4 ottobre 2012

Estelle va a Gaza: la speranza salpa da Napoli

Intervista a Paola Mandato e Fortuna Sarnataro a cura di Pino Cabras Megachip.



Estelle, il veliero svedese che vuole rompere il lungo assedio di Gaza, si trova in acque italiane, dopo un vero e proprio periplo dell’Europa.
Arriva oggi a Napoli, da dove salperà il 6 ottobre alla volta di Gaza. Sarà quella la parte più difficile del viaggio, quando si porterà a contatto con il “muro” della marina israeliana e delle sue forze speciali.
Ne parliamo in dettaglio con due attiviste italiane, Paola Mandato e Fortuna Sarnataro, del coordinamento italiano della Freedom Flotilla. 

Quali nuovi rapporti avete costruito nella fase del viaggio “europeo”?
Paola Mandato: Prima è necessario risalire un po’ indietro, alla storia dei movimenti delle flotille per capire l’importanza che proprio l’evoluzione di questi rapporti internazionali ha avuto attraverso di esse. Rapporti che si sono evoluti da semplici contatti tra attivisti fino a diventare campagne nazionali strutturate, in contatto tra loro. Questo è proprio uno degli obiettivi che ci siamo sempre posti con le flotille: creare un coordinamento di una popolazione civile internazionale indignata e quindi attiva, attenta alla necessità di interrompere il blocco di Gaza e l’illegalità della politica di occupazione israeliana della Palestina. Direttamente, visto che nessuna delle istituzioni internazionali preposte lo fa.

La maggior parte dei media e dei cittadini ha sentito parlare per la prima volta di Freedom Flotilla soltanto il 31 maggio 2010, quando le forze speciali israeliane fecero strage sulla nave Mavi Marmara. Cosa c’era prima?
Tutto ebbe origine nel 2006, da parte di un gruppo di attivisti per la Palestina, statunitensi e inglesi, con all’attivo esperienze varie in Cisgiordania e a Gaza. L’idea era di estrema semplicità politica: partire con una nave diretta a Gaza per interrompere l’assedio. Non altrettanto semplice è stato farlo. Gli attivisti hanno raccolto fondi negli angoli delle strade, nei supermercati, in occasione di qualsiasi evento in cui si parlasse di Palestina, utilizzando tutti i contatti personali, etc … Hanno impiegato due anni per raccogliere fondi, e hanno dovuto fare slalom tra i tanti ostacoli posti lungo la via dal Mossad: da quelli oscuri, come le minacce alla sicurezza personale, le barche identificate per l’acquisto che gli acquirenti improvvisamente non erano più intenzionati a vendere, fino a ostacoli tangibili tramite le istituzioni americane, incluse denunce penali di vario tipo.

Quando è stata aperta la prima “breccia” sull’assedio di Gaza?
Finalmente nell’agosto 2008 il Free Gaza Movement - è questo il nome del movimento - riesce a rompere il blocco, arrivando a Gaza da Cipro, con due improbabili pescherecci con a bordo una quarantina di attivisti, tra cui il nostro Vittorio Arrigoni. Le prime imbarcazioni internazionali che arrivano a Gaza dopo 42 anni. Altre 4 missioni sono riuscite a fare avanti e indietro portando a Gaza vari parlamentari, giornalisti, attivisti e, fuori da Gaza, studenti palestinesi con borse di studio all’estero o semplicemente persone che volevano ricongiungersi con i familiari. Tutto questo fino a “Piombo Fuso”. Poi, nessuna imbarcazione è più riuscita a passare. Israele le ha fermate tutte, arrembandole violentemente, in acque internazionali, arrestando gli attivisti, deportandoli per ingresso illegale in Israele e confiscando beni, merci e imbarcazioni.
Tutto questo, blocco di Gaza incluso, è avvenuto senza che gli organismi internazionali preposti intervenissero in alcun modo per riportare Israele nell’ambito della legalità internazionale.

L’operazione “Piombo Fuso” ha cambiato le carte in tavola. Come ha reagito il Free Gaza Movement?
Il movimento, composto da individui da tutto il mondo, ha deciso di cambiare strategia e di coinvolgere altri movimenti internazionali e campagne nazionali per creare una coalizione in grado di avere maggior peso politico nell’affrontare il blocco di Gaza. Nasce così la Coalizione internazionale della Freedom Flotilla. I punti di unione sono politicamente semplici e rimangono inalterati: metodi di azioni non violenti, nessuna particolare identificazione politica né religiosa, sono esclusi antisemiti e fascisti; gli obiettivi politici fondamentali sono due: far cessare il blocco di Gaza e l’occupazione illegale di territorio da parte di Israele con relativo diritto al ritorno dei profughi. Tutti obiettivi, tra l’altro, perfettamente in linea con le risoluzioni ONU.

Quando è partita la fase della Freedom Flotilla?
La Freedom Flotilla è in azione, la prima volta, nel maggio 2010, con 9 imbarcazioni e circa 600 attivisti diretti a Gaza, dalla Grecia e da Cipro. Tutti sappiamo purtroppo con quale esito drammatico. Ricordiamolo in dettaglio: nove attivisti barbaramente uccisi dalla Marina israeliana, quando attaccò la Mavi Marmara in acque internazionali, a circa 80 miglia da Gaza. E tutti sappiamo quanto ciò non abbia avuto nessuna conseguenza legale per Israele, mentre sappiamo che ha avuto conseguenze negative per l’economia, date le scelte di non consumo dei prodotti israeliani, da parte di individui indignati nel mondo.

Da noi non se ne sa molto.
Così invece riporta addirittura una rivista economica israeliana, nell’ottobre del 2010, dopo la tragica FF1, parlando anche di interruzioni di rapporti economici da parte di aziende. Ancora una volta a prendere l’iniziativa sono individui, a dispetto del silenzio e della estraneità delle istituzioni.

Dopo FF1, la FF2, e ora la Estelle…
La seconda flotilla è stato un tentativo di ripetere la prima. Israele ha dimostrato che è in grado di estendere il blocco di Gaza fino alla Grecia. Noi lo abbiamo capito e cerchiamo di difendere e rivendicare l’autodeterminazione della popolazione europea con gli strumenti che la popolazione civile dispone: tanto coraggio, coinvolgimento personale diretto, raccolta fondi all’interno delle varie campagne per poter ospitare la prossima nave nei diversi porti europei e raccogliere solidarietà e consenso politico dalle nostre popolazioni, prima che la barca di nome Estelle si diriga a Gaza. La barca Estelle “è stata acquistata direttamente dai cittadini svedesi, non dal nostro movimento” ci tiene a precisare Dror Feiler, il portavoce di Ship to Gaza. Hanno risposto in migliaia con piccole donazioni.

Capiamo così che Estelle è preceduta da una ricca serie di avvenimenti. A questo punto possiamo addentrarci nel viaggio di questa barca?
Sì. Per tornare alla domanda d’origine, i nuovi rapporti costruiti dall’inizio del viaggio sono il consolidamento dei rapporti con le varie componenti della società civile e tra le società civili delle varie citta, regioni, nazioni coinvolte nel viaggio di Estelle. Quando diciamo che vogliamo interrompere l’assedio di Gaza e scegliamo di farlo andando direttamente con navi, vogliamo anche che questo si sappia, sia condiviso, che la Estelle sia anche uno strumento per parlare di Gaza, del blocco, della situazione drammatica di un popolo palestinese senza terra e speranza da anni. Mettere in contatto la società civile di tutto il mondo con la società civile di Gaza: questo è un obiettivo che la Estelle ha già raggiunto, prima ancora di partire da Napoli per Gaza.

Come ha reagito la politica istituzionale alle sollecitazioni delle vostre iniziative nei vari paesi?
Paola Mandato: Noi dobbiamo mettere a repentaglio le nostre vite, disarmati, su barche che vanno a fronteggiare l’esercito più armato del mondo perché la politica istituzionale nazionale e internazionale è completamente inattiva, se non connivente, con il blocco di Gaza e tutti i crimini che Israele commette a tutte le latitudini, impunemente. Noi ci siamo rivolti alle istituzioni nazionali solo in prossimità delle partenze e solo per notificare ai rispettivi Ministeri degli Esteri che saremmo partiti.

E come hanno risposto?
Le risposte sono sempre state solleciti a "non andare", perché non erano in grado di garantire la nostra sicurezza. In una risposta del genere, noi leggiamo solo la conferma di una precisa volontà: non voler prendere posizione nei confronti di Israele e della sua condizione di illegalità internazionale. Quindi, la politica istituzionale reagisce omettendo di fare il proprio dovere anche verso i propri connazionali in missione umanitaria.

Questo i governi. E le altre istituzioni?
Ci hanno sostenuto e continuano a farlo Parlamentari di tutta Europa, di propria iniziativa, per propria coscienza, turbati quanto noi dal grave dramma della popolazione palestinese ma impotenti all’interno degli organi istituzionali.
C’è una petizione (la petizione è in varie lingue:http://upprop.shiptogaza.se/it) firmata, finora, da circa 79 Parlamentari Irlandesi, 45 Parlamentari Svedesi, 71 Greci, una quindicina di Parlamentari Italiani e una ventina di Europarlamentari. (l’appello è ancora alla firma e sarà reso pubblico dopo la partenza della Estelle da Napoli).
Inoltre, a Napoli arriveranno Jim Manly, ex Parlamentare canadese ed ex Ministro delle Chiese Unite, e varie personalità internazionali, tra le quali alcuni Parlamentari svedesi e norvegesi. Si imbarcheranno sull’Estelle per percorrere l’ultimo tratto, da Napoli a Gaza (Comunicato Stampa di Ship to Gaza: http://www.gazaark.org/2012/09/28/former-canadian-mp-sails-against-gaza-blockade/).
Sono individui, come noi, che rispondono a un richiamo urgente di coscienza, come noi. Rappresentano le Istituzioni? Anche se non lo potrei dire, le Istituzioni dovrebbero tenerne conto.

Avete registrato sinora visibili pressioni politiche, burocratiche, militari, contro la vostra missione?
Paola Mandato: Finora stiamo nella media. Abbiamo avuto un “assaggio”, al momento della partenza da La Spezia, sotto forma di controlli puntigliosi e intimidatori inusuali per navi civili. Ma siamo abituati, e soprattutto siamo in regola, il nostro cargo è puntigliosamente ispezionato almeno due volte in ogni porto. Ma, a tutt’oggi, stiamo nella normalità; ovviamente, parlo di quel tipo di normalità che si riscontra quando c’è di mezzo l’arbitrio israeliano...

Avete rafforzato l’enfasi sull’appoggio della società civile, mentre non perseguite l’appoggio di soggetti forti (miliardari o Stati). Perché?
Paola Mandato: Non abbiamo rafforzato l’enfasi sull’appoggio della società civile, ci siamo limitati a mostrare la realtà. Se ci appoggiassero quelli che Lei, giustamente, definisce “soggetti forti, miliardari o Stati”, questo significherebbe che Israele avrebbe perso i suoi sostenitori. Significherebbe, quindi, che avrebbe vinto il diritto universale, che si sarebbe rotta la catena delle complicità, che l’assedio starebbe cessando. Sono anni che noi denunciamo queste complicità che, di fatto, rappresentano le basi d’acciaio che permettono a Israele di commettere i suoi delitti, senza pagare con alcuna reale sanzione.  No, non abbiamo né chiediamo l’appoggio di Stati o di miliardari vari, anche se il tentativo di screditare la Freedom Flotilla ha mandato in giro calunnie in tal senso. Ma, per la loro manifesta stupidità, si sono sgonfiate da sole, mostrando, più ancora che la pericolosità delle calunnie, il ridicolo di chi le aveva suggerite e di chi le aveva ripetute.
Come i cittadini svedesi hanno contribuito con piccole donazioni in migliaia , così ha fatto anche la cittadinanza di La Spezia e sta facendo la cittadinanza di Napoli per pagare i costi del passaggio della Estelle dai porti. Naturalmente, hanno contribuito anche tanti altri donatori da tutta Italia. Questa è solidarietà, e per questo non occorrono grandi finanziatori, basta il contributo di tante persone di coscienza.

Fortuna Sarnataro: Questa è una questione rilevante, che tocca il senso del sostegno che noi riteniamo sia importante dare alla causa palestinese. Secondo noi, perseguire l’appoggio dei poteri forti e, quindi, rinunciare o relegare a un piano secondario il dialogo e la divulgazione delle ragioni palestinesi rischierebbe di essere, permettetemi l’espressione, un autogoal. Bisogna, infatti, chiedersi qual è la posizione dei poteri forti in relazione alla pluridecennale questione della Palestina. Saremmo ingenui se consumassimo le nostre forze cercando di inseguire il consenso di soggetti che, nella maggior parte dei casi, partecipano attivamente alla creazione e al mantenimento delle condizioni disumane subite dai palestinesi o, anche solo, ne traggono profitto. Inoltre – e si tratta di un aspetto ancor più importante – pensare di poter risolvere il problema appellandosi a poteri forti significherebbe non riconoscere che il problema non è confinato nel ridotto spazio mediorientale; non si tratta semplicemente dell’ingiustizia inflitta per cattiveria a una popolazione. Si tratta, invece, di un problema di ordine più generale, che riguarda direttamente una serie di questioni per noi centrali: quella dell’economia capitalista, quella degli strumenti di repressione e controllo sociale, quella di una organizzazione diversa della società...

Non vi limitate dunque a uno “specifico palestinese”. Perché?
Fortuna Sarnataro: Diffondere il più possibile le ragioni palestinesi, e tutto ciò che vi è connesso, sensibilizzando il maggior numero possibile di persone è prima di tutto una scelta strategica. L’intento è, da un lato, quello di trasmettere la consapevolezza che quel che subiscono i palestinesi deve riguardare la società intera, poiché quel che lì si sperimenta o realizza in maniera acutizzata non è estraneo a quel che accade o potrebbe accadere da noi. Sperimentazione di sistemi di sicurezza e collaborazioni universitarie nella ricerca scientifica e militare sono lì a mostrarlo (basti pensare, al riguardo, all’appalto a una società israeliana per un sistema di radar che permetta di azzerare gli sbarchi di clandestini nel sud Italia o all’uso sempre più diffuso di droni anche nella sicurezza civile). Dall’altro lato, l’intento è sottolineare che quel che ricaviamo, a livello sociale, in termini di benessere deriva anche dall’avvantaggiarsi di quelle condizioni di sfruttamento, occupazione, segregazione (basti pensare alle società italiane che hanno vinto appalti israeliani nei territori occupati). Il coinvolgimento della società civile, con la creazione di una consapevolezza diffusa della realtà palestinese, è l’unica via per destabilizzare il sistema consolidato dei poteri che a livello internazionale – e l’Italia ne è purtroppo una conferma lampante – sostiene e tutela l’indifendibile posizione israeliana, sottraendogli la base di consenso esplicito o implicito (ignoranza, indifferenza...) grazie a cui agisce indisturbato.

La parte del viaggio che porterà la Estelle verso Gaza sarà cruciale per l’attenzione mediatica. Quali sono le “finestre” che volete aprire sulla blogosfera, e nei media in genere?
Fortuna Sarnataro: La nostra azione per la diffusione mediatica del viaggio dell’Estelle e di tutto quel che ne è connesso si svolge su due piani. Da un lato, diffondiamo e diffonderemo le informazioni generali, gli aggiornamenti e gli appuntamenti pubblici diretti a mantenere vigile l’attenzione sul viaggio della nave attraverso dei comunicati stampa, delle interviste e delle mail ai grandi media pubblici, giornali e televisione, spingendo perché queste informazioni vengano diffuse. Dato, però, che la realtà a cui siamo abituati è quella per cui esiste una sostanziale autocensura dei grandi mezzi di informazione, quando non un comportamento ossequioso verso i desideri dei poteri forti e visto che il coinvolgimento delle persone passa anche per molti strumenti di comunicazione capillare, daremo continuamente degli aggiornamenti tramite siti internet, twitter e facebook.

Paola Mandato: Sappiamo che l’attenzione mediatica e, in particolare, l’attenzione mediatica “corretta” sarà cruciale ma conosciamo anche il robusto tessuto di cui è fatto il bavaglio imposto ai media dai sostenitori di Israele. Mi lasci dire, per inciso, che forse i nove pacifisti uccisi a freddo dai soldati israeliani in acque internazionali durante la prima Freedom Flotilla sarebbero ancora vivi se la stampa – alla quale inviavamo accorati appelli affinché seguisse la missione – non si fosse auto imbavagliata. Solo all’alba di quel terribile 31 maggio, quando dagli elicotteri israeliani è scesa la morte sulla Mavi Marmara, solo allora la “notizia” ha avuto gli onori della cronaca.

E ora?
Paola Mandato: Lei mi chiede quali finestre vogliamo aprire. Bene, io le rispondo che vorremmo aprirle tutte, tutte quelle che sanno parlare di legalità ma che, spesso, lo sanno fare a senso unico. Ci stiamo provando, inviamo comunicati, foto, filmati … e ci riproveremo, in ogni caso, anche se siamo abbastanza convinti che i media non daranno lo spazio giusto al nostro veliero e al messaggio che porta. Per questo, useremo tutti i mezzi tecnologici  a disposizione; useremo, quanto meglio possibile, la rete.
Siamo convinti – e sappiamo che anche i nostri avversari lo sono – che la nostra è una battaglia per la giustizia che va oltre i sacrosanti diritti, violati, del popolo palestinese e dei gazawi in particolare. Anche se, volte, la disparità di mezzi può far pensare che sia difficile vincere questa battaglia, noi non ci fermiamo.

Lo scenario che descrivete è molto arduo e pericoloso, e sembra chiedere una dose di coraggio speciale contro i silenzi del potere. Cosa può incoraggiare la vostra azione?
Il nostro viatico lo troviamo in un’affermazione storica, una di quelle  che anche i vecchi partigiani della nostra Resistenza ci hanno ricordato in questi giorni, rimettendo insieme le parole di Gramsci: “loro hanno la forza, ma noi abbiamo la ragione. Andiamo avanti con l’ottimismo della volontà senza lasciarci immobilizzare dal pessimismo della storia”.  Ecco, con questa convinzione cerchiamo di aprire le finestre dei media nelle diverse forme. Sappiamo anche che le finestre che cerchiamo di aprire fanno paura a tanti nostri democratici, perché, una volta entrata la luce, la verità parla chiaro:  Gaza è una prigione, per di più una prigione senza neanche i diritti minimi che spettano ai reclusi. E il carceriere si chiama Israele. Chi non sostiene la nostra battaglia, fatta di principi, di non violenza, di solidarietà e di civiltà, sostiene i carcerieri. E’ un’azione che parla la lingua del diritto, no?   Sappiamo che non basta ad aprire tutte le finestre, ma noi seguitiamo a provarci.
D’altronde, ci sono alcuni giornalisti che non hanno paura di raccontare quanto accade in Palestina, in modo obiettivo; che non cedono alle pressioni o alle lusinghe di Israele; che non si limitano a passare le veline che quel Governo invia. Vuol dire che si può fare. Chiediamo, quindi, agli altri di farsi avanti, di scegliere la parte della difesa della libera Informazione, una cosa difficile per i tanti loro colleghi che cercano di documentare la vita in Palestina, a rischio della propria: insieme si è forti e Israele non potrebbe ignorarlo.
Auspichiamo che, sui media, si apra, finalmente, un dibattito aperto sulla Palestina.


28 settembre 2012

Il neocon: "Qualcuno usi un trucco per costringerci alla guerra!"

di Pino Cabras - da Megachip.
 


Si sta diffondendo nei siti e nei social network di mezzo mondo la sbalorditiva performance di uno dei tanti cloni slavati della galassia neocon, Patrick Lyell Clawson, che il 26 settembre 2012 ha pronunciato un accorato appello per l’inganno e la guerra all'Iran.  Il falco (una specie di morphing fra il Ricky Cunningham di Happy Days e Niccolò Machiavelli dopo una lobotomia), strilla affinché qualcuno prepari una provocazione, un atto bellico sotto falsa bandiera con cui gli USA si trovino “costretti” a entrare in guerra con l’Iran.  Potrete ascoltarlo con le vostre orecchie, e leggere la tempestiva traduzione nel video realizzato da Luogocomune.net, che qui riportiamo.  Ma Clawson, chi era costui? Nato nel 1951, proprio in tempi da happy days, è un economista statunitense e studioso di questioni mediorientali. Attualmente è il Direttore della Ricerca presso il WINEP (Washington Institute for Near East Policy) uno dei vari pensatoi egemonizzati dai neocon.

Il WINEP è segnato da legami fortissimi con le classi dirigenti politiche, industriali-militari, mediatiche e dell’intelligence di USA e Israele. Di solito, Clawson scatena la sua prosa guerrafondaia in veste di caporedattore di «Middle East Quarterly», una rivista talmente bellicista che gli articoli sembrano battuti direttamente col mitra.

Nel cursus honorum di chi apparecchia la vostra prossima guerra mondiale non poteva mancare un periodo di lavoro presso il Fondo Monetario Internazionale (dal 1981 al 1985), per poi ricoprire un incarico di “senior economist” alla Banca Mondiale. Pur vivendo da sempre tra Shock Economy e bombardieri, il rosso Patrick ha mantenuto un candore quasi infantile, che potrete godervi in relax, dopo esservi agghiacciati e aver fatto scongiuri e manovre di sicurezza secondo le vostre rispettive abitudini. Buona lettura e buon ascolto. Si fa per dire.



Intervento di Patrick L. Clawson

Francamente, penso che sia molto difficile dare inizio ad una crisi. E faccio molta fatica a vedere come il presidente degli Stati Uniti possa davvero portarci in guerra contro l'Iran.
Questo mi porta a concludere che se non si troverà un compromesso, il modo tradizionale con cui l'America entra in guerra sarebbe nel miglior interesse degli Stati Uniti. [...]
Qualcuno può pensare che Roosevelt volesse entrare nella II guerra mondiale, come ha suggerito David, ma forse ricorderete che ha dovuto aspettare Pearl Harbor.
Qualcuno può pensare che Wilson volesse entrare nella I guerra mondiale, ma forse ricorderete che ha dovuto aspettare l'episodio del Lusitania.
Qualcuno può pensare che Johnson volesse mandare le truppe in Vietnam, ma forse ricorderete che ha dovuto aspettare l'episodio del Golfo del Tonchino.
Non siamo entrati in guerra con la Spagna finché non c'è stata l'esplosione sul Maine.
E vorrei anche suggerire che Lincoln non sentì di poter chiamare l'esercito federale fino a quando Fort Sumter non fosse attaccato, e per questo motivo ordinò al comandante del forte di fare esattamente ciò che quelli del Sud Carolina dicevano che avrebbe provocato un attacco.
Quindi se di fatto gli iraniani non sono disposti al compromesso, sarebbe meglio che qualcun altro iniziasse la guerra.
Si possono sempre combinare altri metodi di pressione con le sanzioni. Ho citato ad esempio quell'esplosione del 17 agosto.
Potremmo anche aumentare la pressione.
Dopotutto, signori, i sottomarini iraniani vanno periodicamente sott'acqua, ma qualcuno un giorno potrebbe anche non riemergere, chissà come mai?
Potremmo fare diverse cose se vogliamo aumentare la pressione.
Non è una cosa che sto proponendo, suggerisco soltanto che qui non siamo in una situazione di sì o no, sappiamo che o le sanzioni avranno successo oppure andrà fatto qualcos'altro.
Stiamo giocando una partita coperta con gli iraniani, e potremmo anche diventare più cattivi nel farlo.


Fonte: video
Qui il testo originale dell'intervento.

Traduzione a cura di Luococomune.

15 settembre 2012

Il governo USA sapeva già dell'attentato

Questa rivelazione importante sull’omicidio dell’ambasciatore USA in Libia, proveniente da uno dei giornali più ben fatti del ‘mainstream’, il britannico The Independent, ci è stata segnalata per prima dalla Redazione di IRIB, la Radio Iraniana in lingua italiana, con un suo articolo in homepage. Ci è parso subito significativo che a mettere al corrente un pubblico italiano su una notizia così rilevante – per giunta di provenienza occidentale - sia stata una redazione di Teheran. Le redazioni di Roma e Milano, invece, evitano di dare risalto alla vicenda. Preferiscono giocare con i loro soliti schemi, che aiutano a non raccontare l’imbarazzante alleanza occidentale, nella sporca guerra di Libia, con i peggiori tagliagole. Abbiamo tradotto l’articolo dell’Independent e ve lo proponiamo qui di seguito:

Clamorose rivelazioni e retroscena sull’assassinio del diplomatico USA

Esclusivo: l'America «è stata preavvertita dell’attacco all'ambasciata, ma non ha fatto nulla»
di Kim Sengupta The Independent.

Le uccisioni dell’ambasciatore USA in Libia e di tre suoi collaboratori sono state verosimilmente il risultato di una falla grave e continua nella sicurezza, è in grado di rivelare The Independent.
I funzionari americani ritengono che l’attacco sia stato pianificato, ma Chris Stevens era tornato nel paese solo da poco, mentre i dettagli della sua visita a Bengasi, dove poi lui e il suo staff sono morti, dovevano rimanere riservati.
L’amministrazione USA sta ora fronteggiando una crisi in Libia. I documenti sensibili sono scomparsi dal consolato di Bengasi e la posizione presumibilmente segreta del "rifugio" in città, dove il personale si era ritirato, è stata intensamente attaccata con i mortai. Altri simili rifugi lungo tutto il paese non sono più considerati "sicuri".
Si sostiene che alcuni dei documenti che ora mancano dal consolato elencano i nomi dei libici che stanno lavorando con gli americani, esponendoli al rischio nei confronti dei gruppi estremisti, mentre si afferma che alcuni degli altri documenti si riferiscono a contratti petroliferi.
Secondo fonti diplomatiche ad alto livello, il Dipartimento di Stato USA aveva informazioni credibili già 48 ore prima che i tumulti si volgessero al consolato di Bengasi e all'ambasciata al Cairo, sul fatto che le missioni americane potevano essere prese di mira, ma nessun avvertimento è stato indirizzato ai diplomatici affinché si mettessero in allerta e in "serrata", attenendosi a regole che limitano fortemente i movimenti.
Stevens era stato in visita in Germania, Austria e Svezia ed era appena tornato in Libia quando si è svolto il suo viaggio a Bengasi, quando il personale di sicurezza dell'ambasciata USA stabiliva che la missione poteva essere intrapresa in modo sicuro.
Otto americani, alcuni dei quali erano militari, sono rimasti feriti nell’attacco in cui hanno perso la vita Stevens, Sean Smith, un ufficiale incaricato dell'informazione, e due marines. Tutto il personale che si trovava a Bengasi è stato ora spostato nella capitale, Tripoli, e quelli il cui lavoro sia considerato non fondamentale potrebbero essere trasferiti dalla Libia.
Nel frattempo, una squadra di controffensiva antiterroristica FAST, del Corpo dei Marines, è già arrivata nel paese da una base in Spagna e si ritiene che altro personale sia già in cammino. Unità aggiuntive sono state messe in stato di attesa in vista del loro trasferimento in altri Stati in cui la loro presenza possa rendersi necessaria ora che scoppia il furore anti-americano innescato dalla diffusione di un film che disprezzato il profeta Maometto.
Una folla di diverse centinaia di persone ieri ha preso d'assalto l'ambasciata americana nella capitale yemenita Sanaa. Altre missioni che sono state messe in allerta speciale comprendono quasi tutte quelle del Medio Oriente, così come in Pakistan, Afghanistan, Armenia, Burundi e Zambia.
Alti funzionari sono sempre più convinti, tuttavia, che la feroce natura dell’attentato di Bengasi, in cui sono state utilizzate granate, indica che non era l’effetto di una rabbia spontanea dovuta al video, intitolato Innocence of Muslims («L’innocenza dei musulmani», NdT).
Patrick Kennedy, Sottosegretario al Dipartimento di Stato, si è detto convinto che l'assalto fosse pianificato per via della natura vasta e diffusa delle armi.
Vi è una convinzione crescente che l'attacco sia avvenuto per vendicare l'uccisione durante un attacco con droni in Pakistan di Mohammed Hassan Qaed, un operativo di Qa'ida - il quale era, come suggerisce il suo nome di battaglia Abu Yahya al-Libi, un libico - e coordinato con l'anniversario degli attentati dell'11 settembre.
Il senatore Bill Nelson, membro della Commissione sull’Intelligence del Senato, ha proclamato: «Chiedo ai miei colleghi in seno alla commissione di indagare immediatamente su quale ruolo potrebbero aver giocato nell’attacco al-Qa'ida o sue affiliate e di prendere gli opportuni provvedimenti.»
Secondo fonti all’interno degli apparati di sicurezza, il consolato aveva superato una "visita di controllo" per prevenire qualsiasi violenza che fosse collegata all’anniversario dell’11/9. In occasione degli eventi reali, sul muro perimetrale è stata fatta un apertura in meno di un quarto d’ora da una folla inferocita che aveva iniziato ad attaccarlo intorno alle dieci di notte di martedì. C’è stata, secondo i testimoni, ben poca difesa da parte delle guardie locali, trenta o poco più, che dovevano proteggere il personale. Ali Fetori, 59 anni, ragioniere, che vive nelle vicinanze, ha rivelato: «Gli uomini della sicurezza semplicemente sono tutti scappati e le persone passate al comando erano i giovani con pistole e bombe.»
Wissam Buhmeid, il comandante della brigata Scudo della Libia, approvata dal governo di Tripoli, di fatto una forza di polizia di Bengasi, ha sostenuto che è stata la rabbia per il video su Maometto che ha fatto sì che le guardie abbandonassero le loro postazioni. «C’erano sicuramente persone delle forze di sicurezza che consentivano che l'attacco accadesse perché erano esse stesse offese dal film; avrebbero assolutamente messo la loro fedeltà al Profeta al di sopra del consolato. Le morti sono nulla in confronto agli insulti al Profeta.».
Si ritiene che Stevens sia stato abbandonato nell’edificio dal resto del personale dopo che non si riusciva a trovarlo in mezzo al fumo denso causato da un incendio che aveva avvolto l'edificio. È stato scoperto disteso in stato di incoscienza dalla popolazione locale e portato in un ospedale, il Centro Medico di Bengasi, dove, secondo un medico, Ziad Abu Ziad, è morto a causa dell’inalazione del fumo.
Una squadra di soccorso americana forte di otto persone è stata inviata da Tripoli e portata dalle truppe al comando del capitano Fathi al-Obeidi, della Brigata 17 febbraio, fino al rifugio segreto per prelevare circa quaranta persone dello staff statunitense. Sull'edificio si è poi scatenato un fuoco di armi pesanti. «Non so come abbiano trovato il posto per compiere l'attacco. È stato pianificato, la precisione con cui i mortai ci colpivano era troppo precisa per dei rivoluzionari qualsiasi», ha affermato il capitano Obeidi. «Ha cominciato a piovere su di noi, circa sei colpi di mortaio sono caduti direttamente sul sentiero verso la villa.»
I rinforzi libici sono finalmente arrivati, e l'attacco è finito. Sono arrivate notizie su Stevens, e il suo corpo è stato prelevato dall'ospedale e riportato a Tripoli con altri morti e i sopravvissuti.
La madre di Steven, Mary Commanday, ha parlato ieri di suo figlio. «Ha fatto bene quello che ha fatto, e ne ha fatto un ottimo lavoro. Avrebbe potuto fare un sacco di altre cose, ma questa era la sua passione. Ho un buco nel mio cuore», ha dichiarato.

[…]

Traduzione a cura di Matzu Yagi.

Fonte: http://www.independent.co.uk/news/world/politics/revealed-inside-story-of-us-envoys-assassination-8135797.html.

Tratto da: http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/8880-il-governo-usa-sapeva-gia-dellattentato.html.


10 settembre 2012

Imposimato: a 11 anni da quell’11 settembre: era Strategia della Tensione

di Ferdinando Imposimato - Journal of 9/11 Studies.
Tradotto da Megachip


Gli attentati dell'11/9 sono stati un'operazione globale di terrorismo di Stato consentita dall'amministrazione degli USA, che sapeva già dell’azione ma è rimasta intenzionalmente non reattiva al fine di fare la guerra contro l'Afghanistan e l'Iraq. Per dirla in breve, gli eventi dell'11/9 erano un caso di Strategia della Tensione messa in atto dai poteri politici ed economici negli Stati Uniti per perseguire vantaggi in capo all'industria petrolifera e delle armi.
Anche l'Italia è stata una vittima della "Strategia della Tensione" della CIA, attuata in Italia dai tempi della strage di Portella della Ginestra, in Sicilia, nel 1947, fino al 1993.
Ci sono molte prove di una tale strategia, sia circostanziali che scientifiche. Le relazioni del National Institute of Standards and Technology (NIST), del 20 novembre 2005, hanno sancito le conclusioni di seguito esposte.
Gli aerei che hanno colpito ciascuna delle torri gemelle hanno causato tanto una breccia quanto un'esplosione evidenziata da una gigantesca palla di fuoco. Il carburante rimanente fluiva verso i piani inferiori, alimentando gli incendi. Il calore degli incendi deformava le strutture degli edifici così che entrambe le torri sono crollate completamente da cima a fondo. Molto poco è rimasto di quanto era di qualsiasi dimensione dopo questi eventi, a parte i frammenti in acciaio e in alluminio e i detriti polverizzati provenienti dai pavimenti in cemento. Anche l’edificio 7 del World Trade Center crollò: lo fece in un modo che risultava in contrasto con l'esperienza comune degli ingegneri.
Il rapporto finale del NIST ha affermato che gli attacchi aerei contro le torri gemelle erano la causa dei crolli per tutti e tre gli edifici: WTC1, WTC2 e WTC7.
Tutti e tre gli edifici sono crollati completamente, ma l'edificio 7 non fu colpito da un aereo. Il crollo totale del WTC7 ha violato l'esperienza comune ed era senza precedenti.
Il rapporto del NIST non analizza la reale natura dei crolli. Secondo gli esperti intervenuti nel corso delle Udienze di Toronto (“Toronto Hearings”, 8-11 settembre 2011), i crolli avevano caratteristiche che indicano esplosioni controllate. Sono d'accordo con l’architetto Richard Gage e l’ingegnere Jon Cole, entrambi professionisti di grande esperienza, che sono arrivati alle loro conclusioni attraverso test affidabili, prove scientifiche, e la testimonianza visiva di persone insospettabili, tra cui i vigili del fuoco e le vittime.
L'autorevole teologo David Ray Griffin ha descritto con grande precisione perché l'ipotesi di demolizione controllata dovrebbe essere presa in considerazione. Vari testimoni hanno sentito raffiche di esplosioni.
Secondo il NIST il crollo dell'edificio 7 è stato causato da incendi provocati dal crollo delle torri gemelle. Il chimico e ricercatore indipendente Kevin Ryan, tuttavia, ha dimostrato che il NIST ha dato versioni contraddittorie del crollo dell'edificio 7. In un rapporto preliminare del NIST dichiarava che il WTC7 fu distrutto a causa di incendi provocati da gasolio conservato nel palazzo, mentre in una seconda relazione questo combustibile non era più considerato come la causa del crollo dell'edificio. Ulteriori commenti sulla versione degli eventi data dal NIST sono stati formulati da David Chandler, un altro testimone esperto intervenuto nel corso delle Udienze di Toronto. Nonostante la presunzione del NIST in merito a tre distinte fasi di crollo, Chandler ha sottolineato che molti video disponibili dimostrano che per circa due secondi e mezzo l'accelerazione dell’edificio non può essere distinta da una caduta libera. Il NIST è stato costretto a concordare con con questo fatto empirico come sottolineato da Chandler, e ora comprensibile per chiunque.
Peter Dale Scott, un altro testimone alle Udienze di Toronto, ha dimostrato l'esistenza di un modello d’azione sistematico della CIA volto a bloccare importanti informazioni nei confronti dell'FBI, anche quando l'FBI avrebbe normalmente diritto di ottenerle. Inoltre, ci sono ulteriori elementi di prova contro George Tenet e Tom Wilshire. Secondo l'ex capo dell’antiterrorismo della Casa Bianca, Richard Clarke (intervista rilasciata alla televisione francese e tedesca come parte di un documentario di Fabrizio Calvi e Christopf Klotz ,31 agosto 2011, nonché l'intervista con Calvi e Leo Sisti, "Il Fatto Quotidiano ", 30 agosto 2011) la CIA era a conoscenza dell’imminente attacco dell’11/9.
Inoltre, dal 1999 la CIA aveva indagato Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hamzi, entrambi sauditi, che sono stati associati con l'aereo della American Airlines che ha colpito il Pentagono. La CIA era stata informata che Khalid al-Mihdhar e Nawaf al-Hamzi erano arrivati negli Stati Uniti all'inizio del 2000. È legittimo dedurre che Tenet, capo della CIA, e Wilshire, secondo Peter Dale Scott una "figura chiave" nella Alec Station, bloccarono gli sforzi di due agenti dell'FBI, Doug Miller e Mark Rossini, intesi a notificare al centro FBI che uno dei partecipanti alla riunione di Kuala Lumpur, al-Mihdhar, aveva ottenuto un visto USA attraverso il consolato degli Stati Uniti a Jeddah. Il professor Scott, basandosi sulla ricerca di Kevin Fenton, cita 35 occasioni in cui i dirottatori sono stati protetti in questo modo, a partire dal gennaio del 2000 al 5 settembre 2001. Con riferimento al precedente di questi incidenti, il motivo di questa protezione era evidentemente, secondo Fenton, «per coprire un'operazione della CIA che era già in corso.»
Ulteriore prova indiziaria contro Tenet e Wilshire è la seguente. Il 12 luglio 2001 Osama bin Laden si trovava nell’ospedale americano di Dubai. Fu visitato da un agente della CIA. Questa informazione è stata data a Le Figaro, che ha anche riferito che bin Laden era stato operato in questo ospedale, essendo arrivato da Quetta (Pakistan). Questa informazione è stata confermata da Radio France International, che ha rivelato il nome dell'agente che ha incontrato bin Laden: Larry Mitchell. Tenet e Wilshire, consapevoli della presenza di bin Laden negli Emirati Arabi Uniti, non sono riusciti a farlo arrestare né estradare, anche se i documenti dell'FBI e della CIA lo ritenevano responsabile di massacri in Kenya e Tanzania.
L'insider trading è una forte ulteriore prova contro la CIA, l’FBI e il governo degli Stati Uniti.
Gli articoli del professor Paul Zarembka, così come da Kevin Ryan e altri, dimostrano che tali casi di insider trading hanno avuto luogo nei giorni immediatamente precedenti rispetto agli attentati. Eppure questi casi di insider trading sono stati negati dall'FBI e dalla Commissione d’inchiesta sull’11/9.
Ulteriore prova contro la CIA e l'amministrazione degli Stati Uniti è la seguente. Mohammed Atta, almeno a partire dal maggio 2000, era sotto sorveglianza della CIA in Germania, secondo la Commissione sull’11/9, sia perché era accusato sin dal 1986 di attentati contro Israele, sia perché era stato sorpreso mentre acquistava grandi quantità di prodotti chimici per l'uso in esplosivi a Francoforte (The Observer, 30 settembre 2001). È stato indagato dal servizio segreto egiziano e il suo telefono cellulare era sotto controllo. Nel novembre del 1999 Mohammed Atta lasciò Amburgo, andò a Karachi, in Pakistan, e poi a Kandahar. Qui ha incontrato bin Laden e lo sceicco Omar Saeed (secondo la rivista specializzata in questioni di sicurezza interna GlobalSecurity.org, alla voce "Movements of Mohammed Atta"). Dopo giugno 2000 gli USA hanno continuato a monitorare Atta, intercettando le sue conversazioni con Khalid Sheikh Mohammed, considerato il regista del 9/11, che ha vissuto in Pakistan.
Una forte prova del fatto che la CIA era a conoscenza dei movimenti irregolari di Atta dagli Stati Uniti verso l'Europa e all’interno degli Stati Uniti è il documento declassificato della CIA inviato dall'Agenzia a G.W Bush (President’s Daily Brief – Ndt: “relazione breve giornaliera per il presidente”). Questo documento, del 6 agosto 2001, dice: «Bin Laden determinato a colpire in USA.» E continua: "relazioni di provenienza clandestina, di governi stranieri, e dei media indicano che bin Laden sin dal 1997 ha voluto condurre attacchi terroristici negli Stati Uniti. Bin Laden ha inteso in interviste a televisioni statunitensi nel 1997 e nel 1998 che i suoi seguaci avrebbero seguito l'esempio dell’attentatore del World Trade Center Ramzi Yousef, e avrebbero “portato i combattimenti in America”.»
Dopo gli attacchi missilistici degli Stati Uniti sulla sua base in Afghanistan nel 1998, bin Laden disse ai seguaci che voleva infliggere una rappresaglia a danno di Washington, secondo un servizio di intelligence straniero. Un membro operativo egiziano della Jihad islamica ha rivelato a un agente di un servizio segreto straniero, nel frattempo, che bin Laden aveva intenzione di sfruttare l'accesso operativo agli Stati Uniti per organizzare un attacco terroristico ...
Una fonte clandestina ha affermato nel 1998, che una cellula di bin Laden a New York stava reclutando giovani musulmani americani per gli attentati.
Questo documento dimostra che la CIA, l’FBI, così come il presidente Bush, conoscevano già dal 6 agosto 2001 chi aveva un accesso operativo: Atta. Nessuno ha goduto di un tale accesso negli Stati Uniti quanto Atta. Ma la CIA, l’FBI e Bush non hanno fatto nulla per fermarlo.
In Italia ho raccolto prove che la guerra in Iraq è stata decisa dal governo degli Stati Uniti prima degli attacchi dell'11/9 con l'aiuto dei servizi segreti italiani. Secondo Michel Chossudovsky, gli attacchi dell'11/9 sono stati usati come pretesto per la guerra, avendo avuto come sfondo i molti anni in cui si è avuta la creazione e il sostegno da parte della CIA della rete terroristica ora conosciuta come al-Qa’ida. Oggi c'è il pericolo di una nuova "guerra preventiva" contro l'Iran da parte degli Stati Uniti. Questo potrebbe essere terribile per la gente di tutto il mondo e potrebbe anche distruggere una gran parte dell'umanità.
L'unica possibilità per avere giustizia è quello di presentare le migliori prove relative al coinvolgimento di singoli individui nei fatti dell’11/9 al Procuratore della Corte penale internazionale chiedendogli di indagare in base agli articoli 12, 13, 15 e 17, lettere a e b, dello Statuto della Corte penale internazionale, ricordando anche il preambolo della Statuto:

  • Riconoscere che tali gravi reati minacciano la pace, la sicurezza e il benessere del mondo,
  • Affermare che i reati più gravi che sono motivo di allarme per la comunità internazionale nel suo insieme non debbano rimanere impuniti e che la loro repressione debba essere efficacemente garantita mediante provvedimenti adottati a livello nazionale ed attraverso il rafforzamento della cooperazione internazionale,
  • Essere determinati a porre fine all'impunità degli autori di tali crimini e quindi di contribuire al perseguimento di tali reati,
  • Ricordare il dovere di ogni Stato di esercitare la propria giurisdizione nei confronti dei responsabili di reati internazionali ...

Ferdinando Imposimato, settembre 2012.

Il testo in inglese è stato trascritto anche QUI.

Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.


Ferdinando Imposimato è presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione ed ex senatore e deputato. A lungo ha fatto parte della Commissione bicamerale Antimafia.
Da magistrato ha istruito alcuni tra i più importanti processi sul terrorismo (il caso Aldo Moro, l'attentato al papa Giovanni Paolo II, il caso Bachelet). Ha scoperto la “pista bulgara” e altre connessioni terroristiche internazionali. Innumerevoli i processi contro mafia e camorra. Tra gli altri, ha istruito il caso Michele Sindona e il processo alla Banda della Magliana.
È autore o co-autore di sette libri sul terrorismo internazionale, la corruzione statale, e di questioni connesse, nonché Grand'Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana.


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30 agosto 2012

Che gran pezzi di... giornalismo

di Felice Fortunaci – da Megachip

In Iran si è iniziato lo scorso 26 agosto il vertice del Movimento dei Paesi non allineati, NAM, nel quale sono rappresentati due terzi dei membri delle Nazioni Unite e il 55% della popolazione mondiale.  L’Iran ha assunto per tre anni la presidenza di tale movimento e tanto basterebbe per sfatare il mito dell’isolamento della Repubblica Islamica da parte della “comunità internazionale”. Per parare il colpo, il giornalismo di guerra ha provato alcuni escamotage.
La Repubblica, leader italiano indiscusso in questo tipo di giornalismo, il giorno 28 agosto scorso ha relegato in un brevissimo articolo a pagina 12 la notizia sul vertice, ma in compenso ha pubblicato in prima pagina, con continuazione all’interno, un lungo pezzo di Moisés Naím, un giornalista venezuelano di origine libica, che parlava di mafia.  Beh, che c’entra? Intanto Naím non è un giornalista qualunque

È stato ministro venezuelano del Commercio e dell’Industria durante il sanguinario secondo mandato del presidente Carlos Andrés Pérez (un ex progressista asservito al Washington Consensus e ora in esilio dorato a Miami perché condannato per corruzione nel suo Paese), un governo cioè che è passato alla storia per il massacro della rivolta popolare del 1989 contro le privatizzazioni selvagge di cui Naím era fiero assertore. Si calcolano fino a 3.000 morti.
Uomo della Banca Mondiale di cui è stato Direttore Esecutivo, collaboratore della CIA come membro del board of directors del National Endowment for Democracy, nemico giurato di Hugo Chávez (probabilmente anche perché durante i massacri del 1989 fu uno degli ufficiali che si rifiutarono di sparare sulla folla), Naím è, conseguentemente, un ospite permanente del gruppo Espresso-La Repubblica.
Ebbene, cosa ci viene a dire questo figuro in prima pagina sul noto quotidiano “progressista”? Che ci sono Stati dove al potere c’è la mafia. I principali sarebbero, Guinea-Bissau, Montenegro, Myanmar (Birmania), l’Ucraina, Bolivia, Corea del Nord e, last but not least, ovviamente il Venezuela.
Una lista che inizia in sordina e finisce con ben cinque nazioni direttamente nel mirino degli USA. Tutti, guarda caso, appartenenti al NAM, tranne l’Ucraina che è però odiata per essere troppo filorussa. Sull’Afghanistan, Naím fa solo vaghi cenni sul traffico d’oppio, senza spiegare nulla in merito al ruolo giocato in questo traffico immane dagli occupanti sotto l’ombrello NATO.
Una lista di bersagli, dunque, che commenta da sola la serietà e gli intenti sia del giornalista sia del foglio che lo ospita. Il quale ultimo ha per altro una notevolissima faccia di bronzo dato che solo pochi giorni fa ha pubblicato un editoriale del suo fondatore, Eugenio Scalfari, che sosteneva la legittimità della trattativa tra Stato e mafia durante la stagione delle stragi mafiose del 1992.
Nella stessa edizione, la sezione affari internazionali di «Repubblica» si è impegnata a controbilanciare la notizia dell’attacco contro i soldati italiani in Afghanistan con un articolo intitolato “Cantano e ballano, 17 decapitati in Afghanistan il terrore dei Taliban”.
Quindi: che a nessuno venga in mente di parlare di un nostro ritiro.
Tanto valeva che intitolassero direttamente: “I Taliban sono cattivi”. Senza però scrivere niente. Così per lo meno non sarebbero incorsi in smentite: Afghanistan, dietro alle decapitazioni una faida tra famiglie rivali.
La stessa sezione ci informa infine che il progressista François Hollande ha avvertito: «Se Assad usa armi chimiche sì all’intervento». Ora, che in una guerra (su commissione) dove si combatte strada per strada si possano usare armi chimiche è già un’idiozia. Sembrerebbe idiota anche ricominciare a menarla con la storia delle armi non convenzionali che già si rivelò una solenne menzogna nel caso dell’Iraq. Ma in definitiva, dato che allora in qualche modo pagò, perché non riciclarla adesso per la Siria? Chi darebbe la notizia eventuale di un utilizzo di armi chimiche? L’Esercito Siriano Libero. Chi la controllerebbe? L’Osservatorio siriano dei diritti umani, con sede, guarda un po’, a Londra.
Come sempre.
Ma ecco che c’è chi dà credito all’idiozia: è stata sempre la prima pagina del quotidiano fondato da Scalfari a ospitare il 23 agosto un pensoso articolo sulla Siria del ministro degli esteri italiano, Giulio Maria Terzi di Sant'Agata, che alla locomotiva del suo interminabile nome attacca anche una vagonata di titoli: marchese, conte, barone, cavaliere del Sacro romano impero e Signore di Sant'Agata.
Siccome il quotidiano si chiama tuttora «la Repubblica» (ma non siamo sicuri che il nome duri, visto il suo crepuscolo reazionario), e siccome nelle edicole stanno uscendo di nuovo i DVD di Fantozzi, il ministro si è firmato appena Giulio Terzi. 
Ma il suo articolo ha estratto lo stesso l’anima del conte, del barone, del cavaliere e anche del lup. mann. figl. di putt.
Il titolare della Farnesina strilla infatti contro «il pericolo della proliferazione di armi di distruzione di massa (la Siria possiede il maggior arsenale di armi chimiche e biologiche in Medio Oriente)». 
Curioso: Terzi, che fu per anni ambasciatore in Israele (che se non sbaglio è in Medio Oriente) non ha mai fatto una dichiarazione a proposito delle centinaia di armi nucleari israeliane (ben proliferate, e ben capaci di distruzione di massa). 
Il resto dell’articolo è una valanga di foglie di fico per giustificare gli aiuti ai ribelli in Siria nascondendone le implicazioni militari. Il nostro cavaliere del Sacro romano impero dichiara che sta «considerando, sulla scia di alcuni nostri principali alleati, la fornitura all'opposizione di strumenti di comunicazione utili per poter prevenire attacchi contro civili, soprattutto donne e bambini». Non è un’amore? E non tanto per il suo tenero pensiero rivolto ai bambini, ma soprattutto per quel suo stare «sulla scia», come un drone. Magari come uno di quelli che «alcuni nostri principali alleati» scagliano quotidianamente sui bambini del Pakistan e dell’Afghanistan, e un domani, con una No Fly Zone, anche in Siria. Dove, però, si va solo con la "responsabilità di proteggere", non sia mai altrimenti: il tutto in compagnia dei piranhas del Qatar e di Riyad, anzi, «sulla scia» delle loro forniture. 

I giornali di mezzo mondo stanno via via sbugiardando queste pretese, e spazzano via almeno le foglie più indecenti usate dai governi. Ma con «Repubblica» il ministro va sul sicuro, e si sdraia come un pascià. Non gli faranno mai domande. Sanno quali sono le fonti gradite al potere.

In un articolo di Venerdì 2 marzo 2012, apparso su «la Repubblica» a firma di Alberto Stabile, si parlava della drammaticità della battaglia di Bab Amro, «il quartiere simbolo della resistenza contro la brutale repressione della protesta siriana». Ora, una battaglia contro una protesta non l’ha mai fatta nemmeno Hitler. Ma tant’è. Il punto di vista di Stabile coincideva curiosamente con quello dei cosiddetti “ribelli”, dato che lui stesso poco dopo ci informava: «Sono stati gli stessi ribelli ad offrire un quadro drammatico della situazione».
E quali altre fonti ha mai utilizzato «la Repubblica» e tutto il mainstream? Rileggetevi i vari non-reportage: è tutto un “ha dichiarato un portavoce dei rivoltosi”, “ha detto il Consiglio Nazionale Siriano”, “fonti dell’opposizione”, eccetera. Infatti, coerentemente, poche righe dopo un’ulteriore “informazione” inizia con «Secondo notizie diffuse dalle organizzazioni dell’opposizione».
Le fonti “alternative” sono Al Arabiya e Al Jazeera, ovvero i media delle petromonarchie, cioè degli autocrati che non governano i loro Paesi ma li hanno in uso come proprietà personali, e che reprimono gli oppositori con una ferocia che riesce a guadagnarsi solo distratti trafiletti sulla declinante gazzetta che ci fa da «Pravda».
Gran bei pezzi di giornalismo, insomma.
È la stampa di guerra, bellezza! Quella della Terza Guerra Mondiale ormai in atto.
Come direbbe Altan, il trucco c’è, si vede benissimo, ma non gliene frega niente a nessuno.  Men che meno agli affezionati lettori, già progressisti, de «La Repubblica» ai quali magari luccicano ancora gli occhi quando sentono parlare di Che Guevara (che dal canto suo riteneva gli USA un pericolo mortale per l’umanità).  Sanno che è diventato un giornale illeggibile ma si ostinano a comprarlo per inerzia e perché magari si consolano con qualche notizia di cultura o semi-cultura qua e là. Insomma, per una sorta di nostalgia e di narcisismo semicolto riflesso.
Nostalgia, inerzia e narcisismo semicolto riflesso che però lavorano sulle capacità critiche, che in tempo di guerra devono essere azzerate: Credere, Obbedire, Combattere!
Un ordine che si accompagna all’altro, ben noto, del capitalismo: “Accumulate, accumulate! Questa è la Legge e questo dicono i profeti!”.
La nuova catechesi del giornalismo “progressista” italiano e occidentale?

(29 agosto 2012)

27 agosto 2012

Attentato alla sinagoga. Organizzato dall'FBI

di Miguel Martinez - Kelebek Blog.

 
Come sanno i lettori di questo blog, e pochi altri, la quasi totalità degli attentati terroristici islamici negli Stati Uniti – ben 44 casi dal 2009 – sono stati preparati e messi in atto da un’unica organizzazione. Che non è al-Qaeda, ma l’FBI.
Alzi la mano, chi ha sentito parlare dei Newburgh Four.  Newburgh è una cittadina vicina a New York, non più grande di Imola in Italia, che le ha viste tutte.  Fondata da luterani tedeschi, sede del comando dell’esercito ribelle durante la rivoluzione americana, grande centro industriale; poi il declino – oggi è uno dei cinque comuni più “stressati” – la dicitura ufficiale – di tutto lo Stato.
Una popolazione equamente divisa tra bianchi, neri e latini se la vede con la disoccupazione, il crac, le caratteristiche famiglie basate su madri sole, con padri assenti o in carcere. I figli militano in massa elle contrapposte gang nere e latine.
Di tanto in tanto, centinaia di agenti dell’FBI, con fucili da guerra e mascherati, danno l’assalto al centro di Newburgh, portando via molte decine di adolescenti alla volta. Le famiglie vengono così minate ulteriormente, i ragazzi ricevono una dura formazione criminale in carcere, ed escono più pericolosi di prima.
La soluzione escogitata è consistita nell’arrestare, non singoli criminali, ma tutti i membri noti di ogni banda, con l’equivalente statunitense dell’accusa di associazione mafiosa, che permette di rinchiuderli in carcere per decenni – la prova non consiste più in ciò che noi comunemente consideriamo reati, ma nella dimostrazione di amicizie, legami e contatti tra persone.
Un’isola di relativa pace è la moschea frequentata soprattutto da convertiti neri, che offre anche una clinica con alcuni servizi gratuiti per la comunità. L’Imam della moschea, Salahuddin Muhammad  è cresciuto in una famiglia senza padre a New York, e ha passato dodici anni in carcere per rapina. Nella logica americana della conversione, non solo è diventato musulmano, ma è diventato lui stesso cappellano carcerario.
Nella moschea, che serve oltre 500 famiglie, si sono incontrati quattro giovani neri:
- Onta Williams, già in carcere per possesso di sostanze stupefacenti
- James Cromitie, una vita dentro e fuori il carcere, l’ultima volta per aver venduto sostanze stupefacenti “vicino a una scuola” (termine definito in maniera abbastanza estensivo da coprire l’intera cittadina di Newburgh e quindi indurire notevolmente le condanne). Cromitie, che aveva tentato due volte il suicidio e ammetteva di “vedere e sentire cose che in realtà non c’erano“, è un gran narratore di frottole, che con difficoltà è riuscito a trovare un lavoro come scaricatore in un centro commerciale.
- David Williams (solo un omonimo di Onta), già in carcere per droga e possesso di armi. Anche lo zio di Williams era stato spacciatore, e suo padre era stato a lungo in carcere per commercio di sostanze stupefacenti. L’ambiente familiare lo descrive la zia:
“David è cresciuto senza padre… questa famiglia è gestita da donne senza uomini. Non abbiamo modelli maschili per i nostri giovani uomini in famiglia… ci sono qualcosa come quindici nipoti. Noi donne facciamo del nostro meglio con quello che abbiamo”.
David Williams ha un particolare punto debole: un fratello affetto da un tumore maligno al fegato, che ha bisogno di denaro per le cure.
- Laguerre Payen, cittadino haitiano, con una condanna per aggressione, che un giudice aveva risparmiato dalla deportazione quando una perizia lo aveva trovato affetto da “schizofrenia paranoica“.
In questo miserabile contesto, compare un personaggio affascinante, un elegante pakistano di nome Shahed Hussain, proprietario di un motel negli Stati Uniti, che sostiene di essere anche proprietario di 22 case in Pakistan e di possedere una catena di pompe di benzina. Emergerà che Shahed Hussain era stato anche arrestato due volte in Pakistan con l’accusa di omicidio.
Nel 2002, Hussain fu condannato per una truffa a danno di immigrati, convinti di poter ottenere a loro volta truffaldinamente una patente di guida pur non conoscendo la lingua inglese. L’FBI lo assunse allora come uno dei suoi quindicimila informatori:  nel 2004, l’FBI chiese al governo 12,7 milioni di dollari solo per la gestione informatica della propria rete di informatori.
Hussain prima riuscì a incastrare un bengalese, proprietario sull’orlo del fallimento di una pizzeria, promettendogli cinquantamila dollari se fosse entrato in un presunto progetto per riciclare “fondi per il terrorismo”: la sua vittima fu condannata a quindici anni di carcere.
Dopo questo primo successo, Hussain viene mandato a frequentare la moschea di Newburgh, comparendo a turno con una SUV, una Mercedes o una di due diverse BMW.
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Shahed Hussain
Fa amicizia con Cromitie, lusingandolo, pagandogli l’affitto di casa e promettendogli 250.000 dollari; infine, gli fa sapere di essere un agente di qualcosa chiamato “Jaish-e Mohammad”, “L’esercito di Muhammad”, inviato negli Stati Uniti per organizzare un attentato contro una sinagoga nel Bronx e contro alcuni aerei militari, in cambio di 5.000 dollari a testa.
Comitie, pur abbagliato da Hussain, a un certo punto ruppe i rapporti. Poi venne licenziato da Walmart. Hussain gli promise la salvezza economica, se fosse riuscito a coinvolgere altri musulmani.
Comitie avvicinò così i suoi tre amici,  elaborando un piano per truffare a loro volta Hussain, facendosi pagare da lui, ma senza far male a nessuno.
Ovviamente, per riuscire a truffare Hussain, dovevano fargli credere di essere fanaticamente decisi, e quindi fecero esattamente il tipo di dichiarazioni che Hussain voleva registrare: Cromitie si vantava con Hussain di essere stato in Afghanistan e di dirigere un intero gruppo di jihadisti che si allenavano nei boschi, e si prodigava in insulti generici contro “gli ebrei”.
In un complesso giro di mutuo inganno, l’FBI lavorò dietro le quinte per fare spostare un processo per furto contro David Williams – non poteva permettere che uno degli imputati si trovasse in carcere al momento del dunque.
Così, dopo un anno di intenso lavoro da parte di Hussain, i quattro furono riforniti di “missili” e “bombe” – in realtà un ammasso di innocui fili – e partirono verso il loro inevitabile destino.
Un’ora dopo l’arresto, il sindaco di New York era sul posto, assieme al capo della polizia, vantandosi del successo nella lotta per la sicurezza.
Il governatore dello Stato di New York dichiarò  che “questo caso dimostra come sia persistente la minaccia del terrorismo che incombe su New York e come riguardi tutte le nostre comunità, a prescindere dalla razza, la religione o l’appartenenza etnica”.
Hussain ricevette 96.000 dollari  per il lavoro; i quattro detenuti, invece dell’ergastolo chiesto dall’accusa, furono condannati a 25 anni a testa.
Ma molto americanamente, la signora McMahon aggiunse che la sua misericordia si sarebbe limitata a dare l’opportunità ai quattro di morire fuori dal carcere. Payen sarebbe stato deportato a Haiti, dopo una detenzione che la signora si auspicava particolarmente dura.
Se volete potete scrivere a Onta Williams a questo indirizzo, evitando ogni riferimento a questioni politiche:
Onta Williams 83614-054
MDC BROOKLYN
METROPOLITAN DETENTION CENTER
P.O. BOX 329002
BROOKLYN, NY 11232
E a David Williams qui:
David Williams #70659-054
USP McCreary
U.S. Penitentiary
PO Box 3000
Pine Knot, KY 42635
USA
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David Williams, da giovane

Fonte: http://kelebeklerblog.com/2012/08/26/attentato-alla-sinagoga-organizzato-dallfbi/.

La vicenda descritta nell'articolo è raccontata in dettaglio anche nel libro di Giulietto Chiesa e Pino Cabras "Barack Obush".


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