di Pino Cabras - da Megachip.
28 settembre 2012
Il neocon: "Qualcuno usi un trucco per costringerci alla guerra!"
Si
sta diffondendo nei siti e nei social network di mezzo mondo la
sbalorditiva performance di uno dei tanti cloni slavati della galassia
neocon, Patrick Lyell Clawson, che il 26 settembre 2012 ha pronunciato un accorato appello per l’inganno e la guerra all'Iran. Il falco (una specie di morphing fra il Ricky Cunningham di Happy Days e Niccolò Machiavelli dopo una lobotomia), strilla affinché qualcuno prepari una provocazione, un atto bellico sotto falsa bandiera con cui gli USA si trovino “costretti” a entrare in guerra con l’Iran. Potrete
ascoltarlo con le vostre orecchie, e leggere la tempestiva traduzione
nel video realizzato da Luogocomune.net, che qui riportiamo. Ma Clawson, chi era costui? Nato nel 1951, proprio in tempi da happy days, è un economista statunitense e studioso di questioni mediorientali. Attualmente è il Direttore della Ricerca presso il WINEP (Washington Institute for Near East Policy) uno dei vari pensatoi egemonizzati dai neocon.
Il
WINEP è segnato da legami fortissimi con le classi dirigenti politiche,
industriali-militari, mediatiche e dell’intelligence di USA e Israele.
Di solito, Clawson scatena la sua prosa guerrafondaia in veste di
caporedattore di «Middle East Quarterly», una rivista talmente
bellicista che gli articoli sembrano battuti direttamente col mitra.
Nel cursus honorum
di chi apparecchia la vostra prossima guerra mondiale non poteva
mancare un periodo di lavoro presso il Fondo Monetario Internazionale
(dal 1981 al 1985), per poi ricoprire un incarico di “senior economist”
alla Banca Mondiale. Pur vivendo da sempre tra Shock Economy e
bombardieri, il rosso Patrick ha mantenuto un candore quasi infantile,
che potrete godervi in relax, dopo esservi agghiacciati e aver fatto
scongiuri e manovre di sicurezza secondo le vostre rispettive abitudini.
Buona lettura e buon ascolto. Si fa per dire.
Intervento di Patrick L. Clawson
Francamente,
penso che sia molto difficile dare inizio ad una crisi. E faccio molta
fatica a vedere come il presidente degli Stati Uniti possa davvero
portarci in guerra contro l'Iran.
Questo mi porta a concludere che se non si troverà un compromesso, il modo tradizionale con cui l'America entra in guerra sarebbe nel miglior interesse degli Stati Uniti. [...]
Qualcuno può pensare che Roosevelt volesse entrare nella II guerra mondiale, come ha suggerito David, ma forse ricorderete che ha dovuto aspettare Pearl Harbor.
Qualcuno può pensare che Wilson volesse entrare nella I guerra mondiale, ma forse ricorderete che ha dovuto aspettare l'episodio del Lusitania.
Qualcuno può pensare che Johnson volesse mandare le truppe in Vietnam, ma forse ricorderete che ha dovuto aspettare l'episodio del Golfo del Tonchino.
Non siamo entrati in guerra con la Spagna finché non c'è stata l'esplosione sul Maine.
E vorrei anche suggerire che Lincoln non sentì di poter chiamare l'esercito federale fino a quando Fort Sumter
non fosse attaccato, e per questo motivo ordinò al comandante del forte
di fare esattamente ciò che quelli del Sud Carolina dicevano che
avrebbe provocato un attacco.
Quindi se di fatto gli iraniani non sono disposti al compromesso, sarebbe meglio che qualcun altro iniziasse la guerra.
Si possono sempre combinare altri metodi di pressione con le sanzioni. Ho citato ad esempio quell'esplosione del 17 agosto.
Potremmo anche aumentare la pressione.
Dopotutto,
signori, i sottomarini iraniani vanno periodicamente sott'acqua, ma
qualcuno un giorno potrebbe anche non riemergere, chissà come mai?
Potremmo fare diverse cose se vogliamo aumentare la pressione.
Non
è una cosa che sto proponendo, suggerisco soltanto che qui non siamo in
una situazione di sì o no, sappiamo che o le sanzioni avranno successo
oppure andrà fatto qualcos'altro.
Stiamo giocando una partita coperta con gli iraniani, e potremmo anche diventare più cattivi nel farlo.
Fonte: video
Qui il testo originale dell'intervento.
Traduzione a cura di Luococomune.
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15 settembre 2012
Il governo USA sapeva già dell'attentato
Questa
rivelazione importante sull’omicidio dell’ambasciatore USA in Libia,
proveniente da uno dei giornali più ben fatti del ‘mainstream’, il
britannico The Independent, ci è stata segnalata per prima dalla Redazione di IRIB, la Radio Iraniana in lingua italiana, con un suo articolo in homepage.
Ci è parso subito significativo che a mettere al corrente un pubblico
italiano su una notizia così rilevante – per giunta di provenienza
occidentale - sia stata una redazione di Teheran. Le redazioni di Roma e
Milano, invece, evitano di dare risalto alla vicenda. Preferiscono
giocare con i loro soliti schemi, che aiutano a non raccontare
l’imbarazzante alleanza occidentale, nella sporca guerra di Libia, con i
peggiori tagliagole. Abbiamo tradotto l’articolo dell’Independent e ve lo proponiamo qui di seguito:
Clamorose rivelazioni e retroscena sull’assassinio del diplomatico USA
Esclusivo: l'America «è stata preavvertita dell’attacco all'ambasciata, ma non ha fatto nulla»
di Kim Sengupta – The Independent.
Le
uccisioni dell’ambasciatore USA in Libia e di tre suoi collaboratori
sono state verosimilmente il risultato di una falla grave e continua
nella sicurezza, è in grado di rivelare The Independent.
I funzionari americani ritengono che l’attacco
sia stato pianificato, ma Chris Stevens era tornato nel paese solo da
poco, mentre i dettagli della sua visita a Bengasi, dove poi lui e il
suo staff sono morti, dovevano rimanere riservati.
L’amministrazione USA sta
ora fronteggiando una crisi in Libia. I documenti sensibili sono
scomparsi dal consolato di Bengasi e la posizione presumibilmente
segreta del "rifugio" in città, dove il personale si era ritirato, è
stata intensamente attaccata con i mortai. Altri simili rifugi lungo
tutto il paese non sono più considerati "sicuri".
Si
sostiene che alcuni dei documenti che ora mancano dal consolato
elencano i nomi dei libici che stanno lavorando con gli americani,
esponendoli al rischio nei confronti dei gruppi estremisti, mentre si
afferma che alcuni degli altri documenti si riferiscono a contratti
petroliferi.
Secondo
fonti diplomatiche ad alto livello, il Dipartimento di Stato USA aveva
informazioni credibili già 48 ore prima che i tumulti si volgessero al
consolato di Bengasi e all'ambasciata al Cairo, sul fatto che le
missioni americane potevano essere prese di mira, ma nessun avvertimento
è stato indirizzato ai diplomatici affinché si mettessero in allerta e
in "serrata", attenendosi a regole che limitano fortemente i movimenti.
Stevens
era stato in visita in Germania, Austria e Svezia ed era appena tornato
in Libia quando si è svolto il suo viaggio a Bengasi, quando il
personale di sicurezza dell'ambasciata USA stabiliva che la missione
poteva essere intrapresa in modo sicuro.
Otto
americani, alcuni dei quali erano militari, sono rimasti feriti
nell’attacco in cui hanno perso la vita Stevens, Sean Smith, un
ufficiale incaricato dell'informazione, e due marines. Tutto il
personale che si trovava a Bengasi è stato ora spostato nella capitale,
Tripoli, e quelli il cui lavoro sia considerato non fondamentale
potrebbero essere trasferiti dalla Libia.
Nel
frattempo, una squadra di controffensiva antiterroristica FAST, del
Corpo dei Marines, è già arrivata nel paese da una base in Spagna e si
ritiene che altro personale sia già in cammino. Unità aggiuntive sono
state messe in stato di attesa in vista del loro trasferimento in altri
Stati in cui la loro presenza possa rendersi necessaria ora che scoppia
il furore anti-americano innescato dalla diffusione di un film che
disprezzato il profeta Maometto.
Una
folla di diverse centinaia di persone ieri ha preso d'assalto
l'ambasciata americana nella capitale yemenita Sanaa. Altre missioni che
sono state messe in allerta speciale comprendono quasi tutte quelle del Medio Oriente, così come in Pakistan, Afghanistan, Armenia, Burundi e Zambia.
Alti
funzionari sono sempre più convinti, tuttavia, che la feroce natura
dell’attentato di Bengasi, in cui sono state utilizzate granate, indica
che non era l’effetto di una rabbia spontanea dovuta al video, intitolato Innocence of Muslims («L’innocenza dei musulmani», NdT).
Patrick Kennedy,
Sottosegretario al Dipartimento di Stato, si è detto convinto che
l'assalto fosse pianificato per via della natura vasta e diffusa delle
armi.
Vi è una convinzione crescente che l'attacco sia avvenuto per vendicare l'uccisione durante un attacco con droni in Pakistan di Mohammed Hassan Qaed, un operativo di Qa'ida - il quale era, come suggerisce il suo nome di battaglia Abu Yahya al-Libi, un libico - e coordinato con l'anniversario degli attentati dell'11 settembre.
Il senatore Bill Nelson,
membro della Commissione sull’Intelligence del Senato, ha proclamato:
«Chiedo ai miei colleghi in seno alla commissione di indagare
immediatamente su quale ruolo potrebbero aver giocato nell’attacco al-Qa'ida o sue affiliate e di prendere gli opportuni provvedimenti.»
Secondo
fonti all’interno degli apparati di sicurezza, il consolato aveva
superato una "visita di controllo" per prevenire qualsiasi violenza che
fosse collegata all’anniversario dell’11/9. In occasione degli eventi
reali, sul muro perimetrale è stata fatta un apertura in meno di un
quarto d’ora da una folla inferocita che aveva iniziato ad attaccarlo
intorno alle dieci di notte di martedì. C’è stata, secondo i testimoni,
ben poca difesa da parte delle guardie locali, trenta o poco più, che
dovevano proteggere il personale. Ali Fetori, 59 anni, ragioniere, che
vive nelle vicinanze, ha rivelato: «Gli uomini della sicurezza
semplicemente sono tutti scappati e le persone passate al comando erano i
giovani con pistole e bombe.»
Wissam Buhmeid,
il comandante della brigata Scudo della Libia, approvata dal governo di
Tripoli, di fatto una forza di polizia di Bengasi, ha sostenuto che è
stata la rabbia per il video su Maometto che ha fatto sì che le guardie
abbandonassero le loro postazioni. «C’erano sicuramente persone delle forze di sicurezza che consentivano che l'attacco accadesse
perché erano esse stesse offese dal film; avrebbero assolutamente messo
la loro fedeltà al Profeta al di sopra del consolato. Le morti sono
nulla in confronto agli insulti al Profeta.».
Si
ritiene che Stevens sia stato abbandonato nell’edificio dal resto del
personale dopo che non si riusciva a trovarlo in mezzo al fumo denso
causato da un incendio che aveva avvolto l'edificio. È stato scoperto
disteso in stato di incoscienza dalla popolazione locale e portato in un
ospedale, il Centro Medico di Bengasi, dove, secondo un medico, Ziad Abu Ziad, è morto a causa dell’inalazione del fumo.
Una
squadra di soccorso americana forte di otto persone è stata inviata da
Tripoli e portata dalle truppe al comando del capitano Fathi al-Obeidi,
della Brigata 17 febbraio, fino al rifugio segreto per prelevare circa
quaranta persone dello staff statunitense. Sull'edificio si è poi
scatenato un fuoco di armi pesanti. «Non so come abbiano trovato il
posto per compiere l'attacco. È stato pianificato, la precisione con cui
i mortai ci colpivano era troppo precisa per dei rivoluzionari
qualsiasi», ha affermato il capitano Obeidi. «Ha cominciato a piovere su
di noi, circa sei colpi di mortaio sono caduti direttamente sul
sentiero verso la villa.»
I
rinforzi libici sono finalmente arrivati, e l'attacco è finito. Sono
arrivate notizie su Stevens, e il suo corpo è stato prelevato
dall'ospedale e riportato a Tripoli con altri morti e i sopravvissuti.
La
madre di Steven, Mary Commanday, ha parlato ieri di suo figlio. «Ha
fatto bene quello che ha fatto, e ne ha fatto un ottimo lavoro. Avrebbe
potuto fare un sacco di altre cose, ma questa era la sua passione. Ho un
buco nel mio cuore», ha dichiarato.
[…]
Traduzione a cura di Matzu Yagi.
Tratto da: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/8880-il-governo-usa-sapeva-gia-dellattentato.html.
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10 settembre 2012
Imposimato: a 11 anni da quell’11 settembre: era Strategia della Tensione
di Ferdinando Imposimato - Journal of 9/11 Studies.
Tradotto da Megachip.
Gli
attentati dell'11/9 sono stati un'operazione globale di terrorismo di
Stato consentita dall'amministrazione degli USA, che sapeva già
dell’azione ma è rimasta intenzionalmente non reattiva al fine di fare
la guerra contro l'Afghanistan e l'Iraq. Per dirla in breve, gli eventi dell'11/9 erano un caso di Strategia della Tensione
messa in atto dai poteri politici ed economici negli Stati Uniti per
perseguire vantaggi in capo all'industria petrolifera e delle armi.
Anche
l'Italia è stata una vittima della "Strategia della Tensione" della
CIA, attuata in Italia dai tempi della strage di Portella della
Ginestra, in Sicilia, nel 1947, fino al 1993.
Ci
sono molte prove di una tale strategia, sia circostanziali che
scientifiche. Le relazioni del National Institute of Standards and
Technology (NIST), del 20 novembre 2005, hanno sancito le conclusioni di
seguito esposte.
Gli
aerei che hanno colpito ciascuna delle torri gemelle hanno causato
tanto una breccia quanto un'esplosione evidenziata da una gigantesca
palla di fuoco. Il carburante rimanente fluiva verso i piani inferiori,
alimentando gli incendi. Il calore degli incendi deformava le strutture
degli edifici così che entrambe le torri sono crollate completamente da
cima a fondo. Molto poco è rimasto di quanto era di qualsiasi dimensione
dopo questi eventi, a parte i frammenti in acciaio e in alluminio e i
detriti polverizzati provenienti dai pavimenti in cemento. Anche l’edificio 7 del World Trade Center crollò: lo fece in un modo che risultava in contrasto con l'esperienza comune degli ingegneri.
Il
rapporto finale del NIST ha affermato che gli attacchi aerei contro le
torri gemelle erano la causa dei crolli per tutti e tre gli edifici:
WTC1, WTC2 e WTC7.
Tutti
e tre gli edifici sono crollati completamente, ma l'edificio 7 non fu
colpito da un aereo. Il crollo totale del WTC7 ha violato l'esperienza
comune ed era senza precedenti.
Il
rapporto del NIST non analizza la reale natura dei crolli. Secondo gli
esperti intervenuti nel corso delle Udienze di Toronto (“Toronto Hearings”,
8-11 settembre 2011), i crolli avevano caratteristiche che indicano
esplosioni controllate. Sono d'accordo con l’architetto Richard Gage e
l’ingegnere Jon Cole, entrambi professionisti di grande esperienza, che
sono arrivati alle loro
conclusioni attraverso test affidabili, prove scientifiche, e la
testimonianza visiva di persone insospettabili, tra cui i vigili del
fuoco e le vittime.
L'autorevole
teologo David Ray Griffin ha descritto con grande precisione perché
l'ipotesi di demolizione controllata dovrebbe essere presa in
considerazione. Vari testimoni hanno sentito raffiche di esplosioni.
Secondo
il NIST il crollo dell'edificio 7 è stato causato da incendi provocati
dal crollo delle torri gemelle. Il chimico e ricercatore indipendente
Kevin Ryan, tuttavia, ha dimostrato che il NIST ha dato versioni
contraddittorie del crollo dell'edificio 7. In un rapporto preliminare
del NIST dichiarava che il WTC7 fu distrutto a causa di incendi
provocati da gasolio conservato nel palazzo, mentre in una seconda
relazione questo combustibile non era più considerato come la causa del
crollo dell'edificio. Ulteriori commenti sulla versione degli eventi
data dal NIST sono stati formulati da David Chandler, un altro
testimone esperto intervenuto nel corso delle Udienze di Toronto.
Nonostante la presunzione del NIST in merito a tre distinte fasi di
crollo, Chandler ha sottolineato che molti video disponibili dimostrano
che per circa due secondi e mezzo l'accelerazione dell’edificio non può
essere distinta da una caduta libera. Il NIST è stato costretto a
concordare con con questo fatto empirico come sottolineato da Chandler, e
ora comprensibile per chiunque.
Peter Dale Scott,
un altro testimone alle Udienze di Toronto, ha dimostrato l'esistenza
di un modello d’azione sistematico della CIA volto a bloccare importanti
informazioni nei confronti dell'FBI, anche quando l'FBI avrebbe
normalmente diritto di ottenerle. Inoltre, ci sono ulteriori elementi di
prova contro George Tenet e Tom Wilshire. Secondo l'ex capo dell’antiterrorismo della Casa Bianca, Richard Clarke
(intervista rilasciata alla televisione francese e tedesca come parte
di un documentario di Fabrizio Calvi e Christopf Klotz ,31 agosto 2011,
nonché l'intervista con Calvi e Leo Sisti, "Il Fatto Quotidiano ", 30 agosto 2011) la CIA era a conoscenza dell’imminente attacco dell’11/9.
Inoltre, dal 1999 la CIA aveva indagato Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hamzi,
entrambi sauditi, che sono stati associati con l'aereo della American
Airlines che ha colpito il Pentagono. La CIA era stata informata che
Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hamzi erano arrivati negli Stati Uniti
all'inizio del 2000. È legittimo dedurre che Tenet, capo della CIA, e
Wilshire, secondo Peter Dale Scott una "figura chiave" nella Alec Station,
bloccarono gli sforzi di due agenti dell'FBI, Doug Miller e Mark
Rossini, intesi a notificare al centro FBI che uno dei partecipanti alla
riunione di Kuala Lumpur, al-Mihdhar, aveva ottenuto un visto USA attraverso il consolato degli Stati Uniti a Jeddah. Il professor Scott, basandosi sulla ricerca di Kevin Fenton, cita 35 occasioni in cui i dirottatori sono stati protetti in questo modo, a partire dal gennaio del 2000 al 5 settembre 2001. Con riferimento al precedente di questi incidenti, il motivo di questa protezione era evidentemente, secondo Fenton, «per coprire un'operazione della CIA che era già in corso.»
Ulteriore
prova indiziaria contro Tenet e Wilshire è la seguente. Il 12 luglio
2001 Osama bin Laden si trovava nell’ospedale americano di Dubai. Fu
visitato da un agente della CIA. Questa informazione è stata data a Le
Figaro, che ha anche riferito che bin Laden era stato operato in questo
ospedale, essendo arrivato da Quetta (Pakistan). Questa informazione è
stata confermata da Radio France International, che ha rivelato il nome
dell'agente che ha incontrato bin Laden: Larry Mitchell. Tenet e
Wilshire, consapevoli della presenza di bin Laden negli Emirati Arabi
Uniti, non sono riusciti a farlo arrestare né estradare, anche se i
documenti dell'FBI e della CIA lo ritenevano responsabile di massacri in
Kenya e Tanzania.
L'insider trading è una forte ulteriore prova contro la CIA, l’FBI e il governo degli Stati Uniti.
Gli articoli del professor Paul Zarembka, così come da Kevin Ryan e altri, dimostrano che tali casi di insider trading hanno avuto luogo nei giorni immediatamente precedenti rispetto agli attentati. Eppure questi casi di insider trading sono stati negati dall'FBI e dalla Commissione d’inchiesta sull’11/9.
Ulteriore prova contro la CIA e l'amministrazione degli Stati Uniti è la seguente. Mohammed Atta,
almeno a partire dal maggio 2000, era sotto sorveglianza della CIA in
Germania, secondo la Commissione sull’11/9, sia perché era accusato sin
dal 1986 di attentati contro Israele, sia perché era stato sorpreso
mentre acquistava grandi quantità di prodotti chimici per l'uso in
esplosivi a Francoforte (The Observer, 30 settembre 2001). È
stato indagato dal servizio segreto egiziano e il suo telefono cellulare
era sotto controllo. Nel novembre del 1999 Mohammed Atta lasciò
Amburgo, andò a Karachi, in Pakistan, e poi a Kandahar. Qui ha
incontrato bin Laden e lo sceicco Omar Saeed (secondo la rivista
specializzata in questioni di sicurezza interna GlobalSecurity.org, alla
voce "Movements of Mohammed Atta"). Dopo giugno 2000 gli USA hanno
continuato a monitorare Atta, intercettando le sue conversazioni con Khalid Sheikh Mohammed, considerato il regista del 9/11, che ha vissuto in Pakistan.
Una forte prova del fatto che la CIA era a conoscenza dei movimenti irregolari di Atta dagli
Stati Uniti verso l'Europa e all’interno degli Stati Uniti è il
documento declassificato della CIA inviato dall'Agenzia a G.W Bush (President’s Daily Brief – Ndt: “relazione breve giornaliera per il presidente”).
Questo documento, del 6 agosto 2001, dice: «Bin Laden determinato a
colpire in USA.» E continua: "relazioni di provenienza clandestina, di
governi stranieri, e dei media indicano che bin Laden sin dal 1997 ha
voluto condurre attacchi terroristici negli Stati Uniti. Bin Laden ha
inteso in interviste a televisioni statunitensi nel 1997 e nel 1998 che i
suoi seguaci avrebbero seguito l'esempio dell’attentatore del World
Trade Center Ramzi Yousef, e avrebbero “portato i combattimenti in
America”.»
Dopo gli attacchi missilistici degli Stati Uniti sulla sua base in Afghanistan
nel 1998, bin Laden disse ai seguaci che voleva infliggere una
rappresaglia a danno di Washington, secondo un servizio di intelligence
straniero. Un membro operativo egiziano della Jihad islamica ha rivelato
a un agente di un servizio segreto straniero, nel frattempo, che bin
Laden aveva intenzione di sfruttare l'accesso operativo agli Stati Uniti
per organizzare un attacco terroristico ...
Una
fonte clandestina ha affermato nel 1998, che una cellula di bin Laden a
New York stava reclutando giovani musulmani americani per gli
attentati.
Questo documento dimostra che la CIA, l’FBI, così come il presidente Bush, conoscevano già dal 6 agosto 2001 chi aveva un accesso operativo: Atta.
Nessuno ha goduto di un tale accesso negli Stati Uniti quanto Atta. Ma
la CIA, l’FBI e Bush non hanno fatto nulla per fermarlo.
In
Italia ho raccolto prove che la guerra in Iraq è stata decisa dal
governo degli Stati Uniti prima degli attacchi dell'11/9 con l'aiuto dei
servizi segreti italiani. Secondo Michel Chossudovsky, gli
attacchi dell'11/9 sono stati usati come pretesto per la guerra, avendo
avuto come sfondo i molti anni in cui si è avuta la creazione e il sostegno da parte della CIA della rete terroristica ora conosciuta come al-Qa’ida.
Oggi c'è il pericolo di una nuova "guerra preventiva" contro l'Iran da
parte degli Stati Uniti. Questo potrebbe essere terribile per la gente
di tutto il mondo e potrebbe anche distruggere una gran parte
dell'umanità.
L'unica possibilità per avere giustizia è quello di presentare le migliori prove relative al coinvolgimento di singoli individui nei fatti dell’11/9 al Procuratore della Corte penale internazionale
chiedendogli di indagare in base agli articoli 12, 13, 15 e 17, lettere
a e b, dello Statuto della Corte penale internazionale, ricordando
anche il preambolo della Statuto:
- Riconoscere che tali gravi reati minacciano la pace, la sicurezza e il benessere del mondo,
- Affermare che i reati più gravi che sono motivo di allarme per la comunità internazionale nel suo insieme non debbano rimanere impuniti e che la loro repressione debba essere efficacemente garantita mediante provvedimenti adottati a livello nazionale ed attraverso il rafforzamento della cooperazione internazionale,
- Essere determinati a porre fine all'impunità degli autori di tali crimini e quindi di contribuire al perseguimento di tali reati,
- Ricordare il dovere di ogni Stato di esercitare la propria giurisdizione nei confronti dei responsabili di reati internazionali ...
Ferdinando Imposimato, settembre 2012.
Il testo in inglese è stato trascritto anche QUI.
Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.
Ferdinando Imposimato
è presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione ed ex
senatore e deputato. A lungo ha fatto parte della Commissione bicamerale
Antimafia.
Da
magistrato ha istruito alcuni tra i più importanti processi sul
terrorismo (il caso Aldo Moro, l'attentato al papa Giovanni Paolo II, il
caso Bachelet). Ha scoperto la “pista bulgara” e altre connessioni
terroristiche internazionali. Innumerevoli i processi contro mafia e
camorra. Tra gli altri, ha istruito il caso Michele Sindona e il
processo alla Banda della Magliana.
È
autore o co-autore di sette libri sul terrorismo internazionale, la
corruzione statale, e di questioni connesse, nonché Grand'Ufficiale
dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana.
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30 agosto 2012
Che gran pezzi di... giornalismo
di Felice Fortunaci – da Megachip
In Iran si è iniziato lo scorso 26 agosto il vertice del Movimento dei Paesi non allineati, NAM, nel quale sono rappresentati due terzi dei membri delle Nazioni Unite e il 55% della popolazione mondiale. L’Iran ha assunto per tre anni la presidenza di tale movimento e tanto basterebbe per sfatare il mito dell’isolamento della Repubblica Islamica da parte della “comunità internazionale”. Per parare il colpo, il giornalismo di guerra ha provato alcuni escamotage.
La Repubblica,
leader italiano indiscusso in questo tipo di giornalismo, il giorno 28
agosto scorso ha relegato in un brevissimo articolo a pagina 12 la
notizia sul vertice, ma in compenso ha pubblicato in prima pagina, con
continuazione all’interno, un lungo pezzo di Moisés Naím, un giornalista venezuelano di origine libica, che parlava di mafia. Beh, che c’entra? Intanto Naím non è un giornalista qualunque.
È stato ministro venezuelano del Commercio e dell’Industria durante il sanguinario secondo mandato del presidente Carlos Andrés Pérez (un ex progressista asservito al Washington Consensus e ora in esilio dorato a Miami perché condannato per corruzione nel suo Paese), un
governo cioè che è passato alla storia per il massacro della rivolta
popolare del 1989 contro le privatizzazioni selvagge di cui Naím era
fiero assertore. Si calcolano fino a 3.000 morti.
Uomo della Banca Mondiale di cui è stato Direttore Esecutivo, collaboratore della CIA come membro del board of directors del National Endowment for Democracy,
nemico giurato di Hugo Chávez (probabilmente anche perché durante i
massacri del 1989 fu uno degli ufficiali che si rifiutarono di sparare
sulla folla), Naím è, conseguentemente, un ospite permanente del gruppo Espresso-La Repubblica.
Ebbene, cosa ci viene a dire questo figuro in prima pagina sul noto quotidiano “progressista”? Che ci sono Stati dove al potere c’è la mafia. I principali sarebbero, Guinea-Bissau, Montenegro, Myanmar (Birmania), l’Ucraina, Bolivia, Corea del Nord e, last but not least, ovviamente il Venezuela.
Una lista che inizia in sordina e finisce con ben cinque nazioni direttamente nel mirino degli USA. Tutti, guarda caso, appartenenti al NAM, tranne l’Ucraina che è però odiata per essere troppo filorussa. Sull’Afghanistan, Naím fa solo vaghi cenni sul traffico d’oppio, senza spiegare nulla in merito al ruolo giocato in questo traffico immane dagli occupanti sotto l’ombrello NATO.
Una
lista di bersagli, dunque, che commenta da sola la serietà e gli
intenti sia del giornalista sia del foglio che lo ospita. Il quale
ultimo ha per altro una notevolissima faccia di bronzo dato che solo
pochi giorni fa ha pubblicato un editoriale del suo fondatore, Eugenio Scalfari, che sosteneva la legittimità della trattativa tra Stato e mafia durante la stagione delle stragi mafiose del 1992.
Nella
stessa edizione, la sezione affari internazionali di «Repubblica» si è
impegnata a controbilanciare la notizia dell’attacco contro i soldati
italiani in Afghanistan con un articolo intitolato “Cantano e ballano, 17 decapitati in Afghanistan il terrore dei Taliban”.
Quindi: che a nessuno venga in mente di parlare di un nostro ritiro.
Tanto valeva che intitolassero direttamente: “I Taliban sono cattivi”. Senza però scrivere niente. Così per lo meno non sarebbero incorsi in smentite: Afghanistan, dietro alle decapitazioni una faida tra famiglie rivali.
La stessa sezione ci informa infine che il progressista François Hollande
ha avvertito: «Se Assad usa armi chimiche sì all’intervento». Ora, che
in una guerra (su commissione) dove si combatte strada per strada si
possano usare armi chimiche è già un’idiozia.
Sembrerebbe idiota anche ricominciare a menarla con la storia delle armi
non convenzionali che già si rivelò una solenne menzogna nel caso
dell’Iraq. Ma in definitiva, dato che allora in qualche modo pagò,
perché non riciclarla adesso per la Siria? Chi darebbe la notizia eventuale di un utilizzo di armi chimiche? L’Esercito Siriano Libero. Chi la controllerebbe? L’Osservatorio siriano dei diritti umani, con sede, guarda un po’, a Londra.
Come sempre.
Ma
ecco che c’è chi dà credito all’idiozia: è stata sempre la prima pagina
del quotidiano fondato da Scalfari a ospitare il 23 agosto un pensoso articolo sulla Siria del ministro degli esteri italiano, Giulio Maria Terzi di Sant'Agata,
che alla locomotiva del suo interminabile nome attacca anche una vagonata di
titoli: marchese, conte, barone, cavaliere del Sacro romano impero e Signore di Sant'Agata.
Siccome
il quotidiano si chiama tuttora «la Repubblica» (ma non siamo sicuri
che il nome duri, visto il suo crepuscolo reazionario), e siccome nelle edicole
stanno uscendo di nuovo i DVD di Fantozzi, il ministro si è firmato
appena Giulio Terzi.
Ma il suo articolo ha estratto lo stesso l’anima
del conte, del barone, del cavaliere e anche del lup. mann. figl. di
putt.
Il
titolare della Farnesina strilla infatti contro «il pericolo della
proliferazione di armi di distruzione di massa (la Siria possiede il
maggior arsenale di armi chimiche e biologiche in Medio Oriente)».
Curioso: Terzi, che fu per anni ambasciatore in Israele
(che se non sbaglio è in Medio Oriente) non ha mai fatto una
dichiarazione a proposito delle centinaia di armi nucleari israeliane
(ben proliferate, e ben capaci di distruzione di massa).
Il resto
dell’articolo è una valanga di foglie di fico per giustificare gli aiuti ai ribelli in Siria nascondendone le implicazioni militari.
Il nostro cavaliere del Sacro romano impero dichiara che sta
«considerando, sulla scia di alcuni nostri principali alleati, la
fornitura all'opposizione di strumenti di comunicazione utili per poter
prevenire attacchi contro civili, soprattutto donne e bambini». Non è un’amore?
E non tanto per il suo tenero pensiero rivolto ai bambini, ma
soprattutto per quel suo stare «sulla scia», come un drone. Magari come
uno di quelli che «alcuni nostri principali alleati» scagliano
quotidianamente sui bambini del Pakistan e dell’Afghanistan, e un
domani, con una No Fly Zone, anche in Siria. Dove, però, si va solo con
la "responsabilità di proteggere", non sia mai altrimenti: il tutto in
compagnia dei piranhas del Qatar e di Riyad, anzi, «sulla scia» delle loro forniture.
I
giornali di mezzo mondo stanno via via sbugiardando queste pretese, e
spazzano via almeno le foglie più indecenti usate dai governi.
Ma con «Repubblica» il ministro va sul sicuro, e si sdraia come un
pascià. Non gli faranno mai domande. Sanno quali sono le fonti gradite
al potere.
In un articolo di Venerdì 2 marzo 2012, apparso su «la Repubblica» a firma di Alberto Stabile, si parlava della drammaticità della battaglia di Bab Amro, «il quartiere simbolo della resistenza contro la brutale repressione della protesta siriana». Ora, una battaglia contro una protesta non l’ha mai fatta nemmeno Hitler. Ma tant’è. Il punto di vista di Stabile coincideva curiosamente con quello dei cosiddetti “ribelli”, dato che lui stesso poco dopo ci informava: «Sono stati gli stessi ribelli ad offrire un quadro drammatico della situazione».
E quali altre fonti ha mai utilizzato «la Repubblica» e tutto il mainstream? Rileggetevi i vari non-reportage:
è tutto un “ha dichiarato un portavoce dei rivoltosi”, “ha detto il
Consiglio Nazionale Siriano”, “fonti dell’opposizione”, eccetera.
Infatti, coerentemente, poche righe dopo un’ulteriore “informazione”
inizia con «Secondo notizie diffuse dalle organizzazioni dell’opposizione».
Le
fonti “alternative” sono Al Arabiya e Al Jazeera, ovvero i media delle
petromonarchie, cioè degli autocrati che non governano i loro Paesi ma
li hanno in uso come proprietà personali, e che
reprimono gli oppositori con una ferocia che riesce a guadagnarsi solo
distratti trafiletti sulla declinante gazzetta che ci fa da «Pravda».
Gran bei pezzi di giornalismo, insomma.
È la stampa di guerra, bellezza! Quella della Terza Guerra Mondiale ormai in atto.
Come direbbe Altan, il trucco c’è, si vede benissimo, ma non gliene frega niente a nessuno.
Men che meno agli affezionati lettori, già progressisti, de «La
Repubblica» ai quali magari luccicano ancora gli occhi quando sentono
parlare di Che Guevara (che dal canto suo riteneva gli USA un pericolo
mortale per l’umanità). Sanno che è diventato un giornale illeggibile
ma si ostinano a comprarlo per inerzia e perché magari si consolano con
qualche notizia di cultura o semi-cultura qua e là. Insomma, per una
sorta di nostalgia e di narcisismo semicolto riflesso.
Nostalgia, inerzia e narcisismo semicolto riflesso che però lavorano sulle capacità critiche, che in tempo di guerra devono essere azzerate: Credere, Obbedire, Combattere!
Un
ordine che si accompagna all’altro, ben noto, del capitalismo:
“Accumulate, accumulate! Questa è la Legge e questo dicono i profeti!”.
La nuova catechesi del giornalismo “progressista” italiano e occidentale?
(29 agosto 2012)
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27 agosto 2012
Attentato alla sinagoga. Organizzato dall'FBI
di Miguel Martinez - Kelebek Blog.
Come sanno i lettori di questo blog, e pochi altri, la quasi totalità degli attentati terroristici islamici negli Stati Uniti – ben 44 casi dal 2009 – sono stati preparati e messi in atto da un’unica organizzazione. Che non è al-Qaeda, ma l’FBI.
Alzi la mano, chi ha sentito parlare dei Newburgh Four.
Newburgh è una cittadina vicina a New York, non più grande di Imola in
Italia, che le ha viste tutte. Fondata da luterani tedeschi, sede del
comando dell’esercito ribelle durante la rivoluzione americana, grande
centro industriale; poi il declino – oggi è uno dei cinque comuni più “stressati” – la dicitura ufficiale – di tutto lo Stato.
Una
popolazione equamente divisa tra bianchi, neri e latini se la vede con
la disoccupazione, il crac, le caratteristiche famiglie basate su madri
sole, con padri assenti o in carcere. I figli militano in massa elle
contrapposte gang nere e latine.
Di
tanto in tanto, centinaia di agenti dell’FBI, con fucili da guerra e
mascherati, danno l’assalto al centro di Newburgh, portando via molte
decine di adolescenti alla volta. Le famiglie vengono così minate
ulteriormente, i ragazzi ricevono una dura formazione criminale in
carcere, ed escono più pericolosi di prima.
La soluzione escogitata è consistita nell’arrestare, non singoli criminali, ma tutti
i membri noti di ogni banda, con l’equivalente statunitense dell’accusa
di associazione mafiosa, che permette di rinchiuderli in carcere per
decenni – la prova non consiste più in ciò che noi comunemente
consideriamo reati, ma nella dimostrazione di amicizie, legami e contatti tra persone.
Un’isola di relativa pace è la moschea
frequentata soprattutto da convertiti neri, che offre anche una clinica
con alcuni servizi gratuiti per la comunità. L’Imam della moschea, Salahuddin Muhammad è cresciuto in una famiglia senza padre a New York, e ha passato dodici anni in carcere
per rapina. Nella logica americana della conversione, non solo è
diventato musulmano, ma è diventato lui stesso cappellano carcerario.
Nella moschea, che serve oltre 500 famiglie, si sono incontrati quattro giovani neri:- Onta Williams, già in carcere per possesso di sostanze stupefacenti
- James Cromitie,
una vita dentro e fuori il carcere, l’ultima volta per aver venduto
sostanze stupefacenti “vicino a una scuola” (termine definito in maniera
abbastanza estensivo da coprire l’intera cittadina di Newburgh e quindi
indurire notevolmente le condanne). Cromitie, che aveva tentato due
volte il suicidio e ammetteva di “vedere e sentire cose che in realtà non c’erano“, è un gran narratore di frottole, che con difficoltà è riuscito a trovare un lavoro come scaricatore in un centro commerciale.
- David Williams (solo un omonimo di Onta), già in carcere per droga e possesso di armi.
Anche lo zio di Williams era stato spacciatore, e suo padre era stato a
lungo in carcere per commercio di sostanze stupefacenti. L’ambiente
familiare lo descrive la zia:
“David
è cresciuto senza padre… questa famiglia è gestita da donne senza
uomini. Non abbiamo modelli maschili per i nostri giovani uomini in
famiglia… ci sono qualcosa come quindici nipoti. Noi donne facciamo del
nostro meglio con quello che abbiamo”.
David
Williams ha un particolare punto debole: un fratello affetto da un
tumore maligno al fegato, che ha bisogno di denaro per le cure.
- Laguerre Payen,
cittadino haitiano, con una condanna per aggressione, che un giudice
aveva risparmiato dalla deportazione quando una perizia lo aveva trovato
affetto da “schizofrenia paranoica“.
In questo miserabile contesto, compare un personaggio affascinante, un elegante pakistano di nome Shahed Hussain,
proprietario di un motel negli Stati Uniti, che sostiene di essere
anche proprietario di 22 case in Pakistan e di possedere una catena di
pompe di benzina. Emergerà che Shahed Hussain era stato anche arrestato due volte in Pakistan con l’accusa di omicidio.
Nel
2002, Hussain fu condannato per una truffa a danno di immigrati,
convinti di poter ottenere a loro volta truffaldinamente una patente di
guida pur non conoscendo la lingua inglese. L’FBI lo assunse allora come
uno dei suoi quindicimila informatori: nel 2004, l’FBI chiese al
governo 12,7 milioni di dollari solo per la gestione informatica della propria rete di informatori.
Hussain prima riuscì a incastrare un bengalese, proprietario sull’orlo del fallimento di una pizzeria,
promettendogli cinquantamila dollari se fosse entrato in un presunto
progetto per riciclare “fondi per il terrorismo”: la sua vittima fu
condannata a quindici anni di carcere.
Dopo questo primo successo, Hussain viene mandato a frequentare la moschea di Newburgh, comparendo a turno con una SUV, una Mercedes o una di due diverse BMW.
Shahed Hussain
Fa amicizia con Cromitie, lusingandolo, pagandogli l’affitto di casa e promettendogli 250.000 dollari;
infine, gli fa sapere di essere un agente di qualcosa chiamato “Jaish-e
Mohammad”, “L’esercito di Muhammad”, inviato negli Stati Uniti per
organizzare un attentato contro una sinagoga nel Bronx e contro alcuni
aerei militari, in cambio di 5.000 dollari a testa.
Comitie, pur abbagliato da Hussain, a un certo punto ruppe i rapporti. Poi venne licenziato da Walmart. Hussain gli promise la salvezza economica, se fosse riuscito a coinvolgere altri musulmani.
Comitie avvicinò così i suoi tre amici, elaborando un piano per truffare a loro volta Hussain, facendosi pagare da lui, ma senza far male a nessuno.
Ovviamente,
per riuscire a truffare Hussain, dovevano fargli credere di essere
fanaticamente decisi, e quindi fecero esattamente il tipo di
dichiarazioni che Hussain voleva registrare: Cromitie si vantava con
Hussain di essere stato in Afghanistan e di dirigere un intero gruppo di
jihadisti che si allenavano nei boschi, e si prodigava in insulti
generici contro “gli ebrei”.
In
un complesso giro di mutuo inganno, l’FBI lavorò dietro le quinte per
fare spostare un processo per furto contro David Williams – non poteva
permettere che uno degli imputati si trovasse in carcere al momento del
dunque.
Così,
dopo un anno di intenso lavoro da parte di Hussain, i quattro furono
riforniti di “missili” e “bombe” – in realtà un ammasso di innocui fili –
e partirono verso il loro inevitabile destino.
Un’ora dopo l’arresto, il sindaco di New York era sul posto, assieme al capo della polizia, vantandosi del successo nella lotta per la sicurezza.
Il governatore dello Stato di New York dichiarò che “questo
caso dimostra come sia persistente la minaccia del terrorismo che
incombe su New York e come riguardi tutte le nostre comunità, a
prescindere dalla razza, la religione o l’appartenenza etnica”.
Hussain ricevette 96.000 dollari per il lavoro; i quattro detenuti, invece dell’ergastolo chiesto dall’accusa, furono condannati a 25 anni a testa.
Il giudice, Colleen McMahon, dichiarò che l’FBI “creò atti di terrorismo dalle fantasie [di Cromitie] di spacconeria e di fanatismo, e poi trasformò tali fantasie in verità” e ammise che i detenuti avevano agito semplicemente per lucro. “Solo il governo poteva trasformare un buffone degno di Shakespeare, come Cromitie, in un terrorista“.
Ma
molto americanamente, la signora McMahon aggiunse che la sua
misericordia si sarebbe limitata a dare l’opportunità ai quattro di morire fuori dal carcere. Payen sarebbe stato deportato a Haiti, dopo una detenzione che la signora si auspicava particolarmente dura.
Se volete potete scrivere a Onta Williams a questo indirizzo, evitando ogni riferimento a questioni politiche:
Onta Williams 83614-054
MDC BROOKLYN
METROPOLITAN DETENTION CENTER
P.O. BOX 329002
BROOKLYN, NY 11232
E a David Williams qui:MDC BROOKLYN
METROPOLITAN DETENTION CENTER
P.O. BOX 329002
BROOKLYN, NY 11232
David Williams #70659-054
USP McCreary
U.S. Penitentiary
PO Box 3000
Pine Knot, KY 42635
USA
USP McCreary
U.S. Penitentiary
PO Box 3000
Pine Knot, KY 42635
USA
David Williams, da giovane
Fonte: http://kelebeklerblog.com/2012/08/26/attentato-alla-sinagoga-organizzato-dallfbi/.
La vicenda descritta nell'articolo è raccontata in dettaglio anche nel libro di Giulietto Chiesa e Pino Cabras "Barack Obush".
ARTICOLI CORRELATI:
- Pino Cabras, Retroscena di un falso attentato. 27 Maggio 2009.
- Kurt Nimmo, Gli attentati alle sinagoghe? Roba da provocatori dell'FBI, 22 marzo 2010.
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12 agosto 2012
La Siria è solo un pretesto
di Thierry Meyssan
Megachip avvia oggi la collaborazione permanente con Thierry Meyssan.
Questa "cronaca settimanale di politica estera" appare simultaneamente
in versione araba sul periodico "Tichreen" (Siria), in versione tedesca
sulla "Neue Reinische Zeitung", in lingua russa sulla "Komsomolskaja
Pravda". Prossimamente troverà spazio anche su giornali e magazine
on-line in Algeria, Iran e paesi dell'America latina.
Non necessariamente Megachip fa proprie tutte le valutazioni che appariranno in questa rubrica, ma consideriamo Thierry Meyssan una voce importante, informata su questioni altamente controverse, e sulle quali il mainstream occidentale mente sistematicamente o agisce distorcendone i significati. (Redazione di Megachip)
Non necessariamente Megachip fa proprie tutte le valutazioni che appariranno in questa rubrica, ma consideriamo Thierry Meyssan una voce importante, informata su questioni altamente controverse, e sulle quali il mainstream occidentale mente sistematicamente o agisce distorcendone i significati. (Redazione di Megachip)
Nelle ultime settimane, la scena diplomatica internazionale è stata nuovamente catturata dalla crisi siriana. Un doppio veto è stato esposto al Consiglio di Sicurezza, l'Assemblea Generale ha approvato una risoluzione e l'inviato speciale del Segretario Generale si è dimesso. Questa agitazione, che pure è controproducente in termini diplomatici, risponde a ben altri obiettivi che non alla ricerca della pace.
Gli occidentali non avevano alcun motivo diplomatico di portare al voto il loro progetto di risoluzione, dal momento che i russi avevano annunciato che non lo avrebbero fatto passare. Non avevano alcuna ragione di far approvare una nuova risoluzione da parte dell'Assemblea Generale, dopo che questa ne aveva già approvata una in termini analoghi. Infine, Kofi Annan non aveva alcun motivo oggettivo per rassegnare le dimissioni.
Inoltre, una parte di questa sequenza è illegale. L'Assemblea Generale non ha alcuna competenza per discutere di questioni su cui il Consiglio di Sicurezza si sia bloccato, tranne quando «sembri esistere una minaccia contro la pace o un atto di aggressione e ove, per il fatto che l'unanimità non sia stata raggiunta tra i suoi membri permanenti, il Consiglio di Sicurezza non riesca a esercitare la sua responsabilità primaria nel mantenimento della pace e della sicurezza internazionali». Non si dà questo caso, in quanto i promotori della risoluzione insistono per presentare la crisi siriana come un problema esclusivamente interno.
In ogni caso, l'Assemblea Generale non ha menzionato questa competenza (nota come «Uniting for Peace-Union pour le maintien de la paix»), ma i leader occidentali hanno lasciato intendere che essa disponesse molto di più: di un diritto di intervento umanitario. Si tratta evidentemente di una frode intellettuale. La Carta dell’ONU si basa sul rispetto della sovranità degli Stati membri, mentre il «diritto d’ingerenza» (un tempo denominato «missione civilizzatrice») è il privilegio del più forte utilizzato dalle potenze coloniali per conquistare il mondo.
In questo spirito, i leader occidentali hanno ripetutamente condannato l'inazione del Consiglio di Sicurezza. Nulla è più lontano dalla verità: il Consiglio è diviso, come dimostrano i tre successivi veti, ma è attivo e ha già emanato tre risoluzioni sulla crisi siriana (2042, 2043 e 2059). Quando la giuria di un tribunale penale è divisa sulla colpevolezza di un imputato e lo assolve, non dice che la Corte è impotente a condannarlo, ma afferma al contrario di aver fatto giustizia. Quando il Consiglio di Sicurezza, che è una delle fonti del diritto internazionale, respinge una risoluzione, si deve accettare quel che ha espresso la legge, che si sia soddisfatti o meno della sua decisione.
Kofi Annan ha spiegato le sue dimissioni con queste parole: «la crescente militarizzazione sul campo e la chiara mancanza di unità del Consiglio di Sicurezza ha cambiato radicalmente le condizioni per il successo della mia missione.» Par di sognare, ma Kofi Annan aveva accettato le sue funzioni il 23 febbraio. A quel tempo, l'esercito siriano stava assediando l'Emirato Islamico di Baba Amr, dove sono stati ricacciati due-tremila combattenti con istruttori occidentali, intanto che la Cina e la Russia avevano già fatto ricorso per due volte al loro diritto di veto.
In realtà, nessun protagonista ha cambiato la sua posizione di una virgola. Solo l'equilibrio delle forze sul terreno è cambiato: una fazione della popolazione siriana che sosteneva i gruppi armati ormai dà il suo appoggio all'esercito nazionale; dopo aver perso l'Emirato Islamico di Baba Amr, i Contras non ce l’hanno fatta a impadronirsi di Damasco né di Aleppo, e sono privi di un santuario. Kofi Annan diserta il campo di battaglia siriano, come aveva fatto a Cipro nel 2004, dopo il rifiuto del suo piano di pace in un referendum.
In retrospettiva, sembra che concepisse la sua missione nell’ottica di un rovesciamento del presidente al-Assad con la forza, e ora non sappia più che fare davanti al fallimento dell'Esercito siriano libero sostenuto dall’Occidente. Evidentemente, le dimissioni dell'inviato speciale non sono solo l’espressione del suo personale turbamento, ma è anche parte della campagna occidentale volta a stigmatizzare un «impedimento della comunità internazionale» e caricare la responsabilità sulle spalle di Siria, Russia e Cina.
Questo fa intravedere il vero significato di questa agitazione. Gli occidentali se ne infischiano del benessere dei siriani: sono loro ad armare i mercenari che torturano e massacrano in grande scala, e non hanno intenzione di fermarsi. La loro attività diplomatica è esclusivamente orientata verso una messa in stato d'accusa della Russia e della Cina nonché a rimettere in discussione l'esistenza stessa del diritto internazionale.
L’ossequiosissimo Ban Ki-moon non si è sbagliato. Aprendo il dibattito dell'Assemblea Generale sulla Siria, ha sconfessato l'analisi presentata dalla risoluzione. Non ha denunciato un conflitto siro-siriano. Ha lamentato «una guerra per procura» tra grandi potenze, una guerra il cui obiettivo è non è la presa della Siria, ma la regolazione di un nuovo rapporto di forze a livello mondiale.
(12 agosto 2012)
Traduzione a cura di Matzu Yagi – Megachip.
Link: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/8675-la-siria-e-solo-un-pretesto.html.
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2 agosto 2012
Siria: immagini false e "spin" di guerra
di Pino Cabras – da Megachip
Siria e Photoshop. Per manipolare la cronaca dalla guerra le immagini sono il campo di battaglia più insidioso, un campo che arriva fin dentro alle nostre case occidentali. L’ultimo esempio è quello del quotidiano austriaco «Kronen Zeitung», che ha sparato una fotonotizia drammatica, con una giovane coppia siriana che si muove a passo svelto, tenendo un infante infagottato, in mezzo alle macerie e ai palazzi sventrati di Aleppo.
Peccato che la foto sia totalmente falsa. Come spesso accade grazie alla Rete, la fandonia in immagini è stata fatta a pezzi in poche ore. Come meno spesso accade, il giornale si è scusato del grave errore.
Le scuse non rispondevano però alla domanda chiave: perché è potuto accadere?
Cosa
ha fatto dunque il più diffuso giornale austriaco, che a Vienna e
dintorni chiamano familiarmente “Krone”? Senza controllare, la redazione
ha pescato da un social network la foto postata da un giornalista; e senza ulteriori verifiche, l’ha usata per confezionare la pagina sulla battaglia di Aleppo.
L’immagine che segue mostra la pagina del “Krone”
del 28 luglio 2012 in tutto il suo impatto. Il titolo recita: «I carri
armati dell’esercito di Assad percorrono le strade verso la "Madre di
tutte le battaglie"». E sopra, la grande foto.
Le foto originali erano però altre due:
1)
la foto della famigliola, in un contesto urbano totalmente differente,
vicino a un bar. Le scritte sui muri elencano generi di conforto, ma è
Ramadan. La saracinesca, se si aprirà, aprirà tardi:
2) la foto delle macerie, scattata tuttavia non ad Aleppo, ma a Homs, in un altro momento e in altre circostanze.
La manipolazione assomiglia a quella illustrata nel film “Wag the Dog” (tradotto in Italia con il titolo “Sesso e Potere”, 1997). Ricordate? gli esperti di pubbliche relazioni al servizio del presidente USA, per distogliere l’opinione pubblica da uno scandalo che colpisce l’inquilino della Casa Bianca, inventano (letteralmente: inventano) una guerra a uso dei media, che vengono inondati di dettagli mirati e verosimili sul conflitto, in modo da colpire le emozioni del pubblico. Fra i materiali confezionati, ecco un video in cui una ragazzina si muove spaventata fra le macerie.
Il film mostra dapprima la scena girata in studio su sfondo blu, poi la post-produzione che aggiunge lo sfondo di macerie, e infine – colpo da maestro – l’idea di un soffice gattino bianco
tenuto in mano dalla ragazzina, un batuffolo di candida fragilità che
trascina l’immedesimazione del telespettatore in contrasto con la
cupezza minacciosa della devastazione. I conduttori dei telegiornali
rilanceranno le immagini all'infinito, fino al clou della tenerezza
felina. Il bebè di Aleppo assolve alla stessa funzione.
A Vienna non sembra esserci l’intervento diretto degli “spin doctor” come nella Washington della finzione. E' una sorta di auto-spin. E allora, di nuovo, chiediamocelo: perché è potuto accadere?
Senza lanciarci in altre considerazioni, mettiamola così: i
grandi giornali procedono in automatico, quando trattano di guerre per
le quali il potere manda segnali continui e fortissimi, segnali che
indicano chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Non c’è nemmeno
bisogno di immaginarci gerarchi che diffondono veline in stile
Minculpop (“scrivi questo, taglia quello”), sebbene ci sia anche oggi –
eccome - una produzione tossica di notizie che svolge la stessa
funzione, a opera di agenzie influenzate da servizi segreti e
cancellerie.
È
sufficiente che i giornalisti si sintonizzino con la traiettoria della
loro carriera, l’unica possibile se non vogliono incontrare un muro
invalicabile che la blocca. È la traiettoria che non dispiace al potere.
Basta che i cronisti siano fino in fondo conformisti, e inquadrino tutto nello schema di fondo: i buoni, i cattivi; noi e loro. Noi siamo i buoni. Loro non possono essere che massacratori.
Le
pieghe complicate della realtà, le contraddizioni, le sfumature grigie:
saranno tutte annullate dalla luce del pensiero unico accettabile. Se
la realtà non è all’altezza, beh, perbacco, che ci vuole? Basta seguire i luoghi comuni. Basta prendere qualche foto da Facebook o dalle agenzie, e adeguarla a quella che pensiamo che sia la notizia vera.
Moltiplicate
tutto questo per tutti i giornali. Fatelo interagire con altre
manipolazioni più sofisticate e più subdole, come quando «la Repubblica»
titolava, nei giorni in cui veniva aggredita la Libia, che «Gheddafi ha
ordinato di sparare ai bambini». Otterrete un sistema totalmente menzognero e inaffidabile. Con migliaia di giornalisti che continueranno a errare senza ritegno. È così che molti si saranno trovati in guerra, senza che nessuno l’abbia loro spiegata prima.
tratto da: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/8632-siria-immagini-false-e-qspinq-di-guerra.html.
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