8 settembre 2008

Chiarimenti sui tempi di crollo dell'Edificio 7

Versione italiana dell'articolo “Clarifying the Collapse Time of WTC7”,
pubblicato il 6 settembre 2008 sul«George Washington Blog» .
Traduzione di Pino Cabras



Gli apologeti governativi hanno affermato che ci sono voluti 13 o più secondi per il collasso dell'Edificio 7 del World Trade Center, il che confuterebbe l'assunto della "virtuale caduta libera". Tuttavia, questa argomentazione manca del tutto il bersaglio.
Perché?
Perché i video mostrano che l'attico crollò molto prima della parte principale dell'edificio. In realtà, chiunque ammette che c'è stato un ritardo di diversi secondi tra il crollo dell'attico e il crollo di tutto il resto dell'edificio.
"Un oggetto a riposo tende a rimanere a riposo". Pertanto, una volta cessato il movimento, esso sarebbe dovuto rimanere interrotto.
Dunque, il crollo della parte principale del WTC7 - alcuni secondi dopo che il crollo dell'attico si fermò - dovrebbe essere trattato come un tipo di evento discretamente nuovo (vedi più avanti).
Dal momento che la parte principale dell'edificio è crollata in circa 7 secondi – lo stesso tempo che sarebbe occorso in una demolizione controllata - questa è una forte prova che il WTC 7 sia stato in realtà demolito.
Il confronto importante riguarda il tempo di crollo della parte principale di un edificio. Nei video di demolizioni controllate, le cariche dedicate alla demolizione sono spesso visibili molto prima che la costruzione cominci a crollare, ma esse non dovrebbero essere incluse nel tempo di crollo. Se accadono delle cose all'interno del palazzo dopo che le cariche esplodono, ma prima che la parte principale dell'edificio inizi visibilmente il collasso, queste non dovrebbero essere incluse nei calcoli dei tempi.
In altre parole, gli apologeti governativi sosterranno che molte cose stavano accadendo all'interno WTC7 tra la fine del crollo dell'attico e l'inizio del crollo della parte principale dell'edificio. Essi non hanno fornito prova alcuna di un tale argomento. Infatti, se vi fosse stato un significativo movimento all'interno del palazzo dopo il crollo dell'attico, ciò avrebbe dovuto determinare alcuni movimenti o deformazioni della parte della costruzione visibile dall'esterno.
Ancora più importante, molto potrebbe anche accadere all'interno di altri edifici tra l'inizio delle cariche di demolizione e l'inizio del crollo visibile della parte principale dell'edificio. Semplicemente non vi è alcun modo per saperlo (non ci sono di norma telecamere all'interno degli edifici da demolire, e non vi erano telecamere all'interno WTC7 che captassero quanto accadeva; quindi ciò non può essere misurato oggettivamente).
Il confronto dovrebbe essere portato con il tempo impiegato per crollare dalle parti principali degli edifici. Si tratta di una misurazione oggettiva (al posto di tirare a indovinare che cosa stia accadendo all'interno di un edificio allorché nessun movimento sia osservabile da fuori), e prontamente osservabile dal video.

Nota: In qualsiasi precedente caso di demolizione controllata, quando un attico, un antenna o altre strutture del tetto sono state demolite prima della parte principale dell'edificio, allora - per coerenza – ciò dovrebbe essere escluso dal tempo di collasso dal crollo nel momento in cui i confronti siano fatti con il WTC7.

Aggiornamento: l'ingegnere meccanico Tony Szamboti concorda con questa analisi, e aggiunge:
«L'attico del WTC 7 collocato a est aveva colonne sul suo perimetro e nessuna al suo interno. Su tre lati queste colonne erano montate vicino al bordo del tetto del WTC 7.
È improbabile che un crollo di alcuna delle colonne centrali della costruzione principale abbia potuto tirarle completamente verso il basso, senza che le travi del tetto si rompessero completamente svincolate dalle colonne esterne e muovendosi anche completamente verso giù.
È improbabile che le travi del tetto fossero state separate dalle colonne esterne, che poi sarebbe quanto necessario affinché un collasso del nucleo causasse il crollo dell'attico.»
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3 settembre 2008

Il crollo dell’Edificio 7: morta una teoria ufficiale se ne fa un'altra

di Pino Cabras


Fonte dell'immagine: «Luogocomune» [QUI]

“La montagna ha partorito un topolino”? Dovremmo dirlo anche stavolta, sette anni dopo l’11 settembre 2001, ora che il NIST (National Institute of Standards and Technology) ha finalmente esibito il suo studio sul crollo dell’Edificio 7 del World Trade Center, ancora privo di risposte convincenti.

Solo che si tratta di un topolone bello grande, pieno di pagine e pagine di grafici e simulazioni.
Il regalo troppo voluminoso fa più colpo su chi ha meno buon gusto. Allo stesso modo il pingue cadeau del NIST ha dato grande soddisfazione alla maggior parte dei giornali, che avevano già in caldo il titolo che serviva per l’occasione: “Finalmente risolto il mistero dell’Edificio 7”.

Sempre rinviata, l’inchiesta dell’agenzia governativa statunitense ha fatto il suo debutto in società il 21 agosto 2008 con una conferenza stampa tenuta dall'investigatore capo Shyam Sunder.

Abbiamo così appreso che il WTC7 sarebbe crollato a causa degli incendi per via di un evento mai riscontrato prima nella storia, un ‘unicum’ che annullerebbe ogni certezza in materia di sicurezza degli edifici. Salvo mettere le mani avanti: guardate che non è cosa che succede ogni giorno. Infatti sono cose che capitano solo nel giorno delle coincidenze magiche, l'11/9.
La causa sarebbe un crollo progressivo totale provocato da espansione termica (“thermal expansion”, dice il NIST).

Le conclusioni dell’inchiesta, in soldoni, sono queste: le macerie precipitate dalla Torre Nord sul WTC7 hanno innescato vasti incendi nella parte inferiore a est del grattacielo, abbastanza per lungo tempo da far dilatare le travature orizzontali che reggevano i pavimenti; la dilatazione orizzontale non riusciva a trovare sfogo in un’espansione all'esterno del palazzo, che rimaneva sufficientemente inalterabile, mentre lo trovava a danno di una colonna interna, la colonna 79, che ha finito per scardinarsi.

Un ricorrente “deus ex machina” dei film di Indiana Jones o dei fumetti di Martin Mystère, così come dei cartoni di Wile E. Coyote e dell’astronave aliena di Indipendence Day, è il cruciale punto debole – una lastra, una leva, un software, una colonna - che fa crollare tutto con un minimo movimento, sia esso un palazzo, una grotta, una montagna o un’astronave.

La colonna 79 dell’Edificio 7 si presenta con la medesima potenza di un espediente drammaturgico inatteso. Con sfrontatezza disneyana la colonna collassa, riverberando gli effetti sulle colonne più prossime, in un movimento da sud a nord. L’ondata di crolli va poi da est a ovest, risparmiando per qualche secondo la struttura perimetrale, che poi cede e fa crollare il grattacielo in modo totale e definitivo.

Fa specie pensare che fra gli inquilini dell’Edificio 7 ci fossero istituzioni finanziarie, compagnie di assicurazione e agenzie governative top secret talmente ingenue da fidarsi di un palazzetto così vulnerabile, nel quale il cedimento di un solo pilastro era in grado di mettere in moto un crollo totale che non faceva rimanere “pietra su pietra”. Non credevano alla “cartoon physics”. Dovevano, forse?

Per anni, chi osava mettere in questione i risultati delle frammentarie indagini sulla “terza torre” ha subito petulanti reprimende. Con il tono di chi ti dice “ora t’insegno dove abiti e nel frattempo dimostro che sei un cretino progressivo totale, me l’ha detto Occam”, i guardiani full time delle verità ammissibili ci hanno spiegato tutto e il contrario di tutto: che fra le cause del crollo c’era un grosso squarcio nel palazzo che ne aveva minato l’equilibrio, che però aveva fatto la sua porca parte anche il deposito di carburante diesel, che le conclusioni giuste erano quelle di «Popular Mechanics», anzi no, quelle della BBC. Per tenere insieme i contraddittori miti filogovernativi usavano una specie di “grammelot” tecnocratico, in modo da dire che la scienza era dalla loro parte, piena di punti fermi asseverati dalle autorità. Questi punti fermi hanno subito un crollo progressivo e totale con la disperata giravolta del NIST.

Tutto lo zelo dilapidato a guardia del mito-bidone delle mutevoli inchieste filogovernative sull'Edificio 7 è ora sradicato e non ha ancora fatto in tempo ad adattarsi.

Tutti gli elementi chiave propugnati a forza di insolenze dai sussiegosi travet dell’Assessorato allo Schiacciamento delle Bufale sono stati rigettati dalla stessa agenzia da loro ossequiata per anni.

È proprio in questi momenti che vado a contemplare un fantastico pezzo di modernariato: la prima pagina del settimanale «Diario» n.37/38, anno XI, del 29 settembre 2006, con il richiamo alla sedicente “inchiesta vecchio stile” con cui il direttore Enrico Deaglio volgarizzava gli scientismi della vecchia inchiesta di «Popular Mechanics», già di suo sdraiata sulla versione dell'11/9 di Bush e Cheney, e cordialmente prefata da John McCain.
M'illumino. Un vecchio parlamentare sardo attaccava le immaginette elettorali dei colleghi trombati alle elezioni sui bordi dello specchio. Mentre si radeva iniziava la giornata con crescente buonumore, intanto che dedicava brevi occhiate perfidelle alle loro facce condannate a sorrisi perenni e ignari del destino da trombati. Ecco che ho finalmente trovato collocazione per la rivista ormai vintage di un direttore con un destino da trombone.

È facile prevedere che i cantori della teoria ufficiale purchessia, incuranti delle cantonate, si avvinghieranno anche alla “thermal expansion”, un modo per essere partecipi della scoperta di un fenomeno fisico unico, mai trovato prima e mai visto dopo quel giorno. Dopo averci detto che il rasoio di Occam tagliava la ricerca di soluzioni complicate, ora riterranno invece che tra le varie spiegazioni possibili di un evento è quella più astrusa ad avere maggiori possibilità di essere vera.

Il NIST ha anche cercato di non ignorare totalmente i legittimi sospetti che ci fosse una demolizione intenzionale dell’Edificio 7, realizzata con l’uso di cariche dedicate allo scopo. Ma l'indagine su questa faccenda sembra mossa da logiche investigative singolari. In sostanza il NIST sostiene che siccome per determinare il crollo bastava il cedimento della colonna n. 79, non resterebbe da calcolare che la quantità di esplosivo necessaria a distruggere questo pilastro tanto risolutivo. La dose necessaria all'azione sarebbe stata causa di un rumore abbastanza forte da farsi sentire a distanza di centinaia di metri da lì. Dal momento che il NIST non ricomprendeva documenti che attestassero l’esistenza di un simile boato, ipso facto nessuna bomba è esplosa, per cui sono da rigettare le ipotesi di demolizione controllata.

Davvero una strana argomentazione. Che esistesse un punto cruciale contrassegnato dalle prodigiose caratteristiche cartoon della colonna 79 potevano saperlo solo Dio e Steven Spielberg. Non certo chi chiedeva di analizzare l’ipotesi demolizione.

È comodo pretendere di rispondere a obiezioni rese forzatamente più ridicole. Vecchia tecnica. Voodoo verbale. Hanno preso gli argomenti formulati in modo serio e solido dai critici, hanno creato una copia somigliante ma più debole, l'hanno attribuita a chi sollevava le obiezioni e l'anno colpita: buttando giù l'argomento fantoccio si abbatte anche quello vero. Nel caso di specie, identificare gli esplosivi come la prima cosa cui ricorrere per una demolizione intenzionale è una forzatura che serve a rendere l'ipotesi inverosimile. A parere degli esperti di demolizione, per i palazzi aventi struttura in acciaio il mezzo appropriato è rappresentato dalle “linear cutting charge”, usate per segare le colonne d'acciaio con un'angolazione che fa lavorare soprattutto la forza di gravità, senza chissà che boati. Non siamo più ai tempi della dinamite di Nobel. Oltretutto è assurdo pretendere che le obiezioni tendano all'ipotesi di un unica megabomba, anziché, come in altri casi di demolizioni totali, tante piccole cariche.

Ma a parte tutto questo, le testimonianze che parlano di esplosioni sono parecchie.
Abbiamo visto che un eminente ex del NIST, James Quintiere, che pure non prendeva in considerazione ipotesi di demolizioni controllate, ha dato poderose mazzate al metodo del NIST, specialmente in merito alle condizioni legali e ai vincoli pesanti che impedivano un’inchiesta vera e attendibile, a partire dalla mancata citazione dei testimoni.

Una volta esclusi gli scenari reali, oggettivi e soggettivi, rimane lo scenario virtuale delle modellizzazioni. In quel mondo asettico e virtuale il NIST può finalmente dedicarsi a escludere qualsivoglia ipotesi di demolizione intenzionale. È il regno della colonna 79. Lo stesso numero che la Smorfia napoletana attribuisce a “o' mariuolo”.

Un giornalista ha rivolto all'ispettore capo del NIST una domanda piena di buon senso, alla luce della “scoperta” della colonna su cui si basava tutto l'equilibrio del WTC7. Chiedeva se aveva significato escludere l'uso della termate, usata anche come cutting charge, magari per segare proprio lei, la fatidica colonna 79, e innescare così, senza boati, il “crollo progressivo totale”. Shyam Sunder ha replicato attingendo al suo campionario di risposte preconfezionate:

«L'ipotesi della termate è senza fondamento e non è mai neanche arrivata a poter essere presa in esame dagli investigatori come le altre. Ciò in ragione del fatto che per fissare la termate sarebbe occorso un accesso alla colonna considerata, e inoltre per la ragione che la termate - per riuscire a compromettere la colonna - avrebbe richiesto di farla restare in contatto con la superficie verticale dell'acciaio finché si svolgeva la reazione della termate».
Che dire? L'accesso non sarebbe un problema, con qualche ipotetica complicità, che ne so, di una società di sicurezza retta da un cugino del Commander in Chief. Quanto ai tempi, non sarebbero chissà che lunghi. Bastano pochi istanti.

I dubbi non sono stati certo dissipati. Anzi. Rimangono tante questioni. Il NIST stesso ammette che l’evento di un crollo totale indotto da un incendio è più unico che raro.
La demolizione intenzionale, che spiegherebbe le cose in base a fenomeni sperimentati migliaia di volte, in pratica viene negata unicamente per la supposizione che sarebbe stato complicato fare tutto ciò di nascosto. Di nascosto da chi? Magari dalla stessa società di sorveglianza che aveva messo il sistema di allarme antincendio in modalità testper lavori di manutenzione” proprio quella mattina, guarda un po’. Che giorno, quel giorno. Ogni vicenda chiave, ogni “meme” del mito, subiva direttamente l’influenza di una qualche esercitazione, manutenzione, simulazione militare che adulterava punto per punto il luogo del delitto, e in decine di casi.

I dubbi dunque.
Tra gli autori delle analisi critiche troviamo l’architetto Richard Gage, l’ingegnere meccanico Anthony Szamboti, l’ingegnere strutturale Kamal Obeid, l’architetto d’interni e ricercatore sui temi del WTC7 Chris Sarns, l’ingegnere Michael Donly, il chimico e ingegnere per la certificazione di qualità Kevin Ryan.

Una loro tavola rotonda è riportata nel sito di di «Architects and Engineers for 9/11 Truth», un movimento che raccoglie alcune centinaia di aderenti con qualifiche da addetti ai lavori, fondato da Gage e impegnato in una battaglia per la verità sull’11 settembre.

«Gli incendi di uffici non possono fondere l’acciaio», ricorda Gage, «e il NIST non ha spiegato il mistero del ferro fuso presso il sito del World Trade Center, né ha considerato altre prove che indicano anche l’uso di cariche incendiarie alla termate per tagliare la struttura che sorreggeva i 47 piani dell’Edificio 7.»

La presentazione del NIST, con le sue generiche parole, appariva “assurda a prima vista”, ha contestato Kevin Ryan, ed era del tutto diversa dalla versione raccontata in precedenza dalla rivista «Popular Mechanics». Nonostante il NIST abbia sostenuto di abbracciare attitudini scientifiche rispetto a teorie fra loro alternative, non ha mai risposto agli svariati inviti a discuterle, ha recriminato Ryan. Il disinteresse del NIST nei confronti di prove chimiche di nanotermate esplosiva deve essere considerata alla luce della scoperta di Ryan del fatto che il NIST ha studiato tali materiali per circa dieci anni, e ne sono esperti proprio molti degli investigatori NIST impegnati nel caso WTC. Una rivelazione molto interessante.

Il solo modo di discutere da parte del NIST sulle cariche incendiarie è stato quello di rifiutarle, ha osservato Tony Szamboti, tanto che sono state ignorate le minute microsfere ricche di ferro ritrovate nella polvere del WTC da parte dell’USGS (l’agenzia geologica USA) e dal dottor Steven Jones. Queste potrebbero essere state generate soltanto dal metallo fuso, sostiene Szamboti. I test britannici sulla resistenza agli incendi mostrano che le strutture in acciaio sono molto più durevoli di quanto attestano le teorie del NIST sui crolli, aggiunge Szamboti. Mentre i cosiddetti “Cardington Test” britannici sono stati conservati, l’acciaio del WTC è stato distrutto.
L'esclusione per principio dello scenario 'eretico' della demolizione indotta non può che bloccare certi tipi d’indagine. Se i test del NIST sui materiali autentici sono sostituiti da modellizzazioni virtuali - dove la fantasia ha galoppato – i risultati hanno troppe strade segnate.

Dovremmo fare in proposito delle “domande esigenti”, ha detto Szamboti.

La struttura di Cardington, pur priva di protezioni antincendio, sopravvisse a temperature doppie rispetto a quelle asseverate dal NIST, rammenta Chris Sarns. Il modello sugli incendi del NIST mostra degli incendi che bruciano più a lungo di quanto mostrino le foto, aggiunge Sarns. Dunque il NIST congettura molto ma spiega poco: nemmeno come una colonna che cede possa abbattere quelle a essa vicine.

La soluzione del NIST appare costruita per compiacere il suo cliente, ha detto Kamal Obeid, mentre gli ingegneri strutturali indipendenti avranno problemi lungo ogni passo del complesso meccanismo di collasso congetturato dal NIST. Obeid ritiene che le connessioni avrebbero ceduto prima che le sezioni che crollavano potessero abbattere le pesanti colonne del nucleo dell’edificio.
«Mentre i modelli computerizzati del NIST mostrano drammatiche distorsioni nei crolli delle più sottili colonne del perimetro, i video del vero edificio non mostrano nessun imbarcamento della struttura esterna che sia causato dai piani che invece il NIST afferma stiano crollando invisibilmente all’interno», hanno notato Obeid e Szamboti. Nel virtuale ci sono dunque immagini diverse da quelle realmente osservate. Forse è anche per questo che sono piaciute al mainstream informativo.


Fonte dell'immagine: NIST

In contrasto con gli effetti naturali e organici degli incendi ricordati da Gage (deformazioni graduali e crolli asimmetrici che seguono il sentiero della minor resistenza) il crollo visibile del WTC, fa notare Donly, è proceduto non lontano dalla velocità di caduta libera, senza nessuna apparente resistenza della struttura in acciaio. Molte colonne devono essere state tagliate in simultanea per far precipitare un edificio diritto verso il basso. Il rapporto FEMA 403, all’Appendice C, raccomandava ulteriori ricerche sulle prove di acciaio fuso che potevano avere correlazioni con la causa del crollo, ha commentato Donly, ma il NIST non prende in considerazione questa informazione.

Gage ha chiesto al NIST di concedere a dei ricercatori indipendenti le migliaia di foto e video dei suoi archivi sul WTC.

Come nel caso delle Torri Gemelle, non è inoltre spiegata la dinamica del crollo. Anche stavolta il rapporto ufficiale si ferma all'inizio del collasso senza provare a spiegare come la struttura esterna sia crollata praticamente a velocità di caduta libera attraverso il percorso di maggior resistenza (la struttura stessa).

C’è chi si accontenta di mettere sullo stesso piano i dati sperimentali e le speculazioni, senza tuttavia rilevare l’importante differenza che corre fra gli uni e le altre. Anche se sappiamo che gran parte delle prove fisiche è stata criminalmente spoliata.

Servirebbero indagini più approfondite e più indipendenti. Stiamo pur sempre parlando della vicenda imprescindibile che ha segnato l’esordio del secolo.

Aggiornamento dell'8 settembre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso da «Megachip» [QUI], da «ZeroFilm» [QUI], da «ComeDonChisciotte» [QUI], e da «Antimafia Duemila» [QUI].

1 settembre 2008

sette anni dopo



Nell'ambito del programma del Festival Letterario San Bartolomeo 2008 di Cagliari, alla fatidica data dell'11 settembre - alle 20,30 - è prevista la presentazione del mio libro, "Strategie per una guerra mondiale".
Dialogherò con Giacomo Serreli (Videolina) e Federico Angius (CestesProteo).
La cornice dell'incontro è n
ello spazio di "Sa Corte", in viale Calamosca 6 a Cagliari.

29 agosto 2008

Il “momento unipolare” degli USA: in Caucaso finisce la grande illusione

di Pino Cabras.




Caucaso 2008: un punto di svolta.La grande stampa non se n'è accorta subito, ma la guerra caucasica dell'agosto 2008 è uno degli eventi più importanti degli ultimi vent'anni. Segna un passaggio molto delicato, per molti spiazzante.
Dopo l'11 settembre 2001 fu recitato il mantra del “nulla sarà come prima”. La formula andrà rispolverata, magari in modo più giudizioso.
Non potranno essere più “come prima” né l'autopercezione dell'Occidente atlantista, né la valutazione che questo mondo dà della Russia putiniana, né si potrà più pensare di prendere decisioni con implicazioni militari nei confronti di Mosca con l'illusione che non abbiano un prezzo salatissimo da pagare, e subito. Si è già consumato tutto il tempo di un colossale abbaglio, ma dobbiamo capirlo al più presto se non vogliamo precipitare nella più grande catastrofe del nostro secolo.
La cosa che più mi ha colpito è lo stupore dei georgiani di fronte alla determinazione della reazione russa alle azioni scellerate del loro governo.
L'inconsapevolezza che regna non dico fra le nostre popolazioni ma anche fra le nostre classi dirigenti è della stessa pasta di quella di Tbilisi.
Su «The Times» del 26 agosto 2008 è stato ricordato che «Lord Salisbury, ministro degli esteri e Primo Ministro ai tempi dell'Impero Britannico, irradiò un potere globale immenso; il che non significa che amasse giocare con questo potere. Di fronte a proposte di scelte politiche britanniche che riteneva in grado di danneggiare profondamente gli interessi di altre grandi potenze, Salisbury avrebbe guardato i suoi colleghi negli occhi chiedendo semplicemente: “siete davvero pronti a combattere? Altrimenti, non imbarcatevi in questa politica”. Se gli eventi delle ultime due settimane hanno dimostrato chiaramente qualcosa, è che la Russia combatterà se percepirà sotto attacco i suoi interessi vitali nell'ex Unione Sovietica, mentre l'Occidente non lo farà, e in effetti non lo potrà, dati i suoi conflitti in Iraq e Afghanistan»
L'autore dell'articolo, Anatol Lieven, ricorda anche che «non c'è stata alcuna trappola russa. Negli ultimi anni Mosca ha reso assolutamente, pubblicamente e ripetutamente chiaro che se la Georgia avesse attaccato l'Ossezia del Sud, la Russia avrebbe combattuto». Eppure i ministri degli esteri continuano ad agire come se la Russia fosse ancora lo Stato esausto degli anni novanta su cui sobbalzava etilicamente Boris Eltsin e sul cui collo gravava il cappio del Fondo Monetario Internazionale.
Perciò è importante aprire gli occhi, capire da cosa nascono le illusioni e dissiparle con una migliore percezione dei tempi di ferro e di fuoco che si preparano.


Il Cremlino che non c'è più

L'egemonia culturale e il momento unipolareLa rimozione del Muro di Berlino e la fine dell'Unione Sovietica, a cavallo degli anni ottanta e novanta del secolo scorso, aveva scatenato negli Stati Uniti una nuova specie di politologi ambiziosi. Erano dei novelli fornitori di ideologia che architettavano una loro spaziosa nicchia nell'ecosistema imperiale nordatlantico, all'interno di un intreccio strettissimo fra fondazioni di pensiero politico, università, industrie editoriali e militari, ruoli di governo, lobby potentissime.
Per un po' di tempo l'interprete più alla moda fu Francis Fukuyama, l'ideologo della “fine della Storia”, secondo cui l'unica evoluzione possibile di società e di Stato non fa che adempiersi nel liberalismo in chiave americana. Ma una delle più durature influenze fu quella di Charles Krauthammer, che elaborò il concetto di “momento unipolare”: la congiuntura storica che chiudeva il XX secolo, con gli USA unica superpotenza ancora in campo – una chance definita precisamente come il «momento unipolare» – delimitava un’occasione eccezionalmente favorevole per instaurare un dominio globale che, si disse poi, è il manifest destiny dell’America.
Fukuyama e Krauthammer sono tra i tanti neoconservatori che hanno fatto parte del PNAC, il pensatoio che ha dettato i principi della rivoluzione neocon durante l'amministrazione Bush, l'apice del loro momento unipolare.
I neocon – così come altri animatori dell'ideologia americanista che pure hanno accenti diversi - sanno nella pratica cosa significa “egemonia culturale”. È un tema affrontato da un intellettuale italiano del secolo scorso, i cui testi ebbero pure una certa fortuna ma che poi furono fatti ingiallire e furono o dimenticati o citati con sterile e cristallizzata nostalgia: Antonio Gramsci. Fra le sue pagine si legge che l'egemonia culturale è un concetto atto a descrivere il dominio culturale di un gruppo o di una classe che «sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo». Una definizione perfetta, che spiega per quale motivo certe norme culturali prevalenti non debbano essere viste come "naturali" o "inevitabili", perché dietro di esse c'è il lavoro di apparati che le forgiano.
Ebbene, le instancabili officine delle idee della rivoluzione neoconservatrice e delle ideologie sorelle - ancorché apparentemente contrapposte - dei grandi elemosinieri “democratici” alla Soros hanno modellato un messaggio chiave, al centro di tutto un nuovo sistema di controllo.
Il messaggio egemonico è: il tempo per americanizzare il mondo fino in fondo è ora.
Questo proponimento ha avuto declinazioni diverse, con un arco di sfumature più democratiche o più militariste, ma ferreamente imperiali.
Zbigniew Brzezinski, noto politologo, esperto di strategia e analista internazionale, membro del Council on Foreign Relations (CFR) e della Commissione Trilaterale, capostipite della politica del nuovo espansionismo nordamericano, nonché consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter e grande consigliere, oggi, di Barack Obama, aveva elaborato una grandiosa analisi geopolitica proiettata sul XXI secolo nel libro La Grande Scacchiera (Milano, Longanesi, 1998). L’analisi faceva perno su alcuni capisaldi:

  1. La fine del sistema sovietico lascia agli Stati Uniti il ruolo di unica superpotenza in termini politici, militari, economici e tecnologici, con interessi considerati vitali in ogni parte del mondo.
  2. È fondamentale che nel XXI secolo gli Stati Uniti mantengano la loro supremazia mondiale, estendano la loro area di influenza ed esportino il loro sistema politico e sociale e il proprio sistema di valori.
  3. Per conservare la leadership mondiale occorre controllare lo spazio geopolitico dell’Eurasia. Chi egemonizza l’Eurasia, e ne controlla le risorse, domina il mondo. Questo perché «fin da quando i continenti hanno cominciato ad interagire politicamente, circa cinque secoli fa, l’Eurasia è stata il centro del potere mondiale», e perciò diventa «assolutamente indispensabile che non emerga alcuna potenza capace d’instaurare il proprio dominio sull’Eurasia e di sfidare per ciò stesso l’America». Il continente eurasiatico, in termini geopolitici e geostrategici, ha un’area chiave definita come i «Balcani dell’Eurasia», un’area estesa che include Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Azerbaigian, Armenia, Georgia, Afghanistan e parte dell’Iran e della Turchia.
  4. Bisogna impedire che si affaccino sulla scena mondiale tanto delle potenze globali eurasiatiche, come l’Europa e la Cina, quanto delle potenze «regionali» come l’India e l’Iran, nonché far recedere la Russia dal tentativo di riacquisire lo status di potenza globale sulle orme dell’URSS.
  5. Occorre creare, sul piano interno, fra masse abituate a un certo costume democratico, un’adesione alla politica di potenza, sapendo che «la democrazia è nemica della mobilitazione imperiale».
Si può riconoscere la filigrana di queste linee strategiche in tutte le correnti politiche statunitensi e britanniche che si sono misurate con le questioni internazionali nel corso dell’ultimo decennio. Sebbene i neocon siano stati gli interpreti con più potere a impadronirsi di queste idee (e per più tempo), proprio loro sono stati duramente criticati, e proprio da Brzezinski, per via dell’errore d’impantanarsi nella guerra irachena, troppo in contraddizione rispetto al punto 5 prima elencato.
Meglio uno strumento imperiale più morbido come le “rivoluzioni colorate”, realizzate o tentate a ridosso dei paesi ancora in notevole misura integrati con la Russia, per accerchiarla, in attesa di una rivoluzione sintetica che l'avrebbe disgregata, magari con un Mikhail Khodorkovskij al Cremlino, pronto a svendere ai “valori occidentali” tutta la tavola periodica degli elementi contenuta nel sottosuolo della patria di Mendeleev.
In attesa di mettere le mani sulla cornucopia dei minerali, ecco le rivoluzioni di accerchiamento.
La “rivoluzione delle rose” georgiana è un caso esemplare. In Georgia viene costruito ex nihilo un regime – quello di Mikheil Saakashvili – tuttora alimentato interamente dagli stanziamenti governativi degli Stati Uniti e da quelli privati dei fondi legati a George Soros. Potete contemplare il risultato già percorrendo la via che vi conduce dall'aeroporto di Tbilisi fino al centro della capitale georgiana: forse l'unica strada al mondo a chiamarsi viale George W. Bush. Il regime cerca di soffocare la naturale vocazione geografica del suo paese a integrarsi con l'economia russa. L'energia di cui ha bisogno viene fornita dagli americani. Dopo Israele, la Georgia è il paese che riceve più trasferimenti finanziari diretti dall'amministrazione USA. Come Israele, spende gran parte di questi turbo-dollari in armamenti di matrice statunitense. Non ci sorprende perciò che i ministri chiave del governo di Tbilisi (primo ministro, difesa e gestione delle aree contese) siano retti da cittadini israeliani. Nessun cenno su questo lo avete letto o sentito sui media mainstream, più realisti del re. Lo apprendo invece dai giornali israeliani, che rivelano anche che il primo ministro di Tbilisi, Lado Gurgenidze, pochi minuti prima che iniziasse l'attaco all'Ossezia del Sud, ha chiesto per telefono una benedizione del vecchio rabbino Aharon Leib Steinman, leader del partito più ultraortodosso e razzista di Israele. È in questo contesto che la Georgia decuplica le sue spese militari – soprattutto armamento pesante, quello poi usato nell'attacco all'Ossezia - e diventa il terzo contributore per numero di uomini nella guerra in Iraq. Delle privatizzazioni selvagge, non dissimilmente da quelle realizzate presso il grande vicino ai tempi di Boris Bottiglia Eltsin, beneficiano pochi clan, mentre l'economia tracolla. Ne gode su tutti il clan tribale della madre di Shaakasvili, un sistema di potere al centro della corruzione dilagante. Gli oppositori sono vessati, alcuni spariscono nel nulla. Il regime vieta persino l'uso della lingua russa, offrendo un'inequivocabile conferma alle repubbliche di Abkhazia e Ossezia del sud circa il loro destino una volta che fossero ricomprese nei confini della Repubblica, qualora non bastasse loro l'atroce memoria dei bombardamenti subiti negli anni novanta.
Questo re di Gomorra è dunque il campione dei diritti umani, della “giovane democrazia” e dei valori occidentali difeso a spada tratta contro quel cattivone di Putin sul «Corriere della Sera» del 17 agosto 2008 da Filippo Andreatta, professore di relazioni internazionali a Bologna, consigliere di amministrazione della principale holding italiana di produzioni militari, Finmeccanica, nonché – come Saakashvili – educato in quelle scuole d'élite di emanazione militare che istruiscono gli intellettuali organici dell'atlantismo.
Andreatta – il giovane vecchio allievo dell'Atlantic college - naturalmente non esprime nessuna originalità rispetto alla vergognosa manipolazione dei fatti che ha permeato i media occidentali in questa vicenda. Sebbene ci risparmi l'ormai triviale richiamo all'icona dell'Orso russo, anzi sovietico, ripercorre tutti i luoghi comuni sulla minaccia russa e sulla sua violazione – udite udite - della «santità dei confini». Siamo alla mistica.
Altrettanta devozione riecheggia nei proponimenti di Bernard Kouchner, il ministro degli esteri francese, mentre lancia l'idea di inattuabili sanzioni a difesa della santità dei confini. Sanzioni? A questa superpotenza, alla Russia del 2008? Anche lui, Kouchner, non aveva fatto cenno a confini santi durante i bombardamenti del Libano da parte di Israele né agli esordi dell'invasione dell'Iraq, da lui appoggiata. È ovvio che il suo collega russo Lavrov possa permettersi di soppesare le parole di Kouchner come quelle di un bellimbusto ciarliero e fallace.
La linea che passa nei governi e nei giornali occidentali, interrotta da rare prese di posizione contrarie, è dunque quella di coloro che hanno già appoggiato con catastrofici errori di valutazione gli enormi disastri bellici del mondo post-11 settembre. Vedo un Occidente che per anni ha allargato la NATO e umiliato la Russia, con insistenza mai doma, da “bastona il cane che affoga”. Un'espansione che avveniva intanto che gli USA perdevano prestigio e forza, l'Europa si ingrippava, la Russia emergeva dal gorgo dei debiti e diventava un player energetico globale, un paese in grado di far valere anche militarmente la sua indipendenza, un super-creditore con posizioni di forza.
«Non si capisce per quale arcana ragione un creditore dovrebbe fare sconti ad un debitore che ogni giorno cerca di prenderlo a calci nel sedere», ha ironizzato in tempi non sospetti, nel 2006, il blogger Mark Bernardini.
Se siamo a quel che siamo, nelle classi dirigenti atlantiste c'è stata perlomeno una profonda incapacità di analisi e valutazione. Nei governi emerge avventurismo e irresponsabilità. Nel sistema della comunicazione una colossale inattendibilità.
Mentre le convention dei grandi partiti statunitensi pullulano dei nostri inviati che raccolgono cinguettando anche la più minuta nota di colore di quei riti falsamente spontanei, e in realtà pianificati quanto una coreografia nordcoreana (solo in chiave più jazz), le corrispondenze occidentali da Mosca – dove pure si decide il futuro del mondo proprio in questi giorni - hanno viceversa una staticità da avamposto nel deserto dei tartari, un fumo di mistero e un tocco televisivamente brezneviano. Hic sunt ursi.
In un simile contesto, chiedersi se proprio lì, sulle rive della Moscova, ci sia un trattamento migliore della verità, chiedersi se per caso oggi la disinformacija non abiti qui da noi, può apparire come una grande eresia. Eppure è una domanda utile da farsi. Forse una delle più utili in questo mondo più bugiardo deformatosi nei tempi della Guerra Infinita.

L'11/9 visto da Mosca. Altro che “complottismo”
L'11 settembre 2001 fu il tempo clou per dare adempimento al “momento unipolare”. Nemmeno la Russia, fresca di default e con un Putin agli esordi, poteva dire no al dispiegamento di nuove basi USA che la circondavano in Asia centrale, in luoghi influenzati per secoli da Mosca.
Molti osservatori – anche quelli che non sono venuti giù con l'ultima pioggia - sono colti di sorpresa dalla durezza con cui, diversamente da allora, si manifesta l’indipendenza russa. Eppure, senza aspettare che la copertina del settimanale «Time» consacrasse Putin Persona dell’Anno 2007, c’erano già i segnali che i russi avevano capito benissimo – e da subito – il significato dell’11 settembre, ed erano pronti a riorganizzarsi, come poi hanno fatto.
Il settimanale moscovita «Zavtra», ben addentro alle questioni dell'intelligence russa, ha pubblicato il 14 settembre 2002, appena un anno dopo i mega-attentati, la trascrizione di una tavola rotonda che analizzava la situazione mondiale generata da quel drammatico spartiacque della storia recente. Sebbene Vladimir Putin per alcuni anni abbia ripreso a suo modo la retorica statunitense della ‘guerra al terrorismo internazionale’ (in Cecenia fa comodo) e non abbia mai ufficialmente messo in dubbio le versioni ufficiali dei fatti, molti eminenti figure dei servizi segreti, cioè il suo ambiente di provenienza e la sua principale riserva di public servant, si sono mossi quasi all’unisono per esternare la loro visione della realtà effettuale, molto diversa da quella che si propala da Washington.
È interessante rivedere oggi quanto fu detto in quella occasione. Si possono capire molte consapevolezze della Russia di Putin e di Dmitrij Medvedev.
I partecipanti al panel di «Zavtra» erano il vice editore del periodico, Alexander Nagornij, l’analista strategico Generale Leonid Ivašov (che sino al 2001 era capo di Stato Maggiore), l’esperto finanziario Mikhail Khazin, il noto commentatore televisivo russo Mikhail Leont’ev e l’ex numero 2 del KGB Leonid Šebaršin.
La discussione ci racconta bene come questi osservatori russi - tutti collocati in un punto d’osservazione relativamente privilegiato – valutavano la nuova situazione. Non si dimentichi, era appena il 2002.
Per Ivašov l’11 settembre è stata – né più né meno – un’operazione interna agli Stati Uniti, l’espressione di uno scontro tra due forze operanti negli USA, aventi due concezioni molto diverse sull’uso della forza militare, seppure entrambe miranti all’obiettivo di modellare un impero mondiale. Una di esse – a parere dell’ex capo di Stato Maggiore – è più direttamente collegata ad ambienti militari, la seconda è collegata alle mafie finanziarie mondiali con addentellati inseriti nei vari snodi cruciali del potere americano, a partire dai servizi segreti.
Ivašov non si sorprendeva del fatto che – in parallelo con le indagini in corso sugli attentati – alcune inchieste mirassero alle attività di varie altre organizzazioni.
La pressione proveniente dagli ambienti finanziari spingeva ad anticipare le date del calendario che segnava il rafforzamento del potere imperiale, un po’ in urgente risposta alla spinta minacciosa della crescita cinese, un po’ perché l’occidente arabo si stava consolidando e, infine, perché in tutto il Sud-Est asiatico decollava uno sviluppo potente, in grado di spostare grandi equilibri. La sequenza che Ivašov nel 2002 prevedeva nell’agenda imperiale USA post-11 settembre era la seguente: attaccare prima l’Iraq, poi l’Iran, giungere a rendere stabile il proprio potere di controllo globale per poi piegarsi nuovamente su problemi interni, in previsione di un collasso economico e politico-sociale.
Sulla stessa linea si muoveva l’opinione di Mikhail Khazin, il quale connetteva strettamente la minaccia di guerra e l’inaudita crisi strutturale dell’economia statunitense, vista con larghissimo anticipo rispetto alla nostra stampa mainstream, oggi stupita dalla crisi dei subprime. Il solo modo per sfuggire a un catastrofico collasso economico-finanziario negli USA, sarebbe consistito per Khazin nel pieno controllo delle risorse petrolifere del Medio Oriente, a partire dall'Iraq, e per arrivarvi non sarebbe esclusa l’opzione dell’uso delle armi nucleari tattiche, mostrando al mondo una determinazione inarrestabile in grado di indurre tutti in soggezione.
Per Khazin «la grande debolezza attuale degli USA è il fatto che, nel bel mezzo di una situazione veramente critica, gli uomini al potere sono tutti mentalmente limitati. Questa è esattamente la condizione in cui si trovava l’URSS.»
Nell’analisi della crisi americana, Mikhail Leont’ev la paragonava a quella dell’Unione Sovietica dei primi anni ottanta: l’élite degli Stati Uniti, come prima di essa quella dell’URSS, non dimostrava altre capacità di fuoriuscire dalla crisi che attingendo ai metodi e alle soluzioni che aveva nel suo armamentario. L’11 settembre – rimarcava Leont’ev – è stato fondamentale per passare a metodi nuovi. Emergeva il contrasto, sempre più brutale, tra due gruppi: quello della ‘forza militare’ e quello degli ‘isolazionisti’. A questi ultimi importava di salvare l’economia statunitense e la sua industria e pensavano che il sistema dovesse concentrarsi sui propri problemi mettendo in atto intanto una svalutazione ‘controllata’ del dollaro. Cosa che in parte è poi comunque avvenuta. L’opinione di questo gruppo è che gli Stati Uniti non abbiano necessità di esercitare su tutta la scala della loro potenza militare un dominio mondiale, ma solo di costruire un efficace sistema di gendarmi regionali. Il che spiegherebbe l'ambigua politica nei confronti della Russia, le aperture, l’inserimento in logiche di sicurezza bilaterale, ecc.
Tuttavia Leont’ev constatava la prevalenza e l’egemonia dei propugnatori della ‘forza militare’, i quali intendevano sfruttare a fondo l’unica area in cui registravano per gli USA un vantaggio soverchiante e nessun rivale all’altezza, ossia la sfera politico-militare.
L’analisi di Leont’ev proseguiva a quel punto in un modo che ci appare particolarmente degno di attenzione, perché al tempo di quella tavola rotonda non era ancora partita l’invasione dell’Iraq da parte delle forze anglo-americane e descriveva uno scenario che oggi possiamo considerare straordinariamente esatto e lungimirante. Una cosa – per Leont’ev – erano i massicci bombardamenti aerei dell’Iraq senza gravi perdite per i militari USA, mentre una cosa molto diversa sarebbe stata un’operazione di terra, che sarebbe potuta durare a lungo. In quel caso, la situazione sarebbe peggiorata sempre di più, e la lotta intestina tra i due gruppi all’interno degli USA si sarebbe intensificata costantemente. Leont’ev non fece previsioni di lungo termine. Ciò che a suo avviso contava era che la Russia definisse una risposta chiara, previo un grande cambiamento nella politica interna. Oggi possiamo dire che il comportamento di Putin degli anni a seguire – quando a costruito un'efficacissima nuova “verticale del potere” - ha scommesso con successo su una linea molto affine a queste acute analisi.
Leonid Vladimirovič Šebaršin analizzava invece l’intervento USA in Afghanistan, che in quel momento – senza che fosse ancora in atto la grande ‘distrazione’ di truppe in Iraq – dimostrava tutta la potenza americana, subito dopo aver travolto i Taliban, scelto un Primo Ministro di comodo, creato una qualche stabilità. Altro rilevante successo americano – a parere di Šebaršin – è stato l’uso dell’Afghanistan per prendersi le posizioni dell’ex Unione Sovietica in Asia centrale, con ottime basi in Kirghizistan, in Tagikistan, accordi con l’Uzbekistan, e qualche sollecitazione di un certo effetto sul Kazakhistan. La pressione sulla Russia a quel punto si spingeva verso il massimo, negli stessi anni dell'allargamento a Est dell'Unione europea e della NATO, oltre che della disdetta del trattato ABM da parte di Bush.
Solo con la recente espansione della SCO (Shanghai Cooperation Organization) – l’associazione centroasiatica che sotto l’egida di Mosca e di Pechino si sta velocemente trasformando in una consistente alleanza politico-militare, oltre che in uno spazio di cooperazione economica – assistiamo a una netta inversione di tendenza rispetto al quadro tracciato nel 2002 da Šebaršin.
Le riflessioni di Leonid Šebaršin son riapparse, più aggiornate, nel marzo del 2005. In un’intervista esclusiva con «RIA Novosti», diffusa fuori dalla Russia da «Réseau Voltaire», l'ex numero due del KGB valuta che «soltanto fra dieci-quindici anni i giacimenti del Kazakhstan e del Turkmenistan saranno valorizzati in modo intensivo e occorrerà anche controllare il percorso dei prodotti energetici. La campagna afgana ha permesso agli USA di impiantare basi militari in Uzbekistan e Kirghizistan e adesso va al massimo “la valorizzazione politico-militare” della Georgia e dell’Azerbaigian. La regione caspica è sotto sorveglianza. Essa è un nuovo punto caldo del pianeta.»
Il senso di quanto accade nella regione sta nella creazione di condizioni adatte per un’offensiva degli Stati Uniti nella regione caspica, una ulteriore tappa di confronto con la Cina e la preparazione degli USA a un «inevitabile» scontro con questo Paese. Nell’accaparramento delle materie prime, la Cina tende a divenire il principale competitore degli Stati Uniti. Presto o tardi, lo scontro avverrà. Šebaršin domanda:
«perchè gli Stati Uniti hanno bisogno di una base militare in Kirghizistan? Per i voli sull’Afghanistan? Niente affatto. Peraltro, gli effettivi lì schierati eccedono nettamente il personale incaricato di assicurare il controllo dei voli e continuano a crescere. Gli Stati Uniti cominciano a circondare la Cina di basi militari e non è senza ragione che negoziano con il Vietnam un loro ritorno alla base militare di Cam Rahn.
Il compito della Russia, quale potenza indipendente, risulta dettato da precise condizioni storiche.
Nello stato in cui si trova attualmente, la Russia è particolarmente vulnerabile rispetto a un pericolo esterno inatteso, nato da un cambio della congiuntura mondiale. Oggi il nostro scudo nucleare è il solo garante della nostra indipendenza. Occorre preservarlo, tenercelo stretto. Fintanto che esisterà, nessuno tenterà di attaccare seriamente la Russia. È fuor di dubbio che i nostri partner s’impegneranno a indebolirlo al massimo. Quello è un obiettivo strategico che non abbandoneranno.»
Šebaršin nel 2005 è dunque a dir poco profetico riguardo alla successiva decisione degli USA di impiantare sistemi antimissile in Polonia e nella Repubblica Ceca.
«Per noi – aggiungeva Šebaršin - è prioritario prendere delle misure energiche e meditate in vista della creazione di un’economia che ancora non esiste. Fintanto che il paese non disporrà di un’economia efficace – osservava Šebaršin – esso resterà dipendente dalla congiuntura sul mercato mondiale del petrolio, tutto ciò che potremo dire resterà lettera morta.»
Queste parole di Šebaršin oggi ci colpiscono, perché vediamo che la politica di Putin si è mossa con una profonda cognizione di questi problemi, ottenendo risultati clamorosi dalla congiuntura favorevole per i prezzi degli idrocarburi. Nel 2006 la Russia ha restituito in anticipo di molti anni il debito nei confronti delle istituzioni finanziarie internazionali, e oggi ha un surplus commerciale senza precedenti, disponibile per l’acquisizione di nuovi asset strategici per l’economia russa. L’istituzione di un ‘fondo sovrano’ di diretta emanazione statale, che raccoglie centinaia di miliardi di dollari, fa della Russia un predatore rispetto alle industrie e alle materie prime su scala globale. Avviene lo stesso anche per la Cina.
Sul piano militare, la Shanghai Cooperation Organization, la cui importanza e le cui funzioni si accrescono di continuo, è un formidabile fattore di riequilibrio rispetto alla proiezione imperiale degli Stati Uniti, in un clima di crescente competizione e riarmo, gravido di pericoli. L’aggressività americana sullo scacchiere asiatico, ossia il vero movente che ha covato l’11 settembre, ha generato un blocco d’interessi che vi si oppone con molta determinazione, pienamente consapevole del fatto che si sta preparando una catastrofe bellica su scala planetaria.
La corsa verso un simile cataclisma deve preoccupare qualsiasi persona di buon senso.
Di certo, per capire i veri retroscena dell'11 settembre e di quel che ne è seguito, la nostra opinione pubblica ha avuto armi spuntate, mentre a Mosca sono stati usati strumenti analitici fondamentalmente esatti, sebbene non disinteressati e non immuni da distorsioni nazionalistiche.
Da noi le classi dirigenti hanno creduto alle proprie bugie e danno segno di crederci fino ad accelerare la prossima guerra mondiale. In Russia, d'altro canto, si conta sulla durezza inaggirabile dei fatti.
Lo ricorda bene Giulietto Chiesa:
La crisi energetica, evidente a tutti salvo a chi non vuole vederla, incombe ormai sull'intera economia mondiale e determinerà contraccolpi drammatici in tutto il mondo, mentre la Russia si trova ad essere l'unica grande potenza che ha tutte le risorse al suo interno e non avrà alcun bisogno di andarsele a prendere, con la forza, fuori dai suoi confini. Il cambiamento climatico colpirà ogni area del pianeta, ma tra tutte la più avvantaggiata sarà proprio la Russia, mentre Europa e Stati Uniti dovranno difendersene in tempi relativamente rapidi.
Il nuovo realismo politico deve ridimensionare l'atlantismo
Nel frattempo, la corsa agli armamenti è in atto. Lo segnala l’ultimo rapporto del SIPRI di Stoccolma, uno degli istituti più quotati in materia. Le spese militari su scala planetaria sono ora arrivate all’enorme somma di 1.200 miliardi di dollari (a valori costanti del 2005), la più elevata di tutti i tempi, in costante incremento.
Gli Stati Uniti, orientati secondo le loro dottrine militari ufficiali a non concedere a nessuno la più lontana possibilità d’insidiare la loro supremazia militare, restano di gran lunga in testa per le spese militari, con un bilancio di 547 miliardi di dollari.
Le spese militari della Russia sono di circa 15 volte inferiori (34,7 miliardi di dollari), e sono indirizzate soprattutto a rendere più moderno un apparato militare sì imponente, ma trascurato per anni. La cosa fa riflettere, se si pensa che i media mainstream attaccano la ‘corsa agli armamenti’ del Cremlino, con allarmi gonfiati. Il bilancio del Regno Unito, per dire, è molto più voluminoso (59 miliardi di dollari), così come quello della Francia (53 miliardi), o perfino quello di un paese ben poco proiettato all’esterno dal punto di vista militare, come il Giappone (43,7 miliardi di dollari).
Mentre l'allarme sul presunto “espansionismo” russo è pura fuffa propagandistica, è però vero che – se non vogliamo valutare male la forza e l'esperienza militare russa, pur sempre dotata di un arsenale strategico termonucleare - dovremo sapere che i russi stanno investendo molto ed efficacemente, con tecnologie che solo un irresponsabile come Saakashvili potrebbe sminuire. Per ora la disfatta delle sue forze armate se l'è beccata lui. Sarebbe folle trovarci presto - e senza sapere perché – a rintanarci in inutili rifugi mentre ci sorvolano i Tupolev.
A Mosca non ci sono nuovi Hitler. Ci sono statisti che fanno i loro interessi nazionali, e lo fanno maledettamente bene. Alcuni interessi contrasteranno con i nostri. Ma è normale.
Sono più numerosi però gli interessi comuni. Non potremo passare a un futuro paradigma energetico senza idrocarburi escludendo una transizione di alcuni decenni che utilizzi proprio gli idrocarburi regolati da Mosca. La posta in gioco alternativa è una guerra mondiale, cioè – dati i mezzi distruttivi a disposizione e le dinamiche fra potenze – l’Apocalisse. Con questi mezzi e queste dinamiche una simile guerra è già da tempo fuori dal campo della razionalità politica. Il realismo politico oggi non può che ridimensionare l'atlantismo e prefiggersi un mondo multipolare. È la vera chiave della sicurezza collettiva.


La bomba a implosione russa


Aggiornamento del 17 settembre 2008:
Il presente articolo è stato ripreso anche da «ComeDonChisciotte» [QUI], da «Megachip» [QUI], da «Aginform» [QUI], da «Arianna editrice» [QUI], da «Pressante.com» [QUI], da «ZeroFilm» [QUI] e da «Emigrazione Notizie» [QUI]

25 agosto 2008

Operazione Saakashvili

di Giulietto Chiesa,

Megachip – da Galatea
Fonte: Megachip
Link: QUI



Quei giorni di agosto 2008 resteranno sicuramente nella storia come giorni di una svolta, di un drastico del quadro politico internazionale. La Russia non è più quella che, per 17 anni, l'Occidente aveva immaginato che fosse. È ben vero che, i primi anni dopo il crollo, l'euforia del trionfo dell'Occidente era stata corroborata da una leadership russa di Quisling, capitanati da un ubriacone rozzo e baro, come lo fu Boris Eltsin.
Ma dopo, con la sua dipartita dal potere russo, la musica aveva cominciato a cambiare.
I segnali erano tanti. Ma i vincitori erano convinti che Vladimir Putin facesse il muso duro solo per rabbonire i russi umiliati, mentre, in realtà, proprio lui stava - lentamente, ma con chiara progressione - mettendo le basi per un cambiamento. Solo che, come dice un antico proverbio coltivato sotto ogni latitudine, Dio acceca coloro che vuole perdere.
L'illusione sulla disponibilità dei russi a lasciarsi mettere ormai il piede sul collo in ogni occasione avrebbe dovuto assottigliarsi e dare spazio al realismo.
Da queste colonne ho scritto più volte - i lettori lo ricorderanno - che la Russia aveva smesso di ritirarsi e che sarebbe venuto il momento in cui tutti avremmo dovuto accorgercene.
Al giovane avvocato americano Saakashvili, e ai suoi consiglieri e amici americani e israeliani, agli europei che continuano a tenere bordone, è toccato di sperimentare che la ritirata della Russia è finita. Resta loro ancora da capire che è finita per sempre. Nel senso che, per un periodo di tempo oggi non prevedibile, l'Occidente, o quello che ne resta, dovrà fare i conti con una Russia tornata protagonista mondiale.
E non solo perché la Russia è oggi molto più forte di quello che era nel 1991, ma perché l'Occidente - e in primo luogo gli Stati Uniti d'America - è molto più debole di allora. Sotto tutti i profili. Otto anni di George Bush hanno logorato l'America, il suo prestigio.
Ma non è solo politica. La crisi della finanza internazionale è nata dalla "Grande Truffa" dei mutui facili, costruita da Wall Street. La crisi energetica, evidente a tutti salvo a chi non vuole vederla, incombe ormai sull'intera economia mondiale e determinerà contraccolpi drammatici in tutto il mondo, mentre la Russia si trova ad essere l'unica grande potenza che ha tutte le risorse al suo interno e non avrà alcun bisogno di andarsele a prendere, con la forza, fuori dai suoi confini. Il cambiamento climatico colpirà ogni area del pianeta, ma tra tutte la più avvantaggiata sarà proprio la Russia, mentre Europa e Stati Uniti dovranno difendersene in tempi relativamente rapidi.
L'Europa, in primo luogo, avrà un bisogno imperioso, non eliminabile, dell'energia russa per fronteggiare una transizione a una società che non sarà più quella della crescita dei consumi (che verrà resa impossibile dalle nuove condizioni di scarsezza relativa e assoluta di risorse).
Queste sono considerazioni di elementare realismo, alle quali molti dirigenti europei e entrambi i candidati alla presidenza americana, sembrano essere impermeabili.
La loro visione del mondo ha continuato, in questi diciassette anni, ad essere quella della guerra fredda, dei vincitori. E hanno assunto come bibbia per i loro pensieri il libretto che Zbignew Brzezisnki aveva scritto parecchio tempo prima della caduta dell'Unione Sovietica: obiettivo prossimo venturo, "dopo la liquidazione del comunismo", dovrà essere la liquidazione della Russia, la sua scomposizione, la sua trasformazione in tre repubbliche (Russia Europea, Siberia Occidentale, Estremo Oriente russo) prima "leggermente federate" e poi indipendenti. Con la parte europea assorbibile dall'Europa, la Siberia Occidentale in mano americana, e l'estremo oriente russo messo a disposizione di Giappone e Cina, a sua volta omogeneizzata alla globalizzazione americana.
Come sappiamo le cose sono andate molto diversamente su tutti i fronti.
Ma la pressione sulla Russia è stata mantenuta, continua, asfissiante. Basta guardare oggi alle immagini della manifestazione di Tbilisi, in cui Saakashvili ha cercato di rimettersi in piedi dopo la durissima lezione subita tra il 6 e il 9 agosto, e passare in rassegna i nomi degli "ospiti" alleati morali (l'Ucraina anche alleata materiale) dell'aggressione all'Ossetia del Sud, per avere il quadro dei risultati di quella politica di Washington. Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ucraina in fila, con i loro presidenti, di fronte alla folla georgiana: vista sulla carta geografica è la rappresentazione dell'accerchiamento, di una nuova, davvero insensata, irrealistica operazione di accerchiamento. Aggiungendo la Georgia ecco completato il semicerchio con cui tutte le frontiere della Russia diventano bastioni di un'offensiva politico-diplomatico-energetica-psicologica antirussa.
Mancavano, tuttavia, la Romania, la Bulgaria, perfino la Repubblica Ceca di quel reazionario con i fiocchi di Vaclav Klaus. Mancavano l'Ungheria la Slovacchia e la Slovenia, forse solo un tantino più prudenti, forse resesi conto che la corda era stata tirata troppo ed è giunto il momento di frenare se non si vogliono maggiori guai.
Mancava perfino l'Italia, figurarsi!
E il giorno dopo Varsavia firmava l'accettazione del nuovo sistema missilistico americano.
Primo atto, presentato come "di ritorsione" dai media occidentali, mentre era in preparazione da almeno due anni. E, a proposito dei media occidentali, resta solo da constatare che l'ondata di menzogne da essi prodotte (con rarissime eccezioni) , se ha dato l'impressione momentanea di un isolamento completo della Russia in tutto l'Occidente, ha rappresentato la classica vittoria di Pirro.
Non solo perché i fatti, gli avvenimenti sul terreno, hanno confermato le versioni che venivano date dalla Russia e dai suoi media, ma perché la falsificazione è stata così imponente, così sfacciata che negli anni a venire verrà ricordata da milioni di russi (e da miliardi di persone in tutto il mondo non occidentale) come la prova definitiva che il mainstream informativo occidentale è ormai diventato un megafono - attivo e passivo - dei centri imperiali del potere. Dunque non più affidabile.
Sono quelle cose che in politica si pagano, magari non subito, magari dopo anni, ma restano nella memoria dei popoli, nella psicologia collettiva.
Questa volta i bugiardi, gli aggressori non sono stati i russi, ma "i nostri". E non hanno mentito, imbarazzati, solo i portavoce. In quelle ore mentivano i numeri uno, sfilando, uno dietro l'altro davanti alle telecamere famose delle maggiori catene disinformative. Bush che annuncia il prossimo assalto a Tbilisi e il rovesciamento del "democratico governo della Georgia", McCain che ripete la giaculatoria, e via tutti gli altri, incluso Obama. Dio ci protegga da questo futuro presidente americano, chiunque sia, nero o bianco, vecchio o giovane, democratico o repubblicano. "La Russia ha occupato Gori"; "colonne di tank russi si dirigono su Tbilisi". Le vie di Tzkhinvali, devastate dall'assalto di un esercito di migliaia di uomini di centinaia di carri armati, di aerei e elicotteri, mostrate al pubblico come fossero le strade di Gori "selvaggiamente bombardate" dagli aerei russi. Notizie di bombardamenti dell'oleodotto Baku-Ceyhan date per certe, ma inventate, offrono spazio a decine di commenti sul nulla.
Ma il vertice dell'ipocrisia avviene quando i media occidentali, resisi conto che la Russia non punta affatto a conquistare Tbilisi e che si è fermata sulle frontiere dell'Ossetia del Sud e dell'Abkhazia, cominciano a stigmatizzare indignati i bombardamenti che la Russia ha effettuato fuori da quelle frontiere. Come se tutti si fossero dimenticati che gli aerei della Nato, nel 1999, andarono a bombardare Belgrado e decine di piccoli e medi centri urbani della Jugoslavia. Semplicemente per punire la popolazione, per democratizzarla, distruggendo ponti, infrastrutture, fabbriche, ospedali. E naturalmente uccidendo centinaia, anzi migliaia di civili. Due pesi e due misure, come al solito. Noi siamo i buoni, loro sono i cattivi. Punto e basta.
Punto e basta lo ha detto ora la Russia di Medvedev e Putin. L'Ossetia del Sud e l'Abkhazia saranno riconosciute formalmente come repubbliche indipendenti dalla Russia. Fino ad ora non era avvenuto. L'avventura sanguinosa di Saakashvili e di Washington lo ha reso inevitabile prima ancora che possibile. Medvedev ha detto, senza la minima ambiguità, che la Russia accetterà le decisioni dei due popoli e le trasformerà in atti politici e diplomatici, "uniformando la propria posizione internazionale a quelle decisioni". E non vi è dubbio quali saranno quelle decisioni. E non vi saranno passi indietro rispetto a quello che ossetini e abkhazi hanno già ripetutamente scelto nei referendum per la sovranità che hanno approvato.
L'"integrità territoriale" della Georgia - questa la formula difesa da diverse risoluzioni del Parlamento Europeo che io non ho mai votato - non sarà più possibile. Saakashvili è politicamente finito. Lo terranno in piedi ancora per qualche tempo, poi dovranno spiegargli che e meglio se torna a fare l'avvocato negli Stati Uniti. La Georgia nella Nato forse entrerà, se l'Occidente insiste nella sua offensiva antirussa. E forse entrerà anche l'Ucraina. Impossibile prevedere lo sviluppo di questi eventi perché le variabili sono troppo numerose per essere calcolate tutte.
Ma gli occidentali dovrebbero sapere che ogni passo che faranno in questa direzione sarà duramente contrastato dalla Russia che, come è evidente, ha smesso di ritirarsi. Georgia e Ucraina in Europa sembrano oggi, viste da Bruxelles, più difficili di prima.
La crisi georgiana ha mostrato che in Europa vi sono forze ragionevoli che non vogliono portarsi in casa una guerra e non vogliono creare una crisi di enormi proporzioni (con l'Ucraina spaccata in due).
L'operazione Saakashvili si è rivelata un vero disastro geopolitico per gli Stati Uniti. Le onde di risucchio andranno lontano. La guerra fredda è ricominciata, e non per colpa della Russia.
L'Europa dovrà decidere da che parte stare.

11 agosto 2008

La guerra nel Caucaso: le premesse che non ci raccontano

di Pino Cabras


Fonte dell'immagine: Justyna Mielnikiewicz for The New York Times

Non finisco mai di meravigliarmi dell'indecenza che ormai caratterizza l'informazione fornita da molti dei media più importanti.
Nei primi giorni della guerra fra Georgia e Russia, molte importanti testate, in Italia e altrove, non hanno nemmeno citato l'attacco perpetrato dalla Georgia in Ossezia, quando i bombardieri e i fanti di Saakashvili hanno colpito la popolazione civile osseta proprio a ridosso di una dichiarazione di tregua. Si è distinto nell'indecenza il Tg1 di Gianni Riotta.
L'altra cosa che continua a stupirmi è il modo in cui notizie importanti (e la guerra caucasica lo è) arrivano come un fulmine a ciel sereno nelle redazioni che contano, quando invece analisti con molti meno mezzi avevano già per tempo la percezione piena di quel che si stava apparecchiando. Possiamo vedere questo tipo di preveggenza analitica in un articolo di Maurizio Blondet del 21 luglio scorso, intitolato Provocazioni contro Mosca, apparso su «Effedieffe».
L'articolo di Blondet cita anche un passo del mio libro, laddove descrivo il dato di fondo della politica USA di questi anni, la pressione militare sulla Russia in costante aumento nel cuore dell’Asia, in combinazione con un aumento di pressione nei confronti della Cina, il tutto con un ruolo chiave dell'area del Caucaso.
Alla luce dei fatti legati all'inizio della guerra in Georgia, vale la pena riportare per intero l'articolo di Blondet [l'originale è
QUI].


Provocazioni contro Mosca
di Maurizio Blondet,
«Effedieffe»,
21 luglio 2008

Persino Victoria Nuland, ambasciatrice americana presso la NATO, ritiene che Georgia e Ucraina «non sono pronte ad unirsi all’Alleanza Atlantica»: e lo ha dichiarato alla Novosti il 10 giugno scorso, con l’evidente intento di rassicurare Mosca, in rovente contrasto con la «democrazia delle rose» (della CIA) di Tbilisi per le regioni secessionista dell’Abkhazia e Sud Ossezia, russofone.
Ebbene: subito dopo, forze armate USA cominciano una esercitazione congiunta con l’esercito georgiano (chiamiamolo così), a cui danno il nome «Immediate Response 2008», che dovrebbe durare tutto luglio. Con l’evidente scopo di provocare Mosca.
Perché Washington manda segnali così contrastanti, e così forti? Può trattarsi di un sintomo della gravissima crisi di leadership USA, nel tramonto della sciagurata presidenza di Bush junior: una leadership da acefala diventata policefala, dove diversi centri di potere conducono colpi di mano, forse sabotandosi a vicenda, strappandosi di mano il timone. La Nuland rassicurante dipende, come ambasciatrice, dal Dipartimento di Stato, ossia da Condy Rice; a lanciare i giochi di guerra in Georgia è il Pentagono, apparentemente per conto suo. Piuttosto allarmante, dato che la policefalia americana è armata di testate nucleari.
Almeno due centri di potere sembrano voler arrivare ai ferri corti con la Russia: il complesso militare industriale e, soprattutto, gli interessi petroliferi. La speranza di trovare in Medvedev un presidente più «occidentale» di Putin, ha subìto una rovente smentita. Il 9 luglio, dopo una visita di Putin al colonnello Gheddafi avvenuta in aprile, Gazprom ha annunciato di essere prossima ad un accordo con la Libia, per cui Gazprom «comprerà tutti i futuri volumi di gas (libico), petrolio e gas naturale liquefatto per l’esportazione a prezzi competitivi».
Insomma, il vecchio progetto di Putin – formare una «cartello del gas» che non sarà un’OPEC, ma un coordinamento fra Stati produttori e Stati consumatori basato su contratti a lungo termine – ha fatto un passo avanti decisivo. La Libia ha riserve di gas stimate a 1.470 milioni di metri cubi.
Mosca, come si ricorderà, ha già un accordo simile con l’Algeria (che fornisce il 10% del gas che consuma l’Europa), e con il Qatar (riserve comprovate quasi doppie di quelle libiche); e nei giorni scorsi, il capo della Gazprom Alexei Miller ha fatto una visita a sorpresa a Teheran dove ha incontrato Ahmadinejād. Secondo quest’ultimo, i due hanno parlato di «soddisfare collettivamente la domanda di gas in Europa, India e Cina» dividendosi di buon accordo i mercati, ossia di non farsi concorrenza. Di certo hanno firmato un accordo che assegna alla Russia lo sviluppo di campo petroliferi iraniani; la cooperazione nello sfruttamento del giacimento del Nord Azadegan, di ricchezza favolosa; e il tutto apertamente, proprio mentre Israele annunciava l’imminente annichilimento dei laboratori nucleari iraniani, e le ditte europee (Total è la più grossa) si ritiravano dall’Iran per paura delle sanzioni USA.
Si capisce che in precisi ambienti a Washington si canterelli con senso di urgenza: «Bomb, bomb, bomb Iran».
Agli inizi di luglio, Medvedev è volato in visita diplomatica in Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakhstan; a Baku, capitale del primo Stato, ha offerto di acquistare l’intera produzione di gas azero a prezzi di mercato; a Ashgabat, ha ottenuto il consenso turkmeno alla modernizzazione dell’oleodotto Central Asia Center Pipeline (CACP), e la costruzione di un oleodotto litorale attorno al Caspio.
Insomma, di fatto, Gazprom commercializzerà l’intera produzione energetica della Libia e quella dell’Azerbaigiian, e si è assicurata che greggio e gas di Turkmenistan e Kazakhstan non arrivino ai consumatori «scavalcando» le tubature russe.
Non basta. Gazprom ha chiesto licenze di prospezione alla Nigeria – cortile di casa delle petrolifere anglo-americane – ed ha proposto alla Nigeria di costruire un gasdotto che porti il gas nigeriano in Algeria (ormai socia dei russi nel «cartello»), per la vendita congiunta del gas in Europa.
La goccia ha fatto traboccare il vaso: «Il monopolio Gazprom si comporta da monopolio», ha sbottato Matthew Bryza, vice-segretario di Stato USA per gli affari eurasiatici: «Tenta di controllare le maggiori quote possibili del mercato per stroncare la concorrenza. Il Cremlino vuole fare di Gazprom una forza dominante nell’energia globale, e “la” forza dominante nel gas, raggruppando le risorse di gas dell’Asia Centrale e dell’Africa». Gazprom, ha concluso con furia, «vuol dominare in ogni angolo del pianeta».
Il che è alquanto comico, dato che il proposito americano di «dominare ogni angolo del pianeta» sta scritto a chiare lettere nei documenti-guida del governo Bush-Cheney, a cominciare dal «Project for a New American Century» e dal suo rapporto «Rebuilding the American Defense», dove si auspica «una nuova Pearl Harbor» onde convincere gli americani a lunghe guerre e grandi spese militari per il petrolio: specie per l’area del Caspio, nell’ex zona di influenza sovietica, con le sue riserve valutate come ricchissime nonostante la difficoltà di trasporto da quel mare chiuso ai clienti consumatori.
L’Afghanistan non è stato invaso per liberare le donne dal chador, ma per costruire una pipeline sul suo territorio, che portasse gas e greggio del Caspio ai porti turchi senza dover passare nelle tubature sovietiche; l’occupazione dell’Iraq è servita ad assicurare all’America una delle più grandi fonti petrolifere esistenti.
Ora, tutto ciò che Washington ha cercato di ottenere con la forza bruta, a costi altissimi (anche in prestigio), Mosca sta ottenendo con la diplomazia e le offerte commerciali.
Nel 1999, la «Strategic Review» dell’US Strategic Institute (una fondazione di Boston, oggi disciolta) scriveva a chiare lettere: «È necessario assicurare alle compagnie statunitensi la leadership nello sviluppo delle risorse nella regione (centro-asiatica) e azzerare l’influenza russa sull’esplorazione e lo sviluppo dei giacimenti, nonché sulle direttrici delle pipelines per l’export» [Citato da Pino Cabras, «Strategie per una guerra mondiale – Dall’11 settembre al delitto Bhutto», Cagliari 2008, pagina 84]. E' ovvio che a Mosca abbiano letto questo consiglio strategico, e ne abbiano tratto le conseguenze.
Tanto più che, allo scopo, la «Strategic Review» consigliava l’aumento della presenza militare USA in Asia Centrale; il che è stato eseguito. Ma consigliava anche cose, che non certo per colpa di Mosca, sono state disfatte dall’amministrazione Bush: «Collaborazione con il Pakistan in quanto punto di passaggio del gas e in chiave anti-iraniana», e gli USA stanno perdendo la presa sul Pakistan con l’eclissi di Musharraf. Consigliava «sostegno alla Turchia, fedele alleata contro Russia e Iran», e la Turchia sta cooperando militarmente con Teheran nella repressione del secessionismo kurdo, che ora ha come centro la repubblica curda semi-indipendente dell’Iraq. Consigliava la messa sotto schiaffo dell’Iran, e – salvo sorprese israeliane – non ci sta riuscendo: Cina e Russia subentrano alle imprese occidentali che, sotto minaccia di sanzioni, se ne vanno dalla Persia.
Ora si capisce meglio il senso – più che allarmante – della ostinazione di Bush a piazzare il sistema antimissile in Polonia: far pesare la minaccia militare su Mosca in modo decisivo e brutale. Ottenere con la forza quel che la sua non-diplomazia ha perduto. La provocatoria esercitazione militare congiunta in Georgia fa pensare all’intenzione di provocare un casus belli, alla ricerca di una «confrontation» anche militare con Mosca.
La Russia spende per l’armamento una frazione insignificante di ciò che spende il Pentagono, e certo non è preparata, né desidera una vera guerra con gli Stati Uniti, che non potrebbe essere che nucleare. Solo dei dementi possono volerla, e Mosca è razionale. Forse il calcolo è di indurre Mosca a cedere di fronte a questo pericolo, giocando il tutto per tutto sulla sfida; forse, nel tramonto di Bush, a Washington alcuni gruppi puntano al fatto compiuto, contro altri che appaiono più prudenti.
Sono possibili colpi di testa e colpi di mano, corrono tentazioni di usare la forza assoluta, quella dove gli USA, alle corde, mantengono una superiorità schiacciante. Inutile dire quanto questo sia inquietante.

10 agosto 2008

Follie caucasiche

di Pino Cabras


Un convoglio russo nei pressi del villaggio di Dzhaba, nell'Ossezia del Sud.
Foto: Dmitry Kostyukov/Agence France-Presse — Getty Images
Fonte: New York Times

L'esordio del conflitto fra Georgia e Russia deve farci rizzare i capelli. Non era affatto imprevedibile. Dobbiamo renderci conto dell'irresponsabile leggerezza con la quale presso le cancellerie europee si sono mossi già troppi passi verso un'adesione alla NATO della Georgia. Grazie alla “clausola d'impegno” dell'articolo 5 dell'Alleanza, saremmo facilmente esposti a uno scenario di possibile guerra con la Russia, che in Georgia ha molte vecchie questioni irrisolte, sullo sfondo di una contesa al centro del Grande Gioco della conquista dell'Eurasia, il teatro più ambito dagli strateghi delle medie e grandi potenze e più temuto da chi ha a cuore la pace. Una guerra della NATO con la Russia sarebbe una guerra mondiale. Se non vogliamo far entrare nemmeno nell'anticamera della Storia una simile scena catastrofica, dovremo moltiplicare l'attenzione per cercare soluzioni diplomatiche urgenti e per accantonare la follia di un ingresso di Tblisi nella NATO.

A critica dell'operato del presidente georgiano Saakashvili – in termini molto duri – è intervenuto su «Il Sole 24 Ore» anche Piero Sinatti, un grande esperto di Russia e questioni del Caucaso. Di seguito è riportato un ampio stralcio del suo articolo, che può essere peraltro letto per esteso QUI.

Lo sbaglio di Saakashvili
[...] Prendendo rapidamente il controllo di Tskhinvali, Mosca ha messo il presidente Saakashvili di fronte alle sue pesanti responsabilità e al suo più grave errore: quello di presupporre che la Russia non avrebbe risposto manu militari al massiccio attacco georgiano.
Quella che ieri sembrava una vittoria (la presa della capitale ossetina), giocata sulla sorpresa e sulla violazione di impegni di tregua, assunti alla vigilia anche da lui stesso, rischia di trasformarsi in una micidiale sconfitta per Saakashvili.
Nonostante i grandi e costosissimi sforzi di modernizzazione dell'esercito georgiano, condotta con il supporto politico e finanziario Usa e con quello tecnico ucraino, Tbilisi non è minimamente in grado di sostenere un confronto armato con Mosca. Per questo, Saakashvili ha una sola alternativa ragionevole: accettare la proposta russa - che la comunità internazionale dovrebbe appoggiare - di ritiro delle truppe di Tbilisi nelle posizioni occupate prima dell'attacco dell'8 agosto e accettazione – finora pervicacemente respinta - dell'impegno a rinunciare all'uso della forza. Impegno che si richiede anche alle altre due parti in causa.
La comunità internazionale, gli Usa e in particolare l'Unione Europea, cui Mosca ha chiesto un'attiva e convinta mediazione (si vedano i colloqui telefonici tra il presidente Medvedev e la cancelliera tedesca Merkel del 9 agosto), dovranno intervenire perché cessino i combattimenti e il conflitto non continui e si estenda, provocando ulteriori perdite umane e distruzioni (come quella di Tskhinvali).
Le intenzioni di Saakashvikli di dichiarare lo stato di guerra e il coprifuoco nel suo Paese non promettono niente di buono. Egli si è rivelato un leader avventurista, irresponsabile e inaffidabile. Dovranno ricredersi, finalmente, quanti finora gli hanno conferito diplomi di democraticità, legittimità e abilità politica. Sono gli stessi, a cominciare dagli Usa, che vorrebbero concedere alla Georgia la carta del piano di ammissione alla NATO il prossimo dicembre, nella prevista conferenza di Bruxelles.»

Nella blogosfera troviamo un'altra analisi molto critica della situazione, quella di Stefano Grazioli, anche lui esperto di vicende russe. Il tema viene affrontato con un tono polemico che poco lascia al politically correct. L'articolo originale è QUI.
Ecco l'analisi:

Psicopatologia di Mikhail Saakashvili
Attenzione: post non ortodosso.

Misha ha la fama di essere un po' un puttaniere, ma forse questa è una delle migliori qualità. È un populista di prim'ordine, un politico scaltro, sa utilizzare benissimo i media. La sua strategia politica, imperniata sul nazionalismo antirusso, è finita come doveva finire: dal 2004 ha continuato a ripetere che avrebbe risolto la questione dell'integrità territoriale del paese in un modo o nell'altro. Ha scelto quello peggiore.
La situazione in Sud Ossezia, come in Abkhazia, de jure facenti parti della Georgia, de facto separate (anzi più russe che indipendenti: praticamente tutti hanno passaporto russo, il rublo è la moneta che circola, l'economia va avanti solo con le sovvenzioni di Mosca, e questo non dall'altro ieri, ma da una qundicina d'anni) è peggiorata dopo l'indipendenza del Kosovo, non riconosciuta dalle organizzazioni internazionali, ma da singoli stati. I frozen conflicts si stanno scongelando, con la complicità di chi è sempre stato a guardare.
Misha non si è svegliato l'altra mattina e ha deciso di attaccare Tshinkvali e riportare l'Ossezia a tutti gli effetti sotto la giurisdizione georgiana. Da mesi si preparava da una parte l'attacco, dall'altra la reazione. Saakashvili sapeva che avrebbe scatenato la reazione russa. E come poteva essere altrimenti? Si possono bombardare soldati e civili russi senza che il Cremlino pensi a una reazione?
Un paio di spiegazioni a quello che è successo:
A) Saakashvili è completamente pazzo: ha pensato a una blitzkrieg per riconquistare prima l'Ossezia del sud, poi l'Abkhazia (visto che i problemi si risolvono così per una, si possono risolvere alla stessa maniera anche per l'altra) pensando che i russi fossero tutti a Pechino e nessuno si accorgesse di nulla. Senza pensare alle conseguenze.
B) Saakashvili è completamente pazzo: ha pensato a una blitzkrieg per riconquistare prima l'Ossezia del sud, poi l'Abkhazia, sapendo che i russi sarebbero intervenuti. Ma ha calcolato tutto. In questo caso ci sono altre tre spiegazioni:
B1) Saakashvili è completamente pazzo: ha pensato che la Georgia da sola possa resistere a una guerra con la Russia e magari vincerla.
B2) Saakashvili è completamente pazzo: ha pensato che facendo una telefonata a Washington arrivino in aiuto tutti i marines ora in Iraq.
B3) Saakashvili è completamente pazzo: ha pensato che non potrà comunque resistere, ma un bel bagno di sangue non fa male a nessuno.
C) Saakashvili è completamente pazzo: non ha pensato a nulla, se non al fatto che se non avesse scatenato l'attacco ora non l'avrebbe fatto più. Questo perché quando a Washington sarà cambiata l'aria, saranno in pochi a volerlo tenere in piedi. In questi anni ha combinato più disastri che altro e solo mantenendo la promessa di riconquistare i territori ormai perduti potrà entrare nella storia come un vincente. Il signore è presuntuoso e arrogante a sufficienza per decidere di non ascoltare i consigli di nessuno. Il risultato è visibile a tutti.
Sulla Russia. Il Cremlino non ha certo avuto alternative: non rispondere all'attacco era impossibile. Per ragioni geostrategiche e umanitarie. C'è solo da sperare che non esagerino. In questa situazione si vedrà la capacità di Medvedev di reggere la scena internazionale.
Previsione: ritorno allo status quo entro qualche settimana. Abkhazia e Sud Ossezia più vicine all'indipendenza e alla Russia. Fine politica di Mikhail Saakashvili.