4 febbraio 2009

Al termine del sillogismo

«A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che "ogni straniero è nemico".

Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari o incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero.

Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al termine della catena sta il lager.

Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano.»

Primo Levi

3 febbraio 2009

Obama: Rotazione di regime

di Nafeez Mosaddeq Ahmed
da «Megachip» [QUI]


L'avvento dell’amministrazione Obama non modificherà sostanzialmente il corso dell’espansione militare acceleratosi durante l’era Bush. Le origini di queste politiche non si basano unicamente sull’ideologia neoconservatrice. Mentre l'elezione del presidente Obama potrebbe offrire nuove opportunità alle forze progressiste per circoscrivere i danni, il loro spazio di manovra alla fine sarà ridotto da radicate pressioni strutturali che cercheranno di sfruttare Obama al fine di ristabilire l’egemonia imperiale americana, anziché trasformarla.

Infatti, la radicalizzazione dell’ideologia politica angloamericana rappresentata dall’ascesa dei principi neoconservatori e dai processi di militarizzazione della 'Guerra al Terrore', ha costituito una risposta strategica alle crisi sistemiche globali, sostenuta dalle classi imprenditoriali americane. Le stesse classi, riconoscendo la misura in cui Bush ha screditato questa risposta, si sono mobilitate in favore di Obama. Pertanto, all’intensificarsi della crisi globale, questa risposta in termini di militarizzazione è suscettibile di subire un'ulteriore radicalizzazione, invece che un significativo cambiamento di rotta. Le principali differenze saranno nel linguaggio e nel metodo, non nella sostanza.

Obama e la sicurezza nazionale: "È il petrolio, stupido!"
Questo è diventato sempre più chiaro via via che divenivano note le nomine dell’amministrazione di Barack Obama: persone le cui posizioni politiche e ideologiche sono in gran parte corrispettive con gli ideali neoconservatori, specialmente in materia di sicurezza, e le cui connessioni sociali e intellettuali le allacciano ai think-tank e ai responsabili politici neoconservatori.
Ci fa sollevare le sopracciglia altresì uno sguardo rivolto alla squadra di sicurezza nazionale di Obama, ma dovremmo concentrarci sulla sua selezione dell’ex generale dei marines Jim Jones come consigliere sella Sicurezza Nazionale. Jones era stato in precedenza nominato alla carica di Comandante supremo NATO delle forze alleate in Europa (SACEUR) e Comandante del Comando europeo degli Stati Uniti (COMUSEUCOM) sotto l'amministrazione Bush. La spinta della concezione imperiale della sicurezza nazionale degli Stati Uniti di Jones può essere ricavata da un articolo UPI che descrive il suo lavoro nel 2005:
«Il più alto comandante militare della NATO è alla ricerca di un nuovo importante ruolo di sicurezza per i privati e le imprese leader del settore come elemento costitutivo di una nuova strategia di sicurezza che si concentrerà sulle vulnerabilità economiche dell’alleanza dei 26 paesi. Due progetti immediati e prioritari da far sviluppare ai funzionari della NATO con il settore privato sono volti a proteggere le condotte che trasportano petrolio e gas russo verso l'Europa ... per tutelare i porti e la marina mercantile, il Comandante supremo dell'alleanza, il gen. James Jones, del Corpo USMarine ha detto mercoledì ... Un ulteriore settore di interesse della NATO per garantire le forniture energetiche potrebbe essere il Golfo di Guinea al largo della costa occidentale africana, Jones ha ricordato ... Le compagnie petrolifere stavano già spendendo più di un miliardo di dollari l'anno per la sicurezza nella regione, ha osservato, sottolineando la necessità per la NATO e le imprese di discutere sulla comune preoccupazione della sicurezza.»

In sintesi, la strategia di sicurezza nazionale di Jones privilegia il controllo militare statunitense sulle regioni che serbano considerevoli riserve sottoutilizzate di petrolio e di gas naturale, nel Golfo di Guinea in Africa, nel Mare Nero e nel Mar Caspio nonché nel Golfo Persico. Questo indirizzo consente inoltre agli Stati Uniti di consolidare la dipendenza europea dalla NATO per la propria sicurezza energetica, compattando così il sostegno UE verso la più ampia geostrategia USA volta al controllo delle risorse energetiche globali e delle vie di trasporto.

Obama e l'economia: Déjà vu?
Per quanto riguarda le ambizioni di Obama nell’affrontare la crisi finanziaria, anche un feroce editoriale del «New York Times» ha osservato che il team economico del presidente Obama, messo insieme per affrontare la crisi economica e finanziaria, è composto dalle stesse persone che hanno «giocato ruoli centrali nelle politiche che hanno contribuito a provocare l'odierna crisi finanziaria.» Tra queste Tim Geithner, che in qualità di presidente della Federal Reserve Bank di New York «ha contribuito a determinare le irregolari e spesso imperscrutabili risposte dell'amministrazione Bush al tracollo finanziario in corso, compreso lo scorso fine settimana il salvataggio multimiliardario di Citigroup», e l'ex capo della Banca mondiale, Larry Summers, che «si batté per la legge che deregolamentò i derivati, gli strumenti finanziari – altrimenti detti attivi tossici - che hanno diffuso in tutto il mondo le perdite finanziarie derivanti da prestiti sconsiderati»

Obama e la business class transnazionale americana
Occorre guardare al di là della retorica per avere un'idea di ciò che realmente significa Obama per il mondo. Un’analisi dei dati della Commissione elettorale federale sui maggiori donatori finanziari delle campagne presidenziali sia di McCain sia di Obama rivela che sono state quasi interamente sponsorizzate dalle stesse banche, istituti finanziari e società (tranne Obama che ha ricevuto dalle imprese finanziamenti più significativi rispetto al suo rivale McCain). Ciò suggerisce che le politiche degli Stati Uniti rappresentano, e continueranno largamente a rappresentare le insicurezze e gli interessi del capitale anglo-americano; e inoltre che le classi imprenditoriali americane hanno effettivamente favorito Obama e gli hanno fornito le finanze e le competenze necessarie per produrre una potentissima campagna mediatica e pubblicitaria.

Obama spegne la 'Guerra al Terrore'… No ...
Che cosa dobbiamo pensare dei provvedimenti di apertura di Obama, non appena ha inaugurato la presidenza, volti a chiudere Guantanamo, delegittimare la tortura e sfidare le pratiche della CIA di catture extralegali (extraordinary rendition)? In primo luogo, dobbiamo naturalmente dare il benvenuto a qualsiasi pubblica condanna di queste pratiche, in particolare da parte del nuovo presidente americano. Ma questo non deve impedirci di esaminare criticamente ciò che gli ordini esecutivi di Obama significhino per davvero.
Mentre in tutto il mondo le misure di Obama sono state interpretate come una totale inversione delle politiche di tortura, catture extralegali e prigioni segrete dell'amministrazione Bush – a partire dalla dichiarazione della completa chiusura di Guantanamo – un’ispezione più approfondita sui dettagli dei suoi “Executive Orders” suggerisce, purtroppo, che le grida di gioia sono un pochino premature.
In primo luogo, si dovrebbe capire che, indipendentemente da ciò che i governi eletti degli Stati Uniti hanno detto o lasciato non detto in merito alla pratica della tortura da parte dei servizi di intelligence militare, la tortura è - ed è sempre stata - endemica e ufficialmente sancita ai più alti livelli. I manuali di addestramento della CIA declassificati degli anni ‘60, ‘70, ‘80 e ‘90, dimostrano che la CIA ha sempre a lungo praticato la tortura, prima che l'amministrazione Bush tentasse di legittimare la pratica pubblicamente. Questo significa che quanto ha reso diversa l’era Bush non è tanto la pratica sistematica della tortura da parte delle agenzie di intelligence militare degli Stati Uniti, bensì l’approvazione aperta e ampiamente divulgata da parte del governo statunitense nei confronti di tali prassi, e l'insistenza sulla loro ovvia legittimità o altrimenti dell’irrilevanza del diritto nel contesto della lotta al terrorismo.


Ciò significa che le pubbliche sconfessioni della tortura da parte di Obama in realtà non rappresentano la fine della pratica sistematica delle tradizionali tecniche di interrogatorio della CIA, condotte senza il controllo del pubblico per decenni.
Semmai esse occultano un imbarazzato ritorno alla segretezza o, in altre parole, un ritorno all’ovvio riconoscimento che le aperte dichiarazioni di pratiche occulte USA così come la tortura quale politica ufficiale sono dannose, non favorevoli, in direzione dell'egemonia USA.
Un vaglio più ravvicinato dei primi ordini esecutivi del presidente Obama rivela che essi sono stati escogitati non tanto per trasformare le pratiche illegali di intelligence militare degli Stati Uniti, quanto per consentire loro di continuare in segreto, senza impedimenti legali, attraverso la ridefinizione del loro carattere (pur mantenendo la sostanza):

  1. Mentre Obama ha chiesto l'armonizzazione degli interrogatori, in linea con il manuale delle procedure della US Army presumibilmente conforme alla Convenzione di Ginevra, nel 2006 delle revisioni non discusse del manuale - «in particolare, un’appendice di una decina di pagine nota come appendice M» - «va al di là di delle restrizioni riferite a Ginevra del manuale originale delle procedure.» Infatti, il Manuale ha accettato 19 forme di interrogatorio e la pratica delle catture extralegali. Inoltre, l'ammiraglio in pensione Dennis Blair, il direttore dell’intelligence nazionale di Obama, ha detto all’ audizione di conferma al Senato che il manuale delle procedure dell’esercito potrebbe essere cambiato esso stesso, permettendo potenzialmente nuove forme di interrogatorio dure, ma che tali modifiche rimarrebbero classificate.
  2. Il presunto divieto di Obama dei programmi di catture segrete della CIA in realtà non ha inibito la CIA dall’arrestare e detenere in via extra-giudiziale civili innocenti, senza prove o un giusto processo, ma ha solo sottolineato che, secondo le parole di un funzionario della Casa Bianca, «non vi sarà consegna a nessun paese che pratichi la tortura.» Il problema qui è che certe persone in stato di detenzione sono già state spedite verso paesi di tutta l'UE che ufficialmente non approvano la tortura, dove nondimeno sono state torturate.
  3. Centri di detenzione segreti della CIA sono stati ospitati, per esempio, in Polonia, e in precedenza erano giustificati dal Dipartimento di Stato dell’amministrazione Bush esattamente in base allo stesso concetto che la Polonia non faceva assegnamento sulla tortura. Persino il consulente per il controterrorismo di Obama, John Brennan, aveva insistito sul fatto che la ‘rendition’ è «assolutamente indispensabile». Infine, mentre si presume che si proibisca l'uso da parte della CIA di prigioni segrete, i divieti «non si riferiscono alle strutture utilizzate solo per tenere la gente a breve termine, in termini di provvisorietà.» Eppure, se non si specifica un vero e proprio limite temporale che definisca in modo chiaro il significato di "breve termine" e "provvisorietà", le intimazioni di Obama hanno ancora consentito in concreto la detenzione indefinita, fintanto che la CIA non riclassifichi ufficialmente il periodo di detenzione, secondo il modo in cui sia concepito l’essere a breve termine e provvisorio.
Il risultato finale di tutto ciò è stata una riconfigurazione di successo della presentazione pubblica delle pratiche di intelligence militare degli Stati Uniti, accompagnata da cavilli giuridici nominali, che permettono ad esse di continuare relativamente senza impedimenti: in sostanza, è stato un colossale esercizio di pubbliche relazioni.
Nel frattempo, quel grande apparato di sicurezza nazionale post-11/9 - che nega l’habeas corpus, mina il giusto processo, e agevola la sorveglianza di massa nonché i poteri di controllo sociale invadente introdotti dall’amministrazione Bush - non è stato ripudiato, ma preservato.

Non un minuto da perdere
All'estero, l'amministrazione Obama ha iniziato i suoi primi giorni in carica impegnandosi per più truppe in Afghanistan, per un’intensificazione della pressione militare sul Pakistan, per il rafforzamento di operazioni di guerra contro l'Iran, e l'approfondirsi della penetrazione politica e militare in Asia centrale e Africa occidentale. Le motivazioni complessive di queste politiche consistono nella dominazione statunitense delle riserve energetiche e delle rotte di trasporto, dimostrate dalla nomina di un fanatico del petrolio come l’ex generale dei Marine della NATO James Jones quale zar della sicurezza nazionale di Obama. Anziché invertire il paradigma volto a intensificare il potere statale, queste politiche aggraveranno assai il potenziale di competizione geopolitica e di violenti conflitti.

Rotazione di regime: ristabilimento dell’egemonia, stabilizzazione sistemica
Dopo il record stabilito dall'amministrazione Bush nel saltare essenzialmente a pie’ pari qualsiasi parvenza di pubbliche relazioni appena dignitose, cosa che ha portato all’autentica percezione della leadership mondiale USA come di qualcosa di duramente avversato o incredibilmente ridicolizzato in tutto il mondo, l'avvento di Obama è impostato per ristabilire l'egemonia americana e ripristinare un certo senso di credibilità e anche di rispettabilità per il potere militare e finanziario statunitense. Dopo il potente discorso inaugurale di Obama, tale da spingere perfino un non americano come me fin (quasi) a piangere (ok sto esagerando, ma ne cogliete il senso ...), gli americani e anche il mondo intero, per la prima volta in un decennio hanno potuto sentirsi orgogliosi e soddisfatti del fatto che per ogni cosa c’è chi se ne prenderà cura.
Ma questo senso di euforia è sintomatico del fatto che l'amministrazione Obama intende perseguire (e ha già perseguito) una politica di ristabilimento dell’egemonia e di stabilizzazione sistemica. Questo non comporta un significativo cambiamento di rotta, quanto piuttosto una perpetuazione delle strutture esistenti nell’economia politica globale. In altre parole, non si va a cambiare il sistema, ma a proteggerlo, con la violenza, se necessario - ma stavolta con una maggiore attenzione per le pubbliche relazioni.
Quindi ci saranno anche acute differenze apparenti con i predecessori di Obama, per esempio una maggiore attenzione a un approccio multilaterale; l’affermazione del rispetto del diritto e delle istituzioni internazionali; l’affidamento su modi più occulti di estendere l’influenza in luogo di palesi confrontation militari con tutti coloro che non sono "con noi" e quindi di fatto "contro di noi", ecc., in modo da permettere agli Stati Uniti di riapparire su un alto terreno morale finora completamente eroso dalle aperte politiche di unilateralismo dell’amministrazione Bush, dall'approvazione della tortura, e dalle spudorate violazioni del diritto internazionale. In effetti, questo comporterà la rimozione, la riclassificazione o semplicemente l’occultamento di pratiche che sono servite a minare l'autorità degli Stati Uniti agli occhi dei suoi alleati e del mondo.
Il risultato è già stato sconcertante: mentre neutralizzava e confondeva sistematicamente i movimenti progressisti sociali e contro la guerra dentro e fuori l'Occidente, l'arrivo di Obama ha consentito al governo USA di trascinare dietro di sé un sostegno popolare senza precedenti, per qualsiasi cosa intenda fare.
Vedremo, a questo proposito, un notevole cambiamento nel linguaggio e nella retorica della politica estera, un ritorno a strategie più diplomatiche, nonché a politiche militari incastonate nel discorso dell’intervento umanitario e degli aiuti. Purtroppo, per un po' di tempo, questo passaggio sembrerà più convincente al suo provenire da Obama, in quanto contrapposto a Bush. Più che mai, quindi, i movimenti progressivi avranno bisogno di fare un salto di qualità nel capire e criticare con precisione le politiche della nuova amministrazione, se intendono impedire che i processi di militarizzazione imperiale si intensifichino.

Traduzione di Pino Cabras per «Megachip»

26 gennaio 2009

Noi e Gaza: informazione o fabbrica del falso?


Noi e Gaza: informazione o fabbrica del falso?

Nei 23 giorni di bombardamenti israeliani sulla popolazione di Gaza si è combattuta un’altra guerra: quella contro la verità e il diritto di informare ed essere informati. Per questo abbiamo chiesto ad alcuni rappresentanti dell’informazione ‘no embedded’ di confrontarsi insieme a noi su censura e autocensura, tabù e luoghi comuni.

Perché le bombe uccidono le persone, ma l’informazione manipolata uccide le coscienze

Mercoledì 4 febbraio 2009, ore 17.30
Sala Pintor,
Via Scalo S. Lorenzo n° 67, Roma

Dibattito/Tavola rotonda

Intervengono:

Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana
Marco Santopadre – direttore di Radio Città Aperta
Pino Cabras, direttore di Megachip.info
Mariano Benni, direttore dell’agenzia Misna
Maurizio Torrealta, giornalista di Rainews24
Michele Giorgio, corrispondente a Gerusalemme de Il Manifesto

Organizza: Radio Città Aperta

Come farvi amare la guerra

di Pino Cabras - da Megachip

Ecco un piccolo videogioco, "Raid Gaza", con grafica spartana e messaggio ridotto ai minimi termini. Vi introdurrà bene ai rapporti di forza fra israeliani e i palestinesi, con crudezza certo banale, ma fatalmente vicina al vero. Si svela facilmente nei suoi intenti, per come si finge dalla parte degli aggressori ma li mette a nudo nella loro crudeltà.



I videogiochi assumono un’importanza pedagogica sempre più importante. Circolano giochi ben più sofisticati di questo, con messaggi di altro tenore. Immagini in movimento, rapide. Atroci scene di guerra in un lampo, nello schermo, mentre una giovanissima mano anticipa finanche il pensiero, e aderisce ai tempi subliminali del tastierino, nel ritmo che sbudella i nemici sul display. Videogiochi di guerra.

La cultura della guerra si costruisce col tempo. Viene fatta depositare nelle coscienze, a piccole e grandi dosi. I media sono lo strumento fondamentale per coordinare l’immagine, creare tante vie che predispongono le menti ad accettare tutto: le notizie addomesticate, le campagne alimentate dalla paura, lo spauracchio del Nemico, ma non solo. Più sottilmente si fa accettare l’idea stessa della “desiderabilità” della guerra.

La strage di Gaza consumata a cavallo tra il 2008 e il 2009 fa risaltare anche questi meccanismi. Come la classe dirigente della Prussia del XIX secolo coordinava tutte le sue risorse in funzione della guerra di quel tempo, così la Prussia del nostro secolo, Israele, ricomprende tutta la sfera dei media nella sua macchina bellica, nella forma odierna della guerra, un fenomeno che si può dominare integrando un complesso militare-industriale-accademico-mediatico.

Lo ha raccontato bene James Zogby su «The Huffington Post», quando ha analizzato l’energia sproporzionata, anche in questo campo, della macchina propagandistica di Israele.

Lo ha enunciato molto bene anche Miguel Martinez sul suo sito Kelebek, quando ha descritto con dovizia di particolari l’enorme investimento sul Brand Israele, giunto a promuovere i fotoreportage patinati sulle Lara Croft dell’esercito israeliano, tante miss sinuose e armate fino ai denti.

Qualcuno aveva già predisposto il terreno a questi trucchi, non solo per Israele ma anche per il suo alleato più potente, gli Stati Uniti. Sono produzioni mediatiche volte a «definire il nemico, rafforzare un nuovo simbolo di identità e, soprattutto, generare un nuovo idealtipo di donna: Venere Attiva, o W-Venus. La novità che ci darà la vittoria». Questa prosa eccitata si poteva leggere in un articolo apparso su «Il Foglio» del 28 giugno 2006. Autore, Carlo Pelanda, il quale diceva di riferirsi alle elaborazioni di un think-tank americano da lui ammirato. È il titolo dell’articolo a risultare la parte più inquietante: «Il progetto di rieducare i diciottenni di oggi alla possibilità reale della guerra».

Venere Attiva, dunque. Qualcosa di vicino alle flessuose eroine che sparano raffiche nei videogiochi. Su questa manipolazione aveva scritto parole sospettose ed efficaci uno degli intellettuali più abrasivi e ardui da esporre, Maurizio Blondet: «È la War-Venus, che già infiamma i vostri sogni erotici (virtuali). Ma probabilmente non ne conoscete il vero nome. Il vero nome viene da una tradizione antica, che il Pelanda e il suo “think-tank” di riferimento vogliono risuscitare per voi. È la dea Kalì. Kalì l’oscura, che danza sui campi della morte, nei terreni impuri delle cremazioni. Nella iconografia originale (non nei manga) sulle sue tette prosperose danza una collanina fatta di teste mozzate; e non porta calzoncini aderenti, ma un ben più lussurioso gonnellino che nulla nasconde, fatto di braccia strappate.»

E spesso Kalì si accompagna a Pashupati, nel dominio degli “esseri in ceppi”, legati al nesso desiderio-morte. «Per gli indù, gli esseri inceppati (pashu) sono gli animali e gli uomini animalizzati, soggetti ai loro istinti. Siete voi, cari ragazzi post-moderni. Eh sì, ce n’è voluta per rendervi quel che siete, pashu.»

Milioni di persone sarebbero pronte a confutare questa tesi. Capaci di rivendicare la loro attitudine a entrare nello spazio virtuale del videogame violento, sfogare lì dentro l’aggressività e misurarvi i riflessi, per ripresentarsi poi nella realtà perfettamente in grado di distinguere ancora il bene e il male, la violenza e la ragione. Capaci anche di ricordare con tutte le ragioni del mondo che le SS o le truppe di Tamerlano non avevano certo plasmato la loro crudeltà alla Playstation. Giusto. Però non stiamo parlando della generazione che presumibilmente legge queste righe, ancora socializzata ad altri strumenti critici, dotata dell’alfabetizzazione necessaria a difendersi dai disegni dei futuri arruolatori.

I videogiochi consentono di fare delle esperienze "pericolose" all’interno di un habitat controllato e virtuale. Se ancora per molti non è difficile separare i piani del virtuale e del reale, sappiamo che sono sempre di più i ragazzini lasciati soli, senza “alfabeto”, senza decodifica, davanti agli schermi. Viviamo in una dimensione inedita. Lo segnala Aric Sigman, della British Psychological Association, sulla rivista «The Biologist». Le persone tra gli 11 e i 15 anni hanno gli occhi monopolizzati da uno schermo durante il 55% del loro tempo di veglia. Nell’ultimo decennio questo tempo è cresciuto del 40%. Significa che la maggior parte del tempo è gestito – per una massa di individui immensa - da agenti educativi nuovi, che prima non avevano questo potere pervasivo. E chi sono questi agenti educativi, quali valori e moventi hanno, chi li finanzia, chi li influenza? Chi è che si prende oltre la metà del tempo delle nuove generazioni?

Provate a entrare nel network di gioco online di Gamespy. La proprietà è di Rupert Murdoch. Tanto per ricordare che sono in pochi a guidare i giochi. E quei pochi sono in perfetta consonanza con le oligarchie che appoggiano le guerre.

Nel film "Fahrenheit 911" di Michael Moore colpisce l’intervista a un giovane soldato che opera in Iraq e racconta di come è rimasto frastornato dalla puzza dei cadaveri bruciati, perché nei videogiochi il mondo era inodore. Mancavano le dure sfumature del reale.

Può esistere un intrattenimento nuovo che possa impedire questa alienazione della coscienza?

25 gennaio 2009

11/9 - Un video inedito sull’Edificio 7: c’era chi “prevedeva” un fenomeno mai visto prima

di Paul Joseph Watson - «Prison Planet.com»

È stato recentemente scoperto un'altro video risalente all'11 settembre che dimostra come il crollo del WTC7 sia stato previsto. Ed è sorprendente, perché non ci sono precedenti che testimonino il crollo di un edificio con uno scheletro d'acciaio a causa di un incendio. Non uno in tutta la storia dell'ingegneria.

È ampiamente noto che le agenzie di stampa ricevettero e divulgarono la notizia del crollo del WTC7 molto prima che questo avvenisse. La BBC e la CNN hanno addirittura sfiorato i 30 minuti di anticipo.
Nel video che segue, David Lee Miller, corrispondente della Fox News, dichiara: "Una fonte interna ai vigili del fuoco ci ha rivelato che il palazzo, identificato come WTC7, rischia di crollare. Ci è stato riferito che gli ingegneri si sono avvicinati, per quanto possibile, all'edificio in fiamme. Secondo loro potrebbe cedere e, se lo farà, ci si può aspettare che cada in direzione sud."

Guarda il video:



L'idea che un grattacielo di 47 piani con una struttura rinforzata, qual era il WTC7, potesse cedere a causa di un semplice incendio sarebbe risultata assurda in quei giorni ed il motivo è molto chiaro: un evento simile non era mai accaduto nella storia dell'umanità. La pura improbabilità di un tale scenario è stata ribadita nel febbraio 2005, quando il palazzo Windsor di Madrid ha bruciato per 24 ore di fila senza mostrare alcun segno di cedimento.
Al contrario, il WTC7 ha subito incendi contenuti in un'area relativamente ristretta ed è venuto giù dopo 7 secondi.
Se, in via teorica, si accetta che il crollo sia stato accidentale e non il frutto di una demolizione controllata, è altamente sospetto ciò che le fonti ufficiali hanno riferito a «Fox News». Secondo loro, l'edificio sarebbe crollato verso sud. Come potevano conoscere la direzione del crollo se non esistevano precedenti?
Questo livello di preparazione su un evento senza precedenti fa sorgere ulteriori sospetti, se si considera che l'ex-responsabile per le emergenze dei vigili del fuoco di New York, Jerome Hauer (il cui ufficio si trovata al 23° piano del WTC7), era un esperto di demolizioni controllate. Hauer ha attirato su di sé le attenzioni del movimento per la verità sull'11 settembre grazie al suo zelo nel sostenere la versione ufficiale fin dalle prime ore successive all'attacco, quando i dati erano piuttosto lacunosi per chiunque.Inoltre, Hauer è stato amministratore delegato della Kroll Associates – l'azienda che gestiva i servizi di sicurezza del WTC7 nel periodo dell'11 settembre. In seguito, ha dimostrato una fantomatica preveggenza anche rispetto agli attentati con l'antrace: ha fatto scorta di Cipro, l'antibiotico che neutralizza l'antrace, una settimana prima che la famosa lettera fosse recapitata al Congresso.
Il nostro sito ha documentato in maniera esaustiva le dichiarazioni dei testimoni oculari che fanno sospettare una demolizione controllata dell'Edificio 7. Ovviamente, i media dell'establishment hanno risposto con una campagna di debunking quasi ossessiva, nel tentativo di sedare il crescente interesse risvegliato da questi argomenti.Persone come Kevin McPadden, ex-esperto di Operazioni Speciali di Ricerca e Salvataggio dell'aviazione americana, dichiarano di aver visto con i propri occhi il conto alla rovescia che ha preceduto il crollo dell'Edificio 7 e altri, come l'ex-poliziotto Craig Bartmer, testimoniano di aver udito il fragore delle bombe che hanno fatto collassare l'edificio mentre fuggivano dal luogo della catastrofe.
Queste persone sono state ignorate, nello sforzo organizzato per spazzare ogni controversia sotto il tappeto che ha contraddistinto la pubblicazione dell'ultimo e più bizzarro dossier del NIST. Infatti questo documento, in spregio alle attuali leggi della fisica, spiega che un "nuovo fenomeno" ha cagionato il crollo del WTC7.

Fonte: Paul Joseph Watson, Newly Uncovered WTC 7 Video Betrays More Foreknowledge Of Collapse, «Prison Planet.com» [QUI]
Traduzione di Massimo Spiga per Megachip.

19 gennaio 2009

Un deputato ebreo denuncia come nazisti i comportamenti israeliani a Gaza

di Pino Cabras - da «Megachip»



Atti nazisti a Gaza. Lo dice un deputato inglese ebreo, Gerald Kaufman, la cui famiglia in Polonia fu in gran parte inghiottita dalla Shoah. Cosa succede?

Il paragone tra l’assedio e le stragi a Gaza da parte della potenza occupante israeliana e l’assedio e le stragi del ghetto di Varsavia da parte dei nazisti suscita in genere reazioni durissime. Si vuole far credere che sia dettato da pregiudizio antiebraico.
L’aggettivo antisemita è il grande silenziatore contro chi si oppone ai pericoli scatenati dal bellicismo israeliano di oggi. Che impressione vedere Gianfranco Fini e Maurizio Gasparri, gli eredi di Salò, pontificare contro l’antisemitismo. O leggere il resoconto di un quotidiano grondante di umori fascisti sulla manifestazione nazionale a difesa dei palestinesi del 17 gennaio con il titolo cubitale «Dàgli agli ebrei». Ma dove viviamo?

Vi propongo perciò la traduzione integrale del discorso parlamentare pronunciato il 15 gennaio 2009 dal deputato britannico Gerald Kaufman, durante un dibattito in cui nessuno avrebbe mai potuto trovare argomenti da opporgli. È una denuncia breve, durissima e lucidissima, della condotta del governo israeliano, con argomenti di grande valore politico e documentale, segnati da una inattaccabilità biografica formidabile (cosa che non potremmo dire del nostro attuale presidente della Camera).

Qualcuno recapiti questo testo anche a quei deputati del PD sinora sdraiatisi sui comunicati dello Stato Maggiore israeliano, per illustrare loro la possibilità di assumere posizioni a schiena dritta.

Testo tradotto in italiano:
Gerald Kaufman, deputato laburista. 15 gennaio 2009.

Sono stato cresciuto come un ebreo ortodosso e un sionista. Su una mensola in cucina c’era una scatola di latta per il Fondo nazionale ebraico, dentro la quale mettevamo le monete per aiutare i pionieri a costruire una presenza ebraica in Palestina.
Sono andato la prima volta in Israele nel 1961 e vi sono tornato innumerevoli volte. Ho avuto familiari in Israele e ho amici in Israele. Uno di essi ha combattuto nelle guerre del 1956, 1967 e 1973 ed è stato ferito in due di esse. Il distintivo che indosso viene da una decorazione sul campo a lui insignita, che mi ha regalato. Ho conosciuto la maggior parte dei primi ministri di Israele, a partire dal Primo ministro fondatore David Ben-Gurion. Golda Meir era mia amica, così come lo è stato Yigal Allon, vice primo ministro, che, da generale, conquistò il Negev per Israele nella guerra del 1948 per l’indipendenza.

I miei genitori vennero in Gran Bretagna come rifugiati provenienti dalla Polonia. La maggior parte dei loro familiari sono stati in seguito uccisi dai nazisti nell’olocausto. Mia nonna era a letto malata, quando i nazisti giunsero alla sua città natale, Staszow. Un soldato tedesco la uccise sparandole nel suo letto. Mia nonna non è morta per fornire la copertura ai soldati israeliani che ammazzano le nonne palestinesi a Gaza.
L'attuale governo israeliano sfrutta spietatamente e cinicamente il continuo senso di colpa tra i gentili per la strage degli ebrei nell’olocausto per giustificare la sua uccisione di palestinesi.

L'implicazione è che la vita degli ebrei sia preziosa, ma la vita dei palestinesi non conti. Su Sky News pochi giorni fa, al portavoce dell'esercito israeliano, il Maggiore Leibovich, è stato chiesto in merito all’uccisione da parte israeliana di, in quel momento, 800 palestinesi (il totale è ora di 1000). Ha risposto all’istante che «500 di questi erano militanti».

Questa era la risposta di un nazista.

Suppongo che gli ebrei che lottavano per la loro vita nel ghetto di Varsavia avrebbero potuto essere denigrati in quanto militanti.

Il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, afferma che il suo governo non avrà rapporti con Hamas, perché sono terroristi. Il padre di Tzipi Livni era Eitan Livni, il capo delle operazioni dell’organizzazione terroristica Irgun Zvai Leumi, che ha organizzato l’attentato esplosivo dell’Hotel King David di Gerusalemme, in cui perirono 91 vittime, di cui quattro ebrei. Israele è stato partorito dal terrorismo ebraico.
Terroristi ebraici impiccarono due sergenti britannici e fecero esplodere i loro cadaveri.
Irgun, insieme con la banda terrorista Stern, nel 1948 massacrò 254 palestinesi nel villaggio di Deir Yassin.
Oggi, gli attuale governanti israeliani indicano che sarebbero disposti, in circostanze per loro accettabili, a negoziare con il presidente palestinese Abbas, di al-Fatah. È troppo tardi per farlo. Essi avrebbero potuto negoziare con il precedente leader di al-Fatah, Yasser Arafat, che era un mio amico. Invece, lo assediarono in un bunker a Ramallah, dove lo visitai. A causa dei fallimenti di al-Fatah, a partire dalla morte di Arafat, Hamas ha vinto le elezioni palestinesi nel 2006. Hamas è una organizzazione sgradevolissima, ma è stata democraticamente eletta, ed è quel che passa il convento.
Il boicottaggio di Hamas, anche da parte del nostro governo, è stato un errore colpevole, dal quale sono derivate terribili conseguenze. Il grande ministro degli Esteri israeliano Abba Eban, con il quale ho fatto campagna per la pace da molte tribune, ha dichiarato: «Fate la pace se parlate con i vostri nemici.»Per quanti palestinesi gli israeliani possano uccidere a Gaza, non possono risolvere questo problema esistenziale con mezzi militari.
Quando e qualora i combattimenti finissero, ci sarebbero ancora un milione e mezzo di palestinesi a Gaza e altri due milioni e mezzo in Cisgiordania. Essi sono trattati alla stregua di immondizia da parte degli israeliani, con centinaia di blocchi stradali e con gli orrendi abitatori degli insediamenti ebraici illegali che li molestano.

Verrà il momento, non molto lontano da ora, in cui supereranno la popolazione ebraica in Israele. È giunto il momento per il nostro governo di render chiaro al governo israeliano che la sua condotta e la sua politica sono inaccettabili, e di imporre un divieto totale di esportare armi a Israele.
È l’ora della pace, ma la pace vera, non la soluzione attraverso il soggiogamento che è il vero obiettivo degli israeliani, ma che è impossibile per loro da raggiungere.

Essi non sono semplicemente dei criminali di guerra, sono stupidi.

17 gennaio 2009

Vittorio Arrigoni: il blog più seguito in Italia, quando i media scappano dal racconto di Gaza

di Pino Cabras - da «Megachip»

Arrigoni supera Grillo. Il blog del testimone che oggi ci racconta Gaza firmandosi Vik è il più letto di tutti. La notizia ci è rivelata dal giornalista e storico Gennaro Carotenuto, autore del blog Giornalismo partecipativo. L’exploit viene registrato proprio nel mese in cui le officine mainstream delle grandi menzogne, al cospetto della strage di Gaza, hanno dato il peggio di se stesse. La drammatica serrata dell’offerta informativa “industriale” di giornali e TV sulla catastrofe di Gaza ha spinto una moltitudine abbandonata di cittadini a cercare un’offerta “artigianale” ma incomparabilmente più autentica, una buona occasione per chi aveva una bottega alternativa ben avviata.
Ma Beppe Grillo – per anni numero uno dei blogger italiani e ben collocato anche nel mondo - ha rivelato ancora una volta, come già l’estate scorsa per le vicende dell’Ossetia del Sud, l’amaro limite culturale della sua avventura informativa, al punto di dedicare solo poche righe a un fatto così rilevante, Gaza.

Il blog di Vittorio Arrigoni, attendibile, puntuale, fedele alla necessità del racconto dal bersaglio concentrazionario palestinese, fatto di storie semplici e storie complesse da non sacrificare le une alle altre, proprio questo blog ha risposto umilmente alla domanda disattesa.

Carotenuto ne ricava alcune considerazioni di grande interesse su Vik: «Se qualcuno sostiene che in Italia non c’è l’esigenza (e forse anche il mercato) di un’altra informazione possibile e quindi di giornalismo partecipativo, non uniformato con il mainstream, la notizia che segue lo smentisce fragorosamente.

Secondo Blogbabel, una società che calcola l’influenza dei siti in base ai link, il blog di Vittorio Arrigoni, probabilmente l’unico cittadino italiano residente a Gaza, negli ultimi trenta giorni è stato il più letto in Italia, superando vacche sacre come Beppe Grillo e note blogstar come Luca Sofri o Massimo Mantellini. Nella classifica storica Arrigoni è appena all’87° posto ma il numero straordinario di lettori e link nell’ultimo mese lo portano oramai al 13° assoluto».
Stiamo parlando di un universo di lettori culturalmente attrezzati, una minoranza significativa ma pur sempre una minoranza, se paragonata alla grande massa raggiunta solo dalle corrispondenze recitate sulla punta dei carri armati israeliani. Tuttavia si è mossa molta gente, e in brevissimo tempo. Percorsi individuali, clic consumati in stanze non collegate fra loro, ma alla fine davvero tante stanze, così tante da diventare qualcosa, da essere un fenomeno in sé che può percepirsi come un fenomeno per sé. È un segnale di speranza, che sembra registrare una qualche reazione alla questione che potete leggere nelle pagine di Giulietto Chiesa su Megachip, quando affronta l’acuta emergenza informativa del nostro tempo e ci rende chiaro “perché stiamo perdendo”.

Allora vado sul blog di Arrigoni, il suo Guerrilla Radio. Ha pochi link ai siti di cui si fida. Li chiama “quotidiani vaccini”. Fra le uniche voci che propone c’è Giulietto Chiesa. C’è Grillo. Ci sono Michael Moore, Jacopo Fo e Daniele Luttazzi. E c’è anche Marco Travaglio, nonostante Arrigoni nel suo pezzo del 14 gennaio gli rimproveri giustamente il suo ottuso arruolamento nelle fila dei signori che uccidono masse di infanti. Mi sembra un assemblaggio semplice ma molto chiaro, indice di un’idea di comunicazione ben definita. Arrigoni ha messo insieme voci che ha considerato altrettanti baluardi di una comunicazione libera e sincera. Informazione, intrattenimento, analisi, capacità televisiva, critica del potere, c’è tutto. Un embrione di comunicazione in difesa dei valori forti. Questo qualcosa sinora riesce a intrecciarsi in modo così completo solo nei sogni di Arrigoni e nel nostro sogno di Pandora, nel momento in cui tali sogni sono disturbati dall’incubo della disgregazione informativa, su cui invece prosperano le surreali manipolazioni dei grandi media, loro sì già intrecciati e ingranati fra loro e con i fautori delle guerre.

Sarà una battaglia mediatica durissima. Già vediamo come il solo mostrare alcune immagini vere della guerra (sebbene cento volte meno dure di quelle che abbiamo mostrato in rete) abbia attirato su Michele Santoro una tempesta di reazioni rabbiose, tutte tese a nascondere l’esistenza del tabù informativo su Israele. La rottura di questo tabù sarà difficile, perché assieme ad esso passano altri tabù e menzogne sulle guerre odierne e, JHWH non voglia, future. E allora, come Vik alla chiusura di ogni suo pezzo, diciamolo anche noi: restiamo umani.