16 gennaio 2010

Haiti e le Generosità Fallaci

di Pino Cabras - da Megachip.
Aggiornato il 18 gennaio 2009

Ci scrive un lettore, Sergio, che ci chiede di commentare il fatto che gli USA sono sempre i primi a mandare aiuti umanitari, anche stavolta ad Haiti, e ci chiede anche di commentare la sua affermazione secondo cui i paesi islamici avrebbero il braccino corto e non si impegnerebbero mai ad aiutare altri paesi. Proveremo a spiegargli che il suo problema non siamo noi, ma i libri di Oriana Fallaci nel suo comodino. Seguiteci.

Leggiamo un po’ cosa ci scrive esattamente il lettore:

Salve, visto che spesso e volentieri vi scagliate contro gli Stati Uniti, i paesi occidentali ed il presunto tentativo ricorrente di instaurare un nuovo ordine mondiale, mi piacerebbe sentire un vostro commento sul fatto che sono sempre i primi nel mandare aiuti umanitari, come sta avvenendo per Haiti. Mi piacerebbe anche un vostro commento sul fatto che, a mia memoria, non mi risulta che nessun paese mussulmano si sia mai impegnato per lo stesso scopo ed abbia mai speso un centesimo in aiuti umanitari nel mondo. Grazie,

Sergio.

Bene, Sergio.

Il suo esordio dimostra che lei ci legge con un pesante pregiudizio di fondo, di quelli che - quando uno ne è affetto - non fanno capire una mazza di ciò che si legge.

Innanzitutto, noi non ci scagliamo contro gli Stati Uniti. Né ci scagliamo contro i paesi occidentali. Altrimenti sarebbe come dire che ci scagliamo contro noi stessi. Ospitiamo infatti articoli e interventi in stragrande maggioranza di autori occidentali, molto spesso statunitensi.

Cos'è la critica che facciamo al sistema della comunicazione e alle classi dirigenti di cui esso è espressione?

È critica al potere, ossia giornalismo, non propaganda, né fumo ideologico.

Critichiamo le sedi in cui c’è più potere, e che hanno perciò più diretta responsabilità per quanto accade nel mondo. La classe dirigente che ha una vocazione imperiale globale è un’élite transnazionale che tende a distinguersi dalle «nazioni» e non calca l’appartenenza a una comunità nazionale. Tuttavia teorizza la ‘Leadership Americana’.

Un inquilino della Casa Bianca rispetto a un altro può rimarcare di più o di meno la voglia di essere l'unico polo del mondo, ma il cumulo di potere più grande sta comunque lì, negli States. Inevitabile che molta opposizione s'indirizzi di conseguenza verso quella direzione, anche da dentro il perimetro occidentale, dove ci troviamo.

L’ex Segretario di Stato statunitense Madeleine Albright ha coniato una definizione del ruolo del suo paese che considero calzante: «noi siamo la nazione indispensabile». Occorrono gli USA per risolvere i principali problemi del mondo. Non si può porre rimedio neanche agli errori degli Stati Uniti senza gli Stati Uniti. Cosa succede se gli Stati Uniti non sanno fare questa riparazione? È una domanda fondamentale, oggi più che mai.

La preoccupazione che dovrebbe interrogare ognuno degli abitanti del pianeta parla di questo. Il baratro finanziario, militare, ambientale e morale di cui gli USA sono l'epicentro rischia di travolgere tutti, a causa dei limiti terribili di quella classe dirigente così potente. La fine di un impero non è mai indolore. Oggi è in gioco la sopravvivenza di ognuno di noi, perciò c'è da essere molto inquieti. Un loro fallimento trascinerebbe tutti. Ma anche far sopravvivere l'Impero con la guerra sarebbe una via senza uscita.


Io non so se lei ha sul comodino i libri diella quondam Oriana Fallaci, se li ha letti, o se ha semplicemente respirato questa pesante atmosfera di razzismo da “scontro di civiltà” che ha avvelenato i media nell’ultimo decennio. Di certo lei è un conformista, le sta bene questa grande “idea ricevuta”, questa invenzione ideologica, la “falsa coscienza” di un’identità occidentale giudaico-cristiana spontaneamente votata a opporsi all’Islam nel suo insieme. E quindi non sa e non vuole distinguere le sfumature necessarie della politica.

Ergo, lei si beve ogni fesseria dei media legati al potere, la loro cronaca che cancella la storia, fino a pronunciare un autentico sproposito quando dice che addirittura le «risulta» che i paesi islamici non abbiano «mai speso un centesimo in aiuti umanitari nel mondo». Lei lo sa che l'Arabia Saudita è fra i maggiori donatori per gli aiuti allo sviluppo, sia in termini di volume degli aiuti sia in proporzione al proprio PIL? In valori assoluti è stata per anni addirittura al secondo posto rispetto alla prima potenza mondiale. Non abbiamo nessuna simpatia per la monarchia saudita, ma - rispetto alle percentuali micragnose che l'Italia investe nella cooperazione con i paesi poveri - un italiano come lei dovrebbe riflettere un po' prima di spararle così grosse. I paesi OCSE dedicano in media lo 0,4% del loro PIL alla cooperazione. Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar il 5% (cinque per cento!) del PIL. Gli USA lo 0,25%.

Allora Sergio, chi è accecato dall'ideologia?

Si può obiettare che i sauditi utilizzino gli aiuti per scopi politici, e che li indirizzino per egemonizzare la Umma musulmana. Vero. Ma anche gli aiuti esteri statunitensi seguono vie politiche: il paese di gran lunga più aiutato ogni anno con assegni da miliardi di dollari è Israele, non proprio il più bisognoso.

Ma veniamo ad Haiti. Per rimediare alla sua madornale ingenuità sulle vicende di Haiti le potrei proporre un articolo fresco di pubblicazione, scritto da Miguel Martinez, un italiano che conosce bene la situazione del Centroamerica, e non solo perché è di madre statunitense e padre messicano. Lo legga attentamente, e potrà inquadrare la solerzia degli aiuti di emergenza di oggi nell'ambito della storia di quel paese.

Scoprirà che Haiti è così povera proprio perché gli USA le hanno imposto un'economia coloniale che ha azzerato tutti i precedenti rapporti sociali. E questa imposizione è avvenuta sia con l'occupazione militare del paese per decenni, sia per il tramite di una dinastia di dittatori fra i più sanguinari dell'emisfero, i Duvalier. È da un secolo che quella è la periferia più sfigata dell'Impero, sotto la diretta responsabilità dell'Impero stesso. La Cronaca cancella la Storia? E' antiamericanismo tutto questo? Anche quando lo leggiamo da Martinez, o dallo statunitense Chomsky, o sulle pagine di «The Nation» nelle inchieste di Naomi Klein?

Vediamo migliaia di Marines che prendono possesso di Haiti Ground Zero. Ci auguriamo che riescano a dare sollievo alla popolazione colpita dal terremoto, ci mancherebbe.

Ho l'impressione però che nessun intervento umanitario potrà bastare per chi, come lei, fa ragionamenti così Fallaci.


Replica del 17 gennaio 2009:

Sig. Cabras,
Sono Sergio, il lettore messo alla gogna da lei e i suoi adepti, che hanno messo su facebook la sua risposta alla mia domanda. Innanzitutto non mi è piaciuto il tono tipo presa per i fondelli che ha usato nei miei confronti.

Detto ciò vorrei chiarire alcune cose:
-Innanzitutto non sono un fan della Fallaci, che ritengo esagerata nella critica all'Islam, anche se condivido alcune cose che scrive.
Ondepercui si risparmi le battutine sui libri nel comodino. Anzi le consiglio vivamente la lettura di "Censura" di Shahriar Mandanipour, scrittore iraniano, questo è quello che c'è sul mio comodino.

-Probabilmente ha ragione quando parla di pregiudizio nei confronti del suo sito. In effetti mi è bastato leggere qualche link sui fatti dell'11 Settembre per formarmi un giudizio affrettato. Ovviamente io non credo ad una sola parola di ciò che c'è scritto a proposito per un semplice fatto: agli Stati Uniti sarebbe bastato molto, ma molto meno per avere una scusa per attaccare l'Iraq e successivamente l'Afghanistan. E poi quando vi accusavo di essere anti USA ovviamente mi riferivo ai loro governi e non certo ai cittadini statunitensi. Infatti dalla sua risposta mi conferma quello.
- Si, ok probabilmente ci potrebbero essere degli interessi di mezzo, anche se Haiti è un paese talmente povero che non vedo cosa possano spremere gli Stati Uniti. Fattostà che comunque la si veda e la si rigiri sono sempre i primi in termini di aiuti in soldi, medicine, medici attrezzature ospedaliere, acqua, cibo etc. E ripeto che riguardo a questo tipo di aiuti (e non di aiuti allo sviluppo) gradirei essere smentito quando parlo di assenza degli Stati Islamici. Mi piacerebbe che lei mi mandasse dei link, dei video dei documenti che provino il contrario (non mi interessano articoli e commenti vari, voglio fatti tangibili)
- Riguardo la critica feroce all'Islam non posso che confermarla proprio per il fatto che una RELIGIONE non può essere repressiva, violenta contro l'individuo, ancora di più verso la donna. per non parlare delle aspettative dopo la morte con i soli uomini che godranno delle attenzioni di migliaia di vergini (cosa veramente vergognosa ed allucinante). Le faccio presente che sono ateo, quindi mi risparmi i suoi accostamenti verso il cristianesimo ed il giudaismo che non mi appartengono. Anzi ritengo la filosofia religiosa buddhista l'unica che possa rispecchiare il mio pensiero.
Detto ciò le consiglio di essere meno prevenuto verso chi non la pensa come lei ed anche meno supponente.
Saluti


Sig. Sergio,
la mia risposta a quella sua lettera così apodittica non era una gogna, sebbene abbia usato indubbiamente toni molto duri e qualche ironia, non rivolta a lei personalmente, che non conosco, quanto a un diffuso modo di ragionare, appartenente anche a persone informate e laiche. Mi riferisco a un modo di leggere i fenomeni mondiali secondo il luttuoso e fuorviante schema del Clash of Civilizations.
Può sembrarle supponenza la mia, ma trovo che sia invece supponente la pretesa di distillare il senso di milletrecento anni di storia musulmana e l'essenza dell'Islam dalla lettura di un romanzo bestseller, come fa lei. Le risparmio «le battutine sui libri nel comodino», d'accordo, ma lasci che le risparmi anche le ipocrisie e glielo possa dire come semplice constatazione: lei ignora cosa sia l'Islam. Totalmente. La sua idea di paradiso musulmano è completamente fuori dal mondo, è teologia da bancarella. Come è sbagliata la visione della religione islamica come repressiva e violenta contro l'individuo.
Nella nostra cultura, nell'immaginario occidentale, è rimasta l'idea quasi inestirpabile che la sottomissione islamica a Dio debba intendersi come una sottomissione cieca, una sorta di fatalismo integralmente passivo in rapporto alla volontà divina. Questo non è un tratto caratteristico della civiltà musulmana: un mondo variegato, multietnico, ricco di confessioni e dottrine di diverso orientamento. Ammesso che abbia prevalso un'ortodossia islamica, è stata proprio quella che ha voluto ritrovare al massimo grado la responsabilità individuale dell'uomo, la sua collocazione in mezzo al mondo, la sua scelta assoluta e libera nelle cose del mondo. Esattamente il contrario di quello che pensa lei e che raccontano i nostri media.
Ecco, i media. Quanti sono i corrispondenti dal mondo islamico nei media italiani? Da chi ci facciamo raccontare quel mondo? In mancanza di uno sguardo attento, partecipe, aggiornato, sopravvivono i pregiudizi millenari. Non gliene faccio una colpa, sia chiaro, non ce l'ho mica con lei. Io ce l'ho con la Rai che non racconta il Medio Oriente. Ce l'ho con i quotidiani che ci ammorbano di gossip e non hanno un corrispondente al Cairo, un inviato a Teheran o a Islamabad.
A un cittadino che non abbia interessi diretti legati a quel mondo, e che non abbia la tigna di volersi informare sfidando correnti contrarie fortissime, rimangono percezioni quasi totalmente falsificate.
Fino a questa sua testardissima convinzione, spinta fino alle corde del razzismo, convinzione che ora conferma nella sua seconda lettera, secondo cui L'Islam sarebbe incapace di esprimere “pietas”. Le piacerebbe che la smentissi, dati alla mano. L'accontento con due esempi.
Uno “tangibile”, come dice lei. Qual è l'evento più recente paragonabile per portata al terremoto di Haiti? Lo Tsunami del 26 dicembre 2004, no? Si legga la lista delle donazioni compilata dall'Onu: http://ocha.unog.ch/fts/reports/daily/ocha_R10_E14794_asof___1001171854.pdf.

Come vede, ci sono numerosi paesi ed enti islamici che hanno raccolto e stanziato somme molto ingenti, secondo il loro peso economico sulla scena internazionale.
L'altra smentita è più antica. È nel Corano, in un versetto molto aulico:

«La pietà non consiste nel fatto che voi volgiate la faccia verso Oriente o verso Occidente. La pietà è di chi crede in Dio e nel giorno finale e negli angeli e nel Libro e nei profeti e di chi dà le ricchezze per amor di Dio al parente, agli orfani, ai poveri, ai viandanti, ai mendicanti, per riscattare gli schiavi, è di chi compie la preghiera e di chi paga la decima e di chi rispetta una promessa, una volta che l'ha fatta, e di coloro che sono pazienti nel dolore e nella sofferenza e nel giorno delle avversità. Questi sono i sinceri, questi sono i pii».

Certo, i taliban non rientrano in questa descrizione. Né vi rientrano certi emiri dissoluti del Golfo. Come farebbero fatica a rientrare nello schema del buon cristiano i cattolicissimi capi di Cosa Nostra o l'Emiro di Arcore. Tutto il mondo è paese, nelle incoerenze criminali e politiche.

Di fronte a posizioni come la sua mi chiedo cosa renda così minaccioso l’Islam. Io credo che sia il fatto che l'Islam sa individuare i punti di crisi della nostra identità. A partire dalla memoria di noi stessi.

Per cinque secoli la centralità culturale dell’Europa si è basata su di una manipolazione trionfalistica della memoria, secondo cui la civiltà forgiatasi nel Rinascimento discendeva direttamente da Atene, da Roma e dal cristianesimo, il quale aveva preservato e unificato il lascito delle due antiche capitali classiche dello spirito. La verità è ben altra. La verità è che, se non ci fosse stata la mediazione dell’Islam, il rapporto vitale con la civiltà ellenica non sarebbe avvenuto, né avrebbe avuto luogo la “svolta scientifica” che ha fatto grande l'Occidente. Il merito dell’Islam è nelle grandi mediazioni tra continenti culturali separati tra loro: l’India, la Persia, la Grecia, l’Egitto, fino a lambire la Cina . Per circa mille anni l’Islam ha svolto per il pianeta il ruolo che in quest’ultimo mezzo millennio è spettato alla cultura dell'Occidente. E oggi l’Islam si trova a fare da spartiacque, da difficilissima cerniera tra il nord e il sud del pianeta: «nel versante che dà sull’Europa esso vive, in una drammatica alternanza di assimilazioni e di rigetti, il confronto con la civiltà tecnologica; nel versante che dà verso l’Equatore, esso assorbe le religioni tribali in disfacimento e probabilmente offre ai “dannati della terra” una prospettiva di emancipazione politica» (Ernesto Balducci, L'Uomo Planetario).

Quel che mi sforzo di fare - e che tutti qui vogliamo fare nel guardare alle informazioni - è di scomporre gli schemi di chi vuole alimentare le guerre presenti e future con identità culturali irriducibili e blindate. Lei afferma che «agli Stati Uniti sarebbe bastato molto, ma molto meno per avere una scusa per attaccare l'Iraq e successivamente l'Afghanistan», senza appoggiarsi all'11 settembre. Però l'hanno fatto: l'11/9 viene proprio richiamato di continuo. Nessuna guerra oggi sarebbe affrontabile solo “tecnicamente”. Ogni guerra è anche una “guerra della percezione” che deve dominare la psicologia di massa con le rappresentazioni più funzionali allo scopo bellico, profondamente manipolate.


14 gennaio 2010

L'ex zar dell'Atomica israeliana: l'Iran non è una minaccia nucleare

di Uzi Mahnaimi - timesonline.co.uk.

Un generale, a suo tempo responsabile delle armi nucleari di Israele, ha affermato che l'Iran è «molto, molto, molto lontano dal costruirsi una capacità nucleare». Il generale di brigata Uzi Eilam, 75 anni, un eroe di guerra e un pilastro dell’establishment della difesa, ritiene che all’Iran serviranno probabilmente sette anni per potersi fabbricare armi atomiche.

Le opinioni espresse dall'ex direttore generale della Commissione per l'energia atomica di Israele contraddicono le valutazioni dell’establishment della difesa israeliano e lo mette in disaccordo con i leader politici.

Il Maggior Generale Amos Yadlin, capo dell'intelligence militare, ha recentemente detto alla commissione difesa della Knesset che l'Iran sarà probabilmente in grado di costruire un singolo ordigno nucleare quest'anno.

Binyamin Netanyahu, il primo ministro, ha ripetutamente affermato che Israele non tollererà un Iran dotato di armi nucleari. Le forze israeliane si sono addestrate per attaccare le installazioni nucleari iraniane e alcuni analisti ritengono che potrebbero essere lanciati degli attacchi aerei nel corso di quest’anno, se le sanzioni internazionali non riuscissero a dissuadere Teheran dal perseguire il suo programma.

Eilam, che si ritiene sia aggiornato da ex colleghi sugli sviluppi in Iran, definisce la rappresentazione ufficiale da parte del suo paese come isterica. «La comunità dell’intelligence sta diffondendo voci spaventose sull’Iran», ha dichiarato.

Suppone che «i vertici della difesa stiano esternando dei falsi allarmi al fine di accaparrarsi un budget più grosso», mentre alcuni politici hanno utilizzato l'Iran per distogliere l'attenzione dai problemi di casa.

«Coloro che dicono che l'Iran otterrà una bomba entro un anno, su quali basi lo affermano?», si è chiesto. «Dove sono le prove?»

Ha appena pubblicato “L’arco di Eilam”, un memoriale in cui rivela di essersi opposto all'attacco israeliano contro il reattore nucleare iracheno di Osirak nel 1981.

Secondo fonti della difesa ben inserite, Israele sta accelerando i preparativi per un possibile attacco ai siti nucleari iraniani.

La scorsa settimana le sue forze di difesa hanno diffuso filmati che mostravano esercitazioni di rifornimento in volo di jet F-15 da combattimento. «Questo era un avvertimento non tanto all'Iran, quanto agli americani sul fatto che facciamo sul serio», ha detto una fonte della difesa israeliana.

Ma Eilam controbatte che «un attacco del genere [contro l'Iran] sarebbe controproducente».

«Un attacco non è pratico. Al fine di ritardare il programma iraniano di tre o quattro anni, si ha bisogno di una flotta di aerei, che solo un superpotenza è in grado di fornire. Solo l'America lo può fare».

Fonte: http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/middle_east/article6982447.ece.

Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.

11 gennaio 2010

“Non vi crediamo!”- Un giornale economico tedesco mette in discussione l’11/9

di Pino Cabras – da Megachip.



La rivista economica tedesca «Focus Money» (N. 2 / 2010), affronta una narrazione dettagliata sull’11/9 e mette radicalmente in discussione la versione ufficiale. Stiamo parlando del secondo settimanale economico della nazione economicamente più forte dell’Europa, un magazine edito da un colosso dell’editoria tedesca, il gruppo di Hubert Burda.

Il signor Burda è un insigne esponente della superclasse globale, un editore-intellettuale di primissimo piano nell’establishment germanico: è leader della VDZ, la “confindustria degli editori”, nonché cofondatore dell’analogo sindacato su scala europea, ma è anche membro del Consiglio del World Economic Forum e ha partecipato perfino a riunioni dell’esclusivo Club Bilderberg.

L’uscita di questo articolo è dunque degna di attenzione: è la prima volta che un giornale così ben inserito nel mainstream occidentale si cimenta nel raccontare in modo talmente critico i lati più scomodi dell’evento che ha dato l’impronta al secolo, l’11 settembre.

«Focus Money», espone la maggior parte degli argomenti e delle contraddizioni cruciali in cinque pagine patinate. Tra le altre questioni affrontate, l’articolo suppone che il crollo del World Trade Center possa essere stata una demolizione intenzionale.

Inoltre, l’articolo solleva seri dubbi circa la “follia” attribuita alle personalità critiche, che di solito vengono stigmatizzate come “teorici del complotto”. La rivista ricorda che «non si tratta solo di politici seri che non vogliono più credere alla versione ufficiale», bensì anche, «di migliaia di scienziati che mettono in discussione l’11/9».

L’autore dell’articolo è Oliver Janich. Lavora come giornalista d’inchiesta freelance per «Financial Times Deutschland», «Sueddeutsche Zeitung», «Euro&Finance» e ha una rubrica fissa per «Focus Money».

Nel suo blog Janich spiega che ha lottato molti anni per convincere la redazione della necessità di pubblicare queste cinque pagine. Si chiede sommessamente perché il mainstream resista, e prova a rispondere: non è necessaria una grande congiura dei media per impedire che si pubblichi questo tipo di storie, soprattutto per i grandi eventi. Ogni redattore, secondo Janich, ha il timore di incappare nella vergogna di ripetere l’infortunio dei falsi diari di Hitler, che nel 1983 danneggiò enormemente il settimanale «Stern». Janich descrive questa riluttanza dei colleghi, dovuta proprio alla grandezza dell’evento, finché, guardando ai fatti, i colleghi ammettono che è sbagliato non porsi dubbi. E così nasce anche l’articolo sull’11/9.

La prima pagina dell’articolo mostra le foto di personalità scettiche sull’«11/9 “ufficiale”», tra cui Charlie Sheen, Sharon Stone, Rosie O’Donnell, William Rodriguez (accanto a George W. Bush), l’ex governatore Jesse Ventura, Richard Gage, il giudice federale tedesco Dieter Deiseroth e molti altri.

Il resto dell’articolo è denso di accenni a molte informazioni. La prova di una demolizione controllata degli edifici, la critica della teoria dell’incendio, le domande sugli intercettori, sull’Edificio 7 del WTC e sul Pentagono. Si parla delle “manovre di volo impossibili,” delle dimissioni del senatore Max Cleland, che viene citato nel dire «È una truffa, uno scandalo nazionale», sdegnato dalla marea di menzogne alla Commissione, che hanno ostacolato le indagini. Si fa anche cenno alla misteriosa morte di Barry Jennings, un alto funzionario del Dipartimento dei Servizi di emergenza della città di New York. Era un testimone chiave dei fatti accaduti all’Edificio 7. Ancora ricoperto di polvere, Jennings aveva rilasciato un’intervista in diretta alla ABC e poi più avanti nel tempo per il documentario “Loose Change Final Cut” diretto da Dylan Avery.

Appena pochi mesi fa, ai primi di settembre, c’era stato già un articolo corretto e bilanciato sull’11/9 in un settimanale TV tedesco.

Le ragioni della pubblicazione dell’articolo di «Focus Money» sono da comprendere. Può darsi che la redazione abbia autonomamente deciso di pubblicare una storia in sé interessante, che ormai anche per una testata giornalistica di quella dimensione risulta difficile “regalare” ai media “alternativi”. E quindi potrebbe essere un caso legato a scelte commerciali contingenti.

Non si può ignorare però che la pubblicazione ricade in un momento in cui ha ripreso vigore tutta la retorica legata ad al-Qa’ida, sull’onda dello strano pseudo-attentato di Mutanda Boom sul volo Amsterdam-Detroit. Quella retorica è usata a piene mani dall’Amministrazione USA per sostenere un rinnovato sforzo bellico in Afghanistan. La Germania, troppo militarmente coinvolta in quell’area e assai riluttante a esporsi con ulteriori soldati, potrebbe essere interessata a iniziare a screditare il racconto di fondo, a partire proprio dall’11/9. Qualcosa di simile è accaduta in Giappone con il cambio della guardia nel governo, laddove il Partito Democratico giapponese sfida apertamente la versione ufficiale del governo USA sui fatti dell’11/9 e ne mette in discussione la capacità di giustificare l’intervento in Afghanistan.

Può quindi accadere che le redazioni si sentano più libere di riportare i dubbi che non avevano mai osato pubblicare prima, perché temevano la catena di domande radicali che si trascinavano con sé sulla struttura del potere. Anche in seno alle classi dirigenti forse si apre qualche dibattito sul destino del mondo e sulle soluzioni non solo militari.

L'articolo pubblicato da «Focus Money»: http://www.focus.de/finanzen/news/terroranschlaege-vom-11-september-2001-wir-glauben-euch-nicht_aid_467894.html.

7 gennaio 2010

Per il complesso militare-industriale i body-scanner sono la gallina dalle uova d’oro

di Steve Watson - Infowars.com.



I rabbiosi appelli volti alla installazione coordinata dei body-scanner “a corpo nudo” negli aeroporti di tutto il pianeta, sulla scia del fallito “attentato con mutanda”, finiranno per generare enormi profitti a beneficio del complesso militare-industriale.

Il colossale contractor della difesa L-3 Communications è in prima linea, essendosi già procacciato dalla Transportation Security Administration (TSA), la scorsa settimana, un contratto di fornitura da 165 milioni di dollari per body scanner. La società, con sede a New York, è annoverata fra i maggiori contractor al mondo, con l’81% dei propri ricavi totali nel 2008 originati dalle forniture al settore della difesa (vedi l’immagine qui sotto).



La L-3 ha fornito sistemi di comando, controllo, comunicazioni, intelligence, sorveglianza e ricognizione al Dipartimento della Difesa, al Dipartimento della Sicurezza Interna nonché a diverse altre agenzie governative statunitensi di intelligence.

Quaranta scanner prodotti dalla L-3 sono già in uso presso 19 aeroporti USA, ma questo numero è destinato ad aumentare in modo esponenziale in conseguenza dell’isteria di massa determinata dall’incidente del giorno di Natale.

La portavoce della TSA, Lauren Gaches, ha dichiarato: «Il contratto della scorsa settimana non è un ordine di scanner L-3: ha identificato le fonti di copertura e ha stabilito un tetto nell’acquisto di un numero non determinato di unità lungo un periodo indefinito di tempo.»
Si sostiene che cinque ulteriori fornitori stiano corteggiando la TSA al fine di ottenere la certificazione della propria tecnologia di body-scanning.

Alex Jones ha fatto appello a una resistenza di massa contro i tentativi di mettere in opera questo sistema di body scanner e qualsiasi altra tecnologia che rappresenti una violazione totale della privacy, un rischio per la salute e una ulteriore ondata di tirannia a carico del popolo americano e di tutto il mondo con il pretesto ingannevole di combattere il terrorismo.

Si ascolti di seguito la clip in cui Alex Jones illustra in che modo i body scanner siano l’ultima tappa nello sforzo della conquista totalitaria della nostra società. (http://www.prisonplanet.com/breaking-the-will-of-the-people-the-real-purpose-of-body-scanners.html)

Fonte: www.infowars.com. Traduzione di Pino Cabras per Megachip.




Nota aggiuntiva di Megachip:

Sebbene l’aeroporto di Amsterdam, da cui si è imbarcato Mutanda Boom, avesse già in uso i body scanner, la soluzione proposta è: scanner dappertutto!

Sebbene i progettisti di questa tecnologia ammettano che la macchina non avrebbe scoperto i materiali esplosivi nascosti dentro la biancheria, la soluzione proposta è: scanner dappertutto!

5 gennaio 2010

Terrorismo: se si indagasse sulla Casta planetaria

di Pino Cabras - da Megachip.

«Il Fatto Quotidiano» (FQ) e la politica estera: era evidente che questa sarebbe stata un grande banco di prova per valutare il nuovo giornale di Padellaro e Travaglio, che sapevamo puntualissimo nella sua cronaca giudiziaria (tanti fogli), ma balbettante sugli esteri (una pagina scarsa).

Alla prima grande prova, l’allarme terrorismo in piena epoca Obama, vediamo tutti i limiti del progetto di giornalismo che pure vuol sfidare «la scomparsa dei fatti». Un articolo di Giampiero Gramaglia, “Se Obama diventa come Bush”, pubblicato su FQ il 5 gennaio 2010, ci avverte: «Alzando la minaccia, bin Laden ha ottenuto – chissà se volontariamente – il risultato di rendere il linguaggio di Obama simile a quello di Bush».

Bin Laden? Quello?

Dov’è che Gramaglia ha appreso che Osama bin Laden, proprio lui, in barba e turbante, sta «alzando la minaccia»? Sa cose che noi non sappiamo? Ce le vuole raccontare tutte, per favore?

Il FQ mette insieme il fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit, la strage di agenti CIA sul confine afghano-pakistano, gli allarmi isterici dell’aeroporto di Newark. Pere con mele con albicocche, tutte sommate in un’unica operazione da attribuire a un’entità maligna da film di James Bond: Lui, bin Laden, che non si sa se sia vivo, che non dà prove credibili di sé da anni, se non in video emanati da “ex” agenti segreti israelo-americani, e che viene mostrato come il pontefice dark di un’organizzazione tentacolare con una strategia centralizzata. Cosa che non è.

A rigore, la vicenda del nigeriano dalla mutanda esplosiva solleva ogni giorno più dubbi, per chi voglia guardare i fatti. E passi, per ora.

Ma perché mai inserire in un’unica “minaccia” anche l’uccisione degli agenti CIA e della ex Blackwater nella base Chapman, situata non in USA ma in un territorio bombardato ogni santo giorno dai Predator americani che fanno stragi indiscriminate?

Sicuro sicuro che sia stato bin Laden, Gramaglia?

O non sarà stato magari qualche settore dell’intelligence pakistana, la quale sa bene che la base Chapman è quella che coordina il programma clandestino per i raid dei droni, e che sospetta che gli USA vogliano far implodere il Pakistan?

E infine si cerca bin Laden anche dietro ogni allarme rosso diffuso dalle autorità fino a paralizzare gli aeroporti. Si diceva lo stesso ai tempi dell’allarme antrace, nel 2001, per impaurire tutti. Ma non era il fantasma di al-Qa’ida, neanche allora. Erano ambienti militari, molto, molto occidentali.

C’è continuità con quei tempi, e in questo il FQ ha ragione: “Obama diventa come Bush”. Anzi, spende perfino di più in armamenti, fra un discorso conciliante e una cerimonia per il Nobel.

Sarebbe auspicabile che una parte dell’impegno – pur lodevole - dedicato a scartabellare le ramificazioni societarie e i ricatti incrociati di questo o quel puzzone della Casta italiana, fosse dedicato dal FQ anche alla Casta planetaria. Si scoprirebbero cose interessanti.

Prendiamo per esempio il babbo nababbo di Mutanda Boom, Alhaji Umaru Mutallab, il banchiere nigeriano che nell’economia del racconto dei media più importanti serve a dire che “c’è poco controllo”, che “occorrono misure più restrittive” e che serve anche a convalidare l’esistenza di al-Qa’ida, nella sua variante yemenita, in vista delle prossime iniziative belliche.

Il signor Mutallab non è “un” banchiere nigeriano, ma “il” banchiere della Nigeria, un ex ministro ammanicato con uno dei poteri più corrotti dell’Africa, l’uomo più ricco di un paese chiave della produzione di idrocarburi, nonché uno degli uomini più ricchi del continente africano. Come molte banche in giro per il mondo, anche la sua, non appena ha soffiato il vento della crisi, è stata salvata dai cavalieri verdi, quelli che i dollari ce li avevano e non sapevano come investirli. Ad altre banche sarà toccato il Kuwait o la Cina. Alla nigeriana Jaiz Bank è toccato invece mettersi nelle mani della Banca Islamica di Sviluppo, il braccio finanziario della Organizzazione della Conferenza Islamica, con sede a Gedda, in Arabia Saudita, direttamente influenzato dal potere della monarchia saudita.

Mutallab senior non ha faticato a cercarsi partner così ingombranti, perché in anni precedenti aveva contribuito a mettere il suo paese nelle mani di altre istituzioni finanziarie, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Prevedibile l’effetto delle secche ricette finanziarie di Washington su un paese africano complesso. La polizia nel solo 2009 ha ucciso centinaia di persone per controllare i disordini. Ma noi cittadini dell’emisfero Nord avevamo troppe pagine occupate dall’Iran per rendercene conto.

Le stesse ricette finanziarie, applicate in Yemen, hanno qualche effetto sui disordini di quel paese, dove Banca Mondiale, FMI e Banca Islamica di Sviluppo hanno investito nel 2009 svariati miliardi di dollari, ora a rischio.

Sappiamo che Obama è molto sensibile agli interessi delle banche, e quindi qualcosa farà, prima che un cambio di regime sgradito in Yemen minacci definitivamente quegli interessi così intrecciati e trasversali.

Torniamo dunque al banchiere, che di questi interessi ne sa qualcosa. Infatti Mutallab non è stato solo banchiere. È stato anche per anni consigliere di amministrazione e in seguito direttore esecutivo della Defense Industry Corporation of Nigeria (DICON). La DICON è la principale industria a produzione militare nigeriana. Assembla su licenza modelli d’arma israeliani e adotta modelli di gestione privatistica della sicurezza in stile Blackwater, ma sempre con istruttori israeliani, dispiegati nelle aree calde del paese. Si tratta di una partnership spinosa, tanto che qualche parlamentare nigeriano ha paventato forti rischi di sovranità e un ruolo eccessivo del Mossad.

L’operazione Mutallab ha troppe connessioni con una macchina bellica in corsa verso lo Yemen, per starcene a inseguire i deboli nessi con il fantasma di bin Laden. L’operazione sa di terrorismo sintetico, di psicologia di massa montata ad arte, con la complicità delle oligarchie mediatiche e la passività del resto dei media.

Alla luce di questi contatti e di questi interessi, il nuovo allarme terrorismo richiederebbe un’analisi più attenta, senza cedere alla corrente delle notizie che fanno comodo ai governi. Gramaglia è contento del «neo-decisionismo» obamiano. E fiaccamente dice che «la paura sale». La paura costruita ad arte va invece smontata pezzo per pezzo. Se no finiamo in guerra, e senza sapere le cose davvero importanti, come è già accaduto.


2 gennaio 2010

Las falsas pistas terroristas y las nuevas guerras

por Pino Cabras - Megachip.

Son muchos los elementos que no cuadran, en ocasión del hecho del nigeriano que quería hacer explotar el avión sobre el Atlántico. Las autoridades políticas y los altos nombres del periodismo tienen las respuestas listas. Pero nosotros tendremos que hacer las preguntas que ellos no quieren hacer.

¿El atentado se desarrolló de la forma que dicen? ¿De veras existe una nueva amenaza de al-Qaeda?

Es siempre fuerte la presencia mediática del fantasma de al-Qaeda. Así alimenta una perenne sensación de espera por algún acontecimiento que recuerde la gran representación del 11/9. El impulso original de ese trauma, nace de acontecimientos modestísimos de por sí, pero agigantados inmediatamente hasta la histeria. Un joven nigeriano de 23 años, de buena familia, Umar Farouk Abdul Mutallab, que sobre la ruta aérea de Amsterdam-Detroit, intenta hacer estallar el avión gracias a un mecanismo sujeto a su perineo. El atentado no resulta y él se quema. Una vez capturado declara pertenecer a al-Qaeda y haber sido adiestrado en Yemen. Hasta aquí los medios masivos de todo el mundo.

Pero es imposible ignorar las declaraciones de dos pasajeros – los abogados Kurt y Lori Haskell, marido y mujer – que se hacen testigos de un relato sorprendente para el periódico de Detroit MLive.com. Incluso la CNN y otros medios se despiertan a éste punto y van a entrevistarles.

Nuestros periódicos y noticieros en cambio siguen durmiendo su sueño comandado.


Kurt Haskell declara haber visto a Mutallab aproximarse a la puerta de embarque junto a un hombre no identificado. Mientras que Mutallab estaba mal vestido, el otro, un hindú de alrededor de 50 años, era elegante y lucía un costoso traje. Haskell escuchó claramente, mientras preguntaba a los agentes que recogían las tarjetas de embarque, si Mutallab podía embarcar sin pasaporte. El tipo les dijo: “Es de Sudan, nosotros lo hacemos cada vez”.

¿Nosotros quien?

Los Haskell suponen que señor elegante tratase de obtener clemencia para el viajero sin pasaporte, pintándolo como un refugiado sudanés.

A ninguno de los lectores le habrá sucedido nunca poder hacer un viaje intercontinental sin tener el pasaporte en regla. ¿Recordais cuando Alberto Tomba fue denunciado porque – de frente al rechazo de dejarlo partir, a pesar de la fama de campeón deportivo – tontamente había intentado falsificar los datos de su pasaporte vencido?

En este caso, en cambio, un presunto sudanés desconocido, proveniente de un país inserto entre los “rogues states”, los estados canallas, un país acusado desde siempre de alojar fantasmales bases de al-Qaeda, logra embarcarse sin documentos. La historia tiene un tufo bien más mefítico que una genérica “falla en los sistemas de seguridad.”

El matrimonio Haskell declara que los empleados dirigen a Mutallab y su ángel de la guarda con corbata hacia su superior, en el fondo de la sala. Kurt Haskell pierde de vista a Mutallab y lo vuelve a ver solo “después de que se presume que haya intentado detonar el explosivo a bordo del avión”, pocos minutos antes de aterrizar en Detroit.

¿Qué sucedió mientras tanto? Ni os espereis una respuesta del periodista Vittorio Zucconi publicada en el diario la “Repubblica”. Tendrá que ocuparse de los diarios que hablan de la depresión del terrorista africano.

No pudiendo contar con los medios masivos italianos, tenemos que ir hasta Milwakee, para saber de algunos otros testigos oculares. Patricia "Scotty" Keepman y su hija, quienes declaran al noticiero de la radio 620 WTMJ un hecho de veras singular. Relatan que “delante de ellas había un hombre que había filmado con una videocámara todo el vuelo, incluido el intento de detonación.” Incluso en aquel momento concitado, el imperturbable camarógrafo “se sentó y filmó absolutamente todo, totalmente calmo”, relata Patricia.

Además de Mutallab, por lo tanto ya tenemos dos sujetos extra, que se interesan en sus acciones, el distinguido persuasor hindú y el impasible stakanov del videotape. ¿Quiénes son éstos?

Sabemos que Mutallab pasó incluso por el aeropuerto de Lagos, antes de volar para Ámsterdam. Sobre las características de ese aeropuerto – además localizado en un país con focos de guerra civil con base religiosa- nos llega una sorprendente revelación del periódico británico “Telegraph”: el aeropuerto de Lagos ha obtenido recientemente la certificación “all clear”, por parte de la US Transportation Security Administration, una agencia creada después de los atentados del 11 de septiembre, para mejorar la seguridad de los vuelos de línea americanos”. ¿Cuales otros aeropuertos son “all clear” y cuáles no? ¿Sobre qué bases?

Por un lado parece que Mutallab estuviera en la lista antiterrorismo, pero no en la de las personas que no podían volar”, recuerda Magnus Ranstorp, del Centro de estudios sueco sobre las Amenazas Asimétricas. “Todo esto no cuadra porque el Departamento de los Estados Unidos de Seguridad Interna tiene sus medios persuasivos de data-mining. No entiendo cómo pudiese tener un visado válido, siendo bien conocido en la lista antiterrorismo”, declara Ranstorp al británico "Independent". Omitamos incluso el hecho de que Mutallab estuviera en las listas antiterrorismo y que hasta su padre lo señalase a las autoridades como un sujeto peligroso. Siempre habrá alguien que dirá que las fallas en la seguridad no derivan de elecciones de organismos desviados, sino de casos de incompetencia y que el terrorista aunque psicolábil sea capaz de meterse en los intersticios de la incompetencia.

Puede ser, pero ciertamente se han incomodado muchos, comenzando por el premio Nobel de la Paz Barack Obama, para amenazar con fuego y llamas y engrandecer el episodio como expresión de una amenaza letal para los Estados Unidos, merecedora de respuestas drásticas.

El senador transversal-neocon Joe Lieberman - en el 2000 candidato a la vicepresidencia en tándem con Al Gore - ha declarado a Fox News que los EE.UU. tienen necesidad de bombardear Yemen sin demora. "Irak fue la Guerra de ayer, Afganistán es la guerra de hoy. Si no actuamos preventivamente Yemen será la Guerra del mañana”. Su tesis según la cual “Yemen es la nueva casa de al-Qaeda” se ha convertido inmediatamente en el mantra de los grandes medios de información. Y al mantra del mainstream anglosajón también ha ido como remolque sin excepciones también el mainstream italiano. ¿Por qué Yemen? Es interesante la tesis que el analista político Webster Tarpley ilustra en Rusia Today.


¿Qué dice Tarpley? Obama ha actualizado el Eje del Mal, en dirección de la entidad Afganistán-Pakistán (AfPak), además de Somalia y de Yemen. En Yemen hay una guerra civil que enfrenta al gobierno central filosaudita con la guerrilla chiíta filoiraní de los Houthi, bombardeada hace poco por nuevos ataques de los Estados Unidos. El objetivo de fondo es alimentar la ya fuerte tensión entre Irán y Arabia Saudita, para debilitar a ambos.

Tarpley señala que los Estados Unidos están reorganizando la "legión árabe" de al-Qaeda (la entidad que tiene desde siempre encima el aliento y los resortes de la CIA), justamente en Yemen. Es una de las formas de vaciar el gulag caribeño de Guantánamo. La nueva agencia de terrorismo sintético es "al-Qaeda en la Península árabe", alias AQAP, una entidad compuesta por chivos expiatorios, locos y fanáticos que rápidamente reivindican la operación de Umar Farouk Abdul Mutallab. El objetivo alcanzado es múltiple: dominar las salidas del Mar Rojo y del Canal de Suez, dar respiro al dólar aún al borde del derrumbamiento a través del usual estímulo del alza del precio del petróleo. De ahí el primer paso: la tensión debe ser incrementada en la península árabe.

En este cuadro, según Tarpley, Mutallab sólo es un muñeco en manos de la comunidad del servicio de inteligencia que ha tramado una provocación que tenía que provocar el máximo impacto con el mínimo esfuerzo. Todo está facilitado por el “sentido común” sobre la entidad al-Qaeda, que ningún redactor, ni ningún político en vista osa desafiar en Occidente. Bajo pena de reabrir la cuestión del verdadero 11/9.

Si al-Qaeda no es una organización ¿entonces qué es verdaderamente? Se dice que es una etiqueta, una clase de logo, una especie de franquicia del terrorismo internacional. Es cómoda para quien la utiliza, pero a menudo es mucho más cómoda para quien – en teoría – la combate. Al Qaeda, para los gobiernos que sostienen estar en guerra con el terrorismo, es un enemigo conveniente para señalar con el dedo a la opinión pública, una coartada puntual para instrumentalizarla con objetivos internos. (Leyes de emergencia cada vez más restrictivas, libertades individuales cada vez más circunscritas). Al-Qaeda aparece tan funcional a muchos gobiernos occidentales. Si no existiese, tendrían el interés de inventarla y evocarla.

La versión italiana de este artículo: aquí (Megachip) y aquí (en esto blog)


30 dicembre 2009

Le false piste terroristiche e le nuove guerre

di Pino Cabras - da Megachip.


Sono tanti gli elementi che non quadrano, in occasione della vicenda del nigeriano che voleva far saltare l’aereo sopra l’Atlantico. Le autorità politiche e gli alti papaveri del giornalismo hanno risposte pronte. Ma noi dovremo porre le domande che loro non vogliono fare. L’attentato si è svolto nel modo che dicono? Esiste davvero una nuova minaccia di al-Qa'ida?

È sempre forte la presenza mediatica del fantasma al-Qa'ida. Alimenta così un perenne senso d’attesa per un qualche evento che richiami la grande rappresentazione dell’11/9. La spinta originaria di quel trauma si fa bastare eventi di per sé modestissimi, ma subito pompati fino all'isteria.

Un giovane nigeriano 23enne di buona famiglia, Umar Farouk Abdul Mutallab, cerca di far saltare l’aereo sulla rotta Amsterdam-Detroit grazie a un ordigno tenuto a ridosso del suo perineo. L'attentato non va e lui si ustiona. Una volta catturato, dichiara di appartenere ad al-Qa'ida e di essere stato addestrato in Yemen. Fin qui i media di tutto il mondo.

Impossibile ignorare però le dichiarazioni di due passeggeri – gli avvocati Kurt e Lori Haskell, marito e moglie – che si fanno testimoni di un racconto sbalorditivo per la testata di Detroit MLive.com. Anche la CNN e altri media a questo punto si svegliano e vanno a intervistarli.

I nostri giornali e telegiornali continuano invece a dormire il loro sonno comandato.



Kurt Haskell riferisce di aver notato Mutallab approssimarsi al cancello d’imbarco assieme un uomo non identificato. Mentre Mutallab era malvestito, l’altro, un indiano sui cinquanta, era elegante in un completo costoso. Haskell lo ha sentito distintamente mentre chiedeva agli agenti che raccoglievano le carte d’imbarco se Mutallab poteva imbarcarsi senza passaporto. «Il tizio ha detto loro: “È del Sudan e noi lo facciamo ogni volta”». Noi chi?

Gli Haskell suppongono che l’elegantone cercasse di guadagnare clemenza per il viaggiatore senza passaporto dipingendolo come un rifugiato sudanese.

A nessuno dei lettori sarà capitato di poter fare un viaggio intercontinentale senza avere il passaporto in ordine. Ricordate quando Alberto Tomba venne denunciato perché – di fronte al rifiuto di farlo partire, nonostante la fama di campione sportivo – aveva goffamente cercato di falsificare i dati del suo passaporto scaduto?

Qui, invece, un presunto sudanese sconosciuto, proveniente da un paese inserito fra i “rogue states”, gli stati-canaglia, un paese da sempre accusato di ospitare fantomatiche basi di al-Qa'ida, riesce a imbarcarsi senza documenti. La storia ha un tanfo ben più mefitico di una generica “falla nei sistemi di sicurezza”.

I coniugi Haskell riferiscono che gli addetti indirizzano Mutallab e il suo angelo custode incravattato verso il loro superiore, in fondo alla sala. Kurt Haskell perde di vista Mutallab e lo rivede solo «dopo che si presume che abbia cercato di detonare dell’esplosivo a bordo dell’aereo» pochi minuti prima di atterrare a Detroit.

Cosa è successo nel frattempo? Non aspettatevi la risposta da Vittorio Zucconi su «Repubblica». Avrà da occuparsi dei diari che raccontano la depressione del terrorista africano.

Non potendo contare sui media italiani, dobbiamo andarcene fino a Milwakee per sapere di altri testimoni oculari, Patricia “Scotty” Keepman e sua figlia, le quali raccontano al notiziario della radio 620 WTMJ un fatto davvero singolare. Riferiscono che davanti a loro «c'era un uomo che ha ripreso con una videocamera l'intero volo, compresa la tentata detonazione.» Perfino in quel momento concitato, l'imperturbabile cameraman «si è messo seduto e ha videoripreso tutto quanto, calmissimo», racconta Patricia.

Oltre a Mutallab, abbiamo dunque già due soggetti extra che si interessano alle sue azioni, il distinto persuasore indiano e l'impassibile stakanov del videotape. Chi sono costoro?

Sappiamo che Mutallab è passato anche per l’aeroporto di Lagos, prima di volare per Amsterdam. Sulle caratteristiche di quell’aeroporto – pure localizzato in un paese con focolai di guerra civile su base religiosa - ci arriva una sorprendente rivelazione del quotidiano britannico «Telegraph»: «L’aeroporto di Lagos ha ottenuto di recente la certificazione “all clear” da parte della US Transportation Security Administration, un’agenzia creata in seguito agli attentati dell’11 settembre per migliorare la sicurezza dei voli di linea americani». Quali altri aeroporti sono “all clear” e quali no? Su quali basi?

«Da un lato, pare che Mutallab fosse nella lista antiterrorismo ma non su quella delle persone che non potevano volare,» ricorda Magnus Ranstorp, del Centro studi svedese sulle Minacce Asimmetriche. «Tutto questo non quadra perché il Dipartimento USA per la Sicurezza Interna ha dei mezzi stringenti di data-mining. Non capisco come potesse avere un visto valido essendo ben noto alla lista antiterrorismo» dichiara Ranstorp al britannico «Independent». Tralasciamo pure il fatto che Mutallab fosse nelle liste antiterrorismo e che persino suo padre lo segnalasse alle autorità come un soggetto pericoloso. Ci sarà sempre qualcuno che dirà che le falle nella sicurezza non derivano da scelte di apparati deviati, ma da casi di incompetenza, e che il terrorista, ancorché psicolabile, sa infilarsi negli interstizi dell’incompetenza.

Sarà, ma di certo si sono scomodati in tanti, a partire dal Nobel per la pace Barack Obama, per minacciare fuoco e fiamme e ingigantire l’episodio come espressione di una minaccia letale per gli USA, meritevole di risposte drastiche.

Il senatore trasversale-neocon Joe Lieberman – nel 2000 candidato alla vicepresidenza in tandem con Al Gore – ha dichiarato a Fox News che gli USA hanno necessità di bombardare lo Yemen senza indugio. «L’Iraq era la Guerra di ieri, l’Afghanistan è la guerra di oggi. Se non agiamo preventivamente, lo Yemen sarà la Guerra di domani». La sua tesi secondo cui “lo Yemen è la nuova casa di al-Qa'ida” è istantaneamente diventata il mantra dei grandi media. E al mantra del mainstream anglosassone è andato a rimorchio senza eccezioni anche il mainstream italiano. Perché lo Yemen? Interessante la tesi che l’analista politico Webster Tarpley illustra a Russia Today.






Cosa dice Tarpley? Obama ha aggiornato l’Asse del Male, in direzione dell'entità Afghanistan-Pakistan (AfPak), nonché della Somalia e dello Yemen. In Yemen c’è una guerra civile che contrappone il governo centrale filosaudita e la guerriglia sciita filoiraniana degli Houthi, da poco bombardata a più riprese dagli USA. L’obiettivo di fondo è alimentare la già forte tensione fra Iran e Arabia Saudita, per indebolire entrambi.

Tarpley segnala che gli Stati Uniti stanno riorganizzando la “legione araba” di al-Qa'ida (l'entità che ha da sempre addosso il fiato e le leve della CIA) proprio nello Yemen. È uno dei modi di svuotare il gulag caraibico di Guantanamo. La nuova agenzia di terrorismo sintetico è “al-Qa'ida nella Penisola Araba”, alias AQAP, un'entità composta da capri espiatori, pazzoidi e fanatici che prontamente rivendicano l'operazione di Umar Farouk Abdul Mutallab. L'obiettivo ravvicinato è molteplice: dominare gli sbocchi del Mar Rosso e del Canale di Suez, dare fiato al dollaro tuttora sull'orlo del crollo tramite il solito stimolo del rialzo del prezzo del petrolio. Da ciò il primo passo: va incrementata la tensione nella penisola Araba.

In questo quadro, secondo Tarpley, Mutallab è solo un pupazzo in mano alla comunità dell'intelligence che ha ordito una provocazione che doveva avere il massimo impatto con il minimo sforzo. Il tutto è facilitato dal “senso comune” sull'entità al-Qa'ida, che nessun redattore né alcun politico in vista osa sfidare in Occidente. Pena riaprire la questione del vero 11/9.

Se al-Qa‘ida non è un’organizzazione, allora cos’è davvero? Viene detto che è un’etichetta, una sorta di logo, una specie di franchising del terrorismo internazionale. Fa comodo a chi la utilizza, ma fa più spesso comodo a chi – in teoria – la combatte. Al-Qa'ida per i governi che sostengono di essere in guerra con il terrorismo è un nemico conveniente da additare all’opinione pubblica, un puntuale alibi da strumentalizzare per scopi interni (leggi di emergenza sempre più restrittive, libertà individuali sempre più circoscritte). Al-Qa'ida appare così funzionale a molti governi occidentali. Se non ci fosse, con un po’ di pelo sullo stomaco avrebbero l’interesse a inventarla ed evocarla.


Versione in lingua spagnola del presente articolo: QUI.