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15 febbraio 2012

Siria, prima che spari la “tecnica”

di Pino Cabras e Simone Santini - da Megachip.


 
Quanto è spesso, l’involucro che protegge la nostra fragile normalità? Fino a un certo giorno abbiamo un lavoro o abbiamo speranze di ottenerlo, abbiamo scuole, acqua potabile in casa, l’elettricità, e poliziotti e giudici sì imperfetti ma guai a non averli. E fino a quel giorno abbiamo anche ospedali, abbiamo strade più o meno sicure, e una pensione che forse ci basterà a non cenare soltanto con caffellatte e un misero biscotto per tutti gli anni del nostro inverno. Quant’è spesso quell’involucro, il giorno in cui, al posto delle autorità normali, quelle dello Stato, l’unica presenza visibile di una qualche autorità è la “tecnica”?  Soprattutto, cos’è la “tecnica”?
No, non ci stiamo riferendo a Monti e Papademos, anche se questo inizio poteva farlo credere.
La “tecnica” di cui parliamo non è la tecnica comunemente intesa, è il nome di un tipo di oggetto ben preciso che ci è stato mostrato tante volte, negli ultimi anni, nelle cronache di guerra, ma che aveva un nome solo per chi lo usava e per pochi altri. È un manufatto che rappresenta bene il degrado che attende gli stati falliti. Li abbiamo visti, in Somalia e in altri disgraziati paesi africani, e poi in Afghanistan e in Iraq, e da ultimo in Libia, questi oggetti particolari. Una “tecnica” (in inglese technical) è un tipo di veicolo militare low cost, un micidiale accrocchio composto da un mezzo civile con un cassone (tipicamente un pick-up) attrezzato con armi pesanti, quali lanciarazzi e grosse mitragliatrici. È spaventosamente efficace e distruttivo.
toyota coloregiottaGli hanno dato anche altri nomi: gunship, guerrilla truck, battlewagon, gunwagon. Noi continuiamo a chiamarlo con il nome che ne battezzò la comparsa in Somalia.
Guardiamolo bene, fissiamocelo in testa, quel veicolo. Quando la “tecnica” scorrazzerà nelle nostre strade di sempre, in slalom tra le macerie, l’involucro della nostra normalità sarà stato già frantumato. La disoccupazione sarà dilagante, le scuole già distrutte, i potabilizzatori e le reti idriche costruite in generazioni saranno poltiglia, l’elettricità arriverà poche ore al giorno, la sanità sarà un ricordo, le pensioni una chimera. E perfino il povero caffellatte del nostro inverno cui ci aggrapperemo per sopravvivere sarà inquinato, perché le guerre asettiche esistono solo nei videogame, mentre le guerre vere sono eventi ambientali distruttivi.
Se avremo la disgrazia di pregare in modo “sbagliato”, dovremo perfino andarcene via, chissà dove e chissà come, a milioni. I luoghi di culto sbagliati, come tutti i nostri luoghi sbagliati in cui facevamo comunità, saranno stati rasi al suolo dagli unici ragazzi che trovano un buon lavoro, i picciotti esaltati e giusti delle tecniche, tanto innamorati dei loro oggetti da tatuarsi il marchio della Toyota nei loro avambracci, come già fanno in Afghanistan e in Iraq. E non ci sarà nessun giudice a proteggerci, nemmeno quello di uno stato oppressivo e corrotto, ma non digiuno di leggi. L’unica autorità visibile risiederà sulla canna dei mitragliatori delle tecniche. Le monete che ci suderemo saranno cartacce da borsanera, che prenderanno il volo verso i boss e verso l’unica autorità che sovrasterà i signori della guerra locali, una superiore forza armata di occupazione assistita da mercenari spietati.
Ci siamo immedesimati abbastanza? Non stiamo descrivendo un film apocalittico di fantascienza post-atomica del XXII secolo. No, stiamo raccontando la Guerra Infinita di oggi, con la sua sequela di Stati falliti, ordinatamente messi in fila secondo l’inesorabile tabella di marcia rivelata dal generale Wesley Clark. Là dove c’erano Stati sovrani che ostacolavano l’Impero rimangono territori neocolonizzati e neofeudalizzati. I regimi prima della dissoluzione saranno ricordati solo dal lato della loro “oppressione”. I leader saranno visti come Tiranni folli. E con i folli c’è poco da negoziare, no? Lo abbiamo letto, quel rifornitore di bombardieri che risponde al nome di Adriano Sofri? Dice che occorre «avvertire il nuovo pazzo di Damasco che la sua ora è suonata».
La caccia al tiranno da abbattere prelude a immensi lutti e, finalmente, all’arrivo delle “tecniche” a Damasco. Questa è la prossima stazione della guerra, nel quadro di una lunga pianificazione.
Abbiamo assistito alla missione della Lega Araba in Siria, e i risultati sono stati sorprendenti, tanto da meritarsi il mutismo da parte della grande corrente dei media.
La Lega Araba è egemonizzata dalle autocrazie del Golfo sotto l’ombrello militare di Washington. Assad, per evitare l’aggravarsi dell’isolamento finché ha potuto, l’ha accolta alle condizioni dettate, consentendo uno scrutinio penetrante in lungo e in largo in tutto il Paese. Con sorpresa di tutti, il rapporto descrive una situazione molto diversa da quella che corre nei nostri media, e quindi è stato silenziato. Esattamente come accadde a Saddam Hussein quando l'Agenzia internazionale per l'energia atomica non trovò uno straccio di prova sulla presenza di armi di distruzione di massa. La guerra all’Iraq era comunque pianificata e si fece a dispetto di ogni residuo pretesto. La guerra alla Siria è già in agenda, e infatti – a dispetto del rapporto - la Lega Araba rompe le relazioni con Damasco. La determinazione inflessibile è quella che prelude alla guerra totale. Non si fanno prigionieri.  
Lo schema riduzionista imperante è che Bashar al-Assad sia l'ennesimo nuovo Hitler, il dittatore sanguinario che spara al suo popolo, un politico irrazionale che usa la repressione contro istanze democratiche genuine e pacifiche.
La cosa più drammatica di questa veste concettuale dominante è che essa abolisce la profondità della storia e accetta solo la cronaca, cioè un terreno totalmente contaminato dai media integrati con le strategie militari occidentali e di fatto quasi impraticabile per le distinzioni vitali della politica.
Se si accetta l’agenda dell’Impero, le sue urgenze arbitrarie e manipolate, si affoga nell’oblio. Dimenticheremmo cioè che esiste un modello di intervento mediatico e militare ripetitivo già usato in tutte le guerre dell'ultimo ventennio. Mentre Sofri incita alla fine di Assad, scende un assurdo silenzio sulla coazione a ripetere di disastri umanitari e ambientali della Guerra infinita in corso d’opera.
E c'è di più, se ci facciamo dettare la cronaca dall’Impero assecondiamo un’immagine ingannevole della Siria e dimentichiamo cosa è stata veramente negli ultimi anni: un paese di 19 milioni di abitanti che ha dato una casa e una nuova vita a un milione e mezzo di profughi dall’Iraq, che hanno potuto spiegare bene ai siriani le amenità della democrazia per nuovi senzatetto, lo splendore delle strade di Baghdad presidiate dagli squadroni della morte che mitragliano dalle loro tecniche, nonché l’odore delle ferite in suppurazione.
Toyota technical_MLRS_3d
Prima di spiegare ai siriani cosa devono fare a casa loro, chiediamoci tutti:  l'Italia - per fare una esatta proporzione - sarebbe stata capace di accogliere umanamente, da un anno all'altro, cinque-sei milioni di nuovi stranieri? Possiamo avere sinceri dubbi in proposito? Proviamo a immaginare lo sconvolgimento nella vita civile delle nostre città, una per una, mettendo in fila, una per una, le vite di milioni di famiglie atterrite.
La Siria se ne è fatta carico con umanità e immensa fatica, scontando in modo sostenibile le tensioni aggiuntive che si incastravano nel già complicato miscuglio etnico del paese, scaricate lì dall'irresponsabilità criminale di chi ha voluto la guerra irachena. Se rinunciamo a questo giudizio storico equanime, la guerra avrà guadagnato molto terreno.
Assad ha un consenso molto forte, anche quando reagisce con durezza militare alle sedizioni armate che finora hanno ammazzato migliaia di uomini delle forze dell'ordine, perché milioni di siriani sanno che se dovesse saltare il suo blocco politico e sociale sarebbero “irachizzati” e trasformati anch’essi in uno stato fallito. Il sistema di potere della dinastia familiare del presidente siriano ha tirato troppo la corda delle riforme a lungo rinviate, e arriva terribilmente tardi. Ma un minimo di analisi politica oggettiva è sufficiente a cogliere che le aperture costituzionali ci sono, e non sono di poco conto.

Basterebbe già questa vicenda a ridare il senso delle proporzioni per valutare il contesto della guerra. Prima di farci trascinare nel coro delle condanne contro le repressioni, ascoltiamo bene chi inizia il canto corale. Sono i capi di apparati che fanno una strage dopo l'altra. Lasciando stare per ora i droni di Obama in Pakistan o le stragi di Sarkozy in Costa d’Avorio, ci basta aprire un quotidiano turco in un giorno qualunque, per trovare notizie come questa: “I caccia turchi bombardano obiettivi del PKK in Nord Iraq”. Da noi, neanche un trafiletto, mentre tutti credono di sapere cosa accade a Homs. C'erano e ci sono spazi e disponibilità di Assad che sono stati rigettati sistematicamente e criminalmente, con ingerenze straniere orientate a uccidere nella culla qualsiasi soluzione che non fosse la guerra civile.
Sentiamo qualcuno strillare contro la conclamata violenza anti-curda in atto chiedendo un "Regime change" ad Ankara, magari a costo di un crollo del paese? Sentiamo forse qualcuno che faccia notare la doppiezza di Obama? Il presidente USA contro la Siria di Assad chiede sanzioni in nome dei diritti umani violati, mentre per il Bahrain di Al-Khalifa - che ha schiacciato le opposizioni con l'«aiuto fraterno» dell'esercito saudita e con massacri e torture supportati dagli USA – fa tutti gli onori.
Nella nebbia della cronaca, domina quasi incontrastata la narrazione dei media anglosassoni e di quelli controllati dalle petromonarchie del Golfo. La cronaca sugli eventi siriani non fa eccezione, e propone schemi falsi e fuorvianti. Uno di questi è che la rivolta siriana sarebbe nata pacifica e poi costretta ad armarsi per fronteggiare una repressione indiscriminata.
In realtà i focolai di rivolta armata si sono avuti praticamente da subito, come in Libia del resto.
Il primo episodio consistente è della prima metà di aprile 2011, quando una colonna militare dell'esercito viene attaccata con armamento pesante sull'autostrada verso la città di Banias provocando 9 vittime tra i soldati, tra cui un alto ufficiale (prima si erano avuti solo agguati sparuti contro pattuglie della polizia o esercito in diverse località del paese). A Banias era scoppiata un’insurrezione, forse promossa dai fedelissimi dell'ex vice-presidente Khaddam (esautorato nel 2005 per una lotta di potere interna e riparato in Occidente) e che a Banias ha la sua roccaforte storica.
Ora, non si attacca una colonna militare con armamento pesante se non si ha una adeguata preparazione. Sono azioni che non si improvvisano. Va notato che nei primi tre-quattro mesi di rivolte, si contavano già nell’ordine delle centinaia i membri delle forze di sicurezza e dell'esercito rimasti uccisi. Da allora sono con ogni probabilità migliaia. Sulla stampa occidentale e sui canali satellitari del Golfo per mesi si diceva che fossero stati giustiziati perché si rifiutavano di sparare sulle manifestazioni. Era un vero e proprio mantra, clonato dalla litania che aveva distorto allo stesso modo le cronache sui caduti libici. Quando tale mantra risultò non più credibile, nacque l'Esercito Siriano Libero. Da quel momento i soldati lealisti erano effettivamente uccisi in combattimento, ma da parte dei disertori che lottavano contro il regime. Uno schema collaudato in tutte le guerre degli ultimi decenni.
Fin da subito, comunque, le testimonianze sul posto raccontavano di "bande armate" che fomentavano il caos. Antonella Appiano, giornalista che si trovava in Siria fin da prima dello scoppio delle insurrezioni (cioè dall'inizio di marzo), ha raccolto innumerevoli testimonianze sulla presenza di queste bande. Tale elemento è perfino scontato tra la popolazione siriana.
Ora, non è escluso che ci possano essere casi di "strategia della tensione", ossia auto-attentati sotto falsa bandiera (false flag) per giustificare la repressione. Giornali di solito prodighi di patenti di cospirazionista per chi sospettava operazioni false flag per molti attentati accaduti in Occidente (a partire dall’11 settembre), hanno fatto a gara per subodorare complotti interni e auto-attentati in Siria. In realtà il ragionamento può essere svolto anche dall'altra parte. È indubbio, in ogni caso, che esistono numerosi casi di infiltrazioni di uomini armati che sparavano indistintamente sulle forze di sicurezza e sulle manifestazioni, e, poi, anche sui civili in modo casuale, con lo scopo evidente di creare caos per il caos. A chi giova questa strategia criminale, già vista in America Latina e in Iraq, straordinariamente efficace nel destrutturare il grado zero della sicurezza che gli stati dovrebbero garantire nel patto di cittadinanza? Chi ha guidato la mano degli squadroni della morte?
robert-s-fordSarebbe interessante chiederlo a Robert Ford, l’ambasciatore USA a Damasco. Prima dell’incarico nella capitale siriana Ford era stato assistente di John Negroponte quando questi era ambasciatore a Baghdad e anche lì imperversavano gli squadroni della morte, esattamente come in Honduras ai tempi in cui faceva l’ambasciatore, e da lì organizzava la guerra sporca dei Contras del Nicaragua, oltre ad addestrare le forze speciali e i torturatori di tutto il “cortile di casa” del Sud America.
Uno sguardo ravvicinato alle violenze in Siria fa sorgere domande terribili sulle narrazioni ufficiali di chi oggi dà la caccia ad Assad come ieri a Gheddafi.
È in questo clima e in questa situazione sul terreno che avviene la repressione, la quale non è inventata, ed è certamente di grana grossa, rodata da prassi ormai cinquantennali. Di nuovo la Appiano è stata testimone oculare diretta, a luglio scorso, di una manifestazione inerme nei sobborghi di Damasco su cui la polizia ha sparato contro, e riferisce, inoltre, di testimonianze da persone, che ritiene affidabili, che le continuano a parlare di retate di massa e torture. Altri reporter riferiscono in modo circostanziato esempi analoghi.
Tuttavia, se fosse anche parzialmente vero che esistono infiltrazioni che attentano contro lo Stato con l'intento di provocare una guerra civile, tale repressione e tali metodi, sicuramente anche brutali, possono essere giustificati? Fino a che limite lo sono e oltre quale limite diventano violazione dei diritti umani?
Posto che ci sono molti civili che protestano in modo pacifico, come facciamo a qualificare come «civili» gli autori di operazioni a tutti gli effetti militari? I «civili» non portano armi, e pertanto nessuno dovrebbe attaccarli, nemmeno i ribelli. Ma se il termine «civile» va a coincidere con «combattente» armato – come quello a bordo della “tecnica” – che agisce contro un governo sovrano legittimo, allora nessuno potrà immaginare che un esercito regolare possa capitolare davanti a questa tassonomia di «civili», ne tolleri senza reagire gli attentati; e infine ceda a una sicura sconfitta. Nessuno stato lo farebbe.
henry-kissinger-inexpressSiamo cinici? No, facciamo un ragionamento politico. Perché mai dovremmo regalare la lucidità interpretativa solo a un vecchio serial killer di democrazie come Henry Kissinger? L’ex segretario di Stato USA, rivolto a una qualificata platea di berlinesi, nel giugno 2011, fu esplicito, quando parlò del Bahrein e delle altre monarchie alleate: un cambiamento democratico non gioverebbe agli interessi americani. Fu ancora più esplicito: lo scompiglio rivoluzionario nei paesi arabi del Golfo Persico poneva un problema «strategico e al tempo stesso morale» per l'America. In veste di inventore del Piano Condor, ossia di pianificatore delle decine di migliaia di desaparecidos, Kissinger aveva già fatto la sua scelta «morale», ancora una volta. Lui sì che sa scegliere le priorità dell’agenda, e non se le fa dettare da nessuno.
Lo stesso Assad, nei discorsi alla nazione, ha parlato di errori, di impreparazione delle forze di sicurezza, che, di fronte a situazioni di caos hanno sparato in maniera indiscriminata. Secondo Assad tali eccessi sono stati determinati da situazioni contingenti sul terreno e non dietro ordini specifici. È credibile?
In realtà dobbiamo spogliarci dall'idea di vedere certi regimi (come quello siriano, o ancor più quello iraniano) come granitici. Al contrario. Nelle stanze del potere è un brulicare di interessi contrapposti, corruttele, difesa di rendite di posizione. Alcuni settori del regime potrebbero avere interesse a radicalizzare lo scontro proprio per togliere ad Assad terreno di trattativa e promulgare talune riforme che possano essere a loro sfavorevoli. Prima di aprire il vaso di Pandora della guerra, facciamoci molte domande su quali leve utilizzare per una via d’uscita politica.
Quali sono, ad esempio, le forze endogene che agiscono? Ci sono elementi laici e democratici che si ribellano? Certamente ci sono. Ma, se il regime dovesse cadere, quali saranno le forze fondamentali che prevarranno? Non è difficile fare previsioni: le stesse che, mutatis mutandis, hanno finora prevalso in Libia, Tunisia, Egitto. Ovvero gruppi e partiti di ispirazione religiosa-radicale che hanno i propri immediati e diretti sponsor nelle aristocrazie dei piranhas del Golfo (Arabia Saudita e Qatar in testa). Lo scontro vero, fondamentale, di questo passaggio storico in questa area, è proprio tra sunnismo e sciismo politico (dove per politico intendiamo non meramente religioso) e quindi tra i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo alleati con l'Occidente (Stati Uniti e Israele) e dall'altra parte Iran, Siria, Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina, alcune componenti in Iraq. Uno scontro che ha preso l'abbrivio, con caratteristiche diverse nel Nord Africa e si concluderà presumibilmente in Iran. Con la Turchia che intanto scommette di riportare tutto in una cornice moderata. Impresa molto difficile, almeno se osserviamo i tagliagole al potere in Libia, o i sermoni di certi Ulama sotto il cielo siriano.
Ancora una volta, prima di volere per forza spiegare a un siriano filo-Assad dove abita, come in troppi fanno in Occidente, proviamo a immaginare la sua reazione di fronte alla predica dello sceicco salafita Adnan al-Aruri, originario di Hama e riparato in Arabia Saudita, dove è diventato una star della Tv satellitare al-Wisal, dai cui schermi indossa l’elmetto contro gli sciiti. La predica risale a giugno 2011 e prende di petto il legame del regime con le minoranze, specie la comunità alauita: «A chi rimane neutrale non sarà fatto torto alcuno. Chi partecipa alla Rivoluzione sarà con noi e verrà trattato al pari di ogni altro cittadino. Chi invece sarà colpevole di un sacrilegio sarà squartato e la sua carne sarà data in pasto ai cani»[1]. Adnan al-Aruri fa retorica, ma altri predicatori usano ben altro che le parole, ancorché incendiarie.
Caliamoci ancora una volta nella fornace della storia, sentiamoci già fuori dall’involucro della nostra normalità, e immaginiamo quali pensieri ci verrebbero, se vedessimo ogni giorno i seguaci di un simile figuro incendiare il nostro Paese e prometterci credibilmente di dilaniarci per ingrassare i cani, esattamente come i parenti del vicino profugo che ci ha raccontato la sua sorte in mano a chi aveva “abbattuto il regime oppressivo” di Saddam.
Quali sono le fonti di molti eventi siriani descritti in questi mesi? Sarebbe molto utile saperlo; per quanto riguarda la situazione di Homs, le testimonianze di chi è stato sul posto dimostrano ampiamente che lo scenario è molto più complesso di quanto viene propagandato a suon di titoloni.
Dovremmo imputare le responsabilità degli eccessi  a qualche "mela marcia"? La repressione esiste, non è un'invenzione, lo ribadiamo, ma è necessario vedere la fotografia più panoramica. E in questo quadro Assad non può essere dipinto quale esclusivamente "brutto e cattivo", ennesima replica della “reductio ad Hitlerum”. Assad è un elemento di un sistema composito e, se si segue da vicino la traiettoria che ha tenuto durante la crisi, si nota distintamente, a nostro avviso, il suo aver fatto tutto quanto era in suo potere per (ovviamente) salvaguardare il "suo" sistema di comando, ma anche per evitare una guerra civile.
Non è un caso che gli oppositori più ragionevoli abbiano più volte chiesto ai manifestanti di fermarsi per non essere strumentalizzati e per aprire un tavolo negoziale con il governo. Quando si spara non si tratta. Chi sparava? Chi fomentava il caos? Probabilmente lo si è fatto da entrambe le parti, c'erano sia apparati legati al potere che fazioni dell'opposizione, che rispondono a logiche diverse ma assumono, fatalmente, le stesse tattiche.
Troppo complicato, ai tempi di un “Mi piace” su Facebook? Proviamo a semplificare, allora.
Premessa: prima dell'inizio della crisi Assad era generalmente apprezzato dalla maggioranza del popolo siriano. Chiunque sia stato in Siria ammette questo fatto; semmai la critica poteva essere la seguente: Assad è bravo, peccato che il sistema sia così corrotto; Assad ha promesso che lo riformerà, piano piano, abbiamo fiducia che sia così.
In presenza di questa pazienza popolare, sulle ali di una situazione economica sulla via della prosperità, la necessità di presidiare la difficile sovranità nel panorama arroventato del Vicino Oriente dava la precedenza alle scelte più conservatrici di Assad, ai suoi colpi di freno, attenti a non mettere in crisi il suo partito-Stato, il Ba'th.
Quando è scoppiata la crisi, si sono delineati questi protagonisti:
- Dimostranti pacifici che chiedevano inizialmente solo riforme, di varia ispirazione politica (laica, religiosa, etnica, socialista, liberale, ecc.) e che hanno agito in buona fede. Con l'inasprirsi degli scontri hanno assunto posizioni via via più radicali. Hanno dimostrato di essere una minoranza: risibile a Damasco e Aleppo, le due città fondamentali, molto più consistente in altre zone della nazione, magari anche con rivendicazioni proprie e particolari (caso esemplare Deraa).  Politicamente sono divisi in tre filoni: i comitati di base (vogliono la caduta del regime ma nessun intervento dall'esterno), i gruppi dissidenti all'estero (molto più ambigui sugli "aiuti" esterni), gli oppositori "dialoganti" che temono la guerra civile.
- Ribelli armati. Sono apparsi praticamente da subito e non solo come risposta alla repressione. Anzi, il loro obiettivo era scatenare la repressione e radicalizzare lo scontro coinvolgendo i manifestanti "democratici". Chi sono? Dentro c'è di tutto e di più: gruppi legati ad ex uomini forti epurati come Rifaat Assad, zio di Bashar, il massacratore di Hama del 1982, o l'ex vice-presidente Khaddam, riparato in Occidente, considerato comunemente un "macellaio" anche dagli oppositori democratici; fazioni sunnite radicali endogene, che avversano il regime da sempre (Fratellanza musulmana, salafiti) e che possono avere contatti con stati esteri (soprattutto le monarchie sunnite del Golfo). Il grosso dei "manifestanti" ha questo carattere, al loro interno si muovono i gruppi armati con la stessa ispirazione; veri e propri infiltrati jihadisti, soprattutto da Iraq, Giordania, Libano, Turchia. Su questo aspetto è da tenere particolarmente evidente come la maggioranza degli "alqaedisti" che sono arrivati in Iraq durante l'occupazione americana, venissero dalla Cirenaica e transitavano proprio attraverso la Siria. Se il regime ha compiuto un errore strategico è stato quello di chiudere un occhio su questo transito. In Siria è stato forte il dibattito: che ne facciamo di questi? Alla fine hanno deciso di non fare nulla. Superfluo dire che non esiste niente di più torbido di queste armate jihadiste, le cui strutture sono state attive in Afghanistan negli anni '80, transitando per Cecenia e Balcani negli anni '90, in Iraq dal 2003, e tornando fuori in Libia e ora in Siria con la “primavera araba”;
- i disertori dell'Esercito Siriano Libero: difficile dire quanti siano, forse alcune migliaia, probabilmente di confessione soprattutto sunnita. Non vi fanno parte, al momento, ufficiali di alto livello (il loro comandante è, ad esempio, un colonnello e non un generale), sono appoggiati soprattutto dalla Turchia; non si può escludere l'azioni di forze speciali occidentali (e anche israeliane) che magari non agiscono direttamente sul terreno ma coordinano le azioni e le infiltrazioni dai paesi confinanti. Se truppe speciali entrano in azione in Siria dall'esterno sono probabilmente arabe, quelle che hanno agito anche in Libia, e libanesi (sunnite e cristiane falangiste); brigate sunnite irachene, le stesse che cooptò il generale Petraeus per il surge in Iraq: Il presidente iracheno Al Maliki le ha sciolte e loro hanno trovato un altro impiego (secondo voci di intelligence che valgono quel che valgono si devono a loro gli attentati di Damasco con le autobombe);
- brigate curde siriano-irachene. I curdi siriani avversano il regime, quelli iracheni, numericamente molto più consistenti, sono anche molto più organizzati. Le forze armate curde irachene, tra l'altro, sono addestrate dagli israeliani.
- Forze di sicurezza siriane (esercito, polizia, servizi segreti). Combattono le insurrezioni e dovrebbero proteggere i manifestanti pacifici. La prima parte la svolgono anche in maniera brutale. Se combatti una guerra lo fai con tutti i mezzi a tua disposizione. Riescono a distinguere tra insorti e manifestanti? Abbiamo i nostri dubbi (di qui le ammissioni di Assad sui gravi errori). Ma, vista la situazione sul terreno, è forse missione impossibile, anche avendo le migliori intenzioni (e loro non crediamo le abbiano). Ci sono settori "estremi" nella repressione? Come in tutti gli apparati statali, ci sono quelli con la vocazione del "lavoro sporco" (e qui siamo nel Vicino Oriente e in un regime che è, obiettivamente, autoritario). Pare accertata la presenza di elementi iraniani che supportano le forze di sicurezza. Di certo non sono angioletti, e in mano non hanno arpe. Anche perché i nemici non maneggiano clarinetti.
- Shabbiha, le milizie filo-governative. Possono essere talvolta più realisti del re, per quanto riguarda i metodi repressivi. Talvolta perché fanatici, talvolta perché proteggono il loro sistema di potere che può avere anche carattere "mafioso". Non ci stupiremmo se agissero (anche) con metodologie da "strategia della tensione". Le manifestazioni "democratiche" sono per loro un pericolo perché potrebbero offrire ad Assad il "pretesto" per riforme che possono spazzare vie le loro rendite di posizione, che possono essere mantenute solo se prende il sopravvento la logica miope dello scontro muro contro muro.
Anziché lucidare le grancasse delle condanne, noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, dovremo dunque usare una prudenza estrema, per difendere la causa della pace, e mettere qualche granello fra gli ingranaggi della macchina della guerra.
L'Impero gioca la sua partita esistenziale e lo fa sulla pelle dei popoli con i mezzi che ha sempre utilizzato e che noi tutti conosciamo bene. Per l’Occidente il negoziato è impossibile. Intende semplicemente rovesciare un regime che fa parte di un blocco di cui i poteri occidentali vogliono liberarsi ad ogni costo.
Un leader che aveva un potenziale politico riformatore enorme, Bashar al-Assad, è così trasformato in un “macellaio”, prima di asfaltarlo e costruirvi sopra  – in vista della prossima guerra atomica - una base militare in più, circondata dalle grassazioni della soldataglia sopra le “tecniche” lungo le strade di una nazione in sfacelo.
 


[1] Cfr. Thomas Pierret, “In Siria ‘Allah’ non fa rima con Fratelli”, Limes, n. 1-2012. Il grassetto è nostro.

8 gennaio 2009

L’immagine coordinata della guerra e il Big Bang dei “non disinformati”

di Pino Cabras - da Megachip



Perché stiamo perdendo? Se lo chiede (ce lo chiede) Giulietto Chiesa nel momento in cui la distruzione piove sulla gente innocente, ora che assistiamo quasi impotenti al racconto falso dei media occidentali, quando la verità è rovesciata e i carnefici sono presentati come vittime. Se non sappiamo rispondere a questa domanda, certe forze dominanti non incontreranno più limiti nel fare una guerra ancora più estesa, molecolare, di scala mondiale, sulla quale, come i sette angeli dell’ira di Dio, verseranno i loro vasi pieni di pestilenza e dolore. Il problema è capire che i guai sono davvero già così grandi, e trovare un qualche rimedio.

In realtà quella di Chiesa, nel titolo, non è una domanda, ma l'annuncio di una spiegazione. Poi, leggendo, accanto all'analisi, gli interrogativi risorgono. .

Facciamo un primo passo, cerchiamo per ora di capire e descrivere un lato della questione.

Perché stiamo perdendo? La mia prima risposta è: hanno imparato in fretta la lezione del Libano.

Nell’estate 2006 l’immagine di Israele era uscita male, quando devastava il vicino settentrionale. La resistenza di Hizbullah era sorprendente ed efficace. Il governo israeliano, che aveva contato su una vittoria liscia, si trovava invece a gestire in affanno tante cose fuori controllo: sul campo di battaglia, di sicuro; ma anche nei suoi media locali, in quelli all’estero, o fra i soldati che scrivevano e-mail e blog sconsolati, in continuo rimbalzo nel ciberspazio, rosi dai dubbi per una guerra insensata e criminale. Certo, Fassino era sempre pavlovianamente pronto a qualche fiaccolata in soccorso dei cacciabombardieri, e Amos Oz già allora saltava su per dare copertura etica alle stragi simulando moderazione, eppure il messaggio andava storto lo stesso.

Oggi niente blog aggiornati, nessuna e-mail per le truppe, perfino i cellulari sono sequestrati ai soldati. Come per una qualsiasi azione di marketing, il tono della comunicazione non ammette sbavature. È l’immagine coordinata. Meglio azzerare il rischio ed estendere l’ombrello della pianificazione militare totale a ogni aspetto della comunicazione.

Oggi Israele ha organizzato in un modo infinitamente più accurato la “guerra della percezione”, un pezzo fondamentale della guerra nel suo insieme, con tremenda coerenza semiotica.

E quindi vince a man bassa.

Le redazioni vengono convogliate su blog inspiegabilmente tutti allineati alla nuova avventura bellica, scritti da mamme di soldati, orgogliose come antiche madri spartane: si ripropone il cliché militarista più trito con il pigolio della novità hi-tech. Ma questo sarebbe il meno.

Una tale prevalenza della menzogna più sfrontata su tutti gli organi d’informazione e comunicazione non è solo frutto della debolezza culturale delle redazioni. È l’effetto di un lavoro durato anni, un’egemonia voluta e cercata per rimodellare ogni luogo importante in cui si producesse comunicazione, come ben ricorda Chiesa: prima ancora delle notizie da dire o non dire, sono state scelte o rimosse le persone in grado di trattarle.

Le redazioni si sono bevute di tutto, dalle menzogne dell’11 settembre americano a quelle del 7 luglio londinese, dalle balle della guerra in Iraq alle lampanti falsità del presidente della Georgia in Ossetia. Figuriamoci se queste redazioni, via via disabituate a qualsiasi critica frontale del potere, non avrebbero abboccato all’attento “planning” coordinato fra Gerusalemme e Washington per l’aggressione a Gaza. Abboccano, eccome.

E non sono soltanto i Tg a esibire gli indecenti pupazzi dei ventriloqui criminali.

Li vedi ovunque, anche nelle trasmissioni di cronaca rosa, una volta tanto distolte dal vippame del demi-monde televisivo per prestare orecchio alle pillole di propaganda, quando la propaganda chiama. A recitarla sentiamo una falange di altri VIP, tutti ingaggiati per giustificare con parole clonate l’azione “difensiva” dei bombardieri israeliani contro una popolazione inerme.

Quel che voglio dire è proprio questo: l’assoluto sbilanciamento delle notizie sulla strage di Gaza deriva sì dalla struttura dei media e delle loro proprietà oligopolistiche – e questo è il dato di fondo con cui dovremo imparare a fare i conti - ma su questa struttura e su questa linea politica è visibile anche l’effetto di un’azione coordinata specifica, un’azione dell’oggi, di questi giorni, voluta da centri di potere che condividono l’idea di “nuovo Medio Oriente” che ha in mente Tzipi Livni, quasi un test per un nuovo ordine politico in sostituzione delle democrazie, erose dalla crisi più devastante mai vista da ottant’anni.

Tante bugie, tanto spazio per esse, tanta somiglianza fra loro e tanta dissomiglianza dalla realtà, non sono un caso. Siamo testimoni di una mostruosa manipolazione ‘ad hoc’ proprio mentre avviene. C’erano già i giornalisti “embedded”. Ora ci sono le notizie precotte.

Una piccola redazione di un piccolo sito come il nostro ha già tutti gli strumenti per conoscere le proporzioni essenziali dei fatti, vedere le immagini censurate dalle TV occidentali, immagini che direbbero la verità al grande pubblico, sfogliare reportage degni di fede sul massacro deliberato dei civili, riscoprire le dichiarazioni di ieri dei criminali di oggi quando anticipavano i loro intenti politici e militari, rileggere la storia di Terrasanta abbastanza da rigettarne i falsi miti. Vediamo molto, e pubblichiamo a più non posso. Piccole gocce nel mare, come altre gocce sparse qua e là nel web.

Immagini e strumenti sono disponibili - su scala incomparabilmente più grande - anche in mano alle grandi redazioni. Anche loro sanno quel che c’è da sapere. Le immagini vere le vedono eccome. Qualcosa emerge anche sulle loro pagine, ma il tono scelto è un altro, e quello prevale: il tono della complicità che va avanti per inerzia, per censura e autocensura (tanto le persone convenienti hanno già sostituito quelle scomode), con in più il valore aggiunto disinformativo disposto per l’occasione, quello da “immagine coordinata”, la campagna politico-mediatica del momento. C’è chi dà ordini e chi obbedisce su un fatto preciso e determinato. L’ordine impartito è in fondo semplice: sottrarre alla vista il fatto che la classe dirigente israeliana – così come l’amministrazione uscente statunitense - sia guidata da un nucleo di pericolosi criminali di guerra sostenuti da molti complici. L’ordine viene eseguito con accuratezza e serialità industriale. Il velo di pedanteria umanistica, l’interfaccia che le macchine non possono dare, lo danno i Riotta e i Pigi Battista, e tanti altri ancora, ma quel velo non riesce a nasconde la standardizzazione pressoché robotica del prodotto, da fabbrica d’armi di qualità.

Se leggete «la Repubblica» e il «Corriere della Sera»del 7 gennaio 2009, in particolare l’articolessa di Adriano Sofri sul primo e il presentat’arm di Bernard-Henry Lévy sul secondo, troverete le frasi misericordiose e le cavillosità adatte a fregare la sinistra inesauribilmente sprovveduta, frasi generiche e sentimentali, abbastanza smaliziate da concedere distinguo a un pubblico più laico ed esigente, da ammansire con la citazione giusta. Il Vecchio Pregiudicato e l’eterno Nouveau Philosophe dimostrano che sanno, certo, che l’Islam è complesso, che gli israeliani fanno anche errori, che i palestinesi, accidenti, soffrono, e poveri anche i bambini. Le frasi mimetiche sono la loro expertise che serve a occultare il cuore vero del loro testo, scandito – dopo le divagazioni - da frasi finalmente secche,come un comando ipnotico a favore della versione che ricalca i pensatoi militaristi.

La velina di Sofri è: «Gli israeliani vogliono davvero ridurre al minimo le vittime civili. Non possono essere così disumani né così imbecilli da mirare a colpire i bambini. […] La gente di Israele e i suoi governanti ha un (provvisorio, minacciato, odiato) vantaggio nelle risorse possibili della forza e della ragione. Hamas bersaglia da anni case, scuole, strade di una popolazione civile israeliana cui è impedita una normale vita quotidiana. Hamas giura la distruzione di ogni cittadino di Israele e di ogni ebreo sulla terra. Hamas addestra ed esalta gli assassini suicidi. Hamas si serve vilmente degli scudi umani, predilige bambini donne e vecchi, tramuta moschee e pareti domestiche in ripari di armi e mine. Ma lo spregevole cinismo di Hamas libera Israele dalla responsabilità verso quelle donne, quei vecchi, quegli uomini, quei bambini?»

E la velina di Lévy? Eccola: «Il fatto che le granate israeliane facciano, al contrario, tante vittime non significa […] che Israele si abbandoni a un “massacro” deliberato, ma che i dirigenti di Gaza hanno scelto l’atteggiamento inverso, di lasciare quindi le loro popolazioni esposte: una vecchia tattica dello “scudo umano” che fa sì che Hamas, come Hezbollah due anni fa, installi i propri centri di comando, i depositi d’armi, i bunker nei sotterranei di abitazioni, ospedali, scuole, moschee. Tattica efficace ma ripugnante.»

Stesso canovaccio e perfino stessa cadenza, lo vedete. Stesse bugie da retrobottega del Pentagono: la vecchia corbelleria degli “scudi umani”. Identica spudoratezza, identiche amnesie selettive: dimenticano (Sofri) o perfino negano (Lévy) che Gaza sia da anni sotto assedio, sotto lo schiaffo di azioni unicamente definibili come “crimini di guerra”. Tali e quali anche le dicotomie: la ragionevolezza di chi lancia le “granate” con cura chirurgica contrapposta allo «spregevole cinismo» della «ripugnante» Hamas.

È lo stesso Sofri che aveva benedetto l’invasione dell’Iraq. È lo stesso Bernard-Henry Lévy che l’estate scorsa è stato sputtanato per le menzogne acclarate di un suo reportage dalla Georgia. Ogni tanto leggi di cronisti licenziati perché inventano notizie, peraltro plausibili, ma inaccettabili per deontologia. Per BHL, invece, la pagina degli editoriali del «Corriere» è sempre aperta. Parla di banali granate, lui, per evitare di menzionare gli ordigni usati davvero: le GBU39 con dardo di penetrazione a uranio impoverito; il fosforo bianco; il DIME (Dense Inert Metal Explosive) in lega di tungsteno, usato la prima volta in Libano nel 2006, che provoca ferite spaventose e fa i corpi a brandelli, lasciando ai sopravvissuti la prospettiva dei tumori.

Tutto questo orrore è ben documentato e documentabile, e sarebbe un inesauribile filone d’inchiesta per incalzare le autorità israeliane, che infatti non vogliono testimoni e reporter a Gaza. Precauzione inutile, con i direttori delle grandi testate nostrane. I quali mettono in fila le seguenti frasi dei loro editorialisti di punta: «Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei» (Piero Ostellino, 29 dicembre), «Hamas auspica l’eliminazione di tutti gli ebrei dalla faccia della terra» (Ernesto Galli Della Loggia, 3 gennaio), «Hamas giura la distruzione di ogni cittadino di Israele e di ogni ebreo sulla terra» (Sofri, 7 gennaio). Fra tutte le semplificazioni possibili del contenuto d’odio usato da Hamas in una complessa citazione di Maometto, i volonterosi propagandisti della guerra usano solo quella che si brucia i ponti alle spalle. In fotocopia. In quella forma è una leggenda maligna, che serve a nascondere le aperture pragmatiche, le tregue di sei mesi, di dieci anni di cinquant’anni, offerte da leader di Hamas poi eliminati con qualche tempestivo bombardamento. La leggenda dei trombettieri delle nostre gazzette vuole la guerra, non scruta spiragli.

La macchina della propaganda è dunque ben oliata, pervasiva. Occupa con rigore il centro dell’agenda mediatica. Militarizza gli editoriali più importanti. Non si limita a presidiare l’informazione, ma lavora sul sistema della comunicazione.

Giulietto Chiesa ci esorta a non segregarci nell’illusione della controinformazione, galassia interessante, ma dispersa e senza massa critica, fatta di spezzoni orgogliosi d’identità incapaci d’espandersi, intransigenze non portate a conciliarsi, priorità diverse dei vari gruppi e individui, incapacità di comprendere che la partita si gioca nel sistema integrato della comunicazione, il luogo in cui le immagini in movimento interagiscono con i desideri e i sogni manipolati. Grillo dice che la TV è morta e vincerà la rete. In realtà avviene l’integrazione fra i media, con un forte contenuto comunque televisivo, ancorché in totale trasformazione. Vince chi lo capisce e si dota dei mezzi conseguenti. Chi vuole la guerra lo ha capito benissimo.

In realtà, trasmettitori e riceventi presenti nell’agorà comunicativa non sono alla pari. La libertà dei flussi non può celare le differenze di potere fra la concentrazione tecnocratica della merce comunicazione in una ristretta élite di soggetti multinazionali e la passività atomizzata di una fetta ancora enorme di consumatori. Lo slogan ideale per chi magnifica il libero flusso dell’informazione senza uno sguardo critico potrebbe essere "libero lupo in libero ovile".

Da qui colgo anche il rimpianto di Chiesa, che ricorda ancora una volta che il progetto di un nuovo format televisivo, Pandora, non si fa tuttora strada fra chi pure ne trarrebbe vantaggio.

Con il tempo la comprensione e la convergenza di spinte diverse verso un forte network sarebbe un esito naturale. Ma ora non viviamo in tempi normali. La strage di Gaza, il racconto che passa di essa, ne è il segnale evidente. Forze potenti sono in grado di far condensare la Grande Crisi in una Grande Guerra. Quel che normalmente sarebbe un percorso fatto di tappe intermedie, ora richiede accelerazioni.

Un format che tratta immagini e che non si limita a fare documentari, ma interviene in diretta e mostra ciò che il mainstream oggi tace: questo è lo scopo del “servizio” Pandora. Non so che possibilità abbiamo e di che tempi materialmente utilizzabili disponiamo affinché la galassia dei “non disinformati” inneschi un suo Big Bang creativo, ora che intanto che perde terreno nei confronti della propaganda bellica e della riorganizzazione dei grandi poteri di fronte alla crisi.

I tempi sono urgenti ma il problema è vecchio, se pensate a queste parole di Primo Levi: «Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col timore dell’intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola» (dal «Corriere della Sera», 8 maggio 1974).

Intanto avviamo almeno un percorso che infittisca lo scambio fra chi ha idee, risorse, reti, disponibilità. Non penserete mica che il dio della guerra si fermi a Gaza, e che il dio della propaganda si fermi al Tg1,tanto per farvi un piacere?