di Pino Cabras
Diversi mitografi che fanno l’apologia delle versioni ufficiali sull’11 settembre adottano spesso una tattica: spostare l’attenzione dal tema. Secondo questo schema, mettere in discussione la versione ufficiale è qualcosa che «manca di rispetto per le vittime e le loro famiglie».
La realtà, tuttavia, è un’altra. Circa metà dei familiari delle vittime ritiene che l’11 settembre abbia avuto complicità ad alto livello negli apparati statali.
Molti parenti e amici delle vittime non si limitano a sostenere la ricerca della verità sull’11/9, ma chiedono a gran voce una nuova inchiesta, come fa – fra gli altri – Bob McIlvaine, una delle voci più toccanti che abbiamo conosciuto anche in Italia grazie al film Zero. Non è affatto una voce nel deserto.
Le stesse “vedove dell’11 settembre” che si batterono per la creazione della Commissione d’inchiesta, dopo i suoi scarsi risultati e dopo i depistaggi che hanno appurato, stanno ora chiedendo una nuova indagine.
Altre voci esprimono dubbi e domande radicali. Lo fanno con un’autorevolezza naturale, che viene dalla loro storia personale valorosa e dai segni che portano nel corpo. Sono i pompieri e i soccorritori che avevano lavorato instancabilmente per salvare vite umane in mezzo alle nubi tossiche. Parliamo di veri e propri eroi, oggi colpiti dalla malattia per ciò che respirarono in quel giorno infausto. Proprio loro, queste vite predestinate a una sorte segnata da inesorabili patologie, sostengono che fu una demolizione controllata a buttare giù le Torri Gemelle e reclamano un’indagine che non sia una farsa.
Possiamo portare documenti, testimonianze, contatti, video. Ma ci sarà comunque ancora qualcuno che continuerà a ripeterlo: indagare sull’11 settembre è irriguardoso nei confronti delle vittime.
Ponendoci all’ascolto dei familiari dei caduti, dovremo pazientemente spiegare che è vero il contrario.
Accontentarsi delle versioni ufficiali: questo sì, sarebbe veramente irrispettoso di chi morì quel giorno e di chi lo piange da allora.
La posizione di chi reclama questa verità è molto scomoda, specie per chi ha avuto una visione dei fatti personale e diretta. I “muri di gomma” esistono.
Il maggiore Mike McCormack, ad esempio, è uno degli eroi di Ground Zero, nonché uno degli individui interessati a far divulgare i documenti che hanno provato il depistaggio governativo che ha deliberatamente messo a rischio poliziotti, vigili del fuoco e soccorritori (quando l’aria venne dichiarata «sicura e respirabile»). Il 12 settembre 2006, per fermarlo e perquisirlo sono state mobilitate anche le teste di cuoio della polizia. Come è ovvio, McCormack ha percepito il tutto come una potente opera di intimidazione. Le sue prese di posizione non sono uno scherzo. Sull’11 settembre ha rivelato cose di una certa pesantezza: «molti pompieri mi andavano dicendo che sentirono numerose esplosioni secondarie per tutto l'edificio – questi ragazzi sono professionisti con grande esperienza – molti hanno una formazione militare e non sono sciocchi.»
McCormack ha sostenuto che circa tre quarti dei poliziotti, dei pompieri e dei soccorritori con cui ha parlato personalmente credono ora che sull’11/9 ci sia un insabbiamento e ha rivelato che molti sono stati minacciati che «se aprono bocca possono dire addio alla loro pensione.»
Nonostante questo clima, a dispetto del “rumore di sciabole”, delle intimidazioni, delle inevitabili paure, gli interessati vanno avanti.
Plaza de Mayo, in un altro emisfero, dovrebbe averci insegnato che c’è chi non si arrende mai.
15 luglio 2008
Scavando su Ground Zero: rispetto, memoria e verità
13 luglio 2008
Edificio 7: il cibo precotto della versione ufficiale
Jerome Hauer e Rudolph Giuliani nel 1996
Articolo originale:
WTC 7 Emergency Head Was Building Collapse Specialist
di Paul Joseph Watson
«Prison Planet»
10 luglio 2008
Traduzione di Pino Cabras
L'ex capo della gestione delle emergenze di New York, Jerome Hauer, il cui ufficio era al ventitreesimo piano del WTC 7 (l'Edificio 7 del World Trade Center), era anche uno specialista in crolli di edifici, secondo un articolo del «New York Times» recentemente scoperto. Hauer ha attirato dei sospetti da parte del movimento per la verità sull'11/9 a causa dello zelo che usò nel sospingere la versione ufficiale già nelle ore successive all'attacco, quando i dettagli erano ancora lacunosi.
Hauer era inoltre il direttore amministrativo della Kroll Associates – la società che all'epoca forniva i servizi di sicurezza al complesso del WTC – e denunciava una conoscenza preventiva degli attacchi all'antrace una settimana prima che accadessero.
In un articolo del 27 luglio 1999 apparso sul «New York Times» riscoperto da 9/11 Blogger e intitolato Che cosa potrebbe andare male? È il suo lavoro sapere (What Could Go Wrong? It's His Job to Know), Hauer riceve un incandescente peana a cura del giornalista Randy Kennedy.
«C'è una storia che lui racconta nella quale questo fascino è abbastanza letterale... ma un altro esempio, un po' più metaforico, è difficile da fraintendere quando entri nel suo ufficio al ventitreesimo piano del WTC 7, altrimenti noto come “il bunker”, ossia il centro per le crisi di emergenza da 13 milioni di dollari a prova di proiettili, uragani e blackout, aperto dal comune il mese scorso».
L'articolo descrive l'Edificio 7 per quel che era, un oggetto stabile strutturalmente rafforzato, costruito per lo scopo manifesto di reggersi vigorosamente in una situazione di crisi, non la debole scatoletta di esche per fuoco che si presume sia diventato il primo edificio in acciaio nella storia a collassare a causa dei soli incendi, al dire dei debunker del calibro di BCC, History Channel, Popular Mechanics e altri.
In effetti, stando alla citazione da parte del «New York Times» di una dichiarazione di Larry Silverstein del 1989, i progettisti del WTC7 «costruirono con abbastanza ridondanza da consentire a intere porzioni di piani di essere rimosse senza danneggiare l'integrità strutturale dell'edificio», una solida struttura che venne ulteriormente migliorata dopo quell'anno con «più di 375 tonnellate di acciaio, che hanno richiesto oltre 19 km di saldature.»
L'articolo spiega il ruolo di Hauer: «nella veste di capo della gestione delle emergenze, Hauer sovrintende alla pronta reazione ai crolli di edifici, dei quali non c'è stata certo mancanza nel corso degli ultimi tre anni».
«Per buona parte della sua vita professionale, il compito di Jerome Hauer, 47 anni, è stato quello di sapere bene in che maniera le cose funzionano in un certo modo quando smettono di funzionare: quando cadono, quando implodono o esplodono, quando congelano o s'incendiano o si spengono; in tutti questi casi, lui sa cosa fare. Come ammettono tutti coloro che sono totalmente dedicati alle emergenze, non fa altro che pensare in ogni momento ai modi orribili in cui le cose si distruggono e la gente muore, sperando nel frattempo che tutti i suoi piani giacciano sugli scaffali».
È perciò stesso interessante che Hauer avesse il suo ufficio nel bel mezzo di un palazzo di 47 piani che poi crollò entro il proprio perimetro in non più di 7 secondi nel tardo pomeriggio dell'11/9, dopo essere stato colpito da poche macerie e aver subito danni da incendio limitati.
L'articolo enfatizza la numerosità dei tipi di emergenza su cui Hauer era esperto e potrebbe elencare nel suo curriculum: «incidenti di elicottero, incendi alla metropolitana, grandi perdite d'acqua sulle condutture, bufere, ondate di caldo, blackout, crolli di edifici, crolli di edifici, crolli di edifici».
Nei momenti immediatamente successivi agli attentati Hauer apparve sugli schermi di CBS News mentre con Dan Rather, a caldo, forgiava in quattro e quattr'otto delle spiegazioni sorprendentemente assertive in merito agli eventi, e concepiva un raccontino che presto sarebbe diventato la versione ufficiale.
Hauer risultava sospettosamente propenso a porre l'accento sul fatto che gli edifici non erano stati demoliti da esplosivi ma dagli aeroplani che li avevano colpiti, nonostante ciò fosse un completo rovesciamento di quanto avevano concluso a suo tempo i capi architetti e i progettisti del WTC durante gli studi in merito all'impatto di aerei sulle torri gemelle.
Hauer oltre a ciò puntò il dito direttamente su Bin Lāden allorché la sceneggiatura iniziava a svilupparsi.
«La mia idea è che - data la velocità dell'aereo e il fatto che questo fosse pieno di carburante al momento di colpire l'edificio poi incendiato - la velocità dell'aereo certamente abbia avuto un impatto sulla struttura stessa. E inoltre il fatto che si sia incendiato e si sia verificato un intenso calore probabilmente ha indebolito allo stesso modo la struttura. E io ritengo che sia stato questo: che semplicemente gli aeroplani hanno colpito il palazzo e causato il crollo», disse Hauer a Rather.
Rather inoltre chiese ad Hauer se gli attentati si sarebbero potuti eseguire senza la sponsorizzazione di uno Stato. Hauer replicò: «non son certo di poter concordare sul fatto che tutto ciò sia necessariamente sponsorizzato da uno Stato. Di sicuro reca le impronte digitali di qualcuno come Bin Lāden».
Hauer fu incredibilmente “accurato” nel prefigurare la versione ufficiale che sarebbe più tardi comparsa a confermare la totalità delle sue congetture iniziali, malgrado il caos che circondava gli attentati nelle ore immediatamente successive al loro verificarsi.
Al tempo dell'11/9, Hauer era direttore amministrativo della Kroll Associates, una società di servizi di sicurezza intrecciata con il complesso militare-industriale, che per coincidenza aveva anche in carico la sicurezza dell'intero complesso del World Trade Center in quel giorno fatale.
Come se non bastasse, fu proprio Hauer che, si dice, consigliò la Casa Bianca a iniziare ad assumere ciprofloxacina (nome commerciale: "Cipro"), un antibiotico efficace contro l'antrace, proprio il giorno 11 settembre e una settimana prima che fosse ricevuta la prima lettera all'antrace.
Due mesi dopo l'11/9, Hauer faceva parte di un gruppo di lavoro al Council on Foreign Relations che produsse un documento intitolato “Task Force indipendente sulla risposta dell'America al terrorismo”, che in parte chiamava a contrastare attivamente le spiegazioni alternative dei retroscena dell'11/9.
Il modo repentino e meticoloso con cui Hauer aveva tirato le somme sulle cause dei crolli dei palazzi che pure non avevano analoghi precedenti nella storia, associato alla sua “expertise” sulle caratteristiche delle demolizioni controllate, in aggiunta alla sua prefigurazione degli attentati all'antrace e la sua posizione all'interno della Kroll Associates, continuano legittimamente ad attrarre interesse fra i ricercatori del movimento per la verità sull'11/9.
11 luglio 2008
La pista spagnola: "Atta, incapaz de pilotar un Boeing 767"
di Pino Cabras
Mohamed Atta ancora ragazzo.
Un Boeing 767 non era alla sua portata.
Lo ha detto l’istruttore di volo di Mohamed Atta, uno spagnolo che lo conobbe e seguì per mesi e mesi.
C’è tutta una pista spagnola per le inchieste dell’11 settembre, quasi sconosciuta fuori dal suolo iberico, ma ricca di dettagli meritevoli di riflessioni.
Sappiamo che la biografia di Mohamed Atta, il presunto dirottatore e pilota suicida di al-Qā’ida, ha avuto ramificazioni e ubiquità incongruenti, prodigiose “bilocazioni” in stile Padre Pio, che però era un santo, mentre Atta è il demonio per eccellenza. Dopo Osāma bin Lāden, sia chiaro. Una di queste vite parallele ha portato Atta in Spagna.
La giornalista Pilar Urbano, editorialista di «El Mundo», vicina politicamente a José Maria Aznar, nonché biografa ufficiale dei reali spagnoli e membro dell’Opus Dei, racconta il vissuto spagnolo di Atta in un libro, Jefe Atta, el secreto de la Casa Blanca (Janet & Plaza, 2003). La figura di Pilar Urbano, come si vede, è già una sorpresa. È quella di una personalità saldamente conservatrice, portata in più punti decisivi a non discostarsi dal paradigma della versione ufficiale. Ma è altresì il profilo di un’abile giornalista d’inchiesta, alla quale decenni di mestiere hanno insegnato un certo rispetto nei confronti della durezza dei fatti. E i fatti, nel corso dell’indagine, la portano fino alle domande più scomode, così che si trova a criticare le contraddizioni della versione ufficiale dell’11 settembre, tanto da investire con un radicale scetticismo i resoconti governativi sull’attentato al Pentagono. A ulteriore dimostrazione che i fatti dell’11 settembre non sono materia per contrapposizioni novecentesche destra-sinistra, bensì materia per analisi coraggiose in cui conta l’indipendenza di giudizio. E Pilar Urbano è una che tiene davvero la schiena dritta: quando nel 1981 gli spari dei militari golpisti risuonarono nell'aula del parlamento di Madrid, lei - allora giornalista parlamentare - fu una delle pochissime persone a rimanere coraggiosamente in piedi sfidando gli uomini di Tejero.
La sua interpretazione delle prove è che l'aereo di Washington sia stato abbattuto dall'aeronautica militare sopra il fiume Potomac e sia caduto poco lontano, mentre quel che si vede nel famoso video del Pentagono non sarebbe altro che l'esplosione di uno dei missili terra-aria dell'obsoleto sistema di difesa del dipartimento della Difesa. In sostanza una grave disfunzione del sistema di difesa militare ereditato dai tempi della guerra fredda e mai attivato per davvero sino ad allora. Sebbene questa ipotesi tenda a distogliere i sospetti sull'intenzionalità dei fallimenti del sistema della difesa, nondimeno fa della versione ufficiale un ferrovecchio. Non va dimenticato che chi ha fatto menzione alla 'necessaria' esistenza di questi sistemi posti a presidio delle zone aeree proibite di Washington è stato attaccato duramente dai mitografi della versione ufficiale.
Pilar Urbano
Un altro giornalista spagnolo ha scritto una voluminosa inchiesta sull’11 settembre. Anche lui è fuori dagli schemi. Si chiama Bruno Cardeñosa. È un noto ufologo, e questo farebbe già strillare come polli spennati i sedicenti anti-bufala nostrani, che nella foga delle loro tecniche di discredito, dimenticano sempre di vedere se per caso il loro bersaglio di turno abbia da dire qualcosa e magari se porta prove o testimonianze.
Bruno Cardeñosa
Non ho idea di dove vada a parare Cardeñosa quando segue la sua passione investigativa per gli “objetos volantes no identificados”. Non ho letto i suoi libri che ne parlano. Posso solo immaginare che sia un tipo che non si accontenta dei sentieri già battuti.
La testardaggine di ricercatori e giornalisti eccentrici, fuori dagli schemi in voga, spesso ostracizzati e talvolta molto discussi, ha portato a trovare comunque notizie rare e preziose, in grado di resistere a controlli incrociati. Notizie che un bravo giornalista ‘responsabile’ – ma anche troppo omologato e troppo attento a non apparire inaffidabile – di solito cerca di non affrontare di petto. Troppi rischi, troppa distanza dall’asse della sua carriera e troppa stonatura rispetto alle scelte dei direttori.
Il giornalista investigativo spagnolo mostra tutti i suoi pregi in due suoi libri in tema di mega-attentati: un grosso volume sull’11 settembre 2001 statunitense (11-S. Historia de una infamia, Corona Borealis, 2003) e un’indagine sull’11 marzo 2004 spagnolo (11-M. Claves de una conspiración, Espejo de tinta, 2004). Sono inchieste vere. Il cronista non intervista alieni. Fa domande e ottiene risposte da uomini e donne in carne e ossa che hanno molte cose da dire, e da una posizione adeguata.
In 11-M, ad esempio, affronta i misteri dei grandi attentati alle stazioni dei treni di Madrid, che sono tanti e inquietanti anche lì, per collocarli lungo un filo che li riporta allo scenario dell’11 settembre.
Uno degli aspetti più clamorosi del libro di Bruno Cardeñosa riguarda le sue rivelazioni su Iván Chirivella, che fu l’istruttore di volo di Mohamed Atta e Marwan al-Shehhi, i due presunti piloti terroristi che si sarebbero suicidati scagliando i Boeing sulle Torri Gemelle. Le dichiarazioni di Chirivella sui due arabi risultano assai rivelatrici. Fra i cinquanta allievi che ebbe nel corso di pilotaggio per piccoli aerei, Chirivella posizionava entrambi ai posti 49 e 50. Nessun dubbio nel considerare semplicemente impossibile che Atta e al-Shehhi potessero «sequestrare, dirottare, farsi beffe dei sistemi informatici dei propri apparecchi, discendere, centrare il proprio obiettivo e manovrare con perizia per colpire le Torri...» (pag. 179).
Stando alla testimonianza di Chirivella, Atta avrebbe potuto fare una simile impresa soltanto se avesse iniziato a far volare l’aereo un paio di secondi prima dell’impatto.
Chirivella ha rivelato anche che appena due ore dopo gli attentati ricevette la solertissima visita degli agenti dell’FBI, i quali volevano parlare un po’ con lui di Mohamed Atta. C’è da chiedersi come facesse l’FBI a conoscere il coinvolgimento di Atta in così poco tempo e a sapere che Chirivella era il suo istruttore. Come minimo, questo dimostrerebbe che Atta era già monitorato dall’intelligence statunitense.
Ivan Chirivella.
Fonte: El Mundo
Oggi Chirivella è un pilota della compagnia aerea Iberia. Pur avendo vissuto per molti anni a Miami senza commettere alcun reato, le autorità statunitensi non gli hanno più concesso un permesso di soggiorno negli Stati Uniti . Chirivella era un testimone chiave che forse era meglio tener lontano dalla ‘versione ufficiale’. Lo stesso Iván Chirivella - assieme alla giornalista Alicia Mederos - ha scritto un libro sulla sua vicenda, intitolato Cómplice Inocente, (Martínez Roca, 2003).
Il saggio di Cardeñosa rivela anche che una trentina di piloti commerciali e militari si riunirono a metà 2002 per 72 ore a porte chiuse in un hotel di Lisbona per analizzare la questione dell’11 settembre. La conclusione degli esperti fu unanime: «i dirottatori della “versione ufficiale” non erano assolutamente capaci di eseguire le traiettorie descritte da quegli aerei» (pag. 186). Altri esperti citati con nome e cognome in questo e nel libro precedente di Cardeñosa sono giunti alle stesse conclusioni.
Bruno Cardeñosa menziona anche i problemi avuti dai proprietari delle scuole di volo statunitensi presso cui si sono addestrati Atta e soci. Si tratta di due olandesi, Rudi Dekkers e Arne Kruithof. Quando Dekkers fu accusato, nel dicembre 2002, di alcune frodi gestionali relative alla sua scuola di volo, la Huffman Aviation, sibilò una minaccia: «Aprirò il vaso di Pandora, se sarà necessario». Pochi giorni dopo, il 23 gennaio 2003, il suo elicottero ebbe un misterioso incidente. Nonostante prima del decollo lo avesse rifornito con oltre cento litri di carburante, il serbatoio fu subito disperatamente vuoto e l’apparecchio precipitò sul fiume Caloosahatchae, in Florida. Dekkers salvò miracolosamente la sua vita e un mese dopo chiuse la scuola di aviazione (pag. 219). Il vaso di Pandora sarebbe rimasto chiuso, al momento.
Capitò qualcosa di molto simile ad Arne Kruithof, proprietario della Flight Training di Venice, dove a suo tempo aveva preso lezioni Ziad al Jarrah, l’uomo cui fu ufficialmente attribuito il pilotaggio del volo che si concluse in Pennsylvania. Kruithof ebbe un altro “incidente” a bordo del suo piccolo aereo. Il combustibile si incendiò trasformando il velivolo in una palla di fuoco. Malgrado ciò, anche lui salvò la pelle. Casualmente l’incidente ebbe luogo pochi giorni prima che Kruithof fosse chiamato a testimoniare davanti alla Commissione d’inchiesta sull’11 settembre. Le sue dichiarazioni non riservarono sorprese. Nel frattempo, «i resti dell’apparecchio vennero rimossi con straordinaria celerità dopo l’incidente. Nel giro di poche ore, venne compattato all’interno di una discarica, vanificando qualsiasi tentativo di conoscere le cause dell’incidente».
Il libro continua sulle tracce dei viaggi di Atta tra Spagna e Stati Uniti. Va sottolineato che, nonostante esistesse un mandato di cattura a suo carico, Atta poté uscire dagli USA in tutta tranquillità senza che nessuno lo arrestasse e poté perfino tornare da Madrid sul suolo americano senza un visto in regola, cosa che di norma è impossibile per chiunque e a maggior ragione per qualcuno su cui penda un mandato di cattura, ancorché relativo a un reato del codice della strada (pag. 215).
Sono tracce confuse ma tipiche di chi si muove in un certo mondo dei servizi segreti. Non va dimenticato che Mahmud Ahmed, capo dell’ISI pakistano, aveva autorizzato un pagamento di centomila dollari a favore di Mohamed Atta qualche giorno prima degli attentati. Lo stesso Ahmed si era incontrato con alti funzionari di Washington nella settimana in cui cadeva l’11 settembre 2001.
Aggiornamento del 15 luglio 2008:
Il presente post è stato ripreso dal sito Comedonchisciotte: [QUI]
È stato ripreso anche dal sito Zerofilm: [QUI]
9 luglio 2008
Intervista sul libro a Videolina
di Pino Cabras
Il 14 giugno 2008 il TG di Videolina, la prima televisione della Sardegna, ha trasmesso in varie edizioni un servizio di oltre 8 minuti curato da Giacomo Serreli, durante il quale sono stato intervistato sul mio libro. Le immagini scelte dal giornalista e il montaggio hanno fatto di questo servizio quasi un mini-documentario.
Nel suo piccolo la cosa si inscrive anch'essa in una certa ripresa di attenzione sui temi posti dall'11 settembre che si sta accendendo in questo periodo sui media più 'tradizionali'.
Ecco la registrazione:
Aggiornamento del 18 luglio 2008:
L'intervista è stata ripresa anche
dal sito di «Luogocomune» [QUI]
e dal sito del film «ZERO» [QUI]
7 luglio 2008
Crolli accidentali, una spiegazione che lascia troppi buchi neri sull'11 settembre
Il quotidiano La Stampa ha pubblicato un articolo che aveva in precedenza commissionato a Giulietto Chiesa sulle più recenti indagini del NIST in merito al crollo dell’Edificio 7 avvenuto l’11 settembre 2001. È la prima volta che un autorevole quotidiano a larga diffusione, in Italia, si pone il problema di rompere il silenzio su un caso che –nonostante la sua evidente importanza – è stato finora trattato con le ritrosie di un grave tabù. È stato infatti solo un mese prima dell’articolo di Chiesa, da anni impegnato sul tema, che un grande quotidiano mainstream, il «Financial Times», ha osato intitolare un suo articolo «What happened to building 7?». Il tono dell’articolo di Giulietto Chiesa, dovendosi rivolgere per la prima volta a un pubblico che finora non aveva sentito quasi nulla sull’Edificio 7, è giocoforza divulgativo, tanto da semplificare alcuni nodi della complessa vicenda. È importante che ora cresca una consapevolezza collettiva finalmente aperta ai drammatici approfondimenti che merita il caso.
di Giulietto Chiesa, «la Stampa» - 6/7/08
Ci sono in questa storia troppi punti interrogativi per prendere per buone le anticipazioni (ma perché queste così lacunose anticipazioni? Abbiamo aspettato sette anni, potevamo aspettare ancora qualche mese) fornite dal possiamo dire famigerato NIST (National Institute for Standard and Technologies) in merito alla “famosa” Torre N.7 del World Trade Center.
Torre che è diventata famosa non perché giornali e tv ne abbiano parlato molto, ma perché centinaia di migliaia di pagine web l'hanno analizzata in questi anni sotto ogni profilo possibile, mentre il mainstream , fedele alla versione ufficiale, non l'ha mai menzionata. Ora si dà il caso che la Torre N.7 – un edificio interamente in acciaio alto duecento metri, 47 piani - sia crollata il pomeriggio dell'11 settembre alle ore 17,21, senza essere mai stata colpita da nessun aereo.
E si dà il caso che le risultanze della Commissione d'inchiesta ufficiale del governo americano, il “9/11 Commission Report”, non ne contengano il minimo cenno nelle loro oltre 500 pagine. Forse perché in quell'edificio c'erano gli uffici del Secret Service, il servizio segreto più importante di tutti, quello che sorveglia la sicurezza del Presidente degli Stati Uniti, della CIA, e quelli del Pentagono, e della Direzione per l'Emergenza, proprio quella che avrebbe dovuto proteggere New York da un attacco terroristico.
Vedremo dunque cosa dirà il NIST, non senza rilevare che le risultanze dello stesso istituto per quanto riguarda le Twin Towers e i loro crolli sono state duramente contestate da centinaia di architetti, americani e stranieri, che rilevano con stupore pari a sbalordimento il fatto che mai nella storia dell'architettura mondiale torri in acciaio sono crollate dopo un incendio. E, fatto ancora più incredibile, che siano crollate su se stesse, verticalmente, alla velocità di caduta libera, “come se sotto non ci fosse stato niente”. Mentre in realtà, al di sotto dei due luoghi d'impatto degli aerei, le strutture erano intatte, solidissime.
Del resto lo stesso NIST venne messo in difficoltà dalla testimonianza di uno dei suoi funzionari Kevin Ryan, (subito licenziato, per altro), che affermò come gli esperimenti su modelli, effettuati per spiegare l'inspiegabile, fossero stati condotto inserendo parametri errati, cioè raddoppiando il tempo degli incendi (che in realtà durarono solo una quarantina di minuti) e la quantità di carburante a bordo degli aerei. E nemmeno in quei casi i modellini crollarono.
Adesso i responsabili del NIST ribadiscono che la Torre n.7 crollò per effetto degl'incendi e per null'altro. Ma questa spiegazione non “spiega” affatto tutto il resto: la velocità di caduta, la caduta perfettamente verticale. Richard Gage, fondatore del gruppo “Architetti e Ingegneri per la verità dell'11/9” dice che tutti gli elementi disponibili conducono a una versione assai più probabile: demolizione controllata.
Ma allora si aprono molte altre domande, tutte senza risposta. L'11 settembre, stando alla versione ufficiale, passerà alla storia non solo come il più grande attentato mai realizzato, ma anche come un evento senza precedenti nella storia dell'architettura, in cui tre edifici in acciaio crollano per effetto del fuoco, in perfetta verticale, e alla velocità di caduta libera. Tutto nello stesso giorno. Tre record assoluti.
Gli inesperti assi dell'aria dell'11/9. La sicurezza nucleare civile non li teme
fonte dell'immagine: SPFPA (con adattamenti)
di Pino Cabras
Un Boeing 767 scagliato su una centrale nucleare può trasformare un nuovo 11 settembre in una nuova Černobyl? Gli esperti dicono di no.
Le centrali sono meglio mimetizzate rispetto a ingombranti e vistosi edifici come le Torri Gemelle o il Pentagono, e troppo solide per poter subire i danni più temuti. Ma anche ammettendo che un qualche asso dell'aria riesca a indirizzare verso coordinate precise il proprio volo suicida, l'azione terroristica non avrebbe successo.
Se pensiamo ai fatti dell'11 settembre 2001, queste valutazioni assumono un interesse particolare, che ci riserverà qualche grossa sorpresa.
L'interesse è nato innanzitutto in seno alla Nuclear Regulatory Commission (NRC), l'agenzia per la sicurezza nucleare statunitense, trovatasi negli ultimi anni sotto pressione da due direzioni: la spinta a costruire nuovi reattori nucleari per via della crisi energetica, le sollecitazioni per nuovi canoni di sicurezza antiterroristica.
Il problema posto era trovare standard più elevati rispetto alle centrali nucleari esistenti. La soluzione, sorprendente, è quella di non prevedere requisiti più rigidi. Vanno ancora bene i criteri delle centrali progettate prima degli attentati aerei del 2001 o perfino prima che venissero sviluppati aerei così grandi.
Gli aerei non sono nemmeno nella lista delle armi cui i reattori sono tenuti a sopravvivere indenni. Uno dei cinque commissari della NRC, Gregory Jaczko, ha insistito con i colleghi affinché cambiassero i criteri di progettazione per rendere le centrali nucleari meno vulnerabili. Ma gli altri quattro commissari non ne erano affatto convinti. Non c'era bisogno di cambiare quasi nulla.
Nel 2002 la lobby statunitense delle centrali nucleari aveva commissionato una ricerca in merito a un istituto indipendente, l'EPRI (Electric Power Research Institute).
Lo studio dell'EPRI sull'integrità di edifici colpiti da aeroplani fece uso di modellizzazioni al computer e simulazioni secondo velocità e angolazioni disparate. Come aereo fu scelto il più grande, il Boeing 767. Come punti d'impatto furono scelti proprio quelli in cui l'aereo avrebbe inflitto il danno più grave. Le velocità furono tarate in una misura compatibile con un'effettiva controllabilità del volo.
Il documento degli esperti rassicurò tutti: le strutture critiche di una centrale nucleare non sarebbero state penetrate dall'impatto dell'aereo. E ciò in ragione delle particolarità materiali di questo tipo di centrali. Ma soprattutto lo studio faceva notare che gli edifici e le strutture di una centrale nucleare sono così bassi rispetto al suolo, che soltanto piloti davvero esperti potrebbero affrontare le «difficoltà estreme» di una manovra a elevata velocità, comunque non superiore ai 560 km/h.
«Un pilota con meno esperienza avrebbe grandi difficoltà a controllare l'aeroplano», secondo l'EPRI.
Per quanto un edificio di contenimento di una centrale sia meno largo di una delle torri gemelle, e certo molto meno largo del Pentagono, è comunque alto il doppio di quest'ultimo. Considerando che l'angolo d'impatto del velivolo che si abbatté sulla facciata del Pentagono è molto più difficile di quelli ipotizzati nello studio dell'EPRI, possiamo trarre una conclusione: la manovra attribuita ad Hani Hanjour – il pilota inesperto che conduceva per la prima volta un grosso aereo e cui si è imputato il colpo del Pentagono - non viene sì smentita. Ma tuttavia è ritenuto sufficientemente improbabile che qualcosa di simile possa mai avvenire a danno di una centrale nucleare.
Proprio i custodi della sicurezza nucleare civile dormono insomma sonni tranquilli: un racconto come quello della versione ufficiale dell'11 settembre è un unicum irripetibile. Piloti inesperti – e quelli dell'11 settembre lo erano - non saprebbero controllare un aereo al punto di portarlo a bersaglio a bassa quota mentre sarebbero sopraffatti dalle leggi della fisica.
Gli stessi rapporti dell'FBI ci ricordano che Hani Hanjour, secondo i suoi istruttori, ancora nel 2001 era una schiappa totale nel controllare piccoli aerei a elica o nel farli atterrare a 135 km/h, come fanno notare gli esperti piloti dell'associazione “Pilots for 9/11 truth”.
La versione ufficiale, una volta di più, non regge.
2 luglio 2008
Gli auspici di Rumsfeld per un altro 11/9
di Pino Cabras
Donald Rumsfeld. Fonte: Xinhua/Reuters
Era il 2006. Nello stanco mondo post 11 settembre c’era in giro poco entusiasmo per come l'Amministrazione USA si spendeva per la guerra. Un problema serio, per i fuochisti che volevano far carburare ancora i conflitti. Donald Rumsfeld, l’allora segretario della Difesa, una risposta ce l’aveva. Cosa si poteva fare? «La correzione per questo, suppongo, è un altro attacco.» Un bell’11 settembre nuovo di zecca.
Sappiamo con certezza che Rumsfeld pronunciò quella frase. Quando e dove la pronunciò?
Abbiamo già visto un’impressionante inchiesta di David Barstow sulle pagine di «The New York Times» del 20 aprile 2008 (Behind TV Analysts, Pentagon’s Hidden Hand). Barstow raccontava con centinaia di riscontri la manipolazione dei mass-media organizzata dal Pentagono lungo il primo lustro di guerra in Iraq.
Decine di analisti militari che anelavano a sontuosi appalti per conto delle industrie belliche venivano catechizzati sulle cose da dire in TV: un’infinita sequela di bugie.
L’ex segretario della Difesa e i suoi collaboratori programmavano con frequenza martellante decine e decine di riunioni, briefing, pranzi di lavoro, lettere dettagliate, blandizie, consigli amichevoli, offerte che non si potevano rifiutare. Gli analisti davano una lustratina alle loro ex stellette e soprattutto alle monete che grondavano dai nuovi sfavillanti contratti, ben nascosti al pubblico ignaro, e poi ripetevano pappagallescamente le “magnifiche sorti e progressive” della Guerra al Terrorismo imbeccate dagli uffici di Rumsfeld.
Il loro ottimismo ballista inquinava gli schermi dei principali network statunitensi, a dispetto degli enormi problemi incontrati sul terreno dalle forze armate angloamericane.
Il grande quotidiano newyorchese ha avuto successo nel far causa al Dipartimento della Difesa per riuscire ad accedere a migliaia di pagine e registrazioni che rivelano la simbiosi che ha spazzato via ogni confine tra governo e giornalismo.
È in questo contesto che – pur non potendo arrivare ancora al nucleo di certi segreti né alle “pistole fumanti” delle falsificazioni più atroci, quelle dell'11 settembre 2001 – siamo in grado però di conoscere alcune categorie fondamentali del potere di questi anni, e vedere da vicino gli “strumenti di lavoro” della Guerra al Terrorismo, in primo luogo la docile utilità strumentale del terrorismo stesso per gli scopi di Rumsfeld e i suoi sodali.
La frase rivelatrice dell'uomo che guidava il Pentagono sulla forza “correttiva” di un attacco terroristico fu il clou di una colazione di lavoro, in risposta alle dolenti considerazioni di uno degli scodinzolanti ex ufficiali che partecipavano alla sua mensa, il quale deplorava la scarsa partecipazione politica dell’opinione pubblica alle scelte dell’Amministrazione in tema di guerra.
La registrazione ci fa sentire un Rumsfeld, al solito, molto assertivo:
«Il Presidente è piuttosto la vittima di un successo. Non abbiamo avuto un attacco per cinque anni. La percezione della minaccia è cosi flebile nella società che non è sorprendente che il quadro dei comportamenti rifletta una bassa valutazione della minaccia. Accade lo stesso in Europa, dove c'è una debole percezione del pericolo. La correzione per questo, suppongo, è un attacco. E quando questo accade, ognuno risulta infervorato per un altro [parte inudibile] ed è una vergogna che non abbiamo la maturità di riconoscere la serietà delle minacce... la letalità, i massacri che possono essere inflitti alla nostra società sono così reali e presenti, e così seri, che sapete come noi lo si abbia compreso, ma la società, quanto più ci si allontana dall'11 settembre, meno... sempre meno...»
L'11 settembre non è dunque un'ossessione mia. È invece l'ossessione dei poteri che hanno egemonizzato l'Amministrazione Bush e i principali mass media, è il tema cardinale dello “stato d'eccezione” da loro voluto con tempi e ritmi di una vera rivoluzione.
Gli auspici del vecchio falco di Washington non sono da leggere come il lapsus sfuggito al cospiratore. Non è tipo da farsi mettere in castagna così, nel caso. Era invece la dottrina che delimitava il campo d'azione degli eminenti propagandisti che pendevano dalle sue labbra. Ai commensali si garantivano i migliori piatti del ristorante-mangiatoia Pentagono. A tutta la galassia di contractor che privatizzava e rendeva meno trasparente la spesa militare si assicuravano ancora lauti pasti, ma attenzione, le cucine stavano esaurendo le provviste, dovevano sapere che la loro sazietà sarebbe dipesa dall'attualità del terrorismo, dalla condivisione di azioni e reazioni che si sarebbero rette ancora sul dogma dell'11 settembre. Non è ambientino da “gole profonde”, sono voci di un coro ben guidato, che deve cantare le stesse note e non ammette dissonanze.
Poco tempo dopo queste frasi, Rumsfeld non era già più segretario della Difesa. Ma il blocco d'interessi di cui è espressione rimane ancora, e continua a prefiggersi un casus belli all'altezza dei tempi.
Le altre registrazioni:
[QUI]
Aggiornamento del 4 luglio 2008
Il presente post è stato ripreso dal sito del film ZERO
e dal sito di Megachip


