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29 agosto 2014

Invasione russa? Una figura da Cioccolatenko

di Pepe Escobar
[con commento di Giulietto Chiesa e aggiornamento di Pino Cabras in coda all'articolo].



Moon of Alabama smonta tutta la bufala.  

Eccoti servita la tua "operazione di informazione"quotidiana dell'Impero del Caos: il tutto avviene tramite un"errore di traduzione" da parte dell'agenzia Reuterspoidistribuito in tutto il mondo.  

Citazione dalla Tagesschauil massimo telegiornale tedesco:  
«Sull'#Ucraina c'è stato un errore di traduzione da parte dell'agenzia Reuterssecondo la correzionePoroshenko non ha parlato di un'invasione».  
E poi c'è il pezzo sensazionalista del New York Times di oggi.  

Moon of Alabama lo spiega bene«Si noti che un autoredel pezzo del NYT è Michael Gordoncheinsieme a JudithMillerscrisse i sensazionali reportage in merito alle provesulle armi di distruzione di massa in Iraq.
L'attuale capo della NATO che sta promuovendo la guerracontro la Russiail sig. Foghadiguerra Rassmussenebbe a dire 11 anni fa"L'Iraq possiede armi di distruzione di massa. Non è qualcosa che pensiamoè qualcosa che sappiamo".  
Queste persone e le agenzie di stampa occidentali, ossia gli stessi soggetti che hanno fatto la campagna promozionale sulle le armi di distruzione di massa in Iraq,stanno ora asserendo che ci sia una "invasione" russa in Ucraina, pronti a ritrattare soltanto quando il danno è fattoGuerrafondaiTutti loro»

GiustoHo ricevuto una telefonata dall'emittente RT poche ore fa a questo proposito, e ne abbiamo discusso come diuna mossa disperata da parte di quel cioccolataio diCioccolatenkoMa per ora nessuno c'è cascatotranne quei boccaloni dei grandi media USA (e italiani, NdT).


Fonte: pagina Facebook di Pepe Escobar.
Traduzione per Megachip a cura di Fanny Milazzo.



NOTA DI GIULIETTO CHIESA: 
Poroshenko e le fonti occidentali stanno diffondendo la notizia che la Russia avrebbe invaso l'Ucraina. E' il ritornello ormai risaputo. La spiegazione è semplice: le forze governative sono in ritirata in tutta l'area. I ribelli del Donbass sono passati all'offensiva e stanno infliggendo gravissimi colpi alle forze di Kiev, con centinaia di soldati dell'esercito che defezionano o addirittura cercano rifugio nelle aree confinanti della Russia. Né Poroshenko, né nessun altro ha fornito alcuna prova di un intervento militare russo. "Si dice", "si suppone". 
Il fatto è che né Kiev, né l'Europa possono spiegarsi come mai l'esercito e la Guardia Nazionale di Kiev stanno perdendo la guerra. E preparano, evidentemente il terreno per chiedere l'intervento della NATO. Cioè accusano la Russia di intervento dall'esterno per giustificare in anticipo l'intervento dall'esterno della NATO. 


AGGIORNAMENTO A CURA DI PINO CABRAS

La Repubblica annuncia le prove, gente! Come sempre, del resto, quando devono pompare una certa isteria bellica. 
Poi guardi le foto, e c'è scritto in piccolo e in inglese che «L'area di dispiegamento e di addestramento si trova a circa 50 km a Est del confine ucraino», ossia in territorio russo.
Come se non bastasse, le diciture nelle foto spiegano anche che quella è l'area di Rostov (nei pressi della più grande città della Russia meridionale). 
Lì si stanno svolgendo massicce esercitazioni: Mosca mostra i muscoli. Ma a casa sua. 
Direi che può bastare per aggiornare lo stato di conclamata putrescenza del giornalismo italiano. 

Rimangono due foto satellitari. Anch'esse  come le altre, sono attribuite dalla Nato a un'agenzia privata (ottima tecnica per poter fare marcia indietro e lavarsene le mani). Quelle foto mostrano pochissimi mezzi di artiglieria in territorio ucraino che potrebbero benissimo essere ucraini o comunque conquistati dai ribelli alle migliaia di coscritti che si sono arresi in questi giorni, proprio mentre a Kiev (e a Washington) si ripassa la storia di Caporetto.
Insomma: prove zero. Fuffa tossica, tanta. E il giornalismo italiano non ha nemmeno più una linea del Piave.


3 maggio 2014

L'incendio di Odessa e la stampa italiana

di Pino Cabras.


Vediamo i lenzuoli sui corpi di decine di persone, nelle videoriprese di Odessa, in Ucraina. Lì è in atto un pogrom antirusso in pieno XXI secolo, con lancio di molotov, granate artigianali, assedi, bastonature. Squadre nazistoidi di Pravy Sektor (“Settore Destro”), protette e inquadrate anche nel resto del Paese da una giunta insediatasi dopo aver allontanato con la violenza un presidente eletto regolarmente, stanno devastando i luoghi di aggregazione sociale e politica - ossia i partiti, le associazioni, i sindacati - di una parte della popolazione di Odessa (maggioritaria) identificabile come russa, russofona o filorussa. La polizia della città sul Mar Nero ha lasciato fare per ore.

http://www.pandoratv.it/?p=513
Ma le vergognose testate italiane fanno a gara per sopire e troncare la reale portata della notizia.

Distinguere fra un generico incidente e una strage politica: il confine per capire quali tempi di fuoco si avvicinano passa da qui, dai 38 morti del 2 maggio di Odessa (per tacere degli altri episodi da guerra civile nel resto di un paese in bancarotta).

In materia di guerra la stampa italiana, specie sul web, ci ha già abituati al peggio negli ultimi anni. Con il dramma dell'Ucraina si è già subito portata ai suoi peggiori livelli, già raggiunti nel disinformare i lettori sulla guerra in Libia e poi in Siria. Le pagine web italiote ci farebbero davvero ridere, se non parlassimo di una tragedia: i 38 filo-russi bruciati in una sede sindacale dai nazionalisti ucraini di estrema destra sono diventati delle generiche "38 vittime in un incendio". «Quasi si trattasse di un incidente e non di un massacro politico», commenta Daniele Scalea, direttore dell'IsAG, un istituto di studi geopolitici molto attento alle vicende dell'Europa orientale. Scalea e anche noi ci domandiamo cosa avrebbero scritto nel 2011 il Corriere della Sera, o la Repubblica, o Il Fatto Quotidiano, se dei miliziani di Gheddafi avessero assediato decine di manifestanti fino a farli bruciare vivi.

Ecco come il canale televisivo russo RT riferisce i fatti:
«Almeno 38 attivisti antigovernativi sono morti nell'incendio della Camera del Lavoro di Odessa a seguito del soffocamento per il fumo o dopo essere saltati dalle finestre dell'edificio in fiamme, ha riferito il ministro dell'Interno ucraino. L'edificio è stato dato alle fiamme dai gruppi radicali pro-Kiev.»

Così invece li racconta il Corriere:
«Trentotto persone sono morte in un incendio scoppiato nella città ucraina di Odessa e legato ai disordini tra manifestanti filo russi e sostenitori del governo di Kiev.»
Così, genericamente, un incendio “legato ai disordini”...

Ancora, il pezzo su Repubblica suona così:
«È di almeno 38 morti anche il bilancio delle vittime degli scontri tra separatisti e lealisti a Odessa, città portuale ucraina sul Mar Nero. "Uno di loro è stato colpito da un proiettile", ha riferito una fonte all'agenzia Interfax, "mentre per quel che riguarda gli altri non si conosce la causa della loro morte". La sede dei sindacati è stata data alle fiamme. Le persone sono morte nell'incendio. Gli scontri sono violentissimi.» La macabra contabilità si disperde in un groviglio in cui non si capisce chi fa che cosa, quanti muoiono in un episodio o in un altro, chi appicca gl'incendi.

L'Unità riesce a fare peggio di tutti. La salma del giornale di Gramsci scrive infatti che la sede del sindacato è stata bruciata dai separatisti filo-russi (uno scoop malauguratamente ignorato in tutto il resto del mondo). A ulteriore dimostrazione che all'Unità non sanno quel che dicono, aggiungono che sono stati «abbattuti due elicotteri filorussi, Mosca furiosa», come se la rivolta avesse una sua aviazione all'opera. 



Naturalmente la notizia era inversa: due elicotteri d'assalto Mi-24 delle forze speciali di Kiev (che stanno combattendo assieme a contractors stranieri e milizie naziste), sono stati abbattuti dalle forze ribelli. Notizia molto preoccupante, se vista nelle sue implicazioni, possibilmente quelle esatte, della possibile escalation del conflitto.

Se puntiamo di nuovo l'attenzione al rogo di Odessa, la conclusione è dunque chiara: gli organi di informazione nostrani sono reticenti, quando non falsificano, perché non riferiscono che le vittime sono state tutte di una parte, né che la causa immediata della loro morte sia stato un incendio doloso appiccato dalla milizia del partito nazista Pravy Sektor presso la sede di un sindacato.
Questo accade nell'Odessa del 2014 e non nella Ferrara del 1921 né nella Stoccarda del 1932. A quel tempo c'erano ancora organi di informazione che raccontavano la portata reale della catastrofe, prima di esserne travolti.
Non sappiamo ancora se il veleno della catastrofe politica di questo secolo potrà essere evitato, data la risolutezza degli apparati atlantisti nel precipitare nel caos l'Ucraina, paese chiave della sicurezza comune europea. 
L'unico antidoto esistente può funzionare solo se diventa un fenomeno politico e mediatico di massa: l'antidoto è informarsi e informare, fuori dalla ragnatela mediatica dominante, far sapere tutto su chi vuole estendere il grande incendio, ben oltre i palazzi di Odessa. 


L'articolo è anche su Megachip.


29 marzo 2014

La verità sul Venezuela: una rivolta dei ricchi, non una “campagna di terrore”

Sul quotidiano inglese The Guardian è comparso questo interessante articolo del politologo Mark Weisbrot che ha sentito il dovere di andare in Venezuela a verificare le notizie sui disordini che nel mese scorso (e ancora oggi) hanno attirato l’attenzione non disinteressata di molti media internazionali. (A.R.)


di Mark Weisbrot. *

Le immagini modellano la realtà, ciò che mandano le televisioni, i video, fino alle fotografie sono un potere che scava in profondità nelle menti delle persone, senza che esse se ne rendano conto. Io mi credevo immune a questi ripetitivi ritratti del Venezuela come uno Stato fallito in mezzo a una rivolta popolare. Non ero però preparato a ciò che ho visto a Caracas, in questo mese: quanto poco della vita quotidiana sembra essere colpita dalle proteste, alla normalità prevalente nella maggior parte della città. Anch’io ero stato ingannato dalle immagini dei media.

I grandi media hanno riferito che i poveri in Venezuela non hanno aderito alle proteste dell’opposizione di destra, ma questo è un eufemismo: non sono solamente i poveri che si astengono, a Caracas, ma sono quasi tutti, eccetto alcune aree come Altamira, dove piccoli gruppi di manifestanti entrano in scontri notturni con le forze di sicurezza, lanciando pietre, bombe incendiarie e gas lacrimogeni.

Camminando dentro il quartiere popolare Sabana Grande, al centro della città, non ci sono segni che il Venezuela sia sull’orlo di una “crisi” che richieda l’intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), nonostante ciò che John Kerry afferma.
Anche la metropolitana funziona molto bene, nonostante non abbia potuto inoltrarmi nella stazione di Altamira, dove i ribelli avevano stabilito la loro base di operazioni almeno fino a quando non li hanno tirati fuori questa settimana.

Sono riuscito a vedere le barricate per la prima volta a Los Palos Grandes, zona dell’alta classe, dove i manifestanti hanno il sostegno popolare e i vicini gridano a chiunque cerchi di rimuovere le barricate – una cosa rischiosa da provare (almeno quattro persone sono state apparentemente uccise per averlo fatto). Ma anche nelle barricate, la vita era abbastanza normale, tranne che per il forte traffico. Durante il fine settimana, Parque dell’Est era pieno di famiglie e corridori sudati con una temperatura di trentadue gradi – che prima di Chávez, avrebbero dovuto pagare, mentre i residenti, mi è stato detto, erano rimasti delusi, perché si era permesso ai meno agiati di entrare gratis.
I ristoranti continuano a essere pieni di notte.

Viaggiare aiuta a verificare la realtà ed io ho visitato Caracas per ottenere informazioni soprattutto in campo economico, nonostante fossi scettico riguardo al racconto riportato quotidianamente dai media, che la mancanza di materie prime era stato il motivo delle proteste. Gli abitanti di Altamira e Los Palos Grandes, dove ho visto le proteste, avevano però servitori che facevano la coda, per quello di cui necessitavano e hanno reddito e spazio per accumulare le scorte.
Queste persone non stanno soffrendo – e se la passano molto bene. I loro guadagni sono cresciuti a ritmo sostenuto da quando Chávez prese il controllo dell’industria petrolifera, un decennio fa. Hanno anche un grande sostegno del governo: chiunque abbia una carta di credito (tranne i poveri e milioni della classe operaia), ha diritto a 3.000 dollari l’anno, a un tasso di cambio agevolato. Essi possono quindi vendere sei volte più caro il dollaro di quanto l’hanno pagato, il che rende una sovvenzione annuale di svariati milioni di dollari per i privilegiati – eppure sono loro la base delle truppe di sedizione.
La natura di classe di questa lotta è sempre stata forte e inconfutabile, ora più che mai.

Passeggiando tra le masse che hanno partecipato alle cerimonie per l’anniversario della morte di Chávez il 5 marzo, ho visto una marea di venezuelani della classe operaia, decine di migliaia di loro. Non c’erano vestiti costosi o scarpe da 300 dollari. Che contrasto con le masse scontente di Los Palos Grandes, che possedevano Grand Cherokee SUV di 40mila dollari elevando lo slogan del momento: VENEZUELA SOS.

Per quanto riguarda il Venezuela, John Kerry sa da quale parte è la guerra di classe. La scorsa settimana, proprio quando sono andato via, il Segretario di Stato ha raddoppiato la sua retorica contro il governo, accusando il presidente Nicolás Maduro di fomentare una “campagna di terrore contro il proprio popolo”. Kerry ha anche minacciato di invocare la Carta Democratica dell’OSA contro il Venezuela, così come di applicare sanzioni.

Vantarsi della Carta democratica contro il Venezuela è quasi come minacciare Vladimir Putin con un voto del’Onu sulla secessione in Crimea. Forse Kerry non se n’è accorto, ma pochi giorni prima delle sue minacce, l’OSA ha approvato una risoluzione che Washington aveva introdotto contro il Venezuela, ma che è stata rivoltata, dichiarando “la solidarietà” dell’organismo regionale con il governo di Maduro. E’ stata approvata da ventinove paesi e solo i governi di destra di Panama e Canada si son alleati con gli Stati Uniti contro di essa.

L’articolo 21 della Carta Democratica dell’OSA si applica davanti “all’incostituzionale interruzione dell’ordine democratico di uno Stato membro” (come il colpo di stato militare in Honduras nel 2009, che Washington ha contribuito a legittimare o il colpo di stato militare 2002 in Venezuela, sempre con il contributo degli States). Grazie a questa votazione recente, l’OAS potrebbe invocare la Carta Democratica, più contro il governo degli Stati Uniti per decessi causati da loro droni sui cittadini americani, che per ciò che potrebbe farsi contro il Venezuela.

La retorica della “campagna di terrore” di Kerry è scissa dalla realtà e com’era prevedibile, ha provocato una risposta equivalente del cancelliere del Venezuela, che ha definito Kerry “un assassino”.
Questa è la verità circa le accuse di Kerry: da quando sono iniziate le proteste in Venezuela, sempre più persone sono morte per mano dei manifestanti che per le forze di sicurezza.
Secondo i decessi segnalati dal CEPR (Centro di Ricerca in Economia e Politica) nel corso del mese passato, in aggiunta alle morti per cercare di togliere le barricate, almeno sette sono apparentemente morti a causa degli ostacoli creati dai manifestanti – compreso un motociclista decapitato dal filo metallico posto sulla strada e cinque ufficiali della Guardia Nazionale sono stati uccisi. Per quanto riguarda la violenza da parte delle forze di sicurezza, presumibilmente tre persone potrebbero essere state uccise dalla Guardia Nazionale e da altre forze di sicurezza – tra cui due manifestanti e un attivista che appoggiava il governo. Alcune persone accusano il governo per altri tre morti di civili armati, in un paese con una media di oltre 65 omicidi al giorno, è del tutto possibile che queste persone agissero per conto proprio. Un totale di 21 membri delle forze di sicurezza sono in stato di arresto per presunti abusi, tra cui da alcuni degli omicidi. Questa non è una “campagna di terrore”.

Allo stesso tempo, è difficile trovare una seria denuncia circa la violenta opposizione dei leader più importanti. Secondo i dati dell’indagine, le proteste sono in gran parte rifiutate in Venezuela. I sondaggi suggeriscono anche che la maggior parte dei venezuelani vedono questi disturbi per quello che sono: un tentativo di rovesciare un governo eletto.

La politica interna della posizione di Kerry è abbastanza semplice. Da un lato è appoggiata dalla lobby cubano-americana di destra della Florida e dei suoi alleati neoconservatori che sono a favore del rovesciamento. A sinistra … non c’è nulla. A questa Casa Bianca importa poco l’America Latina e non comporta conseguenze elettorali che la maggior parte dei governi dell’emisfero si infastidiscano con Washington.
Forse Kerry pensa che l’economia del Venezuela crollerà, portando alcuni venezuelani non ricchi a manifestare contro il governo. La situazione economica, però, si sta stabilizzando – l’inflazione mensile è scesa nel mese di febbraio e il dollaro sul mercato parallelo è sceso drasticamente, di fronte alle notizie che il governo sta introducendo una nuova tariffa basata sul mercato. Le obbligazioni sovrane del Venezuela hanno avuto un rendimento dell’11,5 % dall’11 febbraio (il giorno dell’inizio delle proteste) al 13 marzo: il più alto rendimento, secondo gli indici del Bloomberg Usd Emerging Market (Index Obbligazionari Paesi Emergenti).

Naturalmente, questo è esattamente il problema principale dell’opposizione: le prossime elezioni saranno entro un anno e mezzo e a quel momento, la carenza economica e l’inflazione, che sono aumentati negli ultimi 15 mesi, scenderanno. In questa direzione, l’opposizione perderà molto probabilmente le elezioni, così ha perso tutte le elezioni negli ultimi 15 anni. In più, l’attuale strategia insurrezionale non sta aiutando la sua causa: pare che abbia diviso le opposizioni e unito gli chavisti.
L’unico posto dove l’opposizione sembrerebbe guadagnare consensi è a Washington.


*Mark Weisbrot è co-direttore del Centro per la Ricerca Economica e Politica (CEPR come sigla in inglese, Center for Economic and Policy Research) a Washington, D.C.
E’ anche presidente del Just Foreign Policy (www.justforeignpolicy.org).


Fonte originale: http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/mar/20/venezuela-revolt-truth-not-terror-campaign.
Tratto da: http://www.giannimina-latinoamerica.it/2410-verita-venezuela-rivolta-dei-ricchi-non-campagna-terrore/.


21 marzo 2014

Sakineh è libera. Come previsto

di Pino Cabras.

È di nuovo a piede libero Sakineh Mohammadi-Ashtiani, la donna iraniana che aveva ucciso il marito. Concita De Gregorio, quand'era direttrice de l'Unità, mise il suo volto accanto alla testata per mesi e mesi.
Ma Sakineh non è stata impiccata, no davvero. Eppure gli allarmi rilanciati fino a l'altro ieri erano fortissimi: stanno per ucciderla, sì, lei, quella che rischiava la lapidazione perché adultera. In realtà perché donna in un regime che odia le donne. Ma non era vero niente.
Giulietto Chiesa e io abbiamo dedicato un intero capitolo all'incredibile manipolazione legata a Sakineh nel nostro libro "Barack Obush". Le notizie sull'uxoricida iraniana erano in un universo parallelo, in cui l'informazione fingeva di non vedere i dettagli. Soprattutto quelli che avrebbero fatto sgonfiare il caso già da tempo.
I media ignoravano ad esempio la minuzia secondo cui la legge iraniana pone l'esecuzione della pena di morte per omicidio a discrezione dei familiari della vittima. E già allora era possibile sapere che i congiunti del marito accoppato da Sakineh (e dal di lei amante) avevano rinunciato a chiedere la pena di morte. In Iran si è sempre fatto largo uso della disposizione che permette di annullare l'esecuzione delle pene, inclusa quella capitale, se sopravviene il perdono dei parenti delle vittime. Ed era così anche per lei. Bastava chiederlo.
Ma la fabbrica delle notizie sul caso serviva per far montare un'isteria anti-iraniana, in funzione di una demonizzazione, un clima di guerra. Non si contano gli articoli grondanti falsità scritti in proposito da Bernard-Henri Lévy.
Centinaia di comuni italiani pavesarono le facciate dei municipi con gigantografie di Sakineh.

Intanto, il corpo di Teresa Lewis, una "Sakineh statunitense", giace dal 23 settembre 2010, giorno dell'esecuzione, in qualche dimenticato cimitero, senza che «l'Unità» si sia presa la briga di mettere una sola volta la sua foto a fianco della testata, come invece ha fatto ossessivamente per tanti mesi per l'imputata iraniana. La morte di Teresa mediante iniezione letale si è guadagnata soltanto qualche distratto trafiletto. Per lei, neanche una candela in piazza.

Come nascono queste distorsioni della percezione, il diverso peso di una vita rispetto a un'altra? Come mai un sistema penale è improvvisamente sotto gli occhi di tutti (l'Iran) e altri sono dimenticati (gli USA, l'Arabia Saudita?). Tutte le pene di morte sono uguali, ma alcune sono più uguali delle altre.
E allora possiamo concludere quello che era evidente fin dall'inizio.
I fomentatori della campagna su Sakineh sono stati abilissimi.
Si parte da una causa in sé giusta, su cui già si impegna Amnesty International come in mille altri casi che nessuno di norma si fila.
La si deforma stuzzicando il pregiudizio antiislamico e dipingendola come l'oppressione del Regime sulle donne.
La si personalizza nello stile del "reality show" in base all'assunto che se di un individuo conosci il nome automaticamente diventa un tuo "prossimo" e tirarti fuori sarebbe disumano. Come fai a fare un distinguo senza apparire cinico?
Si crea un evento permanente che poi cammina da solo e diventa di moda, con i VIP - compresi quelli davvero perbene - che accomunano la loro faccia e la loro lacrima con quel nome concreto.
Si lanciano coinvolgenti aggiornamenti che trascinano la stampa "progressista" e chi ha un approccio impegnato alle notizie. È perfetta, per subire l'operazione, la pancia della sinistra, un vero ventre molle della propaganda.
Infine si scarica il tutto sull'immagine demonizzata di Teheran per costruire il consenso preventivo alla prossima guerra contro l'Iran, durante la quale centinaia di migliaia di donne - come in Iraq e in Afghanistan - saranno lapidate dalle bombe di un Occidente così femminista da non voler disturbare con un ricordo i loro troppi nomi. Chi pianifica la guerra sa che tutto questo funziona, va proprio liscio, di lusso: basta vedere il consenso che ha fatto volare, meglio di qualsiasi propellente, gli ordigni all'uranio impoverito che hanno fatto strage di civili in Libia, mentre la sinistra istituzionale applaudiva.
Alla fine la storia vera, che aveva fatto da esca, viene dimenticata e resta soltanto il messaggio di esecrazione e di odio che è il vettore finale. Quello che, magari, resta lì, inattivo, sotto il filo della coscienza, per anni. Ma che risorge potente quando venga evocato da un'emozione improvvisa. Ecco, quando l'emozione improvvisa viene stimolata opportunamente, è la vigilia della guerra. Ma noi non lo sapevamo.
 
 
 
 
 

1 marzo 2014

Ucraina: il “cecchino di Yanukovic” è in realtà un dirigente di partito

di Debora Billi.


E’ curioso come due giornali con lo stesso nome, e la stessa testata, in due Paesi diversi diano due notizie opposte. Ricorderete tutti la terribile foto dei fatti ucraini, quell’uomo in mezzo a una folla impazzita picchiato e costretto a baciare una croce. 

La Repubblica, giornale italiano “di sinistra”, dà la notizia così:

Manifestanti in branco contro un sospetto cecchino. – Sospettato di essere un cecchino e un membro delle forze governative

Cecchini che sparano sulla folla, efferati assassini al soldo di Yanukovic, questo diffonde per giorni la nostra stampa. Lo sapete tutti. 

La Republica, con un b sola, giornale “di sinistra” spagnolo, invece la racconta tutta. Ed è molto più sbalorditiva della versione “efferato cecchino”: ovvero, il signore biondo che ha rischiato il linciaggio è un dirigente regionale del Partito Comunista, prelevato a casa sua e trascinato in strada da una folla appartenente alle fazioni nazifascista ucraine. Le stesse che, oltre a picchiare rappresentanti eletti in mezzo alla strada, stanno bruciando sinagoghe: ma non ci dicono neppure questo. 

Per chiagnere sui diritti delle minoranze la stampa italica attende sempre i “giorni della memoria”, quando per definizione è troppo tardi.




(foto: afp)

3 settembre 2013

Quel gas siriano puzza un po'

di Gianandrea Gaiani - analisidifesa.it.


Il gas sarin attribuito agli arsenali di Bashar Assad (che contano, a seconda delle stime, tra le mille e le 5 mila tonnellate armi chimiche) quante persone ha ucciso nei sobborghi di Damasco? Oltre 1.400 secondo l'intelligence statunitense e quanto riferito dal Segretario di Stato John Kerry, circa 350 secondo Medici senza frontiere che denunciano però 3.500 persone colpite, solo 280 secondo l'intelligence francese.

Gian Micalessin, reporter del Giornale e finora unico giornalista italiano a raggiungere i dintorni dell'area colpita dai gas a Ghouta, scrive oggi dal villaggio di Jobar di non aver trovato traccia dell'uso di gas né persone informate dei fatti accaduti proprio in quella zona.

Sui media di tutto il mondo quasi non si parla d'altro eppure pochi hanno diffuso una notizia che dovrebbe risultare invece di grande interesse per cercare di dipanare la matassa intorno all'impiego del gas nervino il 21 agosto nei sobborghi di Damasco.

Se il reportage di Micalessin è realizzato sul lato del fronte controllato dai lealisti il reportage firmato da Dale Gavlak (che da Amman collabora da anni con l'agenzia Associated Press) e Yahya Ababneh del 29 agosto è stato effettuato dalla parte opposta, intervistando alcuni ribelli siriani appartenenti a gruppi islamisti attivi nel settore di Ghouta che hanno ammesso le loro responsabilità nel massacro di civili del 21 agosto che Washington e parte della comunità internazionale attribuiscono ad Assad.

Pubblicato dal giornale on line Mintpressnews il reportage è stato quasi sistematicamente ignorato dai grandi media nonostante le diverse testimonianze parlino chiaro. I ribelli nascondono in moschee e case private le armi, anche quelle chimiche ricevute dai servizi segreti sauditi e la "fuga di gas" sarebbe da attribuire all'inesperienza dei miliziani a maneggiarle.

Tra le testimonianze raccolte sul campo da Yahya Ababneh, una combattente che si fa chiamare "K" rivela che i miliziani qaedisti di al-Nusrah  
"non ci hanno detto che quelle erano armi chimiche né come usarle. Non sapevamo che erano armi chimiche, non lo avremmo mai immaginato"
Un noto leader dei ribelli di Ghouta, che preferisce farsi chiamare "J" spiega che 
 "i miliziani di Jabhat al-Nusra non cooperano con altri ribelli, se non nei combattimenti. Non condividono informazioni segrete e hanno semplicemente usato alcuni ribelli ordinando loro di trasportare e impiegare quel materiale. Eravamo molto curiosi circa queste armi ma purtroppo alcuni combattenti le hanno gestite in modo improprio facendole esplodere".
Informazioni e testimonianze tutte da verificare ed è naturale dubitare che possa trattarsi di un'operazione organizzata dai servizi segreti di Bashar Assad per scaricare sui qaedisti la responsabilità di quanto è successo. Del resto gli stessi sospetti e le stesse verifiche riguardano anche le dichiarazioni delle cancellerie dei Paesi in prima linea nel voler attaccare Damasco. Probabile inoltre che, in caso di loro responsabilità diretta, i ribelli qaedisti avessero ricevuto le armi chimiche dai sauditi proprio per creare un incidente a pochi chilometri dall'hotel che ospitava i tecnici dell'Onu esperti in armi chimiche creando così un casus belli.
Ammettendo che il sarin sia stato diffuso per errore o incuria gas i ribelli sono però riusciti in breve tempo a sfruttarlo a fini propagandistici realizzando i video con i quali viene accusato il regime.

Da un lato appare evidente che le forze di Assad non traggono alcun vantaggio politico o militare dall'impiego di armi chimiche contro in ribelli.
Gli unici a guadagnarci sarebbero gli insorti che potrebbero proporsi al mondo come vittime delle armi di distruzione di massa invocando l'intervento internazionale anche a "scopo umanitario" in nome del superamento di quella "linea rossa" che Barack Obama aveva tracciato un anno or sono proprio in riferimento agli arsenali chimici siriani.

D'altra parte i ribelli hanno già utilizzato armi chimiche uccidendo numerosi soldati lealisti come aveva detto (suscitando scalpore, censure e reazioni) nel maggio scorso alla televisione svizzera il giudice Carla Del Ponte che fa parte del team dell'Onu che si è occupato di questo problema. In giugno invece era stato il premier britannico David Cameron a dire pubblicamente che i qaedisti in Siria cercano di dotarsi di armi chimiche, anticipando di fatto lo scenario fotografato dal reportage pubblicato da Mintpressnews.

In guerra tutto è permesso e non saremo certo noi a sorprenderci o a scandalizzarci per le Info-operations scatenate dai diversi contendenti. In fondo la Nato ha fatto la guerra ai serbi in Kosovo per una strage "costruita", quella della fossa comune di Račak .

In Libia abbiamo combattuto Gheddafi sull'onda dello sdegno per immagini che ritraevano un cimitero ma con la scritta sul video che riportava "fosse comuni a Tripoli" e anche in Iraq gli anglo-americani sono entrati nel 2003 col pretesto di neutralizzare armi di distruzione di massa he non furono mai trovate (ma che potrebbero essere state portate proprio in Siria su ordine di Saddam Hussein prima dell'inizio dell'invasione).

Se trovasse conferme la "pista" dei sauditi che consegnano il sarin ai ribelli andrebbero rilette come colossali truffe mediatiche le notizie delle intercettazioni delle comunicazioni militari di Damasco effettuate dall'intelligence statunitense e israeliano nelle quali sarebbero stati registrati gli ordini impartiti dagli ufficiali siriani di impiegare armi chimiche.
Un tema sul quale non è infatti mancata la confusione. Le indiscrezioni israeliane filtrate su Debka.com riferivano di lancio di missili a testata chimica, alcune organizzazioni non governative parlarono di proiettili d'artiglieria a carica chimica mentre i ribelli inizialmente avevano dichiarato che il gas era stato lanciato dai jet.

Comprensibile quindi che la Russia , insieme all'Iran sponsor principale di Damasco, dubiti delle prove presentate da Washington.
"Quello che ci hanno mostrato in precedenza e più di recente i nostri partner americani, come pure quelli britannici e francesi, non ci convince assolutamente"  ha detto il ministro degli Esteri di Mosca, Sergey Lavrov. "Non ci sono ne' mappe geografiche ne' nomi ne' alcuna prova che i campioni siano stati prelevati da professionisti" ha proseguito il ministro "e neppure contenevano alcun commento sul fatto che molti esperti hanno messo in forte dubbio i video che girano su internet". Un chiaro riferimento al fatto che si vedessero molte vittime già composte per la sepoltura e i supposti soccorritori si muovessero tra le persone colpite dal gas senza indossare alcuna protezione.

Se fossero stati davvero i ribelli a creare il "caso sarin" con la complicità saudita per trascinare in guerra gli Stati Uniti diverrebbe più comprensibile l'improvvisa esitazione di Barack Obama sul blitz contro Damasco.
Dopo la guerra in Iraq la Casa Bianca non può permettersi un altro passo falso sulle armi di distruzione di massa e Obama non può rischiare la sua (residua) credibilità interna facendosi sgambettare dagli "alleati" sauditi che non gli hanno mai perdonato di aver abbandonato il presidente egiziano Hosni Mubarak lasciando l'Egitto e l'intero Medio Oriente in balìa della "primavera araba".
Un problema che Riad ha risolto per il momento (e non certo con l'aiuto statunitense) sostenendo l'intervento dei militari del Cairo che ha rovesciato il governo di Mohamed Morsi e dei Fratelli Musulmani.

La spregiudicatezza di Riad e dei suoi servizi segreti guidati dal principe Bandar bin Sultan non desta certo meraviglia. Secondo quanto emerso da fonti di stampa nell'incontro del 31 luglio scorso il principe ha offerto al presidente russo Vladimir Putin un accordo "di cartello" per controllare il mercato mondiale del petrolio e salvaguardare i contratti di gas di Mosca in cambio della fine dell'appoggio russo al regime siriano di Bashar al-Assad. La notizia è stata smentita ufficialmente dal Cremlino ma a farla circolare sono stati ambienti vicini al governo russo. A renderla nota è stato, prima del britannico Telegraph il quotidiano libanese As-Safir, vicino al movimento sciita Hezbollah e a Damasco e ovviamente ostile ai sauditi. Il capo dell'intelligence di Riad avrebbe anche garantito di salvaguardare la base navale russa in Siria (a Tartus) dopo la caduta del regime di Assad.

Di fronte al "niet" di Putin, Bandar avrebbe anche fatto balenare la possibilità di attacchi di terroristi ceceni alle Olimpiadi invernali di Sochi in mancanza di un accordo sulla Siria.  "Posso garantirvi di proteggere le Olimpiadi invernali del prossimo anno , i gruppi ceceni che minacciano la sicurezza dei giochi sono controllati da noi" avrebbe detto Bandar. Una minaccia, neppure velata, che sembra più un vanto che un'ammissione di colpa e alla quale Putin pare abbia risposto dicendo che "questo conferma che i nostri due Paesi hanno visioni molto diverse circa la lotta al terrorismo".


Foto: vittime del Sarin seppellite nei sobborghi di Damasco (Shaam News Network)

Fonte: http://www.analisidifesa.it/2013/09/quel-gas-siriano-puzza-un-po/