era una Russia che ingoiò tanti rospi da farne indigestione.
Oggi c'è una Russia diversa: decisa a cambiar dieta e finalmente capace di farlo perché, malgrado i perduranti problemi strutturali, la sua potenza ha senz'altro recuperato. E mentre quella statunitense, provata dalle difficili avventure in Afghanistan e Iraq, dalla crisi economica, dalla perdita di consenso internazionale, sta spostando la sua attenzione sull'Asia-Pacifico, lasciando spazi vuoti che Mosca è ansiosa di rioccupare.
La prima avvisaglia del mutato atteggiamento russo fu la breve guerra con la Georgia nel 2008. Quando il presidente georgiano (e filo-occidentale) Saakashvili tentò di occupare con un colpo di mano le due regioni separatiste di Abchazija e Ossezia del Sud - confinanti con la Russia, abitate in prevalenza da persone con passaporto russo, e garantite dalla presenza di "truppe di pace" russe - Mosca reagì con un blitzkrieg che avrebbe potuto facilmente arrivare a Tblisi, ma che si limitò a garantire l'indipendenza delle due regioni (oggi di fatto Stati satelliti di Mosca).

Negli ultimi mesi il Cremlino ha riguadagnato terreno anche nel mondo arabo, il quale dagli anni '80 almeno sembrava saldamente soggetto all'egemonia degli USA. Le rivolte arabe, che pure inizialmente parevano favorite da e favorevoli a Washington, nonché sgradevoli per la Russia sensibilissima alla questione dell'Islam Politico; le rivolte arabe, si diceva, stanno risultando in un avanzamento dell'influenza di Mosca. La Siria, che ospita l'unica base navale mediterranea di Mosca, ha resistito all'assedio congiunto dell'Occidente, della Turchia e degli altri Arabi: è certo un paese a pezzi, letteralmente (Curdi e ribelli sunniti controllano ciascuno una propria porzione di territorio), ma in compenso più legato alla Russia cui il regime del Ba'th deve la vita. In Egitto, la reazione anti-Fratelli Musulmani ha soppresso la democrazia e riportato al potere un generale, che strizza platealmente l'occhio a Mosca, la quale dà maggiori garanzie di non ingerenza e di "anti-islamismo" rispetto a Washington.
Sulla Siria, poi, nell'estate scorsa Putin ha conseguito una evidente vittoria diplomatica. L'intervento militare minacciato da USA, Gran Bretagna e Francia (il medesimo terzetto artefice della guerra libica) si è disciolto come neve al sole di fronte, certo, alle forti titubanze e ostilità incontrate all'interno, ma pure a un'opposizione internazionale di cui Putin è stato il capofila indiscusso. In realtà Obama ha ottenuto al minimo costo (senza intervenire direttamente nel caos siriano) un risultato importante (lo smantellamento dell'arsenale d'armi chimiche di Assad), che ipoteticamente in futuro potrà anche agevolare un intervento militare di Washington nel paese (l'invasione irachena del 2003 fu successiva a un decennio di disarmo del paese). Ma l'ha ottenuto facendo mostra di irresolutezza, di incapacità a gestire a proprio vantaggio lo scenario siriano, mentre gli alleati si sono defilati uno ad uno appoggiando anzi, in molti casi, l'opzione avversa avanzata da Putin.
A pochi mesi da quegli eventi, l'Ucraina ci conferma che il vento è cambiato. Nel 2005 gli USA appoggiarono (secondo alcuni orchestrarono) la "rivoluzione arancione" che, tramite la ripetizione del voto popolare, condusse al potere la fazione filo-occidentale. In quel caso Mosca non reagì, ma lavorò ai fianchi il nuovo governo che si sfaldò velocemente per le proprie contraddizioni interne. Nel 2010, così, la fazione non ostile alla Russia (dire "filo-russa" è eccessivo, perché in realtà fino a novembre 2013 la linea ufficiale dell'amministrazione Janukovič era entrare almeno nell'UE) è ritornata al potere, sempre tramite un regolare voto popolare.
Oggi l'Occidente ha rialzato la posta, appoggiando compatto (e si può supporre non solo moralmente) la controversa rivolta di piazza che ha portato all'occupazione del potere da parte di una fazione ben più radicale di quella protagonista della "rivoluzione arancione". Significativamente, il primo atto del nuovo regime (oltre alla deposizione del Presidente eletto) è stata una norma discriminatoria verso le minoranze linguistiche: qualcosa che nell'UE non sarebbe mai accettato come legittimo, e che nell'Ucraina è tanto più virulento perché la minoranza russofona rappresenta un cittadino su tre, e si tramute in maggioranza in molte regioni orientali. E ciò considerando unicamente i madrelingua, perché gli ucraini che parlano anche il russo sono molti di più.
Com'era prevedibile, il Cremlino ha lasciato passare l'evento olimpico di Soči e poi ha reagito. Ma l'ha fatto in una maniera ben più assertiva del 2005 - anche perché in questo caso il governo ostile di Kiev non è legittimato dal voto ed è assai meno presentabile internazionalmente. Entriamo qui nella cronaca, che è inutile ripercorrere: basti notare che oggi il vessillo russo svetta sui palazzi di governo di mezza Ucraina e che la penisola di Crimea è ormai completamente in mano alle forze russe e ai fiancheggiatori locali. Tanto per non lasciare nessuna ambiguità, il Parlamento russo ha già accordato il via libera a Putin per un intervento militare in Ucraina e sta lavorando a una legge per rendere possibile e rapida l'annessione di nuovi territori.
Allo stato attuale, pare improbabile che la Crimea possa tornare in mano ucraina. Essa si è resa indipendente di fatto in pochi giorni (le truppe ucraine di stanza nella penisola hanno disertato in massa) e avrebbe buoni argomenti per diventarlo anche de jure o persino per unirsi alla Federazione Russa (la Crimea fu infatti parte della Russia fino al 1954, quando il presidente sovietico, e ucraino, Chuščëv decise di "regalarla" all'Ucraina). È più difficile capire se Mosca punti invece alla preda grossa, ossia ad annettersi (o costituire a Stato satellite) tutta l'Ucraina Orientale. Anche qui troverebbe un consenso probabilmente maggioritario da parte della popolazione, ma non plebiscitario come in Crimea (laddove l'opposizione viene quasi esclusivamente dalla minoranza tatara), e soprattutto Kiev non potrebbe chiudere gli occhi, poiché la linea di separazione presumibile passa per il Dnepr - ossia proprio per Kiev e per il centro industriale di Dnepropetrov'sk (roccaforte elettorale di Julia Timošenko). L'Ucraina Occidentale, privata del resto del paese, rimarrebbe un moncone senza sbocco sul mare, senza industria manifatturiera, senza grande rilievo demografico.
In tutto questo, che farà l'Occidente? Arduo immaginare che qualcuno sia disposto a una guerra con la Russia per salvare l'integrità territoriale dell'Ucraina, sebbene sia fuor di dubbio che la NATO, l'UE e molti paesi europei (in primis la Germania, che dopo la riunificazione ha ripreso il Drang nach Osten suo tradizionale) appoggeranno per quanto possibile Kiev. Di certo, gli apprendisti stregoni occidentali avranno molto su cui meditare nel futuro prossimo. Hanno suscitato la rivolta in Libia, e oggi il paese nordafricano appare fuori controllo. Hanno salutato la sollevazione di piazza in Egitto, salvo poi scaricare il governo democratico perché ideologicamente non gradito e tollerare così una reazione militare. Hanno appoggiato la rivolta in Siria per poi scoprire che Assad è laico mentre molti ribelli sono radicali religiosi, come se l'Afghanistan degli anni '80 non avesse insegnato nulla. Ora hanno appoggiato ed esaltato il coup ucraino, salvo trovarsi di fronte a una possibile guerra civile e a un intervento russo che è già realtà, coi loro beniamini di Kiev che invocano la NATO per una terza guerra mondiale contro Mosca.
E l'imbarazzato Obama, che "minaccia" di boicottare il G8 a Soči, è l'emblema di una diplomazia occidentale che non ha più il senso della misura e la capacità di pensare alle conseguenze delle proprie azioni oltre le 24 ore successive alla loro messa in atto.

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/daniele-scalea/russia-ucraina-crisi_b_4884277.html?utm_hp_ref=italy



1 marzo 2014

Ucraina: il “cecchino di Yanukovic” è in realtà un dirigente di partito

di Debora Billi.


E’ curioso come due giornali con lo stesso nome, e la stessa testata, in due Paesi diversi diano due notizie opposte. Ricorderete tutti la terribile foto dei fatti ucraini, quell’uomo in mezzo a una folla impazzita picchiato e costretto a baciare una croce. 

La Repubblica, giornale italiano “di sinistra”, dà la notizia così:

Manifestanti in branco contro un sospetto cecchino. – Sospettato di essere un cecchino e un membro delle forze governative

Cecchini che sparano sulla folla, efferati assassini al soldo di Yanukovic, questo diffonde per giorni la nostra stampa. Lo sapete tutti. 

La Republica, con un b sola, giornale “di sinistra” spagnolo, invece la racconta tutta. Ed è molto più sbalorditiva della versione “efferato cecchino”: ovvero, il signore biondo che ha rischiato il linciaggio è un dirigente regionale del Partito Comunista, prelevato a casa sua e trascinato in strada da una folla appartenente alle fazioni nazifascista ucraine. Le stesse che, oltre a picchiare rappresentanti eletti in mezzo alla strada, stanno bruciando sinagoghe: ma non ci dicono neppure questo. 

Per chiagnere sui diritti delle minoranze la stampa italica attende sempre i “giorni della memoria”, quando per definizione è troppo tardi.




(foto: afp)

22 febbraio 2014

In Ucraina l'Occidente apre un vaso di Pandora

di Giulietto Chiesa.
il manifesto.


L'assistente del segretario di Stato Victoria Nuland ha detto al National Press Club di Washington, lo scorso dicembre, che gli Stati Uniti hanno investito 5 miliardi di dollari (…) al fine di dare all’Ucraina il futuro che merita», così scrive Paul Craig Roberts sul suo blog. Lui è ex assistente al Tesoro degli Usa e dice cose documentate. E ho letto che la Nuland ha già scelto i membri del futuro governo ucraino per quando Yanukovic sarà stato spodestato (o fatto fuori). L’Ucraina potrà avere così «il futuro che merita».
Ma quale futuro merita l’Ucraina, gli ucraini? Per come stanno andando le cose nessuno: non ci sarà l’Ucraina. Nell’indescrivibile clangore delle menzogne che gronda dai media mainstream la cosa principale che manca in assoluto è la banale constatazione che Yanukovic, l’ennesimo «dittatore sanguinario» della serie, è stato eletto a larga maggioranza dagli ucraini. Nessuno ne contestò l’elezione quando sconfisse Viktor Yushenko, anche se fu un boccone amaro per chi di Yushenko aveva finanziato l’ascesa. E gli aveva perfino procurato la moglie. Pochi sanno che la seconda moglie di Yushenko si chiama Katerina Chumacenko, che veniva direttamente dal Dipartimento di Stato Usa (incaricata dei «diritti umani»). Ancora meno sanno che Katerina, prima di fare carriera a Washington, era stata uno dei membri più attivi e influenti dell’organizzazione neo-nazista OUN-B della sua città natale, Chicago. OUN-B sta per Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini di Stepan Bandera.
L’OUN-B, tutt’altro che defunta, ha dato vita al Partito Svoboda, il cui slogan di battaglie è «l’Ucraina agli ucraini», lo stesso che Bandera innalzava collaborando con Hitler durante la seconda guerra mondiale. Del resto Katerina era stata leader del Comitato del Congresso ucraino, il cui ispiratore era Jaroslav Stetsko, braccio destro di Stepan Bandera. Che è come dire che il governo americano si era sposato con i nazisti ucraini emigrati negli Usa, prima di mettere Katerina nel letto di Yushenko.
Anche di questo il mainstream non parla. Ma ho fatto questa digressione per dire che, certo, gli ucraini hanno tutto il diritto di essere scontenti, molto scontenti di Yanukovic. E di avere cambiato idea. Anche noi abbiamo tutto il diritto di essere scontenti di Napolitano o del governo, ma questo non significa che pensiamo sia giusto assaltare il Quirinale a colpi di bombe molotov prima e poi di fucili mitragliatori.
Essenziale sarebbe stato tenere conto di questi dati di fatto. Ma il piano, di lunga data, degli Stati Uniti era quello di assorbire l’Ucraina nell’Occidente. Se possibile tutta intera.
Sentite cosa scriveva nel 1997 Zbignew Brzezinski, polacco: «Se Mosca ricupera il controllo sull’Ucraina, con i suoi 52 milioni di persone e le grandi risorse, riprendendo il controllo sul Mar Nero, la Russia tornerà automaticamente in possesso dei mezzi necessari per ridiventare uno stato imperiale». Ecco dunque il perché dei 5 miliardi di cui parla la Nuland. Caduto Yushenko, in questi anni decine di Ong, fondazioni, istituti di ricerca, università europee e americane, e canadesi, hanno invaso la vita politica dell’Ucraina. Qualche nome? Freedom House, National Democratic Institute, International Foundation for Electoral Systems, International Research and Exchanges Board. E, mentre si «faceva cultura», e si compravano tutte le più importanti catene televisive e radio del paese, una parte dei fondi servivano per finanziare le squadre paramilitari che vediamo in azione in piazza Maidan. Che, grazie a questi aiuti, si sono moltiplicate.
Adesso emerge il Pravij Sector («Settore di destra» e «Spilna Prava»), ma il giornale polacco Gazeta Wiborcza ha parlato di squadre paramilitari polacche che agiscono a Maidan. E la piazza pullula di agenti dei servizi segreti occidentali: lo fanno in Siria, perché mai non dovrebbero farlo a Kiev? È perfino più facile: Yanukovic, dittatore sanguinario, appare più molle di Milosevic, altro strano dittatore sanguinario che si fece sconfiggere elettoralmente da Otpor (fondato e ampiamente finanziato dagli Usa). Tutto già visto. C’è solo un problema: Putin non è un pellegrino sprovveduto.
È questo il popolo ucraino? Certo sono migliaia, anzi decine di migliaia, a mostrare il livello della rabbia popolare contro un regime inetto (non più inetto di quelli dei precedenti amici dell’Occidente, Kravchuk, Kuchma, Yushenko, Timoshenko), ma chi guida è chiaro perfino dalle immagini televisive. E questa è la ex Galizia, ex polacca, e la Transcarpazia.
Se crolla Yanukovic e prendono il potere costoro, sarà una diaspora sanguinosa. I primi ad andarsene saranno i russofoni dell’est e del nord, del Donbass dei minatori, che già stanno alzando le difese. E subito sarà la Crimea, che ha già detto quasi unanime che intende restare dalla parte della Russia, anche per tentare di salvarsi dalla furia antirussa di coloro che prenderanno il potere. È l’inizio delle secessioni, oggi perfino difficili da prevedere, dai contorni indefiniti, che produrranno non fronti militari ma selvagge rappresaglie all’interno di comunità che non saranno più solidali.
L’Europa, fedele esecutrice dei piani di Washington ha aperto il vaso di Pandora. Che adesso le esploderà tra le mani. I nuovi inquilini saranno di certo concordati (sempre che Putin abbia la garanzia che non sarà valicato il Rubicone dell’ingresso nella Nato), ma coloro che sono scesi in piazza armati hanno in testa un’idea di Europa molto diversa da quella che si figura Bruxelles. E quelli in buona fede che sono andati dietro i neonazisti – e sono sicuramente tanti – si aspettano di entrare in Europa domani. E saranno tremendamente delusi quando dovranno cominciare a pagare, e non potranno comunque entrare, perché nei documenti di Vilnius questo non è previsto.
L’unico tra i commentatori italiani che ha scritto alcune cose sensate è stato Romano Prodi, ma le ha scritte sull’International New York Times. Rivolto agli europei li ha invitati a non mettere nel mirino solo Yanukovic, bensì condannare anche i rivoltosi. E ha aggiunto: «Coinvolgere Putin», visto che tutte le parti hanno «molto da perdere e nulla da guadagnare da ulteriori violenze». Giusto ma ottimista. Chi ha preparato la cena adesso vuole mangiare e non si fermerà. E l’isteria antirussa è il miglior condimento per altre avventure.





19 febbraio 2014

Elezioni sarde, l'uomo senza collo e la voragine

di Pino Cabras.


A prima vista, il risultato delle elezioni regionali in Sardegna è leggibile innanzitutto come una sconfitta pesante del presidente uscente Cappellacci, poi come una vittoria del composito fronte del centrosinistra del neopresidente renziano Pigliaru, e infine come un risultato deludente per l'outsider Michela Murgia (sebbene per lei sia un risultato notevole dati i tempi brevi in cui è stato costruito). Ma se guardiamo le cose con sguardo più profondo scopriamo altri dettagli che possono far capire meglio il risultato.
Ho partecipato a questa battaglia elettorale candidandomi anche io nelle liste di Michela Murgia. Ho fatto leva su un impegno macroscopico e un budget microscopico. Ho strappato ad altre centinaia e centinaia di agguerriti candidati del collegio elettorale di Cagliari e provincia le preferenze di 208 anime. Sono proprio pochine, lo so, e non sono certo bastate, ma la cosa bella è che con diverse persone ho iniziato nuovi rapporti di collaborazione politica – e perfino promettenti amicizie - che non avrei mai scoperto senza l'esplorazione di talenti che si può concentrare in una campagna elettorale.
La corsa alle urne può essere affrontata in molti modi, io l'ho vissuta come un viaggio in cui si riscoprono i vecchi amici, si conoscono nuovi amici, e in cui ci si trova a sfidare gli istinti difensivi dei nemici.
In tutto il mese di campagna elettorale incontro le persone così, con contatti diretti e ravvicinati, uno per uno. Preferisco questo metodo a un generico volantinaggio. Distribuisco santini e volantini al mercato una sola volta, un sabato mattina, nella popolarissima via Quirra, a Cagliari. Mi aiutano compagni e amici di Alternativa. Sono davvero pochi i clienti del mercato che si lasciano avvicinare. Vediamo facce scavate dall'indigenza, le espressioni che riassumono anni di crisi e di abbandono in un corruccio. Le nostre frasi sul futuro si spengono di fronte all'evidenza delle loro solitudini, della vecchiaia precoce, della povertà non più nascosta pudicamente.
«Siete tutti ladri», ci dice più d'uno, mettendoci nello stesso sacco di chi vogliamo combattere. Hai voglia a spiegare le nuove liste, il nuovo progetto, l'onestà. Come il settanta per cento dei cittadini della Repubblica italiana, anche loro apprendono le notizie solo dalla televisione, e a queste proporzioni sembra ormai voler tendere la fuga degli elettori dalle urne. Non avevo avuto modo di incontrarli davvero per anni. Perciò non vogliono incontrarmi. Tutto qui.
Accanto a noi sgomitano anche i sostenitori di altri candidati di ogni schieramento, che ricevono i medesimi rifiuti. Solo uno sembra non agitarsi, e anzi la gente gli si avvicina. Alcuni lo insultano per qualche promessa mancata, ma ha la faccia di quelli che quando piove passano in mezzo alle gocce. Altri lo trattano con deferenza. Sembra non avere il collo, una testa incassata in un corpo da traffichino, un mezzo sorriso che nasconde imperturbabilità. Decido di sapere chi sia, e chiedo. Scuotono la testa increduli: «Come, non lo conosci?». Mi spiegano che è un consigliere comunale, che nel quartiere ha un pacchetto di 1300 voti e li spende in ogni elezione, per sé e per qualcuno più potente di lui, di destra o di sinistra, in un gioco di do ut des che mobilita non poche risorse. Di bocca in bocca passa la storia delle case popolari di una via lì vicina, alle quali, per ragioni sanitarie, l'uomo senza collo ha fatto cambiare i bagni in tutti gli appartamenti, ricevendone eterna gratitudine dagli abitanti e magnificandone la sua leggenda. Nel quartiere, sotto elezioni, alle vecchine con la pensione minima i galoppini pagano le bollette della luce, regalano casse di verdura, portano generi di conforto, e ai loro figli e nipoti disoccupati offrono lavoretti che durano qualche giorno. Lui sta lì per questo, al mercato. Io non so in quale piega del sottogoverno riuscirei mai a trovare la norma per blandire i clientes rifacendo la loro toilette. Lui lo sa, tutti sanno che lo sa.
Sardegna Possibile ha proposte bellissime per la riqualificazione urbana, e molti le hanno capite, ma non arrivano certo né ai 1300 clienti di quel consigliere comunale, né a quelli – molti di più - che non riesce ad accontentare e perciò lo disprezzano, associando al disprezzo tutto quello che puzza di politica. Mi avvicina un quarantenne che sbarca il lunario al mercato, con l'aria sveglia di chi sa trattare piccolissimi affari, ma parla con una rabbia secca, perché “i politici” li tratta con spregio: «se mi dai cinquanta euro porto i tuoi santini in tutte le case del quartiere dove la gente apre la porta solo se si fida». Gli dico che non ce li ho, e va via senza perdere altro tempo.
I colori della crisi si distribuiscono in migliaia di modi diversi nel mosaico dei quartieri, dei paesi e delle campagne, ma ovunque trovi sempre più gente che non vede più alcuna speranza che abbia il colore del gioco politico esistente. È una voragine sempre più vasta di non rappresentati, che riduce velocemente la porzione dell'elettorato che decide tutto, ormai una minoranza.
Chi vince vince, chi perde perde, e a chi è dentro quel gioco questo basta, fino a pronunciare dichiarazioni trionfalistiche. Eppure i dati sono evidenti: Forza Italia ha dimezzato l'elettorato, il PD ha perso un quarto degli elettori, le coalizioni dominanti hanno smarrito una marea di voti. Vince chi arretra di meno, un sorpasso all'incontrario, con una retromarcia turbo. La coalizione di Francesco Pigliaru, che per effetto della legge elettorale ha preso il 60 per cento dei seggi, li ottiene per essere arrivata prima con il 40 per cento dei voti espressi, che però corrispondono a meno del 25 per cento degli elettori complessivi. La democrazia non era nata in queste condizioni, non è mai stata come oggi. Chi non si allarma è un bieco irresponsabile. Voci autorevoli si levano per ammonire: questa è una vittoria fra le macerie.

Michela Murgia era consapevole di questa crisi e ha investito su una grande innovazione politica, la coalizione di Sardegna Possibile, che non voleva puntellare quel sistema (di suo già pronto a vincere fra le macerie), mentre voleva parlare alla “voragine” dei non rappresentati. Molti osservatori preconizzavano che con il nuovo sistema elettorale blindato che vige in Sardegna, elaborato da PD e Forza Italia, la terza forza sarebbe stata inevitabilmente ridimensionata, perché avrebbe funzionato l'eterno richiamo del “voto utile”: “non vorrete mica far vincere il governatore uscente e tenervelo per cinque anni? Votate noi, l'usato sicuro, anche se le ruote sono lisce, manca il parabrezza, facciamo fumo, ma sempre meglio di quel rottame di Ugo Merda”. Il richiamo ha funzionato su quella parte ancora sana dell'elettorato di centrosinistra, che però sente ormai la puzza inconfondibile dell'ennesima fregatura, essendo subito riprese le furibonde convulsioni di potere interne ai loro partiti, già il giorno dopo le elezioni. In questo quadro assurdo, un micro-partito della coalizione vincente, che ha preso lo 0,83% dei voti, ha eletto un consigliere.
Sardegna Possibile invece ha preso oltre il 10 per cento dei voti, strappandoli all'astensionismo, ma non ottiene nemmeno un consigliere. Siamo fuori dal consiglio regionale. La scommessa di conquistare la “voragine” al momento non è vinta, ma senza le nostre liste l'astensionismo avrebbe raggiunto livelli sconvolgenti. Rimane il compito immane di fare una ricognizione profonda e duratura di un'enorme terra di nessuno, che non vota più, ma potrebbe farlo, riconquistando la democrazia e rompendo la gabbia micidiale del bipolarismo. Non è questione solo sarda. Renzi e Berlusconi naturalmente vogliono impedirlo, prolungando le rendite di posizione del sistema “castale” al prezzo della distruzione dei partiti. A loro basta che si voti per il rito della democrazia, anche se a votare si rimane in pochi.
Ambire ad altro è anche una questione di sopravvivenza della democrazia.

14 febbraio 2014

Renzi il mentitore

di Pino Cabras.

Matteo Renzi è un mentitore pericoloso. Ha illuso milioni di elettori con la narrazione del Rottamatore, ma ha rottamato solo chi gli si opponeva, imbarcando ogni genere di boss e sotto-boss nella sua scalata (ai suoi comizi li trovi in prima fila).
Ha dichiarato solennemente di non voler andare a Palazzo Chigi senza legittimazione popolare, e intanto disegna ogni possibile scenario – incluso Palazzo Chigi - con un parlamento eletto con una legge incostituzionale, che Renzi vuole peraltro peggiorare con l'aiuto del Caimandrillo (con il quale – altra bugia per prendere i voti – diceva che non si potevano mai fare accordi).
Ogni linea di fiducia da lui ricevuta viene piegata verso il suo contrario.
Certo, Renzi ha un disegno. Ma questo disegno non è nelle mani di alcuno che gli abbia dato fiducia dal basso. È nelle mani dei veri potenti che detengono le cambiali politiche che Renzi ha firmato durante la fase ascendente della sua parabola.
In Sardegna qualche giorno fa il segretario del PD ha chiesto di dargli credito anche qui, candidando un renziano della prima ora come presidente della Regione. Dove finirebbe questo voto? Dove mai andrà il “voto utile” in mano a Renzi? In quale manovra di palazzo, in quale strategia dell'alta finanza verrebbe bruciato? In quale menzogna da Piano di rinascita democratica? Ogni complicità con il nuovo Sovversore dall'alto diventa intollerabile ogni minuto di più. In tanti saranno costretti ad aprire gli occhi, e a comprendere la differenza fra militanti e militonti. Ma hanno riflessi troppo lenti. La riscossa – a trent'anni dalla morte di Enrico Berlinguer - passerà da altre parti.









11 febbraio 2014

L'ALTERNATIVA C'E' - Il Cartoon delle elezioni sarde #SAR2014






DICONO CHE NON C'E' L'ALTERNATIVA.

La Sardegna è ciò che abbiamo, è la nostra casa. È terra, acqua, cibo. È bellezza. È patrimonio.
La casa dei nonni. La casa dei figli.
I troppo esperti ce la portano via pezzo dopo pezzo.
A loro i profitti. A noi i veleni.
La nostra casa non è un albergo di emiri, non è il prodotto interno lordo degli amici di Berlusconi e Renzi.
Vogliono continuare così, qui ed ora.
L'alternativa c'è.
Noi abbiamo altri traguardi. Ciò che è pubblico non è privato. Ciò che è bello non è di pochi. Ciò che lascia veleno si ripulisce. Ciò che dà lavoro è meglio del Job Act.
__________________________________
Con i politici troppo esperti, si è impoverito anche l'uranio. Hanno riempito il giardino di casa di poligoni militari. Un po' di lavoro sotto il segno del cancro.
L'alternativa c'è.
Sospendere subito le attività militari. Chiudere i poligoni. Bonificare. C'è molto lavoro sotto il segno della pace.
_____________________________
I politici, quelli con l'esperienza, hanno abbandonato le scuole. E ai ricercatori, hanno preferito gli spreconi. Non decidono loro, eseguono ordini da fuori.
L'alternativa c'è.
Un piano regionale per le scuole. Manutenzione, sicurezza, zero tagli di orario.
Portare a casa nostra chi ricerca il futuro.
_______________________________
I politici, quelli con l'esperienza, hanno regalato le banche agli speculatori, e ora il credito è kaputt, vuole la nostra casa. Vogliono farci come in Grecia. Loro, ne sono capaci.
L'alternativa c'è.
Fare banche sarde, aiutare le imprese e l'autoimpiego. Il governo funziona quando conosce la moneta, e quando vuole la piena occupazione.
_________________________________
Per una Sardegna Possibile, l'alternativa c'è.
Il 16 febbraio 2014 si elegge il nuovo presidente della Regione Sardegna e il nuovo consiglio regionale

Scegli Pino Cabras nella lista Comunidades, per Michela Murgia presidente

_______


Pino Cabras è candidato alle elezioni regionali nella lista Comunidades, per la coalizione Sardegna Possibile di Michela Murgia.
Sposato, due figli, laureato in scienze politiche, specializzato in relazioni industriali, quadro direttivo della SFIRS, è condirettore del sito www.megachip.info, autore di saggi di politica internazionale, co-fondatore del laboratorio politico Alternativa.

______________