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3 gennaio 2009

Pacifici quesiti: Gaza delenda est?

di Paolo Maccioni - Megachip




Alcune domande sulle cose lette negli ultimi giorni a proposito dell’attacco di Israele nella Striscia di Gaza.
L’analogia scomodata dal signor Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma intervistato su Epolis il 30 dicembre 2008, mette a dura prova l’ostinazione di chi – come me – vuole credere a tutti i costi alla buona fede altrui.

Come si può credere che calzi l’analogia: «è come se Firenze o Bologna si trovassero costantemente sotto il lancio di razzi da parte di un paese, non so, come l’Austria, e si chiedesse al governo italiano di non fare nulla»? Davvero si pensa che quest’analogia possa funzionare? Che chi legge possa bersela supinamente? L’Austria, che evoca boschi, montagne innevate, castelli e carrozze, Sachertorte e sale da concerto stuccate dove si suonano concerti mozartiani. Che c’entra dunque l’Austria? L’Austria è forse assediata su tre lati dall’Italia? Forse l’Austria subisce da parte dell’Italia l’imposizione del blocco all’accesso di cibo, carburante, forniture mediche? Forse l’Italia controlla lo spazio aereo, tutta l’acqua, tutta l’elettricità e le altre risorse austriache? Forse anziché i concerti mozartiani si sentono i caccia italiani che superano il muro del suono sopra le misere baracche di Vienna e Salisburgo?
Si potevano scomodare esempi storici più aderenti alla realtà della Striscia di Gaza.
Troia assediata dagli Achei, Lisbona assediata dai Mori, il Kuwait invaso dall’esercito iracheno, Grozny occupata dai carri armati russi, o ancora, come dice bene il parlamentare greco Theodoros Pangalos: «Le azioni come quelle che attualmente esercitano i militari di Israele a Gaza, ricordano gli olocausti dei greci a Kalavrita, Doxato, Distomo e certamente nel ghetto di Varsavia.» Analogie forse fallaci, forse non appropriatissime, ma che diventano improvvisamente adeguate se paragonate a quella infelice e fuorviante dell’Austria che gratuitamente lancerebbe razzi sulle città italiane.
Altrettanto indigeribile è l’ostinato ritornello che alcuni alti esponenti e funzionari di paesi occidentali, fra cui il nostro ministro Frattini, ripetono: la colpa è di Hamās. Come si può sostenere una cosa del genere, quando si sa che questo piano d’attacco era stato meditato e preparato da sei mesi?

Un paese occupante, un paese occupato; la quarta potenza bellica del mondo contro un ghetto di un milione e mezzo di persone alla fame, allo stremo. Un Paese che contravviene all’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra contro un paese che subisce il coinvolgimento della popolazione civile nelle operazioni militari. Eppure si chiede che a fermarsi sia l’assediato, non l’assediante. Accadrà: se l’esercito israeliano non si ferma fino alla soluzione finale.
«Quando avremo colonizzato il paese, tutto quello che agli arabi resterà da fare è darsi alla fuga come scarafaggi drogati in una bottiglia» (Raphael Eitan, Capo di Stato Maggiore delle forze armate israeliane, “New York Times”, 14/04/1983).
Se continua il fuoco dei Qassam su Israele «i Palestinesi andranno incontro ad un olocausto più grande perché useremo tutta la nostra potenza per difenderci» (Matan Vilnai, vice ministro della difesa di Israele, “Reuters” 29/02/2008)

Allora sì, accadrà: a Gaza riusciranno finalmente ad accontentare coloro che chiedono ad Hamās di fare il primo passo.

Dato che la propaganda ha scomodato parallelismi fuorvianti, sarà permesso azzardarne un altro, meno infelice di quello “austriaco”.

I militari argentini dell’ultima dittatura potevano ben dire – come oggi fanno i vertici militari e politici di Israele – di difendersi. E secondo il metro dei nostri soloni che oggi imperversano nei notiziari e quotidiani, i militari argentini ne avevano ben d’onde: d’altronde Montoneros ed ERP mettevano a segno attentati più distruttivi di quelli causati dai razzi Qassam, cilindri di latta con dentro polvere da sparo che qualcuno arditamente definisce “missili”.
Pure i militari argentini “per estirpare il terrorismo” si scatenarono contro la popolazione civile. Detenevano il potere, non solo quello militare, ma pure quello di poter etichettare gli avversari come “terroristi” e pertanto screditare chi non fosse d’accordo con loro: “chi si oppone a noi flirta con i terroristi”, identica accusa che oggi viene mossa contro chi osi sollevare obiezioni all’operato di Israele.
Tuttavia, trent’anni dopo, sia in sede storica che in sede giudiziaria, l’operato dei militari argentini verrà definito come "genocidio". E complici sono definiti coloro che allora li appoggiarono, o guardarono dall’altra parte.

Non basterà la mastodontica macchina di propaganda bellica apparecchiata dal ministro Tzipi Livni che ha perorato pubblicamente la causa del giornalismo embedded. La gittata di questo tipo di propaganda per quanto lunga si esaurirà nell’ambito della cronaca. La Storia non la scriveranno coloro che oggi fanno finta di non capire e cadono di buon grado nello stesso vecchio tranello retorico del generale Videla, che fu già del gerarca nazista Hermann Goering e in seguito del procuratore generale Usa John Ashcroft e oggi dei vertici israeliani e dei loro proseliti.

La Storia se ne ride delle menzogne dei contemporanei da ben 2500 anni, quando il maestro Sun Tzu in L’arte della guerra scriveva “tutte le guerre si fondano sulle menzogne”.
Anche questa.

La Storia considererà tutti coloro che non vogliono vedere, per bene che possa loro andare, complici. I conduttori radiofonici e gli editorialisti arruolati all’unico pensiero “Delenda Gaza”. Non una parola spendono costoro sulle sofferenze del popolo palestinese.
Io non voglio essere complice di questa carneficina, di questa punizione collettiva.

31 marzo 2008

La recensione/ Tra Orwell e la strage delle Torri gemelle, Nonno Bush e le follie dei guerrafondai

Di seguito potete leggere alcuni stralci tratti dalla recensione del mio libro scritta da Paolo Maccioni sul numero di marzo 2008 del mensile Sardinews .

Prescott Sheldon Bush [Fonte: USGov]


L’ultimo contributo all’intenso dibattito planetario sugli eventi dell’11 settembre arriva dalla Sardegna. È sardo l’autore del volume Pino Cabras, funzionario di una banca d’affari, ed è sarda la giovane ed ambiziosa casa editrice Aìsara.

Il clima del libro, o forse del mondo, è introdotto da un’epigrafe tratta dal celebre “1984” di George Orwell, che suona come una profezia: “Non importa che la guerra stia davvero avvenendo, e, poiché nessuna vittoria decisiva è possibile, non importa che la guerra stia andando male. Tutto quel che serve è che uno stato di guerra esista.”

Cabras, laureato in Scienze Politiche, non si limita alla materia strettamente legata agli eventi di quel giorno: ricostruisce gli antefatti, esplora i retroscena e i trascorsi. Scopriamo ad esempio qualcosa che l’umanità intera, o quasi, ignora o tace: che il nonno dell’attuale presidente Usa, Prescott Sheldon Bush «fu amministratore e socio della Union Banking Corporation, banca fondata per finanziare la riorganizzazione dell’industria tedesca», il cui partner più importante in Germania era l’industriale nazista Fritz Thyssen. La banca «investiva ad esempio nell’Overby Development Company e nella Silesian-American Corporation (diretta dallo stesso Bush), da cui l’industria bellica di Hitler si approvvigionava di carbone anche dopo l’entrata in guerra degli Usa.» Investiva inoltre nella compagnia di navigazione Hamburg-American Line, le cui navi, negli ani Trenta, fornivano le milizie naziste di armi provenienti dagli Stati Uniti. L’attivismo del senatore Prescott S. Bush fu premiato: venne insignito dal regime nazista dell’“Aquila tedesca”, il certificato di attribuzione di questa onorificenza in data 7 marzo 1938 fu firmato da Adolf Hitler e dal segretario di Stato Otto Meissner, come risulta dagli archivi del Dipartimento della Giustizia statunitense.

L’autore racconta la genesi e la formazione del movimento neocon, l’humus nel quale sarebbero state incubate “le strategie per una guerra mondiale” del titolo, che hanno avuto suggello e non origine in quella fatidica data, e ancora illustra il terreno nel quale è maturato il PNAC, acronimo del Progetto per un Nuovo Secolo Americano, think tank con base a Washington fondato fra gli altri da Dick Cheney e Donald Rumsfeld, che da anni progettava la guerra permanente in Medio Oriente prima all’Iraq, poi all’Iran e così via […].

Quanto agli eventi dell’11 settembre, l’autore entra nel merito delle omissioni, delle menzogne e delle contraddizioni della Commissione d’inchiesta. Cosa per la quale Cabras è in ottima e nutrita compagnia: secondo un recente sondaggio effettuato dall’istituto Zogby (fra i più autorevoli di statistica negli Usa) il 51% dei cittadini americani vorrebbe indagare su Bush e Cheney, il 67% ritiene la Commissione d’inchiesta sull’11/9 colpevole di non avere indagato sull’anomalo crollo del WTC7 inspiegabilmente ignorato dai lavori della commissione e rimosso dalla memoria collettiva […].

Proprio le tre persone che avevano rivestito le più alte cariche in quella commissione (Lee Hamilton, Thomas Kean e l’ex direttore esecutivo Philip Zelikow), sono infatti giunte a denunciare apertamente di essere state “consapevolmente impedite” nella ricerca della verità. «Memorandum uscito dalla penna di Zelikow nel dicembre 2007 e di cui non si ricorda traccia nelle aperture dei tg o dei quotidiani come probabilmente avrebbe meritato» osserva Cabras.

Per venire ai nostri giorni, dopo avere ricostruito gli stretti rapporti, consolidati dal tempo, fra i Bush e i bin Laden, Cabras analizza tutti i segmenti funzionali al controllo degli eventi scatenati dall’11 settembre e privilegia alcuni filoni forse meno esplorati: il consolidarsi del corpus giuridico da “Stato d’eccezione” all’interno dell’ordinamento statunitense, le tecniche di manipolazione di alcune agenzie di disinformazione, prima fra tutte il MEMRI, il ruolo delle esercitazioni militari come leve esecutive per i grandi attentati del 2001 in USA e del 2005 in Gran Bretagna. Infine si sofferma sul fatto, dimostrato con parecchi riferimenti, che a Mosca avessero compreso subito come l’11 settembre fosse frutto di una lotta interna all’establishment USA, una lotta non ancora conclusa e che arriva all’assassinio di Benazir Bhutto e all’alt delle agenzie di spionaggio che scongiura, per ora, un attacco all’Iran.

Un manuale ricco di citazioni, fonti e riferimenti, che va ad aggiungersi alla già nutrita schiera di volumi e ricerche affini. Un ulteriore strumento che può aiutare qualcuno a non trovarsi inerme di fronte al cupo panorama mondiale ben riassunto dall’altra delle due epigrafi del libro, ancora tratta da “1984” di George Orwell: “L’atmosfera sociale è quella di una città assediata... E allo stesso tempo la consapevolezza di essere in guerra, e perciò in pericolo, fa sì che il trasferimento di tutto il potere a una piccola casta sembri la naturale, inevitabile condizione di sopravvivenza.” […]

Paolo Maccioni


Le altre recensioni:
Undici Settembre: la verità (forse) ha le gambe lunghe,
La recensione su Luogocomune.net

28 febbraio 2008

Prime presentazioni

di Pino Cabras


Ecco le prime date per la presentazione del libro:

Venerdì 7 marzo 2008 alle ore 18.00
presso la Società Umanitaria - Viale Trieste 126, Cagliari
Celestino Tabasso intervista l'autore.
Letture di Elio Turno Arthemalle ed esperimenti comico-chimici.

Sabato 8 marzo 2008 alle ore 18.00
presso il White Miller Club,
via Aldo Moro angolo via Tunisi, Olbia.
Intervengono l’autore e - sul tema della paura - lo psicologo-psicoterapeuta Antonio Pala.
Animano la serata i Doc Sound.
Organizzato dalla SEA - Sardinia Events Agency di Ellen Alena Pokutova.


Sabato 15 marzo 2008 alle ore 18.00
presso il Centro di Documentazione del Comune di Baunei (OG)
Via Orientale Sarda,
lo scrittore Paolo Maccioni intervista l’autore.
Organizzazione a cura dell’associazione culturale Ajosa, Baunei.