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18 febbraio 2015

La satira è (contro)potere

di Michela Murgia.

Un discorso sulla satira che vada oltre Charlie Hebdo ha cercato di farlo MicroMega nel numero di questo mese. Ci sono interventi di molti pensatori (e qualche rifiuto d'intervento molto divertente). Ecco il mio.



Scusate il ritardo nel rispondere a questo questionario. È dato dalla difficoltà di aggirare il fastidio per il modo in cui le domande sono state poste, fastidio che vi manifesto perché da MicroMega non mi aspettavo che l'apertura di un dibattito così importante fosse fatta con domande retoriche che presumono o suggeriscono già le risposte. Tanto meno mi aspetto l'esposizione di posizioni pregiudiziali di tale inconsistenza razionale che si fa fatica a prenderle come base di partenza per un ragionamento che voglia davvero dirsi laico. La laicità non si misura sul grado di astio verso le religioni, ma su quello di vigilanza sui dogmatismi, che in questo questionario purtroppo abbondano. Ho quindi risposto con la difficoltà che mi derivava dall'obbligo di essere intellettualmente onesta. 

(1) La scritta “je suis Charlie” è comparsa in moltissime sedi di giornali in tutto il mondo, oltre che nelle dichiarazioni di personalità di governo, anche qui di tutto il mondo. Ma quanti di coloro che fanno proprio lo slogan sono davvero disposti a prendere sul serio il diritto alla irresponsabilità, che Charlie Hebdo teorizza orgogliosamente nel suo stesso sottotitolo, e dunque il diritto alla bestemmia di ogni fede religiosa e di ogni sentimento non religioso ma ritenuto “sacro”? Quanto c’è di retorica e strumentalismo nel dire “je suis Charlie” e poi non trarne le conseguenze pratiche sul piano del diritto e dell’etica?

La domanda è retorica. Nessuno può permettersi di essere così ingenuo da confondere un gesto di solidarietà compiuto sull'onda dell'emozione o dell'opportunità politica con la determinazione a difendere la satira in ogni sua manifestazione, diritto che non è assoluto in alcuna democrazia. La stessa Francia che manifesta per Charlie e sbatte in carcere Dieudonné ci dimostra due cose: la prima è che neanche nella patria della laicità è sempre vero che in satira tutto è lecito; la seconda è che esistono tabù sociali ben più forti di quello su Dio.
Il punto di partenza di un ragionamento in merito è il dato che la nostra idea di democrazia si regge sull'insanabile contraddizione tra il desiderio di anarchia e il bisogno del controllo: se infatti è vero che le democrazie sono sistemi fondati sul conflitto, gli unici in cui il dissenso è un valore difeso dalla legge, è altrettanto vero che il dissenso è per sua natura antagonista del potere ed è quindi perfettamente logico che il potere tenda a difendersene anche nelle democrazie, limitandone gli spazi di espressione per poter agire in regime di rendicontazione pubblica minima. Finché esiste l'altra, nessuna delle due forze è o può essere assoluta nel suo esercizio: la loro coesistenza, per quanto conflittuale, ci protegge dagli assolutismi. Dobbiamo quindi essere consapevoli che il potere dal canto suo farà di tutto per produrre leggi che limitino al massimo la libertà di dissenso e che il dissenso farà a sua volta di tutto per trovare spazi in cui mettere in discussione il controllo del potere. È la società civile che deve proteggere l'esistenza di questa dialettica, ma può farlo solo se è educata alla coscienza comune dei valori collettivi. In Italia questo è vero in misura molto inferiore a quello che sarebbe necessario. È anzi prevedibile che la sensibilità pubblica, che spesso si muove sull'onda dell'emozione e della paura, davanti a fatti di sangue opportunamente narrati sia disposta a concedere maggiore legittimità alla forza che tra le due verrà percepita come meno distruttiva e destabilizzante. Allo stato attuale delle cose è improbabile che la forza favorita sia la satira.

(2) Numerosi giornali NON hanno ripubblicato le vignette su Maometto, e molti del resto non le avevano pubblicate, come non avevano pubblicato quelle, perfino più numerose, contro la religione cristiana (Charlie non ha risparmiato neppure l’ebraismo). Negli Usa è questo addirittura l’atteggiamento della maggior parte dei media. Il giornale danese all’origine delle vignette su Maometto questa volta ha deciso di “non offendere” la sensibilità dei credenti. Il Financial Times ha praticamente scritto che con i loro eccessi se l’erano cercata. Non è già in atto da tempo una auto-censura che, finito il cordoglio unanime (in apparenza) per i morti di rue Nicolas Appert 10, subirà un’accelerata esponenziale? Non sta vincendo di nuovo la sindrome “non vale la pena morire per Danzica”?

Voglio sperare che la libertà di espressione comprenda anche quella di non espressione, senza che questo comporti automaticamente la presunzione di auto-censura. Ciascuna redazione fa le sue valutazioni, non ultime quelle di rischio umano, e le decisioni conseguenti non mi sento di giudicarle, perché in realtà non mi interessa biasimare chi tace; mi importa molto di più che sia pacifico che chi invece parla non debba pagare con la vita la sua scelta di esprimersi. Per questo l'unica posizione che considero realmente stigmatizzabile tra quelle elencate è il victim blaming del Financial Times.

(3) Il noto storico e saggista di Oxford Timoty Garton Ash ha lanciato l’idea di una giornata coordinata in cui tutte le testate d’Europa pubblichino una selezione delle vignette più significative di Charlie Hebdo (offensive di tutte le religioni). Pensi che il giornale che dirigi, cui collabori, che regolarmente leggi, dovrebbe aderire?

Diffido dei battesimi collettivi: perché giornali che non avrebbero mai pubblicato prima quelle vignette dovrebbero pubblicarle adesso? Il ragionamento secondo il quale bisogna ripubblicare le vignette di Charlie Hebdo per segnare distanza dai terroristi mi ricorda il periodo in cui tutti in Italia dovevano comprare Gomorra per dimostrare di non essere camorristi. Trasformare le vignette di Charlie in un marcatore culturale, cioè in un corpo contundente con bersaglio diverso da quello che volevano colpire, ottiene come unico risultato il generare ipocrisie della portata della sfilata di governanti liberticidi con il cartellino Je suis Charlie.

(4) I difensori della libertà di stampa “con juicio” sostengono che la libertà di critica è assoluta e intangibile ma non deve essere confusa con il diritto all’insulto. Ma CHI può decidere la linea di confine tra critica (la più radicale, visto che si tratterebbe di un diritto assoluto) e offesa? Per chi vive in modo intenso una fede, assai facilmente suona offesa ai propri sentimenti e alla fede stessa ciò che al critico di essa suona solo critica. Charlie Hebdo pubblicò una vignetta con un “trenino” sodomitico tra Dio Padre, Gesù Cristo e lo Spirito Santo, certamente offensivo per molti credenti cristiani, ma forse la più straordinaria sintesi critica dell’assurdità del dogma trinitario. Del resto l’ateo viene “amorevolmente” descritto da ogni pulpito come persona esistenzialmente “menomata” (questo è il giudizio più gentile, ovviamente) poiché priva della dimensione del trascendente, giudizio già in sé altamente offensivo.

Il limite alla libertà di espressione non può e non deve essere deciso dalle sensibilità religiose, non fosse altro perché sono tante, diverse e spesso contraddittorie tra loro, ma nella domanda che avete posto mi pare che il contrappasso della reciprocità (“Anche dai pulpiti cattolici si offende l'ateismo!”) sia un ben fragile argomento su cui fondare la libertà di satira, talmente pretestuoso che vi porta a leggere male anche quello che è chiarissimo, come il trenino sodomita di Charlie Hebdo, che non è “la più straordinaria sintesi critica dell'assurdità del dogma trinitario”, ma una presa per il culo – letteralmente - all'arcivescovo di Parigi e alle sue posizioni contro le famiglie omogenitoriali. È dunque una vignetta prettamente politica, dove l'attacco al simbolo religioso non è fine a sé stesso, ma perfettamente inserito in una cornice di dissenso all'ingerenza del potere gerarchico ecclesiale nei processi legislativi francesi. Per la redazione di Charlie Hebdo la questione della laicità si sostanziava nell'attacco al potere, non nella vendetta – invero poco appassionante - degli atei contro i fedeli, tantomeno su un presunto “diritto di bestemmia”. Se per satira intendiamo un contropotere che castigat ridendo mores, intendiamo un luogo espressivo tutt'altro che irresponsabile. Quella è per me la sola linea di discernimento possibile: se colpisce un bersaglio fragile, non è satira. Se fai vignette contro i rom non fai satira, ma discriminazione. Se disegni contro le donne, i gay o i negri non fai satira, a meno che tu non stia castigando singole donne potenti, gay individualmente influenti o neri la cui negritudine comporti una posizione di dominio.

(5) Se il limite lo stabilisce la politica vuol dire che sarà mutevole come le mutevoli maggioranze di governo, e variabile tra paese e paese diacronicamente e sincronicamente. Ma questo vuol dire che la libertà di espressione non è un principio fondativo, e dunque non deve essere scritto nelle Costituzioni, che salvaguardano e garantiscono alcuni diritti sottraendoli alle mutevoli vicende del consenso elettorale. La coerenza non esigerebbe semmai l’opposto, che vengano abrogati definitivamente articoli contraddittori con questo principio, che configurano come persistente il reato di vilipendio nei confronti di Persone Dottrine Istituzioni e Cariche, poiché ciò che per Tizio è vilipendio per Caio è critica?

Sono del tutto favorevole all'abolizione del reato di vilipendio, ma questo non significa che considero la libertà di espressione un diritto naturale sovra-costituzionale, concetto speculare (e altrettanto fastidioso) a quello di “principio non negoziabile” tanto caro al cattolicesimo ruiniano. Finché siamo in democrazia tutto è negoziabile e dunque le quote di libertà che una società può sostenere senza giungere a conflitti autodistruttivi sono variabili nel tempo e risentono di condizioni culturali, storiche ed economiche che mutano a loro volta. Il reato di vilipendio alle istituzioni aveva senso quando il presidente del consiglio era Alcide De Gasperi; al momento è antistorico, perché i concetti di rispettabilità e onorabilità non hanno più senso in un paese con un parlamento dove la concentrazione di condannati supera quella delle zone gestite dalla criminalità organizzata.

(6) La scelta di coerenza rispetto alla libertà di critica anche se per qualcuno offensiva, oppure la rinuncia al principio della libertà di critica come consustanziale alle libertà democratiche (con le antinomie per la democrazia che ne conseguono), oggi è resa indilazionabile dalla svolta d’epoca della strage del Charlie Hebdo, ma in realtà è sul tappeto da oltre un quarto di secolo, certamente dalla fatwa del 1989 di Khomeini contro Rushdie. All’epoca su MicroMega fu scritto: “l’Occidente si piega”, citando e stigmatizzando le “dichiarazioni curiali” di Andreotti sugli studenti islamici in Italia che impongono con la violenza che Versi satanici non sia esposto nelle vetrine, “è accaduto a Napoli, Padova, Reggio Emilia”, o l’Osservatore Romano secondo cui “il romanzo è risultato offensivo per milioni di credenti. La loro coscienza religiosa e la loro sensibilità offesa esigono il nostro rispetto. Lo stesso attaccamento alla nostra fede ci chiede di deplorare quanto di irriverente e di blasfemo è contenuto nel libro”, o Monsignor Rossano, rettore della Pontificia università lateranense, secondo cui “quando si toccano Gesù, la Madonna, non si toccano fatti personali, non si può fare quello che si vuole … viviamo in mezzo a cattolici, ebrei, musulmani, indù … non si può irridere, non si può offendere la sensibilità religiosa”, fino a Hans Küng per il quale “non ci si può richiamare semplicemente alla libertà religiosa … Bisogna prevedere reazioni corrispondenti, quando si attacca una persona che per centinaia di milioni di uomini e donne è tuttora viva e per così dire, quella più in alto sotto Dio” (MicroMega 2/89 pp 20-21). Sarebbe stato necessario farlo allora, non è improcrastinabile oggi porre fine a queste intollerabili pretese censorie?

E come gli dovremmo metter fine? Facciamo una legge che multi chi si indigna? Incarceriamo chi chiede rispetto della propria appartenenza? La domanda è posta come se la pretesa censoria e la censura effettiva non fossero due cose diverse, invece lo sono e non va dimenticato. Non mi pare che le richieste di ritiro del libro di Rushdie si siano mai tradotte in alcun rogo in occidente, anzi “I versetti satanici” sono entrati in classifica, hanno continuato a essere venduti nelle librerie, a essere letti nelle biblioteche e comprati ovunque. La stessa cosa avvenne per “L'ultima tentazione di Cristo”. A che cosa dunque dovremmo metter fine?

(7) Si sostiene da più parti che se è possibile criticare/insultare il Profeta e Allah (ma anche Dio padre, Figlio, Spirito Santo, Madonna, ecc.) allora deve essere possibile insultare anche gli ebrei in quanto ebrei. La posizione di MicroMega è sempre stata che criticare/insultare simboli/valori di una fede è un diritto di opinione, insultare delle persone in quanto appartenenti a una etnia in quanto etnia è razzismo. Inoltre: anche il diritto a offendere valori religiosi non può divenire diritto a considerare tutti gli appartenenti a una religione corresponsabili di atteggiamenti di altri correligionari (legittima è però la richiesta di chiedere la dissociazione da atti/dichiarazioni di autorità della rispettiva religione, altrimenti se ne diventa partecipi). Vi sembrano distinzioni sufficienti e condivisibili?

Per niente, ma sono questioni distinte.
- È possibile insultare gli ebrei in quanto ebrei in nome del diritto di satira? Dipende. Il discrimine rimane quello dato dalla domanda: “per essere considerata lecita a dispetto della sua offensività, questa satira che potere sta attaccando?” Quando Forattini al tempo del sequestro Kassam disegnò sul Corriere la Sardegna a forma di orecchio mozzato sanguinante, accomunando i sardi senza distinzioni al reato infame della mutilazione di un bimbo innocente, che potere stava attaccando? I sardi in sé rappresentavano un potere? Se la risposta è no, Forattini non esprimeva un'opinione: faceva razzismo e come tale commetteva un reato. Ritengo quindi che la satira sugli ebrei vada giudicata con lo stesso criterio, che evidentemente non è così scontato in un occidente dove anche la minima critica al sionismo e alle condizioni inumane di Gaza finisce per essere tacciata di antisemitismo persino da insospettabili fonti progressiste occidentali. Se lo stato ebraico, che si pretende l'unica democrazia del medio oriente, ha una costituzione che prevede quote di cittadinanza suddivise su base etnica, la satira su base etnica contro gli ebrei che vi abitano non è solo lecita, ma urgente, perché è proprio il marcatore etnico che in quel caso rappresenta un potere oppressivo.
- La pretesa di dissociazione dalle posizioni dei propri leader religiosi mi sembra priva di senso: l'appartenenza a una religione non si fonda su comunicati stampa, ma su dati teologici irreformabili. Le declinazioni storiche della presenza religiosa sui singoli territori possono anche discostarsi molto da questi dati (è certamente il caso di molte dichiarazioni di imam rispetto al Corano), ma questo non significa che ogni singolo fedele islamico che vive in Europa deve dissociarsi da ogni singolo delirio contingente di ogni singolo capo di moschea in ogni singolo titolo di giornale che se ne fa. Nessuno deve essere messo nella condizione di scusarsi di continuo per le sciocchezze di qualcun altro. Da cattolica non mi sono mai sentita minimamente responsabile per gli svarioni personali di Ratzinger o di Wojtyla.

(8) Negli Usa, dove la maggior parte dei media (e praticamente tutta la politica) nega il diritto a criticare/offendere le religioni, è invece costituzionale espressione di libertà di pensiero qualsiasi opinione fascista, nazista, razzista (Ku Klux Klan compreso) fino a che non passa alla messa in pratica. L’Europa democratica ha imboccato la strada opposta, l’apologia di fascismo e razzismo è sanzionata per legge, e ora che tutti i capi di governo europeo sfilano a Parigi sotto la scritta “je suis Charlie” se ne deduce che ogni limitazione al diritto di critica/offesa delle religioni si intenda abrogato. MicroMega ha sempre sostenuto questa duplice posizione. La ritieni condivisibile? Ancora difendibile? Da rivedere radicalmente dopo quanto successo?

Ribadisco che la logica della liceità della satira è nella sua valenza di contropotere. Attaccare una religione in quanto tale, anche quando non rappresenta alcun potere oppressivo o lesivo di diritti altrui, è libertà di espressione, ma non è satira. Credo sia il motivo per cui satira sul buddismo se ne fa ben poca. Certo che attaccare un'etnia in quanto tale è un attacco alla dignità della razza umana nella sua interezza, ma attaccare un'etnia che ne opprime un'altra in ragione della sua maggiore forza economica, militare o politica è una difesa della dignità umana nella sua interezza. Credo che la distinzione sia facilmente ravvisabile da qualunque giudice, se pure gli intellettuali non dovessero arrivarci.

(9) Le religioni non sono tutte eguali, si dice, il cristianesimo accetta la laicità, l’islam no. In realtà il cristianesimo è stato costretto a venire a patti con la laicità, obtorto collo, e ancora non l’accetta pienamente. Il fondamentalismo alberga nel suo seno in dosi infinitamente minori di quello islamico, questo è certo. Troppo facilmente si dimentica, però, che sono stati cristiani militanti quelli che hanno assassinato negli Usa medici e infermieri che rispettavano la volontà di abortire di alcune donne. Donne, medici, infermiere che Wojtyla e Ratzinger hanno bollato più volte come responsabili del “genocidio del nostro tempo”, nazisti postmoderni, insomma. Le democrazie hanno il diritto di esigere da tutte le religioni la “interiorizzazione” della laicità? Cioè: che le religioni chiedano pure ai fedeli di osservare i precetti per la salvezza eterna ma rispettino rigorosamente il diritto al peccato (aborto, eutanasia, blasfemia, omosessualità …) di tutti gli altri e mai pretendano che lo Stato faccia di un precetto religioso una legge?

Non credo che le democrazie abbiano diritto di chiedere laicità alle religioni: quelle monoteiste in particolare sono sistemi di pensiero dogmatici fondati su valori non negoziabili, quindi anti-laiche per loro stessa natura. Al contrario, l'essenza stessa della democrazia è fondata sulla negoziazione tra visioni di mondo differenti, visioni che le religioni influenzano in molti modi, da secoli e con dinamiche variabili a seconda del tempo e dei poteri con cui si sono confrontate. Una società democratica è realmente laica quando riesce a confrontarsi con le religioni anche quando le religioni resistono ai valori democratici, perché le religioni non sono devozioni private, ma ideologie nel senso pieno del termine, cioè rispondono a un'idea precisa di umanità e di mondo. Pretendere che questa idea non si traduca anche in cultura e in politica è risibile e a sua volta liberticida, perché se ciascuno ha il diritto di tentare di influenzare lecitamente l'ambiente in cui vive a partire dalle proprie convinzioni, non si capisce perché questo diritto dovrebbe essere precluso a chi parte da convinzioni religiose. Questa pretesa esprime l'idea che le religioni siano sottoculture prive di dignità di rappresentazione, il che è falso: le religioni sono stakeholders identici a tutti gli altri, e la pressione politica esercitata dai portatori di valori numericamente “parziali” - anche quando li pretendono eticamente universali - si argina solo rafforzando culturalmente l'area dei valori “comuni”, cioè quelli continuamente definiti attraverso i processi democratici. La risposta all'assolutismo (compreso quello che un po' trasuda da questa domanda) è il pluralismo, che educa tutti a considerarsi relativi.

(10) Se si rinuncia anche di un pollice al diritto alla critica/offesa delle fedi religiose (diritto, non dovere: le vignette di Charlie possono benissimo non piacere ed essere criticate, ma il diritto alla loro pubblicazione deve essere difeso assolutamente), non si concede già la vittoria al terrorismo? In tal modo non si obbedisce alle loro richieste per “servitù volontaria”, senza che debbano più usare violenza, basta la minaccia e relativa paura, e non è questo che si propone chi utilizza il terrore? Le tentazioni a imboccare questa strada non sono sempre più frequenti e pericolose?

Con tutto il rispetto, non prendo sul serio domande dove è previsto un monosillabo come risposta. :)


Fonte: MicroMega, febbraio 2015.

7 luglio 2009

«Il Fatto». Fin dove arriverà l’agenda alternativa della comunicazione?



di Pino Cabras - da «Megachip»

Sta per nascere un nuovo quotidiano, «Il Fatto», e ha già un volume di abbonati potenziali che appare subito significativo perché sembra voler chiamare a raccolta quanto resta dei “ceti medi riflessivi” italiani.

La cosa merita un po’ di domande e alcune valutazioni. L’iniziativa sembra avere il pregio di poter durare. Come si risponde all’emergenza informativa del nostro paese dominato dall’impresario dello spettacolo che vive la sua fase più sguaiata e pericolosa? C’è un modello imprenditoriale in grado di reggere una nuova impresa nel mondo della comunicazione? Quali sono le sponde politiche?

Sono domande molto attuali, che ci poniamo in piena fase di pericolo per la libertà di parola.

Nel momento in cui sarebbe più necessario che mai poter raccontare una grande crisi, maggiore è invece la difficoltà di fare una buona narrazione e trovare gli strumenti. I media più importanti, nonostante quegli strumenti li abbiano, non li usano, essendo essi stessi troppo dentro le cause della crisi. In Italia, per giunta, questi media sono sotto schiaffo di Papi l’Insaziabile, che insiste ormai ogni giorno per indirizzare ‘pro domo sua’ le risorse pubblicitarie, che con la crisi si sono fatte sempre più scarse. Papi in sostanza che fa? Avverte gli imprenditori con tutta la sua “immoral suasion” affinché non osino finanziare i giornali scomodi. L’avvertimento è pronunciato ormai ogni volta che apre bocca in pubblico. Delimita l’area entro cui il mercato mediatico può funzionare. Per gli altri, fuori dal suo perimetro, pretende che la crisi dell’informazione, un fenomeno mondiale, li strazi più che altrove, perché a loro «bisogna chiudere la bocca».

berlusca-vignettaNegli ultimi due anni, proprio durante l’esordio della grande crisi, sono nate tante iniziative fuori da quel perimetro. C’è chi ha imitato maldestramente la già dimessa Current TV di Al Gore, ma in chiave di bollettino di partito. YouDem è uno specchio perfetto della crisi verticale del Partito Democratico. Non conta quasi nulla nemmeno la cugina dalemiana, Red TV. Sono nati nuovi quotidiani a sinistra, «Terra» e «L’Altro», mentre sono stati investiti da forti trasformazioni editoriali altri quotidiani esistenti, «l’Unità» e «Liberazione». Il loro peso nella società italiana, come la capacità di raccontarla, tendono all’irrilevanza, in ciò riflettendo la dissipazione della sinistra novecentesca in Italia: anche questa è una tendenza di cui le ultime elezioni europee hanno rivelato la portata internazionale.

Ci sono poi le esperienze della Rete. In questi ultimi anni Beppe Grillo ha rafforzato il suo efficiente modello imprenditoriale in cui c’è sinergia fra il suo blog, gli spettacoli, un certo networking su temi politici, sociali e ambientali. Qualche volta l’«azienda Grillo» ha inciso sull’agenda della comunicazione, ma è difficile scalfire un modello di consumo comunicativo nel quale il 70% dei cittadini apprende tutto soltanto dalla TV. Daniele Luttazzi aveva liquidato i V-Day grillini come dei flash mob un po’ più articolati. Allo stesso modo dei flash mob, i raduni di Grillo rompevano la quotidianità, ma poi la quotidianità ritornava, e le urne del vasto blocco sociale berlusconiano si riempivano ugualmente di voti nei giorni delle elezioni. Grillo ha segnato tuttavia una tendenza, così che anche altri comunicatori hanno ricreato “modelli di business” sostenibili in cui al centro c’è internet, la grande ostetrica delle nicchie intellettuali. Anche questa è una tendenza che si manifesta su scala mondiale.

D’altronde i media non sono compartimenti stagni.
Beppe Grillo ha guadagnato il suo primo sostrato di popolarità dalla sua originaria caratura di personaggio televisivo, ha integrato questo patrimonio con lo specifico del teatro, lo ha riportato sul terreno di internet, dove ora fa ritornare anche un certo uso della grammatica delle immagini, che descriverei comunque come “televisive” in mancanza di migliori definizioni.

Si può richiamare un altro esempio di interazione fra media diversi. Marco Travaglio assieme a Elio Veltri aveva scritto un libro nel 2001, “L’odore dei soldi”, che rompeva tutti i tabù mediatici sulla biografia di Berlusconi. Un buon libro può influenzare i lettori, crescere e sedimentarsi anche quando questi lettori siano poche migliaia. Può perfino arrivare in TV. Successe anche a quel libro. Travaglio presentò il suo volume in televisione, e la rottura del tabù pervenne a milioni di persone. Il segmento di mercato librario raggiungibile dal più documentato cronista giudiziario italiano si moltiplicò fino ai suoi confini naturali potenziali, tanto che Travaglio in questo decennio è diventato una macchina mediatica in grado di sfornare decine di best-seller, al punto di dare forma a un “genere”, adoperato in varia misura anche da altri scrittori. Nascono nuove collane e perfino nuove case editrici fondate apposta da quelle più grosse per consentire più agilità ai direttori editoriali nello sfruttamento del filone. Sebbene i punti più delicati delle inchieste di Travaglio non passino se non occasionalmente in televisione, la TV è comunque una piattaforma di lancio non secondaria per l’indotto, assieme ai DVD, ai blog e, recentemente, al teatro. Adesso dunque entra in gioco anche un quotidiano.

L’idea che la televisione sia ancora il formato dominante nella comunicazione è stata invece alla base di Pandora TV, il progetto promosso a partire da un appello di noti intellettuali, giornalisti, personalità dello spettacolo, che ha visto anche Megachip spendersi in prima fila nella promozione. Come oggi spiegano i promotori nel documento in cui rilanciano il progetto, le sottoscrizioni materiali sono state finora nettamente inferiori alle attese e al numero dei firmatari. Sebbene sia «stata costruita un’agenda televisiva insolita, che ti dà l’idea di come potrebbe essere potente una TV con più mezzi, che intenda diffondere quel che qualcuno non vuole che tu sappia», si è scontato un problema più esteso, che riguarda Pandora come altre esperienze: «la profonda crisi culturale e democratica del paese, la spaccatura a sinistra tra intellettuali ormai incapaci di trovare un linguaggio comune e comuni obiettivi, un pubblico sempre più annichilito dall’agonia dell’informazione», senza tralasciare il peso della crisi economica, non certo un buon viatico per investire a fondo perduto in un bene pur essenziale come la comunicazione. Oggi stiamo tentando di riproporre il progetto, perché l’emergenza è ancora più forte di prima. Scontiamo tutta la grande difficoltà del compito, ma il terreno televisivo andrà presidiato in qualche modo.

Intanto, non trasmette ancora Europa 7, la TV generalista di Francesco Di Stefano bloccata per anni dal sistema politico italiano in barba alle leggi con accanimento bipartisan. L’ultima beffa del 2009 è stato concederle un sistema di frequenze che copre solo una minima parte del territorio nazionale. A queste condizioni, se Europa 7 partisse ora fallirebbe in sei mesi. Per la TV – medium ancora dominante – non ci sono di fatto spazi per grandi operazioni se non con disponibilità economiche immense su nuove piattaforme (Murdoch) o con operazioni “corsare” che osino informare e intrattenere rompendo gli schemi (Pandora se avesse risorse).

In questo quadro politico e mediatico nasce dunque l’iniziativa imprenditoriale denominata «Il Fatto Quotidiano», imperniata sulla diretta partecipazione nella compagine sociale di due giornalisti, Antonio Padellaro e Marco Travaglio, rispettivamente con il 22% e l’11% delle azioni, nonché di un soggetto editoriale forte, la casa editrice Chiarelettere (con il 22%), che appartiene interamente al terzo gruppo dell’editoria libraria italiana, le Messaggerie Italiane, un gruppo relativamente poco noto con questa denominazione, mentre sono molto conosciute le tante case editrici che controlla. Oltre a Chiarelettere, sono controllate infatti dalle Messaggerie anche Bompiani, Garzanti, Salani-Ponte alle Grazie, Longanesi, Vallardi, TEA, Guanda, e altre ancorae altre ancora, tra cui l'ultima acquisita, nel luglio 2009, la Bollati Boringhieri. Il fatturato consolidato del gruppo supera il mezzo miliardo di euro. Le copie stampate sono circa dieci milioni all’anno. L’utile registrato negli ultimi bilanci è sempre stato di poco inferiore ai sette milioni di euro. Del gruppo fa parte anche Internet Bookshop Italia (IBS), la più nota piattaforma italiana di vendita di libri on line. Si tratta dunque di un soggetto che, in base a questi e altri parametri, potrebbe ipoteticamente offrire ampie garanzie, fideiussioni e “collaterals” in grado di ridurre drasticamente il rischio d’impresa per una sua nuova iniziativa in fase di “start up”.

Nel quadro dell’operazione è stata lanciata anche una campagna di disponibilità ad abbonarsi al nuovo quotidiano, con 40mila aderenti finora persuasi dalla promessa che «non avrà padroni». È un segno di un possibile successo fra i lettori, anche se questo non dice nulla in merito alla sostenibilità del business una volta che si dovranno fare i conti con la pubblicità e i costi di distribuzione, le note dolentissime dell’attuale crisi dei quotidiani cartacei.

Un quotidiano costa e costerebbe ancora di più senza editori a reggerlo. Senza editori si hanno le mani libere e si rende conto solo ai propri sostenitori e lettori, ma si è troppo esposti ai rovesci. L’elenco dei quotidiani italiani falliti su queste premesse è lunghissimo. «Il Manifesto» è un’eccezione che sopravvive camminando sempre su un filo sottilissimo, pronto a spezzarsi.

L’operazione «Il Fatto», come abbiamo visto, è meno avventata di altre. L’editore industriale c’è.

E c’è anche l’identificazione di una missione politica ed editoriale che ha alcuni margini di espansione, una missione che vede convergere diversi soggetti.

La crisi del Partito Democratico ha concesso estese praterie elettorali all’Italia dei Valori, il partito fondato e dominato da Antonio Di Pietro. Un elettorato numeroso e smarrito osserva con avvilimento la triste parabola dei partiti che normalmente votava, e oscilla tra l’astensione e lo sguardo rivolto a progetti politici diversi (dal partito in cui detta legge Di Pietro fino a Beppe Grillo e alla spinta laica post-girotondina). Sul numero 4/2009 di «Micromega», Paolo Flores d’Arcais fa notare che tra le elezioni politiche del 2008 e quelle europee del 2009 il PD ha perso diecimila voti al giorno, mentre Italia dei Valori ne guadagnava quattromila al giorno. E la sinistra ha confermato l’incapacità di superare i quorum. Su vari candidati dipietristi è arrivato un robusto ‘endorsement’ da parte di testimonial un tempo restii a dare indicazioni di voto: ancora Grillo, ancora Travaglio. E poi il netto schierarsi di «Micromega» e altre riviste e movimenti.

Pura constatazione: si sta formando una galassia di “intellettuali organici” a un progetto, che trova sempre più stabili occasioni di convergenza e luoghi di interazione. La definizione gramsciana di “intellettuale organico”, dal punto di vista metodologico, parte dal fatto che ogni intellettuale è militante; legato in modo “organico” a un gruppo sociale, a una formazione sociale, e riproduce costantemente, perfino inconsciamente, un certo quadro di interessi; senza che questo si traduca necessariamente in una posizione partitica blindata. Un quotidiano che s’inserisse in questo contesto magari non sarebbe un “organo” di partito, ma sarebbe naturalmente “organico” a una proposta politica in divenire.

Per via delle dinamiche elettorali in corso, le liste dell’Italia dei Valori-Di Pietro sono diventate un campo gravitazionale in grado di ricomporre e attrarre con una certa forza quella parte di opposizione che intende consistere in sé e per sé e vuole difendere la Costituzione sotto scacco. Quella parte sa bene che Di Pietro sui contenuti – adottati con disinvoltura a tratti cinica - interviene con la prontezza di un vero “imprenditore del consenso”: realizza “affari politici” in tempi che un tipico esponente del PD non realizzerebbe mai, e lo fa in modi sostanziali e spregiudicati. Questa opposizione in fieri è talmente consapevole di alcuni difetti costitutivi dell’«azienda Di Pietro» che fa di tutto per enfatizzare le possibili correzioni promesse dal capo del partito.
Travaglio ha scritto ad esempio qualche riga di coinvolto e partecipe incoraggiamento nei confronti dei modesti segnali di cambiamento nello statuto del partito, finora corazzato in modo proprietario nelle mani del furbo Tonino.
Flores D’Arcais intervista Di Pietro con lo stesso tono partecipe, chiedendogli - già nello speranzoso titolo del dialogo su «MicroMega» - «cosa vuol fare l’IDV da grande?»

Di Pietro ha un disegno. Nell’aprire parzialmente la sua macchina politica alla galassia degli intellettuali, allarga la classe dirigente e punta a un raddoppio dei consensi. Cioè un partito del 16%. Il che forse corrisponde al numero di elettori che vedono al primo posto la questione della legalità sopra tutti gli altri temi. Di fronte all’afasia del PD è una prospettiva plausibile, tanto più verosimile quanto più il progetto si dimostri in grado di captare in modo più strutturato i famosi “ceti medi riflessivi”, per svariati motivi non più rappresentabili dal PD. Per una tale strutturazione la presenza nell’area di un giornale quotidiano – ancorché non finanziato dal partito - potrebbe essere un pezzo importante del mosaico.
I vari media hanno raggi d’azione diversi, imprimono effetti sulla realtà che non derivano solo dal numero di persone raggiunte direttamente, ma pure dall’influenza che possono esercitare su gruppi particolari, sulle élite, su strati di cittadini particolarmente attivi che a loro volta interagiscono con altri.

Al mosaico mancano alcuni pezzi.

Innanzitutto quale sarà il peso delle questioni internazionali, così centrali per capire le emergenze ambientali ed economiche di oggi? I quotidiani italiani su questo fronte non hanno informato bene, per usare un eufemismo. Quale sarà l’analisi degli scenari di guerra? Il foglio di Travaglio & C. saprà liberarsi dagli schemi dei dinosauri della Guerra Fredda su molte decisive questioni? Questo non lo sappiamo ancora, ed è un tema altrettanto fondamentale quanto quello della legalità interna.

Un altro pezzo del mosaico è la questione del pubblico di riferimento per l’informazione. Un quotidiano, quando le cose riescono bene, fa riflettere il caro vecchio “homo legens”. E magari gli dà strumenti per agire e contare, specie se si trova in posizioni in cui decide. Un articolo che lascia un buco informativo ai giornali che ignorano i fatti fa sempre rumore e li mette in una posizione scomoda. Tuttavia quel quotidiano da solo non raggiungerà il nuovo “homo videns”, che rappresenta la maggioranza dei cittadini. Posto che – per le ragioni prima accennate – aumentano le convergenze fra segmenti comunicativi diversi (quotidiani, rete, TV) rimane un incombenza per chi vuole rafforzare l’informazione libera: è quella di non smarrire l’importanza di un percorso per immagini e contenuti di tipo televisivo.

Un’ultima considerazione. Ho usato più volte in modo intercambiabile i termini informazione e comunicazione. In realtà la comunicazione è un fatto molto più ampio dell’informazione.
Si fa bene a essere sensibili al tema dell’informazione. Ma questa è una componente sottile di tutta la corrente dei messaggi, in cui prevalgono le concezioni del mondo date da intrattenimento e pubblicità. La grande manipolazione dei media ha certo come ingrediente di base l’inganno informativo nonché la scomparsa dei fatti e delle domande scomode, ma il grosso di essa si compie nel resto della comunicazione, ampiamente fruita dalla maggioranza dei cittadini.

Il nuovo quotidiano aprirà qualche finestra in più davanti alla coscienza democratica dell’Italia e perciò mi auguro che possa avere successo, intanto che però mi pongo il problema di fondo, ancora irrisolto: come aprire le porte e finestre più importanti, come varcare la soglia delle stanze in cui si decide la vera colonizzazione delle menti, per immagini ed emozioni.